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| Lorenzino de' Medici Aridosio IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO PRIMO
MARCANTONIO e Mona LUCREZIA sua moglie
MARCANTONIO Certo è com’io ho detto, che la maggior parte dei costumi dei giovani, o buoni o cattivi che si siano, procedono dai padri e madri loro, o da quelli che in luogo di padre o di madre li custodiscono.
LUCREZIA Egli è vero che i padri o fattori o i maestri lo possano fare, ma le madri no; perchè sendo donne, in questo come nelle altre cose del mondo hanno pochissima parte.
MARCANTONIO E pur talvolta si sono visti esempi in contrario, che le donne più abbiano potuto ne’ figliuoli che i padri, e non solamente ne’ figliuoli, ma ancora ne’ mariti loro; e per non avere a cercare esempio più discosto, ti devi ricordare come Aridosio mio fratello e io fummo allevati in un medesimo tempo e dai medesimi padre e madre, e nel medesimo tempo pigliammo moglie, della quale egli ha avuto Tiberio, Erminio e Cassandra, e noi ancora nessuno. D’allora in qua esso cominciò a diventare avaro, e a posporre ogni piacere e ogni onore allo accumulare, tanto ch’egli è ridotto meschino come vedi. Io, Dio grazia, mi sono mantenuto con quello stile di vivere che da mia madre mi fu lasciato, e di questa mutazione non si può allegare altre ragioni, e non si può pensare che sia stato altro che la moglie, la quale tu sai quanto era meschina, perfida e da poco; e mai non ebbe Aridosio la maggior ventura, che quando ella si morì, benchè a lui paresse di fare grandissima perdita, perchè già s’era accomodato a’ suoi costumi.
LUCREZIA Oh infelici donne le quali a detto vostro son causa di tutti i mali; e solo allora fanno felici e avventurate le case, quando inaspettatamente si muoiono.
MARCANTONIO E che vuoi tu che sia stato causa di tanta mutazione, e che di liberale l’abbia fatto miserissimo? perchè in fin a questo tempo sai come era vissuto; però io ringrazio la sorte che più presto a lui che a me abbia mandato tanto male, la quale nelle cose del mondo può il tutto; chè io mi ricordo nostro padre più volte dubitare, se a me o a lui te o lei doveva dare. Poi si risolvette in modo che io m’ho da lodare grandemente e egli da dolere, e sebbene esso ha avuto tre figliuoli, che certo è gran felicità, e io nessuno, egli volentieri ci ha dato Erminio suo minore, e noi lo tegniamo, e come se fatto lo avessimo lo amiamo, e più forse, perchè nè tu nè io di lui abbiamo avuto quei fastidii, che dei putti piccoli si hanno.
LUCREZIA Non dite così, chè quelli non son fastidii, ma secondo che io penso, son cure da far passare i fastidii; pure io ringrazio Iddio, che dappoi che non gli è piaciuto, che io abbia figliuoli, ha fatto che ci siamo imbattuti in un giovane, qual è Erminio, al qual sebben noi abbiamo a lasciare la roba nostra, e nella fede sua e al suo governo ci abbiamo a rimettere, quando più vecchi saremo, se l’amor non m’inganna, mi pare di potere da lui sperare ogni bene; ma io ho paura, Marcantonio mio, che tu non gli lasci troppo la briglia in sul collo, e che poi a tua posta non lo possa ritenere, perchè tu lo lasci senza pensieri e di studii e di faccende; solo attende a’ cavalli, a’ cani o all’amore, onde mi dubito, che, passato questo fervore della sua gioventù, forte si abbia a pentire di avere invano consumato il tempo, e forse si dorrà di te, che non gli provvedesti, quando potevi.
