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Michele Lessona
Volere è potere

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  • CAPITOLO SECONDO   PALERMO Il linguaggio delle quercie. — Viaggi degli Italiani e viaggi dei Tedeschi. — Una notte in mare. — Palermo. — La Conca d'oro. — La Costituzione Siciliana. — Gli Impiegati in Sicilia. — Il fine giustifica i mezzi. — La Pubblica Sicurezza in Palermo. — Monreale. – Le grotte sepolcrali. — Carlo Cottone Principe di Castelnuovo. — Vincenzo Florio. — Giovanni Meli. — Vincenzo Bellini. — Voti.
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CAPITOLO SECONDO

 

PALERMO

Il linguaggio delle quercie. — Viaggi degli Italiani e viaggi dei Tedeschi. — Una notte in mare. — Palermo. — La Conca d'oro. — La Costituzione Siciliana. — Gli Impiegati in Sicilia. — Il fine giustifica i mezzi. — La Pubblica Sicurezza in Palermo. — Monreale. – Le grotte sepolcrali. — Carlo Cottone Principe di Castelnuovo. — Vincenzo Florio. — Giovanni Meli. — Vincenzo Bellini. — Voti.

 

Lazzaro Spallanzani, quando visitò l'Etna, soffermatosi alla grotta delle Capre, vide incisi sui pedali delle quercie molti nomi di viaggiatori, e notò con rincrescimento che erano tutti nomi stranieri.

Quel grande aveva ben ragione, e d'allora in qua sono di poco mutate le cose.

Gli Italiani non viaggiano troppo, e quei pochi che viaggiano vanno in Francia od in Inghilterra, o si avventurano in Africa ed in Asia, ma non hanno visitato mai la loro patria.

Onde all'Italiano di Torino o di Firenze, giunto a Pietroburgo o a Berlino, accade spesso di sentirsi interrogare di Napoli o di Roma, e di non sapere che rispondere.

Di ciò si meravigliano principalmente i Tedeschi, i quali giustamente fanno gran conto di questa cognizione del proprio paese, che in Germania ogni ordine di cittadini cerca di acquistare.

Gli operai tedeschi fanno da giovani la loro peregrinazione nazionale, gli studenti si propongono ogni anno ed eseguiscono qualche viaggetto, partendo dai luoghi più vicini, poi via via spingendosi ai più remoti, e studiando prima accuratamente l'itinerario e le spese, e raccattando notizie delle condizioni naturali, della storia, de' costumi e d'ogni particolarità dei paesi che vogliono percorrere: accozzando in questo modo un capitale di cognizioni, di criterio, di vigoria di mente e di corpo che li rende atti alle forti opere e talvolta alle grandi.

Se gli Italiani seguissero in ciò i Tedeschi, imparerebbero a meglio conoscersi l'un l'altro, e vedrebbero dileguarsi dalla mente, come nebbia al sole, tanti pregiudizi municipali, tante false idee preconcette, tante mal fondate avversioni, tanti irragionevoli antipatie che pur tiranneggiano i cervelli di parecchi galantuomini di valore e son frutto dell'ignoranza; ed apprenderebbero a giudicar meglio le presenti condizioni del nostro paese e far più giusta stima degli ostacoli che si frappongono al nostro incivilimento e degli espedienti per superarli. Inoltre godrebbero dello spettacolo di bellezze naturali che difficilmente potrebbero incontrare in qualsivoglia altra parte del mondo.

Nulla di più bello che una notte estiva lungo la spiaggia dell'Italia Meridionale.

Ogni onda che vien mormorando a baciar dolcemente il lido incantevole, lascia dietro a una striscia di luce; ogni remata nell'acqua suscita come uno spruzzo di scintille; e dove passa il piroscafo splende un lungo solco luminoso, fra cui vengono roteando grossi globi di più pallida e vaghissima luce.

Appare l'alba, e si profilano da lontano i monti che fanno corona a Palermo; i delfini guizzano intorno al vascello, galleggia l'argonauta nella candida conchiglia fra le schiere di salpe collegate trasparentissime, e le migliaia di meduse, spenta la notturna luce, alternano i moti del corpo, silenti campanelle del mare.

meno bella è la vista della terra. Chi da Monreale scende verso Palermo ha sotto gli occhi un paesaggio il più ameno e il più dilettevole che si possa riscontrare.

Lungo il monte, nel fianco del quale è scavata la via, si slanciano, di fra le roccie dai robusti cespiti gli steli diritti degli aloe, con quelle ramificazioni ad angolo retto che fanno mostravaga dei fiori vivacissimi; fiori e steli della fuggevole vita, maturati per molti anni nel seno della pianta, venuti su ad un tratto a ricevere per pochi giorni le carezze dell'aria e del sole.

Dall'altra parte verdeggia in vaghissimo anfiteatro l'incomparabile valle, la Conca d'oro, fragrante degli effluvi degli aranci che in fitti boschetti mostran le cime come le erbe addensate d'un prato. Di fronte la città, coi suoi monumenti, le cupole, gli antichi edifizi, gli ampi suburbii, le belle ville, i giardini fioriti, la placida marina ove si specchia il sole in limpidissima atmosfera. Lo spettacolo è meraviglioso!

Ma all'Italiano che nato in altra provincia è venuto a visitare questa parte della propria patria, diversi pensieri si aggirano per la mente.

I siciliani diedero prova di virile costanza nei loro sforzi per acquistare l'indipendenza, e tutti i gradi della società nell'isola pagarono il loro grande tributo all'impresa. Molto sangue generoso fu sparso, molti nobili intelletti si sono consumati nella lotta per reintegrare l'antica costituzione siciliana.

Tuttociò fu bello, tuttociò fu grande. Ma oggi il punto di mira dei siciliani desiderosi del bene può essere ancora l'antica costituzione di Sicilia?

Se ponete la domanda in questi termini, a pochi reggerà il cuore di rispondervi di sì.

Se ponete mente alle opere, vi sentite tratti a dubitare che molti non la pensino proprio a quel modo, e non amoreggino ancora con quelle antiche e tradizionali franchigie.

Quei pochi cittadini a cui l'animo di confessarsi strettamente unitari, quei pochi che, pur riconoscendo tutte le magagne del governo, si credono tenuti a reggerlo e secondarlo invece di avversarlo deliberatamente e di proposito, per benemeriti che siano della loro città nativa, per lustro ed onore che le facciano, in breve sono messi da parte.

L'odio contro il governo si tiene in conto di virtù civile.

A sentire i discorsi che corrono, ogni malanno della Sicilia deriva dagli impiegati continentali; ogni sforzo vuol essere volto ad ottenere che in Sicilia vi siano soli impiegati siciliani.

Sotto il passato governo, il pubblico ufficiale miserabilissimamente pagato, aveva in cambio, di straforo, parecchie disoneste sorgenti di guadagno. Non si otteneva nulla senza mettere mano alla borsa: il cittadino che aveva bisogno di qualche magistrato non andava diretto a lui, ma vi metteva in mezzo un sollecitatore: questo, scaltrito dei giri e rigiri della corte, tirava dalla sua gli uscieri, gli impiegati minori, poi i capi, ungendo più o meno le ruote secondo il grado di ciascuno e l'ingerenza più o meno diretta nella faccenda. Ciò in ogni ramo di amministrazione. Il povero diavolo che doveva squattrinarsi in tal modo, preferiva trattare coll'impiegato siciliano anzichè col napoletano: in generale il primo gli riusciva più arrendevole e di più facile contentatura. Questo per far fortuna disponeva di più tempo; sapeva di potere. secondo ogni verisimiglianza, rimanere tutta la vita nello stesso ufficio, ed aver agio di farsi bel bello la sua fortuna: il napoletano invece, incalzato dalla fretta, poteva venire richiamato di punto in bianco, doveva spicciarsi a raggruzzolare il più possibile nel minor tempo possibile, epperò non aveva rispetti di sorta.

