V
UN LUME ALLA FINESTRA
Era una voce carezzevole e
flessuosa, che accompagnata dallo squillo del campanello, ripeteva: – Signor
Lucini.
– Chi è? – domandai, balzando come si fa nel bello della notte,
quando si sente scarpicciare per la camera.
– Sono la Martina.
– Chi? – esclamai a quella desinenza confusa, divenendo pallido
strabuffato, e lo specchio ve lo potrebbe dire.
– Sono Martina, la donna di servizio. Domani, prima di uscire, lasci
la chiave alla portinaia, se vuole che gli rifaccia la camera, se non da cinque
o sei giorni – e tilip e telep non intesi altro che il pettegolezzo delle sue
pianelle.
Addio sonno. Era proprio
necessario che io mi occupassi in qualche faccenda, per non morire attrappito
dal freddo e dalla paura, onde, accesa anche la seconda candela e collocatele
entrambe più presso allo specchio, al lume delle quattro fiamme, cominciai a
ricoprire il letto col suo piumino e col tappeto, poi accostai la greppina di
due passi verso il camino, e cacciai sotto al letto quelle scarpe, che
borbottarono alla loro maniera.
«Se costei domattina non mi
riconosce più e mette in sospetto i vicini, ecco un bell’imbroglio» andava
ripetendo fra me stesso, mentre toglieva dalla cappelliera un bel cappello a
cilindro, nuovo di trinca, e un paio di guanti color burro fresco; trovai anche
un ombrello di seta, che deposi, una cosa presso l’altra, sopra una sedia, come
se il Lucini dovesse ripassare con comodo a prenderle.
Ma il guaio era la cassa,
alla quale non osava tampoco avvicinarmi per quella, non saprei come chiamarla,
riverenza o preoccupazione e che in fondo in fondo deve essere semplice paura e
null’altro; ma finalmente, fattomi coraggio, provai a sollevarla da un lato.
Era tanto lunga e distesa, che colle due braccia aperte non arrivava a
stringerla, e poiché voleva esser tirata per un’orecchia, presa la maniglia,
bel bello, per non svegliare quei di sotto, la strascicai sul pavimento fin
sotto il camino. Quando fui per aprirla, il diavolo, che entra un po’ sempre
nei nostri pensieri, mi richiamò certi casi, letti sui giornali, di gente
imballata morta nella crusca; ma fu la storia di un momento, e di un segno di
croce. Sollevato il coperchio, in modo che poggiasse sulla greppina, cominciai
a cavarne la roba, capo per capo e a disporla come per una fiera un po’ sul [94] divano, un po’ sulla poltrona, sul letto, per terra, sotto
ascella, palpando ogni tasca, agitando ogni manica e ogni gamba, quasi volessi
ritrovarvi dentro il padrone.
Tre belle camicie di lino,
colla petturina ripicchiata a pieghe, molt’altra biancheria, molti solini e
polsini e calzerotti e calzette di filo color carnicino, una gabbanella comune
di fatica, una giubba lunga di panno fino con falde, un paio di borzacchini di
panno bigio con bottoni d’osso bianco, e poi spazzole, saponette, astucci di
farine odorose, fiale d’essenza, uno specchietto, un cannocchiale da teatro,
uno stereoscopio per fotografie, tutto ben ripiegato o collocato con diligenza
quasi femminile, e avvolto in un profumo di mandorlo. Sotto sotto una cartella
di cuoio, serrata a chiavetta, che io, indovinando il morto, deposi pel momento
sulla scrivania.
Anche il violino uscì dal suo
astuccio e raggirandolo per le mani, pensai che avrei fatto bene a comperarmelo
in memoria del maestro, riservando di pagarlo a tempo opportuno alla mia ignota
creditrice, quando avessi il piacere di fare la sua conoscenza. Però volli che
l’istrumento imparasse subito a conoscermi e sedutomi sopra la coda d’un
delfino, che fa sponda al divano, tentai, pensando all’antico Arione, qualche
corda qua e là; ma lo strumento guaiva, temendo che lo scorticassi e solamente
dopo molte prove, trovato il verso, riprodussi abbastanza bene tutta una scala.
Conosceva quella voce. Egli
soleva farlo piangere così, quando se lo teneva tra le braccia o caldo sul
petto, ninnandolo cogli occhi socchiusi, come se addormentasse un suo
fantolino.
. . .
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . .
. . . . .
Doo, mii, sool, sol, fa, mi,
re, doo...
Queste note lunghe tutto
l’arco, si querelavano sotto la volta della camera, chiamavano qualcuno,
scuotevano le fiamme delle candele, facevano rotolare nella cenere scheggie e
scattare scintille, scorrevano come spiriti dentro e sotto a quel mucchio di
pieghe e di roba con tanta evidenza, ch’io guardai nella pancia
dell’istrumento, se mai vi fosse rannicchiata un’anima.
Sentiva crescermi le lagrime
agli occhi, come la notte stessa che l’amico moriva col nome di una donna sulla
bocca.
Nello stereoscopio v’era
appunto una veduta di Venezia, credo di una parte del Canal Grande; a destra e
a sinistra sorgevano molte case e molti palazzi, ornati, bizzarri, con
gradinate, che riuscivano a fior d’acqua, senza dubbio una parte di Venezia
molto cara al defunto. Che Marina abitasse uno di quei palazzi? una, due,
quattro, [95] cinque case a destra, sette a sinistra,
degne tutte di una contessa, un bel ponte sullo sfondo, sotto molte gondole,
più in là un campanile e una cupola fra due comignoli, poi il canale svoltava.
