I
IL SULTANO E L’ODALISCA
Il cuore ha i suoi abissi
come il ghiaccio, e chi li esplora è più temerario che forte. Devo narrare una
storia di colore oscuro, attraversare una regione di tenebre, dove ciò che
appare non è luce, ma pallore.
Il Sultano dopo una
vita non vissuta, dopo aver tradito e abbandonato una donna e un bambino, senza
rimorsi, aveva lasciato Napoli. Qualcuno lo incontrò al Cairo, ricchissimo:
negoziava pel Viceré non in tabacco o in statue, ma in un altro genere più
prezioso di consumazione. Due sentimenti gli erano rimasti, il gusto della
bellezza e dell’oro: tutti gli altri erano stati sfrondati e potati, come fa
l’ortolano che vuole pochi frutti grossi e meravigliosi. Conosco degli uomini
che semplificano la loro vita a un gusto solo: alcuni sono ventre, altri
scrigno, altri tutta lingua. Il nostro Sultano vedeva almeno con due
occhi, uno azzurro e l’altro d’oro.
Tornò in Italia dopo dieci
anni, ricchissimo, calvo, tondo, senza più un briciolo di cuore, e girandolando
di città in città per [146] scappare
di bocca allo sbadiglio venne finalmente a Venezia e vi si stabilì.
La sua conversazione era
piacevole, specialmente se fatta a voce bassa in un angolo d’un caffè. Chi ha
viaggiato ha questo vantaggio, che può dilatare la fantasia sopra lo spazio,
invece di accartocciarla come una pillola in un vaso: perciò sebbene la voce
del Sultano fosse rauca e come impastata all’ugola, il gesto corto e la
parola comune, pure la nativa eloquenza e la buona fede degli ascoltatori lo
rendevano il pernio del caffè, dove convenivano, come i raggi d’una ruota,
negozianti, agenti di cambio, studenti al verde, gente zoppa negli affari,
cantanti e fioraie.
Il Sultano aveva una
parola per tutti, ma sempre nel proprio interesse. Fumava in una pipa di
porcellana e i baffi di fumo, uscendo a globuli densi, davano l’imagine di
pensieri convolti, che evaporassero da un cervello malsano. A volte sulla
fronte grossa e nuda precipitava un vero nembo di rughe, come onde che si
susseguono. Il labbro anch’esso cessava dal succiare la pipa, e la bocca
grande, sgangherandosi un poco per la distrazione della mente, mostrava pochi
denti gialli che nuotavano in un mare di saliva e di fumo. Visto sotto questo
punto era brutto, ma a un tratto poteva darsi che egli rompesse in una risata
grassa, per non so quale accidente, e allora le rughe scappavano, salendo la
loro scala fin dietro la nuca, ove addensavasi un po’ di ciccia, gli venivano
gli occhi del rospo, e l’ilarità saltellava visibilmente nel suo ventre.
In uno di questi istanti
allegri, Marina passò sotto i portici del caffè, a braccio di suo padre; questi
salutò il Sultano, che conosceva alquanto. Andarono oltre, ma li seguiva
uno sguardo fra colonna e colonna; la testa del Sultano, colla pelle
tesa e colle orecchie aperte pareva che s’ingrossasse.
Egli veniva dal Cairo e aveva
vedute molte bellezze circasse e greche; di molte avrebbe potuto dare la misura
in centimetri, ma nessuna gli era sembrata così bella, come la figliuola del
ragioniere G. P. Fosse l’aria del suo paese, la buona compagnia, o la sicurezza
della vita, gli parve che il cuore ritornasse a pulseggiare, e il sangue
rifluisse in su e in giù con un movimento più rapido, e si guardò l’unghie, che
avevano un riflesso d’aurora.
Il vecchio credette di amare
quella fanciulla, e misurò l’amore immenso dall’immenso turbamento del suo
corpo grosso: il vecchio Sultano era incapace di amore, spesso delirava.
Marina era una fanciulla onesta. Ma il ragioniere da molti anni insanguinavasi
la vita per comparire più che non fosse. Oriundo da una nobile e antica
famiglia veneziana decaduta, avrebbe voluto volare con ali di stecco. Il Sultano
sapeva leggere per lunga esperienza i geroglifici dei [147] caratteri umani e in quello sguardo, col quale seguì i due
passeggeri, si sarebbe potuto scrivere, come nelle fascie dei quadri antichi:
Io prenderò il pesce con un amo d’oro.
