II
RITORNA MARCELLO
Dirò fra poco perché io
Marcello, dopo la via crucis del mio processo, venissi nella
deliberazione fissa di correre in cerca di Marina. In quei dì, come ognun vede,
io conosceva di Marina molto poco, e meno di quanto avete letto fin qui. Per
parte mia, confesso, mi spingeva a questo viaggio di avventura un senso di
curiosità pietosa, di amore cavalleresco, di capriccio fors’anche; ma non avrei
vinto le obbiezioni di mio padre, senza una ragione sufficiente e superiore.
Sappiate questo solamente: che io non viaggiavo solo.
Lungo la strada e mentre mi
passavano via via di sotto le vaste ed uguali campagne di Treviglio, e le
colline e i monti di Bergamo, e i colli Euganei, e tutta una natura brulla e
intirizzita ancora dalle guazze, io riandava sotto il cappelletto verde del
povero Lucini la storia di questi avvenimenti. Il mio compagno, un signore
garbatissimo, cercava farmi parlare, ma a stento uscivo dalla meditazione
silenziosa di tanta gente, di tanti trambusti umani, pei quali mi agitava
ancora, ansioso d’uscirne.
Vedi, Marcello – diceva tra me
– la volontà e gli abiti d’un povero morto ti hanno condotto fuori del tuo
ordine comune di vita: eccoti in casa altrui travestito, ecco tutte le paure e
tutti i pensieri d’una notte funebre; frughi fra le reliquie del morto, trovi
una donna: insegui questa donna: trovi un delitto. La malizia umana ti accusa
di corruzione, di omicidio, di falsità, e tu stai per affogare sotto il cumulo
delle prove, stai per morire di rabbia. Chi ti ha salvato? chi ti conduce ora
sulle traccie del colpevole, e di quella donna o fantasma che ti ha fatto tanto
piangere e soffrire? Stranezze umane! un forellino di spillo. Tutto è falso
intorno a te; i nomi dei tiranni e delle vittime sono adombrati di mistero: chi
potrebbe dire la verità è morto, e Marcello e la giustizia umana non sarebbero
venuti a capo di nulla, senza quel filo di luce dato da una finestra. Ora
andiamo in cerca di quella finestra, sapremo i nomi veri, porteremo lo spavento
al malvagio, la sicurezza all’innocente: vedremo facilmente questa Marina vera
e viva.
La giornata non era né bella
né brutta, ma il freddo vivo.
Il signor delegato (era il
mio compagno), sempre garbato, andava istruendomi sul modo e sulle parole,
colle quali doveva affrontare questo Sultano misterioso. Si temeva
d’incontrarsi in un pesce grosso, si era fra cento incertezze, nel pericolo di
offendere una [161] rispettabile
suscettibilità e di lasciar fuggire il colpevole: questo Sultano chi
l’aveva veduto? io solo, io, povero Marcello, tratto dalla fortuna maligna a
essere agente di polizia, dopo essere stato il più grande colpevole, caso non
affatto nuovo, credo, nella storia umana.
– Ah Lucini! Lucini! – andava pensando mentre mi serrava alla vita
il suo mantello – quanto mi costa la tua eredità! quel giorno ch’io potrò
spogliarmi di questo abito non mio, spero che anche la tua povera anima uscirà
dal mio corpo. Voglio tornare il Marcello di prima, povero, galantuomo, senza
ambizioni.
Il mio modo di vestire era
creduto opportuno per sorprendere il Sultano, il quale, riconoscendo
senza dubbio il mio costume, non avrebbe potuto celare un senso di
raccapriccio.
Passarono molte e molte
stazioni e man mano che riscontrava le ultime sull’orario, un piccolo
stringimento di cuore mi diceva che l’anima del povero Lucini era ancora dentro
di me e fremeva all’avvicinarsi di quell’incontro. Fremeva al nome cabalistico
di Sultano, provando, dirò, un impeto rabbioso e un desiderio di
vendetta, e così al nome di Marina per una compassione misteriosa, che pareva
veramente amore.
Dopo molti giorni io era ancora
nella condizione di annunciarle la morte di Lucini, ma era costretto quasi da
un destino, che non era il mio.
– Crede ella, signor delegato, – chiesi al mio gentilissimo compagno
– crede che il Sultano dopo quasi otto giorni abbia voluto aspettarci?
– V’è un modo curioso di nascondersi, che è preferito dai furbi –
rispose.
– Quale?
– Il mettersi in vista. Ogni ladruncolo volgare crede necessario,
dopo il colpo, fuggire; il vero artista sa trasfigurarsi a vista del pubblico.
– Sia come si vuole, salveremo una sciagurata.
– E il vecchio falsario? – disse il mio carissimo amico, quasi
ridendo.
– Speriamo di non trovarlo. – Apparve la laguna, e da lontano il
campanile di San Marco.
