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L'uomo e la terra. — La geografia fisica dell'Italia.
— L'Italia antica e l'Italia moderna. — La carta geografica dell'ignoranza. —
L'ignoranza delle donne. — Un altro genere d'ignoranza. — Letteratura. — Il
lavoro. — L'impiegomania. — Il disprezzo delle ricchezze. — Governati e
Governo. — Il còmpito d'oggi.
Da molti si è detto, fin
dall'antichità, che l'uomo è quale la terra lo produce. I moderni hanno
insistito in particolar modo intorno a cosiffatta sentenza, e si sono anche
ingegnati di darne la ragione scientifica.
La qualità delle roccie nelle
varie contrade, si è detto, i vari rilievi ed avvallamenti de' terreni, la
direzione e la forza de' venti, le pioggie, i laghi ed i fiumi, il corso delle
stagioni, la calda e fredda temperie, tutto quanto infine costituisce la
ragione del clima, opera sull'uomo e sullo svolgimento fisico di esso, sulla
sua complessione, ne modifica la forza, la longevità, la condizione sociale,
morale ed intellettuale.
I filosofi che si dedicarono a
simili studii consentono nel dire che le contrade uniformi per grande
eguaglianza di terreni, piani sterminati arenosi, e nudi monticelli, e coste
marittime senza seni e senza sporgenze, senza accidenti di linee e di
frastagli, sono quelle dove meno acquista e migliora l'umana razza. E adducono
come prova le uniformi estesissime pianure e le immense spiaggie di sì gran
parte d'Africa, dove vive una gente che sottomette la ragione all'istinto, e
perciò improgressiva, la medesima sempre. Dove, al contrario, i popoli più
civili di Europa sono partiti dallo stesso punto, ma, in condizioni fisiche al
tutto diverse, sono giunti oggi a quel grado mirabile di civiltà cui li
vediamo.
Qui sono monti giganteschi
avvolti da nubi le cime nevose o scintillanti al sole, dirupi solcati da ghiacci
e battuti dalla tempesta, balze scoscese, cupi burroni precipitosi, massi
erranti per la pianura, e sassi, e ciottoli, e ghiaie alle falde. Foreste di
castagni, di faggi, di larici e di pini, fanno veste a quei monti, poi cespiti
di rododendri ed erbe dal cortissimo stelo, e muschi e licheni che di varie
tinte, brune, argentine, dorate, coronan le rocce. Urla il lupo fra quelle
foreste e balza la lince e s'appiatta l'orso, e corre presso la neve nel suo
manto invernale il candidissimo ermellino, e ronzano insetti appunto quali
incontra nelle sue terre il gelato Lappone. E alle cime, ai pendii, alle nevi,
alle foreste, ai vaganti nuvoloni fanno specchio nelle valli romite le onde
limpidissime degli incantevoli laghi. Costà son colli di soavissime chine sparsi
d'ulivi, echeggianti d'autunno delle grida festose delle vendemmiatrici, e
fertili piani sparsi e biondeggianti di messi, solcati da fiumi maestosi, o da
fecondi canali, e colà vaste malinconiche deserte pianure e paludi
pestilenziali, e terre scaldate da un ardentissimo sole, dove allignano piante
e volano e corrono e strisciano animali dell'Africa vicina.
Cinta dal mare per sì gran
parte, s'allunga l'Italia in una distesa di svariatissime coste: qua con dolce
pendìo lentamente digradanti, là scoscese e percosse dalle onde, ora selvose,
ora nude, ora coronate di ridenti colline che si protendono in lunghi
promontori, e capi e file di scogli, o scavate in vasti golfi, e seni e porti
amplissimi e contro ogni mare sicuri.
Isole ed isolette qua e là in
faccia alle spiaggie accrescono varietà e bellezza, e formano stretti ed
offrono a loro volta prominenze e rientranze e frastagli innumerevoli, e fra
quei seni nuotano, copioso e squisitissimo cibo, milioni di pesci, e migliaia
di specie d'uccelli vengono in quelle spiaggie a posarsi. Un sole limpidissimo
frange i suoi raggi fra onde azzurre lievemente dall'auretta increspate e
splendide come miriadi di diamanti; le correnti marine e le brezze alternanti
temperano gli eccessi del caldo e del freddo sui bellissimi lidi.
Invero, se la varietà e la
bellezza della terra operano in bene sull'uomo, gli Italiani dovrebbero essere
i primi uomini del mondo.
Sono veramente gli Italiani i
primi uomini del mondo?
Se domandate a parecchi, vi
risponderanno senza esitare di sì. E conforteranno l'affermazione colle gesta
gloriose dei padri.
Le aquile romane volarono di
vittoria in vittoria per tutto il mondo, quegli eserciti hanno sconfitti tutti
i nemici; dalle più remote spiaggie dell'Africa e dell'Asia venivano a Roma
prigionieri i re vinti. La civiltà, quella maggior civiltà che comportavano i
tempi, hanno diffuso i Romani in tutte le parti del mondo.
Non pochi Italiani, pur troppo,
ieri ancora si mostravano, e taluni, per fortuna pochissimi, anche oggi si
mostrano troppo paghi di queste glorie. Per fortuna, giova ripetere, oggi
questi Italiani sono pochissimi, ed i più sanno che ben altro devono pensare,
ben altro volere, ben altro operare.
La storia, che in avvenire
racconterà le imprese degli Italiani di oggi, porrà nella bella luce che merita
questo mirabile fatto, che essi, i quali parevan morti e cancellati dal novero
delle nazioni, come in buona fede pensavano gli stranieri, vollero essere
nuovamente figli di una nazione, vollero con costanza, vollero con
perseveranza, vollero da un capo all'altro della penisola, tutti,
concordemente, animosamente, fortemente, tenacissimamente. È una storia di
ieri, e pare già di qualche secolo. Le cospirazioni, la stampa clandestina, i
moti insurrezionali, le spie, le carceri, gli esilii, i patiboli, un re che si
fa campione della patria indipendenza, le battaglie, le vittorie, le sconfitte,
i villaggi come le città deserti di giovani accorrenti da ogni parte a
combattere, la conquista finalmente compiuta della patria indipendenza.
Gli Italiani diedero a vedere
che avevano la prima, la più necessaria di tutte le virtù, quella senza cui
tutte le altre non valgono a nulla, quella che più d'ogni altra vuol essere
istillata nell'animo dei giovani, coltivata dagli adulti e dai vecchi, compagna
e sostegno di tutte le età, la virtù del Volere.
Il motto non falla — Volere è
potere.
Gli Italiani desiderano
migliorare sè stessi, ardentemente vogliono questo loro miglioramento.
I campi sottratti alla selvaggia natura e fecondati dal sudore dell'uomo
rintristiscono e si fanno sterili, per poco che quello smetta dalle sue cure:
così le grandezze delle nazioni, antiche o moderne che siano, scadono in breve
ove non si mantenga il saldo volere e la ferma e costante virtù dei cittadini.
Gli Italiani hanno compiuto cose malagevolissime e meravigliose, ma
sentono che altro rimane loro da compiere. E in mezzo al grido, in mezzo allo
strepito, in mezzo al cozzo e alla tempesta di sentimenti e voleri tumultuanti
e discordi, in mezzo alle passioni concitate, alle grandi illusioni, ai
desiderii sfrenati, agli errori o nobili o folli in cui s'agitano di presente,
un lavoro in tutta Italia si viene, spesso inavvedutamente, ma sempre con
efficacia, operando, un lavoro di ricercare i proprii difetti, e di porvi
riparo.
Questo è lavoro, questo è intento nobilissimo, questa è l'àncora di
salvezza della nostra patria.
È un gran medico chi conosce il suo male (dice il proverbio), e il
pericolo coraggiosamente affrontato è pericolo per metà vinto.
V'ha chi imaginò di fare in Europa la Carta geografica dell'ignoranza. Prese una carta
d'Europa, e segnò con diversi colori le diverse nazioni, secondochè è maggiore
o minore in quelle il grado della pubblica coltura in generale, del maggior
numero di persone che sanno leggere e scrivere, non del numero maggiore o
minore di chiari ingegni per questo o per quel verso eccellenti.
Per verità, l'Italia non è al tutto nera su quella terribile carta, ma è
tutt'altro che color di rosa.
