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Michele Lessona
Volere è potere

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  • CAPITOLO PRIMO L'uomo e la terra. — La geografia fisica dell'Italia. — L'Italia antica e l'Italia moderna. — La carta geografica dell'ignoranza. — L'ignoranza delle donne. — Un altro genere d'ignoranza. — Letteratura. — Il lavoro. — L'impiegomania. — Il disprezzo delle ricchezze. — Governati e Governo. — Il còmpito d'oggi.
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CAPITOLO PRIMO

L'uomo e la terra. — La geografia fisica dell'Italia. — L'Italia antica e l'Italia moderna. — La carta geografica dell'ignoranza. — L'ignoranza delle donne. — Un altro genere d'ignoranza. — Letteratura. — Il lavoro. — L'impiegomania. — Il disprezzo delle ricchezze. — Governati e Governo. — Il còmpito d'oggi.

 

Da molti si è detto, fin dall'antichità, che l'uomo è quale la terra lo produce. I moderni hanno insistito in particolar modo intorno a cosiffatta sentenza, e si sono anche ingegnati di darne la ragione scientifica.

La qualità delle roccie nelle varie contrade, si è detto, i vari rilievi ed avvallamenti de' terreni, la direzione e la forza de' venti, le pioggie, i laghi ed i fiumi, il corso delle stagioni, la calda e fredda temperie, tutto quanto infine costituisce la ragione del clima, opera sull'uomo e sullo svolgimento fisico di esso, sulla sua complessione, ne modifica la forza, la longevità, la condizione sociale, morale ed intellettuale.

I filosofi che si dedicarono a simili studii consentono nel dire che le contrade uniformi per grande eguaglianza di terreni, piani sterminati arenosi, e nudi monticelli, e coste marittime senza seni e senza sporgenze, senza accidenti di linee e di frastagli, sono quelle dove meno acquista e migliora l'umana razza. E adducono come prova le uniformi estesissime pianure e le immense spiaggie di sì gran parte d'Africa, dove vive una gente che sottomette la ragione all'istinto, e perciò improgressiva, la medesima sempre. Dove, al contrario, i popoli più civili di Europa sono partiti dallo stesso punto, ma, in condizioni fisiche al tutto diverse, sono giunti oggi a quel grado mirabile di civiltà cui li vediamo.

Qui sono monti giganteschi avvolti da nubi le cime nevose o scintillanti al sole, dirupi solcati da ghiacci e battuti dalla tempesta, balze scoscese, cupi burroni precipitosi, massi erranti per la pianura, e sassi, e ciottoli, e ghiaie alle falde. Foreste di castagni, di faggi, di larici e di pini, fanno veste a quei monti, poi cespiti di rododendri ed erbe dal cortissimo stelo, e muschi e licheni che di varie tinte, brune, argentine, dorate, coronan le rocce. Urla il lupo fra quelle foreste e balza la lince e s'appiatta l'orso, e corre presso la neve nel suo manto invernale il candidissimo ermellino, e ronzano insetti appunto quali incontra nelle sue terre il gelato Lappone. E alle cime, ai pendii, alle nevi, alle foreste, ai vaganti nuvoloni fanno specchio nelle valli romite le onde limpidissime degli incantevoli laghi. Costà son colli di soavissime chine sparsi d'ulivi, echeggianti d'autunno delle grida festose delle vendemmiatrici, e fertili piani sparsi e biondeggianti di messi, solcati da fiumi maestosi, o da fecondi canali, e colà vaste malinconiche deserte pianure e paludi pestilenziali, e terre scaldate da un ardentissimo sole, dove allignano piante e volano e corrono e strisciano animali dell'Africa vicina.

Cinta dal mare per sì gran parte, s'allunga l'Italia in una distesa di svariatissime coste: qua con dolce pendìo lentamente digradanti, scoscese e percosse dalle onde, ora selvose, ora nude, ora coronate di ridenti colline che si protendono in lunghi promontori, e capi e file di scogli, o scavate in vasti golfi, e seni e porti amplissimi e contro ogni mare sicuri.

Isole ed isolette qua e in faccia alle spiaggie accrescono varietà e bellezza, e formano stretti ed offrono a loro volta prominenze e rientranze e frastagli innumerevoli, e fra quei seni nuotano, copioso e squisitissimo cibo, milioni di pesci, e migliaia di specie d'uccelli vengono in quelle spiaggie a posarsi. Un sole limpidissimo frange i suoi raggi fra onde azzurre lievemente dall'auretta increspate e splendide come miriadi di diamanti; le correnti marine e le brezze alternanti temperano gli eccessi del caldo e del freddo sui bellissimi lidi.

Invero, se la varietà e la bellezza della terra operano in bene sull'uomo, gli Italiani dovrebbero essere i primi uomini del mondo.

Sono veramente gli Italiani i primi uomini del mondo?

Se domandate a parecchi, vi risponderanno senza esitare di sì. E conforteranno l'affermazione colle gesta gloriose dei padri.

Le aquile romane volarono di vittoria in vittoria per tutto il mondo, quegli eserciti hanno sconfitti tutti i nemici; dalle più remote spiaggie dell'Africa e dell'Asia venivano a Roma prigionieri i re vinti. La civiltà, quella maggior civiltà che comportavano i tempi, hanno diffuso i Romani in tutte le parti del mondo.

Non pochi Italiani, pur troppo, ieri ancora si mostravano, e taluni, per fortuna pochissimi, anche oggi si mostrano troppo paghi di queste glorie. Per fortuna, giova ripetere, oggi questi Italiani sono pochissimi, ed i più sanno che ben altro devono pensare, ben altro volere, ben altro operare.

La storia, che in avvenire racconterà le imprese degli Italiani di oggi, porrà nella bella luce che merita questo mirabile fatto, che essi, i quali parevan morti e cancellati dal novero delle nazioni, come in buona fede pensavano gli stranieri, vollero essere nuovamente figli di una nazione, vollero con costanza, vollero con perseveranza, vollero da un capo all'altro della penisola, tutti, concordemente, animosamente, fortemente, tenacissimamente. È una storia di ieri, e pare già di qualche secolo. Le cospirazioni, la stampa clandestina, i moti insurrezionali, le spie, le carceri, gli esilii, i patiboli, un re che si fa campione della patria indipendenza, le battaglie, le vittorie, le sconfitte, i villaggi come le città deserti di giovani accorrenti da ogni parte a combattere, la conquista finalmente compiuta della patria indipendenza.

Gli Italiani diedero a vedere che avevano la prima, la più necessaria di tutte le virtù, quella senza cui tutte le altre non valgono a nulla, quella che più d'ogni altra vuol essere istillata nell'animo dei giovani, coltivata dagli adulti e dai vecchi, compagna e sostegno di tutte le età, la virtù del Volere.

Il motto non fallaVolere è potere.

Gli Italiani desiderano migliorare stessi, ardentemente vogliono questo loro miglioramento.

I campi sottratti alla selvaggia natura e fecondati dal sudore dell'uomo rintristiscono e si fanno sterili, per poco che quello smetta dalle sue cure: così le grandezze delle nazioni, antiche o moderne che siano, scadono in breve ove non si mantenga il saldo volere e la ferma e costante virtù dei cittadini.

Gli Italiani hanno compiuto cose malagevolissime e meravigliose, ma sentono che altro rimane loro da compiere. E in mezzo al grido, in mezzo allo strepito, in mezzo al cozzo e alla tempesta di sentimenti e voleri tumultuanti e discordi, in mezzo alle passioni concitate, alle grandi illusioni, ai desiderii sfrenati, agli errori o nobili o folli in cui s'agitano di presente, un lavoro in tutta Italia si viene, spesso inavvedutamente, ma sempre con efficacia, operando, un lavoro di ricercare i proprii difetti, e di porvi riparo.

Questo è lavoro, questo è intento nobilissimo, questa è l'àncora di salvezza della nostra patria.

È un gran medico chi conosce il suo male (dice il proverbio), e il pericolo coraggiosamente affrontato è pericolo per metà vinto.

