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| Lorenzino de' Medici Aridosio IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO QUARTO
ERMINIO, CESARE
ERMINIO Dove diavolo stavi tu, ch’e’ non ti vedde?
CESARE In luogo ch’io vedeva lui, ed ei non vedeva me, e guardossi attorno più di cento volte.
ERMINIO Oh che bella festa!
CESARE Bellissima per me.
ERMINIO Certo, che tu hai avuto una gran ventura, non perchè abbia guadagnato due mila ducati, che volendo far l’ufficio dell’uom da bene, sei tenuto a restituirli, ma dico, che non ti poteva accadere cosa più opportuna a farti conseguire il tuo desiderio di aver Cassandra di questa e in questo modo; perchè s’ei sapesse che tu avessi i suoi denari, non si queterebbe mai fino a tanto che non gli riavesse, dove che a questo modo lo farem consentir a tutti quelli accordi che vorrem noi rivolendoli.
CESARE E’ non lo sa altro che Marcantonio, Lucido e tu; però avvertiscili che tacciano.
ERMINIO Lo farò, ed ecco appunto di qua mio padre: lassaci di grazia un poco soli.
CESARE Così farò; intanto andrò a riveder quei denari che non son riposti a mio modo; addio.
MARCANTONIO, ERMINIO
MARCANTONIO Erminio mi disse di esser qui.
ERMINIO V’ho ubbidito, padre mio.
MARCANTONIO Oh bene hai fatto!
ERMINIO Che volete comandarmi?
MARCANTONIO Tu sai che sempre, bench’io potessi comandarti, ti ho pregato, nè adesso voglio cominciare, ma ti voglio avvertire.
ERMINIO Oh Dio voglia che sia cosa ch’io la possa fare, acciò ch’ella non causi in me disubbidienza.
MARCANTONIO Tu ti sei immaginato, credo, quello ch’io ti vo’ dire: in modo parli.
ERMINIO Penso mi vogliate dire della mia monaca.
MARCANTONIO L’hai trovata.
ERMINIO Nella qual cosa conosco, padre mio, di errare grandemente, e dall’altra banda m’avveggo di non poter fare altro: perchè quanto mi era facile sul principio il non commettere questo errore, tanto adesso mi è difficile, anzi impossibile, il rimediarci; in tanti lacci mi trovo essere inviluppato: sì che altra deliberazione non spero, e non voglio che la morte, perchè come poss’io non amar chi mi ama? non desiderar chi mi desidera sopra tutte le cose del mondo? e massimamente non essendo donna al mondo, nè mai, credo, ne sarà che con lei di bellezza e di gentilezza si possa paragonare: però, padre mio, vi prego che non vogliate opporvi alle mie ardenti fiamme, le quali è impossibile, che da altra cosa che dal benefizio del tempo possano essere estinte: in tutte le altre cose i vostri comandamenti, i vostri prieghi mi saranno leggi fermissime; ma in questo, che non è in forza mia l’ubbidirvi, non veggo modo di potervi contentare.
MARCANTONIO Figliuol mio, io ti ho per certo gran compassione, perchè ho provato anch’io che cosa sia l’essere innamorato; niente di manco mi parrebbe di mancare dello offizio del buon padre s’io non ti dicessi il parer mio in questo. Tu sai che non è nessuno, per scellerato ch’ei si sia, al quale non sia odioso l’usare con monache; lasciamo stare il peccato che si commette appresso Iddio che è grandissimo, e dichiamo che non è cosa che dispiaccia più alla maggior parte degli uomini, che quando si vede qua alcuno, che cerca in qualche cosa particolare farsi differente dagli altri: sì che quando tu non l’avessi mai a far per altro, questo doverebbe essere possente a fartene distorre, per non ti provocare lo sdegno di Dio, e degli uomini. Lasso stare ancora, che s’ingiuria chi v’ha le figliuole e le sorelle, e che si ci portano mille pericoli andandovi. Però, figliuol mio, muta questo tuo amore in un più ragionevole, del quale tu possa ottenere il desiderato fine senza tanti pericoli: perchè, grazia di Dio, non è figliuola in Firenze, che i suoi non te la dessero volentieri; disponti adunque a voler tor moglie, e a darmi questo contento, che oramai ne è tempo, e non mi dà noia la dote; mi basta solo che la ti piaccia, e che sia da bene, e a questo modo potrai far contento te e me ad un tempo.