Il danaro lasciato scorrere all'impiegato siciliano in fin dei conti rimaneva nella città, e, come dire, in famiglia; quello, dato al napoletano se ne andava fuori dell'isola.

Ora questi motivi più non valgono, ma se ne adducono altri.

Parecchi statisti in Italia propugnano il decentramento, al quale fan buon viso la maggior parte di quelli che se ne intendono.

Secondo l'opinione di costoro, gioverebbe lasciare alle varie grandi regioni il potere d'amministrare medesime e di eleggere gli impiegati; ed il governo dovrebbe starsene possibilmente da parte.

Costoro difendono i loro principî con buone ragioni e con ottimi esempi.

Ma non valgono a confortare il principio che in Sicilia tutti gli impiegati debbano essere siciliani. Quand'anche la scelta degli impiegati si facesse a Palermo invece che a Firenze, si dovrebbero perciò escludere i buoni impiegati che venissero da altre provincie, a beneficio dei siciliani, solo perchè siciliani? È verosimile che si trovino oggi in Sicilia uomini atti a tutti gli uffici, necessari all'odierna macchina dello Stato, e che non sia utile prendere dal continente uomini pratici ed eminenti, pel bene della Sicilia stessa?

A ogni modo, questa questione non è tale che valga il peso che le si . Si anteponga pure, si desideri, si promuova il decentramento, ma non si sfiati, ma non si scrolli dalle fondamenta il governo perchè in Sicilia gli impiegati non sono tutti siciliani; per una sorte ch'è comune a tutta l'Italia non c'è motivo di opporsi ad ogni costo al governo.

Pur troppo furono usate armi peggiori. La sentenza gesuitica che il fine giustifica i mezzi, fu maneggiata a tutto pasto anche dai liberali.

L'antico governo fu scellerato, non ebbe ritegno vergogna di blandire turpi e basse passioni, di fomentare vizi nefandi, di adoperare uomini malvagi, di compiere fatti orribili. Ma in parte ciò fecero anche i liberali; per essi pure il mal seme portò il pessimo frutto.

Certe nefandezze commesse in Palermo nel settembre del 1866, non hanno riscontro che ne' tempi più feroci del medio evo, e fanno raccapriccio ed orrore a pensarvi.

Di quei brutti fatti si paga ora in parte la pena colle strane e paurose voci che corrono intorno allo stato della pubblica sicurezza in quella città.

Il forestiero che arriva al cader del sole in Palermo, e non vuole parere a stesso codardo, dopo il desinare sale nella sua camera, cava dalla sacca da viaggio il revolver, se lo pone nella tasca di sotto dell'abito a sinistra, e tenendo sopra, a traverso il petto, la mano destra, coi muscoli tesi scende la scala, immaginandosi, appena fuor dell'albergo un'oscurità rotta solo dal fosforescente luccicare degli occhi dei malfattori.

Trova, in cambio, migliaia di fiammeggianti beccucci di gas che lo abbagliano, vie affollate e annaffiate, spazzate e pulite come in nessuna altra città d'Italia, fontane marmoree con zampilli d'acqua purissima, gente festevole che a piedi e in carrozza si gode a diporto la brezza: attonito segue la via, va senza saper dove, e smemorato non si può raccapezzare, e si domanda se è desto, o se forse non è venuto nel paese dei sogni, dove lo trasportava talora fanciullo la lettura che poi non sapeva smettere delle Mille ed una Notte. È' uno sfolgorare di luce che si riversa a torrenti fra il fogliame dei viali e rimbalza dalla marina, un echeggiare di musiche, un turbinoso sfilare di carrozze e di cavalieri, un accorrere, un soffermarsi, uno stringersi e sciogliersi di brevi colloquii, un incrociarsi di saluti che fa parer tutto come una famiglia quella moltitudine sterminata.

Allora il forestiero si convince che può, senza tema di pugnalate, passeggiare la sera in Palermo.

Ma non è pur troppo esagerazione soltanto di spericolati e di tristi ciò che si dice della poca sicurezza fuori di città.

Le stradicciuole fra i giardini e i boschetti d'aranci della Conca d'oro sono tutt'altro che sicuro passeggio: continui i ricatti, le aggressioni, molti i carabinieri sulle diligenze bersaglio alla palla del masnadiero in agguato.

Così, quei luoghi, che sarebbero gremiti di forestieri accorrenti da ogni parte del mondo civile a godere le meravigliose bellezze naturali, e la piacevolezza e salubrità dell'aria e l'abbondanza dei monumenti antichissimi, solo che dessero sicurezza alla vita, non fruttano oggi, per questo riguardo, nulla di nulla.

Perchè, giova ripetere, non c'è forse al mondo luogo più bello dei dintorni di Palermo. Il caldo dell'estate, se ne togli qualche giornata di scirocco, è temperato dalla brezza marina: e l'inverno, quando tra le foglie sempre verdi degli aranci pendono i frutti dorati, non è che una dolcissima primavera; tutti quei benefizi che offre ai malati di petto la mitezza dell'aria al Cairo ed a Madera, li offre la bella Conca d'oro. Certo un paese non deve far troppo fondamento su questi favori naturali, trascurar per questo il lavoro; ma non si devono neppure disprezzare siffatti comodi sopratutto quando in pari tempo possono tornare a vantaggio del genere umano, com'è appunto il caso di Palermo.

Molti, specialmente in Italia, non possono andare per riacquistare la salute a Madera, od in Egitto, mentre agevolmente andrebbero nei dintorni di Palermo.

E dire che Monreale non ha neppure un albergo!

Due viaggiatori uscivano un bel mattino sulla piazza di Monreale, dopo aver percorso l'antico chiostro dove ora, negli ampi e freschi loggiati, sui terrazzi delle vedute aperte e leggiadre, nei cortili dalle eleganti marmoree colonnine, passeggiano, in cambio di monaci, i bersaglieri; avevano ammirato le pitture e i mosaici della vastissima cattedrale, e stavano per ripartire.

Gradirebbero forse, signori, prima di ritornare in città, fare una piccola colazione?

Uno di quei due abitava da qualche anno a Palermo, l'altro era venuto di fresco.

Volentieririspose subito questo secondo. Ma voltosi al compagno e vistone il volto repentinamente turbato, si accorse di aver commesso un'imprudenza, se non una corbelleria. Ma non era più a tempo di tirarsi indietro. La guida senza aspettare altro s'affrettò a soggiungere:

Signori, si degnino di seguirmi, e vedranno come si troveranno contenti.

S'internò dalla piazza in certe sudicie viottole, fiancheggiate da casupole a piano e tetto: si fermò ad una porticina, dirimpetto alla quale serpeggiava lungo un muro spaccato una scala che aveva rotti i tre primi gradini, sì che, a mettervi sopra il piede, bisognava spiccare un salto a rompicollo. Così entrarono quei due in una stanzaccia nuda, con due letti, uno dei quali di ampiezza così sterminata quale i due forestieri non avevano veduto mai, sebbene avessero girato la loro parte di mondo: l'altro letto a confronto del primo pareva piccino, come un piroscafo presso una fregata; poteva nondimento contenere ancora assai comodamente un quattro o cinque ospiti. In mezzo alla stanza era una tavola, che non aveva mai avuto dimestichezza conoscenza di ciò che si chiama tovaglia; presso la tavola una pancaccia, sulla quale un vecchio ed una giovane balzarono in piedi all'entrare dei due forestieri facendo loro una riverenza, mentre il vecchio si cavò dal capo un berretto nero.