MARCANTONIO Io mi maraviglio assai, e di te, e di tutti quelli che pensano che i figliuoli si possano ritrarre dalle loro inclinazioni, o con busse, o con minaccie, perchè sappi certo che, se io volessi ad Erminio proibire tutti i suoi piaceri, farei peggio, ma bisogna col concedergli una cosa che importa poco, e che a lui sia a cuore, proibirgliene un’altra che importa assai, e così avvezzarlo, che ei m’ubbidisca non per paura, ma per amore, perchè quelli che fanno bene per paura lo fanno tanto quanto e’ pensano che si possa risapere; quando pensano di far male, nascosamente lo fanno: guarda Tiberio come suo padre gli ha le mani in capo continuamente, lo tiene in villa con la sorella, perchè non ispenda, e perchè non pratichi nella città, dove dice che son molte comodità di far male. Nientedimanco son poche notti ch’ei non venga in Firenze, e pur questa ho inteso che ci è stato, e ha messo mezzo a rumore questa città per avere una schiava del Ruffo qui vicino a voi, e fa delle cose molto peggiori di Erminio, perchè gli è necessario che la gioventù l’abbia il luogo suo. Se adunque questo i giovani hanno a fare, quanto è meglio avvezzargli che non si abbiano a vergognare dai padri, ma da loro istessi facendo cose brutte? Pensa però Aridosio per tenerlo in villa, che non voglia spendere, e far le cose da giovane? Io so ch’ei fa e l’uno e l’altro senza rispetto, e quel buon uomo con ogni estrema miseria attende a cumulare, lavora infino alla terra di sua mano, e s’ei sapesse che venisse la notte in Firenze, o che egli spendesse pure un soldo, si darebbe al diavolo, e così vivono tutti malcontenti, infino a quella povera figliuola, la quale è già grande da marito, che è disperata, perchè per non si avere il padre a cavare di mano la dote, non le vuol dar marito, e trovasi contanti in un borsotto due mila ducati, li quali porta sempre seco, e ha una cura estrema, che io non gli vegga, perchè non fo mai altro che sgridarlo, che lascia invecchiarsi in casa la mia nipote; egli mi risponde che è povero, e che non le può dar la dote. Credo che vorrebbe che io ne la dessi del mio, e quando si duol meco di Tiberio, e che Erminio lo svia, gli dico che gli dovrebbe dar moglie, ed ei mi risponde che bisogna considerare molto bene a questi tempi mettersi una bocca vantaggio in casa, che importa un mondo, e insomma non pensa ad altro che ad avanzare, e allora gli parrebbe bene, che l’avesse fatto simile a’ suoi costumi.
LUCREZIA Io non vorrei già che tu fossi strano verso Erminio com’è Aridosio verso Tiberio, ma vorrei bene li vietassi certe cose, come sarebbe a dire, io ho inteso, non so se si è il vero, ch’egli è innamorato di una monaca di Santa Osanna: parti egli che sia conveniente a far queste cose, le quali, e a Dio e agli uomini dispiacciono? Sappi ch’ella gli dà gran carico, e a te che la comporti.
MARCANTONIO Di questo non ne so alcuna cosa, e certo quando ei fosse vero non me ne parrebbe molto bene, e con ogni rimedio cercherei stornelo benchè alla gioventù si comportino più cose che tu forse non pensi, ma io ho caro che me n’abbia fatto avvertito, perchè ne voglio ritrovare l’intero, e di poi piglierò quel partito, che meglio mi parrà, ed ecco appunto di qua il suo servo Lucido, che sa ciò che ei pensa, e ciò che ei sogna, ed egli molto meglio che alcuno altro me lo potrà dire.
LUCREZIA Te lo faresti ben prima dire a questa porta; tu non conosci Lucido, eh?
MARCANTONIO Pur proverò, ma vattene in casa, che più da te che da me si guardano, e poi ti ragguaglierò.
LUCREZIA Così farò.
LUCIDO servo, e MARCANTONIO
LUCIDO Ei pare, che la fortuna sempre si diletti di far venir voglia agli uomini di quelle cose, che sono più difficili ad ottenersi. Io non credo, che in Firenze sia donna alcuna, che non avesse di grazia far piacere ad Erminio, ed egli s’è innamorato di costei, la quale non che possa godere, ma bisogna che con mille rispetti le parli, ed ênne guasto, fracido morto, che altro non pensa e non parla che la Fiammetta.
MARCANTONIO Ei parla da sè di questo.
LUCIDO Adesso mi manda a vedere quel ch’ella fa: com’ella sta; e raccomandasi a lei, e ogni giorno ho questa gita per amor di Dio e de’ servi suoi.
MARCANTONIO Lo vo’ chiamare avanti che pigli altro viaggio. Lucido, o Lucido.
LUCIDO Chi mi chiama? è Marcantonio. Che domandate?
MARCANTONIO Che è d’Erminio, che iersera non tornò a cena?
LUCIDO Cenò, e dormì con Tiberio in casa Aridosio.
