PARTE
PRIMA
I
S’INCOMINCIA DA UN MORTO
Oltre la porta e un corridoio
lungo, stretto, montante e ammattonato si riusciva in un cortile lastricato a
pietre ineguali, largo due volte e mezzo il fazzoletto disteso del mio rettore
di seminario, dove, già da due mesi, aveva lasciata la soprana per venire a
Milano in cerca d’un impiego comechessia. Al di là del cortile, che diremo
nobile, segue un androne quasi buio, sotto il quale si inerpica la scaletta, e
più in là ancora un altro cortile rustico, ripostiglio delle tinozze, delle
scale, dei pennelli e delle scope del signor Pietro Manganelli, imbiancatore,
che mette in opera anche campanelli. Cinque o sei mani nere, dipinte sul muro a
breve distanza l’una dall’altra, coll’indice teso, conducono diritte nelle
braccia del signor Pietro, meno una più irregolare, che a rigor di termini
manderebbe nella vasca della tromba.
Un bel faccione di sasso,
colle ganascie gonfie e gli occhi spiritati, fra un grottesco di tufo e di
alghe dipinte in mattone, è la fisionomia della tromba, che Doro, il guattero
dell’osteria vicina, dimena da mattina a notte con quella voglia stracca di chi
casca dal sonno; fischia il manico, zufola Doro e la musica è fatta.
Dietro i vetri, profondamente
affumicati, d’una finestra a pian terreno, si vede e non si vede una figura
bianca, con una aureola piatta sul capo, il cuoco insomma dell’osteria, il
quale ammannisce seriamente le gastriche a’ suoi avventori, e va freddamente
impiccando il suo amabile Doro, quando il ragazzotto ciondola sul manico della
tromba, o sprofonda tra i mucchi di carbone sul solaio. Se qualche curioso,
passando di là, si ferma a spiare un minuto fra i vetri, il signor Placido,
uomo di poche parole e geloso de’ suoi segreti, gli fa dietro i vetri una
grinta di ranocchio e alzando due dita in [76] foggia di un
V maiuscolo, pare che offra all’indiscreto un occhialino inglese.
Le pareti alte tre piani,
sormontate da un’altana di legno, traforate da tante finestre, che le griglie
dell’una entrano quasi nell’altra, serrano quel largo da quattro lati; tutto ha
un colore d’acqua piovana; serpeggiano qua e là delle striscie di calce più
fresca, come immense allumacature; negli spigoli salgono molte ragnatele
ordinate a guisa di scansie; per terra è un pattume di calce dispersa, di gusci
di fagiuoli, di penne di gallina, di zampe d’oca, di gorguzzoli, e di tutto
quel po’ di grazia, che vi lasciano i piedi e gli scialacquamenti di Doro, il
quale, tutto il dì o quasi, vi lava bottiglie, stracci rossi di salsa,
insalate, gambe di porco e al sabato le sue calze.
L’odore dell’aglio, del burro
e dell’olio cotto, misto a quello delle miscele coloranti, dei rimasugli
rancidi e Dio sa di che altra cosa, fanno colare laggiù un’aria tiepida e
morta, che fa rancido alla gola.
Al primo piano, oltre il
signor Manganelli, abita la Rosa stiratrice; al secondo una lavamacchie e una
brava persona, che ha bottega altrove e che occupa le sue serate e i giorni
festivi nel perfezionare e nel montare trappole ai topi; al terzo la famiglia
Tanelli, la quale ha voluto che il secondo uscio a destra fosse tutto per me,
perché il signor ragioniere (mi chiamano così) potesse andare e venire in santa
libertà. Quei dell’osteria si servono di una scala interna.
Un giorno – eravamo in
gennaio – le persone di casa, sul mezzodì, erano radunate parte nel cortile,
altre guardavano dalle finestre, e anche il signor Placido si faceva di quando
in quando sull’uscio della cucina, senza lasciare di levar le calze a un
pollastro.
Nel mezzo, sopra un
mucchio di neve pesta, ultimo e interminabile avanzo di una fioccata di
Sant’Ambrogio, stava una specie di barella; rasente al muro si vedevano alcune
torcie poste in fila, e una più grossa appoggiata a una sedia di legno, dove
posava anche un libro sottile, legato in pelle nera con una testa da morto
dorata nel mezzo, a traverso un asperges d’argento. Il prete era salito
nella mia camera per la curiosità di vedere il morto, avendogli la signora
Brigida, mia padrona, raccontate non so quali stravaganze.