La guida sussurrò qualche parola in dialetto, e l'oste subito, sorridendo, disse ai due forestieri:

— Che cosa desiderano mangiare, signori? Comandino pure liberamente.

Quegli che aveva incautamente accettato l'offerta sulla piazza, rispose alla prima:

Uova: non vogliamo altro che uova: uova da bere.

Lo sguardo del compagno significava gratitudine.

Ebbero una mezza dozzina di uova, un po' di pane ed un fiaschetto di vino.

Il conto fu di quattro lire.

Al ritorno il nuovo venuto domandava all'altro se avesse mai visitato quelle sale sepolcrali di Palermo, famose per i versi di Pindemonte in risposta al carme immortale di Ugo Foscolo.

— Non le ho mai vedute, rispose il primo. E non per incuria, ma per disgusto che me ne venne dalle parole di taluni che le visitarono. Però, se desideri vederle, sono appunto non lontano da qui. Non abbiamo da far che una piccola voltata a sinistra prima d'entrare in città.

— Sì, andiamo; giova vedere quanto più si può in questo mondo.

Gnuri, riprese l'altro (in Palermo il cocchiere si chiama gnuri), portaci alla chiesa dei Cappuccini.

Le gallerie sepolcrali stanno sotto la strada, illuminate da finestroni al disopra; son parecchie ad angolo retto e parallele. Ne esala un tanfo stomachevole che si sente già a capo della scala e che vi mozza il fiato. Ma la schifezza che vi viene al naso è raddoppiata da quella che vi giunge agli occhi.

Dalle pareti laterali, legati al muro, ritti, stipati, penzolano i cadaveri mummificati. Le membra stecchite si allungano, le facce nere fanno visacci di tutte le specie, molte a bocca aperta, talune digrignando i denti; le teste s'inchinano stranamente, avanti, indietro, dai lati; tutta quella gente morta è vestita nelle più pazze foggie: uno ha un berretto ricamato con un bel fiocco cadente sulla spalla alla brava; calze di bucato e pianelle gialle. Tutti portano, a mo' degli animali nei musei, un cartellino con nome e cognome.

Vedete (dice ai due amici un frate che li accompagnava per quelle sale) vedete questo prete? è qui ormai da un secolo, ed è assai bene conservato. Ha ancora la sua lingua.

Così dicendo cacciava in bocca al morto prete l'indice e il pollice, e stretta la lingua, la ciondolava da destra a sinistra.

Taluni sono dentro casse trasparenti di vetro, bambini e signore elegantemente vestite.

È un'indegna profanazione, una parodia feroce. Quelle salme, negli strani loro contorcimenti, appaiono afflitte, tormentate, furibonde, stendenti invano le braccia secche a implorare dai viventi quella quiete della tomba a cui ogni trapassato ha diritto.

E questo abbominio ebbe animo di lodare il Pindemonte a quel Foscolo che gli aveva mandati i versi che seguono:

 

«Non sempre i sassi sepolcrali ai templi

Fan pavimento; agl'incensi avvolto

De' cadaveri il lezzo i supplicanti

Contaminò; le città fur meste

D'effigiati scheletri: le madri

Balzan nei sonni esterrefatte, e tendono

Nude le braccia sull'amato capo

Del lor caro lattante, onde nol desti

Il gemer lungo di persona morta,

Chiedente la venal prece agli eredi

Dal santuario. Ma cipressi e cedri

Di puri effluvi i zeffiri impregnando,

Perenne verde protendean sull'urne

Per memoria perenne, e prezïosi

Vasi accogliean le lacrime votive.

Rapian gli amici una favilla al sole

A illuminar la sotterranea notte,

Perchè gli occhi dell'uom cercan morendo

Il sole, e tutti l'ultimo sospiro

Mandano i petti alla fuggente luce.

Le fontane versando acque lustrali,

Amaranti educavano e viole

Su la funebre zolla; e chi sedea

A libar latte e a raccontar sue pene

Ai cari estinti, una fragranza intorno

Sentia qual d'aura de' beati Elisi.

Pietosa insania, che fa cari gli orti

De' suburbani avelli alle britanne

Vergini, dove le conduce amore

Della perduta madre, ove dementi

Pregaro i genii del ritorno al prode

Che tronca fe' la trionfata nave

Del maggior pino, e si scavò la bara».

 

Ma lasciamo in pace i morti e torniamo ai vivi.

Proposito di questo libro, secondo quanto fin da principio fu detto, è di chiarire quanto possa in pro degli altri e di chi è dotato di volere perseverante e tenace, e come con questo si vince ogni dura prova; e ciò si vuol provare con alcuni esempi scelti in Italia, dove non è poco il bisogno.

Due maniere di ostacoli contrastano all'esercizio della volontà ferma e gagliarda, e tendono ad indebolire la vigoria ed a distruggerne i benefici effetti: la povertà e la ricchezza.

Non è vero che la povertà sia condizione per favorevole al bene operare; anzi è grave intoppo.

Il bene operare ha un motivo più nobile, ed è appunto questa nobiltà del motivo che fa sì che il povero lotta coraggiosamente e riesce a spianare, oltre agli ostacoli inerenti all'impresa che vuol compiere, quelli altresì gravissimi con cui la povertà gli contrasta.

Il ricco che si sente in petto la volontà di ben fare, deve combattere contro le seducenti morbidezze che adduce l'abbondanza degli averi, il mal vezzo di rimandare da oggi a domani uno sforzo, una risoluzione penosa; l'abito dell'inerzia che così agevolmente, così inavvertitamente, si piglia, e richiede molta fatica ad essere cacciato via.

Se poi il ricco nasce di nobile casato, spesso avviene che in luogo di sentire la gravità degli obblighi che gli derivano dalla sua nascita si lasci indurre a credere che quello che ha gli spetti di santa ragione, e sia libero di usarne a suo talento, senza che altri possa sindacare in nessun modo il suo operato. Quindi la riluttanza dell'aristocrazia ai mutamenti sociali.

In nessuna parte d'Italia l'aristocrazia è tanto ascoltata, rispettata, ossequiata, riverita, universalmente accarezzata, come in Sicilia.

Il viaggiatore che arriva nell'isola si meraviglia di questa grande potenza de' nobili, che si manifesta in mille modi, e appare anche da certi atti altrove o smessi o derisi. Ma se egli si fa ad investigare la storia, trova ampissime spiegazioni del fatto. L'aristocrazia propugnò i diritti e l'indipendenza dell'isola con fermissimo e concorde volere, e fu larga delle sostanze e del sangue a pro della patria. Il popolo le serba buon ricordo e gratitudine.

Oggi l'aristocrazia siciliana adempie ella in tutto come per l'addietro il nobile suo ufficio? Comprese veramente i tempi, e si è messa in generale per la vera via? Fa tutto ciò ch'è in suo potere di fare, e nel miglior modo e misura?

Una buona e calzante risposta ad una simile domanda richiederebbe un volume più grosso di questo, che ha tutt'altro fine.

Però si può affermare, con certezza d'aver dalla sua tutti quelli che hanno qualche cognizione dell'argomento, che comunemente l'aristocrazia siciliana si mantiene operosa e militante.

Questo è un gran bene.