Anche oggi v'è chi in buona fede reputa pericolosa l'istruzione fra le
moltitudini. Quando voi avrete insegnato al contadino ed all'operaio il leggere
e lo scrivere (vi dicono), questi non saranno più contenti del proprio stato,
vorranno godere tutti quei vantaggi che godono gli altri, si empiranno la testa
di superbi e grandiosi concetti, sogneranno una eguaglianza impraticabile,
prenderanno in uggia il lavoro; e la lunga invidia contro quelli che essi
cominciano a chiamare i felici della terra finirà per tramutarsi in furore
contro quelli che chiameranno a poco a poco gli oppressori, i tiranni; e si
daranno finalmente al saccheggio, all'incendio, agli eccidii, alle stragi, a
tutti gli orrori delle rivoluzioni. Sono cose che si sono vedute e che pur
troppo si rivedranno.
Quelli che la pensano in questo modo, non conoscono nè gli operai, nè i
contadini.
Chi bazzica col contadino e coll'operaio, non ignora che chi tra di loro
sa leggere e scrivere, sarà presuntuoso, sarà arrogante, sarà garrulo, ma non è
feroce.
L'uomo si distingue dal bruto per la tempra del suo intelletto: quanto
più l'uomo coltiva l'intelletto, tanto più si solleva, e si stacca e si
allontana dalla bestia. In guerra, il soldato che sa leggere e scrivere è
altresì più coraggioso, più disciplinato, più tollerante dei disagi, più forte,
più umano dell'analfabeta. Le rivolte sanguinose e feroci sono state fatte da
quelli che non ebbero mai a che fare coi sillabarii, nè per certo è la stampa
libera che spinge gli antropofagi a divorarsi. Le cattive letture possono
nuocere come le buone giovare, ma possono meglio giovare le buone che non
nuocere le cattive: il male è alle volte nell'uomo più che nel libro. Ma fra
l'uomo che non sa leggere e quello che legge libri men buoni, e starei quasi
per dire cattivi, il primo val meno del secondo. Non si tenti perciò d'impedire
che l'alfabeto penetri nelle officine, nei sottotetti, nei tugurii, nelle
stalle, da per tutto, chè la cosa oggi sarebbe non pure impossibile, ma anche
dannosa. Si cerchi al contrario di ammannire alle avide menti il pasto salutare
delle buone letture. Del resto, per fortuna, quelli oggi fra noi che
francamente a fin di bene osteggiano la diffusione d'ogni sapere nel popolo,
sono pochissimi. Sono, per disgrazia, men rari quelli che senza amar
svisceratamente l'istruzione diffusa fra gli uomini, temono ch'ella s'allarghi
e, quasi contagio, s'attacchi anche alle donne.
Il nero dell'Africa non sa volgere a suo vantaggio la forza dei bruti, ma
vi adopera, senza pietà quella della donna: la obbliga a lavorar il campo, ad allestir
il cibo, a fabbricar la capanna, all'ombra della quale egli riposa mollemente
sdraiato fumando.
Il Musulmano ama la donna, come ben notò una signora di grande ingegno,
alquanto più della sua pipa, e un po' meno del suo cavallo. Il Profeta gli ha raccomandato
di tenerla in conto di fragrante e leggiadro fiore, ed egli la tiene in conto
di fragrante e leggiadro fiore; la vagheggia, la carezza nell'orto romito,
lungi da sguardi curiosi; la uccide talvolta per gelosia, la lascia, la dona,
la cambia, la compra, la vende.
L'Italiano, per lo più, tiene la donna chiusa in casa, e non la vede
volentieri uscir sola. Una volta esaltava fra le sue principali virtù quella di
starsene a filar da mattina a sera; ora confessa che le macchine fanno meglio
del fuso, della conocchia e dell'arcolaio; la pregia del saper ben rattoppare
un vestito, rammendare una calza ed attaccare un bottone, prezioso aiuto quando
il bottone si strappa sul punto d'uscir di casa per qualche grave faccenda:
desidera per giunta che ella sappia scrivere per ben tenere la lista del
bucato, ma la esonera dalle regole dell'ortografia, la dispensa dalla lettura,
non ama che si diverta nè con buoni nè con cattivi romanzi, non vuole che si
dia pensiero di politica, e tanto meno di studi scientifici. Se ha una bella
voce o due agilissime gambe, è un altro paio di maniche: le concede di
guadagnare cento mila lire l'anno in pro del marito, del padre, del fratello,
dei cognati e dei cugini di ogni grado.
Il primo Napoleone stimava la miglior donna quella che fa più figliuoli;
anche un tal merito, il solo che il sommo conquistatore consentisse alla donna,
non suole apparire sempre tale agli occhi del marito.
Dove la donna si differenzia meno dall'uomo, dove è chiamata a
partecipare alle fatiche di lui, dove ha più larga parte nella vita pubblica,
dove è più rispettata e più curata, è nell'America del Nord. Ma siccome i
critici dicono che non sono da pigliarsi esempi troppo lontani ed in paesi dove
non è facile il riscontro e la conferma, gioverà dare un'occhiata a una
provincia d'Europa non troppo remota, per esempio alla Svizzera.
La coltura intellettuale della donna ha progredito molto nella Svizzera.
Un gran numero di fanciulle studiano per diventare maestre; e presso le
famiglie agiate di tutto il mondo civile v'imbattete in istitutrici svizzere,
che nel delicato ufficio di educare giovanette che diventeranno gran dame
procurano guadagno a sè, e spesso alle loro famiglie. Ma non è tanto questo che
giova considerare, ma piuttosto la comune coltura universalmente diffusa nella
donna, e i varii opificii di ogni ceto e condizione dove essa trova lavoro e
guadagno.
In Ginevra si fabbrica, e si smercia poi per tutto il mondo, una immensa
quantità di orologi. Sono in quella città officine di orologeria dove lavorano
le sole donne: i conti nei negozi, negli alberghi è generalmente opera delle
donne; lo stesso si dica della distribuzione dei biglietti e di altri uffici
nelle amministrazioni delle ferrovie, e simili. Non è raro il caso che la donna
rimasta vedova con figliuoli basti a provvedere col lavoro alla educazione
della propria famiglia; e quando il marito e la moglie lavorano entrambi, come
il più delle volte, l'allevamento della famiglia, che ha tanta efficacia su
tutta la vita avvenire, procede assai meglio, e regnano tra le pareti
domestiche la concordia e la pace. Non è la lettura, non è il lavoro, non è
l'esercizio dell'intelletto che guasta la donna, ma l'inerzia, l'ozio, la
vanità della mente.
La donna colta ed operosa ha un più alto concetto della propria dignità,
dell'importanza dell'opera sua, dei suoi doveri verso i figliuoli. Si dice che
l'uomo è quale la donna lo fa, e per un certo verso la sentenza torna: ma
bisogna aggiungere e ben convincersene, che la donna è quale l'uomo la fa; che
il disprezzo, e il poco rispetto, la lusinga, la lode adulatrice dell'uomo
guastano la donna, e che la donna guastata guasta poi l'uomo alla sua volta.
Un giovane commediografo giudizioso ha cercato di dimostrare che le mogli
sono quali le fanno i mariti; e i mariti si ribellarono a questa imputabilità
che loro si volle addossare. Eppure il giovane commediografo ha ragione: le
mogli son quali i mariti le fanno.
Guardate i mariti inglesi!
Navigano tutti i mari, combattono in ogni barbara terra, colla patria nel
cuore passano la intera vita fra genti selvagge, e le mogli li accompagnano e
li confortano nei pericoli e nei disagi, porgendo loro, quando appaiono più
sfiduciati e stanchi, da baciare la testolina bionda del caro figlioletto: la
moglie parte dall'Imalaia col bimbo malato per portarlo in Inghilterra a
guarire, ritorna presso il marito, e riparte, e attraversa sola mari, deserti e
foreste, montagne, e tribù più terribili delle fiere, e vince ogni dura prova
coll'animo che vince ogni battaglia, con quell'animo che le infonde la
coscienza sorretta dai suoi doveri di moglie e di madre.
E la donna inglese legge e studia e scrive e stampa, più che altra non
faccia in qualsivoglia parte del mondo.
Della immensa quantità di libri che ogni anno si stampano in Inghilterra,
di amene letture, di viaggi, di educazione, di scienze elementari, teoriche,
applicate, popolari, buona parte è fatta da donne.
