VI
FINALMENTE
TROVO MARINA
Io intanto
era venuto passo passo, con molta pena e come trascinato, fino alla villa; il
cancello era aperto e notai lungo il viale del giardino più netti i segni delle
ruote, che con una bella curva andavano a finire in un ghiribizzo, innanzi a un
porticato sostenuto da colonne circondate dai rami secchi degli arrampicanti.
Quando giunsi sotto l’atrio del palazzo, non un’anima pia mi venne incontro;
soltanto un cane invisibile mandò un piagnucolìo fastidioso. Girai lo sguardo a
destra e a sinistra per ritrovarmi, ma forse per l’alterazione del pensiero
vedeva le cose senza capirle. Il momento era più grave di quel che altri possa
immaginare. Alzai la voce e non mi rispose che il cane, una bestiaccia
nascosta, io credo, e incatenata in cantina.
Temevo – dico proprio temevo
– che Marina non mi apparisse di qua o di là: la sua vista mi avrebbe tolta in
quel punto la favella.
La mia vita pareva sostenuta
da un sol pensiero, e le imagini del Lucini, di mio padre, della mamma, della
Gioconda, del Sultano, degli amici e dei nemici, mi passarono innanzi
come un’apoteosi da teatro. Se Marina, supponiamo, fosse uscita così bella,
così gentile, come io me l’era disegnata, in un grazioso disordine mattutino,
come risponderle? Come non cadere a’ suoi piedi e chiederle perdono di tanti
cattivi pensieri, che avevo fatto per lei?
Non vedendo, né udendo
persona, mi feci animo ed entrai in un salottino a destra, arredato un po’
all’antica con molti ritratti scialbi intorno alle pareti: alzai un poco ancora
la voce e dalla camera vicina mi rispose un fruscio...
Io... Devo dirlo il senso che
provai a quel rumore vago e indistinto? mi parve che il cuore si capovolgesse.
Era dessa? perché non
fuggivo? perché ero venuto? chi più matto, più sciocco, più scellerato di me?
Nel tempo d’un respiro mi
pentii, mi lodai, mi sbattezzai tre volte. L’uscio era coperto da una cortina
di drappo e io vi tenni gli occhi fissi: il passo d’una persona risuonò dietro
la cortina, che si mosse, e dopo un istante ecco un vecchio bianco e cadente,
avvolto in una zimarra disadorna, venire strascicando i piedi diritto verso di
me.
Il suo passo era corto,
talché mi parve eterno il suo tragitto pel [180] salottino, e
quando me lo vidi innanzi cogli occhi fissi, sbarrati nel mio viso e al di
sopra delle sopracciglia gli occhiali sospesi come due specchi ustori e
guardarmi con quattrocchi, diedi un passo indietro.
– Signore... – balbettai: ma il vecchio non mi lasciò parlare. Si
fermò, aprì la bocca, alzò le mani, mi prese le mie ed esclamò: – Linucci, voi
qui?
– Linucci – risposi, ma non sapeva come contenermi.
– Vi ho subito riconosciuto, mio giovane amico: voi vestite ancora
un po’ alla brigantesca, e la vostra presenza in questo luogo mi ricorda il
tempo passato insieme a Venezia.
Il vecchio era veramente
commosso e non mi fu difficile riconoscere in lui il padre di Marina: dovevo io
disingannarlo? Quand’anche avessi voluto, egli non mi lasciava parlare.
– Siete venuto a buon tempo: l’avete forse incontrato per via?
– Chi? – domandai.
– Il Sultano. – Il vecchio sogghignò, poi aggiunse: – So che
lo chiamate così; poveretti tutti e due! Noi siamo giunti a villa Carnica da
uno, due, tre, quattro, cinque, sei giorni. – Il vecchio contò questi giorni
sulla punta delle dita. – Mia figlia vi giunse malata...
– E ora?