ERMINIO Contento non sarò io mai se non ho Fiammetta mia; vi dico ben che le parole vostre hanno avuto tanta forza in me, che mi fanno pensare a quello ch’io non arei mai pensato, e vi prometto, per quella riverenza ch’io vi porto, di sforzarmi con ogni mio potere di fare in modo che vi contenti, pensando pur di trovare in voi qualche compassione.
MARCANTONIO Se tu pensi di aver bisogno di compassione, io sto fresco.
ERMINIO Volete da me quel ch’io non posso?
MARCANTONIO Nè da te, nè da nessuno voglio l’impossibile; ma prova, prova, figliuol mio, perchè quello che ti parrà strano e dispiacevole sul principio, alla fine grato e piacevole ti sarà, chè questa è la natura delle cose ben fatte; però lasciati consigliare, e pensa ch’io ho più esperienza di te e che solo ti dico questo pel ben ch’io ti voglio.
ERMINIO Io farò quel ch’io potrò.
ARIDOSIO, MARCANTONIO, ERMINIO
ARIDOSIO Oimè!
MARCANTONIO Chi si lamenta?
ARIDOSIO Oimè!
ERMINIO Che diavolo è questo? Aridosio, per Dio, che si rammarica dei due mila ducati!
ARIDOSIO E’ mi mancava questo; oh figliuol del diavolo, nato per farmi morire!
ERMINIO Non dite niente, di grazia, che voi guasteresti il disegno a Cesare.
MARCANTONIO Io lo voglio aiutare in quel ch’io posso.
ARIDOSIO In un medesimo dì ho perduti due mila ducati, e sono stato giuntato d’un rubino da Lucido, uccellato e svergognato; sì che altro non mi resta che morire: oh sorte, tu sei pur troppo crudele quando ti deliberi di far male ad uno! io non ho giammai offeso altro che me stesso.
ERMINIO E’ si è avvisto della burla degli spiriti.
MARCANTONIO Oh infatti fu troppo crudele.
ERMINIO E’ non si poteva far altro.
ARIDOSIO Quanto era meglio in sul principio lasciare andare ogni cosa, e se voleva spendere, giocare, tener femmine, lasciar fare in malora: perchè in ogni modo le fa, e io mi tribulo, e ammazzo per cercar di lui, e rimediare ai suoi scandali; e ho perduto il mio tesoro, senza il quale non mi dà più l’animo di vivere.
MARCANTONIO E’ mi rincresce di lui; lo voglio un po’ consolare.
ERMINIO Ricordatevi che non gli avete a dir niente dei denari.
MARCANTONIO Non dubitare; che hai tu che ti lamenti? ecci nulla di nuovo?
ARIDOSIO E che non ho io di male? A raccoglierne quanti ne sono al mondo, tutti sono in me.
MARCANTONIO In verità che mi duole, e dei denari, e dei modi che tien Tiberio, poi che dispiacciono a te; ma a dire il vero, non sono sempre sconvenienti all’età sua.
ARIDOSIO Tu hai sempre mai detto così, e sei stato causa di molti disordini, ch’egli ha fatti.
MARCANTONIO Oh non mi dir villanie, che io non ti parlerò più.
ARIDOSIO Tu e Erminio ne siete stati causa.
ERMINIO Buon per lui se si fusse consigliato meco.
ARIDOSIO Ma faccia egli, s’io ritrovo i miei denari, gli lascerò tanto la briglia in sul collo, che gli putirà.
MARCANTONIO Il caso è a trovargli; tu fusti pazzo a metter due mila ducati in una fogna.
ARIDOSIO Ognuno è savio dopo il fatto, da me infuori, che son sempre pazzo, sempre sto malcontento, e duro fatica e stento pel maggior nemico ch’io abbia al mondo; che patisco fin a Lucido mi venga a sbeffare e darmi ad intendere, che la casa mia è spiritata, e così farmi tenere uno sciocco per tutto Firenze, fin a cavarmi l’anel di dito.