Verrà un giorno che in Palermo si innalzerà una statua al marchese Rudinì, per gli eroici suoi atti nei giorni nefasti del settembre 1866, e tutti i buoni Italiani concorreranno a quel monumento.

Oggi il giovane patrizio, non stanco insuperbito, in cambio di riposarsi sotto gli allori, come tanti altri avrebbero fatto, dura animoso a combattere, e sta fermo al suo posto.

Non è qui luogo, per troppe ragioni, di trattenere il lettore sul marchese Rudinì, se non con pochissime parole come s'è fatto; ma su un altro patrizio palermitano, come esempio fortunatamente non unico, ma bellissimo, di amore del pubblico bene e del luogo natio; e questo patrizio è, o piuttosto fu Carlo Cottone, principe di Castelnuovo.

Chi volesse fare uno studio completo di quell'uomo singolare e per tanti rispetti degnissimo di essere conosciuto, dovrebbe guardarlo sotto tre principali aspetti: privato, politico e sociale.

In Palermo, dove egli fu amatissimo, corrono anche oggi per la bocca di tutti molti aneddoti graziosi intorno ad atti della sua vita privata, che dimostrano la tempra della sua mente particolarmente salda ed operosa.

La vita politica del Castelnovo fu tanto nobile, che sarebbe fortuna per l'Italia il divulgarla. Un eminente cultore delle scienze storiche, un Siciliano che coi suoi scritti ha fatto grande onore all'Italia, il professore Michele Amari, ha in animo di scrivere questa vita, ed è da augurarsi che egli perseveri nel buon proposito, e lo rechi ad effetto. L'argomento è degno di tanto biografo.

In sul principio del secolo l'aristocrazia siciliana si divideva in due principali partiti: l'uno che cercava con tutte le sue forze l'indipendenza dell'isola e la costituzione autonoma, l'altro ligio al governo napoletano ed alla regina Carolina.

Non pochi dei primi volevano, con la costituzione e l'indipendenza, qualche riforma liberale, qualche progresso, che si confacesse alle condizioni del paese.

A capo di questi, insieme col principe di Belmonte, era il principe di Castelnovo e poneva nel maneggio del suo partito e nelle vicende della lotta tutto il vigore, e l'energia della sua volontà poderosa.

La disfatta di Mosca ed i patti del 1815 piombarono sull'Europa dolente, come valanga a primavera su un campo verdeggiante di mèssi.

Il principe di Castelnovo comprese che non c'era più allora per parecchi anni lotta politica che si potesse ragionevolmente sostenere e pieno di rammarico si ridusse alla vita privata.

Alle falde del monte Pellegrino, a tramontana di Palermo, e a poco più di un miglio della città, la famiglia dei principi di Castelnovo possedeva un'ampia e deliziosa palazzina, chiamata la Villa dei Colli. La posizione pittoresca e salubre, vasto il terreno; piccolo però il fabbricato, ma antico il progetto di erigere un grandioso edificio: un lungo viale di cipressi secolari segnava il luogo in cui doveva sorgere.

Il principe Carlo decise di innalzare quell'edificio grandioso, non a soddisfazione dei proprii comodi, ma a beneficio del suo simile; e mentre spendeva larghe somme a tal fine, veniva dicendo ai suoi famigliari: Non per me, ma per gli obliati figli del popolo sorgerà. E sul cancello esterno del sontuoso viale poneva in bronzo queste nobili e sante parole:

E proprio delicio publica utilitas:

In quella sua villa (che invero sarebbe stata per lui una delizia, se l'amenità dei luoghi avesse potuto torgli dall'animo le generose amarezze) il principe di Castelnuovo stabilì di creare un istituto che fosse tanto notevole per la sua importanza e singolarità, quanto memorabile, per la sua destinazione al bene ed utile pubblico.

Egli pensò di fondare un istituto di giovani poveri, per l'educazione sia pratica e teorica dell'agricoltura, sì che, al compimento di questa loro educazione, potessero riuscire, con vantaggio proprio e dei ricchi possidenti, ottimi fattori di campagna.

Egli conosceva lo stato dell'agricoltura in Sicilia; sapeva quanto guadagno si sarebbe potuto trarre da quella, ove un po' di buona volontà ed una tal qual pratica razionale fossero venute a fugare l'inerzia ed i pregiudizi volgari; e comprendeva quanto gran bene avrebbe potuto fare, in capo ad un certo tempo, una schiera di giovani che ogni anno fosse entrata a diffondere fra i contadini i migliori principii e insegnare coll'esempio. Tutto ciò gli era chiaro alla mente e si mise all'opera per menar la cosa a buon fine.

Concetto tanto più alto, tanto più ammirabile, in quanto allora in Sicilia, come pur troppo in tutta Italia, non si pensava affatto alla istruzione popolare, e quando se ne chiacchierava era piuttosto per avversarla che per favorirla. E quei ricchi che si mettevano in animo di fare qualche bene pei poveri in fatto di educazione, non conoscevano altre vie che quelle delle belle arti, o più propriamente l'arte sola del canto e della musica.

Ma l'istruzione popolare, diffusa, soda, efficace, proficua, quella istruzione che trasforma a poco a poco il popolo e lo innalza non era compresa, non era promossa, anzi era generalmente avversata.

Onde, ripetiamo, non sarà mai troppo esaltato il concetto del principe di Castelnovo di creare un istituto agrario nel modo detto innanzi.

Egli vagheggiava di continuo questo suo concetto, e così intensamente lo meditava, che alla fine ne aveva fermato nella mente ogni minimo particolare, aveva previsto ogni possibile incidente, aveva disposto pel meglio anche quello che potesse apparire di minor rilievo.

Così, passeggiando austero e solo al tramonto sotto i grandi viali della sua villa, colla fantasia popolava quella solitudine, e cogli occhi della mente vedeva colorito il suo grande disegno.

Pur troppo non lo doveva vedere altrimenti che cogli occhi della mente!

Avrebbe potuto dargli corpo egli stesso, e non volle. Stanco dei tempi e de' contrasti, privo di quel grande conforto a vivere che danno i figliuoli, tediato degli uomini che trovava tanto da diversi, agitato da chi sa quali terribili tempeste dell'animo, non seppe, misero, sopportare più oltre la vita.

Ma gli ultimi giorni suoi furono tutti volti a far sì che l'ideato istituto sorgesse con tutti gli elementi di buona e durevole esistenza.

La morte del principe di Castelnovo avvenne nel 1829. Fin dall'anno 1822 egli aveva già fatto testamento; due altri codicilli v'aggiunse poi, uno nel 1827, l'altro nello stesso anno 1829, poco prima di lasciare la vita.

Era suo primo volere che il futuro istituto fosse del tutto privato, e libero da ogni governativa ingerenza; perciò prima ancora del primo testamento, fin dal 1819, sebbene ritenesse illegittimo il governo di Napoli, e non si permettesse domandargli qualche cosa, anche se a fin di bene, nondimento s'era indotto a chiedere licenza di questa fondazione, e l'aveva formalmente ottenuta. Nei testamenti surricordati pose ogni studio e diligenza nel fare sì che dopo la sua morte ed in ogni tempo, il suo istituto serbasse questo carattere interamente privato. A tal fine incaricò, quand'era ancora vivo, di attuare i suoi propositi un suo intimo amico, compagno di speranze e di conforti, che, nominato da lui esecutore testamentario, seppe durare in vita, ed ebbe la meritata consolazione di veder libera la patria. Quest'amico fu Ruggero Settimo. ci voleva meno d'un uomo di questa tempra a mandare ad effetto le disposizioni di quel testamento.

