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Michele Lessona
Volere è potere

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  • CAPITOLO TERZO   NAPOLI Pericoli temuti dall'Annessione. — Previsioni fallaci dei politicanti. — Napoli si preparava al riscatto. — Notevoli progressi e miglioramenti della città. — Un grammatico e i monelli delle vie. — Il Municipio. — L'Albergo dei poveri. — L'Istruzione popolare. — La cassa di risparmio. — La società nazionale di industrie meccaniche. — Lo stabilimento di Pietrarsa. — Un nuovo ospedale clinico. — Enrico Galante. — Gaspare Ragozzino. — Domenico Morelli.
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CAPITOLO TERZO

 

NAPOLI

Pericoli temuti dall'Annessione. — Previsioni fallaci dei politicanti. — Napoli si preparava al riscatto. — Notevoli progressi e miglioramenti della città. — Un grammatico e i monelli delle vie. — Il Municipio. — L'Albergo dei poveri. — L'Istruzione popolare. — La cassa di risparmio. — La società nazionale di industrie meccaniche. — Lo stabilimento di Pietrarsa. — Un nuovo ospedale clinico. — Enrico Galante. — Gaspare Ragozzino. — Domenico Morelli.

 

Quando Napoli si unì al resto d'Italia si gridò che questa città si sarebbe mostrata la più ribelle all'unità e avrebbe tratto in gravi imbarazzi il governo. Popolazione irrequieta e indisciplinata, si diceva, che non seppe mai sopportare tirannia, mostrarsi degna di libertà; gente mutevole, che oggi fugge davanti allo scoppio di una frusta, domani si caccia a morire nella bocca del cannone, sempre a caso, sempre senza sapere quello che si voglia: gente garrula, infingarda, irrequieta, indisciplinata, indisciplinabile, che bisognava lasciare ancora per un mezzo secolo in balìa di stessa. Chi sa quanti mali verranno da questa precoce annessione! Chi sa che questa città non sia quella che mandi a monte l'iniziata unificazione.

Così prevedevano i politici (ed oggi in Italia sono politici tutti) e avvenne appunto il rovescio: tutte le città un po' ragguardevoli hanno fatto dopo la libertà e l'unificazione le loro scappate; questa l'ha fatta più grossa, quella meno, questa più e quella meno inaspettata. Napoli, in mezzo ai gravi fatti che seguivano, tanto vari e tempestosi, le angoscie, le guerre inaspettate, le dubbie lotte, le dolorose sconfitte, i molteplici lutti della nazione, si mostrò italianissima, ed adoperò la libertà come cosa familiare.

O fallacia delle diplomatiche previsioni!

Queste considerazioni occupano ora la mente di chi arriva a Napoli, dove non si veniva che per vederne la bellezza. Sì, certo, Napoli è bella d'ineffabile bellezza! Ma una città non può, come certe donne, contentarsi di sentirsi chiamar bella, continuamente bella, null'altro che bella! Il viaggiatore passava e notava i lazzi del lazzarone nel cacciar dall'alto i maccheroni in bocca, il dormicchiare del pescatore nella barca, i balli ed i canti sulla spiaggia, il brulichìo, l'ozio sguaiato, la folla intorno al cantastorie, la folla nei teatri, le ciarle insignificanti dei letterati, la vacua boria dei dotti.

Notava, sorrideva, passava.

Ma l'opera ferveva non veduta dagli occhi volgari: fra i travagli, gli errori, i dolori, questo popolo anelava alla sua redenzione, e se ne andava facendo degno: onde il cader dell'antico governo da senza violenza, senza sforzi, come cosa preveduta, aspettata, necessaria: onde la meraviglia di sembrare da tempo abituato alla libertà questo popolo, appena l'ebbe raggiunta: meraviglia solo apparente, mentre invece è un fatto naturalissimo per chi sappia scrutare addentro le cose.

Ad ogni modo è già chiaro oggi che tutto entra in un periodo nuovo, e nessuno potrà negare che l'indole del paese non si riformi via via. E perciò, se non è facile neppure a un Napoletano indagare e raccontarvi in tutti i particolari la vita di quei molti operosi che per propria virtù abbian fatta la loro fortuna e la loro grandezza dal nulla: abbiamo invece chiaro lo spettacolo d'una intera città che da otto anni fa ogni sforzo per riuscire a sollevarsi dal niente, e farsi ammirare non più per le sue bellezze naturali, pel Vesuvio, il golfo e le colline. Nessuna città italiana si è dovuta sollevare da così basso stato, come Napoli dal suo, dopo il 1860. Vediamo un po' come vi sia riuscita.

Sei stato, o lettore, in Napoli dieci anni fa e tornatovi adesso? Se non t'è accaduto questo, il paragone non potresti ricavarlo dai propri occhi e cervello; perciò mi vien voglia di abbozzartelo qui di volo, come mi accadde di fare pochi giorni fa con un Lombardo che tornava qui dopo il 1860, e che andai a rilevare sul battello a vapore.

— Eccoci (dissi all'amico scendendo) sul Molo nuovo; siamo, ricorderai, su un terreno che era mare nel 1860. Ora questo Molo già abbraccia ed assicura nel suo gomito il porto mercantile ed il militare, ai quali però viene ad accrescere d'anno in anno un'entrata e un avamporto che assicurerà al commercio uno spazio quadruplo almeno dei due porti vecchi uniti insieme. Ecco qui, facchini e barcaiuoli non si percuotono e non si litigano per noi, fanno a pugni a coltellate. perchè c'è un turno per le barche e pe' facchini, e c'è una tariffa per gli uni e per gli altri. Cosa ovunque vecchissima, dirai. Cosa nuovissima qui e che non è stato facile ad ottenere, dirò io.

Montammo in carrozza, e pigliammo la via del Piliero verso la piazza del Municipio. Ecco qui una carrozza decente: ve n'ha delle pessime, ma per lo meno la metà non mette più disgusto. Vi par poco? C'è voluto per questo cinque o sei anni di lotta, e l'ardire di affrontare alcuni scioperi, curiosissimi, di tutti i tremila fiaccherai della città.

Infatti, non è scemato qui quel movimento indescrivibile che faceva dire ad un Torinese che per tutto l'anno in via Toledo si svolgeva quel giro di carrozze che suol esservi a Torino gli ultimi tre giorni di Carnevale in Via di Po. Non è scemato, anzi è cresciuto quel movimento in questa città, che non ha nulla in Italia che lo agguagli.

Ma l'aspetto della città è diverso. C'è una certa aria di dignità, di forza, di sicurezza, di coscienza di vivere di e per , che contrasta coll'antica premura servile per i forestieri. Una volta in Napoli il forestiere era preso di mira ad ogni passo. Oggi non è così: si confonde pel tempo in cui resta, nella gran città: è diventato un atomo temporaneo di questa immensa massa, la quale sente ora una certa coesione che le forza, coraggio, dignità, ed è principio di gran bene per l'avvenire.

Eccoci in piazza del Municipio. C'è un Municipio a Napoli da otto anni soli, ed ha per palazzo, assegnatogli sotto la Luogotenenza del Cialdini, il vasto edificio fondato dai Borboni per raccogliervi le sedi di tutti i ministeri del regno. Fermiamoci un po' qui e guardiamoci intorno da' quattro lati. Di dietro lasciammo il Molo ed il mare, a destra si aprono gli sbocchi delle straducole della parte più vecchia e più povera della città, a sinistra abbiamo il Castello Nuovo col suo maschio altissimo di cinque torri angioine rivestite di lava, che pare tentino di sprigionare il capo dalla cinta anteriore aragonese di tufo, mezzo abbattuta il 1861, di cui i fossati ripieni e la breccia aperta rimangono a brutta testimonianza della difficoltà che c'è stata per sette anni d'intendersi tra il Municipio e lo Stato. Adesso finalmente pare che gli accordi procedano con migliori disposizioni da parte del ministero, e ci sia speranza di poter demolire tutta questa vasta cinta esterna, lasciando solo il fiero maschio angioino a torreggiare alto e severo come Palazzo Vecchio in Firenze.

Più oltre a sinistra s'apre la via che mena al San Carlo, alla piazza del Plebiscito, alla Riviera di Ghiaia, alla Napoli nuova e prediletta de' forestieri.

Innanzi al palazzo del Municipio una piazza verdeggia di alberi e si colora di fiori, come la piazza della Vittoria, come quella larghissima delle Pigne. Qualche anno fa questi spazi erano terreni scoscesi e brulli, fangosi d'inverno, polverosi d'estate. Allo scarso chiarore dei lampioni ad olio (tre quarti di Napoli non sono illuminati a gas che dal 1861) ti accadeva facilmente la sera d'incontrare un tagliaborse, a cui quel buio tornava propizio al mestiere. Ti accadeva sempre d'udire il piagnucolare, artificioso o schietto, di un mucchio di bambini cenciosi, pietosamente aggruppati, con accanto una donna che li aveva tolti a nolo, a ingannare il primo senso di pietà del passeggero inesperto.

— A proposito! E i pezzenti di Napoli? E i lazzaroni giacenti a dormicchiare nelle ceste, con la pipa e mezzi nudi, di cui si legge nelle guide? E que' cari mangiatori di maccheroni a un soldo il piatto, all'aperto, in piedi, col braccio destro in aria, e la matassa de' vermicelli fumanti che si mangia con gli occhi prima che se li senta nel palato, come li ritraggono le stampe che vanno attorno per tutta l'Europa?

— I lazzaroni, caro amico, se li vuoi trovare secondo il ritratto, ti devi contentare di vederli d'ora innanzi colla immaginazione, come que' mangia-maccheroni che pare ti stiano tanto a cuore. Se vuoi ammirarli in effigie, ve n'ha ancora nelle vetrine de' nostri litografi, a un soldo l'uno; ma affrettati, chè potresti fra qualche tempo vederle sparite. Quanto ai pezzenti, la storia è un po' più lunga. Un miracolo, che ha ridotti a due o trecento i tredicimila mendicanti che la Questura di Napoli contò qui nel 1861, mi accorderai che non è di quelli da passarsene con un bravo pronto e vuoto. Abbi perciò la pazienza d'ascoltare come la ostinazione di un grammatico napoletano è riuscito a scemarne il numero in pochi mesi nella nostra città.