Il cameriere dell’osteria,
giovinetto con una faccia di pomice, due occhi di pulce, e una zazzera
sparpagliata, come un ombrello, andava sferzando con un tovagliolo profilato in
rosso le gambe di Doro, perché gli aveva rubato uno zigaro, che aveva alla sua
volta il torto d’esser rubato. Poi alzava gli occhi alla finestra della Rosa e
faceva: – Pst, se fosse lei la morta, la mi vedrebbe piangere, oh sì! oh sì!
uh! uh! – Il ragazzo si asciugava gli occhi col tovagliolo.
[77] Doro a quella scempiaggine gli dava un
golino colle sue ditacce grommose e i due amici si arrabattavano sommessamente,
finché una voce ringhiosa brontolò:
– Rispetto ai morti, marmaglia.
Il signor Placido nel dir
queste parole strappava la lingua al suo pollastro, che teneva sotto il braccio
come un cappello di lusso.
Alcuni fanciulli intanto
guardavano ansiosamente su per la scaletta, che risonava di un peso strascicato
a intervalli, secondo il voltare e il rivoltare dei pianerottoli. La giornata
era secca, freddina, e uno spicchio di sole riverberava sopra una finestra del
terzo piano, dove una vecchierella, in una bella cuffia di grisetto, appoggiate
le mani al davanzale, come per sorreggersi, guardava ora il cielo, ora la
barella, procurando trovare per sé una buona riflessione; le avevano detto che
il morto non toccava i ventiquattro anni e, sebbene non conoscesse il Lucini,
piangeva di compassione.
Gli operai del signor
Manganelli si radunarono in crocchio, qualcuno in ciabatte, con la colazione in
mano, e chiacchierando a bocca piena, domandavano dei ragguagli alla signora
Medaglia, la lavamacchie; tra gli altri un bassotto, con un berretto di carta e
una blusa di rigatino, diceva, sputando briciole, che il morto era un balordo, perché a pagare e morire c’è sempre tempo, n’è vero?
Il Manganelli domandava alla Rosa in un angolo del
pianerottolo, se il morto era quel giovinetto serio, coll’aria di prete, che
viveva a dozzina presso i Tanelli; ma, vedendomi passare in quel mentre, mi
ficcò gli occhi addosso, mortificato del torto, che mi aveva fatto, e forse
sorpreso nello scoprire in me qualche cosa di insolito, che non sapeva ben
definire, qualche cosa che non era tutta mia. Anche la signora Medaglia, che
parlava di me e del povero Lucini, al mio sopraggiungere troncò il discorso
repentinamente e mi tenne l’occhio addosso, non persuasa del tutto sul mio
conto.
La signora Brigida, il signor
Gaspare suo marito, e la figliuola, per farmi piacere, s’erano offerti di
accompagnare; il povero Lucini, il quale, non avendo a Milano né figliuolo né cagnuolo, avrebbe dovuto andare tutto solo fino al cimitero. La
signora vestiva un abito di seta, un po’ corto davanti, talché gli scappavano
di sotto le scarpe, e il signor Gaspare, sotto un cappello a cilindro di
vecchio pelo, sempre però degno d’un morto, andava stropicciandosi le mani
contro il freddo e adocchiando la torcia più grossa.
Quattro donnicciuole, secche,
unghiute, linguacciute, irrequiete, imbacuccate in scialli di nessun colore,
vestite di gonne floscie e sbrendolate, parlando tutte insieme, assordavano la
signora Brigida per ottenere un’elemosina e il permesso di pregare per la
povera [78] anima. La credevano una parente e per
paura che scappasse, l’afferrarono per il vestito, per le braccia, le
strapparono di mano il libro di divozione e per poco anche gli occhiali, che
s’era messi per cercarmi. Mi chiamò e quelle quattro streghe mi serrarono in
mezzo.
– O signor padrone, diremo un rosario alla salute eterna di suo
fratello.
– Non è mio fratello – rispondeva colle buone.
– Se è un parente, il bene fatto ai parenti è restituito da Dio.
– Non è mio parente, e non c’entro, benedette da Dio.