MARCANTONIO E tu dove vai? a portare qualche imbasciata al monastero?
LUCIDO Che sapete voi di monastero?
MARCANTONIO Sonne quel che tu.
LUCIDO A dirvi il vero mi mandava a vedere se ella voleva niente.
MARCANTONIO In verità, che Erminio in questo mi fa torto! perchè tu sai se io lo compiaccio, e più presto lo aiuto nelle sue voglie e ne’ suoi amori, che sono in qualche parte ragionevoli; ma questo ha troppo del disonesto; ei dovrebbe pure aver rispetto all’onor suo, e mio; perchè il carico è dato a me, che lo lascio fare; ei pare, che a Firenze ci manchino le donne da cavarsi le sue voglie, che si abbia andare infino nei monasteri.
LUCIDO Io gli ho detto questo più volte, ed egli parte sel conosce; ma voi sapete, Marcantonio, che l’amor non ha legge, ed è un gran tempo che le cominciò a voler bene, ed ella è una bellissima figliuola, nobile e virtuosa, che forse se voi la vedeste gli avreste più compassione che non le avete, e siate certo, che prima saria possibile far diventare Erminio un altro uomo, che fargli lasciare questo amore, e vuo’ dire più avanti, che l’animo suo sarebbe di pigliarla per moglie.
MARCANTONIO
O mai più sentii dire, che le monache si pigliassero per moglie.
LUCIDO O la non è monaca, che ella non è ancora velata e non vorrebbe essere, ma la sarà s’ella crepasse perchè ella ha una buona eredità, e le monache l’hanno adocchiata, e sebbene ella mettesse l’ali, mai potrebbe uscir del monastero; tal guardia le fanno.
MARCANTONIO E non essendo monaca è cosa più escusabile. Ma dimmi; di chi è ella figliuola; è buona eredità, di’ tu?
LUCIDO Ella è dei Ridolfi, e non ha nè padre, nè madre, e le monache son sue tutrici, e ha bonissima eredità, secondo ch’io intendo, e altro non vi so dire.
MARCANTONIO Basta questo, conforta pure Erminio di levarsi da questa impresa, che non è nè utile nè onorevole, e s’egli ha voglia di moglie, e delle belle e delle ricche non gli mancheranno.
LUCIDO Gli mancherà questa, che sopra tutte l’altre desidera.
MARCANTONIO Io m’avvederò se tu avrai fatto seco il debito tuo.
LUCIDO Lo farò per obbedirvi, non perch’io speri di far frutto.
MARCANTONIO Voglio andare fino in piazza; fa, com’io torno, sia in ordine il desinare.
LUCIDO Sarà fatto; o che padre dabbene è questo! io credo, che s’ei potesse, che di sua mano la caverebbe dal monastero per metterla accanto ad Erminio. O s’ei sapesse la pena che porta per costei, n’avrebbe più di lui dispiacere, chè il poveretto teme di non vituperare lei, il monisterio e sè ad un tratto, perchè ella è di lui gravida e sì vicina al parto che ogni giorno, ogni ora è la sua, e modo non si può trovare o di cavarla o di farla partorire segretamente, nè via che gli ci possa ritrovar più luogo, e insomma bisogna berla, e Erminio mi dice ch’io pensi; e bisognava che pensasse egli a farlo in modo che non se ne avesse a pentire, ma guastando s’impara, e ringrazii Iddio che non ha a che fare con un padre come Aridosio; ma, or ch’io mi ricordo, Tiberio deve essere ancora qui intorno a Ruffo, e non si ricorda di tornare alla villa, e se suo padre s’avvede che non vi sia trotterà qua giù per istordire tutti quanti; ecco appunto di qua Tiberio, che par che pensi ad ogni altra cosa, che all’andarsene in villa.
TIBERIO, LIVIA, RUFFO, LUCIDO
TIBERIO Sazierommi io mai, anima mia, di vederti, parlarti e toccarti?
LIVIA Se tu non ti sazii resterà da te, perch’io son tua, e sempre sarò.
RUFFO Cotesto non dir tu, che mia sei, e non tua; allora ch’egli m’avrà dato i denari, sua sarai.
TIBERIO Oh uomo nato per farmi morire!
RUFFO Uomo nato per farmi morire sei tu, perchè non mi dando i miei denari, mi fai morire, chè questa è la mia possessione e la mia bottega, senza la quale vivere non posso.
