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TERNI e PERUGIA
Mendicanti — I
vetturali di Terni — La cascata del Velino — Una lezione ad un professore —
Progetti — Il diboscamento — Giuseppe Fonsoli -— Lorenzo Massini — Domenico Bruschi.
— Signore, mi dia qualcosa per carità.
Ad ogni fischio di vaporiera che segue una fermata, echeggiano queste
voci lamentevoli di gente di tutte le età che domanda l'elemosina, in molte
stazioni lungo la ferrovia da Roma a Firenze.
Talora i mendicanti gridano di fuori avvinghiati ai pali dello steccato;
più sovente sono dentro la stazione, e vanno dall'uno all'altro capo del
convoglio: talora al partire di questo gli tengono dietro un tratto correndo,
come una volta per le salite, ma molto più a lungo, alle carrozze.
A Spoleto, un mendico amputato di un braccio, caccia dentro lo sportello
il nudo moncone ad impietosire i viandanti.
Due viaggiatori, scesi da due diverse carrozze dello stesso convoglio, si
fermarono a Terni. Appena fuori della stazione, i vetturali si precipitarono
sopra loro con gesti violenti. Il primo uscito cercava cogli occhi l'omnibus
dell'albergo: un vetturale fece per strappargli il sacco dalle mani, ed egli
tenne saldo.
— Credi tu forse, disse il vetturale al viaggiatore, ch'io sia un ladro
come sei tu? (I vetturali a Terni danno del tu).
Il viaggiatore indignato, mandò
con uno spintone il vetturale contro al muro, e questi trasse di tasca un
coltello, e lo ferì in una mano. Il ferito, col braccio al collo, andò in città
alla questura.
Gli fu detto che prima di tutto
si doveva munire d'un certificato regolare del chirurgo del paese. Il paese ha
un solo chirurgo, e questo era in visita fuori.
Il ferito doveva ripartire: non
potè avere il chirurgo, nè pel certificato, nè per farsi medicare la mano: se
ne andò senz'altro. Il vetturale non ebbe molestie.
Il secondo viaggiatore fu
salvato da un amico che era venuto ad aspettarlo con una carrozza, guidata da
un vetturale che raramente dava coltellate.
— Da che, disse l'amico, secondo
quello che mi avete scritto, volete fermarvi solo poche ore a Terni, ho pensato
di portarvi subito a vedere la cascata del Velino. Non si deve passar qui senza
goder quello spettacolo.
Salirono in carrozza. Uno dei
due era giovane, l'altro, il nuovo venuto, d'età matura.
Il primo faceva-vedere al
secondo la bella vegetazione di olivi dietro Terni, lungo la via di Rieti, ch'è
pur quella che mena alla cascata, il bel poggetto dove è il villaggio, chiamato
anche oggi col suo antico nome romano di Papinio, rinomato per le sue
gustosissime pesche, un altro villaggio più sopra di Miranda, quindi la bella
valle Nerina, in cui povera d'acqua serpeggia la Nera, che poi a un tratto
ingrossa, ricevendo le acque impetuose della cascata.
Per la salita, la carrozza era
perseguitata da uomini che si proferivano a far da guide; il giovane, pratico
dei luoghi, s'affaticava a dire loro che non c'era bisogno. Venivano dietro
tuttavia tenacemente, e ci voleva del bello a mandarli via. Quando uno aveva
finito, un altro ricominciava.
Il vetturale, volto ai
viaggiatori, diceva come sotto al passato governo, un uomo solo, una sorta di
capo vetturale, avesse il diritto o l'appalto per portare i forestieri a visitare
la cascata. — Oggi, proseguiva egli, tutti possiamo fare lo stesso: ma gli
affari non vanno bene: i forestieri scarseggiano troppo.
Intanto un ragazzo faceva
capolino dall'alto interrogando collo sguardo il vetturale, che con un cenno
del capo gli diede ad intendere che i suoi visitatori sarebbero scesi al ponte,
un po' più su del luogo dove si suol discendere consuetamente.
— Al tempo in cui venivano molti
forestieri, proseguiva a dire il vetturale, questa gente stava bene; buscavano
elemosine di lire e scudi dagli Inglesi, e vivevano benino. Taluni hanno
comperato terre.