Trovò molte difficoltà,
perché si accorse ben presto che Marina era al di sopra d’ogni seduzione; ma
l’ostacolo affila il desiderio, e più sommergi il sughero nell’acqua e con più
forza rimbalza. Chiedere apertamente la mano della fanciulla, sperando di
abbagliarla coi diamanti del Viceré d’Egitto, non gli parve sicuro: e qualche
parola fatta arrivare di qua e di là all’orecchio di Marina, aveva ridestata la
sua più schietta festività, dico propriamente quella scherzosa allegria, che
versa un secchio d’acqua sui carboni. Il Sultano invece sentì più che
mai il bisogno di spuntarla; aveva sete e non gli importava bere aceto. Fra i
suoi amici che venivano di passaggio a trovarlo v’era un tunisino, d’origine
francese, uomo d’ogni mestiere, che parlava ogni lingua e ogni dialetto e che
sapeva facilmente essere l’amico di tutti. Costui ebbe occasione di trovarsi
col padre di Marina, vecchio fanciullo, a cui l’età aveva imbiancato il pelo,
non disseccata l’immaginazione. A sessant’anni o quasi, G. P. sognava le reggie
vedute da fanciullo al teatrino: sua figlia vestita di raso con una corona di
brillanti era immobile fantasma, che sedeva con lui a tavola, e fermavasi la
notte a’ piedi del suo letto.
Il tunisino narrò i casi
autentici di molte bellezze fortunate: qualcuna (e l’aveva conosciuta a Parigi
o a Vienna o in California), si era addormentata sulla paglia, e svegliandosi
si era trovata in un letto di penne di struzzo. La moglie del segretario del
primo ministro olandese portava i guanti per nascondere le rughe del suo
mestiere: prima faceva la zoccolaia.
Il vecchio, udendo queste
istorie, amava a poco a poco monsieur Talbot, e gli confidava i
progetti, le speranze, le probabilità, che Talbot sapeva collocare secondo un
mosaico già delineato. Quando fu sicuro delle disposizioni e della vanità
senile di G. P., espose un progetto ardito. Egli aveva già in pronto molte
centinaia di biglietti falsi, a cui non mancava che una firma: bisognava una
mano sicura, valente, ignota. Era il fastidio di due giorni e un guadagno non limitato.
Egli avrebbe saputo spenderli all’estero e sperperare tutte le traccie: in una
notte G. P. poteva essere uomo ricco, dare una corona di diamanti a sua figlia,
cercarle un principe russo, edificare una reggia. Aveva sessant’anni, e viveva
ancora meschinamente: il panettiere minacciava tratto tratto di togliere il
boccone a que’ due labbri di corallo, che con un bacio avrebbero comperato un
trono. Il padre fu assorbito dalla tentazione e Marina poteva avere una dote di
centomila lire in carta. Un giorno il Sultano presentavasi [148] alla porta di G. P. e ritiratosi con lui in uno studio segreto,
gli disse: – Monsieur Talbot mi ha pagato un vecchio debito in biglietti
da cinquecento lire: tre erano falsi, eccoli qui.
Il vecchio trasalì. In quel
mentre Marina, vestita d’un abito bianco, entrava a portargli il caffè e fece
all’illustre visitatore un sorriso abbastanza gentile. Erano tre persone
convenute in un solo destino; stava per incominciare una vita a tre,
numero fatale.
Il Sultano sorbillò
quell’istante, come si succia la midolla saporita d’un osso, e quando espose i
pericoli e le minaccie, vide la fronte del vecchio padre chinarsi e sparire
sotto un ciuffo di capelli incanutiti. Ciascuno di questi tre viventi era
necessario all’altro come i tre piedi d’uno sgabello, e il matrimonio
sollecitato da Marina con una vivacità inattesa, la devozione onde fu accolta
in un palazzo dogale, le gemme, il fasto, il chiasso delle feste per un poco
incipriarono il sacrificio. Nel primo sbalordimento sorse in ciascuna di queste
tre persone un’esistenza provvisoria, durante la quale il vecchio si illuse di
non aver fatto il più gran male e Marina credette adagiarsi in una beata
accidia e il Sultano sentì tornare quel senso caldo di vita, perduto a
sedici anni.
Non era più capriccio in lui,
ma quasi amore. Lo scheletro trovava la carne e nell’amore rinacquero i rimorsi
d’una vita vagabonda e dei peccati sepolti. L’amore dà la gelosia come il buon
vino l’aceto forte: il giorno che il nome di Linucci suonò disarmonico al suo
orecchio, e che scoprì una segreta corrispondenza fra sua moglie e il
giovane pallido, pensò se non era bene ucciderlo.
Il Sultano nell’ira e
nell’odio non si scapigliava: l’offesa gli entrava tra pelle e pelle, gli
scorreva nel sangue, lo avvelenava a poco a poco, finché anche la vista
ottenebravasi, le cose si annerivano, e un acre sapore amareggiava il suo
palato. Dentro a questo buio la pupilla bieca vedeva però quel che era a farsi
e così decretò di uccidere il Linucci.