Questo grammatico cocciuto, che è uno de' tre o quattro napoletani le cui opere son riuscite a vendersi nel resto d'Italia, che fu anche antico capo di divisione del ministero dell'istruzione pubblica della Luogotenenza del 1860, che è consigliere provinciale e comunale, ma tira innanzi anch'oggi la sua valida vecchiezza insegnando l'italiano come trent'anni fa, da valente e fedele scolaro di Basilio Puoti, è Leopoldo Rodinò. Messo a riposo del suo ufficio amministrativo quando fu sciolta la Luogotenenza, non s'inacerbì come tanti contro una delle inevitabili conseguenze della unità che volemmo in Italia, ma si rimise a insegnare italiano e latino, a stampar grammatiche, e per giunta gli saltò in capo un bel giorno di dichiarar guerra alla intera popolazione de' pezzenti napoletani. Volle davvero, e potè. L'hai osservata mai questa gente, l'altra volta che vi venisti, per le nostre vie? Vi signoreggiavano di giorno e di notte, affrontavano ad uno ad uno i passeggieri, facevano scappare dai caffè chi vi cercava riposo, assediavano a frotte i forestieri; erano cavallette a sciami che disertavano il paese e lo facean quasi parere invaso da nuovi barbari; si tramutavano presto in ladri, in accoltellatori, e in altra gente di questa fatta.

Ora il nostro, grammatico si piantò in capo nientemeno questo: che le leggi che abbiamo bastavano all'uopo suo, solo che fossero fatte eseguire. Mancava solo un provvisorio ricovero dove potessero raccogliersi gli accattoni tolti di via, per un giorno o due, mentre si ricercasse l'autorità competente a provvedervi, il che era stato il principale ostacolo fino allora a impedire che la questura vi ponesse mano. E perciò mancava anche una chiara e risoluta disposizione perchè si accordassero tra loro le autorità politiche, i magistrati e gli istituti di beneficenza. Il Rodinò con la pazienza d'un filologo e con studio amoroso prese a scoprire le vecchie regole di varii istituti napoletani; in breve seppe dire gli obblighi di quelli, ricordò alle dirigenti autorità politiche, i proprii, e con poche sottoscrizioni fondò un'Opera per la mendicità, la quale gli diede modo di aprire e mantenere un ricovero provvisorio pe' mendicanti arrestati; fatto ciò, ottenne due sole guardie dalla Questura, e si mise all'opera con esse. Di mattina e di sera, alla canicola o con la pioggia, or da una guardia ora dalla figura segaligna e risoluta dell'impetuoso grammatico, i mendicanti non trovavano più scampo. Il nuovo Caronte li raccoglieva senza remo e li mandava in frotte al ricovero, dove la stessa figura li chiamava poi a in un'ora del mattino rubata alle sue lezioni, li interrogava, e li indirizzava ciascuno per la sua via: i marioli al giudice che li ammoniva la prima, li condannava la seconda volta; gl'inabili al lavoro, se della provincia di Napoli, all'Albergo dei Poveri, in patria se d'altra; i veri infermi agli ospedali, dove ottenne un ordine che vietava loro l'uscita prima della cura, perchè non tornassero a far mercato delle loro infermità. In due mesi la città si sentì come liberata dal morbo che l'aduggiava.

Ma quando l'Albergo dei Poveri non riesce a sostentarne di più, e l'Opera per la mendicità cresciuta di socii, di credito e di entrate si accolla di mantenervi a sue spese gli accattoni inabili al lavoro; si scopre che nessun istituto di beneficenza può ricoverare malati cronici bisognosi di cure mediche per tenersi in vita, e il Rodinò riesce a fondare un ospedale per questi. Si trova che difetta un ospizio per le cieche povere, ed egli ottiene da una dama inglese, signora Salza Strachan, 45.000 lire, e fonda un ospizio per queste. E poi corre primo, tra' suoi colleghi dell'Opera, dalla Questura a' giudici, da questi agli ospedali ed all'Albergo de' Poveri per ricordare a tutti la pienezza de' loro doveri, quando li vede lenti ad eseguirli per la novità dell'impresa. Stretta così la rete da ogni parte e chiuse le scappatoie, ripiglia con più lena la caccia, e via querimonie, via piaghe esposte per le strade, via la miseria e la ipocrita poveraglia: spazza la città di accattoni o li riduce a quei cinquanta o cento che l'ampiezza della città o qualche ordine male eseguito salvano per pochi giorni dalla sua alacrità.

— Così si potessero spazzare, m'interruppe qui il mio compagno, le sozzure inanimate che qua e sporcano queste vie. Si direbbe che a moverle di posto il vostro Municipio manca di volontà o di braccia. E tanti bambini mezzo nudi che si baloccano per la via; questa non potrai negare che sia una vergogna pel vostro Municipio!

Napoli, rispos'io, ha 2000 di questi bambini negli Asili infantili fondati nel '61 per quelli da 3 a 7 anni che non cedono al paragone di quelli di nessuna parte d'Italia. Il Comune oltre a mantener quasi solo questi Asili, aiutato da pochi generosi che v'han dedicato la loro vita, educa dall'anno scorso un altro migliaio da' 4 a 6 anni nelle scuole infantili municipali che crescono ogni giorno. Inoltre molti buoni cittadini vestono a loro spese i fanciulli che non possono altrimenti presentarsi a scuola. Capisco che è poco ancora; ma qui con una plebe che conta 300.000 persone, non ci sono che un duecentomila abitanti più o meno agiati capaci di provvedere a stessi, ed il loro superfluo non basta ancora al bisogno de' più infelici. Quanto alle sozzure delle vie, la città nostra è certo la meno pulita delle grandi città italiane, sebbene di gran lunga più netta di quel che fosse qualche anno fa. Ma sappi che, secondo una statistica recente, vi sono venticinquemila bassi, o abitazioni terrene, che danno sulla via, nelle quali abitano altrettante famiglie della plebe, le più in una camera sola, che per moltissime è anche bottega o magazzino; il che nasce dall'essere la più parte delle case costruite senza soffitto, dove negli altri climi si trova un ricovero a buon mercato per la plebe, e dal costo delle abitazioni maggiore che in qualunque città d'Italia, onde alla poveraglia par troppo se invece di dormire sulle vie, come fa ancora qualcuno l'estate, ritrovi un bugigattolo che basti solo la notte per restare al coperto. Però il giorno si esce fuori di casa a lavorare ed a pigliare aria sulla strada, dove si getta alla svelta ogni sozzura. Vi sono anche un diecimila quadrupedi tra cavalli da tiro, muli ed asini da carico che girano la città, de' quali la sozzura come de' centomila abitatori dei bassi sfuggono alla vigilanza della polizia municipale. Ma seguitiamo il nostro cammino.

Il Municipio di Napoli di cui ci lasciamo dietro il palazzo, all'ottavo anno di sua vita sembra che voglia lasciare già quell'aspetto gramo e infantile che sino a ieri lo facea citare come il bimbo reggentesi colle dande nella famiglia dei municipii italiani. Ha cominciato a volere, son pochi mesi; e questo volere è già divenuto per esso una potenza, appena che pochi uomini risoluti son potuti riuscire vincitori da una ostinata contesa politica di quattro anni; ora, comincia a muovere il passo sicuro.

Nei pochi mesi da che s'è messo al lavoro, è già riuscito con un po' di buona volontà e d'alacrità a riformare la riscossione delle sue gabelle, il che gli rende già mese per mese un maggior provento di un milione sugli anni precedenti; a fare un prestito di parecchi milioni per nuove spese pubbliche decretate, che avvieranno la trasformazione della città, ed a votare tutte le opere che si devono fare con questi milioni. E con tutto ciò il suo bilancio s'è equilibrato un po' meglio di prima, e rimane tuttora il meno indebitato dei grossi municipii italiani. E ciò senza avere avuto dal governo altro vantaggio che una riduzione di mezzo milione sulla quota che gli paga del dazio di consumo; riduzione fondata sui proventi risultati dai consuntivi degli anni decorsi minori di tanto dei presuntivi prestabiliti dal governo per questa quota.

Volete un altro esempio dei progressi attuati in questi ultimi anni, per l'opera risoluta d'uno o di pochi, contro vecchie e barbare consuetudini, d'una di quelle prove per cui una città può dirsi d'avere fatto un nuovo passo verso la civiltà? Guardate, fra il trasformarsi lento di tutti gli istituti di beneficenza della città, la riforma seguìta nell'Albergo de' Poveri che era il maggiore e più confuso e tetro ospedale dei Napoletani. Nel 1860 aveva, come adesso, l'entrata d'un milione, manteneva cinquemila persone in sette stabilimenti soggetti ad una sola amministrazione, oltre i tre ospedali mediocremente tenuti: gli altri istituti erano bolge confuse in cui tutte le età si mescolavano, e gli innumerevoli impiegati abitavano ne' posti migliori; si dormiva e mangiava dove e come si poteva, non si lavorava quasi affatto, non s'istruiva nessuno.. Il Nolli, il Ciccone vi tentano varie riforme più urgenti; uno de' direttori, il Sagarriga, v'è ucciso da un sordo-muto, più che altri vi riesce il Winspeare regio commissario nel 1866: separa le età, sloggia gli impiegati dalla casa de' poveri, ordina i convitti, ravvia il lavoro, inizia l'istruzione, comincia a rifar decenti i dormitorii. Si sollevano due volte contro di lui, ora donne ora uomini, e una volta è ferito. Adesso l'ordine è avviato, i ricoverati son vestiti e nutriti e alloggiati meglio, i giovani cominciano ad uscire a diciotto anni, le fanciulle vi si preparano anch'esse, e tutto ciò fra angustie economiche, lotte politiche dove la politica non avrebbe dovuto aver luogo, difficoltà d'ogni specie. La cieca beneficenza che avvilisce, già cede il luogo, e vien meno al cospetto della filantropia e della carità intelligente che aiutano il misero, ma insieme lo spronano ad aiutarsi da .

Per la istruzione popolare come per la beneficenza, i passi che ha dovuto fare Napoli sono stati tanto più lunghi quanto essa si trovò più indietro agli altri nel 1860. V'erano quaranta scuole e tremila scolari quell'anno. Adesso vi sono 140 scuole, tra asili divisi per sesso o promiscui, serali e diurni, di disegno, per gli operai e tecniche, con 16.000 alunni assidui, oltre quattro convitti di recente aperti, uno col programma d'un ginnasio, uno coi corsi tecnici e ginnasiali insieme, uno annesso ad una scuola normale femminile, ed uno per l'insegnamento della costruzione delle navi, de' macchinisti e degli ingegneri; tutto questo con una spesa di ottocento mila lire per l'anno corrente.

Il re Vittorio Emanuele diede di persona il primo impulso allo sviluppo dell'istruzione elementare in Napoli, assegnandole del suo una somma di 100 mila lire. Il commercio napoletano spende oltre dieci mila lire annualmente in premi per le scuole elementari. Adesso già in una delle 12 sezioni, quella di San Giuseppe, in cui è divisa Napoli, si ha uno scolaro ogni sette abitanti come nei paesi più civili.

