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FIRENZE, SIENA, LIVORNO, PISA,
LUCCA
Foscolo e Byron —
Galileo e Redi — Un brano delle Memorie del Goldoni — La festa di Fiesole —
Pietro Thouar — Fonte Branda — Gl'intagliatori senesi — Giovanni Duprè — Pietro
Giusti — Lorenzo Ilari — Pasquale Franci — Ricordi e biografie del signor
Francesco Pera — Ernesto Rossi — Giuseppe Orosi — Salvatore Marchi.
Ugo Foscolo in Toscana scriveva
«... In queste terre beate ove si ridestarono dalla barbarie le sacre
muse e le lettere, dovunque io mi rivolga, trovo la casa ove nacquero e le pie
zolle dove riposano quei primi grandi Toscani: ad ogni passo ho timore di
calpestare le loro reliquie. La Toscana è tutta quanta una città continuata, è
un giardino, il popolo naturalmente gentile, il cielo sereno, e l'aria piena di
vita e di salute...».
E questo sommo nostro scrittore salutò Firenze con così splendidi versi,
che, per quanto noti, non mai abbastanza si ripetono, e qui ancora mi piace
riferirli:
«... Io quando il monumento
Vidi ove posa il corpo di quel grande
Che temprando lo scettro a' regnatori,
Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grandi e di che sangue;
E l'arca di colui che nuovo Olimpo
Alzò in Roma a' Celesti, e di chi vide
Sotto l'etereo padiglion rotarsi
Più mondi, e il sole irradiarsi immoto,
Onde all'Anglo che tant'ala vi stese
Sgombrò primo le vie del firmamento:
Te beata, gridai, per le felici
Aure pregne di vita, e pei lavacri
Che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
Per vendemmia festanti; e le convalli
Popolate di case e d'oliveti
Mille di fiori al Ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco;
E tu i cari parenti e l'idïoma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma,
D'un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere celeste».
Ugo Foscolo era cultore ardente ed esclusivo delle muse, delle arti
letterarie, siccome egli stesso disse: onde qui non diede a Firenze tutto quel
merito che le spetta.
Cultore delle muse e filosofo, pur parlando di Firenze, si è dimostrato Byron,
quando disse:
«But Arno wins us to the
white walls,
Were the Etruriam Athens
claims and keeps
A softer feeling for her
fairy halls.
Girt by her theatre of
ills, she reaps
Her corn, and wine, and
oil, and Plenty leaps
To laughing life, with
her redundant horn,
Along the banks where
smiling Arno sweeps
Was modern luxury — of
Commerce born,
And buried Learning rose,
redeamt'd to a new morn.
Il poeta inglese celebra i suoi lavori dell'agricoltura così
diligentemente accuditi e sapientemente condotti in Toscana, e canta il
risorgere delle scienze che ebbe principio in Italia per opera di Galileo.
Il Mascheroni, poeta scienziato, disse di questo grande e sventurato
innovatore che egli:
«... primo infranse
A la nativa libertà le menti».
Galileo ha iniziato in Toscana, a benefizio dell'umanità, quella immensa
rivoluzione che mettendo in onore l'osservazione diretta e lo sperimentare,
dimostrò la vacuità di tutti quegli assiomi bugiardi che non si fondano sulle
osservazioni e gli sperimenti.
Gli effetti di questa rivoluzione ogni giorno si fanno più benefici
all'uomo tanto moralmente come materialmente, e con progressione sempre più
rapida ciò seguirà finchè starà l'uman genere sulla terra.
La cultura, l'istruzione, sempre più s'allargheranno pel mondo, e da ogni
parte del mondo l'uomo colto ed istruito avrà caro di venir ad inchinarsi
reverente alla tomba di Galileo.
Fortunata città invero, dove hanno vissuto tanti sommi ingegni, ognuno
dei quali basterebbe ad onorare una nazione!
Piacemi qui trattenermi un istante a parlare di Francesco Redi.
Fu molto ammirato come forbito scrittore, come medico, e come poeta, ma
non abbastanza per quello che fu suo maggior merito, come naturalista.
Coll'osservazione e l'esperimento, Redi riuscì a dissipare errori al suo
tempo comuni o radicatissimi, ed a far trionfare la verità; ed in giorni di
grand'isolamento e di scarsissime comunicazioni riuscì dalla sua Firenze a
tenersi informato di quanto nel campo della scienza si era fatto e si veniva
facendo in ogni parte del mondo.
I lavori di storia naturale del Redi saranno sempre guida preziosissima
allo studioso intorno al modo di procedere nelle ricerche, e di dedurre dalle osservazioni
le giuste conseguenze, modelli inarrivabili di semplice e limpidissima
esposizione, di fine criterio, e di erudizione tanto vasta quanto fruttuosa ed
eletta.
Il culto delle scienze progredì di pari passo in Toscana con quello delle
lettere e delle arti belle, e ciò fino ad oggi. Mentre il Tommaseo andava
raccogliendo i canti popolari di quella bella provincia che tanto piacquero
agl'Italiani, e Giuseppe Giusti ne andava raccogliendo i proverbi, Cosimo
Ridolfi diffondeva i migliori principii di agricoltura, e colle sue lezioni
dava prova di tutto il bene che può produrre un insegnamento impartito a
dovere.
Ogni Italiano nato fuori della bella provincia, ad essa sempre volse i
giovanili più caldi pensieri, e segnò come lietissimo fra i giorni della sua
vita quello in cui potè visitare Firenze.
Ma questi visitatori hanno sempre trovato tutto bene nella città
sospirata?
Vi dirò due fatti, molto lontani l'uno dall'altro, che provano tutti e
due come l'amore dell'ozio e del dolce far niente guastassero spesso le belle
doti dell'ingegno fiorentino, e come nel dolce idioma della gentile città
s'incarnasse talvolta l'espressione di cotesto peccato d'accidia.
Nel 1746 il Goldoni, in procinto di lasciare Firenze, fu invitato ad
assistere ad una seduta dell'accademia degli Apatisti. Egli era stato
altre volte alle sedute di quell'accademia; ma quel giorno si trattava di
vedere il Sibillone, divertimento letterario che si dava di tempo in
tempo, ed al quale non aveva ancora assistito.
Che cosa fosse quel divertimento,
dirò colle stesse parole del celebre avvocato veneziano:
«... Il Sibillone, o la gran Sibilla, è un ragazzo di dieci o dodici
anni, che vien posto in una cattedra in mezzo della sala dell'assemblea.
«Una persona qualunque il caso voglia del numero degli assistenti,
indirizza una domanda a questa giovane Sibilla; il ragazzo deve
nell'atto stesso pronunziare un termine, e questo è l'oracolo della profetessa,
ed è la risposta alla questione proposta.
«Queste risposte, simili
oracoli, dati da uno scolaro senza avere il tempo della riflessione, non hanno
per lo più senso comune, e perciò sta sempre accanto alla cattedra uno degli
accademici, il quale alzandosi dalla sedia, sostiene che la Sibilla ha ben
risposto, accingendosi a dare, nel momento, l'interpretazione dell'oracolo...».
Andò dunque il Goldoni
all'accademia degli Apatisti a vedere il Sibillone, ed ecco il modo in
cui racconta egli stesso quello che ha veduto:
«... L'interrogante, che era
forestiero come me, pregò la Sibilla di avere la compiacenza di dirgli, perchè
le donne piangon più spesso e più facilmente degli uomini. La Sibilla
per risposta, pronunziò la parola paglia, e l'interprete indirizzando il
discorso all'autore della questione, sostenne, che l'oracolo non poteva essere
nè più decisivo, nè più soddisfacente.
«Il dotto accademico
interprete, ch'era un abate di circa quaranta anni, grasso, grosso, e di una
voce chiara, sonora e piacevole, parlò per tre quarti d'ora continui.
«Incominciò a far l'analisi di tutte le piante fragili, provando che la
paglia sorpassa tutte nella leggerezza. Dalla parola paglia passò alla donna, e
percorse con non minor velocità che chiarezza il corpo umano, con una specie
quasi di raggio anatomico. Fece il dettaglio della sorgente delle lacrime nei
due sessi, persuadendo della delicatezza delle fibre nell'uno, e della
resistenza nell'altro. Terminò insomma con dolcemente lusingare le signore, che
vi si trovavano presenti, attribuendo le belle prerogative della sensibilità,
alla debolezza; passando però sotto silenzio quei pianti, che riconoscono una
violenza o comando».
Ecco il secondo fatto
Ventinove anni or sono arrivava in Firenze da una lontana provincia
d'Italia un giovinetto che poi ebbe segnalato nome in quella città, cui porta
vivissimo affetto.
Pochi giorni dopo il suo arrivo andò alla posta, e la trovò chiusa.
Erano appena le due pomeridiane. Si volse intorno, e domandò al primo
venuto che cosa quello significasse; e questo gli rispose con quel purissimo
accento toscano che tanto rapiva il nuovo arrivato
— O non sapete! È festa a Fiesole!
Ei faceva ancora le meraviglie come la festa di Fiesole determinasse la
chiusura della posta a Firenze, quando gli feriron l'orecchio certe frasi
curiose che gli spiegaron l'enigma. In Firenze a quei tempi, si usava dire far
l'ora per consumare un certo tempo nell'ozio, e tra il popolo minuto il
cessare del lavoro si chiamava far festa, come se il lavoro fosse una
pena, un lutto.
I maligni dicono che Firenze
abbia un po' abusato del divertimento del Sibillone e delle feste e
delle mezze feste. Noi ripeteremo invece quanto di Firenze ha detto Fazio degli
Uberti:
«L'Arno, la Grieve, il
Mugnone, la Pesa
Fregiano il suo contado con
più fiumi,
Che sono alla cittade gran
difesa;
Di belle donne con vaghi
costumi,
D'uomini accorti a saper dire
e fare;
Natura par che per tutto
v'allumi;
Le acque sono chiare e puro
l'aere,
Odorifere piante, e 'l ciel
disposto
A viver sani, e molto
ingenerare».
Gli uomini insigni che vivono a Firenze
sono troppo in vista in questa città cui si fa capo oggi da ogni parte
d'Italia, perchè giovi qui tenerne discorso.
Mi limiterò pertanto a dire
qualche parola d'un benemerito fiorentino amato e conosciuto pe' suoi scritti
in tutta Italia, mirabile per le sue virtù e la nobile vita. Questo benemerito
fiorentino è:
Pietro Thouar
Nacque in Firenze addì 23
ottobre 18o9 e precisamente nel popolo di Santa Maria Novella, di poverissima
famiglia. Suo padre si chiamava Francesco, e sua madre Zenobia di Francesco
Bensi. La madre del Thouar fu donna eletta, d'animo nobilissimo, ed ebbe gran
parte nel dirigere a buona meta le azioni del figlio giovinetto. Quelle ottime
madri che il Thouar seppe tanto bene descrivere nei suoi racconti, sono
ritratti che amorevolmente egli ha fatto della propria ottima madre.
Le prime scuole in quel tempo
eran tenute da maestre; cosa buona in sè stessa, e cui oggi con vantaggio si
tende a ritornare.
Ma quanto diverse allora!
Il Thouar raccontava spesso che
la maestra da cui andava ad imparare l'alfabeto, tra le altre cose lo obbligava
a pulire il riso.
Più tardi il Thouar fu messo a
scuola dagli Scolopi, e qui accadde un fatto singolare. Egli si mostrava pronto
d'ingegno e laborioso, ma era indisciplinato.
Il futuro educatore del popolo,
così amorevole, così dolce, così mite, così assennato, faceva disperare i suoi
maestri, che se ne lagnavano con suo padre dicendogli che non era possibile
ottenere qualche cosa di buono da quel ragazzo.
Il padre s'appigliò ad un
partito violento: pose il figliuolo in Monte Domini, o Ricovero di
Mendicità, e ve lo lasciò qualche tempo. In uno dei suoi racconti pei fanciulli
egli adombrò più tardi questo episodio della sua vita.
Ritornato in famiglia, la sua
buona indole e l'amore intelligente della madre fecero sì che si desse con buon
volere allo studio, e al fermo proposito di non addolorare colla sua condotta i
genitori. Suo padre voleva far di lui un computista, destinato poi a diventare
maestro di casa, od impiegato in qualche amministrazione. Egli aveva in uggia
una tal prospettiva, amava la poesia e l'amena letteratura. Crescendo il
contrasto, fu ad un pelo di lasciar la casa, e fare il comico nella compagnia
Domeniconi. La buona madre valse ancora a distrarlo da quel disegno, e tanto
seppe fare, ch'egli deliberò di mettere al tutto giudizio, cominciare una soda
educazione morale di sè stesso, e correggersi dei propri difetti.