– Ora è guarita e sta bene. Suo marito è partito stanotte. Che
storie!... – Raggrinzò la fronte, fissò un punto invisibile dell’aria, aprì e
chiuse le palme come si fa coi ventagli, quindi aggiunse: – So che la giustizia
mi cerca. Son venuti stamattina per arrestarmi... ah povero me!
– Potrei parlare a Marina? – Tremai nel dire queste parole.
– Certo, caro Linucci. Venite con me; avete con voi il vostro
violino? Venite di qua.
Egli si incamminò
barcollando, io lo seguii col passo d’un burattino, che qualcuno trascini
troppo per terra. Entrammo nella stanza vicina e di là in un corridoio, dove il
vecchio si fermò per dirmi: – Correste un brutto pericolo, eh? Il Sultano voleva
ammazzarvi, lo so, ed è venuto a Milano apposta.
– Ella lo sa? – chiesi curiosamente. Ma al modo di ridere mi
persuasi che al vecchio era svanito alquanto il cervello.
– Certamente lo ha saputo e si ammalò, – rispose – ora sta bene.
Questa è la sua stanza.
– Signore, – dissi per trattenerlo, ma egli si accostò a un uscio,
origliò colla testa bassa e infine batté due colpi colla nocca delle dita
chiamando: – Marina.
Io caddi sul muro: ero per
udire finalmente la sua voce!
[181] – La
chiamo così per dirle che siete voi.
Ma nessuno rispose e allora
il vecchio ripicchiò e chiamò di nuovo con più dolcezza: – Marina, Marina.
Silenzio, e in fondo me ne
rallegrai, perché non mi sentivo ancora preparato.
– È forse malata? – chiesi colla pena d’un moribondo.
– È guarita, vi dico. Si è levata questa mattina ed è forse andata
alla messa di San Giorgio. Ma sì! or mi ricordo di averla veduta uscire.
Aspettate, prendo il cappello e sono con voi.
Mi lasciò un solo istante e,
non potendo trattenere la curiosità, spinsi l’uscio avanti. Vidi un’altra
stanza con molti mobili vecchi e impolverati e dal loro disordine era facile
capire che il Sultano e Marina, giunti all’improvviso, senza servi e
senza roba, non avevano prolungata la loro dimora che per necessità. Come mai
però il geloso marito aveva potuto abbandonarla sola quella mattina?
Non sapevo spiegarlo, ma la
risposta la sentivo nell’aria di quella casa vecchia e sbiadita, in cui
risonava di tanto in tanto il gemito del cane rinchiuso, e poiché il vecchio
pazzo non ritornò subito, passai oltre, come un uomo che venga a rubare, fino a
una vetriata, che metteva sul giardino. Sforzandomi di guardare attraverso i
quadretti piccoli e verdognoli dei vetri, vidi il mio vecchio che si raggirava
a testa nuda, ancora in veste da camera, e che adocchiava qua e là per le
aiuole coperte di neve, come se cercasse qualche cosa.
Provai quasi la compressione
di due dita di legno sul cuore, e se i pensieri hanno un colore, cominciai a
pensar grigio. Quell’ululato che usciva di sotterra, il gelo della mattina, il
vuoto di quella casa, la pazzia del vecchio, spettacolo sempre desolante, la
fuga del Sultano, quel che io sapevo e quel che era facile supporre
concordarono in fascio a dirmi: Essa è proprio morta.
La villa era isolata, la casa
senza servi e nemmeno un castaldo, perché comperata da poco tempo dal Sultano,
che non vi aveva provveduto.
Chi sa? la scelleraggine è astuta
e forse il Sultano aveva così disposto per finire tacitamente la sua
vendetta e lasciarla nascosta il tempo di mettersi in salvo. Perché il vecchio
seguitava a guardare nella neve?
Fu una brutta idea, che mi
guizzò nella mente, e ne vidi il bagliore sanguigno fin nella pupilla degli
occhi. Che il geloso l’avesse uccisa?