Appena ferma la carrozza, un
nuvoletto di ragazzi e ragazze le fu d'intorno: la maggior parte offrivano
ciliege sopra un piatto. Quei due s'eran proposti di non dare un soldo, ma per
quanto dichiarassero ripetutamente ad alta voce questo loro proposito, erano
seguiti tenacemente. Visitarono da vari punti la cascata, ammirando ora
l'istantaneo precipitare delle acque, ora il rimbalzar fragoroso nel fondo
frangendosi fra le rocce e ridiscendendo a mo' di spumeggianti ruscelletti, e
la nuvola di spruzzi iridescente al sole.
Diedero qualche cosa ad un
vecchio e ad una donna, custodi dei due luoghi donde meglio si gode quello
spettacolo, e ripeterono alle turbe di ragazzi che nulla loro avrebbero dato.
Tutti quei ragazzi se
n'andarono, tranne due, un maschietto ed una fanciulla che erano stati i primi
a presentarsi alla carrozza: la femmina sola offriva ciliege.
I due viaggiatori si fermarono a
lungo ad ammirare i depositi poderosi di candido calcare lasciato dalle acque,
staccandone qualche pezzo; i due piccoli mendicanti aspettarono.
Presso la carrozza la bambina
tornò ad offrire con più insistenza che mai le sue ciliege, e il bambino a
domandare l'elemosina: — Dateci qualche cosa, signori. Siamo tanto poveretti!
Il più vecchio dei due
viaggiatori prese qualche ciliegia dal piatto che la bambina teneva tra le
mani, e ci pose qualche moneta; poi voltosi al ragazzo, gli disse:
— Questa è una donna, e non
domanda l'elemosina, ma offre frutta: tu sei un uomo, e domandi l'elemosina.
Ciò non sta bene. L'uomo non deve cercar denaro in altro modo se non col
lavoro.
Erano risaliti in carrozza. Il
viaggiatore che aveva fatto con piglio dottorale il suo discorsetto, guardò in
faccia il fanciullo. E questo guardò in faccia il viaggiatore malinconicamente,
e con voce tra l'affettuoso e il dolente, gli rispose
— Buon viaggio, signore, e Iddio
vi salvi da ogni male.
Scendendo, il vecchio, un po'
umiliato, diceva al giovane, che quello sguardo melanconico del bambino, e
quelle parole affettuose, egli se le traduceva così: — Signore, voi avevate il
diritto di non darmi nulla, ma avreste fatto meglio a non aggiungere dure
parole. Io vi perdono, e vi auguro bene.
Poi vennero parlando di quanto
si sarebbe potuto fare da quella gente per tirar partito dalla cascata in modo
meno umiliante.
Perchè non domandare al
Municipio la facoltà di chiuderne l'accesso, e fare pagare i visitatori, dando
al Municipio stesso parte del guadagno? Perchè non farvi una locanda? Quanta
gente non verrebbe d'estate a passare una settimana in una stanza presso la
cascata!... Quanta gente non amerebbe addormentarsi per qualche sera con quel
fragore! Certo qualche coppia di sposi verrebbe a passare la luna di miele! Poi
parlarono del grandissimo profitto che si sarebbe potuto ottenere da quelle
acque come forza motrice.
Il giovane diceva al vecchio
come a Terni vi sia una ferriera, dove s'adopera legna per combustibile.
L'altro rispose:
— Ho veduto adoperare legna in
ferrovia per la vaporiera, e vi potete bene pensare quanta pena ciò m'abbia
fatto.
Quei due ben conoscevano tutto
il danno ch'è venuto in Italia, e viene, e verrà, da questo improvvido sciupìo
del legname, da questo fatale diboscamento, che si va proseguendo colla cecità
del selvaggio che recide l'albero per raccogliere le frutta.
Ai piedi dell'Appennino in molti
luoghi il terreno è incolto, frastagliato, sossopra, pel lavoro delle acque
precipitanti dai fianchi dei monti. Ai piedi delle Alpi per lungo tratto il
terreno non è che massi e ciottoli, ghiaie e sabbie: le fonti si sono
inaridite, la fertilità dei campi è scemata, i pesci scarseggiano, il clima è
mutato.