Aspettò ch’egli lasciasse Venezia,
per allontanare l’orme del delitto, e seguito dal Marzani e da un altro
farabutto, venne a Milano, fiutando la vittima. Questi tre uomini che portavano
la morte avrebbero saputo dire che cosa ella sia?
Il Marzani, prima di lasciare
la buona moglie, l’aveva picchiata sì forte, col pretesto di amarla troppo, che
la mandò per quasi morta all’ospedale; ella morì di spavento e la terra coprì
la sua ciarla.
Giunsero a Milano sul far
della sera e il Sultano, che aveva chiaro il suo progetto in mente,
segnò il colpevole ai bricconi, una notte che questi usciva dal teatro. Per una
volta non se ne fece nulla, ma il giorno appresso, essendo riposo a teatro, i
segugi seguirono la preda [149]
e la strinsero in mezzo. Il
Marzani prese una grossa somma e il treno per Genova, l’altro dileguò come una
rana che salti nel fango.
Il Sultano restò solo
col suo delitto sulla coscienza: non avrebbe mai creduto che pesasse tanto un
uomo morto, e che fosse più irto di spigoli il non essere che l’essere. Per
fortuna egli aveva avviato anche un po’ di bene, e cercò di nascondere la
macchia di sangue con un ricamo d’oro.
Dissi che coll’amore erano
tornati i rimorsi dei peccati sepolti. Infatti nella breve illusione d’una vita
buona, domestica, il vecchio si accorse che in lui v’era anche il padre, e per
ringraziare la fortuna, aveva pensato di cercare di suo figlio a Napoli. Non vi
aveva lasciata una donna e un bambino? Scrisse a un amico perché se ne
occupasse, ma la risposta tardò a tempo. In apparenza tranquillo, una sera il Sultano
leggeva un ampio foglio francese nel gabinetto dell’Hôtel de la Ville. Gli erano vicini due inglesi, uno mezzo
principe, una baronessa, e un cameriere che a volte prendeva i lineamenti del
Linucci, anche lui giovane e scarno, con un bel bosco di capelli.
Fu una lettura difficile: la Camera francese era in disaccordo, ma non si grida tanto nell’assemblea di Versailles come
nella coscienza d’un omicida. Egli fissava le parole, le quali prendevano il
capriccio di ballare, di sgangherarsi, di allargarsi, di gonfiarsi fino alle
proporzioni di mostri umani.
In quel mentre il cameriere
gli portò una lettera sopra un bacile d’argento,
– Che devo farne? – domandò, vedendo sul bacile un fazzoletto
macchiato di sangue, ma sorrise, ravvedendosi, e aprì quella lettera che
portava molti sigilli di ceralacca.
Gliela mandava Marina, che
l’aveva alla sua volta ricevuta da Napoli. Sentì allargarsi il cuore
riconoscendo la firma dell’amico, e leggendo le prime parole: «Sei fortunato,
tuo figlio vive». Nessuno saprebbe descrivere il gaudio che scintillò
nell’anima tenebrosa del Sultano, il quale sentiva il bisogno di
riempire una lacuna. Da ventiquattro ore – tante erano decorse dal colpo – gli
sembrava che il mondo avesse perduto l’equilibrio e il sentimento di paternità
si trasformava quasi in un desiderio di peso. Vive! chi ha creato un uomo –
pensava – ha meno colpa se ne distrugge un altro, perché l’ordine non si turba.
Non gli dispiacque nemmeno
che questa gioia gli venisse in certo qual modo da Marina; ma chi regge i fili
dei nostri destini doveva sogghignare di lui dall’alto della sua specola.
[150] «Tuo figlio vive. Dopo una vita errabonda,
condotto a Parigi da certi bricconi di qui, venne per fortuna a cadere nelle
mani di un tal Linucci, maestro di musica, che lo fece studiare sotto il suo
nome e a sue spese nel conservatorio di Napoli. Ora viaggia, e vive onestamente
de’ suoi guadagni. Ma non saprei indicarti ove al presente egli si trovi».
Così la lettera.
Sotto il pavimento a mosaico
di quella sala rullava qualche cosa che incuteva spavento: il Sultano guardò
a destra e a sinistra e vide quattro faccie che gli ridevano scioccamente sul
muso, e la vista gli faceva sangue.
«Non saprei indicarti ove al
presente si trovi».
– Se fosse sotterra? – disse la coscienza.
Trasudava, ma sempre cogli
occhi fissi a quella lettera: cercò una migliore soluzione sul giornale
francese, ma il signor Gambetta non restava dal gridargli: Oui, oui, toi,
toi, e lo indicava con un dito acuto e tagliente come un fioretto. Provò a
muovere i piedi, ma nelle scarpe erano colate dieci libbre di piombo, che si
congelava.