Nell'anno 1863, il signor Francesco Giura, capitano della quinta legione della Guardia nazionale, prese a raccogliere intorno a fanciulli d'ogni condizione, e ad ammaestrarli nella ginnastica e negli esercizi militari; parecchi suoi ufficiali lo aiutarono zelantemente in quest'opera benemerita; si trovarono all'uopo divise ed armi, e quelle esercitazioni venivano date come premio agli scolari migliori: il Settembrini invitò con degne parole i padri di famiglia a secondare gli sforzi del signor Francesco Giura e dar fondamento ad un buon insegnamento ginnastico popolare, e la cosa ebbe ottimo effetto. La spesa per l'istruzione popolare è più che decupla nel 1868: in confronto del 1860 il numero degli allievi è quintuplicato: nessuna città italiana ha fatto dunque per l'istruzione popolare un cammino pari a Napoli per opera del Municipio. Se poi aggiungiamo a queste scuole e scolari comunali ciò che s'è venuto creando da altre parti, avremo un 1200 alunni nell'Albergo de' Poveri, un 2000 nelle scuole aggiuntesi ad altri istituti di beneficenza, un migliaio di alunni di cui si sono accresciute in questi anni le scuole private, cioè un totale di più che 25.000 alunni assidui, in confronto dei soli 8000, cioè tremila nelle scuole pubbliche e cinquemila nelle private, che si contavano nel 1860.

Nelle scuole serali di disegno della Società Operaia, un lieve contributo di una lira per mese basta ed avanza per sopperire alla spesa di carta, pastelli, matite, ed ogni altro; e non scemando affatto il concorso a queste scuole, accresce nell'opinione degli operai il pregio di esse ed il senso della propria dignità.

Un altro progresso meno avvertito, ma che comincia a diventar rapidissimo, è quello che si verifica nella Cassa di Risparmio annessa al Banco di Napoli fondata nel 1861 con 80.000 lire di capitale, donato anche questo dal Re. La Cassa di Risparmio di Lombardia che ora ha più di centocinquanta milioni di depositi con una cinquantina di casse filiali, nel 1827 (cioè sette anni dopo la sua fondazione) non aveva che quattro milioni e mezzo di depositi. Alla stessa età la Cassa di Risparmio di Napoli ne ha oggi da quattro milioni circa, e si prepara la fondazione di casse filiali nelle città suburbane. E pure il valor medio dei depositi non oltrepassa le 250 lire, mentre in Lombardia supera le 700; il che prova che alla cassa napoletana concorre in maggior proporzione la gente meno agiata.

La Società Nazionale d'Industrie Meccaniche con due grandi opificii, uno in città, l'altro a Pietrarsa presso Portici, è un altro esempio della operosità crescente: in questo stabilimento si fanno lavori di ferro e d'altri metalli di ferro e legno, macchine, utensili vari, vaporiere e carri per ferrovie. Lo stabilimento di Pietrarsa apparteneva al governo caduto, ed era passivo di annue 500.000 lire. Fatta l'annessione, il conte di Cavour divisò di sgravare il governo di questa passività, e la cosa fu fatta l'anno 1863 dal ministro Minghetti. Un privato, il signor Jacopo Bozza, si accinse a costituire una Società ed a reggere privatamente quello stabilimento: ma le cose gli si volsero a male, ed andò a rischio della vita; onde fu costretto a lasciare l'impegno. Allora venne il signor Macry, già proprietario di uno stabilimento di quella sorta nel luogo detto il Largo dei Granili; fu aiutato da persone che amano il progresso e sono facoltose, e con ogni sforzo si adoperò a far rifiorire quello stabilimento.

La cosa gli riuscì così bene, che in breve si costruirono macchine, le quali prima era necessario procacciarsi dall'estero.

Dallo stabilimento di Pietrarsa traggono ora il loro sostentamento oltre a 1500 famiglie popolane, ed ogni buon cittadino fa voti onde esso, superando quelle difficoltà che ancora, ma speriamo per poco, ostacolano in Italia le imprese sociali, possa mettere salde radici e prosperare.

Non diremo delle esportazioni ed importazioni immensamente cresciute nel porto, dei miglioramenti avvenuti nelle università, negli istituti di beneficenza, d'un nuovo carcere cellulare col sistema del lavoro in comune fondato a Sant'Efremo, della fondazione di un grande ospedale clinico a Gesù Maria, pel quale il Re Vittorio Emanuele donò 300.000 lire, di Pompei che si va risuscitando con regola e con rispetto prima ignoti, e dei suoi monumenti ordinati mirabilmente per opera del professor Fiorelli. Diremo solo in conclusione che Napoli è viva, e s'è stancata di sentirsi chiamar bella soltanto, e che dovunque ti volgi trovi che in questi otto anni qualche forte volontà, qualche anima devota al bene del proprio paese, qualche ingegno valente l'ha arricchita d'un nuovo progresso, sicchè si sente e si vede il suo affrettarsi nel cammino in cui era rimasta indietro senza sua colpa.

Ma passiamo a qualche esempio individuale, a qualcuno che ci possa servir di scuola nella nostra vita privata. Eccovi in breve la vita d'un uomo povero di queste provincie, ancor vivo, anzi prosperoso, che tutti gli Italiani che si recano a Parigi possono incontrare e richiedere ed imitare. Il suo nome è Enrico Galante di Monteleone in Calabria. State un po' a udire la sua storia.

 

Enrico Galante

Enrico Galante, oggi ricchissimo a Parigi, e insignito dell'Ordine Mauriziano, nacque da poverissimi genitori, non so se il 1818 o il 19, in Monteleone di Calabria, e ne' primi anni della sua vita rimase orfano, senza educazione e senza mezzi, abbandonato quasi sul lastrico della via. Un suo parente di Calabria vedutolo in quello stato, e non sapendo come provvedere al fanciullino, si ricordò d'una buona signora napoletana di cognome Amante, la quale aveva altra volta mostrata qualche benevolenza alla famiglia di Enrico; e, senza pensarci su provvede il fanciullo di qualche lira pel viaggio e lo manda a Napoli raccomandandolo con lettera alla signora.

La buona donna si piglia cura del fanciullo che giunse in questa città senza aver altri che lei: gli fa insegnare a leggere e scrivere, e anche un po' di francese. Ma non era ricca, ed il fanciullo a mano a mano che cresceva, diventava vivace e irrequieto; sicchè un bel essa lo fornisce di due o trecento lire e di qualche lettera di raccomandazione, e lo imbarca a 17 anni pel mare magnum di Parigi a far fortuna.

Il vispo giovinetto non stava più nei panni dal giorno che fu risoluto questo nuovo viaggio. Con la fantasia dell'età sua gli parea che Parigi stesse proprio per aspettar la sua venuta, e che piaceri, avventure e ricchezze, sin dal primo arrivo nella gran città, gli avrebbero seminata la vita di fiori. Con questi fumi nel cervello traversa il mare, passa mezza Francia sulle diligenze di que' tempi, e mette piede nella sospirata capitale.

Le lettere che gli dovevano procacciar lavoro, preferì tenersele in tasca; e finchè in questa suonavano i bezzi, gli pareva che non ci fosse proprio fretta a lavorare. Si mise prima a girellare per la città, e ad empirsi sempre più il capo di tentazioni: nel quale stato s'imbattè, come accade, in qualche amico inatteso che gli aprì le braccia come a un fratello, e l'aiutò a consumare bravamente in poche sere ne' teatri e all'osteria il danaro che per avventura gli era rimasto.

Enrico che pagava per i suoi affezionati amici, quando si trovò a non averne più, immaginò che sarebbe cominciata la volta loro, e che quelli avrebbero pagato per lui. Qui cominciarono i suoi stupori e i primi disinganni; gli amici, al ritrovarlo asciutto, voltarono via, ed il povero giovanetto si accorse un bel di non aver neppure il becco di un quattrino.

Stimolato dalla fame e cominciando a spaventarsi tanto più fortemente della sua povertà, quanto meno vi avea pensato sino allora, ripescò le sue commendatizie e si diè attorno per presentarle a coloro a cui lo avea diretto la sua benefattrice. Qualcuno di questi non si trovava a Parigi, da qualche altro si sentì rispondere con un vedremo, che, inteso nel miglior modo, voleva dir che aspettasse alcuni giorni finchè non gli si trovasse un collocamento. Ed Enrico, sebbene vissuto sino allora di beneficenza, non ebbe il cuore di dire che questa dilazione non la poteva imporre al suo stomaco; il sentimento della sua dignità di uomo ai primi disinganni prevalse a un tratto nel suo cuore, e la natia fierezza gli troncò in bocca ogni più umile richiesta. Risolvette da allora o di bastare con le sue sole forze a se stesso, o di morire di fame.

Ma il giovanetto non aveva appreso nessuno di que' mestieri pe' quali si può trovar facilmente a campar la vita col lavoro delle mani, della stessa lingua che udiva a Parigi non si sentiva molto pratico. E tuttavia mentre gli cresceva la fame e il mondo gli abbuiava intorno, non si perdette di animo. Vicino alla casa dove aveva abitato sino allora, e che doveva lasciare adesso per non poterne pagare il fitto, dopo aver venduto e consumato il suo piccolo corredo, era una bottega dove egli aveva visto più volte affaccendarsi, lavorare e spazzare a gran fatica, un vecchio servitore del bottegaio. Enrico va difilato a lui, gli propone di aiutarlo a spazzare il magazzino e sollevarlo da quella fatica che gli era parsa superare le forze del vecchio. Il volto schietto del giovane, la pronuncia straniera, la offerta inaspettata e modesta commossero alquanto il vecchio, il quale promise che gli avrebbe fatto spazzare ogni mattina per suo conto la bottega, dandogli tre soldi al giorno tanto per non lasciarlo languir sulla via.

Visse Enrico qualche giorno a questo modo, di solo pane. Finito di spazzare la bottega, si rimetteva in giro per saper l'effetto delle sue commendatizie, avendo l'avvertenza di recarsi a far l'ultima visita della giornata ad una persona che viveva in una soffitta; d'onde, in cambio di scendere a dormire sulla strada, rimaneva sulle scale e vi passava la notte sugli scalini, ripensando alla differenza del suo stato presente con quello che già gli avean promesso le sue fantasticherie giovanili.