V’è un punto di esaltamento
in cui il cervello par che si mescoli al cuore e allora ciò che prima era
dubbio, pensiero, imaginazione dolorosa, diventa vero dolore che si sente. Io
cominciai a lamentarmi, [182] a muovermi con più trepidazione, a
chiamare aiuto a voce alta; vidi una scala e la percorsi metà, ma tornai
indietro in cerca del vecchio, per interrogarlo e scoprire, se era possibile,
dove fosse Marina.
Ma le imposte che davano sul
giardino erano fermate al di fuori da un piccolo gancio di ferro, e apersero
solamente l’adito ad una mano. Allora mi parve che qualcuno mi facesse guerra e
cominciai a lottare, strappando, conquassando, lacerando quelle vecchie
imposte, finché ne ruppi un paio di vetri, levai l’ostacolo, uscii nel giardino
e presi il vecchio per ambo le braccia.
– Dov’è? – gridai.
Il vecchio sbarrò gli occhi e
vidi che stava per gettare un urlo di spavento.
– Sono ancora qui? di là, di qui?
– Chi? – gli domandai.
– I carabinieri: il Sultano mi ha accusato, lo so; son venuti
a cercarmi.
Si sbarazzò con una stretta e
fuggì verso un muricciuolo, che pretendeva di poter scavalcare. Io non so dire
se fossi men pazzo di lui; tornai di corsa in casa e provai a salire al primo piano.
Il Sultano non era
fuggito, ma il suo viaggio non doveva durare, secondo la sua intenzione, che
poche ore, il tempo cioè di riprendere certi documenti dal suo notaio, ed
essere così più spedito in seguito. Marina l’aveva seguito fino a villa Carnica
senza ripugnanza, perché, animo di gran fortezza, superato il primo sgomento e
veduta la necessità di vivere per salvare suo padre, faceva estremo sacrificio
di sé. Ammalò alcun poco, ma ne accusò il viaggio. Onde suo marito, non
imaginando che ella sapesse la morte di Giorgio, si rassicurò, trovandola
perfino disposta a lasciare l’Italia; nella sua miseria la bellezza e la
gioventù di Marina gli era mantenuta e assicurata, almeno finché il vecchio
falsario vivesse. Bisognava trattarlo bene questo vecchio miserabile, che era
come la cauzione di nuove tenerezze coniugali. Dirò anche che il pensiero del
povero Giorgio non spingeva più all’ira il furioso Sultano, ma lo
conturbava di uno spavento misto a compassione, di modo che, se Marina lo aveva
amato, non gli pareva oggi tanto orribile come prima. Marina, l’ho detto, era
rassegnata, ma seguiva con una certa curiosità il procedere lento di una pazzia,
che avrebbe reso irresponsabile suo padre; il vecchio, che, vile per animo,
aveva seguito il suo protettore e nemico fino alla villa, agitato da continui
spaventi, provò lo scompiglio di quel po’ di ragione che gli restava
all’apparire dei due carabinieri.
[183] Questi erano venuti per arrestare il Sultano;
avevano visitata la casa da cima a fondo, interrogando il vecchio e la
signora; solo quando furono sicuri che egli era veramente partito e che forse
l’avevano incontrato per via, se ne andarono, lasciando freddo di paura il
vecchio e stranamente esaltata Marina. Ella sentì della gioia al primo pensiero
che gli fosse tagliata la via del ritorno; ma era una gioia amara, che spingeva
al piangere, all’infuriare, al fanatismo della selvaggia, che sale il rogo del
marito.
Vide suo padre sorridergli in
faccia, gonfiando le ganascie, e stralunando gli occhi; poi piangere e
rincantucciarsi come un bambino ad ogni scricchiolìo, e cadere in quella
tranquillità cupa, che precede il furore.
Marina n’ebbe paura, perché
la pietà non giungeva fino a vincere il ribrezzo. Pensò se ella avesse ancora
ragione di vivere, e quella risoluzione balenata dapprima parve adesso più
semplice e più applicabile. Perché riservarsi alle vergogne di un processo, al
triste spettacolo della follìa, a un perpetuo rammarico?