Io aveva desiderato e sognato
quel panorama con tutte le grazie d’un incantesimo; ma fosse l’animo mal
disposto o un po’ di nebbia, provai un’altra delle mie tante delusioni. Andate
piano a desiderare: la felicità di quest’oggi veduta domani ha spesso l’imagine
di certe statue decorative, greche nell’aspetto, e quattro asticciuole di
dietro.
Così le gondole, i canali, la
piazza e i palazzi veduti con un [162] occhio di
poliziotto e coll’altro d’un morto, incerto io stesso chi io fossi e perché vi
fossi, mi parvero scialbi, guasti, deserti.
Il più che mai garbatissimo
signor commissario, il quale sapeva bene la sua strada, mi condusse per calli e
viottoli e strette e labirinti (una vera ubriachezza) fino a un ufficio di
sicurezza, dove fu riconosciuto, dove qualcuno mi strinse la mano, dove credo
che si bevesse, e si parlasse sottovoce.
Uscirono nomi e cognomi che
io non starò ora a ripetere, ma che potrebbero calzare a quelli usati da noi:
si presero delle note, si diedero delle informazioni, due o tre partirono,
qualcuno tornò con aria di mistero e di malcontento, si sghignazzò anche, si
lambiccò insomma una specie di processo verbale, sempre in quella cameraccia
nera, fonda e illuminata dal gas in pieno giorno. Io intanto seduto in un
angolo, malinconico fino alle lagrime, preso da quello sgomento, naturale a chi
si trova per la prima volta in una dura impresa, farneticava fra me e me,
studiando il pavimento. Ad ogni scricchiolio di uscio aspettavo d’essere
chiamato alla presenza del Sultano; ma dovetti ben presto accorgermi dal
susurro di quelle brave persone che la mia presenza era inutile, perché il Sultano
aveva preso il volo.
– E Marina? – pensai, ma non osai dimandarlo.
Man mano che sentivo
avvicinarmi a questa donna, cresceva quel tumulto del cuore e quel desiderio un
po’ indeterminato, ma acceso, di vederla e di parlarle: anzi dirò che corsi un
po’ oltre ancora, preparando le parole di consolazione, di consiglio, di
tenerezza e quasi una dichiarazione della mia stima e quasi... ma non dirò mai
quel che si può pensare in persona d’un poliziotto.
Rinvangando le vecchie
storie, e il mio amore e le avventure del mio arresto, eccetera, tornarono alla
vista le parole che la santa di Pusiano aveva dette e il babbo ripetute a me:
«In Marcello è disceso uno spirito, ma vi starà per poco: procurate di condurlo
innanzi a un cimitero e sarà come strappare un dente».
Questo spirito, questa
seconda anima, che mi faceva tanto soffrire, e per la quale era caduto di rete
in rete più grossa, era forse l’amore? Io accusava il Lucini, ma in verità era
Marcello che per la prima volta sentiva gli acuti desideri della gioventù e la
poesia della bellezza. La profezia della santa mi risonava in tono fastidioso
all’orecchio. Al punto di stendere le palme e di afferrare questo fantasma,
eccolo scivolare di mano, e sprofondare.
– Siamo troppo in ritardo – mi disse dopo due o tre ore il signor
delegato.
– In ritardo per tutti? e Marina?
[163] – Il
palazzo è chiuso, anzi a quest’ora è venduto.
– E il padre di Marina?
– Sparito.
– Dunque è una storia finita – dissi sospirando.
Il signor delegato, prendendo
quel sospiro come un ringraziamento a Dio benedetto, seguitò:
– Mi rincresce, signor Marcello: ma ella deve seguirmi ancora per un
viaggio, un po’ incomodo.
– Ancora? forse si ha speranza...
– Si spera di sorprendere i nostri personaggi, tutti in un gruppo,
come le biscie d’inverno.
Il signor delegato era
artista, ma le sue parole mi fecero un po’ male, perché nel laconismo del suo
mestiere egli confondeva Marina cogli altri colpevoli.
– E dove si va?
– È un mio segreto: ma allo spuntare del nuovo sole... – e se ne
andò fregandosi le mani.
Io fregai anch’io le mani:
anche il mio amore per questa donna fuggitiva prendeva abitudini da poliziotto.
Dal giorno che il povero Lucini mi aveva, morendo, parlato di lei, fino a
quest’oggi, io l’aveva sempre avuta innanzi a me, ora visibile, ora meno, ora
quasi palpabile ed era naturale che il capriccio ne fosse un poco stuzzicato.
Sul far della sera salimmo in
una gondola, io, il signor delegato, che mi lasciò il posto migliore, e due
carabinieri in buona uniforme. Non dimenticherò mai quella traversata della
laguna.
L’acqua era rosea per il
tramonto e qua e là spuntavano le verdi schiene dei bassi fondi man mano che si
guadagnava la riva.
[164]
|