VI
DA UN MONDO ALL’ALTRO
Mi pareva di giungere allora
allora a Milano da un lontano paese dell’oriente e che la città, divenuta a un
tratto squallida e deserta, mi stringesse come in una prigione. Tuttavia dentro
di me mi sentivo bene, e, senza una chiara ragione, molto allegro, e andava
dicendo che una mano ignota aveva versato dell’olio nella lampada della mia
vita. Provavo insomma, se è lecito indovinare, quel piacere proprio delle
biscie, quando lasciano la pelle vecchia e raggrinzata sulla strada, e belle
nuove si scaldano al sole.
Entrai, per far tardi, nel
caffè Madera e sorbillando qualche cosa di caldo col rhum, che ce n’era
bisogno, scrissi intanto la lettera al signor cavaliere impresario, nella quale
dichiarava più che oneste le sue ragioni e gli annunciava la mia partenza
improvvisa per la morte di mio padre. Salutai il signor Lucini nello specchio
di contro e uscii sotto il suo ombrello, mentre fioccava alla più bella.
La mia porta al numero
ventitré mi parve invecchiata anch’essa, non meno che se io la rivedessi dopo trenta
anni, e il cortile una catacomba. Tornandovi sentivo quel tedio che si prova,
supponiamo, svegliandosi colla cena fredda sullo stomaco nel mezzo d’un sogno
grandioso, quando si è lì lì per diventare re di Spagna o arcivescovo.
Il signor Placido, con un
moccolo acceso in mano, si moveva dietro i vetri affumicati, chinandosi spesso,
sparendo dalla faccia della terra, per ricomparire poi con la sua grinta più
rannuvolata. Era sabato, giorno di baccano all’osteria, dove convenivano una
volta la settimana certi mediatori di grano e di bestiame cogli affittaiuoli a
strillare, a strapparsi i bottoni per un quattrino, con papaline di maglia fin
sopra le orecchie, tabarroni legati con catene di ferro, e bastoni
bernoccoluti. Quando entrai nel cortile, già coperto da una lanuggine bianca, e
più vivamente illuminato dall’andare e venire di quel moccolo dietro i vetri,
una voce stridula strepitava a proposito di una vitella, candida come un
giglio, – ve ne sono ancora dei poeti – mentre invece una voce burbera e cavernosa,
che faceva pensare a un uomo materiale e grasso, seguitava a dire che la bestia
era tutta pelle.
Doro che attraversava il
cortile con un cesto di carbone sulle spalle, zufolando, mi guardò tra il
chiaro e il fosco,e, riconosciutomi, mi lasciò scantonare nella scaletta per
gridare a una finestra bassa [98]
della cantina: – Ernesto, il
padre Lumaca è tornato e ha la piuma nel cappello.
Non si accorgeva il balordo
che gli teneva gli occhi addosso da una specie di feritoia del primo piano;
intesi anche il rimbombo d’una voce che, uscendo dalle viscere della terra,
diceva: – Chiama la gattina rossa! – Questo, lo sapeva da un pezzo, era il
soprannome che le birbe davano alla Gioconda. Dunque avevo avuto bisogno di
morire un po’ per conoscere quel che di me pensasse la gente, e vi assicuro che
sulle prime quel trovarmi cambiato in padre Lumaca mi fé balzare la senape al
naso; ma pazienza se tutto finiva qui. Forse i parenti di Gioconda avevano
spampanato un po’ per ambizione, un po’ per malizia, quell’amore, che la
figliola chiudeva in cuore pel padre Lumaca, e già sentiva nell’aria una
pettegolata sul mio zimarrone; la signora Medaglia, la quale dorme sotto la
camera di Gioconda, scommetto che l’aveva già veduto in uno specchio, perché
l’amore, si sa, è come la tosse e non lo si può nascondere nemmeno quando si
dorme. Eh! eh! la Gioconda tramestava tutta la notte – scommetto che diceva
così.
Potrei dirvi a caso parola
per parola anche le opinioni della Rosa stiratrice, una magruzza, che si
consumava sui fatti altrui, come la cera sul ferro caldo, e se Doro e il signor
Manganelli, poco occupato d’inverno, per riscaldarsi soffiavano sotto la
pentola, Marcello stavolta era in croce. Risoluto d’andarmene ad ogni costo,
suonai il campanello, tenendo l’occhio sul cartellino, che diceva: Gaspare
Tanelli, sarto da uomo, e sogguardando con pena l’uscio del signor ragioniere,
a destra.
Le mie padrone lavoravano in
rammendare e arricciare camici e cotte da sagristia e ogni mattina per tempo
solevano visitare le loro chiese, prima per divozione e anche per essere, come
si dice, alla giornata dell’articolo; perciò speravo di trovare soltanto il
sarto da uomo col quale mi sarei sbrigato, senza tante querimonie. Ma fu la
signora Brigida che mi aprì, tenendo in mano un cucchiaio orlato di polvere di
caffè; mi accolse con gioia schietta e mi fece passare in un salotto grande,
che serviva per le visite, per bottega e per camera nuziale, un bel stanzone
con due finestre, una tavola di noce nel mezzo, con cinque o sei sedie intorno,
cariche di ceste e di arredi incartocciati nell’amido; molti figurini di Parigi
impastati sul muro e punzecchiati dalle mosche e in giro sulle quattro pareti
l’intera storia di Guglielmo Tell, a colori rossi, verdi, e azzurri, e colla
relativa spiegazione in francese e in spagnuolo.
