V
ARRESTO
DEL SULTANO
Il Sultano aveva
lasciato villa Carnica verso le prime ore della mattina e gli era toccato anche
di vedere i due carabinieri, che salivano; i quali, sicuri di sorprenderlo in
letto, per una di quelle idee fisse, che hanno spesso lo splendore della
certezza, non osarono chiedere notizia di questo viaggiatore notturno. Si noti
però che la strada era molto battuta, e che il Sultano, fiutando, per
una specie di magia, il pericolo nell’aria, procurò di passar oltre come una
saetta, finché non si arrestò a mettere un po’ di pace nei sensi all’osteria
del signor sindaco.
Non saprei dire se egli mi
riconoscesse a tutta prima, ma forse sì, perché l’anima sua era già inclinata a
vedere in ogni uomo un nemico, e lo sguardo del signor delegato aveva un modo
fastidioso di osservare il prossimo, che te lo sentivi addosso tre miglia
lontano. Il mantello col pelo, e il cappelletto verde traveduto a quell’ora
nell’ombra, in una specie di deserto, dopo avvenimenti spaventosi, e col
rimorso nel cuore, se anche gli sembravano giuochi di sua fantasia, non erano
giuochi piacevoli e che potessero trattenerlo.
Infatti si vide com’egli
partisse di galoppo, e ad ogni colpo di frusta andava ripetendo una frase fra
l’ironico e lo spaventato, che rispondeva a quei progetti precipitosi e
arruffati che almanaccava in capo.
– O io sogno, o quel cappelletto è del... – Non osava ripetere
neppure a mente il nome del poveretto, ch’egli aveva fatto uccidere, perché nel
garbuglio della sua coscienza non sapeva nemmeno se considerarlo come nemico o
come figliuolo.
Egli era giunto a villa
Carnica, sperando di salvare almeno, fra tanta distruzione, la bellezza di
Marina; ora tornava col capo nelle spalle, l’occhio smorto, e con un continuo
rantolo nella gola, che riassumeva tutti i lamenti e le strida della coscienza.
Sentiva di essere cercato e
forse inseguito.
Naturalmente i due gendarmi,
non trovandolo a villa Carnica, sarebbero tornati sui loro passi, e all’osteria
avrebbero intese altre notizie.
– Era un’ombra colui? – domandava con voce sotterranea tutte le
volte che l’imagine del Linucci o la mia gli passava innanzi.
Sentiva d’essere inseguito e
il suo sgomento si sarebbe potuto paragonare alla trepidazione del cammello
all’appressarsi del leone.
[176] Bisognava giuocare l’estrema partita;
quanto gli rimaneva di meno triste sulla terra era quel po’ di libertà, per cui
frustò rabbiosamente il suo bel puledro attraverso l’orecchie: questo balzò due
o tre volte e prese la fuga. Il Sultano non voleva di meno, ma lo tenne
incatenato colle redini e si compiacque di quella corsa vertiginosa, non
pensando al pericolo di essere sbattuto contro un sasso della riva; niente,
niente, egli avrebbe rigato di sangue tutta la strada a patto di correre
sempre.
Lo scopo era di guadagnare
tanto spazio in avanti che desse tempo di raccogliere i pensieri e di formare
un progetto, e noi sappiamo che il carrozzone del signor delegato era troppo
pesante e i suoi cavalli troppo affaticati per vincere la sfida.
Il delegato, che si era mosso
dall’osteria quasi un quarto d’ora dopo, e vedeva il piccolo trotto delle sue
rozze, non si alterava per questo, né bestemmiava, come avrebbe fatto un uomo
di testa leggera. Ma come feci in appresso anch’io, al lume di un fanale prima,
e poi meglio alla luce chiara del giorno, seguì la callaia lasciata dietro
dalle ruote del carrozzino e pareva un erudito che investigasse i segni
d’un’iscrizione. A lungo andare doveva cessare anche quella striscia a meno che
non si sprofondasse nella laguna.
Egli aveva lasciato ordini
precisi al signor sindaco, cioè che al ritornare dei due carabinieri, ripetesse
il comando di inseguire il carrozzone ed il carrozzino.
Infatti appena i due soldati
giunsero all’osteria – erano circa le sette – e intesero l’avviso, balzarono a
cavallo, e con due tocchi di sprone si buttarono al galoppo. I cavalli, che
sentivano la necessità di non perdere tempo, non toccavano terra e andavano
soffiando dalle nari dilatate immensi globuli di fumo, finché in meno di
mezz’ora ebbero raggiunto il carrozzone.
– Noi siamo già in perdita di cinque o sei miglia – disse il
delegato – perché il cavallo di Sua Eccellenza è giovane, e furbo come il suo
padrone. Voi seguitelo, e quando l’avrete sotto mano, stategli alle coste,
finché piacerà al Signore ch’io vi raggiunga.
E i due cavalli partirono
ancora di galoppo, lasciando indietro le due rozze, che tiravano più il collo
che il legno.
Infatti, in meno di mezz’ora,
scopersero il carrozzino che correva a precipizio per una discesa, vista che
fece sorridere di un’infantile compiacenza i due soldati.
Il puledro del Sultano faceva
del suo meglio, ma non poteva vincerla su quei corridori di buona gamba, che
sentivano l’odore degli sproni.