Il Sultano sapeva
formarsi l’idea d’ogni più orribile delitto; ma smarriva i colori del suo
delitto. Sarebbe stata una pena atroce, indegna dell’umanità, il costringerlo a
darsi un nome in quel momento. Fra le parole del vocabolario – e intanto
adocchiava un grosso vocabolario posto in uno stipo – in tutte le migliaia di
parole di quei vocabolari stranieri (ve n’erano schierati parecchi) non una
bastava per lui. Dio stesso non l’avrebbe chiamato: egli era un uomo senza
nome.
Orrore! I pochi capelli del
capo sentivano il raccapriccio dell’anima, e si agitavano come serpi assiderate
che si svegliano: egli aveva forse ucciso suo figlio.
Restava un forse e vi
si attaccò: poteva esservi uno scambio di nomi, e il parricida forse non
era che un assassino. Vedete com’è larga la scala del bene e del male! Io non
posso innanzi a quest’uomo far a meno di pensare ai rimorsi della monacella,
quando si adira un poco col suo stornello. Vi penso e meraviglio come innanzi
al sistema degli astri. Mi pare che il mio pensiero, poggiando a questi estremi
e coprendo tutto lo spazio di sotto, acquisti la curva e l’immensità del cielo.
Il Sultano si aggrappò
a quel forse e poté levarsi dalla poltrona. Si chiuse nella sua camera,
quella particella dubitativa fu un palmo [151] di terra
nell’oceano; egli vi si piantò con un piede. Senza velare palpebra stette
immoto nella contemplazione di quel forse tutta la notte, sperando che
il sole non spuntasse più sulla terra. È probabile, grazie a Dio! questa
condizione della probabilità è il compenso della vita: un fatto certo è una
durezza che ci arresta, il dubbio è il flutto che ci spinge innanzi. Molta
gente vive rosicchiando un forse, molta gente muore per troppa certezza.
Il punto d’interrogazione è la molla della vita: il punto fermo il chiodo.
Il giorno appresso il Sultano
partiva per Napoli, non osando cominciare le sue ricerche da vicino, per
non venire troppo presto al risultato. Lo scopo del suo viaggio era di scoprire
se il vivo coincideva col morto. Trovò la Giuditta pescivendola, amica della donna tradita, e seppe che Linucci viveva, anzi le aveva scritto mandandole denari
per una corona di fiori da mettere sopra la croce di sua madre. Egli abitava a
Milano sotto il nome di Lucini, in una casa sul Corso, benissimo indicata nella
lettera. Il Sultano non trasalì; l’irritazione dei nervi era caduta: era
inzuppato e floscio. Tornò a Milano spinto da un barlume di volontà, ma pesante
come una mole. Non era più speranza che lo tirasse, ma curiosità.
– Abitava qui Giorgio Lucini? –- domandò alla portinaia dalla casa
sul Corso.
– Sissignore, è uscito un’ora
fa, e non può tardare.
– Dico Giorgio Lucini – ripeté il Sultano, il quale non
voleva che i morti tornassero.
– Appunto, il professore di violino...
– È uscito?
– Sì, conosco il suo cappelletto verde.
Anche il Sultano conosceva
questo cappelletto e sorrise.
– E tornerà?
– Diavolo...
– Allora lo aspetto sulla scala.
Montò alcuni gradini
tirandosi su con le braccia. Poteva essere vero che suo figlio vivesse? non gli
aveva il Marzani rubato un portafoglio col ritratto di Marina? non aveva egli
stesso, nascosto sotto una porta, udito i colpi maledetti? non aveva traveduto
nell’ombra un corpo disteso ginocchioni a brancicare, a boccheggiare contro il
muro? Come mai la portinaia l’aveva veduto sano e fresco uscire quella stessa
mattina? Che Linucci avesse uno stomaco di bronzo? perché no? Dio è grande e
misericordioso. Se egli poteva rivedere suo figlio, era uomo da rinunciare a
Marina, da ritirarsi in una solitudine, da spendere tutto il suo denaro in
opere buone. Se c’è [152] Dio – borbottò – avrà provveduto perché il
mio delitto non sia possibile sulla terra.
Aspettò un’ora. Forse molta
gente gli passò innanzi, ma egli non vide nessuno: non avrebbe sentito i
carboni accesi sotto le piante, e tutta la vita radunavasi nel cranio: il resto
non era che involucro. Finalmente un passo suona per la scala e il Sultano che
vegliava sul pianerottolo in alto guarda giù e vede... potenza divina! un
mantello col bavero di pelo, e un cappelletto verde che monta, monta verso di
lui.
Il sangue, che s’era
raggrumato in alto, precipita caldo per tutte le vene, gli pare d’essere
raggiante, sta per gettare un grido, per precipitarsi incontro. Corre innanzi
all’uscio per tardare mezzo minuto ancora la estrema certezza: mancano tre
gradini; egli canterella... svolta.