Tutto per questo spogliare i
monti delle native foreste, preziosa ricchezza che indegnamente sciupiamo. E
nessuno se ne dà per inteso, e se taluno alza la voce e manda un grido
d'allarme, non ci si bada. Quel po' di foresta che rimane, si vien distruggendo
in fretta.
E poi?... Verrà il giorno in cui
tutta la nazione dovrà occuparsene verrà un giorno in cui se ne tratterà non
solo pei libri e pei giornali e nei congressi scientifici, ma dai legislatori
in parlamento. Molte terre già popolose e fiorenti sono ora sterili, inaridite,
deserte, per questo improvvido e fatale lavoro del diboscamento...
Quei due si trattennero a lungo
in quel penoso discorso. Poi l'uno domandò all'altro, se là fossero uomini di
vaglia, che, lottando contro difficoltà ed ostacoli, fossero riusciti a fare
qualche cosa di buono.
— N'abbiamo, disse il giovine,
qui ed a Perugia, mia città nativa. Mostrandosi l'altro molto desideroso di
qualche ragguaglio in proposito, promise mandarne fra breve per iscritto.
All'opposto di tanti altri, quel
giovane tenne parola. Mandò un manoscritto con molte notizie biografiche: da
quello son tolte le seguenti:
Giuseppe Fonsoli
Giuseppe Fonsoli di Terni era un
onesto, ma povero mercante di panni, uno di quei merciaioli ambulanti che si
trasportano di paese in paese colle poche casse della loro mercanzia, allorchè
si fanno le fiere. Egli ebbe molti figli, e tutti presero ad industriarsi come
il padre nella rivendita di panni. Alcuni di essi, però, e specialmente Luigi e
Pietro, con la loro operosità ed intelligenza, seppero migliorare le condizioni
precarie in cui si trovavano alla morte del padre, e mediante onesti guadagni e
operazioni industriali condotte con accorgimento, progredirono così che
associati ad altri riuscirono a fondare un piccolo stabilimento manifatturiero
di panni di lana e di cotone. Attendendo da sè ai lavori dello stabilimento, e
alla vendita dei prodotti, conseguirono risultati vantaggiosissimi, in modo che
i capitali impiegati andarono sempre in notevolissimo aumento. I guadagni
ricavati li investirono nell'industria, ingrandendo lo stabilimento,
provvedendosi di macchine nuove e più perfette, introducendo insomma tutti quei
miglioramenti meglio atti ad assicurare non solo la vita dello stabilimento
stesso, ma anche la perfezione dei prodotti. Alcuni capitalisti esteri sono ora
in società con i fratelli Fonsoli, e lo stabilimento industriale che essi
posseggono in Terni, se non è ora fra i primi stabilimenti d'Italia, lo sarà
certamente fra breve, ricevendo un impulso veramente straordinario. Lo
stabilimento conta ora sugli 800 operai, non ha alcuna macchina a vapore,
traendo profitto dalla forza motrice gratuita dell'acqua di cui presentemente
può disporre per la forza di sessanta cavalli: fra poco questa forza ammonterà
a 450 cavalli, e il numero degli operai e delle macchine si accrescerà di
molto. Basato così bene, lo stabilimento manifatturiero non potrà a meno di non
accrescere quei vantaggi che la città di Terni già risente fin da qualche
tempo, e per cui tante famiglie traggono mezzi di sostentamento per la loro
vita; l'attività, la probità, l'accorgimento che sempre han dimostrato i
fratelli Fonsoli ci assicurano d'altra parte del più lieto avvenire, che lo
stabilimento industriale da essi condotto, incontrerà mediante il nuovo e
potente impulso che gli si sta imprimendo.
Lorenzo Massini
Lorenzo Massini nacque nel decimo
giorno di questo secolo da genitori umilissimi; suo padre fu dapprima
contadino, poi cuoco; il giovinetto Lorenzo rimase privo, all'età di sei anni,
della madre per la qual cosa fu accolto nell'Orfanotrofio di Perugia.
Cagionevole di salute, ne uscì poco tempo dopo, e, sempre malaticcio fu tenuto
nell'ospedale: riavutosi poi del suo male, fu nell'età di nove anni collocato
da suo padre in un laboratorio di calzoleria per prestarvi i più umili servigi.