V'ha chi imaginò di fare in Europa la Carta geografica dell'ignoranza. Prese una carta d'Europa, e segnò con diversi colori le diverse nazioni, secondochè è maggiore o minore in quelle il grado della pubblica coltura in generale, del maggior numero di persone che sanno leggere e scrivere, non del numero maggiore o minore di chiari ingegni per questo o per quel verso eccellenti.

Per verità, l'Italia non è al tutto nera su quella terribile carta, ma è tutt'altro che color di rosa.

Anche oggi v'è chi in buona fede reputa pericolosa l'istruzione fra le moltitudini. Quando voi avrete insegnato al contadino ed all'operaio il leggere e lo scrivere (vi dicono), questi non saranno più contenti del proprio stato, vorranno godere tutti quei vantaggi che godono gli altri, si empiranno la testa di superbi e grandiosi concetti, sogneranno una eguaglianza impraticabile, prenderanno in uggia il lavoro; e la lunga invidia contro quelli che essi cominciano a chiamare i felici della terra finirà per tramutarsi in furore contro quelli che chiameranno a poco a poco gli oppressori, i tiranni; e si daranno finalmente al saccheggio, all'incendio, agli eccidii, alle stragi, a tutti gli orrori delle rivoluzioni. Sono cose che si sono vedute e che pur troppo si rivedranno.

Quelli che la pensano in questo modo, non conoscono gli operai, i contadini.

Chi bazzica col contadino e coll'operaio, non ignora che chi tra di loro sa leggere e scrivere, sarà presuntuoso, sarà arrogante, sarà garrulo, ma non è feroce.

L'uomo si distingue dal bruto per la tempra del suo intelletto: quanto più l'uomo coltiva l'intelletto, tanto più si solleva, e si stacca e si allontana dalla bestia. In guerra, il soldato che sa leggere e scrivere è altresì più coraggioso, più disciplinato, più tollerante dei disagi, più forte, più umano dell'analfabeta. Le rivolte sanguinose e feroci sono state fatte da quelli che non ebbero mai a che fare coi sillabarii, per certo è la stampa libera che spinge gli antropofagi a divorarsi. Le cattive letture possono nuocere come le buone giovare, ma possono meglio giovare le buone che non nuocere le cattive: il male è alle volte nell'uomo più che nel libro. Ma fra l'uomo che non sa leggere e quello che legge libri men buoni, e starei quasi per dire cattivi, il primo val meno del secondo. Non si tenti perciò d'impedire che l'alfabeto penetri nelle officine, nei sottotetti, nei tugurii, nelle stalle, da per tutto, chè la cosa oggi sarebbe non pure impossibile, ma anche dannosa. Si cerchi al contrario di ammannire alle avide menti il pasto salutare delle buone letture. Del resto, per fortuna, quelli oggi fra noi che francamente a fin di bene osteggiano la diffusione d'ogni sapere nel popolo, sono pochissimi. Sono, per disgrazia, men rari quelli che senza amar svisceratamente l'istruzione diffusa fra gli uomini, temono ch'ella s'allarghi e, quasi contagio, s'attacchi anche alle donne.

Il nero dell'Africa non sa volgere a suo vantaggio la forza dei bruti, ma vi adopera, senza pietà quella della donna: la obbliga a lavorar il campo, ad allestir il cibo, a fabbricar la capanna, all'ombra della quale egli riposa mollemente sdraiato fumando.

Il Musulmano ama la donna, come ben notò una signora di grande ingegno, alquanto più della sua pipa, e un po' meno del suo cavallo. Il Profeta gli ha raccomandato di tenerla in conto di fragrante e leggiadro fiore, ed egli la tiene in conto di fragrante e leggiadro fiore; la vagheggia, la carezza nell'orto romito, lungi da sguardi curiosi; la uccide talvolta per gelosia, la lascia, la dona, la cambia, la compra, la vende.

L'Italiano, per lo più, tiene la donna chiusa in casa, e non la vede volentieri uscir sola. Una volta esaltava fra le sue principali virtù quella di starsene a filar da mattina a sera; ora confessa che le macchine fanno meglio del fuso, della conocchia e dell'arcolaio; la pregia del saper ben rattoppare un vestito, rammendare una calza ed attaccare un bottone, prezioso aiuto quando il bottone si strappa sul punto d'uscir di casa per qualche grave faccenda: desidera per giunta che ella sappia scrivere per ben tenere la lista del bucato, ma la esonera dalle regole dell'ortografia, la dispensa dalla lettura, non ama che si diverta con buoni con cattivi romanzi, non vuole che si dia pensiero di politica, e tanto meno di studi scientifici. Se ha una bella voce o due agilissime gambe, è un altro paio di maniche: le concede di guadagnare cento mila lire l'anno in pro del marito, del padre, del fratello, dei cognati e dei cugini di ogni grado.

Il primo Napoleone stimava la miglior donna quella che fa più figliuoli; anche un tal merito, il solo che il sommo conquistatore consentisse alla donna, non suole apparire sempre tale agli occhi del marito.

Dove la donna si differenzia meno dall'uomo, dove è chiamata a partecipare alle fatiche di lui, dove ha più larga parte nella vita pubblica, dove è più rispettata e più curata, è nell'America del Nord. Ma siccome i critici dicono che non sono da pigliarsi esempi troppo lontani ed in paesi dove non è facile il riscontro e la conferma, gioverà dare un'occhiata a una provincia d'Europa non troppo remota, per esempio alla Svizzera.

La coltura intellettuale della donna ha progredito molto nella Svizzera. Un gran numero di fanciulle studiano per diventare maestre; e presso le famiglie agiate di tutto il mondo civile v'imbattete in istitutrici svizzere, che nel delicato ufficio di educare giovanette che diventeranno gran dame procurano guadagno a , e spesso alle loro famiglie. Ma non è tanto questo che giova considerare, ma piuttosto la comune coltura universalmente diffusa nella donna, e i varii opificii di ogni ceto e condizione dove essa trova lavoro e guadagno.

In Ginevra si fabbrica, e si smercia poi per tutto il mondo, una immensa quantità di orologi. Sono in quella città officine di orologeria dove lavorano le sole donne: i conti nei negozi, negli alberghi è generalmente opera delle donne; lo stesso si dica della distribuzione dei biglietti e di altri uffici nelle amministrazioni delle ferrovie, e simili. Non è raro il caso che la donna rimasta vedova con figliuoli basti a provvedere col lavoro alla educazione della propria famiglia; e quando il marito e la moglie lavorano entrambi, come il più delle volte, l'allevamento della famiglia, che ha tanta efficacia su tutta la vita avvenire, procede assai meglio, e regnano tra le pareti domestiche la concordia e la pace. Non è la lettura, non è il lavoro, non è l'esercizio dell'intelletto che guasta la donna, ma l'inerzia, l'ozio, la vanità della mente.

La donna colta ed operosa ha un più alto concetto della propria dignità, dell'importanza dell'opera sua, dei suoi doveri verso i figliuoli. Si dice che l'uomo è quale la donna lo fa, e per un certo verso la sentenza torna: ma bisogna aggiungere e ben convincersene, che la donna è quale l'uomo la fa; che il disprezzo, e il poco rispetto, la lusinga, la lode adulatrice dell'uomo guastano la donna, e che la donna guastata guasta poi l'uomo alla sua volta.

Un giovane commediografo giudizioso ha cercato di dimostrare che le mogli sono quali le fanno i mariti; e i mariti si ribellarono a questa imputabilità che loro si volle addossare. Eppure il giovane commediografo ha ragione: le mogli son quali i mariti le fanno.

Guardate i mariti inglesi!

Navigano tutti i mari, combattono in ogni barbara terra, colla patria nel cuore passano la intera vita fra genti selvagge, e le mogli li accompagnano e li confortano nei pericoli e nei disagi, porgendo loro, quando appaiono più sfiduciati e stanchi, da baciare la testolina bionda del caro figlioletto: la moglie parte dall'Imalaia col bimbo malato per portarlo in Inghilterra a guarire, ritorna presso il marito, e riparte, e attraversa sola mari, deserti e foreste, montagne, e tribù più terribili delle fiere, e vince ogni dura prova coll'animo che vince ogni battaglia, con quell'animo che le infonde la coscienza sorretta dai suoi doveri di moglie e di madre.