Giunto al primo piano ed
entrato in un camerone deserto con molti usci in giro, come tante celle di
monastero, fui tratto da un gemito sommesso verso un andito a destra, finché mi
arrestai a due battenti di una porticina di legno intagliata all’antica. Il
gemito veniva di lì e tesi l’orecchio per riudirlo; ma il cuore soltanto
rispose con un martellare sonoro, che pareva determinato a fiaccarmi la vita.
In quell’attesa dolorosa si
ripeté anche l’ululare del cane, e io mi appoggiai al paletto dell’uscio, che
tentai smuovere. Ficcai l’occhio nella serratura, ma un cencio di carta la
chiudeva ermeticamente: chiedere soccorso in quella solitudine era inutile, e,
seguendo i consigli del momento, provai a tentennare l’uscio. Bisognava che io
lo sfondassi, perché il tornare indietro a cercare la mano d’un fabbro, era
perdere troppo tempo.
Marina, persuasa che per suo
padre non v’era più pericolo a temere, rimasta sola, coglieva una buona
occasione per morire. Io me ne accorsi al puzzo di carbone.
– No, no – gridai, mentre faceva leva con le braccia e con le
ginocchia, appoggiando la schiena al muro opposto (l’andito era assai
ristretto), per scompaginare quelle pareti di vecchio frassino.
– No, Marina, – ripetei con un singhiozzo, e preso da una specie di
pazzia, infuriava coi piedi e colle mani contro quei vecchi congegni di ferro.
Un altro gemito mi rispose di
dentro.
[184] – Sono il
Lucini, vengo a salvarti – gridai e nel dire queste parole nessuno avrebbe
dubitato meno di me che fossero una menzogna, perché la passione del povero
Giorgio era da un pezzo diventata mia e il destino di Marina era legato alla
mia vita.
– Sono il Lucini. – Dammi aiuto, madonna santissima, o io spezzo il
cranio contro questa parete.
L’uscio non era serrato a
chiave, e il paletto irrugginito cominciò a cedere agli urti robusti delle mie
braccia: credetti al primo tratto che la madonna mi avesse ascoltato, e perché
mi accorsi che l’ostacolo cominciava a cedere, mi rovesciai sopra con tutta la
persona, tagliandomi le dita, e sprofondai quei battenti e irruppi nella
camera.
Ma un’afa calda mi ributtò,
non meno che se fosse una muraglia invisibile: rinculai per non essere
asfissiato. In faccia a me era la finestra chiusa della camera e Marina giaceva
a destra o a sinistra dell’uscio. Era giorno fatto; sui vetri splendeva il
sole, e il bagliore della neve, caduta la notte, si rifletteva dal giardino
nell’ambiente della camera con una bianchezza festosa. Bisognava che io
corressi alla finestra e invocassi l’aiuto della natura; ma uno sgomento
fastidioso del pericolo parve che m’impiombasse i piedi: piangevo, senza accorgermi,
e gemevo come un tormentato.
L’esitazione non fu che di un
quarto di minuto: sfidai la morte; balzai alla finestra, e mi sostenni a stento
al suo parapetto; l’aprii, e mi volsi. Avevo le vertigini.
La vista tremolante non mi
lasciò vedere dov’ella giacesse, e già sentivo dei cerchi, che mi serravano le
tempia, e mi pareva che il pavimento barcollasse come un’altalena.
A destra dell’uscio scorsi un
padiglione, che forse copriva un letto.
Dio aveva pietà di me:
l’ambiente era già abbastanza corretto, perché io potessi aprire la bocca, e
respirare la vita. Corsi innanzi a quelle cortine di seta, le lacerai,
strappandole a destra e a sinistra; e ai piedi del letto, messa quasi a sedere
sul suolo, con un braccio morto lungo la vita, e l’altro e la testa abbandonati
sulla sponda, pallida...
Oh! io non saprei descrivere
come mi apparve veramente in quell’istante. Io avevo poco più di venti anni e
uscivo allora allora da un mondo ove la donna si considera peccato.