Ora non so imaginare la
dissoluzione di un’anima presa dallo [177] spavento. Se
fosse dato indovinare, direi che il Sultano sentiva mescolati al sangue
degli umori rabbiosi. Era astuto, coraggioso, ricco, ma non rimaneva che un
tratto di via, e qui doveva risolvere molti problemi, prendere grandi
risoluzioni, svilupparsi insomma dalle strette in cui la società e la giustizia
lo stringevano. Balzare di carrozza, e darsi a una precipitosa fuga, volgare,
giù per le campagne, se anche non gli fosse sembrato inutile, sentiva di non
aver le gambe e lo spirito pronto. Cacciò la testa rapidamente e travide in
confuso, anzi quasi suppose quell’ombra minacciosa, che gli galoppava dietro e
di cui sentiva risonare un top top eguale e monotono come un processo verbale,
inesorabile come una sentenza.
– Vengono – mormorò con una voce interna profonda, sommessa, come il
gorgoglio di uno che sta per affogare, voce che il Sultano non avrebbe
voluto sentire.
Si fece la domanda se gli
conveniva voltare in una porta, deviare dallo stradone, o tirar dritto, oltre
la città di Mestre, che già discerneva, o fermarsi e affrontare a viso aperto
il pericolo, se v’era pericolo, tentare insomma di corrompere, di persuadere,
di provare a quei buoni signori il grosso abbaglio in cui erano caduti; belle
parole a dirle, ma dopo tutto era meglio tirar via, lesto, senza pietà dei
passeggieri, dei villanzoni testardi, delle donne, dei bimbi distratti. Perché
aver pietà? Un pitocco, che stava rannicchiato sui piedi di una colonna, sopra
un crocicchio, vedendo quella figura e quel bagliore di armi, alzò un viso
giallo, solcato dai grossi muscoli, e sbarrò gli occhi bianchi, mentre salutava
i passanti con un grugnito selvatico. Il Sultano avrebbe frustato quel
miserabile, che si pigliava beffe di lui: passò oltre maledicendolo.
Ora piegava la testa, ora
stringeva le labbra, ora fischiava raucamente nella strozza, ma nel cuore al
coraggio irritato sottentrava la viltà: le mani stanche e indolenzite non
volevano più reggere la testa del cavallo, che volentieri accettava le
concessioni del padrone.
Quella fuga durò quasi
un’ora, perché i carabinieri, ubbidienti al comando, non volevano disturbare
Sua Eccellenza prima del tempo.
– Sono persone educate – diss’egli fra i denti senza ridere, ma con
un sarcasmo doloroso, che è la paura travestita.
La strada non era più quella
di prima, larga, difesa e piana, ma diventava più tortuosa, più profonda, più
angusta, man mano che discendeva in un vallone arenoso poco discosto dal mare.
Come, quando e perché avesse lasciato la strada maestra per ficcarsi in quel
viottolo, egli stesso non sapeva dirlo; era giunto al punto che le cose si
sfiguravano, e nella nebbia confusa dei pensieri non gli rimaneva che una
specie di istinto per andar sempre innanzi.
[178] Ma la strada ingombra di sassi, anzi di
ciottoloni, premuta dalle due parti da rive scoscese e da cespugli spinosi,
sdrucciolevole pel ghiaccio, parve alla povera bestia un cammino irragionevole:
onde cominciò a impennarsi e a respingere il legno.
Il Sultano si accorse
d’aver innanzi una cava di sabbia, dove moriva appunto la stradicciuola, e
chiese un ultimo aiuto al cielo, con uno sguardo fuggitivo, e cristallizzato.
Però due piccole lagrime, le ultime, scintillavano negli angoli delle pupille.
Più che altro sentì la
ridevolezza dell’avventura, l’impotenza in cui era caduto, la sciocchezza della
sua malvagità; e nel tempo che uno dei carabinieri si sbarazzava delle staffe,
il Sultano, quasi riassumesse con un impeto di volontà tutta l’ipocrisia
d’una vita senza onore, si sforzò di sorridere, e ci riuscì, nell’atto che
balzò di carrozza.
– Strano! – esclamò una voce alta e sicura, rivolgendosi a colui che
gli veniva incontro con troppa sollecitudine. – Strano! Hanno voluto farmi
ammazzare a discendere fin qui per la stima d’un carico di sabbia e non trovo
nessuno.
Il modo, col quale queste
parole venivano pronunciate, lasciò alquanto perplessi i miei due amici; ognuno
è soggetto ad errare, e Sua Eccellenza pareva sì tranquillo, e sì preoccupato
del suo carico di sabbia, che anch’io, confesso, sarei rimasto.
– È lei – domandò il più eloquente dei due compagni – è lei il
signor...? – e qui disse quel nome ch’io non posso trascrivere.
– Per l’appunto – rispose imperturbato il Sultano. – In che
posso servirli?
– Vorrebbe ella seguirci per un piccolo tratto di strada?
– Me ne rincresce; aspetto l’agrimensore e non vorrei... Però se è
necessario, io non ricuso un piacere all’autorità. So bene che nella vita si
danno dei casi stravaganti e... ah! ah! –- Il Sultano rideva come un
buon vivente, a cui ne sia accaduta una bellina assai.
Intanto, preso il cavallo per
il morso, cercava di farlo voltare in quel piccolo spazio, con certi modi
educati che indicavano un uomo, il quale fa di tutto per tirare alla lunga.
– È strano! bisogna che io abbia un viso poco galantuomo, perché è
la seconda volta che mi pigliano in sospetto e... va là, anima mia... – gridava
al cavallino con dolce accento veneziano; poi con maniere obbliganti pregò uno
dei carabinieri a montare in carrozza.
Il Sultano rideva di
quell’ilarità che fa buon sangue, ma vedendo che non v’era più scampo, cominciò
a combattere fra sé una lotta grottesca; il suo bel ridere pareva una maschera
scempia sopra il volto attratto e rigido d’un moribondo.
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