E la donna inglese legge e studia e scrive e stampa, più che altra non faccia in qualsivoglia parte del mondo.

Della immensa quantità di libri che ogni anno si stampano in Inghilterra, di amene letture, di viaggi, di educazione, di scienze elementari, teoriche, applicate, popolari, buona parte è fatta da donne.

E la moglie più affaccendata, la madre più attenta ai suoi figli, la miglior massaia di quelle famiglie inglesi, che son tanto numerose, trova sempre qualche ritaglio di tempo per la quotidiana lettura.

E la famiglia inglese, non meno che l'americana del Nord e la svizzera e la tedesca, la famiglia, in una parola, presso tutte quelle nazioni dove più splende per coltura intellettuale la donna, è famiglia concorde, operosa, contenta, ricca di tutta quella felicità che è dato gustare su questa terra.

L'ignoranza è solo sventura, l'ignoranza è danno, l'ignoranza è ruina non meno per l'uomo che per la donna, in ogni parte del modo. Se non che l'ignoranza non è sempre in tutto la stessa. V'è l'ignoranza assoluta, l'ignoranza brutale, l'ignoranza dell'alfabeto, quella ignoranza che fa terrore e che ogni giorno fra noi diventa più rara.

Ma a fianco di questa ignoranza orribile e spaventosa, ve n'è un'altra mascherata, luccicante di similoro, quasi leggiadra, e non pertanto pericolosissima. È questa la mezza ignoranza, l'ignoranza inorpellata di qualche sapere, l'ignoranza in guanti bianchi.

Un tale che ebbe non piccola parte nelle cose presenti d'Italia, il cui nome notissimo non si riferisce qui perchè la storiella non gli torna ad onore, ebbe un bisogno di fare una moltiplicazione: ma il moltiplicatore era di due cifre; colla prima se ne trasse fuori alla meglio, ma quando si trattò della seconda non seppe mettere il prodotto: poi non seppe addizionare, s'imbrogliò e domandò aiuto alla moglie che per caso in quel momento entrava nello studio. Questa rimise sulla strada il povero marito, affinchè rifacesse a modo l'operazione, e per giunta gl'insegnò la riprova.

La sera il fatterello fu narrato al crocchio degli amici venuti a corteggiare in casa il grand'uomo: si rise, ma nessuno ne fu meravigliato. Si sarebbero anzi fatte le maraviglie (ciò avveniva nel 1844) se il grand'uomo si fosse degnato di conservare un posticino alle rimembranze meschine dell'abbaco nel suo cervello ronzante di periodi sonori, di frasi maestose, di reticenze taglienti come scimitarre, di amare ironie, di apostrofi infocate.

Un tale, dopo d'essere stato autore drammatico e rimatore, s'indusse a fare gli esami di maestro elementare. L'esaminatore di geografia gli fece questa domanda... Quali sono le isole principali d'Italia? L'interrogato aggrottò le sopracciglia, stralunò gli occhi, balbettò, non seppe rispondere, fu respinto, e andò pei caffè a sbraitare contro la pedanteria del governo che non vuol saperne degli uomini di genio.

Oggi invero, v'è una schiera di aspiranti artisti i quali si danno poco pensiero dell'altezza della salita e della malagevolezza della via, e fan conto d'andar di slancio al culmine. La conoscete la coorte, sempre giovine capelluta, barbuta, fumatrice, che rinnega i classici, sorride della grammatica, tien broncio al disegno, si schifa degli studii e dei metodi, proclama l'arte un affare di genio, di quel genio che c'è o non c'è: se c'è basta a tutto, se non c'è nulla vale : di quel genio che deve ghermire il concetto teme il falco la tortora, piombar sulla nota come la folgore sul campanile, far viva una statua strappandole il marmo d'intorno come si fa nuda una persona lacerandole a brani le vesti, stendervi sulla tela un paesaggio come svela i monti e i piani il sole che balza dall'orizzonte.

Chi osa parlare di dubbi modesti, di trepide paure, di studii profondi, di notti vegliate, di lingue antiche e moderne, di geografia e di storia, di aritmetica e di geometria, di anatomia e di disegno, di esercizi e di metodi, a questi tempestosi figli del genio, che si sentono sempre l'arte ribollente nel cranio, e minacciante di scoppiar fuori sibilando dai buchi delle suture come il vapore compresso dalle pareti infrante dalla caldaia?

Disgraziatamente questi genii rimangono tutta la vita incompresi, un bel giorno volgono le spalle alla soglia del tempio dell'arte scuotendo la polvere dai calzari, e proclamando il secolo venale, mercantile, prosaico, abbietto, sordido, rapace, indegno d'uomini pari a loro, si piegano brontolando alle vie comuni, si danno a far caminetti per appartamento e insegne da tabaccai, afferrano un posto di professore, cadono nel giornalismo, nelle amministrazioni delle ferrovie, s'aggrappano ad un qualsiasi impiego; alcuni salgono anche discretamente, ma sempre a malincuore, sempre stimandosi collocati cento cubiti al disotto dei loro meriti, sempre scontenti, sempre inquieti, sempre facendo un po' più o un po' meno di quello che devono fare.

Pur troppo l'importanza, anzi la necessità di studii profondi, forti, svariati, non è ancora debitamente sentita in Italia.

A che cosa servono (domandano molti), a che cosa servono la fisica all'avvocato, il greco all'ingegnere, la letteratura all'industriale, la geometria al magistrato, la storia antica al militare, il disegno, la musica a chi non è di professione pittore, suonatore, o cantante? Quale vantaggio possono quelli ritrarre dal tempo speso in cosiffatti esercizii quando all'uomo di miglior volere sempre manca il tempo per apprendere tante e tante importantissime cose che ognuno nella cerchia dei propri studii non ha mai finito d'imparare?

Taluno ha risposto che se fossero un po' meglio diffuse fra noi, che oggi non sono, le cognizioni circa gli elementi di quelle scienze che fanno parte della educazione generale tra le più colte nazioni, non faremmo ridere talora alle nostre spalle, come quel signor diplomatico, che domandava se non si potrebbe mettere nel barometro, in cambio di mercurio, alcool colorato, come si fa nel termometro, e sovratutto non daremmo retta così facilmente, e danari insieme, a chi ci viene a proporre, come suoi trovati sorprendenti, e con l'attrattiva di meravigliosi guadagni, certe operazioni impossibili, e che appaiono impossibili a chi pur possiede gli elementi primi delle scienze, come sarebbe l'adoperare l'argilla per combustibile, e il tramutare in ferro le arene del mare. Cose che furono proposte, promesse, accolte, proclamate, magnificate dai giornali.

Ma questo è il vantaggio minore. La ragione importante, la ragione suprema degli studi fisico-chimici e matematici pei letterati e metafisici, la ragione della cultura letteraria agli scienziati, la ragione della necessità della storia nella educazione, dell'abito d'osservazione rinvigorito negli esercizi intorno alle scienze naturali, la ragione dell'utilità del disegno e della musica nella educazione generale, è ben altra.

Essa è posta nella necessità di un regolato esercizio della mente, il quale, perchè varie ne sono le facoltà, non può non esser vario altresì nei mezzi da adoperarsi.

L'attitudine della mente umana ad esercizi svariati in ogni età, massime nell'età prima, è mirabile, purchè tutto venga in modo conveniente e convenientemente graduato. E allora in questa varietà la mente si ritempra e s'invigorisce e diventa atta a sostenere i lunghi lavori e gli sforzi poderosi, e collo allargarsi delle cognizioni si forma il criterio, si fortifica la prudenza, si dileguano l'arroganza, la presunzione, la vanità, proprie di cognizioni superficiali.

L'uomo nutrito di una sola qualità di cibo, languisce e in breve inesorabilmente muore: la varietà dei cibi opportunamente scelta e regolata, mantiene florida la salute.