Per sollevare i suoi genitori poverissimi volle incominciare a fare
qualche guadagno, ed entrò come correttore di stampe nella tipografia Batelli,
poi s'occupò presso quel valentuomo che era il Vieusseux, al quale attribuiva
sovente più tardi i suoi primi successi nella carriera letteraria.
Fu preso allora d'un amore ardente per la lingua, non quella di tanti
discorsi accademici e di tanti libri, ma la lingua schietta, pura, semplice,
naturale.
«A forza dunque di studiare sul vero, il Thouar giunse a farsi uno stile
piano, scorrevole, pieno di serenità come una bella mattinata del nostro cielo
toscano, stile in cui egli fu eccellente maestro e che ha servito a tanti di
lezione. Fra gli altri ho sentito raccontare che il nostro Manzoni si è sempre
dilettato di quella facile prosa del Thouar, di cui sul proprio tavolino egli
tiene sovente i Racconti.
«Il Thouar, come amava la lingua viva, così aveva nel concetto che la
letteratura non ha da essere una lettera morta, ma sibbene una immagine animata
della natura e della vita. E la natura amava di affetto profondo, e il dolce
aspetto dei campi aperti, dei verdi poggi, dei cieli sereni gli rallegrava lo
spirito: e dal lungo passeggiare per la campagna toscana, gli veniva conforto
all'anima ed al corpo. Era camminatore infaticabile, e alcuni suoi compagni di
scuola ricordano ancora come egli si fosse fatto il loro svegliarino e condottiero.
Tutte le domeniche, prima del far del giorno, il nostro Pietro balzava dal
letto, usciva fuori, andava alle case degli amici, li faceva destare, e in
cinque o sei si mettevano alla campagna, salivano per le colline circostanti; e
cantando lietamente, e discorrendo di storia e d'altro spendevano la loro
giornata in marce forzate: poi rientravano in Firenze fieri e contenti.
Ma accompagnato o solo, il Thouar era un indefesso osservatore delle cose
e degli uomini. Le scene campestri sempre così nuove e svariate erano un
continuo pascolo alla sua immaginazione, e quasi direi che fra l'indole di lui,
che sempre più andò facendosi mite e serena, e la natura del paese toscano,
eravi un intimo rapporto. Una natura più ardente o più fosca non sarebbe
convenuta a quell'anima gentile di Pietro Thouar, a cui erano ignote le
passioni esaltate, mentre era pieno di tranquillo e melanconico sentire e
contemperava in ordinata armonia le volontà e gli affetti. Spesso lo si vedeva
correre le polverose vie maestre, salire per l'erta delle montagne, soffermarsi
nelle popolose borgate di cui la Toscana è piena, mettersi a discorrere con
contadini e pigionali, ora in qualche bottega, ora pei viottoli de' campi, o
seduto su qualche muricciolo della strada. Studiare i costumi, osservare i
bisogni del popolo, formava la parte morale e più importante di quei suoi
viaggetti per la campagna. La vita del povero e dell'artigiano era un libro di
cui spesso egli apriva le pagine non di rado piene di lagrime e di dolore. Nato
popolano, Thouar visse tra il popolo la prima sua gioventù; ebbe dunque campo
di conoscerlo, e poco alla volta principiò a vedere ciò di cui questo popolo
sentiva bisogno. Fu allora che incominciò la sua missione letteraria ed
educatrice».
Queste parole intorno a Pietro Thouar furono scritte da Napoleone Giotti,
e ho voluto riferirle perchè dettate con molto affetto e con molta leggiadria
di stile.
Fatto il santo proponimento di consacrarsi all'educazione del popolo, il
Thouar guardò d'onde convenisse cominciare. Vide che l'unico libro di lettura
che allora corresse per le mani dei popolani era il Lunario del
Baccelli, il quale profetizzava il caldo nella state e il freddo
nell'inverno, e dava i numeri del lotto mantenendo vivi quei pregiudizi e
quelle storture che pullulano nella classe laboriosa, e fece un nuovo
lunario, il Nipote di Sesto Caio Baccelli, che subito fu accolto non
solo dagli operai ma anche dalla gente più colta; si volle sapere chi fosse
l'autore di quel libretto scritto con tanto bel garbo e così buone intenzioni,
e gli furono fatte molte lodi e molta festa. Egli prese a meditare più
intensamente intorno al modo d'ottenere dal suo lavoro i migliori effetti, e
tutta la sua vita fu consacrata alla santa impresa. Lasciamo parlare ancora il
signor Napoleone Giotti: «... La morale insegnata per via d'esempi parve al
Thouar uno dei modi più efficaci per imprimerla nell'anima del popolo e dei
fanciulli. Guidato da questo concetto fu egli assiduo scrittore di racconti,
sia per le genti artigiane, come pei ragazzi del povero e per quelli del ricco.
E crederei far torto alla fama ben meritata da lui, col volermi dilungare nelle
lodi di questi suoi Racconti, nei quali alla più schietta morale va congiunta
una cara semplicità di stile, uno svariato e sempre vivo mutarsi di scene
domestiche, e di storie affettuose; l'invenzione a lui non fa mai difetto, e sa
colorire i suoi argomenti con i colori d'una castigata fantasia, mentre
dall'altro canto arriva sempre a commovere le più riposte fibre del cuore
umano. Ora ci conduce in mezzo ai fanciulli, ci rivela le loro prime gioie e i
loro primi dolori; ai ragazzi infonde il sentimento del dovere: a quelli poveri
dice: assuefatevi al lavoro, perché, lavorando, avrete men dura e più onorata
la vita: a quelli ricchi impone la modestia del loro grado, la carità verso i
miserabili, il bisogno di avvezzarsi fino da piccoli ad aiutare il prossimo, e
a coltivare lo spirito onde distinguersi da quella feccia dorata che trascina
negli splendidi palazzi la vergognosa ignoranza. Questi semplici Racconti ci
disegnano innanzi delle care e commoventi figure: la nonna vecchia e inferma
che è consolazione dei suoi nipotini, la madre amorosa che culla, alimenta,
corregge i suoi figliuolini: il padre che lavora contento per dar pane alle sue
creature: ora ci consoliamo delle gioie dei figli del povero industrioso e
galantuomo: ora ci affligge la vista dei patimenti e delle tribolazioni a cui
vanno condannati i fanciulli per colpa dei traviamenti e della spensierataggine
dei loro genitori. Così pose insieme i suoi Racconti per fanciulli.
«Quindi Thouar prende per mano
il fanciullo addivenuto giovinetto, e lo guida tra le diverse vicende della
vita, esponendogli i pericoli ai quali va incontro, e che deve saper superare a
forza di coraggio, di virtù e abnegazione. Allora i suoi Racconti pei
Giovinetti e il Saggio di Racconti offerto ai Giovinetti italiani
prendono un tono più elevato: altre scene la sua immaginazione ci presenta
dinanzi, più gravi doveri narrando egli insegna: e finalmente coi Racconti
offerti alla gioventù la sua penna detta pagine d'un interesse altamente
sociale, consigliere amoroso ispira l'amor della famiglia e della patria,
questi due cardini potenti dell'umana società. Ma il Thouar è un narratore sempre
sereno, sempre tranquillo; più che altro la sua fantasia va in cerca di quelle
situazioni nelle quali si vede la virtù sempre bella, anche quando calpestata e
battuta. Nulla d'esagerato, nulla di forzato, di eccessivamente spinto, in
quelle sue semplici storie. Sia che v'introduca nel tugurio, sia nel palazzo,
cerca sempre d'ispirare la pietà per il misero che langue, e il perdono pel
fortunato che si dimentica dei suoi doveri: certe piaghe egli tocca, ma con
mano prudente, nè tutto osa sollevare il velo da cui sono coperte. Alcuni lo
dissero troppo ottimista: ma alla bontà del suo animo ripugnava svelare in
tutta la sua deformità il vizio, e del resto lo scopo a cui erano rivolti i
suoi Racconti gl'imponeva dei riguardi, che egli doveva e voleva rispettare.
Giova ricordarsi che egli scriveva per ragazzi e per giovanetti: questa era la
sua missione, e chiuso in tali limiti non poteva oltrepassarli senza incorrere
nel pericolo che i suoi scritti venissero a deviare da quell'intento a cui
dovevano servire. Fra i Racconti per il popolo, Le Tessitore e La
Buona Madre sono due storie da cui la gente artigiana potrà sempre ricavare
utili insegnamenti. Il Thouar voleva che la pittura della virtù superasse
quella del vizio, sapendo bene come i virtuosi esempi abbiano valore di
correggere e di edificare; così mirò sempre a che dalla lettura delle sue
narrazioni l'anima uscisse sempre consolata, migliorata, commossa da dolce
pietà, non straziata, non desolata, non abbattuta di lutti e di lugubri e tetre
istorie.
«Trattò anche il Racconto
storico, e bei modelli offerse nel Carlo Graziani, nel Cecchin
Salviati, e più specialmente nell'Annalena, che sarà sempre un
esempio da imitarsi per chiunque dal volume delle patrie istorie voglia
ricavare materia di racconto abbellito dai colori della fantasia. Il Thouar amò
anche riandare le vite degli uomini celebri, e specialmente di quelli che a
forza di stenti e di sacrifizi s'erano levati in fama, e che usciti dal tugurio
del povero erano pervenuti a rendersi benemeriti del loro paese e dell'umanità.
Nè posso trascurare di far parola delle biografie di uomini illustri che il
Thouar diede alla luce, come sarebbero quelle di Dante Alighieri, di Cimabue,
di Giotto, di Lorenzo Ghiberti e altri; biografie scritte in un
modo così originale, così pittoresco, così attraente, da commuovere il cuore e
dilettare grandemente i giovani leggitori. Sarebbe stato desiderio che egli
avesse scritto un maggior numero di queste biografie le quali avrebbero formato
un volume da far decoro alla nostra letteratura. Egli veramente avrebbe potuto
essere il Plutarco della gioventù, nè io conosco chi al pari di lui abbia
saputo trattar questo genere con tanta facilità e con tanta grazia di stile.
«E se pur si discenda a parlare dei
suoi scritti per l'istruzione intellettuale, noi avremo anche qui materia di
lode per il benemerito scrittore. Il Thouar fu di quelli che mirò a rendere
l'istruzione meno spinosa e più agevole, e intese a togliere da quel cammino le
spine e spargervi i fiori, cercando però che al metodo spedito corrispondesse
il profitto che ne dovevano ricavare i fanciulli e i giovanetti. Ed ora che non
scarsa eredità di operette egli ha lasciate morendo, noi possiamo misurare
tutto il cammino da lui percorso e conoscer quanto abbia lavorato con assidue
fatiche nel campo della Pedagogia. Lo vediamo dipartirsi dai primi rudimenti
con il Sillabario e le Letture graduali, e così di mano in mano
ascendere la scala delle cognizioni umane, ora toccando delle scienze naturali,
ora di storia, ora di geografia, prendendo a dettare un libretto di Aritmetica
elementare pei fanciulli, quasi avesse desiderato tutto intero comporre
l'edificio dell'istruzione popolare.
«Altro modo d'istruzione morale
pose il Thouar in opera, e fu il teatro, pel quale egli scrisse i suoi
Componimenti Drammatici. Ricordiamoci che non erano riserbati a pubbliche
scene, ma a privati teatri nelle case di educazione, e destinati specialmente
alla morale istruzione dei fanciulli e dei giovanetti. Da questi componimenti i
nostri scrittori da teatro, se non potranno imparare quella vis comica
che si richiede dalla commedia serbata al pubblico che vuole divagarsi dalle
cure giornaliere e ridere a spese del vizio smascherato e flagellato, potranno
però con loro profitto valersi di quella prosa a dialogo, pura sempre e
scorrevole, ed evitare così di lardellare i loro componimenti di modi di dire
che non son nostrali, ma tengono piuttosto del forestiero, e più che altro
paiono attinenti alla Talìa francese.