MARCANTONIO Di questo do io il torto a te, che sii stato sì semplice, che l’abbia creduto: e se egli avea bisogno di venticinque ducati e tu non glieli volevi dare, come aveva egli a fare?
ARIDOSIO Venticinque ducati? io non voglio ch’egli abbia un soldo: della roba mia ne voglio esser padron io fin ch’io vivo; poi quando morrò, la lascerò ad un altro.
ERMINIO Egli avrà pur quelli a tuo dispetto.
ARIDOSIO Ma infine, quand’io m’arricordo de’ miei denari, io esco di cervello; e per la pena non posso star ritto. Io voglio ora andare a farli bandire, ben che questi mi paiono pan caldi.
MARCANTONIO Va via, non perder tempo.
ARIDOSIO Poi voglio andare in casa, e pianger tanto, che a Dio e al diavolo ne venga compassione.
MARCANTONIO Oh cotesta è la via!
ERMINIO Vedeste mai la maggior bestia?
MARCANTONIO Eh, elle son cose da far disperare ognuno.
ERMINIO Oh Dio! ebbi pur la gran sorte, quando vi venne voglia di tormi per figliuolo, e a lui di darmivi!
MARCANTONIO Che fanciulla è quella, di che è innamorato Tiberio?
ERMINIO È una fanciulla che ha modi e aspetto di nobile: e colui, che glie l’ha venduta, deve avere certissimi indizi ch’ella è nobilissima di Tortona, e per padre e per madre; a’ quali per le guerre di Milano fu rubata, e da un fante fu a costui venduta di età di sei anni; e da quel tempo in qua, l’ha tenuta sempre in monastero, in fin che n’è venuto tanto voglia a Tiberio che ha bisognato glie ne dia 50 ducati: e pur oggi è venuto un servidore, che dice messer Alfonso, quello che pensano che sia suo padre, essere addietro. Forse sarà qui stasera o domattina, con animo, che se la sua figliuola si ritrova come egli presume per lo indizio, di ricomprarla ogni gran pregio, e rimenarsela a casa, in modo che quel Ruffo che l’avea, si morde le mani, parendoli in poco tempo aver perduta una gran ventura.
MARCANTONIO Orsù basta: io voglio essere fin in piazza.
ERMINIO Se volete nulla verrò anch’io.
MARCANTONIO No, no, resta pur a tua comodità, e pensa di far quello ti ho detto, se hai caro tenermi contento.
ERMINIO Mio padre; io v’ho promesso di far quel ch’io potrò. O mia mala sorte, non era assai il dolore, ch’io ho, che ad ogni ora temo, che non partorisca, senza aggiugnermi quest’altro! Oimè! l’amore e l’affetto mi lacerano con tanto dolore che appena lo posso sopportare.
Mona PASQUINA, ERMINIO
PASQUINA Io vedo là il mio padrone che ha la febbre calda.
ERMINIO Oh Dio aiutaci!
PASQUINA Basterebbe, se fusse innamorato di me.
ERMINIO Oimè, io sono udito.
PASQUINA Io ti farei camminar cento miglia per ora, alla fè.
ERMINIO Oh l’è quella pazza di nona Pasquina: che bisbigli tu?
PASQUINA Dico ch’io trattava meglio i miei innamorati, che non fa la Fiammetta voi.
ERMINIO Guarda chi vuol metter bocca nella Fiammetta mia? E chi fu innamorato di te, se non fu il boia?
PASQUINA Qual boia? fate conto ch’io non ho quella cosa come l’altre?
ERMINIO Ma che fai tu qui a quest’ora?
PASQUINA Dove mi avevi voi mandata?
ERMINIO Tu sei già stata a casa mona Costanza.
PASQUINA Che vi credete? Si trovano poche mone Pasquine.
ERMINIO E massime belle come te.
PASQUINA S’io non son bella, mio danno; oh voi m’avete stracca! sempre mai mi state a dir mille ingiurie.