L'agricoltore che affida sempre allo stesso campo la stessa semenza, a poco a poco vede il suo campo isterilito. La qual cosa fe' sì che per molti secoli si reputò necessario che il terreno fosse lasciato riposare, cioè lasciato stare di tratto in tratto senza coltura. Oggi è provato che il campo può benissimo produrre ogni anno senza nulla perdere della sua fertilità, purchè invece di affidargli sempre la stessa semente, si osservino le leggi di un ben appropriato avvicendamento.

Lo stesso si dica della mente umana: l'eccessivo restringere le cognizioni, il troppo raccogliere l'esercizio intorno ad una sola facoltà, non che vi dia uomini profondi in un ramo speciale di scienza, vi cervellini leggieri che si fermano alla prima superficie, gonfi di vanità, per quel po' che poco ben sanno, pieni di disprezzo per tutto il resto che non sanno, intolleranti, astiosi, scontenti di stessi e d'altrui.

Non c'è ramo di studio che non s'innesti a parecchi altri, non c'è esercizio intellettuale che non si giovi di quel riposo che deriva non dalla inerzia, ma dal mutare d'applicazione.

Il disegno porta vantaggi pratici nella vita assai più che non si creda; ma, lasciando star questi, esso giova insieme con la musica a temprare la mente, ad indurre nell'anima quel fiore di gentilezza che adorna non meno la vita dell'individuo che quella della società, si potrebbe in altra maniera acquistare.

Singolar cosa: contrastavano spesso in Italia la propagazione degli studi scientifici quelli che più di tutti avrebbero dovuto comprenderne l'importanza e promuoverla nell'universale.

Il che fu certamente effetto di una profonda convinzione, del desiderio di operare il bene e d'impedire il male; ma la cosa non fu intesa per questo verso; e questo voler taluni scienziati escluder dalla coltura generale certi studii nei quali essi erano eccellenti, venne interpretato siccome un desiderio in questi di rimaner soli, inaccessibili, incontrastati oracoli nell'ignoto soggetto. La qual cosa non è più possibile in questi tempi di universali comunicazioni, nei quali fu buttata giù anche la muraglia della Cina, e non vien fatto più di avvolgersi nella nebbia misteriosa, come divinità mitologiche, ai dotti di Pechino.

Oh! pensate se la cosa è possibile in Italia!

L'appartarsi dei dotti, l'esclusione delle prime e delle più utili nozioni scientifiche negli studii comuni, il difetto di libri di scienza popolare, la fungaia ripullulante di un'amena letteratura vana e ciarliera, generarono quegli effetti che erano da aspettarsi, allorquando i lettori cominciarono a moltiplicarsi e la stampa dovè porgere pascolo a tutti.

Da venti anni in poi che la stampa si volge alle moltitudini, loro non parla presso che d'altro che di politica. E s'intende. Negli ultimi vent'anni l'Italia s'è travagliata in questo supremo sforzo del volere la sua indipendenza, la sua libertà, la sua unità che ha ottenuto; la lotta fu di ogni anno, di ogni mese, di ogni settimana, di ogni giorno, di ogni ora, e il popolo voleva stampati che mutassero ad ogni ora. Il grande stampare che s'è fatto in questi venti anni fu poi giornali, e non poteva essere altrimenti.

Ma il giornalismo italiano ha compiuto degnamente il suo ufficio?

Si lasci per ora in disparte ogni investigazione intorno alla via battuta dai diarii italiani nella politica propriamente detta: non si badi a quello che si suol dire oggi il loro colore, alla bandiera sotto cui si sono raccolti. Si consideri il giornale italiano qual'è in stesso. Che cosa vi spicca sopra tutto?

L'ignoranza: quella malaugurata mezz'ignoranza del giornalista, che faceva esclamare ad Alfieri, non però a proposito di giornalisti:

«Meglio ignoranza onestamente intiera».

Nella qual cosa (sia detto fra parentesi) il grande Astigiano aveva, come in tante altre, torto, perchè l'ignoranza intera è spesso disonesta, è sempre peggiore della mezza ignoranza, per quanto questa, come vedemmo, valga pochissimo.

Il giornalista italiano è ignorante; salvo belle e poche eccezioni. Dovrebbe conoscere le lingue straniere, la geografia, la storia antica e la moderna, le amministrazioni del nostro paese comparate con quelle degli altri, la statistica, i principii generali della legislazione, tenere il lettore informato di quanto avviene di più rilevante presso le altre nazioni, raffrontare il presente col passato e dedurre provvedimenti d'importanza per l'avvenire, porgere intorno alle cose che avvengono dentro o fuori un dilettevole e quotidiano ammaestramento. Ma egli non ha quelle cognizioni, può ammaestrare gli altri di ciò che non seppe mai imparare. Che cosa sa fare allora? Polemica, irrimediabilmente polemica.

I giornali detti della opposizione hanno in questa palestra la parte più bella: come di son facili le apostrofi, facile coprire quotidianamente il bianco col nero, fulminando gli uomini che siedono al Governo, dimostrando che mandano in rovina il paese, vaticinando, per poco che la durino ancora, il finimondo ogni settimana! Altri giornalisti meno violenti, e buoni al tiro e alla sella, fanno un esercizio diverso e curiosissimo; quello di mettere in fila parole che si dan l'aria di aver un significato, come le nubi talora paiono avere una forma: questi articoli sono tempestati di Noi. Noi abbiamo detto tante volte: Noi non abbiamo bisogno di ripetere: non è a Noi che si possa fare il rimprovero: se a Noi si fosse dato in tempo ascolto: c'impongono i Nostri principii: è noto il Nostro passato, ecc. Nei giornali venduti, come gentilmente si sogliono chiamare dagli avversari quelli che non fanno l'opposizione, è più difficile la prosa piccante; si parla della necessità della quiete per un buono e pronto riordinamento, di temperanza nei prudenti propositi, di senno necessario a condurre le cose a buon porto, ma si mena il can per l'aia colla stessa vanità di cognizioni che è in tutti.

Un tale è saltato su con una proposta di regolamentare (si condoni il vocabolo) il giornalismo con una legge, secondo la quale per essere giornalista sia necessario dar prova di una certa ampiezza di cognizioni, fare un esame, avere un diploma, come si fa per gli avvocati e poi medici.

Un tal disegno, non serve dirlo, non avrebbe nessuna efficacia pratica, come ne ha poca per gli avvocati e pochissima poi medici, perchè un imbroglione trova sempre un avvocato che si fa gerente responsabile dei suoi imbrogli, a quel modo che una sonnambula più o meno chiaroveggente trova sempre un medico spiantato che fa le ricette dettate nei sonni lucidi della Sibilla, per tre lire al giorno. Quella proposta sbocciò dalla mente di uno di quei tali che credono ancora che il Governo possa e debba far ogni cosa, e vuol essere menzionata come segno dei tempi.

Il vero esaminatore dei giornalisti è il popolo di lettori, e i giornali a vicenda si sforzano a migliorarlo e ne sono migliorati.

Chi consideri la stampa che non sia di fogli e di fogliettanti, non ha spettacolo più consolante. Lasciando da parte le ristampe dei classici, i libri scolastici, i libri scientifici, qualche libro pregevole di amena letteratura, come non raramente se ne pubblicano, ma non indirizzati alla maggior parte della nazione, si osservi quella stampa viva, continua, cui tocca versare ogni anno fiumi d'idee nel popolo e dirigerne i sentimenti.

Subito appare che quelli che più leggono in Italia sono i più poveri e i più ignoranti; onde quel nugolo di fogli settimanali a dieci centesimi, che nelle città italiane ove la produzione è maggiore, in rapporto al maggior consumo della provincia, in sì gran copia ogni domenica vengono fuori. Questi foglietti potrebbero fare un gran bene: l'operaio se li porta a casa, lo scolaretto vi spende intorno i suoi piccoli risparmi, li leggono di seconda mano le persone di servizio, dai più si conservano e si fanno rilegare. Potrebbero fare un gran bene se, come tanti fogli inglesi di questa fatta fra i quali primeggia la Penny Cyclopedy ossia Enciclopedia a due soldi, dessero utili cognizioni in ogni ramo dello scibile esposto in modo elementare e corredate di buoni disegni, oppure racconti dilettevoli e morali, come suol farsi in Germania. Questa sarebbe gara nobilissima e oltre ogni dire benefica nel letterato italiano che vi si volesse mettere.