«Varie operette tradusse anche
il Thouar, e insegnò come veramente s'abbia a tradurre, anzi dirò meglio
rendere italiane le cose venute di fuori. E anche siffatti lavori conduceva con
grande amore, tra i quali basti ricordare la versione da lui fatta della Mitologia
del Noel e Chapsal, il libro di lettura giornaliera di Lebrun, I tre mesi
sotto la neve del Porchet e il Battistino del Jeanel, che fu una
delle sue ultime fatiche.
«Una bellissima e molto accurata
Guida di Firenze pubblicò il Thouar, all'occasione del Congresso degli
Scienziati, che fu tenuto nella nostra città l'anno 1843. E di lui esistono
varie Memorie scritte durante il tempo che sedette segretario dell'Accademia
dei Georgofili; memorie le quali sempre più fanno chiaro quell'affetto ch'egli
portava alle classi bisognose, e come sapesse intendere le libertà economiche,
dottrina specialmente nata in Toscana. Si hanno di lui anche alcune poesie, ove
regna un gentil sentimento, e bellamente in versi italiani tradusse l'Ester
di Racine».
I lavori del Thouar fecero
chiaro ed amato il suo nome in tutta Italia, e con intensa gioia non disgiunta
mai da nobile modestia egli ne vide gli ottimi effetti. Oggi gli avrebbero
dato, se non ricchezza, una agiatezza discreta. Anche allora gli diedero tanto
da potere, cosa per lui desideratissima, aiutare nella loro vecchiaia i
genitori diletti.
Nel 1841 ebbe un impiego nella
pubblica istruzione, e sposò la sorella di uno dei suoi più cari amici, Luisa
Crocchi, donna che aveva cuore per amarlo e comprenderlo, e gli fu compagna
diletta e coraggiosa nei travagli che ancora ebbe a sopportare.
L'animo suo dignitoso rifuggiva
dalle cortigianerie: era quindi stimato dal governo lorenese, ma non amato.
Invitato ad un colloquio dal Granduca, trovò modo di scansarlo, e la cosa non
gli fu mai perdonata. Nel 1848 fu nominato direttore della Pia Casa di Lavoro,
o Monte Domini: vi trovò molte irregolarità ed errori di
amministrazione, ed operò radicali riforme che in parte rimasero anche dopo.
Per troppo breve tempo però egli tenne quel posto, scacciato subito dalla
restaurazione del 1849. Gli fu anche inibito allora d'esercitare il magistero
nei pubblici e privati istituti, volendoglisi in questo togliere ogni mezzo di
sussistenza. Egli non si perdè d'animo, e ricorse all'assiduo lavoro letterario
con cui potè provvedere sufficientemente ai suoi casi.
Salutò con gioia il 1859,
propugnò gagliardamente l'unità contro quelli che volevano la Toscana isolata,
e fu tra i deputati eletti in Firenze, che, interpreti del sentimento popolare,
votarono unanimi la annessione al Piemonte.
Nel 1860 fu posto a capo della scuola magistrale de' maschi nel chiostro
dell'Annunziata, la quale fu presto popolata di scolari, giacchè molti padri
amavano avere i loro figliuoli avviati all'istruzione e alla virtù dal maestro
cittadino. Troppo poco dovea durare in quel posto. L'anno seguente,
quand'appunto incominciava a sentire la soddisfazione del buon avviamento del
suo Istituto, repentinamente per polmonite seguita da febbre migliare, veniva
rapito all'amore della consorte, degli amici, del paese.
Pietro Thouar da una condizione umile, figlio di ottimi genitori ma
poveri (in Firenze si diceva che la madre fosse stata lavandaia), adagio,
adagio rifà la propria educazione, s'impone dei doveri, li adempie; studia per
sè, poi dagli studii proprii trae materia a far qualche libricciuolo, e con il
compenso che ne riceve dagli editori comincia a comprarsi qualche mobile di
legno bianco, necessario per la sua stanzetta da studio che nel 1840 aveva
sopra un orticello in via San Gallo. Poi fa nuovi libri, e riceve nuovi aiuti.
Dà lezioni, assiste con i suoi consigli gli editori, diventa un maestro cercato
e gradito molto. E allora presentandosi all'orizzonte un avvenire meno incerto,
egli si determina a prender moglie. Il nuovo stato lo eccita a lavorare di più,
e neppure mezz'ora della giornata è sprecata: i guadagni aumentano, ed egli
aumenta le proprie comodità. Quantunque modestissimo, amava una certa eleganza
non profumata, ma casalinga, ed eccolo soddisfare questi piccoli e grati
bisogni, e lavorare sempre, e divertirsi talvolta, sino a che arrivò a formarsi
un interno di casa comodo e piacevole. E tutto ciò da sè, col lavoro, colla
sobrietà, col risparmio chè nessuno più di lui avrebbe potuto appropriarsi quei
versi del Parini:
«Me non nato a percuotere
Le dure illustri porte,
Nudo accorrà ma libero
Il regno della morte.»
Moriva il primo del mese di giugno, vigilia della festa nazionale, alla
quale egli con tanta gioia avrebbe assistito conducendo in coro i suoi piccoli
scolari a cantare gli inni alla patria italiana!
Quella sera stessa, mentre la sua salma era ancora in casa, fu visto alla
sua finestra sventolare la bandiera tricolore e accesi i fanali: così la vedova
desolata credeva soddisfare a un desiderio dell'amato consorte, malgrado che
l'animo suo fosse contristato dalla maggior sciagura che a donna possa
accadere.
——
Noi ci traemmo alla città di Siena,
La quale è posta in parte forte e sana:
Di leggiadria, di bei costumi è piena,
Di vaghe donne e d'uomini cortesi;
E l'aer è dolce, lucida e serena.»
Così ha detto Fazio degli Uberti; e parecchi secoli dopo, Alfieri,
amantissimo di Siena, esclamava:
Fonte Branda mi trae meglio la sete,
Parmi, che ogni acqua di città latina.»
La qual Fonte Branda, sia detto ciò fra parentesi, non è, contro la
generale credenza quella del falsatore mastro Adamo, il quale aveva sempre
innanzi,
«Li ruscelletti che de' verdi colli
Del Casentin discendon giuso in Arno
Facendo i lor canali freddi e molli.»
e pensava ad una fonte
dello stesso nome nel Casentino, dove egli appunto aveva falsificato i fiorini.
La Fonte Branda di Siena fu menzionata dal Boccaccio nel suo libro De
fontibus, e merita ad ogni modo d'essere visitata dal forestiero.
Da parecchi secoli Siena va
segnalata pei lavori dei suoi intagliatori in legno; la più gran parte de'
mirabili intagli antichi che s'ammirano anche oggi, non nelle Chiese di Siena
soltanto, ma di Piacenza, di Orvieto, ed altre parecchie città italiane, son
dovuti a Senesi.
La storia ricorda i nomi di
Giovanni ed Antonio Barili, nipote e zio, intagliatori senesi segnalatissimi.
Ora quest'arte gentile e tutta
italiana, ch'ebbe tanto favore in passato e poi fu quasi al tutto abbandonata,
tende a riprendere il suo posto: e Siena è nuovamente la città dove essa è più
coltivata. Guidi avo e nepote, Manetti, Savini, Becheroni, Barbetti, Bursagli,
Lombardi, Marchetti, Leoncini, Lavaglini, Sorini, Bartolazzi, Ferri, Salomoni,
Gargini, Betti, Gori, Querci, Castrucci, Del Lungo sono tutti moderni
intagliatori senesi che hanno fatto onore coi loro lavori in legno ed in avorio
alla città nativa e a tutta Italia.
Sono Senesi ed hanno dato opera
a lavori d'intaglio Giovanni Duprè e Pietro Giusti il primo temporaneamente, il
secondo permanentemente.
Nè Siena va senza pregio di
artisti celebrati, di lodati scrittori, di scienziati notissimi, e accoglie fra
le sue mura una schiera di patrizi, continuatori delle nobili e generose tradizioni
degli avi, e solleciti tanto delle patrie glorie e del decoro delle arti, che
accordano efficace e feconda protezione agl'ingegni, e valido aiuto a' primi
tentativi de' giovani artisti: è dovere di questo libro attribuire ad essi non
poca lode e non piccola parte nelle glorie di quella celebre ed antica città.
Giovanni Duprè.
Il nome oramai glorioso nella
storia dell'arte contemporanea e destinato a gloria anche maggiore fra coloro
che questo tempo chiameranno antico ha una desinenza che arieggia il francese,
ma l'uomo è senza dubbio un italiano, e basta guardare in faccia Giovanni Duprè
per riconoscerlo fra mille come un figliuolo d'Italia.
Su quel volto, modellato in
linee purissime e soffuso d'un costante pallore che non è senza grazia, sotto la
fronte spaziosa, ombreggiata da una folta e morbida chioma, brillano due occhi
che parlano prima della bocca: due occhi vivissimi, dolcemente alteri e
imperiosi, donde la fiamma del genio scaturisce fuori tratto a tratto in lampi
che rischiarano quella fisonomia così mutabile ed espressiva. Sono veramente
gli occhi dell'artista che dentro all'informe blocco di marmo vede e contempla
la statua nascosta e accarezza le forme eleganti e divine velate agli sguardi
profani dal freddo e duro involucro della materia.
Giovanni Duprè nacque a Siena
nel 1817, mentre dalle rovine del Consolato e dell'Impero, sorgeva una società
nuova, erede de' principii immortali della rivoluzione francese, ma desiderosa
di raccogliersi nella quiete dei buoni studi come in dolce riposo dopo le lotte
sanguinose e le paurose tempeste del periodo napoleonico. Quando l'astro di
Canova volgeva pian piano al tramonto la stella di Duprè si levava appena al
balzo d'oriente illuminata da' primi albori di vita.
Il padre, modesto intagliatore, guadagnava
laboriosamente la vita scolpendo in legno quegli ornati primitivi, quelle goffe
imitazioni che erano allora l'espressione d'una scuola d'intaglio tuttavia
incipiente e mal sicura.
Il lavoro procedeva a sbalzi, a
intervalli, con penosissime alternative di riposi forzati e di mal retribuite
fatiche onde la penuria sedeva spesso al focolare di famiglia, nè si poteva poi
dire che la pace e l'amore consolassero sempre gli animi agitati dei coniugi
Duprè.
La moglie sapeva soffrire e tacere,
cercando e trovando nell'affetto materno ineffabili gioie, ma il marito avvezzo
alle emozioni d'una vita nomade ed irrequieta, quando le necessità del suo
mestiere lo chiamavano qua e colà per le varie città di Toscana, dimenticava
troppo spesso le virtù ed i dolori della sua rassegnata compagna.
Quando Giovannino ebbe cinque
anni, egli venne a Firenze, colla madre e col padre chiamato in fretta a
prestar l'opera sua ai lavori di quel palazzo Borghesi che si era così
rapidamente innalzato dalle fondamenta.
Il fanciullo guardava con una
certa curiosità le produzioni della mano paterna, ma nella mente infantile il
misterioso lavorio della natura gettava i semi di più nobili e più sublimi
aspirazioni. Più procedeva negli anni e più pareva restio a seguire i consigli
del padre, che lo voleva a ogni costo continuatore del suo ingrato mestiere.
L'occhio distratto cercava nel vuoto la rivelazione di forme più gentili e più
care; la mente innamorata del bello e del vero sognava più alti destini.
Vagando dietro la guida paterna per le vie di Firenze accarezzava collo sguardo
quel popolo di statue che parla un muto ma eloquente linguaggio alle anime
grandi, e ne' frequenti passaggi per Borgognissanti contemplava cupidamente
quella miriade di statuette d'alabastro che biancheggiavano nelle chiuse
vetrine de' rivenditori, così procacemente pudiche nella loro casta nudità.
E gli pareva che l'ultima e più
sublime delle sue aspirazioni fosse proprio la creazione di quelle statuine
così graziose e gentili, e che la suprema felicità della sua vita stesse
nell'animare collo scalpello e colla lima quel mondo fantastico di angioletti,
di ninfe, di semidei e di vergini che gli ballavano continuamente nel cervello
una ridda vertiginosa e popolavano di sogni le sue notti agitate.
Di qui un desiderio smanioso di
tratteggiare sempre e dovunque le linee armoniose della figura umana, uno
studio incessante di procurarsi un momento di libertà per affidare al vergine
candore d'un pezzo di carta i primi tratti ancora incerti e dubbiosi della
inesperta matita.