Il principe di Castelnovo aveva lasciato l'usufrutto d'ogni suo avere alla principessa sua consorte: aveva lasciato pensioni vitalizie numerose ai suoi famigliari, e lire 255.000 in legato a quell'uomo di Stato che avesse contribuito coll'opera sua presso la corte di Napoli, al ripristino delle leggi costituzionali dell'Isola.

Onde alla morte del suo amico, la sola somma di cui potesse disporre Ruggero Settimo a pro del futuro istituto agrario era di lire 6375 annue, che venne tutte spendendo nel proseguire il fabbricato.

Morta nel 1837 la principessa vedova del fondatore, riuscì a Ruggero Settimo di portare a termine l'edificio e mobiliarlo di tutto punto e finalmente il 16 novembre 1847 se ne potè fare l'apertura.

Il principe di Castelnovo che aveva pensato a tutto, non aveva trascurato anche la forma del ginnasio dove si dovevano accogliere i giovani, le scuole e le persone addette all'istituto; voleva che avesse un non so che di semplice e grave, corrispondente al fine proposto; e, come sempre, anche in questo, desiderava prendere nell'isola sua prediletta il modello. Perciò prescelse l'ordine d'architettura greco-siculo, del quale si scorgono gli avanzi grandiosi fra le rovine di Agrigento, Selinunte e Segesta.

Affidò la costruzione della fabbrica all'architetto Antonio Gentile, degno di tal fiducia.

Quell'edificio doveva dunque sorgere semplice e maestoso e con una certa gravità di forma nobile e grandiosa.

Il principe e l'architetto con pensiero insolito stabilirono di piantarlo in modo che solo sporgesse dal terreno il primo piano, ed il piano terreno, celandosi alla vista, s'affondasse sotterra. E così in vero fu fatto.

Un'ampia fossa gira, come un tempo alle fortezze, torno torno all'edificio; stanno al disotto del livello del terreno i dormitorii e le cucine.

Quest'ordine di costruzione, che a primo aspetto appare poco igienico, ritenendosi che quelle stanze sotterranee siano umide e buie, è invece eccellente pel modo e per le circostanze sotto le quali la cosa fu fatta. Il suolo è tutto una dura roccia asciuttissima: le ampie fosse od ambulacri isolano pienamente l'edificio dal circostante terreno e lasciano penetrare liberamente la luce e circolare l'aria in quella parte interna, la quale così riesce anche posta al riparo dai venti e dai troppo rapidi mutamenti dell'atmosfera.

I dormitorii son comodi, spaziosi, ariosi, la cucina pulita e ben situata, pieno di luce il refettorio, dove scorrono due lunghe file di tavole e panche, e sulla parete una lapide che in poche e semplici parole, ricorda come Giuseppe Garibaldi venisse un giorno a frugale refezione.

Nel mezzo di questo piano sotterraneo una scala di ferro a chiocciola porta al piano superiore, dove sono le scuole, le collezioni, la biblioteca. Questa è ricca di libri di agricoltura, di pubblicazioni periodiche, di disegni, ed ha una completa serie, e perciò preziosa, di ciò che fu stampato intorno all'agricoltura in Sicilia.

Le collezioni sono varie e ricche, contengono prodotti d'industria agricola, ed è notevole tra quelle una bella raccolta di legni della Sicilia, con esemplari elegantemente preparati di circa duecento specie di piante.

Qui tutto è tenuto in ordine e disposto per modo che, ad una girata d'occhio, se ne possa ritrarre il maggiore possibile ammaestramento.

I giovani passano parte della giornata in iscuola e parte in campagna nel lavoro de' campi, nel maneggio degli attrezzi rurali, nelle cure del bestiame domestico, in tutti quei lavori, in una parola, in cui si occupa l'agricoltore.

Otto fra gli alunni sono a piazza franca, vale a dire che l'istituto fa loro tutte le spese; e sono nominati dall'esecutore testamentario, che prima fu, come si disse, Ruggero Settimo, ed ora è il suo erede, il Principe di Fitalia.

Gli altri, ammessi pure dallo stesso esecutore testamentario, pagano una rata che è di lire 425 all'anno, più una tassa di prima entratura che è di lire 255. Con ciò sono vestiti, alloggiati, nutriti ed ammaestrati, e provveduti di tutto il necessario. Nessun divario di trattamento fra coloro che pagano e quelli a piazza franca.

L'istruzione comincia dal leggere e scrivere e va fino al complesso di tutte quelle cognizioni che si addicono ad un buon fattore di campagna: comprende a tal effetto i rudimenti della lingua e dell'aritmetica, della computisteria, e le nozioni principali intorno agli agenti naturali, alla fisica terrestre, agli elementi della chimica e della storia naturale, con speciali notizie circa le piante coltivabili, particolarmente della Sicilia, al governo delle foreste, agli animali utili e nocivi, ed al loro acclimatarsi.

Tutto, negli ammaestramenti che si danno a questi giovani, tende a far sì che le cognizioni via via acquistate siano pratiche senz'essere empiriche; tutto si fa, perchè quanto essi ascoltano sia tale che facilmente lo possano comprendere, ma sia pure esposto in modo che ripensandoci su in appresso ne abbiano a trarre da stessi utili deduzioni, e possano, ad un bisogno, camminare inanzi da . Tutto con assiduo ed amoroso studio è disposto, perchè questi giovani acquistino, crescendo negli anni, sentimenti di dignità, senza perdere l'amore alla agricoltura ed all'ufficio sociale cui sono destinati; perciò la proporzionata vicenda di studio e di lavoro manuale, la frugalità dei cibi, non discompagnata da un certo buon gusto, il concorrere tutti alla lor volta nelle faccende di cucina, sotto la scorta, non di un cuoco di città (che male si confarebbe a quella semplicità rusticana) ma di un vecchio contadino alla buona.

Tutto insomma si è fatto e si viene facendo perchè quell'istituto proceda bene il più possibile, e gli effetti ottenuti valgono meglio assai d'ogni parola a significare quanto bene si sia colà fatto.

Dall'anno 1847, che fu l'anno della fondazione, al giorno d'oggi, ventinove giovani, alcuni a piazza franca, ed altri tenuti nell'istituto a spese dei municipii od anche di privati, uscirono dall'istituto, dopo aver compiuto intero il corso degli studii. I più, quali fattori di facoltosi possidenti, fanno ottima prova. Quattro di essi si spinsero più in negli studii, e due presero posto nel pubblico insegnamento, come docenti in agraria; due sono ufficiali nel Genio militare.

Per farla breve, se il generoso principe di Castelnovo potesse ritornare tra i vivi e vedere in efficienza quell'istituto, che egli tanto aveva carezzato nella mente, certo si rallegrerebbe, scorgendo come le nobilissime intenzioni sue si siano degnamente interpretate, e attuate con religiosa sollecitudine.

Chi è pratico di governo d'istituti sa che quando uno di questi procede a modo, s'indovina subito di chi sia il merito principale. S'è detto da tempo che i buoni re hanno sempre buoni ministri (si intende dei re assoluti); così è dei buoni rettori di stabilimenti: essi hanno buoni sottoposti, e da tutti sanno trarre profitto, e a tutti, uomini e cose, dare quella spinta che conduce a buon termine.

Il direttore dell'Istituto Agrario Castelnovo è il professore Giuseppe Inzenga, che vi fu deputato due anni prima che se ne facesse la apertura, e vi spese perciò intorno una parte non piccola della sua vita. Egli i principali insegnamenti, dirige i lavori, accresce le collezioni, e manda fuori una pregevole pubblicazione agricola (Annali di agricoltura siciliana) ch'era pure nella mente del principe di Castelnovo.