E la moglie più affaccendata, la madre più attenta ai suoi figli, la
miglior massaia di quelle famiglie inglesi, che son tanto numerose, trova
sempre qualche ritaglio di tempo per la quotidiana lettura.
E la famiglia inglese, non meno che l'americana del Nord e la svizzera e
la tedesca, la famiglia, in una parola, presso tutte quelle nazioni dove più
splende per coltura intellettuale la donna, è famiglia concorde, operosa,
contenta, ricca di tutta quella felicità che è dato gustare su questa terra.
L'ignoranza è solo sventura, l'ignoranza è danno, l'ignoranza è ruina non
meno per l'uomo che per la donna, in ogni parte del modo. Se non che
l'ignoranza non è sempre in tutto la stessa. V'è l'ignoranza assoluta,
l'ignoranza brutale, l'ignoranza dell'alfabeto, quella ignoranza che fa terrore
e che ogni giorno fra noi diventa più rara.
Ma a fianco di questa ignoranza orribile e spaventosa, ve n'è un'altra
mascherata, luccicante di similoro, quasi leggiadra, e non pertanto
pericolosissima. È questa la mezza ignoranza, l'ignoranza inorpellata di
qualche sapere, l'ignoranza in guanti bianchi.
Un tale che ebbe non piccola parte nelle cose presenti d'Italia, il cui
nome notissimo non si riferisce qui perchè la storiella non gli torna ad onore,
ebbe un dì bisogno di fare una moltiplicazione: ma il moltiplicatore era di due
cifre; colla prima se ne trasse fuori alla meglio, ma quando si trattò della
seconda non seppe mettere il prodotto: poi non seppe addizionare, s'imbrogliò e
domandò aiuto alla moglie che per caso in quel momento entrava nello studio.
Questa rimise sulla strada il povero marito, affinchè rifacesse a modo
l'operazione, e per giunta gl'insegnò la riprova.
La sera il fatterello fu narrato al crocchio degli amici venuti a
corteggiare in casa il grand'uomo: si rise, ma nessuno ne fu meravigliato. Si
sarebbero anzi fatte le maraviglie (ciò avveniva nel 1844) se il grand'uomo si
fosse degnato di conservare un posticino alle rimembranze meschine dell'abbaco
nel suo cervello ronzante di periodi sonori, di frasi maestose, di reticenze
taglienti come scimitarre, di amare ironie, di apostrofi infocate.
Un tale, dopo d'essere stato autore drammatico e rimatore, s'indusse a
fare gli esami di maestro elementare. L'esaminatore di geografia gli fece
questa domanda... Quali sono le isole principali d'Italia? L'interrogato
aggrottò le sopracciglia, stralunò gli occhi, balbettò, non seppe rispondere,
fu respinto, e andò pei caffè a sbraitare contro la pedanteria del governo che
non vuol saperne degli uomini di genio.
Oggi invero, v'è una schiera di
aspiranti artisti i quali si danno poco pensiero dell'altezza della salita e
della malagevolezza della via, e fan conto d'andar di slancio al culmine. La
conoscete la coorte, sempre giovine capelluta, barbuta, fumatrice, che rinnega
i classici, sorride della grammatica, tien broncio al disegno, si schifa degli
studii e dei metodi, proclama l'arte un affare di genio, di quel genio che c'è
o non c'è: se c'è basta a tutto, se non c'è nulla vale : di quel genio che deve
ghermire il concetto teme il falco la tortora, piombar sulla nota come la
folgore sul campanile, far viva una statua strappandole il marmo d'intorno come
si fa nuda una persona lacerandole a brani le vesti, stendervi sulla tela un
paesaggio come svela i monti e i piani il sole che balza dall'orizzonte.
Chi osa parlare di dubbi
modesti, di trepide paure, di studii profondi, di notti vegliate, di lingue
antiche e moderne, di geografia e di storia, di aritmetica e di geometria, di
anatomia e di disegno, di esercizi e di metodi, a questi tempestosi figli del
genio, che si sentono sempre l'arte ribollente nel cranio, e minacciante di
scoppiar fuori sibilando dai buchi delle suture come il vapore compresso dalle
pareti infrante dalla caldaia?
Disgraziatamente questi genii
rimangono tutta la vita incompresi, un bel giorno volgono le spalle alla soglia
del tempio dell'arte scuotendo la polvere dai calzari, e proclamando il secolo
venale, mercantile, prosaico, abbietto, sordido, rapace, indegno d'uomini pari
a loro, si piegano brontolando alle vie comuni, si danno a far caminetti per
appartamento e insegne da tabaccai, afferrano un posto di professore, cadono nel
giornalismo, nelle amministrazioni delle ferrovie, s'aggrappano ad un qualsiasi
impiego; alcuni salgono anche discretamente, ma sempre a malincuore, sempre
stimandosi collocati cento cubiti al disotto dei loro meriti, sempre scontenti,
sempre inquieti, sempre facendo un po' più o un po' meno di quello che devono
fare.
Pur troppo l'importanza, anzi la
necessità di studii profondi, forti, svariati, non è ancora debitamente sentita
in Italia.
A che cosa servono (domandano
molti), a che cosa servono la fisica all'avvocato, il greco all'ingegnere, la
letteratura all'industriale, la geometria al magistrato, la storia antica al
militare, il disegno, la musica a chi non è di professione pittore, suonatore,
o cantante? Quale vantaggio possono quelli ritrarre dal tempo speso in
cosiffatti esercizii quando all'uomo di miglior volere sempre manca il tempo
per apprendere tante e tante importantissime cose che ognuno nella cerchia dei
propri studii non ha mai finito d'imparare?
Taluno ha risposto che se
fossero un po' meglio diffuse fra noi, che oggi non sono, le cognizioni circa
gli elementi di quelle scienze che fanno parte della educazione generale tra le
più colte nazioni, non faremmo ridere talora alle nostre spalle, come quel
signor diplomatico, che domandava se non si potrebbe mettere nel barometro, in
cambio di mercurio, alcool colorato, come si fa nel termometro, e sovratutto
non daremmo retta così facilmente, e danari insieme, a chi ci viene a proporre,
come suoi trovati sorprendenti, e con l'attrattiva di meravigliosi guadagni,
certe operazioni impossibili, e che appaiono impossibili a chi pur possiede gli
elementi primi delle scienze, come sarebbe l'adoperare l'argilla per
combustibile, e il tramutare in ferro le arene del mare. Cose che furono
proposte, promesse, accolte, proclamate, magnificate dai giornali.
Ma questo è il vantaggio minore.
La ragione importante, la ragione suprema degli studi fisico-chimici e
matematici pei letterati e metafisici, la ragione della cultura letteraria agli
scienziati, la ragione della necessità della storia nella educazione,
dell'abito d'osservazione rinvigorito negli esercizi intorno alle scienze
naturali, la ragione dell'utilità del disegno e della musica nella educazione
generale, è ben altra.
Essa è posta nella necessità di
un regolato esercizio della mente, il quale, perchè varie ne sono le facoltà,
non può non esser vario altresì nei mezzi da adoperarsi.
L'attitudine della mente umana
ad esercizi svariati in ogni età, massime nell'età prima, è mirabile, purchè
tutto venga in modo conveniente e convenientemente graduato. E allora in questa
varietà la mente si ritempra e s'invigorisce e diventa atta a sostenere i
lunghi lavori e gli sforzi poderosi, e collo allargarsi delle cognizioni si
forma il criterio, si fortifica la prudenza, si dileguano l'arroganza, la
presunzione, la vanità, proprie di cognizioni superficiali.
L'uomo nutrito di una sola
qualità di cibo, languisce e in breve inesorabilmente muore: la varietà dei cibi
opportunamente scelta e regolata, mantiene florida la salute.
L'agricoltore che affida sempre
allo stesso campo la stessa semenza, a poco a poco vede il suo campo
isterilito. La qual cosa fe' sì che per molti secoli si reputò necessario che
il terreno fosse lasciato riposare, cioè lasciato stare di tratto in tratto
senza coltura. Oggi è provato che il campo può benissimo produrre ogni anno
senza nulla perdere della sua fertilità, purchè invece di affidargli sempre la
stessa semente, si osservino le leggi di un ben appropriato avvicendamento.