La notte, quando tutto taceva
nella modesta abitazione, Giovannino rubava qualche ora di riposo, e al fioco
lume d'una lucernina sedeva al desco e si studiava di riprodurre col disegno
alcuna delle cose vedute e lottava colla fatica e col sonno, finchè stremato di
forze, piegava languidamente il capo sulla stanca manina e si addormentava
placidamente sopra le presaghe carte, principio e promessa della gloria futura.
Il padre vedeva di mal'occhio
coteste tendenze del figliuolo. Ne' suoi progetti d'avvenire egli aveva fatto
del suo Giovannino un intagliatore come lui. L'esercizio di quel mestiere dava
il pane quotidiano, scarso, sudato, ma sempre pane!... Temeva gli studi,
lunghi, difficili, necessari, come argomenti che allontanavano sempre più
l'epoca sospirata in cui il fanciullo, divenuto adolescente, poteva essere
d'aiuto e di sollievo alla famiglia.
E poi, a dirla tutta, il babbo,
un po' troppo preoccupato di questo suo disegno, non aveva punto compreso il
figliuolo: in quel libro ancora chiuso non aveva indovinato le splendide pagine
del futuro. Lo credeva simile a sè stesso... e forse anco un po' inferiore a sè
stesso. E lo sgridava, se lo legava a cintola, lo conduceva seco pellegrinando
a Prato, a Siena, a Pistoia per non perderlo mai di vista e levargli
l'occasione e la possibilità di perdere il tempo studiando.
La mamma, invece, sentiva col
cuore quello che coll'intelligenza non arrivava a penetrare. Pareva che
quell'anima di madre, la cosa più sublime che sia uscita dal soffio creatore di
Dio, indovinasse negli occhi del figliuolo la divina scintilla del genio.
Educata a sentimenti di religione, e rimasta religiosa negli affanni e nella
miseria (maestri di superbo e vigliacco scetticismo alle anime deboli), la
povera donna alimentava nel suo Giovannino la fiammella della fede.
E questa soave corrispondenza
d'idee e di speranze rendeva cara la mamma al fanciulletto amoroso, che spesso
condotto via dal padre a lavorare con lui, ingannava la costui vigilanza, e da
Pistoia, da Prato, da Siena.... perfino da Siena, guarnite di poco pane le
tasche, correva a piedi a Firenze, ove giungeva trafelato e stracco a riposare
sul seno materno quella testa tanto cara alla povera abbandonata.
Sulle orme del fuggente giungeva
il padre più tardi, sicuro di trovare al covo la lepre, e gli scappellotti
piovevano spessi e duri come grandine.
Così giunse al suo nono anno di
età, e si trasferì a Siena, ove lavorò in bottega di Giuseppe Barbetti, cui
l'arte dell'intaglio meravigliosamente progredita nella scuola senese deve
senza dubbio molta parte de' suoi splendidi successi.
Il suo nuovo principale non lo
intese nè più nè meglio di quello che il padre suo lo intendesse; che anzi
predisse (e accompagnò la predizione con un gesto leggermente violento), che
Giovanni sarebbe rimasto un asino calzato e vestito vita naturale durante!... I
venti si portarono via il malaugurio!....
Intanto per due anni frequentò
il giovinetto l'Accademia senese, ove sedeva allora direttore il Collilignon e
il Dei professava l'ornato. Carlo Pini, allora custode dell'Accademia, e più
tardi illustratore del Vasari, dava in segreto allo scolaretto d'ornato le
prime lezioni di figura. Il custode aveva avuto buon naso!
Nelle ore avanzate al lavoro,
Giovanni scolpiva crocifissi e immaginette, e spendeva così nello studio il
tempo che altri avrebbe dato al divertimento ed all'ozio.
Finiti i due anni, tornò col
babbo in Firenze e fu allogato in bottega dell'intagliatore Sani, che stava
allora a San Biagio in un bugigattolo della piazza ove è adesso un magazzino di
mobili antichi.
Colà vegetò lungo tempo
retribuito dapprima con cinquantasei centesimi ogni settimana, poi grado a
grado, scolpendo in legno finali da tende, candelieri d'altare, teste
d'angioletti, di serafini, e aquile e mascheroni, giunse a' primi gradini della
scala, e guadagnò fino a due lire e cinquantadue centesimi al giorno.
Tra i suoi lavori d'intaglio,
compiuti in diverse epoche, è degno di memoria un crocifisso da lui scolpito
pel Sani, e dal Sani venduto al priore Emanuele Fenzi in occasione delle nozze
del figlio Orazio, il quale dal ricco banchiere mostrato a un tale che teneva
in que' tempi lo scettro della scultura, fu giudicato cosa bella ma antica. E
quando il priore Emanuele presentò al sommo artista l'autore del crocifisso
lodato nel povero ed oscuro giovanetto che entrava per caso nella stanza,
questi si conturbò tutto, è si lasciò cadere il Cristo di mano, confuso per
l'errore commesso!...
E cotesto errore non fu il
solo... chè più tardi il Duprè, dato di piglio a un vecchio pezzo di legno
intarlato, scolpì un cofanetto da lui venduto ad un antiquario e da costui
passato nelle mani della signora Poldi, cofanetto che riuscì così elegante e
gentile lavoro da persuadere lo stesso principe dell'arte a tenerlo per cosa
uscita dalle mani del Tasso, discepolo del Cellini, e di questa gran verità si
lasciò cavar di mano un certificato scritto che non fu la cosa meno curiosa
posseduta a quel tempo dalla Poldi. L'inganno non fu allora scoperto, ma ben lo
scoprì più tardi la gentildonna, che dallo stesso Giovanni Duprè n'ebbe notizia
e certezza, e tenne caro il cofanetto dell'esimio scultore come e più ancora
del sognato lavoro del Tasso.
Modellò anche in legno una
piccola statuetta del grande Napoleone, che andò poscia, tutto trepidante, ad
offrire al conte di Saint-Leu, vivente in dolci ozi e in placido riposo nel suo
palazzo sulla riva destra dell'Arno ove teneva un simulacro di corte, e si
lasciava dare beatamente il titolo di Maestà da' suoi famigliari pieni
d'indulgenza per quella piccola ed innocua vanità.
Il re accolse cortesemente il
giovane artista che muoveva i primi passi alla conquista dello scettro
dell'arte, e ambiva una corona non soggetta alle mutabili vicende de' tempi, e
si compiacque di scherzare con un innocente giuoco di parole dicendo che in
cambio d'un Napoleone di legno offriva al giovinetto un Napoleone d'oro.
Ricco di due lire e mezzo ogni giorno, giunto ormai al diciannovesimo
anno, il nostro Giovanni condusse in moglie nel 1836 Maria Mecocci de' pressi
di Firenze che amato riamava... e fu ventura per lui.
Gli concesse il cielo di amare una donna che somigliava nel cuore alla
madre sua, e da questo amore ricondotto al più retto sentiero e richiamato a
vita più sedentaria e laboriosa, dette un addio eterno ai compagni scioperati e
alle dissipazioni giovanili che insidiavano lui inesperto e novizio, e
ricominciò a lavorare di lena.
Assiduo in bottega Sani all'ingrata fatica d'ogni giorno (e se talvolta
per motivi di salute mancò, ne ebbe a fin di settimana diminuito il magrissimo
peculio), lasciava per un'ora e mezzo tutti i giorni il banco e gli arnesi col
pretesto di pigliarsi tempo al pranzo e al riposo, e correva invece allo studio
dello scultore Magi, che gli fu amico benevolo, ove per un'ora, e spesso per
un'ora e un quarto si tratteneva a modellare, riservando al frugale suo pranzo
il quarto d'ora che gli rimaneva. La sera, e non di rado parte della notte, le
consacrava allo studio del disegno, finchè giungeva la festa, giorno veramente
di allegrezza e di pace, che tutto intero passava rinchiuso in casa sua, seduto
presso alla moglie amorosa, in continua, incessante, febbrile fatica di
disegnare.
L'anno che seguì quello del suo fortunato matrimonio scolpiva in legno
una S. Filomena, in cui si cimentò per la prima volta quell'ingegno ancora
inconscio e mal sicuro di sè, e la non spregevole statuetta comprò un dabben
uomo russo che si ostinò a sbattezzarla, e attestò i suoi gusti iconoclasti
imputandosi a riconoscerla per una Speranza.
In questi continui lavori, in
questa lotta incessante del bisogno che costringe ad ingrate fatiche manuali
col genio prepotente che chiedeva alimento di fecondi riposi e di studi, in
questo travaglio quotidiano, in questa povertà domestica, si dibatteva il Duprè
da tre anni, dando alla bottega del Sani il meglio del suo tempo, ai disegni
del Magi le insonni sue notti, e allo studio dello scultore Cambi le poche ore
rubate al riposo, quando finalmente nel 1840 con un bassorilievo rappresentante
il Giudizio di Paride, concorse al premio triennale dell'Accademia
fiorentina di Belle Arti, e per sua fortuna l'ottenne.
Ben altri e ben più splendidi
trionfi dovevano in pochi anni far lieto il cuore del giovane scultore, ma
certo nessun altro mai fu tanto caro al Duprè quanto quella prima vittoria, che
rianimò lo spirito abbattuto dell'uomo, e ravvivò la fiamma del genio
dell'artista, mentre il primo era per soccombere sotto i colpi dell'avversa
fortuna fra gli stenti, le miserie... e la fame, e il secondo languiva fra le
catene del mestiere e sentiva indebolita tra gl'impacci del presente la salda
sua fede nell'avvenire.
L'invidia cercò di amareggiare que' dolcissimi giorni del primo lieto
successo. Gli emuli vinti ed abbattuti, i compagni lasciati indietro nel
cammino spinoso dell'arte gli resero così, senza volerlo, il primo onore di cui
non son degne che le anime grandi.
La calunnia, arma dei traditori e dei vigliacchi, cercò ferirlo nel
debole della corazza. Siccome egli non era ascritto nei ruoli dell'Accademia, e
si sapeva ormai che il Cambi gli era stato largo di precetti e di consigli, si
andò susurrando che il bassorilievo premiato era cosa del maestro, e che il
discepolo non ci aveva di suo che la sfacciataggine d'averla esposta col
proprio nome.
Allora lo sconforto ed il dubbio assalirono di nuovo quell'anima
combattuta, finchè, ripreso un po' di coraggio, confortato dalla moglie e
avvalorato dalla coscienza del proprio ingegno presa a pigione, insieme ad un
tale Pacetti doratore e negoziante d'anticaglie, una stalletta del palazzo
Borghesi che già aveva servito d'infermeria pei cavalli ammalati, si ritirò là
dentro a modellare una Baccante ubriaca, svelta figurina di giovinetta piegata
sul morbido fianco e reclinante l'omero sopra un tronco vicino. Ma fosse l'interna
battaglia dell'animo concitato e commosso, fossero i disagi e le strettezze del
luogo, la male impiantata figura un bel giorno, cedendo al proprio peso,
precipitò rovinando per terra, e con essa rovinarono giù le dolci speranze di
far tacere per sempre le invidiose lingue calunniatrici.
Questo disgraziato evento della Baccante sarebbe forse costato al
povero Giovanni più grandi e più angosciosi tormenti, se poco dopo chiamato in
fretta a modellare quattro cariatidi in gesso per il palco reale del teatro
Rossini di Livorno non avesse in tempo brevissimo condotto a fine il lavoro
così felicemente da meritare il plauso di tutti. Conserte al seno le braccia,
mollemente piegata sul casto seno la faccia melanconica e pensosa, quelle
quattro figure di fanciulle ritraevano mirabilmente il muto dolore, la debole
speranza e la religiosa rassegnazione dello scultore, la cui fiducia nel
proprio ingegno non trovava ormai altri argomenti di conforto e di coraggio che
in quella fede purissima dalle amorose labbra materne passata nel cuore del
figliuolo affettuoso.
Quelle quattro avventurate
cariatidi sostennero in alto cosa assai più preziosa che non fosse il
padiglione di un palco di teatro. Esse portarono forse, le care fanciulle,
tutta la fortuna del Duprè, che riconfortato dalla lode, più sicuro del suo
valore, lasciata alle bestie inferme la malaugurata stalla del palazzo
Borghesi, si recò in una stanzuccia in faccia a San Simone, e volse l'animo a
ritentare più seriamente la prova con una statua, modellata nel segreto di
quelle quattro mura, di cui non potesse dirsi più tardi ch'ella fosse opera
d'altri.
