IV
VILLA
CARNICA
Tornai a sedermi nell’angolo
del fuoco per aspettare la mattina. Finalmente ero solo e fra me e lei non
restava che un tratto di via e un po’ di nebbia. L’oste mi disegnò sulla cenere
la strada che avrei tenuta per giungere più presto alla villa Carnica e mi
lasciò alla contemplazione di quei ghirigori. La strada grossa correva per un
buon pezzo diritta, ma giunta a un certo ossario – aveva detto l’oste – io
dovevo piegare a destra e prendere un’altra strada, che girava il lembo della
collina; dopo mezz’ora o poco più io sarei giunto alla villa.
Il disegno geografico era
semplice, ma avviene di molte cose che a lungo guardarle si confondono, per
cui, rimasto solo in quella stanza color fumo, al lume d’un dito di moccolo, e
con un gran freddo nelle spalle, quel ghirigoro nella cenere prendeva un
aspetto cabalistico, come se chiudesse una misteriosa minaccia.
L’oste mi aveva assicurato
che il signore, passato poco prima, viaggiava solo e non c’era dubbio che
Marina non fosse rimasta in casa. Di tanto in tanto guardavo i vetri d’una
finestra, che cominciavano a imbiancare, e quando mi parve abbastanza chiaro da
non dare nelle fosse, uscii frettoloso, come se alcuno mi aspettasse veramente
altrove.
Sulla neve fra le molte
traccie di carri e di carrozze se ne distinguevano due fresche e sottili, onde
pensai: se io seguo queste righe il Sultano mi condurrà, senza volerlo,
innanzi a Marina.
Camminavo a testa bassa, come
deve fare chi ha molti pensieri e pel tratto lungo di strada maestra, che mi
restava a percorrere, non alzai che due o tre volte gli occhi a speculare il
cielo, a studiare il terreno di qua e di là, oltre le siepi, rasentando un
argine e sempre in mira d’una macchia biancastra, forse una borgata, che a poco
a poco scaturiva dalla nebbia.
Di fioccare era cessato, anzi
un venticello gelato, che penetrava fino al cervello, cominciava a rompere la
nuvolaglia color piombo e a mostrare qualche lembo di sereno; e la nebbia,
verso oriente, dilatandosi innanzi al calore del sole, prendeva un leggiero
incarnatino e si spargeva a fiocchi soffici, come la bambagia.
Battei quello stradone senza
limiti per mezz’ora e fra i mucchi di ghiaia, le pozze e la neve fracida non
era un bell’andare. Non conoscevo la provincia, e arrivato al buio, uscivo ora
al lume del giorno, [172] come una quaglia da un panierino chiuso.
Il paese era deserto, non un uomo, non una voce nei campi, e più camminavo e
più sentivo accendersi la voglia d’andare presto, senza voltarmi, senza aver
preciso e netto innanzi a me lo scopo per cui m’ero mosso.
Marina mi aveva affascinato e
mi attirava con tutte quelle stregonerie, che stanno riposte nella curiosità,
nell’ignoto, nella speranza. Animo dunque, Marcello, – dicevo – il Sultano ha
pensato a cadere da sé nella rete e Marina ti sarà riconoscente del bene che
hai voluto al povero Lucini. Non le dirai che egli è morto, no, ma accennerai
il pericolo in cui si trova suo marito, il pericolo che sovrasta a suo padre,
la necessità di una fuga; le offrirai la tua protezione, in nome del povero
Lucini. Ella domanderà perché egli non sia venuto con te: le dirai che è morto?
se poi odiasse il triste ambasciatore? Diavolo! che Marcello non sappia
persuadere e consolare una donna che piange? Alla fine, fra tanta rovina, Marcello
solo può darle un buon consiglio, può soccorrerla, liberarla dalla sua
schiavitù e se il suo cuore non è di ghiaccio, ella dovrà dire a questo povero
figliuolo: «Grazie, amico... eccovi la mia mano». La sua mano! ch’io stringa
questa mano sul mio cuore, ch’io la baci, ch’io la bagni di pianto...
– Dio onnipotente! – esclamai ad alta voce, alzando le mani verso
l’oriente. Il sole era spuntato, e la catena delle Alpi a settentrione, coperta
di ghiacci, splendeva d’oro e d’argento.