Invece che cosa accade?

Il letterato sdegna tale opera, e, salvo qualche eccezione, sono avidi speculatori, ignoranti scrittori, che se ne fanno strumento, traducendo le più viete cose francesi di cui da vent'anni in patria è dimenticato il momentaneo effettaccio: ciò talora in quelle stesse stamperie che pubblicano giornali dove si tuona quotidianamente contro la servitù verso la Francia, e si progettano più o meno pacifiche leghe, per bandire ogni roba d'oltralpi.

Non mancarono altresì uomini svergognati che non ebbero schifo di tuffarsi nelle sozzure per libidine di guadagno e coi titoli infami e colle più infami scritture cercarono di trafficare l'immonda loro merce. Ma non riuscirono: il popolo, sebbene ignorante, non abbocca a quell'esca; abborre dalla ubbriachezza morale più che da quella del vino: cerca avidamente nelle sue letture le emozioni, si stomaca della corruzione. Cosa degna d'essere notata, e che dimostra sempre meglio quanto bene potrebbe fare, meditando l'argomento e dopo buone meditazioni dandosi a scrivere pel popolo, il vero letterato. Ma per fare ciò conviene che il letterato italiano consideri un po' meglio il proprio ufficio, e diligentemente si accinga ad esso. Non solo nei libri delle varietà deve egli attingere il soggetto conveniente ai suoi lavori; , imitando quei naturalisti del medio evo i quali studiavano gli animali le piante e le pietre in Aristotile e non in natura, potrà venire a capo di qualche cosa. Due meravigliosi mondi egli deve percorrere senza posa osservando e meditando: il mondo della natura, e quello del cuore umano.

Fatto lo studio diligentissimo dal vero, verrà poi il bel quadro. E in verità il D'Azeglio spiegava collo studio tenace d'ogni minimo particolare della natura, dalla radice che esce dalle fenditure della roccia all'erbetta a piè della quercia, dal muschio sul sasso all'insetto sulla foglia, i buoni lavori nel paesaggio; e Ugo Foscolo non voleva che lo scrittore parlasse d'una contrada che non avesse veduta e d'un affetto che non avesse provato.

Chi studia dal vero, chi osserva e medita e s'imprime nella mente le scene della natura e quelle del genere umano ed ama il suo prossimo, non può non esprimere con naturalezza e con evidenza i propri concetti e commuovere e scuotere anche coi più moderati tocchi e colle più semplici descrizioni, perchè colui effettivamente non esce mai dal vero.

E qui spontanei tornano alla mente gli scrittori moderni tedeschi ed inglesi; scrittori, s'intende, dei due sessi, perchè vi sono donne eccellenti in questa parte alla pari dei più egregi uomini; scrittori così naturali, così efficaci, così dilettevoli, così commoventi, sia che vi descrivano il contadino colla sua famiglia nella stalla, o il signore della terra a caccia nella foresta, o l'operaio nell'officina e nella soffitta, o la ballerina dietro le scene, il portinaio nel bugigattolo, la signora nel salone, il marinaio fra le tempeste del Pacifico, e il giovane capitano fra le tigri del Bengala.

Non si può in generale fare lo stesso elogio agli scrittori francesi, i quali pospongono troppo spesso la naturalezza all'effetto, e cercano di abbagliare l'occhio colla vivacità dei colori piuttostochè colla verità e maestria delle tinte. Gli scrittori francesi in generale trattano l'umana famiglia come i poeti il mare. Questi non si provano per lo più, e quando si provano poco riescono, a dipingere il mare in calma; e si sfogano a rappresentarlo in tempesta, intronandoci l'orecchio dello scoppio dei cavalloni, dei fischi del vento, e del rantolo disperato dei naufraghi moribondi. Quelli disdegnano la pittura della quiete domestica, delle gioie della famiglia, del semplice, operoso e modesto vivere, anzi, a questo spettacolo sogghignano con ironia; e si stillano nelle pitture di passioni violente, di vizi, di delitti, di angoscie, di fremiti, di rimorsi, di disperazione.

Quanto meglio sarebbe per l'Italia (da che si vuole e non si può a meno di tradurre) se invece che dal francese si traducesse dall'inglese e dal tedesco!

Una cosa incomincia ad entrare nella mente degli Italiani, ma non c'è entrata abbastanza, e bisogna che c'entri di molto: ed è questa: che il sequestrarsi dal mondo civile nuoce, il gridare contro gli stranieri senza conoscerli non giova; ma invece è necessario osservare quello che fanno, studiare attentamente tanto il male loro quanto il bene, e da questo studio ricavare buoni criterii circa i migliori modi di evitare il male, e di conseguire il bene.

Oramai lo straniero non opprime più la nostra patria, oramai son cessate le ragioni di odio politico che c'erano una volta. Oggi l'Italiano può guardare lo straniero, misurandosi con esso, e deve saper confessare opportunamente d'essere da meno, dove effettivamente sia tale, e trarre da questa confessione argomento a cercar per ogni miglior via e con ogni più generoso sforzo di farsi migliore, per diventare un giorno pari a qualunque altro popolo civile.

Una virtù ha da imparare l'Italiano: l'abito del lavoro.

Non è in tutto falsa l'accusa che ci muovono gli stranieri circa il dolce far niente. Pur troppo, il gusto dell'oziare in molti, del vano fantasticare in altri, del lavorare a sbalzi e a strappi, con furia, ma senza perseveranza, è difetto assai comune negli italiani. Noi mettiamo in burletta i nordici che lavorano dieci o dodici ore al giorno, e riteniamo ch'essi non ne possono fare a meno per mancanza di genio, che in noi invece sovrabbonda e con molto minor fatica ci fa assai meglio riuscire.

Falso, falsissimo. Buffon definisce il genio pazienza, ed altri hanno ripetuto la stessa sentenza con altre parole; e questo, a mio credere, è troppo.

Il genio è qualcosa di diverso dalla pazienza, le sta sopra a grande distanza: ma il genio solo non produce nulla, e fa come quegli alberi isteriliti per mancanza d'umor fecondante, i quali non portan frutta ed hanno in breve le foglie avvizzite, tronco e rami languenti.

Così accade al genio, se non è sostenuto dalla pazienza, quella nobile pazienza che fa perseverare l'uomo nel lavoro, nel lavoro costante, tenace, penoso, onde si rompono i lacci, si superano le difficoltà, e libero allora il genio spazia, operando, padrone dei docili strumenti. Nessun genio musicale suona di slancio la sinfonia del Guglielmo Tell bisogna che abbiano preceduto anni di scale e d'esercizi; e il miglior concertista scade in breve, se non s'inchioda dieci e dodici ore al giorno sul suo strumento. Ciò che si dice del violino e del pianoforte, si deve intendere d'ogni altra cosa.

Non si riesce senza fatica: e l'opera compiuta, e la consuetudine del lavoro danno all'anima una contentezza maggiore d'ogni altra gioia fuggevolmente comprata a peso d'oro.

Questa disabitudine del lavoro, questo disprezzo, questa avversione al lavoro, porta con avversione e disprezzo per chi lavora, e conseguentemente una tendenza, un'ammirazione pel non far nulla, che diventa il culmine della felicità sulla terra.

In qualche parte d'Italia non dicono quel tale ha ventimila lire annue di rendita, ma quel tale ha ventimila lire annue da mangiare: quasi che l'uso più bello delle ricchezze fosse quello di gettarle in pranzi, e nessun altro dovere toccasse al ricco fuor quello di godersi allegramente il suo danaro, ingrassando il beccaio, il pasticciere e il pizzicagnolo.

Laonde il non plus ultra della felicità sulla terra, l'uomo invidiabile, è il possidente, perchè non ha altra fatica da fare se non quella di ricevere il danaro che gli porta il suo fattore e mangiarlo.

Dopo il possidente, in tema d'invidiabilità, viene l'artista, il cantante che guadagna trentamila lire all'anno o meglio ogni stagione, il concertista che intasca qualche migliaio di lire in una serata, il pittore che si gingilla qualche mese a impiastrare colori su d'una tela e poi la vende venticinquemila lire al primo inglese che capita.