Ma le strettezze in cui pur
tuttavia si dibatteva, costringendolo a lavorare in quel bugigattolo di studio,
non gli consentivano nessun tentativo di statua in piedi. Il soffitto era tanto
basso quanto alta era la mente dello scultore. Fu costretto a modellare una
figura giacente. E così nacque il pensiero dell'Abele, come da un
piccolissimo seme nasce la quercia robusta che sfiderà più tardi i furori della
tempesta, e spiegherà in alto la pompa sempre verde delle sue chiome.
Nessun occhio curioso spiò
l'artista che s'affaticava intorno al suo Abele, nessuno, amico o
nemico, penetrò il segreto dello studiolo di San Simone, finchè la statua non
fu condotta a buon fine.
Soltanto allora prese vaghezza
al Duprè di mostrarla ad alcuno che potesse con sicuro giudizio scoprirne i
pregi e i difetti, e darne all'artefice il biasimo o la lode meritati. E il
giudice scelto fu Lorenzo Bartolini, che, richiesto, consentì a visitare lo
studio del nostro Giovanni, e fissò le cinque antimeridiane per l'ora del
convegno.
Oh! come batteva il cuore
al giovinetto Duprè quando alla incerta luce del crepuscolo, svegliato dalla
vigile e trepida sua moglie, diede le spalle alla sua povera casa dell'umile
via delle Colombe, per correre tutto d'un fiato allo studio, ove una voce tanto
autorevole doveva pronunziare la sospirata sentenza sul frutto de' suoi sudori!
!... Pochi momenti ancora, e il suo avvenire sarebbe irrevocabilmente
deciso!... Forse mentre correva via pel noto cammino la mente gli ripeteva le
sdegnose ripulse del padre, e le sinistre predizioni del maestro; sarai un
asino per tutta la vita!... A lui frettoloso le cinque ore del mattino
suonarono all'orecchio mentre traversava com'avesse ali alle piante, la Piazza
Santa Croce. Ancora una svoltata, pochi passi... ed eccolo dinanzi alla porta
del suo studio di faccia alla chiesa di San Simone!... Angeli e ministri di
grazia!... Entro il buco della serratura stava accartocciato ed infisso il
biglietto da visita di Bartolini, che era venuto all'ora precisa ed era
scappato via senza aspettare neanco un minuto!...
Sull'orme del venerato maestro
corse in fretta il povero Duprè, scorato e confuso, ma non prima lo raggiunse
che fosse pervenuto al suo studio, mentre appena aveva deposto il cappello, e
n'ebbe promessa di una nuova visita l'indomani ed all'ora medesima.
Quelle ventiquattro ore,
ventiquattro secoli di angosciosa incertezza, passarono lente, penose,
interminabili... pure passarono, e questa volta, quando Bartolini arrivò, Duprè
lo accolse sul limitare dello studio e dinanzi a lui levò il velo che copriva
il suo Abele.
Agli intenti suoi occhi che
spiavano la faccia annuvolata del giudice, non sfuggì il lampo di sorpresa che
balenò in quello sguardo scrutatore. Nel silenzio di quella stanzuccia il
respiro affannoso del giovine scultore rivelava la battaglia tremenda che si
combatteva nella sua anima.
Poi Bartolini parlò... e le sue parole furono balsamo a tutte le ferite,
ristoro a tutte le angoscie, premio a tutte le fatiche. Da quel momento, il
giovinetto era un uomo, l'artefice era un artista. L'innamorato cuore materno
aveva squarciato il buio dell'avvenire. Il vecchio maestro brontolone aveva
scambiato per un asino l'aquila appena nata... ma l'aquila aveva trovato il suo
sole, e ormai lo fissava con sicura pupilla e spiccava il volo ardimentoso per
gl'infiniti spazi del cielo dell'arte.
Rovesciato al suolo dalla clava fratricida (e dal soffitto troppo basso),
giaceva Abele disteso e già fatto cadavere. Tutta la bella persona era non già
vinta e abbattuta dalle prepotenti forze della morte, ma della morte
vincitrice, acconciata con molle abbandono al sacrifizio di una inutile vita.
Il primo delitto era tanto più spaventoso e crudele quanto più rassegnata era
la vittima prima. Mentre il braccio sinistro dolcemente, si stendeva
sull'insanguinato terreno e la mano aperta, volta con la palma al cielo, parea
offrire al Signore il più puro dei sacrifizi, il braccio destro si agitava
ancora nell'ultima convulsione, e stringeva colla mano chiusa il lembo estremo
della pelle dell'irco.
Parve al Bartolini che cotesta azione un po' violenta e rabbiosa,
disdicesse alla divin calma di quel morente, e consigliò che anche quel braccio
e quella mano, il primo dolcemente spossato e aperta la seconda, togliessero
fin l'ombra del dolore e dell'ira a quella placida morte. E' fu consiglio degno
di chi lo dava e di chi lo accoglieva.
I piedi poggiati uno sull'altro erano cosa sì vera che forse parve troppo
vera all'occhio artistico del principe degli scultori, e colla destra chiusa e
col pollice alzato e mosso all'atto del modellare, accarezzava senza toccarli i
contorni di quei piedi bellissimi. L'occhio del Bartolini fissava intanto il
Duprè, ma la lingua era muta. Se non che al Duprè si era rivelato in quel gesto
tutto il pensiero del venerato maestro, quegli pronto a concepire, questi ad
afferrare il concetto prontissimo, e sussurrò sorridendo: Ho capito. E
Bartolini, posando dal gesto, acceso in volto dal fuoco dell'arte, replicò
piano piano e come trascinando le parole: Hai capito?... meglio per te!... E se
ne partì.
L'Abele fu mostrato al pubblico nelle sale dell'Accademia, che
erano allora quelle stesse ove adesso ha dimora e studio il Duprè, e il delicato
pensiero dell'artista lo ha oggi riposto al luogo medesimo in cui per la prima
volta fu da' Fiorentini veduto.
E fu una rivelazione!...
Sciolto dal segreto, Bartolini parlò e al giovane artista fu largo di meritata
lode, e prodigò di raccomandazioni e di encomi in pubblico e in privato. Tutta
Firenze risuonò del nome del giovane Duprè!
All'Abele non mancarono
certo i Caini che vollero assassinare la fama del confratello in arte bucinando
che lungi dal modellare la statua il Duprè ne aveva gettata la forma sopra un
corpo vivente, ma questa volta i denti della vipera si spuntarono sull'acciaio
del valente scalpello.
La madre... la madre felice che
avea indovinato dalla prima aurora lo splendido meriggio di quel sole
dell'arte; non potè allegrarsi di questo nuovo trionfo del figlio. Affranta dai
dolori, e dagli affanni, in preda ed una inesorabile malattia che non doveva
più darle tregua e riposo, ella giaceva sull'ultimo suo letto fino da quando il
giovine Duprè, col bassorilievo del Giudizio di Paride concorse al
premio triennale dell'Accademia.
Ella aveva seguito con
ansia materna gli arditi tentativi del figliuolo, e per le varie sorti de' suoi
primi lavori aveva trepidato fra il timore e la speranza.
All'annunzio della vittoria del
figlio, parve rianimarsi e sollevarsi alcun poco, ma negli otto giorni che
tennero dietro alla dichiarazione del premio s'aggravò talmente che ormai fu
necessario disporsi alla dolorosa separazione, e giovane ancora, sicura del
lieto avvenire serbato al suo adorato Giovannino, tutta commossa nel cuore e
raggiante in volto di gioia, si spense dolcemente e s'addormentò nel placido
sonno della morte il giorno medesimo in cui Giovanni Duprè, nella solenne
distribuzione dei premi all'Accademia delle Belle Arti era chiamato a ricevere la
ricompensa de' suoi studi felici. E fissando in volto il figliuolo, gli occhi
morenti volgendo al cielo, sussurrò dolcemente: Muoio contenta!...
Ohimè!... quella morte fu
dappresso seguita da un'altra, non certo più amara ma più crudele.
La dolce fanciullina del Duprè,
il primo pegno de' suo casti amori scese nel sepolcro appena adolescente!... La
Giuseppina volò in cielo a sette anni, e a' piè del modesto quadretto ove mano
amica tracciò la memoria del suo volto gentile, la penna di G. B. Niccolini segnò
pochi versi degni del gran poeta civile che al dolore paterno poteva solo
porgere degna consolazione.
Ecco i versi che nessuno ch'io
sappia, ha mai riportato finora:
«Pochi a te della vita
Furono i mali, o pargoletta, e
mori
Come rosa ch'è colta a' primi
albori.
Ognor memoria e pianto
Al genitor sarai, benchè per
sempre
Dal sogno della vita in ciel
già desta:
Tu stai nel porto... e noi
siamo in tempesta!...»
Questo doppio lutto aveva
contristato l'anima affettuosa del Duprè, e vinto per un momento le forze del
suo ingegno.
Un amico, un mecenate, il conte
Ferdinando Del Benino si provò pel primo a rialzare quello spirito abbattuto e
trovò modo di placare nel travaglio dell'arte il dolore inconsolabile
dell'uomo.
Giovanni doveva a sè stesso e
alla sua fama un'ultima vittoria su' suoi nemici. Bisognava modellare una nuova
statua che si tenesse in piedi, e di cui non potessero ripetersi le stolte
accuse lanciate contro l'Abele.
Mutasse studio il Duprè,
si fornisse di tutti gli arnesi necessari all'arte sua, chiamasse a lunghe
sedute i modelli, e facesse cosa degna di sè. Se le magre risorse dell'artista
non bastavano al bisogno, lo scrigno del patrizio avrebbe volentieri imprestato
le somme occorrenti. Che il Duprè facesse pur capo a lui... avrebbe a suo tempo
restituito il danaro.
La generosa offerta fu accettata e doveva esserlo; e sorse in mente al
Duprè l'idea del Caino e coll'aiuto del conte che imprestò allo scultore
fino a cento scudi toscani. la nuova statua fu cominciata e molto condotta
innanzi.
Intanto un tal Mariotti, che
faceva il corriere e bazzicava molti signori Russi, dopo aver fatto dimora nel
loro paese, trovò modo di fare avere al Duprè la commissione di una copia in
marmo dell'Abele, e anticipò mille scudi per l'acquisto del blocco a
Carrara.
Toccati appena i primi soldi,
corse diviato il Duprè a casa Del Benino, co' cento scudi di cui era rimasto
debitore al conte, e tutto giulivo in volto, offrì di saldare il suo debito.
Il generoso patrizio guardò lungamente e l'artista e i denari, e accolse
il primo con affetto tutto paterno ma si ostinò a rifiutare i secondi, e con sì
dolci modi, e così soavi parole, e tante amorose preghiere accompagnò il
rifiuto, che il Duprè non potè onestamente respingere il dono e contristare il
donatore, cui poco dopo, non a compenso della somma donata ma a memoria
dell'atto generoso, fece omaggio d'un piccolo busto di marmo, già modellato in
creta da lui sulla scorta d'un vecchio dipinto, innanzi al qual modello più
volte s'era fermato con compiacenza il cortese mecenate.
Dopo il Caino, non era più tempo di medaglie e di premi!... Il Duprè fu
nominato professore all'Accademia di Belle Arti.
Era finita ormai l'angoscia de' tentativi e del tirocinio penoso.
L'artista aveva abbandonato i sentieri spinosi ed alpestri che menano i pochi
valenti al sommo della gloria, e uscito dalla selva selvaggia ed aspra e
forte, correva all'aperto per larga via alla ricchezza e alla gloria.
E come gli bastassero le forze
al nuovo cammino lo diranno i posteri che soli potranno rendere al Duprè la
giusta lode che gli è dovuta.
Noi pieghiamo riverenti la testa
innanzi a quel genio creatore, che animato dalla fede inspiratrice, popolò di
tanti capolavori il tempio augusto dell'arte italiana.
Capo di quella schiera di
valenti che tengono alta la bandiera d'Italia nel campo della scultura, il
Duprè non aspetta da noi uno sterile omaggio di lode troppo inferiore al suo
merito... e del resto la lode per l'artista ormai chiaro e famoso non è cosa da
questo libro.