– Ella è un bel giovine – insistevano parlando tutte insieme – e non
può essere cattivo. – Non è bene soltanto quello che si fa in Chiesa. – Sono
una povera vedova. – Dirò una bella Avemaria alla madonna di San Celso per lei,
per la sua mamma, e per la sua amorosa.
– Il defunto ha stabilito una piccola somma pe’ suoi funerali, è un
forestiero e...
– Perché tante candele inutili? – ripigliava l’una.
– Taci, martora; non sparlar dei morti: il signore è tanto buono. o
volentierilicazioni d'diali e riconoscenti,
er far circolare il materiale
fra studiosi e appassionati.– Un soldo, due soldi appena. – Sono tre
giorni che non bevo un brodo, e con questo freddo... misericordia, non sente? –
Il poveretto avrà qualche venialità e non fa mai danno un piccolo suffragio...
Qui cominciarono a palparmi,
a istigarmi, a nicchiarmi coi loro occhietti grigi e bianchi e con tutte quelle
seduzioni, che tradivano un’arte appresa e dimenticata da un pezzo, tanto che,
per salvarmi, frugai in tasca, presi a caso un pugno di soldi, e li lasciai
cadere in una mano, la prima, la più lunga, la più gialla. La pia donnicciuola
strinse, e correndo col passo d’un coniglio, scivolò dalle branche delle altre,
facendosi il segno di croce col pugno chiuso, e sparì. Le altre la seguirono un
po’, ma visto che era fiato perso, ritornarono più baldanzose contro di me, con
una ragione di più di pretendere la loro parte.
– Ce n’è per tutte, seguitela – dissi schermendomi.
– È una malandrina, una carcassa, che non sa nemmeno il requiem; fa
sempre così, se li beve e deruba le vere bisognose. – E a me? e a me? e a me?
– Basta, basta – strillai, turandomi le orecchie e rifugiandomi fra
gli operai, che godevano un mondo a quella commedia; il bassotto, tocco sul
cuore della mia disperazione, diè di piglio, o fece finta di imbrandire un
pennellaccio, di modo che le maliarde si restrinsero in un angolo a cospettare
fra i denti, e a lacerarsi fra loro. Mi fu possibile però carpire anche questo
suffragio: – Eh già! [79] costui dev’essere un arnesaccio, morto
disfatto nelle braccia di qualche ballerina: il diavolo ne avrà di migliori.
La cassa, in cui era chiuso
il povero Lucini, spuntò dagli ultimi gradini della scaletta, e si fece un gran
silenzio; comunque sia, un morto mette sempre suggezione.
Furono accese le quattro
candele e i necrofori collocarono il feretro sopra la barella e lo coprirono
d’un panno nero orlato di giallo, mentre il prete, girandogli intorno,
brontolava un’orazione, che fingeva leggere sul libro, ma che sapeva a memoria.
Il chierichetto, attento alle donnicciuole, s’incantò, e quando si fu al
benedire, il prete dovette toccarlo sotto il naso coll’asperges per
farlo voltar di qua. Nella piazza, innanzi alla porta, dove attendeva la
carrozza funebre, s’era raccolto un crocchio di curiosi; molti domandavano, ma
nessuno sapeva dir nulla di certo sul morto; i necrofori, con un cerimoniale
alquanto soldatesco, si presero il feretro sulle spalle e a passo di marcia
entrarono nei corridoio, che rimbombò; la gente si raccolse di dietro, come le
increspature dell’acqua dopo una barca che passa; un uomo, tutto rattoppato e
coperto di pagliuzze, zoppicando, si fece sotto alla candela del signor
Gaspare, per raccogliere in un cappello di carta la cera, che sbrodettava forse
troppo, con fastidio del padrone, il quale andava pesandola mentalmente e
calcolando quel che ne darebbe il droghiere.
Sulla porta, il prete si
accostò alla signora Brigida e le susurrò: – Non hanno fatto rapporto alla
polizia?
– Non ha voluto parlare, ad ogni costo – rispose la donna,
tentennando il capo.
La carrozza si mosse verso la
chiesa e il rattoppato, tentennando sulle gambe, si accostò alla signora
Brigida, che teneva la candela più storta, e intonò con voce di ubriaco: – Ai
Maria, grazia plena, nos tecum tiesus...
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