TIBERIO Io ti darò, s’hai pazienza, quel che tu vuoi, ma lasciami un po’ stare in pace.
RUFFO Allora sarai tu sua; ma in questo mentre ce ne andremo a casa; vieni, Livia.
LIVIA Tiberio, io mi ti raccomando.
LUCIDO Guarda se sa fare l’arte questo scannauomini.
TIBERIO Oh non pensar d’aver a usare tanta presunzione.
RUFFO Vorrò vedere, chi mi vieterà che del mio non possa fare a mio modo.
TIBERIO Io intendo di pagarti avanti che ti parta da me.
RUFFO O da che resta?
TIBERIO Provveggo il resto de’ denari. RUFFO Oh, oh, io sto fresco, se si hanno ancora da provvedere i denari; domattina verrà per essa uno che m’ha dato l’arra.
LUCIDO Io non posso più patire questo assassino; può fare Iddio che tu parli sì arrogantemente con un giovane da bene?
RUFFO Che direstù, s’io non gli ne volessi vendere?
LUCIDO O guarda, Ruffo, che non ci venga voglia di averla per forza e senza denari, chè tu sai bene che i tuoi pari non hanno ragione con gli uomini da bene.
TIBERIO Ascolta, Lucido; quand’io volessi fare cotesto (che potrei) egli avrebbe causa da dolersi; ma io lo voglio pagare fino a un quattrino.
RUFFO Se questo fosse noi non avremmo a disputare.
TIBERIO Tu hai d’aver da me cinquanta scudi, non è così?
RUFFO Sì, se tu vuoi Livia.
TIBERIO Mezzi te li dò adesso, e il resto domane.
RUFFO Io gli voglio tutti ora che n’ho bisogno.
TIBERIO Io non credo che mai al mondo fosse il più arrogante padrone di costui.
RUFFO Tiberio, abbi pazienza, chi ha bisogno fa così.
LUCIDO Comportalo fino a stasera.
RUFFO Non posso.
LIVIA Eh Ruffo, per amor mio.
RUFFO L’hai trovato appunto per amor tuo.
TIBERIO Orsù, Ruffo, io ti prometto da vero gentiluomo che stasera a ventiquattro ore avrai i tuoi denari.
RUFFO Chi m’assicura?
TIBERIO Non t’ho io detto che mezzi te li darò adesso e mezzi stasera?
RUFFO Di quelli d’adesso sarò in sicuro quando dati me li avrai, ma di quell’altri?
TIBERIO La mia fede.
RUFFO D’ogni altra cosa sono avvezzo a stare alla fede che de’ danari.
TIBERIO S’io non te li posso dare...
RUFFO Non dico che tu me li dia; ma che tu mi lassi andare con costei.
LUCIDO E non s’ha egli a credere a un uomo da bene per due ore venticinque ducati?
RUFFO Infine io sono invecchiato in questa usanza.
TIBERIO Ascolta, io ti do adesso quelli 25; se stasera non ti do il resto, vattene a mio padre che è in villa e dilli la cosa com’ella sta, e se ti vien bene, dilli com’io ti ho tolta per forza (ch’io vorrei innanzi la febbre ch’egli avesse a sapere niente di questo) e richiedigli Livia; egli subito verrà qua giù, e renderattela; tu sai come gli è fatto: se tu la rihai, 25 scudi sian tuoi, e se gran fatto non è, ella non sarà peggiorata 25 scudi, e così sarai securo o d’essere pagato in tutto, o d’aver Livia e 25 scudi vantaggio che vuoi.
RUFFO A questo son io contento, ma non voglio aspettare più che insino a 20 ore.
LIVIA Sino a quanto tu vuoi, pur che tu mi ti levi dinanzi; tò, annoveragli.
RUFFO Gli annoverai poco fa; ma non ti doler di me; che se i danari non vengono io farò con tuo padre quanto siamo rimasti d’accordo.
TIBERIO Vatti con Dio, in malora, fa quel che ti piace.
RUFFO Addio.
LIVIA Oh e’ mi s’è levata una macina di sul cuore.
TIBERIO E a me di su l’anima; or ti posso guardare e toccare senza che Ruffo mi tiri dall’altro canto.
LUCIDO Al trovar i denari ti voglio. TIBERIO Qualche cosa sarà, Lucido; se si pensasse tanto alle cose non si farebbe mai nulla. Io so che tu m’aiuterai, e penserai a qualche modo che noi li troviamo.