Lo stesso si dica della mente
umana: l'eccessivo restringere le cognizioni, il troppo raccogliere l'esercizio
intorno ad una sola facoltà, non che vi dia uomini profondi in un ramo speciale
di scienza, vi dà cervellini leggieri che si fermano alla prima superficie,
gonfi di vanità, per quel po' che poco ben sanno, pieni di disprezzo per tutto
il resto che non sanno, intolleranti, astiosi, scontenti di sè stessi e
d'altrui.
Non c'è ramo di studio che non
s'innesti a parecchi altri, non c'è esercizio intellettuale che non si giovi di
quel riposo che deriva non dalla inerzia, ma dal mutare d'applicazione.
Il disegno porta vantaggi
pratici nella vita assai più che non si creda; ma, lasciando star questi, esso
giova insieme con la musica a temprare la mente, ad indurre nell'anima quel
fiore di gentilezza che adorna non meno la vita dell'individuo che quella della
società, nè si potrebbe in altra maniera acquistare.
Singolar cosa: contrastavano
spesso in Italia la propagazione degli studi scientifici quelli che più di
tutti avrebbero dovuto comprenderne l'importanza e promuoverla nell'universale.
Il che fu certamente effetto di
una profonda convinzione, del desiderio di operare il bene e d'impedire il
male; ma la cosa non fu intesa per questo verso; e questo voler taluni
scienziati escluder dalla coltura generale certi studii nei quali essi erano
eccellenti, venne interpretato siccome un desiderio in questi di rimaner soli,
inaccessibili, incontrastati oracoli nell'ignoto soggetto. La qual cosa non è
più possibile in questi tempi di universali comunicazioni, nei quali fu buttata
giù anche la muraglia della Cina, e non vien fatto più di avvolgersi nella
nebbia misteriosa, come divinità mitologiche, ai dotti di Pechino.
Oh! pensate se la cosa è
possibile in Italia!
L'appartarsi dei dotti,
l'esclusione delle prime e delle più utili nozioni scientifiche negli studii
comuni, il difetto di libri di scienza popolare, la fungaia ripullulante di
un'amena letteratura vana e ciarliera, generarono quegli effetti che erano da
aspettarsi, allorquando i lettori cominciarono a moltiplicarsi e la stampa dovè
porgere pascolo a tutti.
Da venti anni in poi che la
stampa si volge alle moltitudini, loro non parla presso che d'altro che di
politica. E s'intende. Negli ultimi vent'anni l'Italia s'è travagliata in
questo supremo sforzo del volere la sua indipendenza, la sua libertà, la sua
unità che ha ottenuto; la lotta fu di ogni anno, di ogni mese, di ogni
settimana, di ogni giorno, di ogni ora, e il popolo voleva stampati che
mutassero ad ogni ora. Il grande stampare che s'è fatto in questi venti anni fu
poi giornali, e non poteva essere altrimenti.
Ma il giornalismo italiano ha
compiuto degnamente il suo ufficio?
Si lasci per ora in disparte
ogni investigazione intorno alla via battuta dai diarii italiani nella politica
propriamente detta: non si badi a quello che si suol dire oggi il loro colore,
alla bandiera sotto cui si sono raccolti. Si consideri il giornale italiano
qual'è in sè stesso. Che cosa vi spicca sopra tutto?
L'ignoranza: quella malaugurata
mezz'ignoranza del giornalista, che faceva esclamare ad Alfieri, non però a
proposito di giornalisti:
«Meglio ignoranza
onestamente intiera».
Nella qual cosa (sia detto fra
parentesi) il grande Astigiano aveva, come in tante altre, torto, perchè
l'ignoranza intera è spesso disonesta, è sempre peggiore della mezza ignoranza,
per quanto questa, come vedemmo, valga pochissimo.
Il giornalista italiano è ignorante; salvo belle e poche eccezioni.
Dovrebbe conoscere le lingue straniere, la geografia, la storia antica e la
moderna, le amministrazioni del nostro paese comparate con quelle degli altri,
la statistica, i principii generali della legislazione, tenere il lettore
informato di quanto avviene di più rilevante presso le altre nazioni,
raffrontare il presente col passato e dedurre provvedimenti d'importanza per
l'avvenire, porgere intorno alle cose che avvengono dentro o fuori un
dilettevole e quotidiano ammaestramento. Ma egli non ha quelle cognizioni, nè può
ammaestrare gli altri di ciò che non seppe mai imparare. Che cosa sa fare
allora? Polemica, irrimediabilmente polemica.
I giornali detti della opposizione hanno in questa palestra la parte più
bella: come di là son facili le apostrofi, facile coprire quotidianamente il
bianco col nero, fulminando gli uomini che siedono al Governo, dimostrando che
mandano in rovina il paese, vaticinando, per poco che la durino ancora, il
finimondo ogni settimana! Altri giornalisti meno violenti, e buoni al tiro e
alla sella, fanno un esercizio diverso e curiosissimo; quello di mettere in
fila parole che si dan l'aria di aver un significato, come le nubi talora
paiono avere una forma: questi articoli sono tempestati di Noi. Noi
abbiamo detto tante volte: Noi non abbiamo bisogno di ripetere: non è a Noi
che si possa fare il rimprovero: se a Noi si fosse dato in tempo
ascolto: c'impongono i Nostri principii: è noto il Nostro
passato, ecc. Nei giornali venduti, come gentilmente si sogliono chiamare dagli
avversari quelli che non fanno l'opposizione, è più difficile la prosa
piccante; si parla della necessità della quiete per un buono e pronto
riordinamento, di temperanza nei prudenti propositi, di senno necessario a
condurre le cose a buon porto, ma si mena il can per l'aia colla stessa vanità
di cognizioni che è in tutti.
Un tale è saltato su con una
proposta di regolamentare (si condoni il vocabolo) il giornalismo con una
legge, secondo la quale per essere giornalista sia necessario dar prova di una
certa ampiezza di cognizioni, fare un esame, avere un diploma, come si fa per
gli avvocati e poi medici.
Un tal disegno, non serve dirlo,
non avrebbe nessuna efficacia pratica, come ne ha poca per gli avvocati e
pochissima poi medici, perchè un imbroglione trova sempre un avvocato che si fa
gerente responsabile dei suoi imbrogli, a quel modo che una sonnambula più o
meno chiaroveggente trova sempre un medico spiantato che fa le ricette dettate
nei sonni lucidi della Sibilla, per tre lire al giorno. Quella proposta sbocciò
dalla mente di uno di quei tali che credono ancora che il Governo possa e debba
far ogni cosa, e vuol essere menzionata come segno dei tempi.
Il vero esaminatore dei
giornalisti è il popolo di lettori, e i giornali a vicenda si sforzano a
migliorarlo e ne sono migliorati.
Chi consideri la stampa che non
sia di fogli e di fogliettanti, non ha spettacolo più consolante. Lasciando da
parte le ristampe dei classici, i libri scolastici, i libri scientifici,
qualche libro pregevole di amena letteratura, come non raramente se ne
pubblicano, ma non indirizzati alla maggior parte della nazione, si osservi
quella stampa viva, continua, cui tocca versare ogni anno fiumi d'idee nel
popolo e dirigerne i sentimenti.
Subito appare che quelli che più
leggono in Italia sono i più poveri e i più ignoranti; onde quel nugolo di
fogli settimanali a dieci centesimi, che nelle città italiane ove la produzione
è maggiore, in rapporto al maggior consumo della provincia, in sì gran copia
ogni domenica vengono fuori. Questi foglietti potrebbero fare un gran bene:
l'operaio se li porta a casa, lo scolaretto vi spende intorno i suoi piccoli
risparmi, li leggono di seconda mano le persone di servizio, dai più si
conservano e si fanno rilegare. Potrebbero fare un gran bene se, come tanti
fogli inglesi di questa fatta fra i quali primeggia la Penny Cyclopedy
ossia Enciclopedia a due soldi, dessero utili cognizioni in ogni ramo
dello scibile esposto in modo elementare e corredate di buoni disegni, oppure
racconti dilettevoli e morali, come suol farsi in Germania. Questa sarebbe gara
nobilissima e oltre ogni dire benefica nel letterato italiano che vi si volesse
mettere.
Invece che cosa accade?