Questa è reputata gente felicissima, beatissima, e desta invidia perchè si crede che non abbia altro da fare che adoperare allegramente la bocca o la mano privilegiata che porta nascendo: si crede che l'esercizio dell'arte sia poco più d'un trastullo, e richieda punto o pochissimo studio e fatica.

Queste sono le arti belle, le arti nobili, le arti liberali. Ma tutto il resto! I traffici, le industrie, e tutta la serie delle arti servili spetta ai reietti dell'umano consorzio, a questa gente utile, anzi necessaria, ma disprezzabile, che s'ha a tenere nel suo basso posto, e vuol essere derisa per poco che cerchi di sollevarsi e salire. Un patrizio di singolare ingegno, giovane ardimentoso ed atto a cose non ignobili, si lasciò sfuggire un giorno dalla chiostra dei denti questa bestemmia: che un operaio che vada al teatro gli fa compassione. Secondo quel giovane patrizio l'operaio non dovrebbe avere altro sollazzo se non quello che può trovar alla taverna.

Un letterato italiano, giovane e di parte liberale, meritatamente ben veduto e popolare, in un suo romanzo deride i droghieri che fanno studiare il pianoforte alle loro figliuole ed alle loro mogli, e sentenzia quell'uso come ridicolo. Le mogli e le figliuole dei droghieri devono far la calza, e fors'anche ricamare un pochino, ma più in no.

Tanto l'infingardaggine di un popolo e le preoccupazioni e gli errori, figli di quella, operano su tutti, e guastano in parte anche i cervelli meglio assestati.

Dunque l'uomo che si ritiene qualcosa deve rifuggire dalle arti servili. Se ha buona gola e mani agili, deve cantare, suonare, dipingere. Se ha uno zio ricco, deve far violenza a stesso per non desiderargli una pronta morte, addolcire la lunga attesa col pensiero confortante che tutto muore quaggiù, e gli zii più tenaci e segaligni non sfuggono neppur essi alla legge fatale; e ghermita che si sia la eredità, mangiarsela di buon animo, pur di non fare come l'Ammannato: La roba l'è finita e il tempo gli è avanzato.

Ma non tutti sono in grado di cantare, suonare, dipingere, ereditare. Eppure bisogna vivere, vivere senza cadere in quell'abbominio del lavoro riprovato, delle opere servili.

Come si fa?

Ecco spalancata la porta; portae patent; ecco la via sterminata di cui non si vede la fine.

Si fa l'impiegato.

Questo è il grande rifugio di tutti i reietti, di tutti i traditi dalla fortuna; questa è l'àncora di salvezza de' naufraghi pel tempestoso pelago del mondo: questo, agli occhi del padre amoroso, il faro che deve menare a buon porto il diletto figliuolo. non si pericola; una volta entrati, non si scappa più; pianin pianino si va sempre avanti: si comincia volontari ed incaricati senza stipendio, ma si vagheggiano non lontane le mille e due, le mille e cinque, le mille otto.

Si può arrivare a capo di sezione, a capo di divisione. Si è stimati, rispettati, riveriti; si fa parte del governo in fin dei conti, il pubblico che di voi non può fare a meno, verrà ad implorarvi tutto umile e col cappello in mano; voi lo fate aspettare, lo ricevete in piedi, gli sbadigliate in faccia, gli fate sentire che avete ben altro pel capo che i suoi affari; gli uscieri s'alzano al vostro passaggio, il portiere si toglie di bocca la pipa per salutarvi; e queste gioie, queste felicità, queste beatitudini del potere le gustate tutti i giorni feriali, dalle nove alle quattro, compresa l'ora elasticissima della colazione, e questo per trenta o quarant'anni di fila: e siccome vi siete messo nel branco da giovane, potete ancora ritirarvi in buona età colla paga intera, ritirarvi a passeggiare a vostro bell'agio, come fosse continua festa; ritirarvi e non far più nulla da mattina a sera e da sera a mattina, ritirarvi, in una parola, a godere, secondo la frase del Giusti...

 

«... il papato

Del pensionato!».

 

che è appunto la mèta agognata da ogni uomo dabbene.

Ma perchè dire che si entra giovanissimi negli impieghi?

Quest'è troppo poco. S'era trovato il modo in Italia d'entrarvi bambini, appena nati, ed anche nascituri. Il giorno che l'impiegato benvisto prendeva moglie, avea l'impiego in tasca pel bambino di da venire: il giorno che nasceva, era certo della sopravvivenza pel figliuolo del figliuolo.

I danari dello stipendio sono pochissimi in principio, e non sono mai molti in nessun caso. Il capo sezione, il capo divisone, non guadagnano quello che guadagna un buon capo fabbrica, un abile fonditore di metalli, un agente di cambio mediocremente svelto ed operoso. Ma che cosa importa! Questi fanno opere servili, l'impiegato governa! Pubblico ufficiale egli sta in ufficio pel bene del paese, non ha l'anima venale, non mira al vile guadagno, all'indecoroso traffico, al miserabile quattrino. Può farsi pagare dallo Stato qualche viaggetto, sotto coperta di pubblico servizio, può farsi dare un quartierino dall'aprile al novembre in qualche villa demaniale non troppo remota dalla città, può ripromettersi di tratto in tratto per lavori straordinari fatti fuori o dentro delle ore d'ufficio una competente gratificazione. Qui la cosa sta bene; il danaro viene dal bilancio e non disonora, e mentre si esce dalla tesoreria colla preda in tasca, si ha il diritto di guardar d'alto in basso e compatire quelli che lavorano per far quattrini.

Ad ogni modo, poi, vengano o non vengano i viaggi, le villeggiature, i sussidii straordinari, le gratifiche, i maggiori assegni, i danari dello stipendio son certi, su quelli non piove grandina, fate poco o fate molto, siate malato o sano, que' pochi non mancano mai. Pochetti, ma sicuretti, dice leggiadramente il proverbio cancelleresco.

Questi disegni, queste speranze dell'avvenire, questi sogni dorati come nuvole al sole che tramonta, brulicano nella mente dei giovani, consolano i pensieri dei vecchi desiderosi del bene della prole, del caporale giubilato che vagheggia un posto di usciere al figliuolo, dell'usciere che sogna un banco d'applicazione al suo primogenito, del pretore che alleva il piccolo pei tribunali, del professore che pel suo rampollo togato almanacca il posto di segretario generale al ministero della Pubblica Istruzione.

Negli ultimi rivolgimenti italiani ebbe agio di mostrarsi in tutta la sua forza la frenesia degli impieghi.

In ogni provincia dove un nuovo governo succede all'antico, i postulanti si presentavano a stormi, accorrevano delle più lontane parti del mondo. Eran vittime del malvagio governo caduto, erano uomini benemeriti della patria, martiri della libertà, giovani di grandi speranze, apostoli dell'avvenire, che volevano essere risarciti di quanto avevano sofferto, premiati di quanto avevano fatto, posti in grado di far piovere sulla patria avventurata i benefizi del loro ingegno, tutti per la via d'un impiego. Poi c'erano gli amici tiepidi da riscaldare, i nemici da rabbonire, i prediletti dal pubblico da accattivarsi, sempre per mezzo d'impieghi; si sarebbe detto che i governanti appropriassero agli impieghi e agli impiegati le parole bibliche crescete e moltiplicate, perchè impiegati ed impieghi crescevano e moltiplicavano senza fine.

Molti ora sono amaramente pentiti della strada in cui si sono buttati, sovra tutto i giovani forniti di ingegno.

Un avvocatino laureato di fresco nel 1859 credè di aver trovato una grande fortuna entrando di primo acchito in ufficio con mille e cinquecento o due mila lire. Ora son presto passati dieci anni e ne ha tremila e cinquecento; e vede i suoi compagni di laurea, quegli stessi che non lo superavano per ingegno per studio, guadagnarsi coll'esercizio della professione dieci o quindici mila lire all'anno, liberi e contenti, colla speranza di beccarne venticinque o trentamila fra non molto. Il giovane avvocato ripensa malinconicamente che avrebbe potuto egli pure fare altrettanto, e trova con ragione misero il suo stato presente e avvenire. E questo pensiero lo mette di mala voglia, lo fa brontolone, ingiusto col governo stesso, al quale imputa la sua rovina, perchè non ha il coraggio d'imputarla, come dovrebbe, a se stesso.