A un tratto mi fermo e i polsi
del capo battono due o tre martellate dure. Senza avvedermi era giunto
all’ossario, una specie di tabernacolo in mattoni scalcinato e crepo, con una
inferriata a scacchi, orlata di crani, e sormontato da uno scheletro di sasso,
che teneva una falce. La neve gli aveva ricamato una cuffia e orlato di un
candido fichu le costole e le anche. Ma non fu la morte, che mi avesse
data tanta paura, bensì la vista dei due carabinieri, che tornavano dalla
villa, a passo di carica e colle mani vuote.
Innanzi all’ossario si
distaccava la seconda strada della collina fra i rami nudi e intirizziti di due
alte siepi. Io avevo potuto scoprire i miei due amici prima che essi mi
ravvisassero, per cui, fermatomi, pensai essere necessario, se volevo veder
Marina, ch’io sfuggissi d’incontrarli. Se no, i due amici mi avrebbero tirato
alla ricerca del Sultano. Perdere Marina, quando già ne tenevo il lembo
del vestito, mi pareva ed a ragione uno scherzo doloroso, onde pensai in fretta
quel che mi restasse a fare e corsi ad appiattarmi dietro uno spigolo
dell’ossario. Man mano che i due soldati passassero innanzi, io avrei
destramente girato l’ossario, finché fossi sicuro di me.
Stetti dunque un po’ col
cuore in subbuglio, innanzi a una delle [173] finestrette
laterali, da cui un curato morto vent’anni prima mi guardava con un sorriso
ironico e col berretto storto sopra l’occhio sinistro.
Intanto il passo sonoro si
accostava e già udivo il brontolìo malinconico de’ miei amici.
In quella sospensione d’animo
io mi domandai con meraviglia, se avessi per avventura commesso qualche
delitto, perché il Sultano al mio posto non avrebbe trepidato di più. Ma
le cose di quaggiù, per l’artificio delle nostre passioni, hanno spesso un
significato diverso da quello che Dio ha loro dato; anzi, noi viviamo per
nostro capriccio molte vite, che non sono la nostra, per quel pazzo desiderio
dello strano, che ne spinge a forare le montagne invece di sorpassarle, e a
bere il caffè amaro con lo zuccaro accanto.
I due carabinieri si
fermarono innanzi all’ossario, e io che piatto piatto ne girava la schiena, mi
arrestai, sospeso, dirò, quasi tra cielo e terra, coi capelli irritati, il
fiato mozzo, e due dita alle orecchie, per credere di non far rumore. La
situazione era così stravagante che s’io fossi uscito improvvisamente a
spiritare, quei due soldati forse... ma non stiamo a dir male del prossimo.
– Siam venuti di qui, te l’assicuro – disse uno di loro, ed entrambi
riconosciuta la strada tirarono innanzi.
Attinsi il respiro fin dalle
scarpe e appena li vidi abbastanza lontani, saltai sulla strada della collina e
la presi alla corsa. Ma col freddo e con la riva non era il miglior modo:
camminai più dolce. Se l’oste aveva detto bene, villa Carnica doveva essere
vicina, forse in cima alla riva, oltre lo svolto. La strada era più asciutta e
più alpestre: la siepe spesso interrotta da gruppi di belle piante, di pioppi,
di betulle, di olmi sfrondati, che sgocciolavano al tocco del sole. Dall’alto
del ciglione l’occhio si stendeva sopra una vasta pianura ondulata, ingombra di
molte nubi, fra le quali però tremulavano due o tre striscie taglienti come
l’acciaio, forse il mare.
Spinsi l’occhio una prima
volta, sperando di scoprire la villa, o almeno un campanile, o un uomo, o un
segno di vita: ma dopo il primo gomito la strada seguitava ancora più ripida,
più stretta, e come incassata fra due boschi.
Il coraggio cominciava a
cadere. A mezzo delle imprese interviene sempre il pensiero della loro
inutilità ed è questa la causa della nostra dappocaggine. Per me, dopo tanti
casi e dopo uno strano viaggio notturno, la stanchezza era naturale, onde
discussi un poco il partito di tornarmene e d’uscire una buona volta da
quell’imbroglio. Ma le gambe, quasi obbedissero a una seconda coscienza, a me
sconosciuta, continuarono la salita, finché fra due filari di pini, [174] vagamente spruzzolati di neve, apparve un
palazzotto o gran casolare signorile, di bello stile, sostenuto da una
gradinata e colla faccia rivolta alla pianura e al mare.
Dovetti appoggiarmi a un
muricciuolo per uno sgomento che non so spiegare. Era villa Carnica, e me lo
disse anche una freccia e un’iscrizione dipinta sul muricciuolo. Molte finestre
erano aperte e il nome di Marina pareva che risuonasse dentro e fuori di me.
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