Il letterato sdegna tale opera,
e, salvo qualche eccezione, sono avidi speculatori, ignoranti scrittori, che se
ne fanno strumento, traducendo le più viete cose francesi di cui da vent'anni
in patria è dimenticato il momentaneo effettaccio: ciò talora in quelle stesse
stamperie che pubblicano giornali dove si tuona quotidianamente contro la
servitù verso la Francia,
e si progettano più o meno pacifiche leghe, per bandire ogni roba d'oltralpi.
Non mancarono altresì uomini
svergognati che non ebbero schifo di tuffarsi nelle sozzure per libidine di
guadagno e coi titoli infami e colle più infami scritture cercarono di trafficare
l'immonda loro merce. Ma non riuscirono: il popolo, sebbene ignorante, non
abbocca a quell'esca; abborre dalla ubbriachezza morale più che da quella del
vino: cerca avidamente nelle sue letture le emozioni, si stomaca della
corruzione. Cosa degna d'essere notata, e che dimostra sempre meglio quanto
bene potrebbe fare, meditando l'argomento e dopo buone meditazioni dandosi a
scrivere pel popolo, il vero letterato. Ma per fare ciò conviene che il
letterato italiano consideri un po' meglio il proprio ufficio, e diligentemente
si accinga ad esso. Non solo nei libri delle varietà deve egli attingere il
soggetto conveniente ai suoi lavori; nè, imitando quei naturalisti del medio
evo i quali studiavano gli animali le piante e le pietre in Aristotile e non in
natura, potrà venire a capo di qualche cosa. Due meravigliosi mondi egli deve
percorrere senza posa osservando e meditando: il mondo della natura, e quello
del cuore umano.
Fatto lo studio diligentissimo
dal vero, verrà poi il bel quadro. E in verità il D'Azeglio spiegava collo
studio tenace d'ogni minimo particolare della natura, dalla radice che esce
dalle fenditure della roccia all'erbetta a piè della quercia, dal muschio sul
sasso all'insetto sulla foglia, i buoni lavori nel paesaggio; e Ugo Foscolo non
voleva che lo scrittore parlasse d'una contrada che non avesse veduta e d'un
affetto che non avesse provato.
Chi studia dal vero, chi osserva
e medita e s'imprime nella mente le scene della natura e quelle del genere
umano ed ama il suo prossimo, non può non esprimere con naturalezza e con
evidenza i propri concetti e commuovere e scuotere anche coi più moderati
tocchi e colle più semplici descrizioni, perchè colui effettivamente non esce
mai dal vero.
E qui spontanei tornano alla
mente gli scrittori moderni tedeschi ed inglesi; scrittori, s'intende, dei due
sessi, perchè vi sono donne eccellenti in questa parte alla pari dei più egregi
uomini; scrittori così naturali, così efficaci, così dilettevoli, così
commoventi, sia che vi descrivano il contadino colla sua famiglia nella stalla,
o il signore della terra a caccia nella foresta, o l'operaio nell'officina e
nella soffitta, o la ballerina dietro le scene, il portinaio nel bugigattolo,
la signora nel salone, il marinaio fra le tempeste del Pacifico, e il giovane
capitano fra le tigri del Bengala.
Non si può in generale fare lo
stesso elogio agli scrittori francesi, i quali pospongono troppo spesso la
naturalezza all'effetto, e cercano di abbagliare l'occhio colla vivacità dei colori
piuttostochè colla verità e maestria delle tinte. Gli scrittori francesi in
generale trattano l'umana famiglia come i poeti il mare. Questi non si provano
per lo più, e quando si provano poco riescono, a dipingere il mare in calma; e
si sfogano a rappresentarlo in tempesta, intronandoci l'orecchio dello scoppio
dei cavalloni, dei fischi del vento, e del rantolo disperato dei naufraghi
moribondi. Quelli disdegnano la pittura della quiete domestica, delle gioie
della famiglia, del semplice, operoso e modesto vivere, anzi, a questo
spettacolo sogghignano con ironia; e si stillano nelle pitture di passioni
violente, di vizi, di delitti, di angoscie, di fremiti, di rimorsi, di
disperazione.
Quanto meglio sarebbe per
l'Italia (da che si vuole e non si può a meno di tradurre) se invece che dal
francese si traducesse dall'inglese e dal tedesco!
Una cosa incomincia ad entrare
nella mente degli Italiani, ma non c'è entrata abbastanza, e bisogna che
c'entri di molto: ed è questa: che il sequestrarsi dal mondo civile nuoce, il
gridare contro gli stranieri senza conoscerli non giova; ma invece è necessario
osservare quello che fanno, studiare attentamente tanto il male loro quanto il
bene, e da questo studio ricavare buoni criterii circa i migliori modi di
evitare il male, e di conseguire il bene.
Oramai lo straniero non opprime
più la nostra patria, oramai son cessate le ragioni di odio politico che
c'erano una volta. Oggi l'Italiano può guardare lo straniero, misurandosi con
esso, e deve saper confessare opportunamente d'essere da meno, dove
effettivamente sia tale, e trarre da questa confessione argomento a cercar per
ogni miglior via e con ogni più generoso sforzo di farsi migliore, per
diventare un giorno pari a qualunque altro popolo civile.
Una virtù ha da imparare
l'Italiano: l'abito del lavoro.
Non è in tutto falsa l'accusa
che ci muovono gli stranieri circa il dolce far niente. Pur troppo, il gusto
dell'oziare in molti, del vano fantasticare in altri, del lavorare a sbalzi e a
strappi, con furia, ma senza perseveranza, è difetto assai comune negli
italiani. Noi mettiamo in burletta i nordici che lavorano dieci o dodici ore al
giorno, e riteniamo ch'essi non ne possono fare a meno per mancanza di genio,
che in noi invece sovrabbonda e con molto minor fatica ci fa assai meglio
riuscire.
Falso, falsissimo. Buffon
definisce il genio pazienza, ed altri hanno ripetuto la stessa sentenza con
altre parole; e questo, a mio credere, è troppo.
Il genio è qualcosa di diverso
dalla pazienza, le sta sopra a grande distanza: ma il genio solo non produce
nulla, e fa come quegli alberi isteriliti per mancanza d'umor fecondante, i
quali non portan frutta ed hanno in breve le foglie avvizzite, tronco e rami
languenti.
Così accade al genio, se non è
sostenuto dalla pazienza, quella nobile pazienza che fa perseverare l'uomo nel
lavoro, nel lavoro costante, tenace, penoso, onde si rompono i lacci, si
superano le difficoltà, e libero allora il genio spazia, operando, padrone dei
docili strumenti. Nessun genio musicale suona di slancio la sinfonia del Guglielmo
Tell bisogna che abbiano preceduto anni di scale e d'esercizi; e il miglior
concertista scade in breve, se non s'inchioda dieci e dodici ore al giorno sul
suo strumento. Ciò che si dice del violino e del pianoforte, si deve intendere
d'ogni altra cosa.
Non si riesce senza fatica: e
l'opera compiuta, e la consuetudine del lavoro danno all'anima una contentezza
maggiore d'ogni altra gioia fuggevolmente comprata a peso d'oro.
Questa disabitudine del lavoro, questo disprezzo, questa avversione al
lavoro, porta con sè avversione e disprezzo per chi lavora, e conseguentemente
una tendenza, un'ammirazione pel non far nulla, che diventa il culmine della
felicità sulla terra.
In qualche parte d'Italia non dicono quel tale ha ventimila lire annue di
rendita, ma quel tale ha ventimila lire annue da mangiare: quasi che l'uso più
bello delle ricchezze fosse quello di gettarle in pranzi, e nessun altro dovere
toccasse al ricco fuor quello di godersi allegramente il suo danaro,
ingrassando il beccaio, il pasticciere e il pizzicagnolo.
Laonde il non plus ultra della felicità sulla terra, l'uomo
invidiabile, è il possidente, perchè non ha altra fatica da fare se non quella
di ricevere il danaro che gli porta il suo fattore e mangiarlo.
Dopo il possidente, in tema
d'invidiabilità, viene l'artista, il cantante che guadagna trentamila lire
all'anno o meglio ogni stagione, il concertista che intasca qualche migliaio di
lire in una serata, il pittore che si gingilla qualche mese a impiastrare
colori su d'una tela e poi la vende venticinquemila lire al primo inglese che
capita.