ERMINIO Dov’è la lettera?
PASQUINA Toglietela.
ERMINIO Portala adesso alla Priora, poi va alla maestra della Fiammetta, e dille che se la Priora è contenta, ti mandi subito a me, e io manderò chi la porti.
PASQUINA Che porti chi?
ERMINIO Di’ a questo modo, ella ti intenderà bene; diavolo, che tu non tenga a mente!
PASQUINA Io tengo benissimo.
ERMINIO Basta, va via, cammina.
PASQUINA Uh, signore.
ERMINIO Aspetta; io vo’ che tu porti un’altra cosa. Paulino, eh Paulino; non odi sciagurato? o là!
PAULINO, ERMINIO PASQUINA
PAULINO Signore.
ERMINIO Sempre vuoi ch’io t’abbia a chiamar cento volte; è gran cosa questa. Va, trova quattro fiaschi di trebbiano, e portateli fra voi due alla Fiammetta.
PAULINO Signor sl.
ERMINIO Andate presto, ch’io desidero la risposta, che importa assai.
PAULINO Bè, io anderò pur adagio, ch’io ho trottato tutto il dì.
ERMINIO Io v’aspetto in casa.
PASQUINA Oimè, l’è pur una mala cosa l’esser serva; or ch’io sono stanca morta, mi convien andare a Santa Susanna, e poi forse ci arò a ritornare, e così fo ogni giorno. Al manco si facesse egli la festa di San Saturno, come si faceva al tempo antico, che concedeva, che per otto dì le serve e i servidori diventavano padroni, e essi servi e servidori; a me toccherebbe ad esser mona Lucrezia, e vorrei star quegli otto dì sempre nel letto con qualche mio innamorato.
PAULINO Mona Pasquina, togliete questi fiaschi.
PASQUINA Non hai tu le mani?
PAULINO E i piedi ho.
PASQUINA Potrai tu adunque andare a portargli, che io ho altro da fare; non ti disse il padrone che gli portassi tu?
PAULINO Madonna no, ma che li portassimo fra noi due.
PASQUINA Io ti so dire che tu sei cima: orsù, portane tre e io ne porterò uno, chè son vecchia.
PAULINO E’ non ne sarà altro: io gli ho portati fin qui; portategli fin là voi, e così fra noi due gli avrem portati.
PASQUINA Alla croce di Dio, che se tu non gli porti, io ti farò dar delle staffilate, e dirò che tu non gli abbia volsuti portare per andar a giuocare.
PAULINO E io dirò quel che voi mi faceste l’altra notte, quando dormii con voi.
PASQUINA E che ti feci, ladroncello?
PAULINO Che mi toccavate voi?
PASQUINA Levatimi dinanzi, sciagurato, che postù arrabbiare!
PAULINO Oh porta i fiaschi da te, scanfarda.
PASQUINA Va poi, e fidati di questi morbetti: e’ ridicono ogni cosa: io m’era messa bene, ti so dire: e pur bisogna qualche volta trastullarsi; ma lasciami andare a portar queste cose, che son badata pur troppo, innanzi che questi, che vengono di qua, che paiono smarriti, mi dimandin la strada, e mi tengano anche un pezzo a parole.
Messer ALFONSO, BRIGA servo
ALFONSO Io poteva fare senza mandarti innanzi, poi che tu hai bisogno di guida; come si chiama la strada dove sta?
BRIGA Non lo so.
ALFONSO Ed egli come ha nome?
BRIGA Non me ne ricordo.
ALFONSO Tu sei benissimo informato adunque.
BRIGA Io gli ho parlato, e sono stato in casa sua. Ma Firenze non è fatta come Tortona; che come io volto una strada son bell’è smarrito.
ALFONSO Tu hai pur parlato a quella, che dicono esser la mia figliuola.
BRIGA Holle parlato: e dicono che è dessa al certo: e di questo state sicuro.
ALFONSO Ha’la tu vista?
BRIGA Io non l’ho vista, ma colui mi ha dati i segni: e dice che sempre è chiamata Livia, che è bianca, ha gli occhi neri, e belle carni, e quel contrassegno della margine appresso l’occhio, che non può fallire; oltre di questo dice, che mai non ricorda altri, che messer Alfonso.