Insorse un giorno fra il suo padrone ed un negoziante di cuoiami una quistione
relativa ai loro interessi, non accordandosi entrambi sui risultati dei loro
conteggi: il garzoncello Lorenzo intervenne non chiamato fra i due contendenti,
e bonariamente fece conoscere al suo padrone che era in errore. L'importunità
del ragazzo, ed il torto che per esso veniva a ricadere sul suo padrone, fecero
sì che questi lo rimproverasse acerbamente, e lo togliesse dai piedi col dirgli
che ei seguitasse a fare dei zeppi di legno per le scarpe, e non entrasse in
questioni che non erano alla sua portata. Un ragioniere chiamato a risolvere la
contesa, dette torto di nuovo al padrone, approvando in pari tempo il
garzoncello che aveva giustamente interpretato. Il capo officina tenne conto di
un tale successo, e scorgendo nel suo garzone felici disposizioni per la
scienza dei numeri, desiderò frequentasse le scuole di Aritmetica e di
Calligrafia nel pubblico Ginnasio. Suo padre però prestava debolissima
attenzione ai desiderii del figlio, poichè stimava inutili per la sua condizione
quelle cognizioni che a meraviglia andava acquistando; d'altra parte, l'amore
verso lo studio diveniva nel giovinetto sempre più ardente, e la sua ferma e
costante volontà facevagli riportare vittoria su quegli ostacoli che gli si
paravano innanzi ad impedire l'appagamento dei suoi desiderii. Animato però
dalla più persistente volontà, innamoratissimo dell'istruzione, perseverò
talmente nei suoi propositi, che a 17 anni, in seguito agli ottimi risultati
che raggiunse negli studi, consigliato e sussidiato dai suoi maestri, potè
essere ammesso quale studente nell'Ateneo di Perugia. Se però progrediva nello
studio, di pari passo non diminuivano le difficoltà che doveva superare chè
anzi a tal punto si accrebbero, che posero a dura prova il Massini.
Il padre, povero, vedeva nel suo
figlio calzolaio una speranza a sostenerlo nelle sue miserie, col dividere il
poco denaro con lui guadagnato col sudato lavoro, mentre scorgeva di nessun
sollievo per la travagliata sua vita il partito a cui si era appreso di seguitare
negli studi perciò egli contrariò quest'ultima sua risoluzione con tutte le sue
forze, che però non riuscirono a distogliere il volonteroso suo figlio. Questo
poi, senza speranza di avere un aiuto dal padre, era dalle nuove condizioni in
cui veniva a trovarsi, bisognoso di mezzi maggiori per sostener la vita, ed
acquistar libri, e tutto ciò che occorreva per lo studio, non escluso un mezzo
qualunque per poter procurarsi un poco di lume, da poter furtivamente impiegare
nello studio le ore notturne tolte al sonno ed al riposo. Il suo mezzo
ordinario d'illuminazione consisteva in una candela, che infilava nel collo di
una boccia di vetro.
Allorchè il Massini entrò
all'Università, si ritirò dalla bottega di calzolaio, non abbandonando però
quell'arte, che coltivava nella sua povera casa, e che costituiva per esso la
principale sorgente a cui attingere una parte, se non tutti quei mezzi che gli
necessitavano. Il difetto di essi non lo scoraggiò affatto, chè anzi aguzzando
il suo ingegno seppe supplire a ciò che ancora gli abbisognava col meschino
guadagno che ritraeva dalla vendita dei nòccioli delle ciliegie e delle
albicocche, che con ben solcate incisioni l'industriosa sua mano trasformava in
aggraziati minuti oggetti d'ornamento.
Frammettendo il lavoro intellettuale
sui libri a quello materiale sul cuoio e sui nòccioli dei frutti, il Massini,
con lo studio indefesso addivenne in breve professore delle matematiche
discipline, ne fu proclamato dottore nel 1831, e poco tempo dopo, dalla stessa
cattedra da cui egli aveva attinto l'insegnamento dell'Introduzione al calcolo
e del Calcolo sublime, egli dettava lezioni con ammirevole maestria. Dall'umile
deschetto ove si tratta la lesina e il cuoio al seggio di una cattedra la più
alta e sublime, è prodigioso il passaggio; ed il Massini, anche se per un
sentiero sparso di triboli e spine, pure progredì sempre per esso ben
volonteroso e perseverante.