Ma non potrebbe, soggiungerà forse taluno, dare un calcio risolutamente all'impiego e ricominciare una libera professione? Non ha che trent'anni, ed oggi si fa così presto!

Chi così la pensasse, darebbe a vedere che non sa cosa voglia dire per un uomo essere stato dieci anni impiegato. Chi per suo malanno c'è stato tanto, ha perduto ogni vigore, ha preso gusto a quel poco di faccenda quotidiana che non è fatica, si è avvezzato ad aspettare con gioia l'ora delle quattro per non aver più da pensare a nulla fino al giorno appresso, ha perduto l'uso delle occupazioni mentali poderose, delle lunghe ed intense meditazioni, del fermo e gagliardo volere. Avvezzo alla sua vita giornaliera, non sa cercare in stesso le speranze ed i miglioramenti del suo avvenire; avvezzo ad aspettarli da qualche cosa che è fuori di , perdette ogni elasticità delle proprie forze, e

 

« dove cadde, immobile

Giace in sua lenta mole».

 

Questo stato miserevole che tien l'uomo inerte e scontento ingenera una gran plaga, un morbo, direi, gentilizio, perchè l'abbiamo ereditato dai nostri padri, un luogo comune dei rètori, una ipocrisia dei filosofi, una fata morgana de' moralisti, una menzogna di tutti, il disprezzo delle ricchezze.

Ci sono due vie per giungere alla ricchezza, una buona, l'altra cattiva. È superfluo discorrere di questa, perchè tutti sentono che la ricchezza male acquistata non fa felice chi la possiede: è grande e notissima verità, che non può aver l'animo quieto chi ha dentro il cruccio delle sue male opere passate, e che la prima condizione di felicità è l'interna contentezza dell'animo: il ricco di mali guadagni non è contento, e se può far invidia a chi se ne sta alla prima buccia delle cose, fa pietà a chi sa penetrarne il midollo.

Grandissimo per contrario si è il bene che apporta la ricchezza onestamente procacciata e conquistata. Nel procacciarla, ti appaga quel nobile aspirare coll'assiduo lavoro ad un fine utile insieme ed onesto; l'ansia della mente che si travaglia nel colorire un suo vagheggiato disegno, sta salda a considerarlo per tutti i versi, a cercarne i lati deboli, a correggerlo, a migliorarlo; poi i primi saggi per mandarlo ad effetto, la difficoltà, gli ostacoli, la necessità talora di rifarsi da capo, d'abbandonare la prima via per seguirne un'altra, i disinganni, gli sconforti, il prostrarsi e il risorgere dello spirito: poi i primi buoni effetti, le nuove difficoltà, le nuove vittorie, la riuscita che tanta consolazione, e tanta lena e tanto coraggio ad imprendere nuove utili cose.

Frattanto la folla che prima non si dava pensiero di voi e forse vi irrideva, incomincia a farvi largo, e guardarvi con occhio benevolo, e darvi segno di rispetto: ronzerà così anche a voi d'intorno l'adulazione ma voi, che nelle dure prove avete imparato a conoscere le sue moine, tirate di lungo e non vi lasciate cogliere.

Le difficoltà non scemano, anzi v'incolgono nuove ed inaspettate amarezze: ma avete imparato a vincere, prendete la rincorsa, e via: la considerazione di un lieto avvenire per i vostri figliuoli, il conforto della buona educazione che potete dar loro, lo specchio del nome onorato, dei nobili esempi della vostra vita laboriosa, la dolcezza ineffabile dei buoni discorsi fatti in loro presenza, tutto ciò vi solleva e vi lena a sopportare i dolori inseparabili dalla vita umana, e si aggiunge, supremo conforto, la gioia di poter volgere più direttamente a pubblica utilità gli onorati guadagni, aiutando i volonterosi, favorendo istituzioni benefiche, utili, decorose alla patria. E di sì fatte virtù è pur necessario cercare gli esempi fra gli Americani del Nord: non tanto scuole, ospedali, ed ogni maniera di istituti di beneficenza sono opera di particolari, ma anche pubblicazioni letterarie o scientifiche di grandissima spesa, spedizioni di geografi e di naturalisti, audacissime navigazioni, tutto.

Al solo annunziare un'impresa utile o buona, subito dalle borse dei ricchi scorrono milioni.

E questi ricchi che a favore dell'umanità profondono i milioni, son gente venuta su, come diciamo noi, dal nulla: sono industriali, trafficanti, letterati e dotti che coll'altezza de' propositi, e colla tenacia del volere fabbricarono a stessi la propria fortuna: fortuna che il pubblico guarda non coll'invidia che se ne sta vilmente in panciolle ma col rispetto che si merita.

Da noi, se taluno si è arricchito, si va con gioia beffarda a rivangare la sua vita passata, gli si getta in viso il suo essere primitivo. Il presidente Jonhson, rinfacciato d'aver fatto nella sua gioventù il sarto, rispose: Sì, feci il sarto; ma si diceva che gli abiti che uscivano dalla mia bottega erano assai ben fatti.

Ciò che dovrebbe essere riputato ad onore si torce a vergogna; e quest'ignobile invidia dei ricchi camuffata nel simulato dispregio della ricchezza, questo contrasto colla nostra coscienza che ci esalta ciò che le labbra non rifiniscono di biasimare, questa nostra ignavia che ci fa grave il lavoro, c'inducono poi agevolmente a tacciare di male acquistata l'altrui sostanza.

Chi è ricco, deve aver rubato, truffato, tradito, assassinato: e si foggiano storielle le une delle altre più infami e stupide sul male accumulato tesoro e sulla presupposta farina del diavolo. Di che nacque una tale aberrazione universale, onde il ricco, se può, si studia di dare ad intendere che è sempre stato ricco e non ha mai lavorato, e i figli del ricco si vantano di essere nati nelle agiatezze e di non lavorare, e per poco che loro tutto vada bene vantan un lungo lignaggio di antenati fannulloni di professione.

Quanto poco sono conosciuti in Italia gli Inglesi! Si tacciano di borie e pregiudizii aristocratici, e per qualche rispetto a ragione. Ma l'Inglese è altero di essere riuscito a qualcosa colle sue sole forze, se ne gloria, e tutti vanno a gara a dargliene vanto concorde. Quando un Inglese arriva ad un grado eminente e s'imbranca coi nobili, egli, non che disconoscere la propria origine, gode di ricordare d'onde prese le mosse, e i suoi figli si gloriano di ciò che fra noi è vergogna.

Il che avviene, perchè in quel forte popolo ognuno ha coscienza di poter valere secondo le proprie opere, e l'uomo che s'accinge ad operare non cerca, che in stesso gli espedienti della riuscita, e non ha quell'ingannevole appoggio a cui l'Italiano suole abbandonarsi per tutto quello che deve temere, sperare, volere, e fuggire, il governo, sempre il governo.

Ah sì, pur troppo: in Italia tutto col governo, tutto pel governo, tutto dal governo, nulla senza il governo. Questo è un malanno terribile, perchè così l'uomo non impara mai a fare assegnamento sulle proprie forze, ad osare, a confidare in stesso. Questo è un malanno terribile, perchè in tal modo il povero governo viene ad essere nel concetto della nazione mallevadore di tutto.

Se gli affari di una provincia non procedono, se l'agricoltura non progredisce, se le industrie non fioriscono, se le arti non prosperano, se i traffici ristagnano la colpa è del governo, sempre del governo. Questo malvezzo, che ad altri potrebbe facilmente parere amplificato, ha una solenne riprova in certi fatti che sono come le ultime conseguenze dello stato miserando del paese.

Ne dirò uno.