Questa è reputata gente
felicissima, beatissima, e desta invidia perchè si crede che non abbia altro da
fare che adoperare allegramente la bocca o la mano privilegiata che porta
nascendo: si crede che l'esercizio dell'arte sia poco più d'un trastullo, e
richieda punto o pochissimo studio e fatica.
Queste sono le arti belle, le
arti nobili, le arti liberali. Ma tutto il resto! I traffici, le industrie, e
tutta la serie delle arti servili spetta ai reietti dell'umano
consorzio, a questa gente utile, anzi necessaria, ma disprezzabile, che s'ha a
tenere nel suo basso posto, e vuol essere derisa per poco che cerchi di
sollevarsi e salire. Un patrizio di singolare ingegno, giovane ardimentoso ed
atto a cose non ignobili, si lasciò sfuggire un giorno dalla chiostra dei denti
questa bestemmia: che un operaio che vada al teatro gli fa compassione. Secondo
quel giovane patrizio l'operaio non dovrebbe avere altro sollazzo se non quello
che può trovar alla taverna.
Un letterato italiano, giovane e
di parte liberale, meritatamente ben veduto e popolare, in un suo romanzo
deride i droghieri che fanno studiare il pianoforte alle loro figliuole ed alle
loro mogli, e sentenzia quell'uso come ridicolo. Le mogli e le figliuole dei
droghieri devono far la calza, e fors'anche ricamare un pochino, ma più in là
no.
Tanto l'infingardaggine di un popolo e le preoccupazioni e gli errori,
figli di quella, operano su tutti, e guastano in parte anche i cervelli meglio assestati.
Dunque l'uomo che si ritiene qualcosa deve rifuggire dalle arti servili.
Se ha buona gola e mani agili, deve cantare, suonare, dipingere. Se ha uno zio
ricco, deve far violenza a sè stesso per non desiderargli una pronta morte,
addolcire la lunga attesa col pensiero confortante che tutto muore quaggiù, e
gli zii più tenaci e segaligni non sfuggono neppur essi alla legge fatale; e
ghermita che si sia la eredità, mangiarsela di buon animo, pur di non fare come
l'Ammannato: La roba l'è finita e il tempo gli è avanzato.
Ma non tutti sono in grado di cantare, suonare, dipingere, ereditare.
Eppure bisogna vivere, vivere senza cadere in quell'abbominio del lavoro
riprovato, delle opere servili.
Come si fa?
Ecco là spalancata la porta; portae patent; ecco la via sterminata
di cui non si vede la fine.
Si fa l'impiegato.
Questo è il grande rifugio di
tutti i reietti, di tutti i traditi dalla fortuna; questa è l'àncora di
salvezza de' naufraghi pel tempestoso pelago del mondo: questo, agli occhi del
padre amoroso, il faro che deve menare a buon porto il diletto figliuolo. Là
non si pericola; una volta entrati, non si scappa più; pianin pianino si va
sempre avanti: si comincia volontari ed incaricati senza stipendio, ma si
vagheggiano non lontane le mille e due, le mille e cinque, le mille
otto.
Si può arrivare a capo di
sezione, a capo di divisione. Si è stimati, rispettati, riveriti; si fa parte
del governo in fin dei conti, il pubblico che di voi non può fare a meno, verrà
ad implorarvi tutto umile e col cappello in mano; voi lo fate aspettare, lo
ricevete in piedi, gli sbadigliate in faccia, gli fate sentire che avete ben
altro pel capo che i suoi affari; gli uscieri s'alzano al vostro passaggio, il
portiere si toglie di bocca la pipa per salutarvi; e queste gioie, queste
felicità, queste beatitudini del potere le gustate tutti i giorni feriali,
dalle nove alle quattro, compresa l'ora elasticissima della colazione, e questo
per trenta o quarant'anni di fila: e siccome vi siete messo nel branco da
giovane, potete ancora ritirarvi in buona età colla paga intera, ritirarvi a
passeggiare a vostro bell'agio, come fosse continua festa; ritirarvi e non far
più nulla da mattina a sera e da sera a mattina, ritirarvi, in una parola, a
godere, secondo la frase del Giusti...
«... il papato
Del pensionato!».
che è appunto la mèta
agognata da ogni uomo dabbene.
Ma perchè dire che si entra giovanissimi negli impieghi?
Quest'è troppo poco. S'era trovato il modo in Italia d'entrarvi bambini, appena
nati, ed anche nascituri. Il giorno che l'impiegato benvisto prendeva moglie,
avea l'impiego in tasca pel bambino di là da venire: il giorno che nasceva, era
certo della sopravvivenza pel figliuolo del figliuolo.
I danari dello stipendio sono pochissimi in principio, e non sono mai
molti in nessun caso. Il capo sezione, il capo divisone, non guadagnano quello
che guadagna un buon capo fabbrica, un abile fonditore di metalli, un agente di
cambio mediocremente svelto ed operoso. Ma che cosa importa! Questi fanno opere
servili, l'impiegato governa! Pubblico ufficiale egli sta in ufficio pel bene
del paese, non ha l'anima venale, non mira al vile guadagno, all'indecoroso
traffico, al miserabile quattrino. Può farsi pagare dallo Stato qualche
viaggetto, sotto coperta di pubblico servizio, può farsi dare un quartierino
dall'aprile al novembre in qualche villa demaniale non troppo remota dalla
città, può ripromettersi di tratto in tratto per lavori straordinari fatti
fuori o dentro delle ore d'ufficio una competente gratificazione. Qui la cosa
sta bene; il danaro viene dal bilancio e non disonora, e mentre si esce dalla
tesoreria colla preda in tasca, si ha il diritto di guardar d'alto in basso e
compatire quelli che lavorano per far quattrini.
Ad ogni modo, poi, vengano o non vengano i viaggi, le villeggiature, i
sussidii straordinari, le gratifiche, i maggiori assegni, i danari dello
stipendio son certi, su quelli non piove nè grandina, fate poco o fate molto,
siate malato o sano, que' pochi non mancano mai. Pochetti, ma sicuretti, dice
leggiadramente il proverbio cancelleresco.
Questi disegni, queste speranze dell'avvenire, questi sogni dorati come
nuvole al sole che tramonta, brulicano nella mente dei giovani, consolano i
pensieri dei vecchi desiderosi del bene della prole, del caporale giubilato che
vagheggia un posto di usciere al figliuolo, dell'usciere che sogna un banco
d'applicazione al suo primogenito, del pretore che alleva il piccolo pei
tribunali, del professore che pel suo rampollo togato almanacca il posto di
segretario generale al ministero della Pubblica Istruzione.
Negli ultimi rivolgimenti italiani ebbe agio di mostrarsi in tutta la sua
forza la frenesia degli impieghi.
In ogni provincia dove un nuovo governo succede all'antico, i postulanti
si presentavano a stormi, accorrevano delle più lontane parti del mondo. Eran
vittime del malvagio governo caduto, erano uomini benemeriti della patria,
martiri della libertà, giovani di grandi speranze, apostoli dell'avvenire, che
volevano essere risarciti di quanto avevano sofferto, premiati di quanto
avevano fatto, posti in grado di far piovere sulla patria avventurata i
benefizi del loro ingegno, tutti per la via d'un impiego. Poi c'erano gli amici
tiepidi da riscaldare, i nemici da rabbonire, i prediletti dal pubblico da
accattivarsi, sempre per mezzo d'impieghi; si sarebbe detto che i governanti
appropriassero agli impieghi e agli impiegati le parole bibliche crescete e
moltiplicate, perchè impiegati ed impieghi crescevano e moltiplicavano senza
fine.
Molti ora sono amaramente pentiti della strada in cui si sono buttati,
sovra tutto i giovani forniti di ingegno.
Un avvocatino laureato di fresco nel 1859 credè di aver trovato una
grande fortuna entrando di primo acchito in ufficio con mille e cinquecento o
due mila lire. Ora son presto passati dieci anni e ne ha tremila e cinquecento;
e vede i suoi compagni di laurea, quegli stessi che non lo superavano nè per
ingegno nè per studio, guadagnarsi coll'esercizio della professione dieci o
quindici mila lire all'anno, liberi e contenti, colla speranza di beccarne
venticinque o trentamila fra non molto. Il giovane avvocato ripensa
malinconicamente che avrebbe potuto egli pure fare altrettanto, e trova con
ragione misero il suo stato presente e avvenire. E questo pensiero lo mette di
mala voglia, lo fa brontolone, ingiusto col governo stesso, al quale imputa la
sua rovina, perchè non ha il coraggio d'imputarla, come dovrebbe, a se stesso.