Il signor Gaspare a chi gli
pagava il conto senza tirare regalava la spiegazione dei fatti del grand’eroe,
specialmente quando con una [99]
freccia trafigge il pomo
sulla testa del son enfant. La parolina francese era scritta sul quadro,
ed egli col dito teso segnava senza sbagliare e il pomo e il balivo sul suo
trono all’ombra d’un fico e l’enfant cogli occhi bendati; ma se lo
pagavano male rispondeva secco secco ch’era una leggenda favolosa e senza
saperlo si trovava d’accordo cogli eruditi.
Il sarto da uomo stava
piluccando una marsina sotto la finestra, e aspettava che si scaldasse un ferro
per darvi l’ultima mano; la Gioconda comparve sull’uscio d’una cameretta
vicina, vestita di un abito di cotone, flaccido e sbrendolato, tirato su in due
goffi nella guaina del grembiale, scapigliata come un’ossessa, o per dirla un
po’ come va, in un seducente disordine. Arrossì e si confuse al primo vedermi,
ma seguendo forse le istruzioni materne, si avanzò baldanzosa, stendendo le palme
e inchinandosi con galanteria: – Che ne dice, signor Marcello, del mio
disabiglié?
– Che devo dire? – rispose Marcello, che in fatto di galanteria
arrivava sempre con le gruccie. – Sono venuto per avvertirli che la mia camera
d’oggi in avanti è in libertà, perché mio padre m’ha scritto che ha trovato per
me una buona fattoria in campagna e vuol che ritorni subito.
In fatto di bugie non aveva
studiato per nulla il latino e la signora Brigida e il suo sarto, che mi
avevano prudentemente voltate le spalle, a quelle mie parole si voltarono
insieme.
– Che, che? Gaspare, hai sentito? – disse la madre, lasciando di
curare un pentolino di latte sul fornello, e il signor Gaspare, che aveva
capito l’antifona, tornò alla sua marsina, brontolando: – Hai sentito?
– Ma perché ci vuol lasciare, caro signor Marcello? – disse la madre
con voce affettuosa per insegnare alla figliuola come si deve fare.
– Papà ha scritto al signor Leonardo, ed è necessario....
Uno scoppio di pianto
interruppe queste parole. Era la figlia che piangeva e che, nascondendo il viso
nel grembiale, camminava verso la sua camera.
– Ecco! – dissero i due vecchi e mi voltarono di nuovo le spalle,
lasciandomi solo nel mezzo del salotto. Se le lagrime di Gioconda erano
sincere, quantunque non a mio favore, pure non poteva negare a me stesso che il
momento era pericoloso, e che potevano nascere molte complicazioni fatali per
tutti. Colto all’improvviso, sotto il flusso di quelle lagrime, superbo da un
lato di essere un “caro oggetto”, e d’altra parte indifferente e materiale come
il mediatore dell’osteria, Marcello comprese che una parola in fallo poteva [100] comprometterlo per tutta la vita. Preferii mostrarmi uno scorzone,
un pollo freddo, incapace assolutamente d’una vera affezione di cuore, un vero
padre Lumaca.
– Mi rincresce che io, senza volerlo, sia la causa di un dolore,
che, diciamolo pure, mi lusinga, ma che per circostanze eterogenee io sento di
non meritarne. Mio padre vuole la mia felicità, e se loro si mettono nei miei
panni...
Questa frase, tanto vecchia,
mi ricordò che io non era ne’ miei panni e non mai come in quel momento io
perdetti la coscienza di me stesso. Mi balenava ancora negli occhi l’immagine
di Marina, e quei singhiozzi, sebbene mi istizzissero, pareva che mi
accusassero di crudeltà e di ipocrisia. Ero confuso, umiliato, incerto fra
questi due personaggi che si trovavano ne’ miei panni; ma fu il tempo d’un
Jesus, perché le trappolerie dei signori Tanelli, e la commedia rappresentata
testé dalla gattina rossa, e le chiacchiere dei vicini e più che tutto
l’imminenza del pericolo, mi consigliarono a star sulle generali e a fare lo
stordito.
– Gaspare, cosa ti diceva ieri sera?
– E io cosa ti diceva? – replicava quel maligno.
– Tutti eguali, santi e non santi. Ma senta, signor Marcello, ella
ha tempo di mangiare il pane restituito.
– Va’ a fidarti dei preti – brontolò il vecchio.
– Quando ella aveva di queste intenzioni – disse la signora Brigida,
alzando la voce e camminandomi quasi sui piedi – quando voleva tradire una
povera ragazza...
– Io? – dissi, segnandomi colle due mani aperte.
– Lei, lei, o che mi fa il sordo?
– Ma le giuro.
– Non giuri niente, non strazi il cuore d’una povera madre. – Anche
la signora Brigida cominciava a piangere, quando s’intese nella stanza vicina:
– No, mamma: ahimè! o madonna! io muoio.
La frinfrina era caduta in
deliquio: la mamma corse, frugò nell’armadio, sparì, lanciandomi un’occhiata;
il latte strillava intanto sulla cenere, e il sarto da uomo mi girava intorno,
ninnandosi, come chi sta per mettersi in ispalla un sacco e non sa da che parte
pigliarlo.
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