Le commendatizie intanto non fruttavano ancora nulla, e le notti passate sugli scalini e il pane che poteva comprare co' suoi tre soldi non potevano contentare il nostro Enrico. Un giorno egli seppe nel negozio dove spazzava, che una casa di commercio spagnuola cercava un ragioniere molto esperto e che si fosse contentato d'un piccolo stipendio. Da quando era venuto a Parigi, e massime da quando aveva dovuto provvedere da ai casi suoi, Enrico si era reso un po' più pratico del francese. Inoltre nella sua prima educazione era entrata un po' d'aritmetica, ed avea visti ed ammirati più volte, nel negozio dove spazzava, i libri del banco, e osservato il tenore della scrittura. Non sapendo ancora bene in che mai potesse consistere l'ufficio di ragioniere, parendogli la cosa più facile che non fosse, e stimolato dal bisogno, Enrico un mattino si recò difilato dal negoziante spagnuolo e si offrì pel lavoro che gli bisognava.

Non trovò cattiva accoglienza. Stranieri entrambi a Parigi, e l'uno come l'altro desiderosi di far fortuna, se ben collocati in due posti assai lontani sulla via che vi mena, erano condotti naturalmente a darsi la mano. Lo Spagnuolo accolse l'Italiano in presenza del suo commesso viaggiatore, lo squadrò e gli chiese senz'altro, se davvero si contentasse di un piccolo stipendio, di venire tra qualche giorno a tenere i suoi conti quando il commesso fosse partito. E l'Italiano, senza forse sapere che si dicesse, rispose che sì. Uscì Enrico insieme al commesso, col quale il Galante subito prese amicizia, e tra via andava mulinando su l'impegno che aveva assunto, e chiedendo a stesso come l'avrebbe potuto adempiere. Il commesso spagnuolo lo veniva riguardando, e finalmente gli domandò di che cosa fosse così preoccupato. Il buon giovane rispose francamente confidandogli come egli dubitava di avere promesso troppo.

— Ma vediamo un po', ripigliò l'altro, non ne sapete davvero proprio nulla di conti?

A cui il Galante raccogliendo il concetto che s'era fatto de' registri e de' conti dalle sue osservazioni sul banco del magazzino che spazzava, e confessandogli via via nel discorso a che termini si trovasse, gli venne dimostrando, senza accorgersene, l'onestà dell'animo suo e le sue buone disposizioni al lavoro.

— Io debbo rimanere altri quindici giorni a Parigi, riprese generosamente lo Spagnuolo; prima di pormi in viaggio, se voi vorrete proprio davvero, in questi quindici giorni io conto di mettervi in grado di tenere i registri del nostro banco fino al mio ritorno. Venite intanto questa sera a casa mia, e comincerò a farvi un po' di lezione.

La stessa sera il Galante era a casa del commesso, da cui in pochi giorni apprese tutto quel che sapeva l'altro, sicchè la seconda volta che tornò dal negoziante spagnuolo, il giorno della partenza del commesso, non ebbe nessun ritegno nel porsi al banco lui, ed a contentare pienamente il negoziante. E così Enrico abbandonò la sua granata, i suoi tre soldi per , e l'alloggio poco soffice sugli scalini del suo amico.

Ma era scritto che il Galante non dovesse ascrivere nessun bene al caso, ma soltanto alla sua svegliatezza ed all'amore e alla costanza nel lavorare. Dopo tre mesi che egli s'era allogato col mercante spagnuolo, questi fallì, e lasciò il Galante senza occupazione, e senza altra ricchezza che un po' di buona pratica nei conteggi. Non si smarrì d'animo il giovane neppure questa volta, e pensò che, se aveva già salito uno scalino dall'estrema miseria, gli correva il debito verso stesso di tentare ogni via per non ricadervi, e per pagare almeno il fitto della cameretta ch'avea presa in quel frattempo. Si rivolse a qualche conoscente che s'era procacciato, e s'offerse come ragioniere in que' piccoli negozi, che non potendo far tutta la spesa d'un impiegato proprio, si contentavano d'uno che v'andasse a lavorare qualche ora al giorno. Con quel po' di buona reputazione che s'era fatta, gli riuscì ad accomodarsi in questo modo con quattro o cinque negozi, e raggranellare da diverse parti un cento o cento venti franchi al mese, correndo di bottega in bottega e lavorando per tutta la giornata, assiduo, alacre, ostinato, in quella età così soggetta a tentazioni, in quella città così piena di svaghi. Assicurate, o quasi, un migliaio e mezzo di lire all'anno, e fatto a poco a poco qualche risparmio, volle prender moglie, e riuscì a sposare una buona giovane, non ricca, ma assai bene educata, su cui aveva posto gli occhi da un pezzo.

Un giorno, or sono forse trent'anni, il giovane dottor Garriel, che cominciava a tentare di far noti i suoi nuovi strumenti chirurgici di caucciù, e specialmente il suo pessario, tanto usato di poi tra i pratici di chirurgia, s'incontrò col Galante in uno de' negozi dove questi andava a tenere i registri. Il dottore aveva bisogno di chi si volesse pigliar l'incarico di percorrere le botteghe che vendevano istrumenti chirurgici e le case dei chirurghi più famosi, per proporre loro l'acquisto e diffonder la pratica de' nuovi strumenti. Ma il dottore non era ricco di moneta di credito, e però non potea spender molto per questo, e volea servirsi di chi non gli chiedesse tutto il prezzo del lavoro d'una giornata. Al Galante, a cui il carico della famiglia pareva aver cresciuta lena e voglia di lavorare, sembrò che questo fosse proprio il caso suo. Dovendo girare la città d'uno in altro negozio pe' suoi registri, e non avendo nessun ritegno di andare attorno recando qualcosa da mostrare, non isdegnò l'occasione che gli si presentava, assunse l'incarico e lo adempì fedelmente. Gli strumenti del Garriel cominciarono così a farsi noti fra i chirurghi, e il dottore ad intascarne qualche piccolo benefizio, mentre il Galante era lietissimo di occupar con un'altra sorgente di lucro tutti i momenti della sua giornata, percorrendo a piedi ogni giorno mezzo Parigi, ma riportando ogni fin di mese un discreto gruzzolo a casa.

Il Garriel intanto si rompeva il capo a farsi lavorare i suoi strumenti in una officina, dove poco o nulla s'intendeva di ciò ch'egli volea fare, e dove gli bisognava ad ogni modo pagare il lavoro buono o cattivo. Un bel egli ricorse però al suo Galante, che avea intanto messo da parte qualche moneta, e gli propose di associarselo per fondare una piccola officina per costruire loro stessi gli strumenti, che così sarebbero loro costati meno, e sarebbero riusciti meglio: il Garriel avrebbe diretti i lavori, ed il Galante ne sarebbe stato l'amministratore, avrebbe tenuto i conti, e portata attorno la merce, come già avea fatto sino allora. Consentì il Galante, e, con grandissimi sforzi, per la poca pratica d'una siffatta impresa, lasciati i suoi negozi, aprì negozio per conto comune, non rifiutando allora di ripigliar la vecchia granata per spazzar la bottega. Nei primi tempi tra tutti e due non potevano pagare che un solo operaio e condurre una molto ristretta officina, dove il Garriel disegnava la fabbricazione de' suoi strumenti, e facea saggi e tentativi di strumenti nuovi e di modificazione dei vecchi.

Più d'una volta parve al Galante, che v'aveva messo il piccolo capitale e tutto il patrimonio della famiglia, che le lor forze non potessero bastare all'impresa. Ora l'operaio sbagliava un lavoro, ora bisognava metter su una nuova macchina per un nuovo strumento, e tutta la spesa gravava sul Galante, la vendita progrediva. Mentre il dottore non rischiava che la fortuna delle sue invenzioni, il Galante vedeva in pericolo tutto l'edificio sollevato dopo tante cure e tanti affanni, dal giorno che avea dovuto rassegnarsi a vivere a Parigi col solo lavoro delle sue braccia.

Fra queste contrarietà tra cui il Galante combatteva con una costanza sempre fresca ed un'operosità non mai interrotta, i due socii mandarono un saggio de' loro strumenti alla Esposizione di Nuova York, dove cominciarono ad avere qualche fama, il che procurò loro un maggior numero di commissioni. Nel 1855 essi ottennero finalmente una medaglia all'Esposizione di Parigi, medaglia che n'ha prodotte poi finora più di altre venti. Così le invenzioni del Garriel a poco a poco si diffusero per tutta l'Europa, mediante l'operosità del Galante; alla piccola officina ed all'unico operaio seguì una fabbrica di strumenti chirurgici di caucciù diretta dal Galante, dove ora lavorano cento operaie, a cui nel '64 aggiunsero un'altra dove si costruiscono altri perfettissimi strumenti di acciaio; nelle quali officine, oltre le invenzioni del Garriel, si eseguiscono abilmente ogni sorta di nuovi strumenti che van suggerendo i migliori chirurghi di Francia.

Salito in fama ed in ricchezza pel nome suo nella ditta sociale, e pei guadagni della sua industria, il Galante è diventato man mano cavaliere ed ufficiale dell'Ordine Mauriziano, vice-presidente dell'Accademia agricola industriale e commerciale di Parigi, presidente della Camera dei sindaci pe' lavori di caucciù, guttaperca e tela cerata, una delle sezioni della Camera di Commercio di Parigi, nella quale si risolvono le questioni de' diritti degl'inventori, e si garantiscono quelli dei fabbricanti.

Il Galante, salito in alto per la sola costanza nel proprio lavoro e per la sua specchiata onestà, manda ora viaggiatori in tutta l'Europa e in America a vendere i prodotti delle sue officine, e non ha chi l'uguagli nell'arte sua, con una splendida casa a Parigi e larghissime entrate, non ha dimenticato i suoi principii la patria da lui lasciata in così tenera età, e dove avea trovato così poco aiuto nel muovere i primi passi nel mondo. Dei tanti Italiani che nei rivolgimenti degli anni passati son andati a cercare a Parigi fortuna più benigna di quella che era loro rimasta nella patria serva, tutti quelli che si son rivolti a lui non ne sono partiti senza un soccorso, secondo il caso, di consiglio o di moneta, merito debitamente riconosciuto in questi ultimi tempi dal governo italiano. Accennerò qui solo il caso del dottore in legge Antonio Pivetta, carcerato e bandito da Venezia sotto il governo austriaco, che in un villaggio di Toscana s'era dovuto adattare al mestiere di garzone in un caffè, il quale giunto raccomandato al Galante in Parigi, appena gli diede prova delle sue cognizioni di chimica e di meccanica, divenne prima aiuto, poi viaggiatore e rappresentante in tutta Europa delle fabbriche del Galante, e in Napoli fondò un'officina associata a quella di Parigi, riuscendo così a rinnovare nella prima di queste città l'industria degli strumenti chirurgici.