Ben è cosa da questo libro
accennare al Duprè come a colui che solo fu perchè fortemente volle, perchè
strenuamente combattè, perchè molto soffrì, e il lungo dolore, e la mala
consigliatrice miseria domò col lavoro costante, indefesso, continuo, perchè
alla sventura, all'invidia, alla calunnia oppose non già declamatorie e
lamentose parole, ma opere ardite, oneste, coscienziose e severe, perchè
coll'idra del bisogno lottò corpo a corpo, e l'arte amò sopra ogni cosa e più
sopra sè stesso, fecondo esempio ai contemporanei e ai futuri di fede
inconcussa, di saldo volere, d'incorrotta virtù, eloquente smentita alla stolta
e invereconda razza degli artisti bugiardi ed inetti che credono inseparabili
dal genio le sregolatezze delle vili passioni, gli ozi loquaci, i queruli
lamenti, gli errori vergognosi del vizio, e le vigliacche transazioni
coll'onore e col dovere.
Pietro Giusti
Da poveri genitori nacque Pietro
Giusti in Siena, l'anno 1822: ed in età di sei mesi rimase orfano del padre,
che fu un sarto.
La sua povera madre s'ingegnò,
lavorando da mattina a sera, di far fare i primi studi al figliuoletto, che a
cotesta materna sollecitudine corrispondeva di buona voglia; ma in breve
dovette smettere per mancanza di mezzi, e il piccolo Pietro fu messo come
fattorino dal rinomato intagliatore Angelo Barbetti, il quale allora lavorava
per Morgan Thomas in Siena; e che veramente dette a quest'arte meraviglioso
incremento, avviando e istruendo in essa molti giovani, che divennero poi non
meno famosi del maestro, malgrado egli li trattasse con quel fare di burbero
benefico che cela la bontà del cuore sotto le forme d'una ruvidezza talvolta
eccessiva. Rimase là diversi anni, ma riceveva forse più busse che
ammaestramenti, ed era costretto a fare i più duri servigi. Doveva portare pesi
assai gravi, attingere l'acqua per la casa del principale, rifare i letti,
spazzare, fare tutti i servizi che si fanno nelle camere da letto, poi menare a
diporto i figliuoli del maestro tirandoli in un carretto.
In bottega girava la ruota al
tornitore, il quale un giorno gli diede un pugno nello stomaco, che lo ridusse
a mal partito per più mesi.
Egli sopportava eroicamente
queste dure sofferenze per non dar pena a sua madre; ma questa vide alla fine
le carni livide del figliuolo e finì per saper tutto, onde lo tolse dal suo
padrone e lo allogò dal vecchio padre di questo, uomo assai più umano.
Qui cominciò il Giusti a tenere
in mano lo scalpello e lavorare qualche poco: ma erano tanto rozzi e grossolani
i lavori di quel vecchio, ch'egli non n'ebbe altro guadagno tranne quello
dell'esercizio della mano. Fu tuttavia contento della sua nuova posizione,
perchè potè riprendere lo studio dell'ornato nell'Istituto di Belle Arti,
intrapreso prima di allogarsi con Angelo Barbetti, e lo potè seguitare per qualche
tempo.
All'Istituto strinse amicizia
con un Giovacchino Cardini, anch'esso intagliatore, giovinetto che mostrava ed
aveva assai talento; e perciò il Giusti gli voleva molto bene.
Nel 1839 il padre del Cardini dovette
andare impiegato nell'ospedale di Volterra, e naturalmente pensò a condurre
seco il figliuolo; questi fece molta istanza al Giusti perchè gli tenesse
compagnia; e il Giusti ottenutone il consenso dalla madre, che molto a
malincuore per la prima volta si separava dal suo unico figlio, andò
coll'amico.
A Volterra il Cardini fece un
disegno d'una piccola cornicetta, e i due giovani amici insieme la lavorarono e
la intagliarono.
Il Giusti rimase in Volterra dal
novembre 1839 fino alla primavera del seguente anno 1840. Poi ritornò in Siena
presso il vecchio Barbetti, la cui bottega abbandonò poco dopo per tornare
nuovamente dal primo maestro Angelo Barbetti pel quale malgrado le busse
ricevute, aveva sempre conservato affetto. Questi gli promise di farlo lavorare,
conosciutone meglio il suo valore, e gli assegnò una paga di settanta centesimi
al giorno, che parve al giovinetto un tesoro.
In capo a due anni egli
guadagnava una lira e quaranta centesimi al giorno e cominciava a lavorare per
bene.
Nel 1844 il Barbetti andò a
Firenze, lasciando a Siena il Giusti nella sua bottega in piazza di San
Pellegrino, con l'incarico di sbrigare i piccoli affari che egli lasciava
incompiuti o non cominciati.
Poco rimase il Giusti in questa
bottega, nella quale entrò, a lui succedendo, l'intagliatore Rossi, che gli era
stato compagno qualche tempo prima.
E condusse a pigione una
botteghina in via Galgaria, ove tutto si diede al lavoro e prese a fare una
cornice di legno noce, ed un'altra d'avorio. Cotesta voglia del lavorare
l'avorio gli saltò in mente dopo uno scherzo fatto ad un suo amico, il dottore
Carpellini, che avendo dimenticato da lui un bastone dal pomo eburneo, se lo
vide restituire con sopra intagliato un grazioso scarafaggio.
La cornice di noce a metà fatta
fu messa fuori della bottega, e piaceva molto alla gente che passava.
Intanto egli andava ogni giorno
alcune ore a fare il disegno di un medaglione scolpito in legno dal celebre
intagliatore senese Antonio Barili, contemporaneo di Raffaello.
Passando allora davanti alla
bottega del Giusti un gentiluomo inglese, George Vivian, vide quella cornice,
incominciata, e la trovò molto bella: il giorno dopo condusse là il suo amico
lord Northesk, il quale invaghitosi di quell'incominciato lavoro, diede
incarico al giovane intagliatore di compierlo per suo conto.
Il signor Vivian vide il disegno
del bellissimo medaglione del Barili, e saputo dal Giusti che ne esisteva in
casa del signor Malavolti l'originale, con esso andò a visitarlo, ed invitò il
giovane artista a farne uno eguale, promettendogli cento scudi quando fosse
bene riuscito.
Dopo molto esitare accettò, e,
compiuta la cornice per lord Northesk e la cornicetta d'avorio, s'accinse a
quel lavoro, e riuscì così bene che s'ebbe altri quaranta scudi oltre ai cento
promessi.
Quei lavori esposti in Firenze
nel 1847 fecero molto onore al giovane artista, che d'allora in poi ebbe
commissioni numerose, e lavorò sempre indefessamente, salvo una breve
interruzione, l'anno 1848, nel quale andò volontario alla guerra e nel combattimento
di Montanara cadde prigioniero dei Tedeschi.
Apprezzatissimi segnatamente
sono i lavori del Giusti in Inghilterra, e di là ebbe generose commissioni, e
ne ha tuttavia. I giornali inglesi di belle arti hanno sovente parlato di lui
nel modo più favorevole.
Egli ebbe la decorazione del
merito industriale dopo l'Esposizione di Londra nel 1851, e la croce dei SS.
Maurizio e Lazzaro dopo l'Esposizione di Londra del 1862. Il Re Vittorio
Emanuele gli mandò di suo motu proprio la decorazione della Corona d'Italia,
dopo ch'egli ebbe fatto il disegno e diretto il lavoro del cofanetto d'oro
donato alla sposa Principessa Margherita dal Municipio di Torino. Egli è ora
professore d'intaglio nell'Istituto Industriale Professionale di Torino, e fa
tutti i suoi sforzi per avviare a questo genere di lavori i giovani operai
torinesi, e creare qui una buona scuola d'artisti come a Siena. Quanto ciò sia
di vantaggio a Torino non è d'uopo dire. Con tutto ciò il buon volere costante
ed operoso del Giusti, non ha ottenuto fin ora gli effetti che ragionevolmente
se ne poteva aspettare. Egli però non è uomo da stancarsi, e giova sperare che
alla fine sia per riuscire.
Un altro merito ha Pietro
Giusti, che è tanto più grande in lui se si considera la travagliatissima sua
giovinezza ed il lavorare assiduo che poi ha fatto nell'arte. Egli è grazioso
scrittore, padrone della lingua, facile, sciolto, pieno di brio.
Ha scritto la biografia di
Giuseppe Maria Bonzanigo, astigiano, intagliatore maestro; ha scritto poi
alcuni cenni biografici intorno agli intagliatori senesi contemporanei, che
sono un gioiello tanto per l'assennatezza dei giudizi e la giustezza delle
vedute, quanto per la forma elegante ed originale.
Non ha però stampato, per senso
di sincera modestia, nè l'uno nè l'altro di questi due letterati lavori. Chi
scrive queste linee ebbe la ventura di leggerli, e gli scritti come gl'intagli
del Giusti gli richiamarono più d'una volta alla mente Benvenuto Cellini.
Lorenzo Ilari
Il senese Lorenzo Ilari è autore
di un'opera bibliografica, intitolata La biblioteca pubblica di Siena,
disposta secondo le materie, 3 volumi in foglio. Quest'opera fu lodata
convenientemente dai dotti italiani, ed in ispecial modo da quell'ottimo
giudice in così fatte materie, che è Niccolò Tommaseo.
La vita dell'Ilari, benchè d'uomo che morì fino dal
10 gennaio 1849, e per ciò un po' lontana da noi, è così ricca di fatti, così
feconda di utili considerazioni, e così interessante nella sua aurea semplicità
che io l'ho creduta degnissima di essere conosciuta, siccome quella che ai
giovani può dare grandi ammaestramenti. Figlio di un bottaio prima di essere
scrittore, dimostrò luminosamente quanto possa l'uomo col fermo volere. E
perciò ho stimato opportuno riferire i fatti principali di questa nobile vita,
colle parole stesse con cui egli li ha narrati.
«Bramo sia noto, che la mia nascita e la fortuna dalla quale fu
accompagnata, non mi aveva destinato allo studio. Nacqui, sono già scorsi
settant'anni, figlio di un povero e onesto, e dirò anche abile falegname, che
con una bottega, o dir vogliasi elegantemente officina, accreditata però
abbastanza, per quanto ristretta fosse, ricavò fino che fu nel vigore dell'età
sua, mezzi sufficienti ad una limitata sussistenza per sè, e per la sua famiglia.
Fu il mio genitore di carattere piuttosto severo, e tenacissimo nelle opinioni
che in quei tempi prevalevano, e nelle quali era stato educato. Fra queste
opinioni v'era quella che le professioni, cioè le arti, si dovessero perpetuare
nella famiglia, passando di padre in figlio: nè s'era ancora sviluppata nel
popolo, o non s'era molto diffusa la melanconia di avere in casa il figlio
dottore, sebbene non lo fosse stato prima il padre. Questa opinione faceva
tollerare tutto al più, che in qualche famiglia artigiana delle più agiate, si
contasse tra i figli delle medesime un prete; e guardi il cielo che egli avesse
ardito aspirare ad un capitolo, si sarebbe gridato generalmente all'arme contro
il delitto di lesa dignità, come mi rammento essere accaduto talvolta in tempo
della mia puerizia. Mio padre, adunque, educato in questi principii, era
determinato di dare in me un successore nell'arte sua, mi teneva seco, ed era
il suo fattorino in tutta l'estensione del termine; e perchè nulla vi mancasse
a caratterizzarmi per tale, mi soleva bastonare senza risparmio tutte le volte
che egli credeva che l'occorrenza lo richiedesse, e per quanto non sempre in
quest'articolo si combinassero le nostre opinioni, nondimeno la sua era sempre
quella che prevaleva. Tuttavia non mancò di mandarmi fino dalla prima
fanciullezza a farmi istruire nel leggere, nello scrivere, e nei primi elementi
di aritmetica; sola istruzione (e non aveva torto) che egli reputasse
necessaria per un artigiano. Correva in tal guisa la mia età puerile, quando mi
si fece passare in una scuola pubblica guidata da un ottimo religioso, il
quale, vedendomi di buon occhio, mi esibì d'insegnarmi la lingua latina; alla
quale proposta risposi che avrei sentito il babbo, come diffatto feci. Ma egli
mi rispose in tono austero: che in casa sua non vi erano mai stati asini
latini, nè egli voleva essere il primo ad introdurveli. Riportata da me questa
risposta, che non ammetteva replica, al signor maestro, non si parlò più di
lingua latina, ed io fino da quel giorno fui destinato a far parte di quella
classe a cui avevano appartenuto i miei antenati. È per altro vero che il mio
povero padre, costante nel suo progetto di cavare di me un buon falegname, mi
trovò un abile maestro che mi istruisse negli elementi del disegno e
dell'architettura. Vedete che mio padre non era tanto nemico dell'istruzione, e
che pensava più a quella necessaria all'artista, e forse troppo dimenticata in
tempi posteriori. Il mio maestro mi si mostrò soddisfattissimo, principalmente
per la mia memoria piuttosto felice, la quale mi metteva in grado di rispondere
con facilità e a proposito alle interrogazioni che mi dirigeva, su quelle
lezioni elementari di geometria, necessarie a premettersi allo studio
dell'architettura, e che egli mi aveva date. Parlava talvolta di me con
compiacenza a qualche persona estranea che capitava alla scuola, e non mancava
di propormi agli altri scolari per esempio.