Ma non potrebbe, soggiungerà forse taluno, dare un calcio risolutamente
all'impiego e ricominciare una libera professione? Non ha che trent'anni, ed
oggi si fa così presto!
Chi così la pensasse, darebbe a vedere che non sa cosa voglia dire per un
uomo essere stato dieci anni impiegato. Chi per suo malanno c'è stato tanto, ha
perduto ogni vigore, ha preso gusto a quel poco di faccenda quotidiana che non
è fatica, si è avvezzato ad aspettare con gioia l'ora delle quattro per non
aver più da pensare a nulla fino al giorno appresso, ha perduto l'uso delle
occupazioni mentali poderose, delle lunghe ed intense meditazioni, del fermo e
gagliardo volere. Avvezzo alla sua vita giornaliera, non sa cercare in sè
stesso le speranze ed i miglioramenti del suo avvenire; avvezzo ad aspettarli
da qualche cosa che è fuori di sè, perdette ogni elasticità delle proprie
forze, e
«Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole».
Questo stato miserevole che tien l'uomo inerte e scontento ingenera una
gran plaga, un morbo, direi, gentilizio, perchè l'abbiamo ereditato dai nostri
padri, un luogo comune dei rètori, una ipocrisia dei filosofi, una fata morgana
de' moralisti, una menzogna di tutti, il disprezzo delle ricchezze.
Ci sono due vie per giungere
alla ricchezza, una buona, l'altra cattiva. È superfluo discorrere di questa,
perchè tutti sentono che la ricchezza male acquistata non fa felice chi la
possiede: è grande e notissima verità, che non può aver l'animo quieto chi ha
dentro il cruccio delle sue male opere passate, e che la prima condizione di
felicità è l'interna contentezza dell'animo: il ricco di mali guadagni non è
contento, e se può far invidia a chi se ne sta alla prima buccia delle cose, fa
pietà a chi sa penetrarne il midollo.
Grandissimo per contrario si è
il bene che apporta la ricchezza onestamente procacciata e conquistata. Nel
procacciarla, ti appaga quel nobile aspirare coll'assiduo lavoro ad un fine
utile insieme ed onesto; l'ansia della mente che si travaglia nel colorire un
suo vagheggiato disegno, sta salda a considerarlo per tutti i versi, a cercarne
i lati deboli, a correggerlo, a migliorarlo; poi i primi saggi per mandarlo ad
effetto, la difficoltà, gli ostacoli, la necessità talora di rifarsi da capo,
d'abbandonare la prima via per seguirne un'altra, i disinganni, gli sconforti,
il prostrarsi e il risorgere dello spirito: poi i primi buoni effetti, le nuove
difficoltà, le nuove vittorie, la riuscita che dà tanta consolazione, e tanta
lena e tanto coraggio ad imprendere nuove utili cose.
Frattanto la folla che prima non
si dava pensiero di voi e forse vi irrideva, incomincia a farvi largo, e
guardarvi con occhio benevolo, e darvi segno di rispetto: ronzerà così anche a
voi d'intorno l'adulazione ma voi, che nelle dure prove avete imparato a
conoscere le sue moine, tirate di lungo e non vi lasciate cogliere.
Le difficoltà non scemano, anzi
v'incolgono nuove ed inaspettate amarezze: ma avete imparato a vincere,
prendete la rincorsa, e via: la considerazione di un lieto avvenire per i
vostri figliuoli, il conforto della buona educazione che potete dar loro, lo
specchio del nome onorato, dei nobili esempi della vostra vita laboriosa, la
dolcezza ineffabile dei buoni discorsi fatti in loro presenza, tutto ciò vi
solleva e vi dà lena a sopportare i dolori inseparabili dalla vita umana, e si
aggiunge, supremo conforto, la gioia di poter volgere più direttamente a
pubblica utilità gli onorati guadagni, aiutando i volonterosi, favorendo
istituzioni benefiche, utili, decorose alla patria. E di sì fatte virtù è pur
necessario cercare gli esempi fra gli Americani del Nord: non tanto scuole, ospedali,
ed ogni maniera di istituti di beneficenza sono opera di particolari, ma anche
pubblicazioni letterarie o scientifiche di grandissima spesa, spedizioni di
geografi e di naturalisti, audacissime navigazioni, tutto.
Al solo annunziare un'impresa
utile o buona, subito dalle borse dei ricchi scorrono milioni.
E questi ricchi che a favore
dell'umanità profondono i milioni, son gente venuta su, come diciamo noi, dal
nulla: sono industriali, trafficanti, letterati e dotti che coll'altezza de'
propositi, e colla tenacia del volere fabbricarono a sè stessi la propria
fortuna: fortuna che il pubblico guarda non coll'invidia che se ne sta vilmente
in panciolle ma col rispetto che si merita.
Da noi, se taluno si è
arricchito, si va con gioia beffarda a rivangare la sua vita passata, gli si
getta in viso il suo essere primitivo. Il presidente Jonhson, rinfacciato
d'aver fatto nella sua gioventù il sarto, rispose: Sì, feci il sarto; ma si
diceva che gli abiti che uscivano dalla mia bottega erano assai ben fatti.
Ciò che dovrebbe essere riputato
ad onore si torce a vergogna; e quest'ignobile invidia dei ricchi camuffata nel
simulato dispregio della ricchezza, questo contrasto colla nostra coscienza che
ci esalta ciò che le labbra non rifiniscono di biasimare, questa nostra ignavia
che ci fa grave il lavoro, c'inducono poi agevolmente a tacciare di male
acquistata l'altrui sostanza.
Chi è ricco, deve aver rubato, truffato, tradito, assassinato: e si
foggiano storielle le une delle altre più infami e stupide sul male accumulato
tesoro e sulla presupposta farina del diavolo. Di che nacque una tale
aberrazione universale, onde il ricco, se può, si studia di dare ad intendere
che è sempre stato ricco e non ha mai lavorato, e i figli del ricco si vantano
di essere nati nelle agiatezze e di non lavorare, e per poco che loro tutto
vada bene vantan un lungo lignaggio di antenati fannulloni di professione.
Quanto poco sono conosciuti in Italia gli Inglesi! Si tacciano di borie e
pregiudizii aristocratici, e per qualche rispetto a ragione. Ma l'Inglese è
altero di essere riuscito a qualcosa colle sue sole forze, se ne gloria, e
tutti vanno a gara a dargliene vanto concorde. Quando un Inglese arriva ad un
grado eminente e s'imbranca coi nobili, egli, non che disconoscere la propria origine,
gode di ricordare d'onde prese le mosse, e i suoi figli si gloriano di ciò che
fra noi è vergogna.
Il che avviene, perchè in quel forte popolo ognuno ha coscienza di poter valere
secondo le proprie opere, e l'uomo che s'accinge ad operare non cerca, che in
sè stesso gli espedienti della riuscita, e non ha quell'ingannevole appoggio a
cui l'Italiano suole abbandonarsi per tutto quello che deve temere, sperare,
volere, e fuggire, il governo, sempre il governo.
Ah sì, pur troppo: in Italia
tutto col governo, tutto pel governo, tutto dal governo, nulla senza il
governo. Questo è un malanno terribile, perchè così l'uomo non impara mai a
fare assegnamento sulle proprie forze, ad osare, a confidare in sè stesso.
Questo è un malanno terribile, perchè in tal modo il povero governo viene ad
essere nel concetto della nazione mallevadore di tutto.
Se gli affari di una provincia non procedono, se l'agricoltura non
progredisce, se le industrie non fioriscono, se le arti non prosperano, se i
traffici ristagnano la colpa è del governo, sempre del governo. Questo
malvezzo, che ad altri potrebbe facilmente parere amplificato, ha una solenne
riprova in certi fatti che sono come le ultime conseguenze dello stato
miserando del paese.
Ne dirò uno.