Ottenuto che egli ebbe la
cattedra, non rimase contento del già imparato, ma col sussidio dei suoi
colleghi, e della larga suppellettile di scelti libri, per l'acquisto dei quali
impiegò la maggior parte dei limitatissimi suoi guadagni, apprese a fondo la
Meccanica, l'Idraulica, la Fisica, l'Astronomia, e nel corso della sua vita
espose dalla cattedra ancor queste difficilissime scienze con quella precisa
chiarezza, con quell'ordinata spontaneità e con quel pieno possesso che
caratterizza il profondo conoscitore. Egli sostenne ancora con zelo e per molti
anni la direzione dell'Osservatorio Meteorologico, e fu sempre studiosissimo,
ed in mezzo ai suoi difficili ma predilettissimi studi, non si tenne addietro
dall'occuparsi tanto di pubblici quanto di privati affari col più nobile
disinteresse e colla massima accuratezza.
Sopravvennero le vicende
politiche del 1848, ed egli chiamato a reggere le pubbliche cose, prestò il
consiglio e l'opera sua per il bene della patria. Al ristabilirsi peraltro del
primitivo governo non gli fu dato ritornare al pubblico insegnamento, per
l'attiva parte da esso presa nel movimento rivoluzionario. In seguito a ciò
egli venne ad essere privato persino di quei guadagni che gli procuravano il
suo sostentamento ed in pari tempo quello della sua famiglia; ed egli si
sarebbe trovato in una bruttissima posizione, se non avesse trovato generosa e
gratuita ospitalità presso un suo amico, e poco dopo, non fosse salito al posto
di rappresentante di una casa bancaria. Se da un lato il Massini accettò con
soddisfazione un tale incarico, dall'altro risentì vivissimo dispiacere, perchè
a rispondere alla fiducia che in esso si riponeva era necessario impiegare la
massima cura nel disbrigo delle sue attribuzioni, e con ciò non gli si
permetteva altrimenti di consacrare neppure un'ora ai suoi studi geniali.
Dopo otto anni di tale impiego,
fu di nuovo chiamato a impartire lezioni nell'Università, e fu incaricato
dell'insegnamento dell'Ottica matematica, e della Meccanica celeste. Lietissimo
d'aver fatto ritorno ai suoi studi, si diè di nuovo interamente ad essi con
applicazione indefessa: ed in seguito a questo suo risorgimento a vita novella,
tornarono ad affidarglisi privati e pubblici incarichi, i quali tutti adempì
col più lodevole zelo e colla più specchiata probità.
Trovavasi in quel tempo così
pago della posizione sociale che occupava, che non sapea immaginarne altra che
a lui riuscisse più soddisfacente e più bella; in tanta compiacenza però, sotto
il peso dei gravissimi studi, sotto le laboriose occupazioni del suo
intelletto, le forze dell'organismo, già consunto, cessarono dall'agire, e
Lorenzo Massini terminò di vivere nel 1858, lasciando ai posteri un nobile
esempio, come con la costante perseveranza e con la buona volontà si possa
superare qualunque ostacolo.
Domenico Bruschi
Domenico Bruschi, nacque in
Perugia nel 1787 da genitori non sprovvisti di mezzi di fortuna. Suo padre
Silvestro fu giureconsulto chiarissimo, uomo di mente e di sapienza
straordinario. Rivolse tutte le sue cure all'educazione del figlio, il quale
dotato d'ingegno fervidissimo, si diè col più grande amore ed impegno allo
studio, dal quale trasse profitto considerevole. Conseguì prima dei venti anni
la laurea in medicina, che esercitò di poi per qualche tempo; bramoso peraltro
di maggior cultura, abbandonò bentosto la professione abbracciata per darsi di
nuovo e con tutto l'ardore allo studio; per ciò egli si recò in Firenze ove
coltivò con applicazione indefessa le scienze naturali, e qualche anno dopo ne
sostenne l'insegnamento in Benevento, e quindi in Perugia, da dove non si
allontanò più raccogliendo tutta la mente ai suoi studi faticosi ed indefessi,
dedicandosi in special modo alla Botanica. Con assidue fatiche, chè dovette
lottare colla più sconfortante ristrettezza dei mezzi, ordinò, ed istituì un
giardino botanico, nel quale, sempre intento allo studio pratico della sua
scienza prediletta, passava tutte quelle ore che le altre occupazioni gli
lasciavano libere.