Si direbbe che il professore Inzenga abbia per suo motto il proverbio: Chi fa da fa per tre. tanto egli centuplica colla gagliardia del volere e colla nobiltà dell'intento le sue forze, per dare egli medesimo non poche parti dell'insegnamento, esperto come egli è dei vantaggi grandi che gli allievi traggono da questa unità di concetto e di modo nei varii ammaestramenti che lor sono impartiti. Ognuno che rammenta i passati studii giovanili, sa quanto tempo, ogni anno, ci volesse per affiatarsi con un nuovo maestro, ed immedesimarsi, per così dire, con lui, come si richiede a trarre buon frutto della scuola, il che avviene anche quando il nuovo maestro è ottimo.

Ma qui, in un insegnamento tutto speciale, tutto diverso dagli altri, tutto diretto ad ottenere un particolare effetto, senza di che vana e dannosa tornerebbe ogni spesa e fatica; qui dove è necessario avere ben compreso lo scopo tanto bello ed alto quanto speciale, e dedicarsi al nobile ufficio con quell'affetto che nasce dal vivo amore del prossimo, come sperare da numerosi insegnanti lo stesso buon frutto? D'altra parte, come già s'è detto, non è il caso di svolgere parecchi rami di scienza, ma di esporre ed imprimere nelle menti quei principii supremi, quei punti cardinali, quei solidi fondamenti che affaticarono gl'intelletti dei primi investigatori, ma, una volta trovati, sono, come ogni grande vero, facili e chiari per .

Ci vuole buon volere, ci vuole animo, ci vuole amore del pubblico bene, pregi purtroppo più rari assai del sapere.

Perciò il professore Giuseppe Inzenga vuol essere tenuto in conto non solo di uomo dotto, ma, ciò ch'è di maggior pregio, come uomo benefico. Credete voi che la pubblica gratitudine esprima questo stesso giudizio? Se rispondete sì, date prova di conoscere poco come appunto stia l'Italia. Le moltitudini non sono così colte da comprendere cose simili: il pubblico è rappresentato da uomini di penna e di ciarle, tanto inclini al non far nulla quanto al biasimare chi fa qualche cosa. Questo vezzo della maldicenza meditata ed estemporanea è così radicato fra noi, che vi si lasciano andare anche uomini per altri rispetti eccellenti. Dunque, non sapendo di che cosa incolpare l'Istituto agrario, si sussurra che il professore Inzenga per la manìa di far tutto e di escludere ogni altro dall'Istituto disperde le sue forze senza misura a far procedere nel modo migliore tutti gli insegnamenti. E il professore Inzenga sorride, lascia dire, e fa i fatti; e questi sono quelli che ho riferito più sopra.

Un altro appunto intorno a quest'istituto fanno taluni, strano davvero, ed è ch'esso sia sempre privato. Una volta, dicono essi, la cosa stava bene: sotto i Borboni era naturale che il principe di Castelnovo si studiasse di sottrarre il suo istituto all'azione governativa. Ma oggi! Oggi il governo si studia di far progredire l'istruzione, cerca le vie migliori, non lesina in fatto di spese, e certo se s'impadronisse di questo istituto gli darebbe una nuova vita, lo amplierebbe, lo trasformerebbe!

Così predicano taluni, senz'avvedersi che dopo gridano contro la soverchia ingerenza dello Stato, e rompono tutte le loro lancie a pro del decentramento. L'istituto Castelnovo è privato, e non può essere che per privati: può e deve migliorare come ogni umana cosa; per ora oso dire che va benissimo così. È una delle più belle e provvide istituzioni di cui si onori l'Italia: è degna d'essere conosciuta assai più che non sia; è ammirato, riverito, benedetto dagli italiani il nome del suo grande fondatore, Carlo Cottone principe di Castelnovo.

Ora ci si presenta un'altra bella vita, la quale per buona sorte continua tuttavia, lunga ed operosa, e prosegue nel bene. Vogliamo dire del signor

 

Vincenzo Florio.

Il signor Vincenzo Florio passò tutta la vita in Palermo, ma egli non vi ebbe i natali. Vi fu portato in fasce dal villaggio di Bagnata in Calabria ove nacque.

I Calabresi si spargono in buon numero nelle varie parti dell'Italia meridionale a fare i droghieri.

Il padre del signor Vincenzo Florio, di nome Paolo, colla moglie e il bambino, nato da poco, era venuto, appunto nel 1800, come abbiamo detto, a metter su drogheria in Palermo. Ma non visse che pochi mesi, e presto morì col rammarico dello stato infelice in cui lasciava la povera vedova ed il figliuolino orfano.

Aveva in Bagnara un fratello, pratico dei commerci, di nome Ignazio; questi, chiamato, venne, prese le redini della casa, avviò per bene gli affari. Uomo con tanto di cuore, s'era posto fermamente nell'animo di fare verso il nipotino ciò che avrebbe fatto il padre medesimo se fosse vissuto: educarlo degnamente, infondergli l'amore dell'onestà e della giustizia, ed avviarlo nei traffici sì che potesse procacciarsi di che vivere onoratamente, e giovare al suo paese adottivo.

Il signor Ignazio Florio si diede all'educazione del piccolo Vincenzo, ed in breve sentì per lui un vivissimo affetto, trovandolo amorevole, garbato, buono, e oltremodo sveglio, perspicace, operoso. Ben presto il fanciullo diventò l'anima della casa, ed in quell'età in cui conviene costringere la mente a pensare e fare qualche cosa, egli sciorinava allo zio certe sue idee, certi suoi disegni, che lo riempivano di meraviglia.

Era la Sicilia a quel tempo un paese stranamente appartato dal mondo, e poco meno si poteva dire della sua metropoli. Pochi erano i Palermitani che uscissero dalla città, pochissimi che viaggiassero per l'isola, e chi si fosse spinto fino a Napoli era guardato con più stupore che non oggi chi abbia fatto il giro del mondo.

Vincenzo Florio s'avvide alle prime che così non si fa nulla di buono in commercio; che giovava sgranchirsi, andare fuori dell'isola scovando nuovi prodotti da smerciare utilmente, e che solo così si sarebbe potuto allargare quel giro d'affari che la sua casa principiava a fare con frutto tra Palermo e le varie città e terre dell'isola. Espose questi suoi disegni allo zio, chiese insistentemente che gli lasciasse fare un viaggio sul continente e gli fu concesso.

Toccava allora i quindici anni. Salpò per Genova sopra un legnetto a vela, poi si recò a Londra.

A quel , che gli alcaloidi mancavano, era assai più rilevante che oggi non sia il commercio delle droghe, corteccia peruviana, manna, cassia, ecc. Il giovanetto si persuase in quel suo primo viaggio, che si potevano fare molti più guadagni in Palermo, aggiungendovi il commercio di tutti i coloniali, zucchero, caffè, ecc., e tornato, ribadiva collo zio questo chiodo. Troppo bene aveva fruttato il primo viaggio perchè non gli fosse dato prontamente il consenso di ripartire ed eccoti un secondo viaggio; poi un altro; ed in questo suo continuo peregrinare il giovanetto studiava gli uomini e le condizioni politiche e sociali dei tempi, e riflettendo su tutto s'ingegnava di impratichirsi, di appropriarsi quanto di meglio si potesse fare nel giro de' suoi traffici, per comune utilità di Palermo, della Sicilia, e della propria casa.