Le finestre sono forse più di sessanta, ma fra tutte una sola farebbe al mio
caso, una che si schiuse certamente molte volte al suono del mio violino,
quando, nel pieno della notte, una gondola nera rasentava i palazzi, e
si spandevano sommessamente le note di una barcarola. Marina riconoscerebbe
quella voce anche nel mezzo del deserto, e se io avessi una gondola...
Abbassai il riverbero dello
stereoscopio e sulle case scese la notte; ma il sole spunta di nuovo a poco a
poco sui palazzi, sui balconi, sulle tende, sui fiori, sui davanzali, sul
ponte, sulla laguna; poi di nuovo ricade la sera. È l’ora dei dolci susurri,
delle care penombre, e Marcello vagola con piacere in quell’aria molle,
giuocherella colle dita, crea, distrugge.
Ma a un tratto mi parve di
vedere un lume brillare in una di quelle finestre; è notte fatta, e un lume
rompe davvero quella tenebra, nera come l’inchiostro; è un lume piccino, ma che
passa per una punta di spillo ed entra e si diffonde teneramente dintorno. La
terza finestra d’un secondo piano (quella che il Lucini amava di più) è, come
dico, punzecchiata da uno spillo, e Marcello, che ha sempre camminato in scarpe
grosse, prova un turbamento inesplicabile.
Per accertarmi esamino la
cartina al rovescio, tocco col dito l’increspamento dello spiraglio, poi la
tolgo via, ripulisco le lenti col fazzoletto, spolvero il cosmorama, porto le
due candele sulla scrivania più bassa e più comoda e sto per tornare sulla
laguna a godermi la festa di quell’illuminazione. Ma chi ha la testa in certi
momenti? la veduta l’ho deposta sconsideratamente qui, là, non so più; fra lo
scompiglio di quel ghetto sparirebbe un bastimento e palpo, e frugo, e guardo,
mi stizzisco, mi darei alle streghe, finché mi vien tra le mani la gabbanella,
e vedo da una tasca spuntare il lembo della cartina. Come ve l’abbia messa non
mi ricordo, però senza guardarla oltre, la ripongo al suo posto, abbasso il
riverbero, e appoggio i gomiti al balaustro della scrivania. Buio a destra,
buio a sinistra, ma il lume, dov’è il lume? nel rovescio tutto è liscio e
solido come il marmo, e Marcello, che rivede sulla sponda del camino il Canal
Grande e i suoi palazzi, sente ora d’aver tra le mani qualche cosa di nuovo e
sotto le carezze di quella magia il cuore trabalza ancor più forte.
Vediamo. A poco a poco la
luce si diffonde; tutto è silenzio intorno a me, come il giorno che il buon Dio
traeva la costola ad Adamo e che il mondo, curioso, stava aspettando la donna.
Marcello, [96] che confusamente se la sente dintorno,
dimentica quasi di vivere, e voi gli potreste levare le calze, senza ch’egli se
ne dia. Marcello ride, soltanto per sé, d’un’ilarità che vien dal cuore alla
gola e va dalla gola al cuore. Eccola.
Una donna quasi viva,
distaccata com’è, in forza delle lenti del suo sfondo ed isolata fra tanta luce
in un’atmosfera bianca. È ritta con la mezza persona, e il resto svanisce in
una sfumatura. Le spalle sottili molto, il braccio destro riposa sul grembo e
ha fra le dita un ventaglio. L’abito quasi nero, con increspature davanti e due
file di bottoni; la vita sottilissima, chiusa stretta nell’abito, che la segue
morbidamente dappertutto, fino all’orlo del collo, donde si rovescia una
grandiglia di pizzo bianco, che ribatte il suo candore sul volto. Mi guarda e
si muove sotto la luce tremolante delle candele; mi ricorda un non so che
d’alabastrino da me veduto non saprei né il dove, né il quando; è modesta, ma
guarda in faccia con franchezza; i capelli, più disfatti che fatti, stretti a
mezzo da un nastro invisibile, scappano di qua e di là in molti ghirigori e
scendono in due treccie sulle spalle.
Il nome di Marina, scritto in
un carattere sottile e quasi vergognoso, appariva ai piedi di un ritratto, dal
quale pareva preso più tardi il secondo, che nei stereoscopi fa di riscontro.
Forse ve n’erano sparsi molti altri, se il Lucini trovava bello il popolare di
quelle imagini l’aria dintorno, e a quella vista io sentii ritornare una
curiosità quasi nervosa di conoscere del tutto una storia, che mi oscillava
nebbiosamente davanti. Calcolato a quattrocento lire circa l’ammontare di
quella roba e fattane una nota, rinserrai tutto quanto nella cassa, non più con
paura, ma con una vivacità di spirito, che non aveva mai provato, neppure nei
giorni di baldoria. Che so io? sentiva un bisogno strano di allargare le
braccia, di stringere l’aria, di cambiar posto alle sedie, di far delle domande
al conte Ugolino, che, poveretto, aveva ben altro per la testa.
Quando riapersi gli occhi da
una specie di sonno, che verso la mattina mi aveva rinfrescata l’anima e il
corpo, entrava già un filo di luce nella stanza. Non volendo essere sorpreso da
Martina, uscii col proposito di andare in cerca d’una camera, più segreta, ove potessi
alla libera eseguire la volontà del povero morto; ai signori Tanelli dunque un
bell’addio. Che gente questa qui! che mondo in quella corte livida e
sgocciolante! Lasciai la chiave alla signora Paola, che si agitava già nella
sua gabbia di vetro, e uscii a respirare un po’ d’aria gelata. La giornata
s’era messa un cappuccione di nuvole grigie, che parevano imbottite di neve e
cominciò difatti a cadere in righe traverse e taglienti.
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