LUCIDO Io penserò pur troppo, ma il caso sarebbe a pensare qualche cosa che riuscisse; ma dimmi, tu non ti ricordi tornare in villa; come pensi tu farla con tuo padre s’ei s’avvede che tu sii venuto in Firenze a tante brighe? ci mancherà questa avere a placare quella bestia, e in un medesimo tempo aver a trovar 25 scudi, e che tanto è possibile a far l’uno e l’altro, quanto tener il Ruffo, che passato le venti ore non vadi a gridare a tuo padre, e dicali, che tu lo hai sforzato, o toltoli costei, e la prima cosa te la torrà, e daragliene, e tu n’andrai bene, se non ti caccerà via.
TIBERIO Potrà egli mai fare ch’io non mi sia goduto Livia mia?
LUCIDO E’ potrà ben fare, che tu non la goda mai più.
TIBERIO Starò pur seco un pezzo. Chi gode un tratto non istenta sempre: Lucido, io mi ti raccomando, pensa tu qualche cosa, che ovvii a tanti mali. Noi intanto ce ne andremo qui in casa, e aspetteremo Erminio, che ci ha detto di venir a desinare con esso noi.
LUCIDO solo Egli è ben vero, che non è cosa che faccia più impazzar gli uomini, che l’amore. Tiberio è così savio giovane, quanto sia in questa città, e adesso accecato non vede quello si faccia, perchè nascosamente di villa è venuto, e non si cura che lo sappia suo padre, e tanto è la rabbia di quel vecchio, che io credo lo direderà, s’ei sa che sia venuto, e a che fare, perchè nè maggior misero, nè maggior ipocrito fu mai, e non vuol che Tiberio guardi non che tocchi una donna, e lui d’un santo vantaggio oltre a questo gli ha impegnato sè e gli amici suoi, per far venticinque scudi; e più oltre, n’ha promesso venticinque altri a venti ore, cosa che s’ei non gli ruba, non lo può osservare in alcun modo, e parli di aver pensato ad ogni cosa, quando dice ch’io vi pensi; ma se non fusse Erminio, che mi ha comandato ch’io serva Tiberio, come lui proprio, io entrerei a punto in questo labirinto; per Dio, la cosa torna bene: le fatiche e le brighe tocchino a me, e i piaceri a loro; ma ecco di qua Erminio, che mi ha a fare un cappello, perch’io non ho fatta la sua ambasciata: dirò di averla fatta, e le risposte son tutte ad un modo, che sta bene, e che si raccomanda a lui; ma ei vien parlando; voglio intendere quel ch’ei dice.
ERMINIO giovane, LUCIDO servo
ERMINIO
Che peggior cosa mi poteva egli intervenire, sorte crudele! non credo ch’egli accada in cento anni ad uno, che alla prima volta ingravidi una donna.
LUCIDO Forse che parla o pensa mai ad altro.
ERMINIO Ma quel che più m’affligge è, ch’io mi dubito che per il gran dolor della vergogna la si faccia qualche male; oh Dio, tu solo puoi fare, ch’ella lo faccia secretamente.
LUCIDO Dio non ha altra faccenda, che far la guardadonna alla Fiammetta.
ERMINIO Almanco non gli voless’io tanto bene, e pur quando io potessi non gliene volere, gliene vorrei in ogni modo; quel dì, ch’io non ho nuove di lei, viver non posso, e ancora Lucido non è venuto, ed è due ore ch’io lo mandai.
LUCIDO Quanto più sto, peggio è; chè le bugie od ora o poi gli ho a dire; buon dì, padrone.
ERMINIO Tu mi tratti sempre a questo modo; quell’ambasciate, che tu sai ch’io desidero di saper prima che le altre, tu indugi a farmele saper più che tutte l’altre.
LUCIDO Voi sapete pur come son fatte; innanzi ch’elle compariscano alla ruota, e che abbian finita la risposta, gli è sera; di poi vostro padre, Tiberio, e il Ruffo al ritornare, m’hanno tenuto qui a bada tre ore.
ERMINIO Tuttavia hai ragione tu, ed io il torto; ma indugia un poco più a dirmi com’ella sta.
LUCIDO Io ve lo farò dir a Tiberio, quanto noi siam stati a combatter col Ruffo.