E così chi potè essere colto dalla sventura continuando ad essere onesto ed operoso, tende naturalmente le braccia a chi scorga nelle angustie da cui egli è già potuto uscire mediante la costanza e la ferma volontà di combattere l'avversa fortuna con animo forte e vincere.

Udite ora la vita di un povero operaio napoletano che per far fortuna non ha dovuto uscire dalla sua città.

 

Gaspare Ragozzino

Il commendatore Gaspare Ragozzino, che nel 1864, in occasione di una festa da lui data, ospitò in sua casa il Principe Umberto, fu figliuolo di Marcantonio, che faceva il mestiere di scortichino, e che vi ammaestrò il figliuolo nato in Napoli nel 1798. Il povero Gaspare rimase nella prima adolescenza orfano, e senza altro capitale che un po' di buona volontà, tra i monelli del quartiere Mercato, dovendo per giunta mantenere col lavoro delle sue mani due sorelle e tre fratelli minori di lui.

Trovandosi con questo carico addosso, avendo in animo di gettarselo via dalle spalle, perdendosi fra' tanti furfantelli che si preparano nella plebe di Napoli a popolarne le carceri, il giovinetto Ragozzino s'afferrò come ad àncora di salvezza al mestiere del laminare il piombo, arte, non solo delle più misere a quei tempi a Napoli, ma insalubre per stessa, perchè chi vi s'adopera suol aver abbreviata la vita dalle coliche.

Il misero giovinetto tuttavia tirava innanzi giorno per giorno esemplarmente nel suo lavoro, raccattando pochi quattrini, e togliendosi di bocca la più parte di quel che guadagnava per sostentare i suoi. Un giorno un suo zio materno, Antonio, che aveva messa su una piccola fabbrica di pallini da caccia, lo chiamò a lavorare presso di come operaio, sperando miglior profitto dalla operosità del nipote che di qualunque altro più esperto nel mestiere.

Lo zio Antonio era lunatico: ora generosissimo ora tapino, di un umore strano e variabile, un sembrava non vivesse che pel suo giovane nipote, il quale in breve gli aveva fatto fruttare assai il negozio, un giorno pareva che non avesse altro in capo che martoriarlo, e lesinargli anche il salario quotidiano. Gaspare non si corrucciava per questo facilmente, pigliava il bene con gratitudine, e sopportava in pace le trafitture che aveva dallo zio, pago di ricambiarlo dei benefici col farne prosperare il commercio, e soddisfatto a vedere come la sua accortezza e la sua costanza sembrassero giovare non pure a solo ma a tutti coloro che gli erano attorno. Un'altra ragione lo confortava anche nelle noie del suo mestiere, un affetto da prima umile e inconsapevole, ma che poi gli crebbe ogni più nel cuore, per la figlia di Antonio, una bella e buona giovinetta, la quale a lui pareva non sarebbe stata aliena dall'accogliere prima o poi i voti del vivace ed operoso cugino.

Gaspare era divenuto già un uomo pieno di buone speranze, ben veduto in tutto il suo rione, e tenuto pel più esperto ed assiduo lavoratore che si conoscesse nell'arte sua; i genitori di tutto il vicinato lo mostravano a dito ai loro figliuoli come esempio di giovane onesto e operoso che col solo suo lavoro riusciva a mantenere una famiglia che non s'era fatta lui, i suoi fratellini e le sorelle minori. E tuttavia con l'umore balzano dello zio egli non potea dirsi sicuro neppure del dimani; mentre per la grave spesa che s'era assunto di mantenere quasi solo altre cinque persone, non gli era riuscito di metter nulla da parte; il che dopo l'amore per la cugina era la lima più continua del suo cuore.

Un giorno gli venne in mente un'idea ardita; fattosi esperto de' vari rami di commercio che s'attengono al lavoro de' metalli, ed accortosi del monopolio che pochi negozianti stranieri faceano in Napoli a quel tempo delle ferramenta e farrarecce che s'importavano di fuori, trovato lo zio in un buon quarto d'ora, gli propose di aprire un negozio di tale mercanzia, e gli chiese un capitale di mille ducati, col quale era sicuro, ordinando direttamente la merce alle fabbriche straniere, di fare un guadagno tale, che egli avrebbe potuto in breve pagargli il grosso interesse dei mille ducati, e restituirgli assai presto il suo capitale se l'avesse voluto. Allo zio garbò la coraggiosa idea dell'operaio, e, fattogli firmare un'obbligazione senza scadenza fissa, gli contò l'una sull'altra le piastre che gli bisognavano.

Non era passato un anno, che già il negozio di Gaspare aveva preso un discreto avviamento, e lo zio Antonio aveva anch'esso cominciato a trarne i primi frutti. Il giovane in questo intervallo, profittando di qualche ritaglio di tempo che gli rimaneva libero, s'era venuto istruendo nel leggere, scrivere, e far di conto, perchè non gli era parso mai possibile divenir uomo senza acquistare queste cognizioni atte, anzi indispensabili, a condurre innanzi le sue faccende. In fine, quando gli parve che non gli potesse in nessun modo toccare un rifiuto, andò a trovare lo zio e gli chiese senz'altro la mano della figlia.

Ma allo zio Antonio, che in quei giorno si trovava d'un umor nero per certi affari che gli erano andati male, questa richiesta del nipote parve un insolente follia. Avvezzo a tenerlo da' primi anni come sua creatura, gli sembrò uno scandalo vedere come questo nipote, che egli diceva di aver raccolto dalla strada, potesse aver levati gli occhi tanto alto, che trattava da pari a pari. Montò in bestia al primo udirlo, lo caricò di villanie, e cavato il documento da cui risultava l'obbligo di Gaspare, glielo squadernò sotto gli occhi e gli chiese entro tre giorni i suoi mille ducati, dei quali avea bisogno, disse, per certi suoi debiti urgenti, e che non potea lasciargli in mano un'ora di più, poichè l'avea conosciuto a prova per un ingrato e un insidiatore della pace di casa sua.

Io non so se voi, lettori benevoli, possiate immaginarvi l'infelicissima condizione in cui si trovò ripiombato a un tratto il povero Ragozzino. Mentre si vedeva sfumare la speranza così a lungo nutrita di potere un giorno sposar la cugina, speranza che lo avea confortato nelle aspre lotte della sua vita, si vedeva rigettato d'un tratto nell'antica miseria, e probabilmente costretto a smettere, appena aperto, il suo negozio; che pure egli avea fede che gli avrebbe assicurata in pochi anni una onesta agiatezza. E dovendo cominciare da capo a lavorare da operaio, gli parea imminente il giorno in cui le sue sorelle e fratelli avessero a chiedergli invano il loro sostentamento. Pregato e ripregato, lo zio stette duro, e gli ripeteva biecamente che se non gli si levava dai piedi, il termine di tre giorni l'avrebbe ridotto a ventiquattr'ore.

Visto che non v'era rimedio, Gaspare non si perdè d'animo. Chiuse nel petto la sua ambascia, e si diede a girare la città in cerca di chi gli volesse prestare la somma, dandogli in garanzia il suo negozio e la sua parola. E siccome il giovane s'era in poco tempo acquistata la reputazione del più puntuale tra i mercanti del rione, non gli riuscì difficile ottenere quel che voleva, e quindi ebbe la soddisfazione di mettere il piede l'ultima volta in casa dello zio per restituirgli il suo danaro, ventiquattro ore sole dopo che gli era stato richiesto.

In pochissimo tempo Gaspare seppe riparare allo strappo fatto così nel suo piccolo capitale e prosperare nei guadagni con onestà ed accortezza. I cavilli, le menzogne, i ritardi ai pagamenti, la mala fede, lo sprezzo del risparmio erano vent'anni fa il costume consueto de' mercantucoli napoletani, che assai spesso immaginavano che le bugie e le furberie potessero giovare in commercio più della semplice e specchiata onestà. È un abito da cui non si è ancora molto progredito da' mercanti al minuto in Napoli, se bene una scossa forte non sia mancata. E da questo deriva che i piccoli mercanti non riescono quasi mai quivi ad allargare i loro affari, e che per conseguenza anche oggi il commercio all'ingrosso continua quasi tutto in mano di stranieri, e, dopo il '60, anche d'altri Italiani. Gaspare, senza esservi spinto da troppi esempi, avea trovato nella propria onestà la norma più sicura per prosperare. Contemporaneamente, senza mai ricorrere a maestro, egli era riuscito a poco a poco ad imparare l'italiano, il francese e l'inglese così bene, che negli ultimi anni nessuno l'avrebbe distinto, nel sentirlo parlare, da una ben educata persona.

Così alfine egli era divenuto il primo ed il solo Napoletano che, secondo ciò che s'era proposto, importasse direttamente dalle fabbriche straniere ogni maniera di ferramenta che non si sapeva fabbricare in paese. La sua ricchezza cresceva di giorno in giorno, e con questa la sua generosità verso gli infelici. Il suo rione, quello del Mercato, è uno tra i più popolati e de' più poveri di quella parte della città, dove non abitano generalmente che operai e plebe infelicissima, tra cui pochissimi benestanti. Immaginate ora quante occasioni dovesse egli avere di soccorrere quei miseri che stentavano intorno a lui, com'egli stesso aveva stentato nella sua giovinezza. A lui si ricorreva da tutti per soccorso e per consiglio, egli era a capo di tutte le opere di beneficenza, di tutte le collette, in tutte le occasioni che il colèra, la carestia, o qualche altro flagello sovrastasse ai suoi poveri concittadini. La fama delle sue opere uscì a poco a poco dal rione dove abitava e si diffuse per la città e fuori. Divenne Console delle repubbliche dell'Equatore e dell'Uruguay; e quando il Principe Umberto fu a Napoli nel 1864 volle, invitato, onorare della sua presenza in una splendida festa la casa del benefattore dei poveri.

Il giorno che si sparse la nuova della morte del Ragozzino due anni or sono (1866), tutto il popolo del Mercato fu colpito come da una propria e grande sventura. E migliaia di persone fecero splendido corteo alla salma dell'operoso cittadino, del povero che, arricchito col lavoro e con la rettitudine, era diventato il padre dei poveri.

 

Domenico Morelli

Uno dei primi artisti viventi, ben noto in Italia e fuori, Domenico Morelli, nacque, com'egli m'ha francamente raccontato, in Napoli intorno al 1825, da parenti poverissimi. egli ha acconsentito a fornirmi particolari della sua vita combattuta se non dopo aver inteso come non si volesse qui glorificare il pittore, ma far noto semplicemente quanto sforzo di volontà gli fosse costato il muovere i primi passi nella via ch'egli tiene nell'arte.

