XI
MARCELLO IN PRIGIONE
Sulle prime pensai che mio
padre, fiutato il tradimento, mi avesse in tal modo tagliata la strada, ma non
potevo togliermi dal cuore anche un brutto sospetto. Infatti quando mi trovai
alla presenza di molte brave persone, in un salotto nudo nudo, illuminato da
due fiamme di gas, io cercai inutilmente il sorriso furbesco del buon babbo.
Tutti quei bravi signori scrivevano, col naso fra montagne di carte, e non
pareva che si accorgessero di me: mi avevano fin lì condotto in vettura, e il
signor delegato si era sempre mostrato con me gentile per tutto il lungo della
strada. Ma una volta giunti in quel salotto, anch’egli divenne asciutto,
ruvidetto, e il povero Marcello aveva un bel girare gli occhi in cerca d’una
faccia pietosa.
Risposi a molte domande
generali, che ora non so ripetere, e un bravo signore, forse il più bravo di
tutti, perché scriveva con la penna d’oca, stringendosi il naso con le dita per
assaporare una presa, mi disse: – Stasera può bastare – e seguitò a lavarsi la
faccia con tutte due le mani.
Io presi il mio cappello, e
seguii un buon uomo, che mi fece un segno coll’indice destro: mi inchinai a
tutti quei bravi signori, ma poveretti! erano tanto occupati, che non mi
risposero, e seguitai bel bello il mio uomo.
Entrammo in un corridoio, e
poi in un altro, poi in un terzo più basso, illuminati da lampade sospese agli
svolti, cinte d’un’aureola nerognola di fumo. Finalmente il mio buon uomo (io
pensava che un ventino poteva bastare per il suo disturbo) si fermò e mi disse:
– Questa è una delle camere migliori: del resto non ha che a comandare. Vedo
bene che la sua non è faccia da prigione.
– Ma...
– Tornerò fra un quarto d’ora.
Non era una prigione, ma una
cameretta modesta, con un letto, un canterano e due sedie; uno studente avrebbe
potuto dormirvi comodamente i suoi sonni d’università, ma la finestra era alta
fino al soffitto, e la luce non entrava che da una grata di ferro attraverso
l’uscio.
Marcello non era in prigione;
l’aveva detto anche quel buon uomo, che si allontanava tintinnando le chiavi.
La coscienza era tranquilla, il trattamento cortese, una formalità insomma, ma
sedutomi su quel letto, colle mani sulle ginocchia e gli occhi sopra gli
scacchi [128] d’ombra proiettati dalla grata di ferro,
sentivo due forze opposte, che, venendo dal cuore e dal cervello,
s’incontravano nel canale stretto della gola.
La luce pareva una pennellata
bianca in uno sfondo nero fumo; i mobili stessi erano come meravigliati di
vedermi lì. Ricordo che le due sedie erano d’una magrezza spaventosa e non so
per quale ordine di pensieri dubitai che si mangiasse poco in quella... camera
chiusa.
La febbre, che forse s’era
già messa in istrada due o tre ore prima, venne di buon trotto e cominciò a
galoppare nel sangue. Mi distesi sul letto, presi la testa fra le due mani, con
molta tenerezza, come se accarezzassi qualcuno fuori di me, rannicchiai le
gambe addolorate, mi aggrappai insomma, come un gatto che voglia dormire, e
piansi di rabbia, di paura e di compassione.
A poco a poco perdetti la
conoscenza del luogo e del tempo, ed entrai in una lanterna magica di spaventi,
di sogni, agitandomi tutta la santa notte fra le visioni più matte. Certamente
il mio arresto doveva aver relazione col fatto del Lucini, e addormentatomi a
cavallo di questa idea, seguitai a correre di qua e di là, da Venezia a Milano,
dal Corso al numero ventitré, su per le scale, giù pel corridoi; vidi e parlai
a lungo con Marina, le baciai la punta delle sue cinque dita bianche e sottili
e partii portandomi in saccoccia la sua bella mano, come si porterebbe un
guanto. Vidi anche il Sultano, sopra il pianerottolo d’uno scalone: era
fermo, ritto al muro, alto, tanto che pareva la cassa d’un orologio; infatti di
lì a poco si cambiò in orologio, ma le sfere erano due mustacchi appuntati, ed
ecco due occhi di porcellana... Oh mio Dio! che ansia, che sete, che rombo, che
campanelli! Mi picchiano sullo stomaco con sacchetti di sabbia, mi calano in
una fossa adagio, adagio, adagio, adagio; qualcuno vuole ad ogni costo
conficcarmi nella cassa d’un violino. Per fortuna Gioconda saliva la scala con
un secchiolino d’acqua fresca, e io potei beverne un bel fiato. Il signor
Leonardo incartava moccoletti di cera in carte di prima, seconda e terza
qualità. Un’afa d’agosto, una secchezza, uno strozzamento...
Mi svegliai verso la mattina
e balzai sul letto per veder Venezia: una striscia di luce bianca entrava dalla
finestra in alto e intesi suonare sette ore a un campanile non troppo lontano:
dal suono smorzato conobbi che nevicava.
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