La mia vita non era mai stata
adorna di fiori e non conosceva, lo giuro, il bacio di una donna. Il fantasma
di Marina mi era comparso una notte dolorosa, e dopo averlo perseguitato, come
un assetato del deserto incalza la visione di una fontana, l’avevo ora fra le
mie braccia e senza rimorso o paura di offenderla, potevo sollevarla, [185] metterla a giacere coll’innocenza e il candore, che farebbe un
padre verso una sua bambina; potevo chiamarla con tutti i bei nomi dell’amore,
schiuderle gli occhi, ricercarne la morente pupilla, ridarle un po’ di calore
col fiato, coi baci, colle lagrime.
Ella forse, udito poco prima
il nome di Lucini, era balzata per venirmi incontro, ma la vita era già troppo
insidiata e cadde. Non era morta; un filo di roseo le coloriva le guancia, e un
alito sottile le moveva appena appena il petto: il suo volto aveva veramente
quel non so che d’alabastrino, che mi era apparso dal ritratto, e
dell’alabastro teneva anche la morbidezza e il gelo.
Vestiva un abito bianco di
mattina e le mani forse avevano tentato di lacerare il corsetto alla gola,
nello spasimo dell’agonia. Non era morta, ma non voleva guardarmi: le sue
braccia che io mi era cinte al collo, per levarla da terra, serbavano ancora
una piccola tenacità, ultima espressione di un immenso amore.
Pareva dicesse: Questo amplesso
è per te.
Per me, povero Marcello?
Per me che ti chiamo
inutilmente, dopo aver udite le mille volte ne’ sogni la tua voce, dopo aver
imparato nel tuo pensiero ad amare meglio la vita e a meglio conoscere la
natura delle cose?
– Marina! – esclamai posando il mio viso al suo, e sollevando
alquanto la sua testa nelle mie mani – Marina, perché hai voluto morire?
Ella forse mi sentiva dalle
profondità tenebrose della sua agonia: mi parve che le ciglia balenassero una
volta o due per rispondermi, ma il mio desiderio non aveva le mani sì lunghe
per trattenerla al limitare della morte. Posai le labbra sulla sua bocca e
colle dita cercai sollevare le sue palpebre: la serrai una volta ancora con più
veemenza al mio corpo. Era morta.
Anch’io mi sentii morire. L’aria
della camera era avvelenata e l’aspetto della morte è fatale.
Poiché il suo volto si
raffredda sotto i miei baci, poiché le sue braccia si svincolano come cosa
morta dal mio collo, e io sento la sua testa pesare, e indarno le afferro e
l’una e l’altra mano, e le carezzo i capelli, e la chiamo e grido, è giusto che
muoia anch’io. Chi mi trattiene ancora sulla terra? Sento che in me v’è qualche
cosa di troppo, di inutile, d’ingombro: quell’anima nuova e bizzarra, che
discese in me col primo pensiero d’amore, tenta scatenarsi.
Le ginocchia si snervano e io
cado ai piedi del letto, a guisa d’uomo sfiaccolato di un troppo lungo viaggio:
vedo discendere [186] molti veli bruni innanzi agli occhi,
mentre le forze mi escono da tutte le membra.
È un dolce venir meno, che
sembra un addormentarsi, anzi provo la strana sensazione di chi si immerge in
un bagno tiepido di latte. È così bello il morire? Tutto si ritira e si spegne:
è la fine d’una festa, in cui i fiori, gli specchi e le gemme illuminate
dall’ultimo moccoletto hanno bagliori radi e moribondi per l’ebbro libertino
che sonnecchia.
Addio, luce falsa del mondo:
l’aria gela intorno a me, e forse mi serra una crosta di ghiaccio: io muoio
tentando di aggrapparmi a lei.
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Era svenuto e due giorni
dopo, quando ritrovai la coscienza di me, il prete, che mi aveva raccolto
pietosamente nella canonica, mi disse:
– Povera putela, l’emo sepolta sta matina.
[187]
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