III
MISTERI
Alle prime domande, che gli
mossi con tanta paura, come si può pensare, Lucini rispose solamente con
singhiozzi strozzati, abbandonando la testa morta sul guanciale; quantunque i
suoi vestiti portassero segni di violenza, non mi accorsi che egli fosse
ferito, se non che cercava farmi capire che l’avevano picchiato brutalmente al
petto. Chiamai la signora Brigida, suo marito e Gioconda, la figliuola, che
accorsero colle mani in mano, invocando i trecentosessantacinque santi
dell’anno, benché li pregassi, senza saperne altro, che non mettessero i vicini
a soqquadro, gente benedetta che di per sé ne sa sempre una più di noi.
Mandai il signor Gaspare alla
vicina farmacia e ritornò poco dopo, menandosi dietro un vecchiotto peloso,
dolce come una stregghia, che cominciò a maltrattare e a rimbrottare
l’ammalato, perché non si fosse posto a letto subito; poi si rivolse a noi per
sapere il fatto e ad ogni mia parola mi lanciava occhiate di disprezzo,
interrompendomi con esclamazioni secche, che volevano dire: Belle chiacchiere,
ma il caso è serio.
Quando il povero Lucini potè
riavere un po’ di fiato, cominciò a narrare d’essere stato assalito nella via
delle Tanaglie da due persone a lui ignote, le quali, dopo averlo percosso a
quel modo sullo stomaco, con sacchetti di sabbia o di sale, se n’erano andate,
rubandogli soltanto uno straccio di portafogli con poche lire, ma non
l’orologio, non un anello prezioso, che aveva in dito.
– Dunque non erano ladri! – gridò il dottore, voltandosi
rabbiosamente di nuovo contro di noi, che per vero dire, non avevamo sospettato
male del prossimo.
La signora Brigida, che si
vide presa di mira, levò gli occhi sul suo sarto e sopra di me, con tanta
meraviglia che i suoi occhiali parevano ingranditi.
– Come si chiama questo signore? – riprese il dottore coll’aria di
chi comincia a rabbonirsi.
– Giorgio Lucini – risposi con molta riverenza.
– Che mestiere fa?
– È professore di violino.
– Abita qui?
– Nossignore.
– Come si trova qui?
[83] – Deve
sapere, dottore...
– È una storia lunga e il caso è serio. Faremo un buon rapporto e
per ora lo mettano a letto e non lo si stordisca; torno subito.
Uscì e ritornò in seguito sei
o sette volte con tutti quei rimedi, che la scienza degli altri gli andava
suggerendo; però man mano che l’infermo tirava al peggio, il dottore diventava
contro di lui rabbioso, come se gli giuocasse uno scherzo di cattivo gusto,
finché finì coll’odiarlo, insieme a tutti quegli altri malati, che avevano
avuto la disgrazia di morirgli tra le mani.
Si lasciò vedere anche un
delegato di polizia, mandato dal dottore, persona compitissima, che, udito il
caso, voleva gettar via la testa; domandò, notò, promise una buona inchiesta,
sebbene il Lucini aggiungesse di nuovo soltanto che nel portafogli v’era un
ritratto di donna. Non volle dirne il nome, né spiegarsi di più, onde, a
dispetto di tante buone disposizioni a suo riguardo, dopo quattro giorni morì,
senza sapere a chi dir grazie.
– Ai Maria, grazia piena, nos tecum tiesus – seguitava lungo la strada il rattoppato,
contento di finire il suo mezzo rosario, al quale nessuno, per un certo
rispetto umano, rispondeva. Cogli occhi fermi alla ruota della carrozza, io
andavo rimuginando questi brutti casi, che mi lasciavano in un più brutto
impiccio, come vedrà chi vorrà. Meno preoccupato, il signor Gaspare, dietro la
sua ruota, seguiva con passo alquanto saltellante, quasi scavalcasse delle
fascine, girando gli occhi a destra e a sinistra e accompagnando il moto con
tentennamenti del capo, che pareva dire: Va bene, va bene. La moglie lo
rimproverava d’aver spenta la candela; era un rubare la luce ai defunti e chi
di noi vorrebbe esser seguito con un moccolo morto? Ma, si sa, non tempesta a
danno di tutti e il vecchio faceva il sordo.
Il cavallo nero camminava di
buona gamba, sia per ordini ricevuti, sia per non sciupare il passo solenne dei
funerali di prima classe, mentre la gente di qua e di là passava, si
soffermava, toccava il cappello, o mormorava una riflessione, molti forse
compassionando, altri invidiando, altri pensando a nulla, come se il morire sia
il mestiere dei disoccupati. Giunti nel quartiere di porta Garibaldi, che per
essere più vicino al cimitero ha lo spettacolo continuo dei funerali, divenuto
spesso il viavai, il morto si fermò una volta per dare il passo a un carro di
botti, e una seconda per non essere fiutato dal cavallo di una vettura colle
tendine calate, e un’ultima volta per un battaglione, che attraversava il corso
al suono della Stella confidente seguito dalla baraonda di coloro, che
dimenano volentieri le spalle dietro una banda.
[84] Chi abbia vegliato appena due o tre notti
di fila presso un malato e, senza scostarsi dal letto, se l’abbia veduto
mancare a oncia a oncia fino all’ultimo, quando torna fra la gente, sente in
modo molto confuso di non essere tutto quello di prima; un po’ di noi se ne va,
credo, col morto, e un po’ di lui resta in noi, insieme a quel brivido, che
filtra nelle ossa e a quei cerchi giallognoli, che fluttuano nelle pupille. A
me pareva infatti che tutto quel chiasso, che aveva intorno, venisse con rumore
sordo da un mondo lontano; molto più che un pensiero fisso, peggio d’un chiodo,
non lasciava di tormentarmi. Fra i misteri di quaggiù v’è la donna; Lucini era
stato ucciso per una donna, e non per nulla io vestiva gli abiti del morto.
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