Nella sua infanzia egli rimase orfano del padre, e venne affidato alle sole cure della madre, una buona e religiosa massaia, amorosissima dell'unico figliuolo, ma desiderosa d'avere, quando che fosse, il prete in casa. La prima educazione del Morelli consistè nel leggere, scrivere, e saper latino, di cui fu imbrogliata la sua mente da preti che gliel'insegnavano con salario e senza, finchè i maestri n'ebbero pazienza. Esaurita questa, e difettando alla madre del Morelli il vitto nonchè la moneta necessaria per continuar l'educazione del fanciullo, le fu consigliato di metterlo, verso i dodici anni, presso Innocenzo Bandiera, costruttore, a quel tempo, di strumenti di fisica della Università. Il fanciullo profittava poco nell'arte, come poco frutto avea fatto col suo latino: gli dava gusto invece in quella tenera età soffermarsi, nell'andare e nel venire dalla bottega, in via Mozzacannone e guardare le figure di santi dipinte da quei pittori d'immagini, dove si rimaneva con tanto d'occhi un bel pezzo, e gli pareva che gli si scoprisse un nuovo mondo.

Non appena potè, la madre tornò al suo vecchio proposito del prete, e mandò il figlio a scuola dei Gesuiti, dove riuscì al Morelli un giorno di avere un pastello da un compagno, di cui si servì ad imbrattare ogni briciolo di carte che gli capitava a casa o in scuola. Un prete amico di casa regalò in quel tempo al Morelli una copia dei Promessi Sposi, che vennero a proposito a ravvivargli la mente intorpidita dal latino gesuitico, e ad aprirgli un largo campo al suo solito fantasticare e sgorbiare con matite e colori oggetti e personaggi di ogni sorta. Così a poco a poco entrò nel pensiero del fanciullo di voler diventare un pittore; e richiese ed ottenne dalla madre, dopo lungo contrasto, d'esser mandato a studiare il disegno da un valente artista napoletano, il Rocco, quand'era già sui quattordici anni.

Dal pittore, il Morelli tornò per poco al meccanico per raggranellar qualche soldo alla settimana; si allogò poi a tirar linee e fregi sulle tele con un pittore di stanze, ma tornava sempre al Museo, e cominciò a frequentar l'Istituto. Nelle classi di questo la libertà era perfetta: vi entrava chi voleva, e mutava di classe chiunque lo credesse meglio. Ed il Morelli dopo ogni sconfitta che riceveva nei concorsi, ogni volta che dopo un'assenza più o meno lunga tornava alla scuola, si presentava ad una classe superiore a quella che aveva lasciata, per questo si era procacciato a poco a poco il soprannome ironico di pittore coraggioso.

Il nostro Istituto a quel tempo s'era ridotto a ben povera cosa. Più centinaia di giovanetti, poveri quasi tutti e desiderosi di tentar l'arte in qualunque modo, vi si accalcavano nelle sale disegnando, colorando e imbrattando senza giusta guida, contentandosi i professori di raddrizzare loro una linea, d'attenuare uno scuro, adombrare un chiaro, ma non esponendo mai loro alcuno concetto dell'arte. Gridavano e ripetevano — l'antico, Raffaello, proporzioni, piramidi — e non facevano punto intendere le ragioni delle linee e dei colori, capire se bisognasse sentir dentro e volere esprimere da qualcosa prima di metter mano a matita o pennello; così che altro concetto della pittura non sorgeva negli scolari se non che fosse un mero risultato di proporzioni e di correzioni di linee e di colori. Non si parlava di libri d'onde si potessero cavar le invenzioni; di prospettiva, delle ragioni ottiche della luce, del valore de' toni dei colori, non si faceva motto. Un più qui o più , una linea addrizzata o curvata, era tutta la loro lezione.

Il Morelli, a cui questo pareva troppo poco, cominciò a pensare tra che così magri precetti non aveano a far molto con la vera pittura. Anche nella grammatica, pensava con fanciullesca vivacità il piccolo imbrattacarte, ricordando la sua scuola, noi abbiamo esempi per non fuorviare dalle regole e non cadere in solecismi, ma il bello e buon latino è solo quello che vive eterno nelle scritture de' classici, che sentirono il loro soggetto scrivendo; e così poco si può dalle sole regole riuscire a dipingere davvero, come la sola grammatica, con gli esempi tolti da quello o questo scrittore, potrebbe dar la vera via alla buona e ingegnosa scrittura.

I quadri che si raffazzonavano alla peggio all'Istituto sembravano al giovanetto rappresentazioni di uomini, di fatti e di oggetti ch'egli non riscontrava in questo mondo, e che non poteva piegarsi a riconoscere per ammirevoli ripetendo il motto, volgare fra gli accademici, che il mondo artistico dovesse essere un'altra cosa, comodo coperchio ad ogni povero e presuntuoso ingegno. Il Morelli quindi, e i suoi colleghi più svegliati, pur valendosi de' modelli e de' sussidi materiali dell'Istituto, quanto a consigli preferivano a quelli de' professori un motto di un letterato, o una notizia d'uno scienziato che paresse sonar loro qual cosa di vivo o di vero. E però ricercavano di continuo con ansia e tornavano con istanza, anche male accolti, a chi credevano che potesse giovare loro in ciò di cui sentivano il continuo difetto tra l'aer grave e morto diffuso allora nel paese.

Ma queste bellissime fantasie non permettevano che il fanciullo trovasse altra soddisfazione a vagheggiarle che in medesimo. In tutti i premii che tentava di ottenere non riusciva che a raccogliere dei zeri nel giudizio dei professori; i quali rispondevano alle sue singolari obiezioni intorno all'arte con isdegnosa meraviglia. A casa poi ritrovava la mamma, a cui il suo inconcludente scombiccherare imbrattava la casa, senza arricchirla mai d'un soldo, e che molestata dai preti e dai vicini pel nessun profitto che le si rinfacciava del figlio, lo tormentava, amorosa ma assidua, e non gli lasciava requie perchè invece di farsi prete si era voluto mettere per una via che pareva senza uscita.

i compagni del giovanetto lo incoraggiavano da parte loro, sebbene i più ingegnosi sostenessero nella sua opinione che la vera pittura dovesse esser cosa nuova, e diversa da quella ch'era loro insegnata, ed i più, schernendolo senz'altro della sua sfiducia nei maestri, tutti insieme s'accordavano a concludere che con quell'arte sola tra mani, quelli che non avessero avuto altro di che vivere non se lo sarebbero mai procacciato ai tempi che correvano.

Questi motivi non indebolirono tuttavia d'un punto la indomita risoluzione del giovanetto, che convinto com'era, che i suoi zeri fossero ben meritati, era certo che un giorno avrebbe potuto far meglio, solo che prima d'istruirsi e prepararsi al suo immaginato trionfo non avesse dovuto morir di fame. Il che poi, non gli sembrava il minore ostacolo; perchè già vedeva la madre vendere uno dopo l'altro i pochi oggetti che le rimanevano in casa, e osservarlo al suo ritorno, impaziente, dolorosa, e rimbrottarlo o tacere con lui con un aspetto che gli cuoceva più d'ogni espresso rimprovero.

Io vorrei che tutti i giovani che incappano nell'errore di scambiare un fiacco capriccio passeggiero, una velleità senza lena con l'impulso genuino dell'ingegno, udissero raccontar, come è accaduto a chi scrive, dalla bocca d'uno de' più illustri pittori contemporanei, questi particolari della lotta che ha dovuto combattere contro la fortuna. Quanti che si dicono superiori al loro mestiere e nati all'arte e per l'arte, solo per iscusarsi con stessi dell'ozio cui si sforzano trovare una scusa, s'accorgerebbero nell'udire un uomo di vero ingegno artistico, come sia raro il caso di questo; e come nel caso che esso vi sia davvero, non v'è ostacolo difetto che possa distoglierlo dal suo cammino!

La prima consolazione che toccò al Morelli dopo quattro o cinque anni di lotta tenace con la sventura e la miseria, fu una frase riferitagli da un usciere. Dopo aver raccolto larga mèsse di zeri in tutte le prove, egli, che saliva dall'una all'altra prova più difficile, avea voluto concorrere al premio di Roma, cioè ad uno dei tre posti che si conferivano allora per dimorare a Roma sei anni con un assegno di trenta ducati al mese, prima che a Ferdinando II fosse venuto in capo il peregrino decreto con cui fu trasferita a Napoli la dimora dei pensionati di Roma. La solita sentenza di riprovazione non mancò neppure questa volta al Morelli, che aveva arrischiato un suo quadretto sul tema del Saul calmato da Davide; ma un usciere benevolo gli aveva riferito di aver ascoltato di dietro alla porta che un professore aveva detto del suo quadroC'è qualche cosa qui dentro: costui io proprio lo manderei a Roma. — Questa frase sola valse pel giovinetto quanto il premio stesso, e bastò a consolarlo di tutte le sue noie passate.

In quel tempo egli si era guadagnato finalmente qualche lira, della quale si giovava per iscusarsi quasi con la madre del suo amore per l'arte, dipingendo alcune rappresentazioni di storia negli Asili infantili che allora si cominciavano ad aprire in Napoli, o acquarellando qualche litografia per la spalliera delle sedie che alcuni a quel tempo usavano figurate delle battaglie napoleoniche. A quel tempo, l'avvocato Francesco Paolo Ruggiero, ministro poi delle finanze di Napoli nel 1848, ora deputato, che l'avea conosciuto e protetto con affezione fin da fanciullo, accortosi della mirabile costanza del giovane e persuadendosi che abbondasse d'ingegno artistico, che solo dovesse correggersi con lo studio dell'antico, gli assegnò dodici carlini al mese, col patto che egli disegnasse il Laocoonte dal gesso che è nel nostro Istituto.

Con queste preparazioni un bel il Morelli riuscì il primo della classe in un doppio concorso del nudo dipinto e disegnato; il che d'un tratto gli procacciò una grandissima autorità fra' compagni, e gli aprì la via ad altri studi ed a maggior fiducia in stesso. Da quel momento cominciò a vincer premi, l'uno dopo l'altro in tutte le prove che si facevano all'Istituto, il piccolo provento de' quali gli pareva anche troppo a vivere nel modo parco a cui egli era avvezzo. Vinse quindi il premio d'un quadro, rappresentante l'angelo che porta le anime al Purgatorio dantesco; e raccolte centocinquanta lire, s'avviò con queste frettolosamente a Roma il '45, dove stette un mese a vedere e a meravigliarsi più che a studiare, in quel mondo nuovo che gli si apriva allo sguardo.