Non è lui! non è il suo volto
pallido, non sono i suoi capelli abbondanti, non il suo sguardo. Ebbe paura di
essere scoperto e richiamò sul volto la maschera del cinismo. Aveva già troppo
sofferto per suo figlio e bisognava pensare al modo di salvare la pelle.
Udito da Marcello il racconto
esatto della morte di Giorgio, gli lasciò una matassa aggrovigliata fra le mani
e tornò rapidamente a Venezia per non perdere Marina. Bisognava fuggire senza
por tempo in mezzo, e trascinarsela dietro. Finita la strage incominciava il
bottino. Nessun uomo – se lo sentiva – era più abbietto di lui: forse era
invecchiato di dieci anni, e fra le rughe e le allumacature delle pomate doveva
scaturire un ceffo da gorilla: che importa! Marina era sua, e l’avrebbe
seguito, perché colpevole più di suo padre.
Giunse a Venezia a mezzanotte
in punto. Scese in una gondola tutto solo e disse al gondoliero di condurlo a
casa: il nome del palazzo fece inchinare quel dabben uomo, che silenzioso,
ritto in piedi sulla prora della gondola nera come una bara, entrò negli
stretti canali, sepolti fra due muraglie di case, che si facevano sempre più
vicine, più cupe, più fantastiche. Non splendevano stelle, né lumi alle
finestre; il fiotto dell’acqua morta e livida schiamazzava contro la base delle
muraglie screpolate, e spiravano buffi di tanfo e di nidore dai vicini
nascondigli.
Approdò a una scalea: suonò
un campanello e al servo che aprì un finestrino rispose: – Son io! – Quella
voce nel mezzo della notte e in tanto deserto aveva un non so che di
meraviglioso. Anche il Sultano in quel minuto d’aspettazione, girando lo
sguardo intorno, provò come un sentimento di potenza, che gli veniva forse dai
maligni spiriti.
– La signora... – disse al servo.
[153] – Dorme:
non l’aspettava.
– Nel mio studio. – Il servo andò innanzi, salì tre o quattro scale,
e alzò la portiera del ricchissimo gabinetto. Aspettava gli ordini, ma un gesto
spiccio lo licenziò.
Egli attese che nella casa
fosse tornato il silenzio e si mosse verso una poltrona. In faccia all’uscio
per cui era entrato, si andava per un altro in un salottino, e di là nella
camera nuziale. Il Sultano fissò gli occhi da quella parte.
Si avvicinò alla porta, la
tentò, ma lo scricchiolìo che diede gli fece battere violentemente i polsi:
pure aprì, e passò nel salottino buio e deserto. Ma le tenebre erano dense, e
ricacciò la testa nel suo salotto per bevere la luce. La frangia della tenda
gli rasentò l’orecchio ed egli vi portò le mani come si fa contro un ragno.
Tornò di qua:, prese il lume e stette immobile, a guisa di sostegno, nel mezzo
della stanza; si vide nello specchio e soffiò sulla candela. Credette di aver
sulle spalle un teschio da morto.
La solitudine lo affogava:
cercò, tastando, l’uscio del salottino, e poi quell’altro della camera da
letto, con la pressa di chi è inseguito, e s’arrestò innanzi a un bagliore
improvviso.
Marina vegliava al lume d’una
grande lucerna a globo, e leggeva un po’ sollevata sul guanciale, con un
braccio al di sopra della testa.
– Siete proprio voi? – disse la signora, che di solito sentiva
l’avvicinarsi di suo marito come l’indiano la presenza del crotalo appiattato.
– Non ero aspettato? – Egli posò le mani sulla sponda del letto e vi
si tenne.
– Di giorno in giorno, ma non a quest’ora.
– Marina!
– Cos’avete? siete livido.
L’occhio cristallino del Sultano
si fissò. Stette alquanto con la bocca aperta a un mezzo sorriso, inteso a
trovare le parole; ma i suoi pensieri erano come i tipi di una pagina stampata,
buttati e scossi in un sacco. Marina, che nei momenti di maggior dispetto usava
l’artificio di ridere, diede o meglio squillò in una risata schietta. Nella sua
voce v’era proprio un filo d’argento. Abbandonò del tutto la testa sui
guanciali e deposto il libro fece alla testa una cornice quasi tonda con le
braccia. Il Sultano la vedeva in mezzo al bianco dei pizzi e dei lini e
non poté trattenersi da dire a se stesso: È mia.
Questa parola lo pagava
tutto. Che gli importava se il cuore della donna fosse ancora altrove, purché
non cessasse di battere? Non era uomo troppo vigoroso, ma pigliava le cose a
fascio, schiumava la vita. Marina pareva proprio immersa nella spuma, come la
bella dea [154] del mare; che non vi si potesse affogare
qualche rimorso?