Lo zio s'accorse allora che il nipote, non che abbisognare di guida, si era fatto maestro, e lasciò a lui il maneggio di ogni cosa; poi, quando morì, gli lasciò i suoi averi, che, uniti a quelli del nipote, ammontavano ad un trecentomila lire.

Era questi allora in sui vent'anni. Per solito in tali congiunture si trova sempre qualche vecchio amico che non richiesto, viene a darvi i suoi savi consigli. Può darsi che allora taluno abbia detto al signor Vincenzo Florio: — Voi avete venti anni e trecentomila lire. A che pro affaticarvi e mettere a rischio i vostri capitali? Potete vivere ricco e tranquillo, darvi per una dozzina d'anni bel tempo, poi accasarvi con una bella e giovane donna e camparvela quietamente. State dunque allegro e non vi lasciate travolgere da quella vertigine funesta che si chiama amor del denaro, e che ha rovinato tanta gente. Pensate che ogni lasciata è persa, e che il pentirsi dopo a nulla giova, e chi non fa le pazzie in gioventù, le fa in vecchiaia...

Non so se ciò per l'appunto sia stato detto allora al signor Florio, ma la cosa è verosimile. A ogni modo, detto e ripetuto, non avrebbe valso a nulla. Egli era tanto assuefatto al lavoro, che non stava mai un minuto senza far nulla. Considerava attentamente tutto ciò che gli cadeva sott'occhio, e viaggiando s'era fitto in capo questa suprema verità, che non v'ha nazione forte davvero e grande di grandezza durevole che non abbia per la via del lavoro acquistata e mantenuta la sua grandezza e la sua forza: aveva visto da vicino il popolo inglese, e sotto la scorza ruvida e strana di quel popolo, sotto quella prima tinta di pregiudizi, aveva ravvisato tutto ciò che esso ha di buono, di forte, di grande; e paragonando la prosperità delle loro cento città operosissime, colla miseria della sua diletta Palermo, della Sicilia e dell'Italia, il giorno che si trovò solo con buon capitale di denaro e con un miglior capitale di buona volontà, di vigoria, di senno, di ammaestramenti acquistati e di bramosia di acquistarne di nuovi, si propose di rivolgere tutte le sue forze a migliorare le condizioni del paese, sviluppandone il commercio, promovendone l'industria, operando per il benessere materiale delle moltitudini, del quale anche il benessere morale tanto si avvantaggia.

Egli sapeva a vent'anni ciò che oggi molti uomini canuti non sanno, vale a dire che un popolo tanto migliora quanto più acquista in prosperità col lavoro, e che una regola d'aritmetica imparata bene giova più d'un volume di massime morali recitate pappagallescamente e mal comprese. Appuntò lo sguardo nell'avvenire, e sentì dentro di che, ove la vita glielo avesse permesso, avrebbe impresso e trasfuso nei suoi compaesani un benefico ammaestramento; e si diede tutto alla nobile impresa.

L'Italia ha una ricchezza di cui non trae frutto abbastanza, ed è la pesca: il suo estesissimo litorale (ora che le vie di comunicazione all'interno si sono moltiplicate) potrebbe, a un bisogno, alimentare tutta la nazione coi soli prodotti del mare, solo che se ne sapesse trarre convenevolmente partito. Queste vie mancavano quasi in tutto ai tempi che il signor Florio incominciava i suoi studi sui modi di migliorare con nuove imprese le condizioni della Sicilia: ma si avvide che anche allora v'era qualcosa da fare su questo punto, e postovi mano dopo un attento esame dello stato delle cose, i suoi disegni produssero un meraviglioso successo.

La pesca del tonno poteva allargarsi di molto, e, bene indirizzata, apportare grandi profitti. Si risolvette pertanto di dare un impulso potente a siffatta pesca, e moltiplicò le tonnare, migliorando gli strumenti di pesca, inventandone taluni, come la così detta Montaleva, per la quale, in cambio di aspettare le centinaia di tonni a branchi, si possono pescare alla spicciolata, anche un tonno per volta. Insegnò a utilizzare anche quelle parti del pesce che prima si gettavano, e trarne olio per farne concime; e dalle parti carnose a cavarne più frutto, introducendo la preparazione dello scabeccio, o tonno in olio, che mandava per tutta l'Italia. Le tonnare di Favignana, di Formica, di Scopello, di Secco, di San Giuliano, di Vergine Maria, dell'Arenella presso Palermo, fruttarono un buon milione a lui e molti milioni alla Sicilia. Egli ancora oggidì tiene in proprio, per diletto, la tonnara dell'Arenella: le altre cedè per attendere a nuove imprese.

Fra le ricchezze di che la natura fu larga ai Siciliani, apprezzava debitamente quella degli zolfi; e le seppe infondere tanto moto, che ne divenne in breve padrone. La qual cosa gli venne fatta, sì per lo studio accurato che egli aveva posto al solito in tale industria, e sì pei grossi capitali che ormai poteva impiegarvi.

Nel tempo medesimo diede opera alle manifatture, ed aprì anche una casa di banca, sempre con grande utile del paese e suo.

Ad un'altra impresa si diè fin d'allora non meno proficua che quella de' zolfi, e che fece poi dei grandi passi, voglio dire la preparazione ed il commercio dei vini di Marsala, al quale ei seppe imprimere quell'impulso poderoso per cui oggi quel vino è ricercatissimo in ogni parte del mondo, sopratutto nei lunghi viaggi, come quello che in quantità minore ha più forza. Ad agevolarne la vendita aprì depositi dei suoi vini a Castellammare, Vittorio, Alcamo, Campobello, Castelvetrano, e tanto ampliò questo suo commercio, che ormai si ragguaglia ad un cinque milioni di capitale.

Tutti questi fatti, in un uomo ardimentoso e solerte come il signor Florio, dovevano dar luogo ad un altro.

La navigazione a vela era a quei tempi poca cosa in Sicilia, a lui poteva sfuggire l'opportunità del promuoverla; e pertanto si fece armatore di bastimenti a vela. Fece costruire, promuovendo un'arte nuova in paese, legni pel traffico di Trieste, di Genova, poi d'altre regioni d'Europa, ed anche d'America recando per tutto i generi del suo vario commercio del quale formavano parte notevole le saporitissime arancie.

Anch'oggi egli manda fuori ogni anno un trenta o quaranta bastimenti in Inghilterra, in Olanda, in America carichi di sole arancie, la qual cosa ci spiega l'estensione larghissima che prese in Sicilia la coltivazione di questo albero, che viene anteposta a quella del grano e ad ogni altra, perchè più lucrosa di tutte.

S'ingegnò altresì di migliorare la condizione delle macine in Sicilia, fece prove di macchine a vento presso l'Arenella, ed è opera sua la Macina di San Marco presso Palermo. Nel 1841 mise su una fonderia di ferro nella stessa città, chiamata Fonderia Orotea: quell'impresa era buona fin da principio, gli sviluppi posteriori la dovevano in breve rendere ottima.