Tornato in Napoli, si ricoverò da un suo compagno in un misero studio alle Fontanelle su la collina di Capodimonte, vietando l'ingresso a tutti, chiusi e sconosciuti fantasticando e abbozzando. Il Morelli allora si diè tutto ai soggetti del medio evo, tanto divulgati dai romantici di quel tempo; e colla solita pertinacia che metteva nei suoi studii, dalle letture del Mengs e del Winkelman nelle biblioteche pubbliche, passò a interpretare il Camoens e una collezione di poesie provenzali, e riuscì da solo a leggere que' libri come l'italiano. Concepì in questo periodo e, fra una miriade di abbozzi e di tentativi, si diè a lavorare ad un quadro rappresentante un bacio, tratto dal Corsaro di Byron, per la mostra pubblica che dovea aver luogo quell'anno. Non avea modello di donna e non potea pagarlo, e l'amico gli servì da modello con l'aiuto d'un testa di gesso e il volto d'una sua parente, ad onta che la madre gli facesse guerra su queste fantasie baironiane che la scandalizzavano ed a cui non si rassegnò che a grande stento, donando al figlio l'ultima tovaglia di Fiandra, tenuta in serbo, per distenderne la tela su cui ritrarre quel soggetto.

Lavorando tutta la giornata, non mangiando quasi nulla, chiusi nello studiolo e ignoti al mondo intero, i due romiti erano intanto contenti come eroi, e certi della loro grandezza futura. Si promettevano che non avrebbero mai venduti ad alcuno i loro quadri; e quando la estrema stanchezza li forzava a sostare un poco da' loro lavori, dicevano tra loro di meritarsi un po' di premio. Il quale poi era questo, che tutti e due verso l'imbrunire s'avviavano alla villa Ruffo a Capodimonte ad attendere lo squillo d'un armonioso orologio ch'è su quel palazzo gotico. Quivi giunti tacevano aspettando, e non tirando neppure il fiato. Ed ecco udivano uno dopo l'altro i rintocchi che scendevano al cuor loro dolci come baci d'innamorata, e poi tornavano a casa commossi e giulivi come chi avesse ricevuto ricompensa troppo più grande del proprio merito.

Ogni volta poi che bisognasse al Morelli riscontrare il volto della donna, che dipingeva, con quello della sua parente siccome non eragli mai parso impresa possibile il procacciarsi altro modello femminile, bisognava portare la tela così com'era sino a Santa Lucia, a casa sua, attraversando col quadro addosso per due miglia l'intera città. Con poca fatica gli amici davano agli abiti loro un aspetto anche più misero che non avessero, e per non essere canzonati si tramutavano in due facchini: così sull'alba scendevano dallo studiolo alla casa del Morelli. Questi cercava la sua parente, le poneva il capo in posizione, e ritraeva. E poi, aspettata la sera tarda, il pittore si caricava di nuovo il quadro e partiva seguìto dall'amico, che con una gran mazza in mano gli guardava le spalle da monelli e da ladri che spesseggiavano, e si rintanavano contenti a mezza notte per ricominciare all'alba i propri lavori.

Oltre al Corsaro, il Morelli lavorava in quel tempo ad un bozzetto, rappresentante una sfida di Trovatori, in cui la regina della festa premiava con la viola d'oro il migliore degli emuli. Gli era oltremodo caro questo bozzetto, perchè gli parea rivelargli quasi il sogno della sua vita, ed aveva ritratto stesso nel trovatore premiato. Ad un amico che avea ammesso a visitarlo, disse che non si sarebbe potuto separar mai dal quadro e che non l'avrebbe mai venduto; ma quest'amico gli chiese francamente di poterlo esporre in una prossima mostra come suo. Al che il Modelli, che aveva carissimo quel giovane, acconsentì purchè dopo glielo avesse ridato. Il bozzetto fu esposto e premiato, e avendolo il Direttore dell'Istituto chiesto al giovane che l'avea presentato in nome suo, questi non glielo seppe negare. Al Morelli parve di impazzire a questa notizia, andò a far visita al Direttore che possedeva il quadro, lo rivide come se avesse rivisto un figlio perduto, e sentì per giunta i gravi rimproveri del Direttore, che gli diceva si specchiasse in quel bozzetto, egli così matto pittore, e imparasse ad ammirare i giovani di vero ingegno. La generosità nativa vinse in lui ogni rispetto, tacque, e si contentò di avere dall'infedele amico una cattiva copia del bozzetto perduto.

Quando il quadro del Bacio del Corsaro fu finito, e il Morelli lo portò perchè fosse esposto nella mostra pubblica di quell'anno, nella Commissione dei professori, che dovea giudicare delle ammissioni, sorse una fiera battaglia sull'opera del giovane che poneva da qualche anno in scompiglio le regole dell'Istituto, e fu discusso gravemente se dovesse negarsene la esposizione per lo scandalo del bacio che v'era rappresentato. Il Morelli, all'udire questa notizia, stupì che si potesse pensar questo: andò a trovare il più fiero de' professori, ma non riuscì a persuaderlo. Commosso, consapevole di quanto gli era costato il quadro, e come non avea pensato nel dipingerlo a nulla che non fosse santo ed onesto; incapace di ritrovarvi quello scandalo, che gli si imputava; convinto in fondo all'animo dell'odio che il lampo del suo ingegno e la fiamma delle sue parole sull'arte gli avevan destato contro nella maggioranza dei professori, riuscì ad ottenere una mezza promessa che, se il prete Scotti confessore di Ferdinando II avesse attestato che il quadro potesse esporsi, non si sarebbe persistito nel divieto. Si recò quindi dallo Scotti, e rivelandogli in che modo avesse ritratto il quadro senza modello, e l'animo che aveva avuto nel dipingerlo, n'ebbe un'approvazione per iscritto, con la giunta di una lieve romanzina pel suo soggetto baironiano. Si recò quindi col quadro e con la carta dal professore alla vigilia della mostra nella sala di questa, ma il professore, duro, rivendicò all'Istituto il diritto pieno della censura sui quadri, sicchè il Bacio del Corsaro restò alla porta della sala in un angolo oscuro fuori della mostra.

S'aprì questa il appresso: molti che avevano udito parlare del quadro, del diverbio, e comprese le vere cagioni del divieto, chiedevano all'usciere del quadro scandaloso, e questi lo mostrava in segreto; ma a poco a poco si fece attorno ad esso un gran crocchio di ammiratori, dietro i quali si rimaneva tacito e contento l'autore. Quand'ecco giunge il professore castrapensieri, riguarda, s'accorge della cosa, si gitta sul quadro e lo scaglia in mezzo al cortile, dove n'andò in pezzi la cornice.

Il chiasso fu grandissimo, si riseppe tutto il fatto dal pubblico, l'Istituto fu costretto a farne ammenda decretando al Morelli pel suo quadro non esposto una medaglia d'oro.

Indignato per questo fatto il Morelli risolse di uscire ad ogni costo da Napoli. Avea concepita l'idea di una Madonna che culla il bambino, aiutata da San Giovanni, con un coro d'angeli, che accompagnano co' loro strumenti la ninna nanna della Vergine, e ne avea intrapreso il disegno, ma risolse di compierlo a Roma. Un bel vendè tutto quel che avea nel suo studio, ne ricavò una cinquantina di scudi, riuscì a procacciarsi un passaporto e s'avviò per Roma. Appariva allora quella ingenua aurora del '47, quando illusioni d'ogni specie signoreggiavano il cervello degli Italiani, ed ai giovani sembrava che fosse per nascere un nuovo mondo. A Roma era come una scena continua ad una continua aspettazione di felicità. L'amnistia, Pio IX, Gioberti, le riforme, la Confederazione italiana, infiammavano popolo ed artisti. Fra questa baraonda il Morelli si diè a lavorare al suo quadro della Madonna che culla, e lottando col danaro, perchè per tutto il tempo che potea rimanere a Roma gli bastasse a compiere il lavoro; ma con poca speranza di riuscirvi. Colà egli non aveva conosciuto altri che un vecchio pittore romano, il Ruspi, che lo avea preso a ben volere, e in casa del quale aveva cominciato il suo quadro.

Ma un giorno tornando alla sua locanduccia, il Morelli mise mano nel suo baule per pigliarvi qualche danaro, ma con suo grande spavento non vi trovò più nulla. Proteste e minaccie furon vane; la sua camera era stata lasciata aperta, e la polizia di Monte Citorio rispose ai suoi reclami con una stretta di spalle. Gira solo mezza città disperato, non della vita a cui vedea mancare ogni mezzo, ma del quadro che non avrebbe potuto più finire. A sera ritorna a casa, torna per cercar di nuovo fra la sua roba, e non vi trova più neppur questa. Il locandiere non v'era, e il Morelli, certo d'un altro furto che gli toglieva l'ultima speranza, affannato, impazzito, uscì di nuovo dall'albergo, col cuore chiuso e quasi fuori di : gli pareva che ormai non gli giovasse più a nulla la vita.

Fatti pochi passi, incontra il figlio del professor Ruspi, che lo ferma e gli chiede sorridendo dove andasse. Gli dice poi che la roba l'avea presa lui, e portata in casa del padre per salvare da qualche altro furto il resto della roba del suo amico, e l'invita a venir a stare con loro. S'avviano a casa Ruspi, dove il generoso professore gli offre ospitalità, gli chiede se voglia dormire col figlio, e gli mostra sul tetto un locale dove potea metter su il suo studio. Non era ricco, e il Morelli avrebbe dovuto provvedere da al vitto; quanto al resto, non gli sarebbe mancato nulla.

Risalito così dall'inferno al cielo, il Morelli si rimise con più lena al lavoro. Non potea pagare per i modelli, ed egli senza scorarsi per questo decise di trattenersi per lunghe ore nei musei e nelle chiese di Roma, a ritrarvi pel suo quadro le pieghe e le membra che avessero le stesse movenze, e che potessero servire al caso suo in cambio del modello. Talvolta, dopo un lavoro di più ore, tornato a casa si rimetteva senza mangiare al suo quadro, non volendo chiedere al suo ospite ciò che questi non gli aveva offerto. Visse in questo tempo il Morelli quasi di nulla, pagando un paolo all'osteria, dove a pittori più ricchi di lui spesso si facea credito, e dipingendo qualche ritratto. Una volta Pasquale Villari suo amicissimo, ed ora suo cognato, gli mandò da Napoli una decina di scudi, ricavato dalla vendita di un orologio che avea come ricordo di suo padre, e scrivendogli invece che non aveva bisogno di quel denaro, che a lui a Roma potea difettare; e così lo soccorse col più grande de' sacrifici che potea fare l'amico a quel tempo per lui, come prima e dopo quel tempo lo sovvenne di consigli, di incitamenti, ed anche di rimproveri generosi, a cui il Morelli fu in gran parte debitore di quello che è divenuto.