Tutti i giornali d'Italia hanno riferito l'anno scorso che in una provincia dove imperversava il colèra, un povero giudice, preso dai crampi, mandò in furia pel prefetto che venisse subito da lui. Questi accorse, e trovò quel misero illividito, aggranchito, affiochito, e con faccia di cadavere. Non appena si vide il rappresentante del governo al capezzale, con voce cavernosa il morente protestò ch'egli era liberale, ed era sempre stato liberale per la pelle, e chiunque affermasse il contrario mentiva e lo calunniava ingiustamente; ch'egli era sincerissimo amico e servo fedele del governo, e non meritava per nulla quel colèra, che il governo gli aveva appiccato: e scongiurava, sollevando a stento le scarni braccia e volgendo in miserando modo gli occhi come di vetro, il prefetto, di levargli quella pestilenza di dosso.

Non mi si dica che questo aneddoto non calza, che è un fatto particolare il quale altro non prova che la demenza di quell'infelice. Certo questo è un fatto particolare, è il fatto di un demente; ma questi fatti superlativi provano che il morbo è universale, e grande, e dilatato più ch'altri non pensi.

I liberali hanno avuto per questo rispetto i loro torti: nel periodo della storia di ieri, che taluni, con inesplicabile anacronismo, vorrebbero prolungare nella storia d'oggi, quando ogni arma era buona pur di nuocere al governo, i liberali non rifuggirono dal cooperare a propagare e tener viva nella moltitudine la triste opinione che il governo manda il colèra quando vuole scemare l'esuberanza della popolazione.

Questo falso giudizio, quest'ubbia, che il governo mandi il colèra, la quale ha cagionato ai giorni nostri in Italia scandali, non diversi da quelli che procurò nel medio evo, è ancor essa una conseguenza, sebbene non delle più immediate e dirette, di quell'altra più generale e più grave stortura, che di tutto è cagione il governo, che tutto il male che viene, venga per via del governo che tutto il bene che avrebbe a venire non venga per colpa del governo.

E mentre tutto si aspetta e si vuole dal governo, non si fa nulla per sovvenirlo, anzi si fa tutto per contrastargli. Non è smesso ancora in Italia il mal vezzo di considerare il governo come il natural nemico di ogni cittadino, e di comportarsi a seconda di questa malaugurata opinione. Incredibili sono le astuzie, i sotterfugi, le gherminelle, gl'inganni, le frodi che si fanno per non pagare le imposte, o pagar meno di quel che si deve: e costoro s'infischiano di quel savio proverbio: Chi vuol ingannare il comune, paghi le gabelle; e vuol dire che comportandosi onestamente non si paga il frodo ch'è sempre più caro. Il compratore e il venditore, l'inquilino e il possidente, si danno l'intesa per far figurare minore del vero il contratto di compera o di pigione: il contrabbando è un onesto mestiere, si copre, si difende, si aiuta, e chi mettesse il governo sulle orme di chi ne macchina la rovina, sarebbe tacciato di spia e peggio; il ladro, l'assassino, il pugnalatore a tradimento, corrono sicuri in mezzo alla folla che si apre sui loro passi e si restringe tosto a proteggerne contro la forza pubblica lo scampo: la fuga dei cassieri non desta ormai più che un sorriso: e uomini onesti, uomini ragionevoli, uomini che si farebbero scrupolo d'accusar la loro cuoca del furto di cinquanta centesimi, vanno sbraitando che questo o quel ministro ha rubato milioni. Queste cose in Italia hanno stampato con le parole più o meno coperte, talora scopertissime, i giornali, queste cose ripete in tutta coscienza a tavola, al focolare, il padre di famiglia alla moglie e ai figliuoli; quest'opinione è ormai posta nel novero delle verità dimostrate, non ostante che sia certo a chi volle scrutar più addentro la vita dei ministri e chiarirsi della loro reale fortuna, che le presenti ricchezze sono una disonesta invenzione di calunniatori.

In Italia, a fare il ministro qualcuno si è impoverito, altri ha scemato i suoi guadagni, nessuno s'è fatto ricco. Questo è un fatto che potrebbe agevolmente dimostrare colle prove alla mano, e di ciò tutta la nazione si deve rallegrare. Ma che? si sussurra per contro, si urla, si assevera di ministri ladri e di pubblici e favolosi ladronecci, e poi si fanno le meraviglie dei mali che ne provengono. Dovrebbero i giudiziosi affaticarsi a persuadere le moltitudini di questa verità, che il governo è composto in fin de' conti da individui della nazione, che ogni individuo partecipa, poco o molto che sia, al bene e al male del governo, e che se ognuno cercasse di migliorare un tantino stesso, opererebbe efficacemente al miglioramento del governo.

Un ingegnoso nostro romanziere che in Inghilterra scrivendo in quella lingua fa onore alla patria, mette in bocca ad un vecchio italiano, a un dipresso le seguenti parole:

— Io considererò gli Italiani veramente degni della libertà, allorquando vedrò i mercanti rubare un po' meno sui pesi e sulle misure.

Così è.

Un poeta moderno, l'Aleardi, dice di stesso con giusto orgoglio:

 

...Sin da fanciullo

Arsi d'Italia, e ne la diva morta

Presentii la risorta

Del Campidoglio. sotto l'infame

Staffil stranier, ne ai giorni

Esuli, o su lo strame

De la prigion col trave

Del patibol in faccia, oh no, giammai

Non disperai. Talchè di fede ardenti

Sempre uscirono i carmi, e non discari

A le mie genti. Impavido cantore

Pria di civil dolore,

L'onesta arpa riprendo:

Del mio nativo ostello

Dico le glorie e scendo

Contento nell'avello».

 

Ma non tutto il dovere nostro è stato fatto: ne siamo ancora lontanissimi. Altre vittorie più difficili, sarà mai ripetuto abbastanza, si devono ottenere. L'ignoranza, le superstizioni, l'avversione al lavoro, la celebrazione dell'ozio, gli errori, l'incuria della dignità personale e dell'onesto sentire, la discordia, l'invidia, l'ira di parte, il municipalismo, son nemici dell'Italia ben più pericolosi e tremendi che l'austriaco non fosse.

Bisogna vincerli a qualunque costo. Il poeta civile volga a questi nemici gli strali dei suoi versi, il buon cittadino si metta in cuore di debellarli e sconfiggerli. Taccia per ora l'inno del trionfo e si pensi a continuare la lotta: una nazione non trionfa mai, è sempre circondata da nuovi pericoli, non deve cessare dalle difese e dal progredire un momento. Se si ferma, indietreggia. Per farsi rispettare e a prendere fra le nazioni civili il posto che le appartiene, l'Italia deve combattere contro questi suoi intestini e larvati nemici.

E a coloro che per compatire la propria ignavia, mettono in campo la fortuna, noi rispondiamo, che la fortuna esiste. Sì esiste; ma non si fa vedere, non si lascia cogliere se non da coloro che hanno acquistato diritti a vederla e a coglierla. E questi sono gli uomini operosi, intelligenti, sobrii, amanti del lavoro e del risparmio, senza di che nulla si conclude per quanto grandi siano i guadagni; sono uomini che stanno sempre attenti coll'occhio desto, cogli orecchi tesi a vedere e considerare ciò che accade in questo mondo. Mentre i neghittosi sono pei caffè, nei teatri, o in altri ritrovi, l'uomo prediletto dalla fortuna pensa ed opera; ritorna con la mente ai casi della giornata, li spoglia della loro inutilità, fa tesoro delle cose che meritano considerazione. Con questo abito del considerare e dell'operare, l'uomo prediletto dalla fortuna aguzza l'occhio e la mente, ode e discerne la voce della fortuna, la quale significa più meno che opportunità; e questa opportunità non può essere veduta, conosciuta da quegli sfortunati che politicano nei caffè, che poltriscono nei ritrovi e che si alimentano d'invidia e d'ignavia.

Ora dunque bisogna metterci all'opera: le armi ci sono: ogni provincia ha doni preziosi di natura, tempre elette d'uomini che seppero tenacemente volere, e colla tenacia della volontà riuscirono utili a stessi e agli altri. Ogni provincia italiana ha uomini egregi, talora oscuri, ma degni di ammirazione.

Questi uomini egregi, di nobile esempio, meritano dunque d'esser meglio conosciuti che non siano, e tale è l'intento principalissimo del presente libro.





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