La navigazione a vapore cominciava a far breccia anche nel regno di Napoli. Un piccolo piroscafo, nel 1845, opera di privati, ma tosto venuto in mano del governo, aveva cominciato a fare qualche tragitto da Napoli a Palermo. Col suo solito accorgimento, il signor Florio afferrò subito l'idea di quanto bene avrebbe fatto in Sicilia la navigazione a vapore in luoghi opportuni. Le strade, pochissime oggi, allora mancavano, sto per dire, del tutto: malagevole cosa il trasporto del denaro ed ogni maniera di commercio entro terra. La navigazione a vapore avrebbe mutato faccia alle cose, ma doveva essere amministrata bene, e resa pronta, comoda, bastevole; ciò che il governo non avrebbe fatto mai. Il signor Florio ci si mise d'impegno e riuscì, come dice il volgo, colla sua costante fortuna: perchè fece, al solito, un retto giudizio dell'impresa, studiò le vie più atte a condurla a buon fine, e seppe con avvedutezza e prudenza seguirle. La Fonderia Orotea pareva fatta apposta per il suo bisogno; presentemente, aggregata all'amministrazione dei suoi vapori, essa lavora in grande, fa caldaie, draghe, rimorchiatori, ecc.

Il primo suo piroscafo incominciò a solcare il mare nel 1849, e invece del tragitto da Napoli a Palermo, faceva i viaggi di circumnavigazione dell'isola. Quel primo piroscafo ebbe nome l'Indipendente; venne secondo il Corriere Siciliano, poi l'Etna, poi altri che prolungarono il corso sino a Napoli, a Marsiglia ed altrove, tantochè un bel giorno poterono rendere ragguardevoli servigi al governo italiano: oggi, lasciando stare quelli che sono in costruzione, i vapori del signor Florio ammontano a sedici, con una suppellettile migliore che non sia quella di qualsivoglia società italiana: chi ha viaggiato da Napoli a Palermo su qualcuno dei più recenti, per esempio, sull'Elettrico, se lo confronta coi primi, ha potuto apprezzare le cure solerti con cui si cerca di ottenere sempre nuovi miglioramenti: questi piroscafi fanno un servizio spedito, frequente, puntuale, e sono per l'isola di utilità inestimabile. Come d'inestimabile utilità per l'isola e per l'Italia è tuttociò che fece il signor Florio, e che qui non pienamente, ma solo in parte siamo venuti enumerando.

A questo punto la mente ritorna ai primordi di questo uomo benemerito, e con ammirazione considera la mèta a cui giunse.

Ha raggruzzolato venti milioni! Così si contentano di esclamare i dappoco, i fannulloni, pur troppo numerosissimi, che fanno tanto di cappello alla carrozza di un grullo che sarebbe rimasto sempre povero in canna se non fosse nato nei quattrini fino agli occhi.

Se in cambio di rivedere la ragione ed i guadagni del signor Florio, tirassimo il conto di ciò che ha fatto guadagnare al paese, finiremmo per abbandonare l'impresa senza venirne a capo, tanti e tanto maggiori furono i lucri che dalla sua operosità derivarono alla collettività. Egli, così acuto e sagace nel fiutare i buoni affari, non si peritò mai di spendere (altri diceva sciupare) denaro, che avrebbe potuto tenersi in tasca, per far lavorare in casa ciò che avrebbe con minore spesa potuto trarre di fuori. Non si tenne mai dal dare l'esempio, e dal metterci di suo, per introdurre una nuova industria in patria, anche quando non ne sperasse vantaggi immediati. Oggi, almeno quattromila famiglie da lui hanno pane. E famiglie innumerevoli benedicono la sua beneficenza che ama esercitarsi in segreto, ed abborre dagli articoli dei giornali.

La singolare modestia non lo salvò dagli onori consueti, decorazioni, medaglie, premi, ecc. È senatore del Regno; stimato, ben voluto, riverito, la bontà dell'animo suo è universalmente celebrata in Palermo, come in ogni paese commerciale è celebrata da tutti l'integrità, l'esattezza, la puntualità, la perizia sua nei commerci. Ricorda con amore le sue origini. Nel principio della sua carriera, quando già aveva ammassato parecchi milioni, una famiglia patrizia (se è vero ciò che si racconta) non avrebbe sdegnato d'umiliare il titolo al sacchetto, come dice il Giusti, e d'incrociarsi col ricco popolano, a patto che smettesse la drogheria: ma egli non volle sentirne discorrere; e l'antica drogheria sta aperta tuttora coi nomi d'Ignazio e Vincenzo Florio. Egli prese moglie più tardi e a suo genio: ha un figlio che chiamò Ignazio per ricordare il buon zio, e questo Ignazio ha egli pure un figliuolo di nome Vincenzo, in memoria del babbo.

Vincenzo Florio, aiutato efficacemente dal suo Ignazio, circondato da gente dabbene che lo ama, contento di quanto ha fatto, accudisce tuttavia ai suoi negozi, e coglie volentieri ogni occasione di fare del bene, in questa sua avanzata età, pur sempre operosa.

Di certo tutti quelli che leggono questo libro concordano con chi lo scrive, nell'augurare al nobile vegliardo anni lunghi e felici.

Gli esempi di siciliani insigni, che nati in povertà, seppero col fermo volere levarsi in alto e giovare, sono numerosi in Palermo, e lungo quanto bello ne sarebbe l'elenco.

Verrò qui ancora in brevi parole menzionandone due.

Giovanni Meli, figliuolo di un mentecatto povero di ogni bene, nacque in Palermo il 4 marzo 1740. Ebbe a protettore il principe di Campofranco che lo avviò alle lettere: studiò medicina, e si diede in principio a quell'arte. Poi gli fu assegnata un'abbazia, perchè avesse un titolo ed un emolumento con cui coltivare a suo agio la poesia, senza la quale non avrebbe saputo vivere.

Fu il Teocrito e l'Anacreonte dei tempi moderni. Morì in Palermo il 20 dicembre 1815, e lasciò tal nome che di nessun altro la Sicilia va più altera.

E ripensando a questo poeta siciliano, un altro nome s'affaccia subito alla mente, nome che vivrà nel mondo, fino a che vivrà l'amore d'ogni cosa bella e gentile, voglio dire di Vincenzo Bellini. Nacque di povera famiglia in Catania, il 2 novembre del 1802: a spese di quel Comune studiò nel Conservatorio di Napoli: giovane di 33 anni morì presso Parigi, il 23 settembre 1835. Insensibile chi non si commuove alle dolci melodie della Norma, della Sonnambula, della Straniera e dei Puritani!

In diversa maniera, ma efficacemente, giovarono a Palermo e le fecero onore il D'Acquisto, il Tranchina, il Mancino, il Gorgone: il primo era figlio di un calzolaio, il secondo di un facchino, il terzo di un carrettiere, il quarto di un maniscalco.

In quella Università di Palermo, ove i sopraddetti resero illustre il loro nome, una schiera di valorosi prosegue ora e si studia di recarla all'altezza che i tempi richiedono. Cannizzaro, Gemellaro, Doderlein, Blaserna, Piccolo, Mercantini, spendono nella santa impresa le loro fatiche, come altri benemeriti intendono con tutte le forze all'istruzione ed all'educazione dei giovani di più tenera età; fra i quali è giusto che non si lasci indietro il nome dell'ottimo Pier Felice Balduzzi.

Il generale Medici, chiaro per virtù cittadine e per scienza militare, si viene in Palermo acquistando ora una terza e più difficile gloria, quella di egregio statista. Quando avrà ottenuto (e il giorno non è lontano) che una ferrovia ricongiunga Palermo a Catania e Messina, sarà annoverato fra gli uomini più benemeriti dell'isola.

E la Sicilia è tanto bella quanto grande ed importante parte della nostra patria; privilegiata d'inesauste naturali ricchezze, ha la ricchezza ben più preziosa di nutrire figliuoli dal potente vivacissimo ingegno: il bene di quell'isola, il bene di Palermo, è bene grande di tutta Italia, e quel bene tutti ardentemente dobbiamo desiderare e volere.





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