– Cos’avete dunque? – ripeté Marina.
– V’è un gran pericolo per vostro padre – prese a dire il traditore
– ed è necessario che domani mattina si parta da Venezia.
– Per mio padre? Spiegatevi.
– A Genova è stato arrestato monsieur Talbot.
– Talbot, il tunisino?
– Sì, per nuove falsificazioni.
– Mio Dio!
– E l’autorità avrebbe la volontà di scendere più a fondo.
– Mio Dio! – ripeté la bella donna, mettendosi alquanto a sedere,
retta da un gomito e con una mano intrecciata alcun poco nei capelli. Il Sultano
vide disegnarsi sulla parete un’ombra colossale, che poteva essere un sogno
di Michelangelo. La notizia data così nuda e cruda parve possibile, ed egli
poteva fregarsi le mani dentro di sé.
– Mio padre per fortuna è qui: da due giorni si sente tanto
indisposto che l’ho trattenuto in palazzo.
– Tanto meglio.
– Che possiamo fare per lui?
– Due cose: o farlo fuggire solo, e voi, imagino, non lo
permetterete; o partire insieme.
– Partire? dove...
– Certamente molto lontano e subito. Non bisogna aspettare il grosso
della procella.
– Partire? forse per sempre...
Nel modo che Marina pronunciò
queste parole il Sultano, avendo la chiave del segreto, capì ove ella
mirasse. Era lasciar per sempre il Lucini, e sulle prime il buon marito ebbe un
impeto di rabbia. Ma poi pensò meglio a questo Lucini, si ricordò chi fosse,
dove fosse, e la voce lamentevole di Marina fu un picchio al cuore.
– Partire! mio Dio, com’è possibile? – e si coprì la faccia colle
mani: poi, sentendo di non poter ricacciar le lagrime, scosse la testa come per
rifiutarle e singhiozzando cadde col volto nascosto fra le coltri e le braccia.
Il rimorso diede ancora un
rantolo nel cuore del Sultano: ogni singhiozzo, che usciva a intervalli,
forte, straziante, gli ricordò i colpi assassini contati nell’ombra d’una
viuzza storta. Anche il vecchio sentì montare come un’ondata amara; Marina
aveva ben ragione di piangere: quanto amore, quanta maledizione in quelle
lagrime. Fu preso da un capogiro: vide la stanza inginocchiarsi, e le pareti
piegarsi a zeta. Il filo della prudenza che l’aveva tirato fin lì si ruppe e
anch’egli cadde indegnamente ai piedi di quel letto esclamando:
[155] – Ah! io
l’ho ucciso; salvami, Marina; nascondimi.
Marina alzò la testa e se lo
vide d’accosto. Rifuggì inorridita.
– L’ho ucciso.
– Chi? – Ma il cuore le rispose subito da sé.
– Ho ucciso mio figlio.
– Tuo figlio? chi è tuo figlio? ne avesti mai? – e lo guardava in
modo spiritato per tenerlo ginocchioni e saper tutto.
Il Sultano capì
d’essere uscito dalla buona strada, e si sforzò di rompere in una bella risata,
per buttare tutto allo scherzo.
Ma le labbra e le mandibole
irrigidite e dure non volevano rispondere alle crudeli contraddizioni del
padrone; pure gli riuscì di sorridere, e si alzò con umore gentile e
carezzevole.
– Marina, ho voluto provarti: qualcuno mi disse stasera che da un
pezzo tu mi tradisci.
La donna non si scosse, non
fiatò.
– Ecco perché son tornato a quest’ora: ecco perché ti parlo in tono
di vendetta.
Marina non osava credere che
egli s’ingannasse davvero.
– Io sono sicuro che se anche frugassi qui intorno, non avrei
nessuno da uccidere, n’è vero?
Marina rispondeva con piccoli
movimenti del capo: la vita era negli occhi.
– Non se ne parli più, mia cara: ti lascio colla buona notte…
Ella cercò trattenerlo, ma
non potè chiamarlo. Lo vide uscire passo passo, colle spalle curve,
barcollante, preso da vertigini, e seguì per un pezzo il trambusto sordo
ch’egli faceva di là, nel buio.
Che le restava a credere? che
le diceva il cuore? cose orribili senza nome. Suo marito era ubriaco, pazzo o
feroce? Perché si era inginocchiato? perché aveva nominato suo figlio?
Il Sultano si
compiaceva delle tenebre. Si agitò a lungo nel salotto vicino, sia che i piedi
fossero ritrosi, sia che la bussola del pensiero si sbilanciasse, sia che gli
piacesse avvoltolarsi nell’ombra. Felice se avesse potuto uscirne nero e
trasfigurato! Ma fra tanta vergogna non gli sortì mai l’idea di uccidersi: tra
i morti aveva dei nemici conosciuti, e di qui sperava nel caso.