ALFONSO O Dio! questa è una gran grazia. E affermotti d’averla sempre tenuta in un monastero?
BRIGA Dice che non l’ha quasi mai vista, ma mi parve mal contento.
ALFONSO Deve aver paura, ch’io non lo paghi a suo modo: ma s’io gli dovessi dar mezzo lo stato mio, lo vo’ soddisfare, s’io ritrovo esser vero, che l’abbia tenuta nel modo che dice: or va presto, e vedi se tu ’l trovi, chè mi par mill’anni di vederla e abbracciarla.
BRIGA Aspettatemi, ch’io tornerò a voi, s’io non mi smarrisco.
ALFONSO Se Dio mi dà grazia, ch’io ritrovi la mia unica figiuola che abbia salvo l’onore, siccome la persona, mi reputo felice. Difficil cosa mi pare, che essendo già di quindici anni, e in man di persone, che fan più conto del guadagno che d’altra cosa, l’abbiamo volsuta mantenere tanto vergine. Dall’altro canto, s’ell’è stata in un monastero, come si dice, e’ saria facile, che da donna da bene si fosse allevata, e così mantenuta; ma in qualunque modo si sia, io rendo grazie a Dio, che sì lungo tempo se l’abbia preservata fuor di casa sua, perchè io abbia aver questo contento in ricompensa del dolore, ch’io ebbi quando la mi fu tolta di braccio.
BRIGA Signore, io ho ritrovata la casa, ed è qui presso.
ALFONSO È un miracolo. Ed egli è in casa?
BRIGA È là che v’aspetta. Andiamo.
Mona PASQUINA e MARCANTONIO
PASQUINA Io voglio lasciar andar via coloro, che Erminio impazzerà dell’allegrezza di aver avuto un sì bel figliuolo. Dicono le monache che l’avrà per male; io non l’intendo questa cosa; gli domanderò pur la camicia per la buona nuova. Oh! gli è d’una monaca; e’ si sia: io credo ch’elle mi dicono a quel modo per invidia, e fanno un rumore, un cicalìo per quel monastero, che paiono uno sciamo di pecchie: ma che indugio io di andare a dirlo ad Erminio? Oh ecco di qua Marcantonio: non so s’io mi glielo dica.
MARCANTONIO Quella mi par mona Pasquina.
PASQUINA Ma elle mi dissono ch’io non lo dicessi se non ad Erminio.
MARCANTONIO Mona Pasquina.
PASQUINA Che farò? A saper l’ha.
MARCANTONIO Siete sorda?
PASQUINA Oh io vel dirò poi.
MARCANTONIO Che mi dirai
PASQUINA Che Erminio......
MARCANTONIO Che ha fatto Erminio?
PASQUINA Un figliuolo....
MARCANTONIO E di chi?
PASQUINA Della sua monaca.
MARCANTONIO Sia col malanno che Dio li dia: son belle cose queste.
PASQUINA Oh Marcantonio, perdonatemi, elle m’avevano detto ch’io non dicessi nulla.
MARCANTONIO Orsù, vattene in casa, cicalaccia, e fa che tu non parli con persona.
PASQUINA Oh! ad Erminio!
MARCANTONIO A lui manco.
PASQUINA Bisogna pur che provegga la balia e l’altre cose.
MARCANTONIO Provvederò ben io a quel che occorre.
PASQUINA Se mi vede, bisogna pur ch’io gli dica qualche cosa.
MARCANTONIO Non ti lasciar vedere.
PASQUINA Oh vedi ch’io non gli potrò dimandar la mancia.
MARCANTONIO Oh Erminio, tu mi potevi pur dir ch’ella fusse gravida, e non vituperare te e il monastero. Orsù, ai rimedj; io sarei stato troppo felice, s’io non avessi avuta questa briga, ma bisogna pensare che i giovani facciano talora dei disordini. Io voglio andar qua in chiesa a parlar con la Priora, e intenderò i particolari della cosa, per poter pigliare poi que’ modj che migliori parranno.
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