ERMINIO Dimmi, in malora, com’ella sta.
LUCIDO E che! ad un modo.
ERMINIO Non t’ha ella detto, che tu mi dica cosa alcuna?
LUCIDO Si raccomanda a voi.
ERMINIO E non altro?
LUCIDO Non altro.
ERMINIO Come sta ella, di mala voglia?
LUCIDO Al solito.
ERMINIO Queste sono molto asciutte risposte.
LUCIDO Io ve le do, come l’ha date a me.
ERMINIO Disset’ella, ch’io l’andassi a vedere?
LUCIDO Ella non m’ha detto altro.
ERMINIO Oh Dio, la poverina debb’esser fuor di sè.
LUCIDO Fuor di te sei tu.
ERMINIO Ch’ho io a far, Lucido?
LUCIDO Adesso avete a desinare, e poi penseremo a quel che s’ha da fare; io vi ricordo, che il darsi tanto dispiacere delle cose, non serve ad altro che a farci male.
ERMINIO Io non posso fare altro: tu hai bel dir tu, che non ci hai passion nissuna.
LUCIDO Dunque credete voi, che le vostre passioni non sieno passione ancora a me; io vi giuro, che tutta questa notte non ho mai dormito per pensare a qualche via che vi liberi da tanta molestia, e vi contenti, e ancora non mi dispero di poter trovar qualche cosa di buono.
ERMINIO Dio il volesse.
LUCIDO Andiamo a desinare, che Tiberio vi aspetta.
ERMINIO E dov’è Tiberio?
LUCIDO Là dentro con la sua bracciata, e fate conto, che adesso sono ai ferri.
ERMINIO Oh infelice me: lui che non ha comodità nissuna, e ch’ha un padre sì ritroso, senza danari, senza pratiche, si gode i suoi amori, e a me, ch’ho tutte queste cose, e ogni uom propizio, mi mancano, con la speranza insieme di averli più a godere.
LUCIDO Lassatela adesso passare, e desinate in pace; poi penseremo a qualche cosa; voi sapete che la fortuna aiuta i giovani.
ERMINIO Tu hai una gran cura, che questo desinar non si freddi; per l’amor di Dio, va e ordina; io son qui innanzi all’uscio; chiamami.
LUCIDO Questo importa un po’ più.
ERMINIO Io vo meco medesimo spesso pensando, che nell’amor sia di queste due più infelice condizione, o l’amor senza esser amato, o amando, ed essendo amato, e desiderando una medesima cosa, esser proibito da muri, da ferri, e porte, e guardie; com’io provo con la Fiammetta mia, la qual so che non ha altro desiderio, che ritrovarsi meco; e al fine io mi risolvo, che la mia è più infelice sorte; perchè, nonostante che ci sia il contento di saper d’esser amato da chi io amo, egli è tanto il dispiacere, quando io considero, che fra lei e me non è altro che ci proibisca i nostri desideri, che tanto di ferro, ch’io resto morto, e vommi assimigliando a Tantalo, il qual stando in continua sete, con i labbri tocca un rivo di acqua fresca, nè perciò ne mandò mai giù una goccia, e così stando io in continuo desiderio di ritrovarmi con Fiammetta mia, me gli accosto tanto, ch’ogni po’ più sarei contento, nè perciò toccar nè baciar la posso. Oh almanco fosse stata la comparazione simile in tutto, che così come Tantalo mai l’acqua ha gustato, io mai lei avessi gustata, che adesso avrei molto minor dispiacere! Vedi a quel ch’io son condotto! a desiderare di non aver fatto quel che desiderai far pria più che di vivere, non per levar in tutto, ma per scemar il mio dolore.
LUCIDO Venite a veder, Erminio, se volete ridere.
ERMINIO Che cosa mi farà ridere? bisogna ben che sia da ridere.
LUCIDO Tiberio e Livia, che stanno nel letto, e fanno le maggior bravate, che voi sentissi mai; lui vuole ammazzar suo padre, se torna di villa; lei il Ruffo, come verrà per il resto dei denari; e così infuriati dicon le più belle cose del mondo, ma vi prometto, che si furieranno, se fanno a questo modo; ma venite dentro, ch’ogni cosa è in ordine.
ERMINIO Se sono in letto non si voglion ei levare?
LUCIDO Voglion desinar, cenar e dormir lì.
ERMINIO E lor savi. |
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