Tutti i giornali d'Italia hanno riferito l'anno scorso che in una
provincia dove imperversava il colèra, un povero giudice, preso dai crampi,
mandò in furia pel prefetto che venisse subito da lui. Questi accorse, e trovò
quel misero illividito, aggranchito, affiochito, e con faccia di cadavere. Non
appena si vide il rappresentante del governo al capezzale, con voce cavernosa
il morente protestò ch'egli era liberale, ed era sempre stato liberale per la
pelle, e chiunque affermasse il contrario mentiva e lo calunniava
ingiustamente; ch'egli era sincerissimo amico e servo fedele del governo, e non
meritava per nulla quel colèra, che il governo gli aveva appiccato: e
scongiurava, sollevando a stento le scarni braccia e volgendo in miserando modo
gli occhi come di vetro, il prefetto, di levargli quella pestilenza di dosso.
Non mi si dica che questo aneddoto non calza, che è un fatto particolare
il quale altro non prova che la demenza di quell'infelice. Certo questo è un
fatto particolare, è il fatto di un demente; ma questi fatti superlativi
provano che il morbo è universale, e grande, e dilatato più ch'altri non pensi.
I liberali hanno avuto per questo rispetto i loro torti: nel periodo
della storia di ieri, che taluni, con inesplicabile anacronismo, vorrebbero
prolungare nella storia d'oggi, quando ogni arma era buona pur di nuocere al
governo, i liberali non rifuggirono dal cooperare a propagare e tener viva
nella moltitudine la triste opinione che il governo manda il colèra quando
vuole scemare l'esuberanza della popolazione.
Questo falso giudizio, quest'ubbia, che il governo mandi il colèra, la
quale ha cagionato ai giorni nostri in Italia scandali, non diversi da quelli
che procurò nel medio evo, è ancor essa una conseguenza, sebbene non delle più
immediate e dirette, di quell'altra più generale e più grave stortura, che di
tutto è cagione il governo, che tutto il male che viene, venga per via del
governo che tutto il bene che avrebbe a venire non venga per colpa del governo.
E mentre tutto si aspetta e si vuole dal governo, non si fa nulla per
sovvenirlo, anzi si fa tutto per contrastargli. Non è smesso ancora in Italia
il mal vezzo di considerare il governo come il natural nemico di ogni
cittadino, e di comportarsi a seconda di questa malaugurata opinione.
Incredibili sono le astuzie, i sotterfugi, le gherminelle, gl'inganni, le frodi
che si fanno per non pagare le imposte, o pagar meno di quel che si deve: e
costoro s'infischiano di quel savio proverbio: Chi vuol ingannare il comune,
paghi le gabelle; e vuol dire che comportandosi onestamente non si paga il
frodo ch'è sempre più caro. Il compratore e il venditore, l'inquilino e il
possidente, si danno l'intesa per far figurare minore del vero il contratto di
compera o di pigione: il contrabbando è un onesto mestiere, si copre, si
difende, si aiuta, e chi mettesse il governo sulle orme di chi ne macchina la
rovina, sarebbe tacciato di spia e peggio; il ladro, l'assassino, il
pugnalatore a tradimento, corrono sicuri in mezzo alla folla che si apre sui
loro passi e si restringe tosto a proteggerne contro la forza pubblica lo
scampo: la fuga dei cassieri non desta ormai più che un sorriso: e uomini
onesti, uomini ragionevoli, uomini che si farebbero scrupolo d'accusar la loro
cuoca del furto di cinquanta centesimi, vanno sbraitando che questo o quel
ministro ha rubato milioni. Queste cose in Italia hanno stampato con le parole
più o meno coperte, talora scopertissime, i giornali, queste cose ripete in
tutta coscienza a tavola, al focolare, il padre di famiglia alla moglie e ai
figliuoli; quest'opinione è ormai posta nel novero delle verità dimostrate, non
ostante che sia certo a chi volle scrutar più addentro la vita dei ministri e
chiarirsi della loro reale fortuna, che le presenti ricchezze sono una
disonesta invenzione di calunniatori.
In Italia, a fare il ministro
qualcuno si è impoverito, altri ha scemato i suoi guadagni, nessuno s'è fatto
ricco. Questo è un fatto che potrebbe agevolmente dimostrare colle prove alla mano,
e di ciò tutta la nazione si deve rallegrare. Ma che? si sussurra per contro,
si urla, si assevera di ministri ladri e di pubblici e favolosi ladronecci, e
poi si fanno le meraviglie dei mali che ne provengono. Dovrebbero i giudiziosi
affaticarsi a persuadere le moltitudini di questa verità, che il governo è
composto in fin de' conti da individui della nazione, che ogni individuo
partecipa, poco o molto che sia, al bene e al male del governo, e che se ognuno
cercasse di migliorare un tantino sè stesso, opererebbe efficacemente al
miglioramento del governo.
Un ingegnoso nostro romanziere
che in Inghilterra scrivendo in quella lingua fa onore alla patria, mette in
bocca ad un vecchio italiano, a un dipresso le seguenti parole:
— Io considererò gli Italiani
veramente degni della libertà, allorquando vedrò i mercanti rubare un po' meno
sui pesi e sulle misure.
Così è.
Un poeta moderno, l'Aleardi,
dice di sè stesso con giusto orgoglio:
...Sin da fanciullo
Arsi d'Italia, e ne la diva
morta
Presentii la risorta
Del Campidoglio. Nè sotto
l'infame
Staffil stranier, ne ai giorni
Esuli, o su lo strame
De la prigion col trave
Del patibol in faccia, oh no,
giammai
Non disperai. Talchè di fede
ardenti
Sempre uscirono i carmi, e non
discari
A le mie genti. Impavido cantore
Pria di civil dolore,
L'onesta arpa riprendo:
Del mio nativo ostello
Dico le glorie e scendo
Contento nell'avello».
Ma non tutto il dovere nostro è
stato fatto: ne siamo ancora lontanissimi. Altre vittorie più difficili, nè sarà
mai ripetuto abbastanza, si devono ottenere. L'ignoranza, le superstizioni,
l'avversione al lavoro, la celebrazione dell'ozio, gli errori, l'incuria della
dignità personale e dell'onesto sentire, la discordia, l'invidia, l'ira di
parte, il municipalismo, son nemici dell'Italia ben più pericolosi e tremendi
che l'austriaco non fosse.
Bisogna vincerli a qualunque
costo. Il poeta civile volga a questi nemici gli strali dei suoi versi, il buon
cittadino si metta in cuore di debellarli e sconfiggerli. Taccia per ora l'inno
del trionfo e si pensi a continuare la lotta: una nazione non trionfa mai, è
sempre circondata da nuovi pericoli, non deve cessare dalle difese e dal
progredire un momento. Se si ferma, indietreggia. Per farsi rispettare e a
prendere fra le nazioni civili il posto che le appartiene, l'Italia deve
combattere contro questi suoi intestini e larvati nemici.
E a coloro che per compatire la
propria ignavia, mettono in campo la fortuna, noi rispondiamo, che la fortuna
esiste. Sì esiste; ma non si fa vedere, non si lascia cogliere se non da coloro
che hanno acquistato diritti a vederla e a coglierla. E questi sono gli uomini
operosi, intelligenti, sobrii, amanti del lavoro e del risparmio, senza di che
nulla si conclude per quanto grandi siano i guadagni; sono uomini che stanno
sempre attenti coll'occhio desto, cogli orecchi tesi a vedere e considerare ciò
che accade in questo mondo. Mentre i neghittosi sono pei caffè, nei teatri, o
in altri ritrovi, l'uomo prediletto dalla fortuna pensa ed opera; ritorna con
la mente ai casi della giornata, li spoglia della loro inutilità, fa tesoro
delle cose che meritano considerazione. Con questo abito del considerare e
dell'operare, l'uomo prediletto dalla fortuna aguzza l'occhio e la mente, ode e
discerne la voce della fortuna, la quale significa nè più nè meno che opportunità;
e questa opportunità non può essere veduta, nè conosciuta da quegli sfortunati
che politicano nei caffè, che poltriscono nei ritrovi e che si alimentano
d'invidia e d'ignavia.
Ora dunque bisogna metterci
all'opera: le armi ci sono: ogni provincia ha doni preziosi di natura, tempre
elette d'uomini che seppero tenacemente volere, e colla tenacia della volontà
riuscirono utili a sè stessi e agli altri. Ogni provincia italiana ha uomini
egregi, talora oscuri, ma degni di ammirazione.
Questi uomini egregi, di nobile
esempio, meritano dunque d'esser meglio conosciuti che non siano, e tale è
l'intento principalissimo del presente libro.
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