Quella notte bevette molto
rhum, per rischiarare di molti fuochi fatui il cupo sotterraneo dell’anima;
gozzovigliò da solo, folleggiò con se stesso, finché non sentì le gambe
piegarsi di sotto e la testa ingombrarsi di sonno. Era necessario che dormisse,
e strettosi in un tappeto si sprofondò nella poltrona innanzi al camino. Ardeva
un po’ di fuoco; la bottiglia gli giaceva fra i piedi; il soprabito di viaggio
col molto pelo pareva una belva accovacciata sopra una sedia: la [156] candela smoriva intorno al fungo del
lucignolo. Qualcuno cominciò a schiacciarlo, senza però che egli soffrisse
tortura: i fumi di due o tre liquori, cozzando fra loro, riuscivano a
trasfigurarlo in esseri e cosi grotteschi: a poco a poco scomparì a se stesso,
né gli rimase che un ruvido sentimento, come se fosse un vivo mucchio di cenci.
Dopo una mezz’ora russava.
Marina invece si dibatteva
fra le più orribili paure: sentiva il pericolo, ma non sapeva dove fosse. La
notte era muta, e tendendo l’orecchio la poverina sentiva solamente il
picchiare violento dei suoi polsi.
Pensò di venire in traccia di
suo marito e di strappargli con qualunque arte la verità. Vestì un’ampia
sottana di flanella bianca, si imbacuccò la testa d’uno scialle morbido di
marcellina color fumo, e venne a spingere l’uscio dello studio. Sentì ch’egli
russava, e si avanzò senza strepiti, posò il suo lume sulla tavola di mezzo,
osservò il disordine della stanza, e la testa dell’ubriaco che ricascava
sul petto, le sopracciglia piatte, le labbra contratte a un’espressione di
ribrezzo, e i pochi capelli tirati a prolungare le orecchie.
Marina avrebbe voluto leggere
il gran segreto sulle rughe e sulle pieghe del volto; avrebbe voluto sentirlo
nei rantoli brevi che ingombravano il mantice d’una respirazione grossa ed
eguale. Frugò nelle tasche del soprabito, trovò un portafogli, molte carte, un
giornale: sfogliò, rovesciò ogni cosa sulla tavola: percorse con un rapido
sguardo la cronaca cittadina di quella gazzetta milanese; aprì qualche
noterella, la buttò la riprese, l’animo stretto, quasi sospesa nell’aria, le
dita agili e metalliche, finché trovò una lettera colla data di Napoli, e un
nome ignoto.
Lesse in fretta quelle righe,
ma non capì: si appoggiò coll’anca alla sponda della tavola, si fece più sotto
al lume, e vide che si parlava del figlio di suo marito.
Dunque viveva un figlio del Sultano,
stato da lui abbandonato: il nome di questo figlio...
Poteva essere? ella non
sognava? non v’era modo di svegliarsi da quel pauroso letargo? Molti altri spaventi
erano scomparsi col dar volta nel letto, col non dormir più sul cuore, col
tornare del giorno. Il sangue cominciava a intirizzire. Ma pur troppo non era
sogno, appunto perché avrebbe voluto sognare: la carta di quella lettera
crepitava davvero fra le dita, e le ore d’un orologio vicino suonarono, una,
due, tre, con tocchi lenti, solenni, lasciando dietro di loro un’onda maestosa.
Provò a leggere ancora: il Sultano
aveva un figlio che si chiamava Linucci, il quale era vissuto esule e
vagabondo a Parigi... Era [157]
una storia assai nota a
Marina, che l’aveva udita più volte dalla bocca stessa di Giorgio: questo sogno
passava i limiti della probabilità, era troppo stravagante per sogno. Forse era
una storia vera!
Che aveva detto poco prima
quel miserabile? non aveva nominato suo figlio? l’aveva ucciso? perché?...
Ah! la punta al cuore! Frugò
ancora fra quelle carte: ecco un ritratto con una scritta che dice: «Mi terrai
sempre sul cuore». È lei stessa.
Sentì la terra tremare, e fu
per gettare un grido: ma non gridò, non cadde perché fra lei e l’ubriaco
correva un fascino: colle mani, colla volontà, con un impeto prepotente del
petto trangugiò il suo dolore. Si tenne salda, si aggrappò meglio, cadde sopra
una sedia, digrignando i denti e pensando se dovesse afferrare un tizzone.
Anche il Sultano sentiva la nausea di un’atmosfera malsana, e aprì una
volta gli occhi.
Aprì una volta gli occhi, ma
non si svegliò; il suo sguardo era cieco, come quello dei morti.
Marina avrebbe voluto
piangere, ma più del dolore spadroneggiava in lei l’ira e la follia.