«Per quanto io non avessi alcun merito dell'essere sufficientemente
corredato di memoria, nulla di meno io inorgogliva, e mi sembrava di essere
divenuto buono a qualche cosa. Ma quest'illusione durò poco: presto cambiò la
scena, e non era ancora passato un anno del mio tirocinio architettonico, che
mi sentii intimare di abbandonare la scuola, e non molto tempo dopo mi vidi
balzato in una bottega di bottaio e di corbellaio, destinato specialmente a
questa seconda professione, nella quale le lezioni di geometria e di
architettura che aveva ricevute, nulla giovarono a farmi distinguere. Io ho
sempre creduto, nè mi sono certo ingannato, che mio padre, dopo aver fatti
nuovi esperimenti sulla mia abilità nel suo mestiere, vedendomi crescere in
età, e non vedendo probabilmente aumentare in proporzione la mia perizia,
attribuisse questo poco o niun profitto, e non a torto, alla mia innata
dappocaggine, per ciò volesse esperimentarmi in un'arte più grossolana verso la
quale, per altro, confesso che conservai sempre decisa avversione.
«Ma se poco profittai nell'arte di mio padre, mi fu però utilissimo il
tempo che impiegai nella sua bottega, e sotto la sua rigida disciplina. Ivi non
si udiva mai la più piccola bestemmia non solo, ma era ancora bandito
totalmente il turpiloquio, e s'inculcava sempre il rispetto dovuto alla
religione, e quella massima «Essere dovere dell'uomo onesto sprovveduto di
beni di fortuna di guadagnarsi il pane col lavoro delle proprie mani» era
profondamente sentita, e spesso mi si ripeteva. Io avrei voluto corrispondere a
questa verità di cui andava persuaso, ma i miei voti erano senza effetto. Ivi
si professava rispetto alle persone distinte per nascita e per grado, ma non
sfuggiva però a mio padre, ogni volta che gli si presentava l'occasione, di
fare le sue ragionevoli riflessioni sopra quel genere di persone, che senza
mezzi noti compariscono nel mondo con uno sfarzo non corrispondente al grado
loro.
«Frattanto mi avvicinava a quell'età che si nomina
gioventù, ed a dispetto delle cure di mio padre, non mi trovava ancora avviato
a nulla che potesse essermi utile, se si eccettui l'essere abituato a non aver
mai denari in mio potere, e in conseguenza essere privo di amicizie
particolari, d'aver meno bisogno dei miei coetanei; di non aver mezzi di
acquistare dei vizii il che in età provetta mi ha giovato non poco. Mia madre,
la mia povera madre, intanto, che mi amava teneramente, standole a cuore lo
stato mio avvenire che non si preparava molto ridente, tanto si adoperò per me,
che le riuscì finalmente di ottenere uno degli infimi impieghi nel Convitto dei
giovani studenti, esistente allora nella Sapienza, o Università di Siena.
«Ma prima che io m'inoltri nel
quadro storico che mi riguarda, convien avvertire, che fino dalla mia tenera
fanciullezza aveva manifestata decisa vocazione per la lettura, mi tratteneva
con piacere superiormente a qualunque altra ricreazione, nè era mal riuscito in
questo esercizio, tanto che veniva spesso incaricato dal maestro a far le sue
veci nell'assistere alle letture degli altri scolari, assai di me più provetti.
Questa passione non solo non mi abbandonò mai, chè anzi procurai sempre, per
quanto mi fu possibile, di alimentarla. Basta notare che nei primi tempi del
mio soggiorno nell'officina da corbelli, trovandomi disorientato, nè avendo con
che dissipare il mio mal'umore, mi capitò alle mani lo Scoglio dell'umanità
e il Lunario del Mangia, in quel tempo più copioso di notizie di quello
che lo sia presentemente: io avevo tutto il giorno fra le mani questi due
libri, i quali formavano tutta la biblioteca del mio principale, che aveva la
compiacenza di lasciarmi sfogare a quel modo. La mia buona sorte però mi aveva
antecedentemente assistito col farmi capitare fra mano, per mezzo d'un mio
coetaneo amico che poco s'occupava di libri, ma che aveva buona provvista in
casa, tutta la Storia Antica di Rollin, un lungo brano di quella Romana, cioè
fino alla seconda guerra punica, e della Storia Sacra del Calmet, libri che un
volume alla volta l'officioso amico m'imprestava. Uniti i detti libri ad alcuni
temi di drammi di Metastasio, ed alle Metamorfosi tradotte
dall'Anguillara, trovati in fondo ad un armadio di casa, questa piccola
biblioteca formava la mia delizia, e mi fece comparire un dottore fra i
fabbricatori di botti e di corbelli, benchè spesso mi cagionasse dei rimproveri
acerbi, giusti certamente secondo le vedute di mio padre, il quale dal canto
suo pose in opera tutta la sua autorità per impedirmi questa ricreazione,
adducendo la ragione, che il leggere mi pregiudicava gli occhi, già alquanto
vulnerati da un vizio contratto per la poca cura avutami nel corso della
rosolìa. Io però metteva in opera tutta la mia industria per eludere la sua
vigilanza, e fra le altre cose da me immaginate per difendermi dalle sue
perquisizioni, una fu quella di trasferire nelle ore diurne il mio gabinetto
letterario sul tetto della casa paterna, da dove, dall'acqua in fuori, niuna
altra meteora era capace di farmi sloggiare. Gli occhi, per altro, non vi
acquistarono. Questa mia buona sorte volle favorirmi ancora, somministrandomi
contemporaneamente nuovi mezzi da estendere le mie cognizioni, mettendomi alla
mano una traduzione del Telemaco corredata di note mitologiche, che mi
divorai, più le Avventure di Gil-Blas, e la Biblioteca dei Fanciulli.
«Premessa questa necessaria notizia sopra il bizzarro
corso di studi da me fatti, riprendo la mia narrazione. Entrato in possesso del
nuovo impiego all'età di 16 in 17 anni, poco ci volle ad affratellarmi con quei
giovani; e la conformità dell'età vi contribuì in gran parte, e con alcuni feci
speciale amicizia, che mi conservaron sino alla morte. Così mi trovai collocato
conforme al mio genio, e non mancommi più che di soddisfare la passione in me
predominante. L'Ariosto e il Tasso furon fra i primi libri che mi godei, e
quindi lessi d'ogni cosa un poco. In quel tempo correva la moda di far versi, e
un giovane che si fosse dedicato agli studi, se non aveva attitudine e facilità
nel verseggiare, non era molto stimato dai meno oculati, che sogliono essere i
più. Io, nuovo scimiotto, faceva versi cogli altri: in una parola mi credeva di
essere divenuto poeta. Sperimentai in quell'occasione che abbandonandosi
sregolatamente a qualunque passione, sia pure innocente, si cade in eccessi
riprovevoli: così accadde a me; perdeva miseramente il mio tempo nel fare cattivi
versi e in letture inconcludenti. Benchè ignaro del latino, leggeva le Istituzioni
dell'Heineccio, quelle dell'Hubert e dell'Iovenin. senza
intendere, o certamente intendendo assai poco, o spesso a rovescio, tanto il
teologo, quanto il medico, che il legista: bastava leggere. Quanto meglio avrei
fatto a risparmiar quel tempo, miseramente consumato, e cumulate le sue
frazioni lo avessi impiegato poco alla volta in un regolare esercizio
d'istruzione? Ma non pensava che dovesse mai essermi necessario l'uso della
lingua latina, e mancava di una guida. Nè fu poco che uno di quei giovani si
prestasse a introdurmi per poco tempo nello studio della lingua francese, che
poi, ininterrottamente, continuai da me col solo aiuto della grammatica e del
vocabolario.
«Era da circa un anno che stava
in questa specie di paradiso terrestre, quando mi toccò in sorte di servire
particolarmente il buon vecchio abate Ciaccheri, il promotore della fondazione
e primo bibliotecario di questa biblioteca, il quale dimorava in quel Convitto
come vicerettore giubilato, e della vita del quale potete vedere uno storico
compendio nella Biografia degli Italiani illustri pubblicata in Venezia,
per cura del professor Emilio Tipaldi, nel tomo III, pag. 100. Questo venerando
vecchio era allora quasi privo della vista e cagionoso; rarissime volte allora
usciva di casa; cominciò a tener meco dei colloqui, e conosciuto il mio amore,
mi creò suo leggitore e mi dette a leggere in particolare la Filosofia
morale e il Trattato della perfetta poesia, opere ambedue del
preposto Lodovico Muratori. Questa lettura mi recò qualche utile, perchè la
prima opera mi fece conoscere un poco meglio che cosa è l'uomo, e quali sono i
suoi doveri, sviluppando in me delle idee che aveva presentite, ma che non sapeva
determinare. La seconda poi mi guarì della mania di far versi, col dimostrarmi
che non ero poeta.
«Il mestiere, per altro, da me
trascurato in questa mia nuova posizione, veniva sovente ad amareggiare la mia
tranquillità, perchè vedeva l'assoluta necessità di un qualche soccorso
pecuniario alla tenuità dello stipendio annesso al mio impiego, ma non mi
soddisfaceva tale arte, e mi sembrava ornai tardi a rivolgermi ad un'altra. Un
giorno il buon vecchio Ciaccheri, entrandomi a parlare delle cose mie, mi disse
che gli faceva meraviglia la cattiva scelta del mestiere da me fatta: gli
risposi candidamente, che la scelta non era stata di mia elezione, e che di
buona voglia avrei lasciato quel mestiere se avessi potuto lusingarmi di
riuscire in quello di legatore di libri. Egli s'incaricò di render possibile
questa permuta, e si prese a cuore di trovarmi l'officina ove avrei appreso il
nuovo mestiere, mentre io procurai con ogni impegno di riuscirvi, e questo mi è
stato di un gran soccorso per provvedere alla mia sussistenza non solo, ma a
quella di una consorte, che tolsi all'età dì ventidue anni, e che m'incoraggiò
sempre alla vita attiva, soccorrendomi ancora coll'opera sua e coll'esempio.
L'esercizio del mestiere mi somministrò ancora il mezzo di poter dare qualche
limitato soccorso ai miei genitori, omai inabili per l'età a potersi
procacciare il bisognevole, nei tempi scabrosi che sono in addietro trascorsi,
e allora fui costretto a rinunziare a qualunque progetto d'istruzione.
«L'anno 1804 passai al servizio
diretto di questa Biblioteca, che allora formava parte della nostra Università.
Viveva ancora l'abate Ciaccheri, che mancò in mia casa nel termine di
quell'anno medesimo. Mi trovai sul bel principio solo in questo luogo, onde
tutte le ricerche fatte da quelli che frequentavano la Biblioteca, erano
necessariamente a me dirette, e perciò fino da quel tempo concepii il pensiero
dell'utilità che avrebbe prodotto un Indice ordinato secondo le materie,
ma la mia strettezza nemica e le perversità dei tempi non mi permettevano
d'abbandonare i miei lavori, che, come dissi, mi davano parte di sussistenza,
fino a che accaduta da lì a qualche tempo in Toscana, la generale soppressione
dei conventi, fui impiegato per adunare libri e quadri provenienti da quelli; e
per quanto io fossi indiscretamente trattato in quell'operazione, mi vi prestai
con tutto quello zelo di cui poteva essere animato uno, che amava sinceramente
questa Biblioteca e anteponeva questo affetto al proprio interesse,
considerando il suo accrescimento come parte precipua di ricompensa delle
fatiche che impiegava in vantaggio della medesima.