Nel 1826 mentre era rivolto col
più grande fervore ai suoi studi, fu colpito da violenta encefalite, e quale
conseguenza funesta di tale malattia rimase privo affatto della vista a 39 anni
d'età. Mancante così dell'organo più importante per un osservatore attento
delle cose naturali, non si perdette d'animo, ma con quell'audace superiorità
della mente che non si arresta ai più aspri ostacoli, ma sostenuta dalla
gagliardia delle proprie forze, fieramente li sormonta, stabilì tosto di
perseverare ugualmente nel cammino degli studi intrapresi, e di accompagnarne,
anzi, di arricchirne e confortarne la squallida cecità; e deliberò senza
esitazione di continuare ad addentrarsi appunto nelle osservazioni materiali e
minute della botanica, divisando in pari tempo di essere sempre utile, tuttochè
cieco, alle scienze ed all'umanità e lo fu infatti, e forse meglio che non
quando era provvisto degli organi visivi. Riprese l'interrotto corso delle sue
lezioni, nelle quali fu più dotto e fecondo, perchè la potenza ordinatrice
delle idee invigorì, non distratta dalle sensazioni visive, e col perdere della
vista tanto seppe acuire gli altri sensi e specialmente quello del tatto, da
porsi in grado di riconoscere il genere e la specie di qualunque pianta che
dapprima gli fosse stata nota, col solo palparla con le dita, e aggiungere
qualche domanda. Un tal fatto riusciva di molta meraviglia anche ai Botanici
espertissimi che ammiravano come alla potenza visiva avesse saputo sostituire
altro senso, ponendolo in stretto e nuovo rapporto colla facoltà della memoria.
Un giorno un illustre botanico
italiano si recò a visitare il Bruschi, recando seco una pianta che non era
riuscito a classificare non ostante l'occupatissimo studio che su d'essa egli
aveva praticato: fu sufficiente al cieco scienziato una minuta esplorazione con
le dita, per giudicarne sicuramente la specie a cui essa apparteneva. La mente
vigorosa del Bruschi, esclusa irrevocabilmente dalla lieta contemplazione delle
forme e dei colori, raccogliendosi più intenta in sè medesima, svolse appunto
nel tempo della cecità tutta la pienezza delle proprie forze. I lunghi anni di
vita che rimasero al Bruschi dopochè perdette il senso della vista, furono per
esso un'assidua e come una sola e non interrotta meditazione; onde quella
perenne notte non trapassò per esso deserta e sconsolata, ma andò invece a
popolarsi ed animarsi di scientifici pensieri, che composero poi quelle
pubblicazioni, che elevarono a fama imperitura il suo nome: (Istituzioni di
materia medica - Fondamenti di terapeutica e di farmacologia generale).
Contemporaneamente allo
insegnamento che tenne per quarantacinque anni, egli riprese ad esercitare la
medicina, dopochè ebbe perduta la vista, quasi non bastassero le altre
occupazioni a cui con la più grande perseveranza attendeva. Ei riuscì
peritissimo anche nella cura delle malattie, sopperendo al difetto della vista
con la riflessione dei sintomi i più lievi, e ricercandone poi con profondo
raziocinio la recondita causa. Dopo tante applicazioni allo studio, dopo così
indefesso lavoro della sua mente, la sua salute cominciò a deperire, i sensi
rimasti s'intorpidirono, la sua intelligenza, già tanto lucida, s'offuscò e
s'indebolì in una maniera notevolissima, i moti degli arti inferiori si resero
tardi, e poscia impossibili, e dopo tanta prostrazione di forze morì nel 1863.
Certo, la vita del Bruschi ci porge uno dei più maravigliosi esempi della
potenza della volontà contro le più crudeli sventure. I dotti d'Italia che lo
visitarono hanno lodato l'operosità della mente e la bontà dell'animo
dell'illustre cieco, e nessuno che ripensi al modo in cui colla face della
scienza egli seppe illuminare la notte materiale in cui fu costretto a vivere,
può a meno di sentirsi per lui compreso da venerazione.
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