Uscì da quella stanza, tratta
da un impetuoso pensiero e, tentoni attraverso il buio, giunse al pianerottolo
dello scalone.
A destra si allungava un
corridoio, che finiva in un finestrone ad arco acuto, con vetri arabeschi, in
cui batteva qualche cosa meno dell’ombra e che non era luce. Nel resto
silenzio.
I polsi del capo battevano
come martelli, lanciando scintille nel buio: v’è un’angoscia in cui anche i
pensieri stridono, e l’anima, come presa d’artrite, non può agitarsi senza
spasimo. A tale era giunta la poveretta.
Che faceva lì, sola, in cima
a una scala, a quell’ora?
Sapeva che in fondo a quel
corridoio si apriva una terrazza a piombo sul mare, e si compiacque di fissare
lo sguardo in quel barlume, che spiccava nel fondo, come se fosse l’alba d’una
nuova esistenza.. A quell’ora tutti dormono a Venezia, e le nere gondole si
raggruppano negli spigoli coll’aria di gente che susurra. Nessuno sarebbe
accorso al tonfo. Così pensò.
Ma per giungere fino alla
terrazza bisognò passare innanzi ad un uscio, mezzo nascosto in un andito; ivi
era la camera di suo padre. Qual pensiero? che meritava ancora quest’uomo,
causa prima de’ suoi mali?
Strinse la tempia fra le due
mani, socchiuse gli occhi e sciogliendosi con estrema violenza da quell’ultimo
sentimento di pietà, che la tratteneva alla terra, si sentì come attratta dalla
voce del morto [158] amico. Credeva, morendo, di cadere nelle
sue braccia: certamente v’era in quel delitto qualche voluttà. Corse, ma un
filo di luce, che usciva dalla camera di suo padre, fu come una sbarra di
ferro.
Marina esitò, e si resse in
piedi, contro la parete del corridoio, gli occhi immobili. Non era mai stata
tanto perversa, e la pietà non estinta de’ suoi primi anni sorse a combattere
l’ultima guerra. Che sarebbe di suo padre, quando ella fosse morta? Il mondo
cercherebbe le ragioni della sua morte e il disonore, scontato quasi con tanta
pazienza, sarebbe il suo suffragio.
Il vecchio ragioniere, che
per abitudine dormiva poco, stava innanzi a un tavolino, sotto una piccola
lucerna, intento a calcolare in molte colonne gl’interessi scalari d’una somma
di milioni fantastici. Era il suo peccato e il suo castigo: raschiava cifre
d’oro, ne cercava i filoni nelle astruserie aritmetiche, egli che per poco non
era annegato in una goccia d’inchiostro.
Era molto invecchiato; i
patimenti non tanto, ma le speranze consumavano, limando a poco a poco, la sua
vita. Cercava non avvedersi dei sacrifici di Marina e abusando di liquori,
godeva qualche soave visione.
Marina sentì la voce
rantolosa del vecchio, che calcolava: se monsieur Talbot era veramente
arrestato, nessuno l’avrebbe tenuto dall’accusare il complice per dividere la
pena; suo padre aveva un corpo di ferro e un’anima vile, e credeva migliore la
prigione che la morte.
Che sarebbe di lui già
cadente, quando il Sultano non gli offrisse i mezzi di fuggire, o per
vendetta lo accusasse egli stesso?
Marina traguardò nella
piccola apertura dell’uscio e vide i lineamenti biancastri di suo padre, e la
fronte nuda e lucente sormontata da un fiocco bianco di capelli. La stravaganza
che precede solitamente la pazzia, traspariva nell’aggrottare spesso delle
ciglia, nel figgere ch’egli faceva lo sguardo in una pigra contemplazione del
nulla, nel sorridere a conclusione di calcoli bislacchi.
Se Marina mancava a suo
padre, il Sultano, Talbot, i ministri della giustizia, le leggi, i
carcerieri, per dispetto, per ira, per dovere, tutti gli sarebbero venuti
addosso. La forza e la prepotenza, che si fa zimbello dell’imbecillità è
spettacolo che fa piangere.
Marina in buon punto sentì la
dolce violenza della pietà, e non osò fare un altro passo verso la morte.
Ma stretta anch’essa fra la
vita e la morte, spinta dalle furie, trattenuta dalla compassione, costretta a
pensare, a provvedere, a costruire, mentre stava per distruggere; non potè
resistere agli strappi di tante contraddizioni e si sentì cadere.
[159] Mandò un gemito come di supplica a Dio e
batté mollemente la testa nell’uscio, che cedette. Il vecchio sollevò lo sguardo
e vide sua figlia avvolta in poche vesti, pallida e come morta attraverso la
soglia.
Prima di sera in quel palazzo
non abitava che un vecchio custode.
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