Un monsignor Colombo, prelato in molta grazia del papa, aveva in questo tempo ordinato un quadro rappresentante Cristoforo Colombo ad un pittore amico del Morelli. Non potendo quel pittore fermarsi in Roma, chiese al Morelli se volesse lavorare per lui. Il Morelli accettò; e presentato un bozzetto al prelato, questi lo approvò, e il giovine si mise al lavoro. Con le anticipazioni di pochi paoli che gli fece il prelato, il Morelli potè continuare a vivere e a lavorare alla sua Madonna, finchè l'ebbe finita; ed il Cipolla, l'illustre architetto, che l'aveva vista e gli voleva bene, fu quegli che pagò pel Morelli gli scudi richiesti per la tassa della mostra, e che gliela fe' porre a posto.

Il giorno che fu mostrata al popolo con la solennità che s'usa a Roma la Madonna con altri quadri, fu una terribile prova pel Morelli. Recatosi all'osteria al suo solito cantuccio dove si riduceva sconosciuto da tutti, ebbe a udire il franco giudizio dei più valenti artisti ch'erano allora in Roma. Il giudizio di tutti riassunto dall'energica parola del Caffi, morto poi a Lissa, che allora era in Roma, fu che due quadri soli fra i tanti episodi avevano vero valore, uno dei quali d'un pittore del tutto ignoto, una Madonna d'un certo Morelli.

Il nostro pittore non potea più contenersi, e fu riconosciuto da tutti quando il garzone dell'osteria, che ne sapeva il nome, andò a cercarlo nel suo cantuccio e gli chiese se il Morelli fosse lui. Le grida andarono al cielo a sentir che così era; e più crebbe la meraviglia, quando seppero con che strana fatica, in difetto di modelli, avesse dovuto egli condurre la sua pittura. Il Caffi lo prese per mano, ed in presenza di tutti lo rimproverò, perchè avendo bisogno di lavorare, non avesse mai mostrata fiducia nella società dei pittori che studiavano a Roma, per ogni sorta di sussidi. Il Morelli volea rispondere, ma quei gli rinnovò i suoi rimproveri, a cui tutti gli altri fecero coro. Rincarò su questi rimproveri il garzone dell'osteria chiamandosi offeso, con quella generosità che s'incontra nella plebe romana, che il Morelli ridotto a tali strettezze non avesse fatto mai a credito con lui come tanti artisti più ricchi, coi quali egli faceva i conti solo a quadri finiti; e non s'acquietò se non quando il Morelli gli ebbe consentito, per ammenda, di non pagare più il conto da quel giorno sino a quello della sua partenza per Napoli.

Era maturata in quel tempo col quarantotto la costituzione di Napoli, ed il Morelli, cinto di nuova gloria, volle tornare a vedere il suo paese che, già spregiato da tutti, ora gli parea che si fosse d'un balzo lasciato indietro il resto d'Italia. Quivi si ritrovò tra vecchi amici e nuovi ammiratori, co' quali sebbene consentisse per tutto in politica, pure non amava vivere dentro que' trambusti; e riprese le abitudini del suo studiolo chiuso e solitario, interrotte soltanto da un po' di zuffa con l'Istituto, che abortì, come tanti altri bei principii, nel quindici maggio.

Quel sull'alba il Morelli udì delle barricate e della lotta imminente; uscì dal suo romitaggio, e venuto a Toledo, tra mille stupori incontrò a un tratto armati il La Vista, il Marvasi, il Villari. S'arma: comincia, non s'è mai saputo come, la zuffa, ed egli si trova fra i primi. È preso in una casa da cui combatteva, gli fanno attraversare le vie tra i soldati che gli fan fuoco addosso ma non lo colgono, gli danno colle baionette e lo feriscono al fianco e alla guancia, lo traggono all'Arsenale per la piazza del Palazzo Reale, dove da un lato gridavano le torme dei lazzari attorno ai carretti di robe saccheggiate alle case, dall'altro le musiche militari ripetevano furiose l'inno borbonico. Era l'ora che cadevano il La Vista, il Santilli e tanti generosi, dopo centinaia di Svizzeri e d'altri soldati; l'ora in cui si fucilavano nell'Arsenale non pochi prigionieri. Al Morelli che sanguinava ed a quelli condotti con lui per poco non toccò la stessa sorte. Una femmina del popolo gli strappa la barba a ciocche, un birro gli tanaglia le carni colle dita: son messi in fila in faccia ad un drappello Svizzeri, e si tengono sicura la morte. Qualcuno rimpiange la moglie, i figliuoli; al pittore parea che non gli potesse accader meglio che uscir da tanta tortura. Dopo un poco li mandano all'ospedale di marina dove passano la notte alla rinfusa tra un carnaio di Svizzeri morenti per le ferite di palla bene aggiustate e di prigionieri paesani più o meno malconci. I marinai chiamati come infermieri russavano ubbriachi per terra, mentre i cittadini feriti si levavano brancolando in camicia a portar da bere agli Svizzeri che ne chiedevano tra la arsura della morte. A mezzanotte si ode un rumore alle porte, ed entra una turba con Ferdinando e i suoi fratelli che visitano i feriti e fanno inchieste birresche ad uno ad uno ai paesani. Il Morelli era senza forze e non rispose. Dopo quattro giorni di strazi i sani e i meno malconci furono mandati via: tra questi era il Morelli.

Si rimise ai suoi studi di pittore, pieno d'una crescente malinconia per gli amici uccisi, prigionieri o fuggiti, pel continuo spavento della madre, e lo sguardo che gli era sopra continuo della polizia. Pure non s'era mai occupato di politica e non aveva l'aria di cospiratore, sicchè sfuggì dalle branche dei birri.

Alla mostra pubblica del '49 egli espose un quadro in cui rappresentò il Van der Welt in mezzo ai corsari sopra una riva romita. Batteva sempre questi soggetti che gli parea quasi dicessero più che non apparisse. V'era gran vita nel quadro, verità nuova e inusitata. I professori appuntavano la luce del fondo troppo chiara contro l'uso de' classici, se bene conforme al vero: il pubblico ammirava. Premiato nella mostra, concorse l'anno appresso al pensionato di Roma, e l'ottenne con un Goffredo a cui appare l'angelo del primo canto della Gerusalemme.

Ma i professori ed i birri trovarono che l'aria di Roma non aveva nessuna virtù pittorica propria, e che i buoni giovani pensionati fosse meglio educarseli a Napoli pel loro meglio di questo mondo e dell'altro. Così il Morelli dovè rimanere qui a dipingere i saggi che si richiedevano ai pensionati, e ritrasse un neofita nelle catacombe, due martiri legati presso al rogo, sempre soggetti di quelli in cui Ferdinando trovava un pensiero. Poi il gran quadro di Cesare Borgia a Capua in mezzo alla preda d'una folla confusa di donzelle. Nella mostra del 1855 ottenne il gran premio coi suoi Iconoclasti che rivelarono a tutta Napoli la maturità d'un gran pittore, e stupirono tutti per la verità del tocco e la sicurezza del dipingere, ma non soddisfecero per questo il pittore, a cui pareva sempre lontana quella perfezione che avea desiderata. Ferdinando II andò a vedere la mostra, e volle dire al pittore, ammiccando alla cicatrice che gli scorgeva sulla guancia, che , nel quadro, c'era dentro un pensiero.

Dopo ciò si recò di soppiatto per un mese a Firenze violando la legge che non permetteva ai pensionati di allontanarsi dallo loro dimora senza permesso, ch'egli era certissimo gli avrebbero negato. Poco dopo ripartì per la Germania, l'Olanda e la Francia, tornandone così scoraggiato dei maggiori sussidii di cui si giovavano quei pittori e della perfezione per cui in tante parti superavano i nostri, che stette un pezzo senza ripigliar pennello. Intanto le sue lotte con l'Istituto si facevano sempre più vive: da lui accorrevano a frotte i giovani di buona volontà per averne indirizzo e consiglio: ed egli quanto più era avaro a stesso dell'opera sua, tanto più si prodigava a tutti, inventando per essi, ammaestrando e correggendo, mentre co' viaggi, con gli studii, coi consigli artistici del Palizzi, veniva sempre più alimentando la sua lunga ricerca sull'ottimo in pittura.

Ottenne verso il '57 per concorso coi suoi bozzetti l'incarico di dipingere la chiesa gotica di San Francesco, a cui si lavorava allora a Gaeta. In questi anni dipinse anche una scena de' Vespri siciliani, e fece un nuovo viaggio a Firenze dove rimase nove mesi.

Vennero il '60 e il '61, ed il Morelli disgustato delle lotte con l'Istituto, di cui non volle accettare la direzione, preferì entrare nella privata Società Promotrice, che con l'aiuto dei più valenti giovani napoletani aprì le sue sale e chiuse l'èra delle mostre dell'Istituto. D'allora la pittura napoletana appare a tutti di gran lunga mutata e progredita, e il lungo voto del Morelli, pensoso sempre più dell'arte e della gioventù che di , si può dire in gran parte adempiuto.

Nel '61 egli stette molti mesi a Milano dove dipinse il Conte Lara e il Bagno Pompeiano che l'han fatto conoscere direttamente anche in quella parte d'Italia. Poco dopo espose in Napoli alla mostra della Promotrice il Tasso, che, a parer di tutti, ne fu il più bel quadro, ma, secondo il suo parere, neppur contentò l'autore.

Molti piccoli e vari lavori ha condotti dopo quel tempo, e a molti più ha indirizzati i giovani che gli sono attorno e che l'amano come padre e restauratore della pittura napoletana. Da due anni lavora poi nella cappella reale di Napoli ad un'Assunta, tela di quaranta palmi per ventisei, con figure grandi una volta e mezzo il vero, che ornerà il soffitto del tempio.

Professore di pittura all'Istituto, onorato dai suoi concittadini e dagli stranieri, il Morelli conserva tutta l'ingenuità della sua origine, e la franchezza con cui ha combattutalunga guerra per risollevare dal fondo in cui erano non tanto stesso quanto l'arte sua. Come tutti gli uomini che han dovuto soffrir molto, il suo affetto per chi gli è vicino e lo intende non iscema per gli anni, anzi abbonda sempre più tra la fratellanza artistica dei giovani che lo circondano e ch'egli ama più di stesso. E noi che, senza entrar nel merito dell'artista, ci contentammo pure di ritrarre di lui la energia del carattere, siam lieti di aver potuto trovare nella sola tempra dell'uomo un esempio degno d'imitazione per tutti coloro che sentano in piena e chiara la coscienza del proprio ingegno, e cui la fortuna avversa tenti di scoraggiare e infiacchire la costanza a procedere avanti per la loro via.





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