« La rifusione totale di questa
libreria, e il totale cambiamento materiale della sua forma, in conseguenza
della riunione alla medesima delle monastiche librerie, l'accrebbe notabilmente
di mole e di confusione, e tutto ciò mi produsse nuove fatiche e pensieri,
perchè solo ad operare, e solo a combattere contro i frequenti ostacoli che mi
si opponevano per parte di chi aveva il diritto di disporre. Sarebbe inutile, nè
converrebbe l'entrare a dire quanto allora era accaduto in questo proposito.
Erano tempi (come ognun de' coetanei rammenta) di vera confusione. Dirò
soltanto che dopo aver compilato un Indice alfabetico per nomi d'autori,
assai necessario per poter corrispondere al pubblico nelle ricerche che
potevano venir indirizzate, un rimprovero ingiusto con acerbissima inurbanità
scagliatomi in faccia da tale da cui meno doveva attenderlo, mi fece finalmente
risolvere ad intraprendere con dispetto la compilazione di quest'Indice,
l'idea della qual compilazione aveva tante volte con compiacenza accarezzato, e
abbandonato poi per le circostanze non ridenti nelle quali mi trovava, e per le
difficoltà che mi si presentarono nella sua esecuzione.
«Taluno direbbe che io intrapresi questo lavoro
forsennatamente, e senza pensare alle conseguenze, come appunto farebbe una
fanciulla invaghita di marito, cui fosse stato detto che non troverebbe un cane
che la guardasse, ond'essa si dà al primo che gli si presenta, vada pur la faccenda
come può andare; ma no: io pensai, consultai, e mi affidai al soccorso di chi
poteva accordarmelo, in quelle cose a me più sconosciute, nè m'ingannai: se poi
io ne abbia saputo profittare, altri ne deciderà.
«Il mio lavoro fu per molto tempo bersagliato e deriso, e, benchè
commentato dai nostri dotti non meno che da diversi estranei, non cessarono le
derisioni fino a tanto che il cav. Gio. Battista Baldelli, allora governatore
di questa città, che per caso lo vide, e l'Antologia di Firenze, ne
pronunziarono favorevole giudizio, e allora fu che vi si prestò l'attenzione,
si lodò, e si protesse. Tanto possono voti di persone autorevoli e degni della
pubblica stima. Sarebbe desiderabile, che più spesso, e a proposito per il bene
pubblico fossero questi voti pronunziati.
«Furono queste le fasi di una
vita travagliata, che precedè ed accompagnò il mio lavoro, lungo, e penoso. Se
si considereranno i mezzi tanto letterari che economici che ho posseduti, ho
luogo a sperare che presso i discreti troveranno compatimento gli errori che
potrò aver commessi, motivo per cui non ho temuto di manifestare questa mia
sincera confessione».
Pasquale Franci
Al nostro scopo di presentare in
questo libro cittadini d'ogni ordine, viene a proposito Pasquale Franci senese,
uomo che nella ancor verde età di 47 anni si è già cattivato l'attenzione e la
stima dei suoi concittadini, quantunque i primi passi della sua carriera
possano esser giudicati umili, se umile può dirsi qualunque lavoro che
contribuisca al benessere di molte famiglie ed all'incremento dell'industria.
Nella sua prima giovinezza rimase orfano del padre, ed ebbe ricovero nel patrio
Orfanotrofio. Indirizzato al mestiere di fabbro-ferraio entrò nell'officina del
Magri, uno dei più valenti in quel tempo nel suo mestiere. Ivi apprese l'arte,
distinguendosi tra gli altri lavoranti non solo per intelligenza, ma altresì
per assiduità al lavoro. Morto il suo maestro, e a diciotto anni uscendo
dall'Orfanotrofio, dovè abbandonarsi alle proprie forze, e solo in esse
confidare. Ma quali! Mancava affatto di capitali per assumere in proprio
vantaggiose lavorazioni.
Nel 1847 e 1848 quando per la
prima volta in Toscana fu creata la guardia Civica, con pochi denari che potè
trovare ad imprestito, cominciò per proprio conto a fabbricare sciabole pei
militi cittadini. Piacquero per la forma e per la tempera dell'acciaio, e
n'ebbe subito commissioni rilevanti. Con questo mezzo incominciò a fare i primi
guadagni e i primi risparmii. Ma ciò non era tutto quello che cercava. Sentiva
il bisogno di dare sfogo al desiderio che aveva d'intraprendere qualche cosa di
più grande, e di maggior vantaggio a sè e alla città.
I letti costruiti in ferro erano
venuti di moda, e per la loro comodità ed eleganza erano sostituiti a quelli
costruiti in legno. Genova avea quasi conquistato il monopolio della nuova
industria, faceva di quei letti un largo ed esteso commercio, ed erano ammirati
per la pulitezza colla quale era tirato il ferro, e per la sua splendida
inverniciatura a fuoco.
A Pasquale Franci piacque quella
specie di lavoro, e vi rivolse tutta la sua attenzione.
Studiò, comprò il segreto delle
inverniciature, e cominciò ancor esso con modesti principii a fabbricare letti
di ferro a somiglianza di quelli di Genova.
Riuscì così bene il suo
tentativo, che presto i letti costruiti dal Franci, presero il posto di quelli
che si ordinavano a Genova. Ora dal suo laboratorio ne escono 2000 circa ogni
anno, di ogni qualità e grandezza, da quelli per modeste famiglie a quelli su
cui vengon chiamati pittori valenti del paese a dipingere figure ed ornati di
squisito lavoro.
Per questo le sue officine
crebbero d'importanza sì per la quantità del lavoro, come pel numero delle
persone che vi trovano onesto e conveniente lavoro, occupate nella costruzione
di letti, di cancelli, barriere, mobili e attrezzi di ogni genere, e tutto in
ferro battuto. I prodotti più fini di questo laboratorio non solo escono dalla
provincia, ma si smerciano anche in Egitto.
L'officina primitiva risultò
perciò ben presto inadeguata al cresciuto lavoro. Riuscita vana la ricerca d'un
nuovo locale proporzionato al bisogno, il Franci pensò di costruirne di sana
pianta uno che a quello soddisfacesse.
Le sue manifatture nella
Esposizione provinciale di Siena, in quella di Firenze, e nella successiva di
Londra, hanno avuto tanto favorevole giudizio da essere premiate con medaglie e
diplomi.
Il Re lo ha decorato della croce
dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Non mancarono al Franci le
guerricciole che sogliono provare coloro che in mezzo all'ignavia si fanno notare
per il loro lavoro costante e ardimentoso. Alle contrarietà oppose la
perseveranza, alle piccole malizie la rettitudine dei suoi atti, e non curando
gli inetti, li ridusse al silenzio.
Attualmente chi viene in Siena
scendendo dal vagone ed entrando dalla barriera di San Lorenzo, fatti forse
cento passi, a mano sinistra vede un nuovo fabbricato, ove a grandi lettere, si
legge:
FABBRICA DI MOBILI IN FERRO DI PASQUALE FRANCI
Così il Franci, che nel 1848 non
era che un semplice operaio magnano, ora è proprietario di una estesa fabbrica
di lavori in ferro, di forme e qualità svariatissime, e la dirige con ordine
ammirevole, somministrando pane onorato a quasi 100 individui tra sbozzatori,
raffinatori e miniatori, con molto suo vantaggio, e con vantaggio e decoro
della città.
———
Livorno è una città nuova,
popolata di gente nuova. Emporio marittimo e commerciale, posto dalla natura in
così felice situazione geografica, a mezza via del mare più solcato dal naviglio
mercantile, Livorno raggiunse, in tempi non ancora lontani da noi, un alto
grado di prosperità e di floridezza.
Le franchigie accordate al suo
porto allora, quando la maggior parte delle, legislazioni doganali europee si
ostinava negli errori de' diritti differenziali, il libero scambio
proclamato da' principi toscani mentre gli altri governi vaneggiavano tuttavia
fra le aberrazioni del più cieco protezionismo: le condizioni generali del
commercio nel Mediterraneo, furono origine e cagione dei subiti guadagni che
fecero salire in fama ed in ricchezza, molte case commerciali sorte in un
batter d'occhio con molto umili e molto oscuri principii.
Parrebbe a prima vista che in
una popolazione siffatta dovessero facilmente raccogliersi molti ed imitabili esempi
di operosità e di lavoro largamente ricompensati da' lieti eventi della vita,
molti e chiari nomi di uomini, in tanti e sì diversi modi, e per singolarissime
vicende giunti a' più alti gradini della scala sociale, utili agli altri, e
artefici della propria fortuna. Pure non è così.
Il cominciare dal nulla e sollevarsi grado a grado, passando per la
trafila di penose ma fortunate transazioni commerciali, a più agiata e più
comoda posizione, è cosa così comune a Livorno, che ad ogni piè sospinto se ne incontrano
esempi, tutti meravigliosamente uniformi ne' principii, ne' mezzi e nel fine,
talchè l'imbarazzo della scelta ci pone nella impossibilità di preferire un
nome ad un altro.
Nè si deve dimenticare che molti fra gli uomini più influenti del commercio
livornese non sono già nati a Livorno, ma serbano tuttavia la qualità di
sudditi esteri, e da' diversi paesi d'Europa vennero a Livorno per arricchirsi
coll'esercizio della mercatura, con animo di partirsene più tardi e tornare
alla patria d'onde mossero poveri e sconosciuti.
Molti altri che stranieri furono, ma scelsero quindi come patria di
adozione l'Italia, scesero ormai nel sepolcro, e fra questi sentiamo il dovere
di citare il compianto conte Francesco de Larderel, il cui recente blasone fa
fede della nuova e importantissima industria da lui creata in Toscana, e le cui
ricchezze furono il premio delle sue lunghe fatiche, della sua ferma volontà, e
del suo ingegno piuttosto unico che raro.
Altri ancora Livornesi nacquero e morirono, e fra questi è prezzo
dell'opera ricordare Gustavo Corridi che alle industrie paesane dette così
vigoroso impulso e sviluppo sì largo: ma la morte che lo rapì al suo paese, lo
involò pure al nostro libro.
Alcuni sono viventi tuttora, e i nomi del cav. Giuseppe Michelì, da oscuro
maestro d'ascia salito a' più alti gradi della amministrazione marittima
dello Stato come valentissimo costruttore e architetto navale, e del cav.
Giuseppe Coccoluto-Ferrigni, che da povero operaio, figlio di operaio
poverissimo, giunse a possedere e dirigere uno de' più grandi e meglio
conosciuti opifici industriali del paese, avrebbero potuto figurare nella
nostra raccolta, se la loro ritrosìa, invano e lungamente tentata, non avesse
voluto rifiutarsi a fornirci le necessarie notizie biografiche.
Neanche è vero che manchino a
Livorno illustri uomini nel campo delle lettere e delle scienze.
Si suol credere generalmente che una città
d'affari, tutta intenta ai traffici, non possa aver prodotto uomini dotti,
letterati, artisti. È l'errore solito. Gli uomini egregi vengono bene dov'è in
onore il lavoro. Dov'è in onore il lavoro più facilmente accade che dalle più
povere classi della società giovani coraggiosi riescano a vincere ogni ostacolo
e segnalarsi.
Ma anche questi nomi escono dai
limiti che furono tracciati a questo lavoro; e a chi volesse averne notizia, io
non saprei dare miglior consiglio che quello di leggere il libro intitolato: Ricordi
e Biografie Livornesi, gentile ed aurea raccolta, con diligente amore
condotta, che passa in rassegna cronologicamente i Livornesi più insigni dagli
antichi ai moderni; e dove tutto è toccato maestrevolmente, con giusta
proporzione, con gusto.
Sarebbe un gran bene per le
tante città d'Italia se per ognuna di esse taluno imprendesse a fare quello che
per Livorno ha fatto il signor Francesco Pera.
Questo Livornese benemerito s'è messo fin dalla primissima gioventù a
raccogliere notizie intorno alla sua città nativa, alle principali
particolarità di essa, ai grandi uomini che l'hanno visitata e ne hanno parlato
e sopratutto ai figli suoi che in qualsiasi modo le hanno fatto onore.
Il libro del signor Pera mi dispenserebbe affatto dall'aggiungere qui
sillaba su Livorno, se egli non si fosse imposta la legge di non dir parola de'
viventi, mentre io invece ho dato a questi sui morti la preferenza.
È per queste
ragioni che la parte fatta a Livorno in questo libro è così tenue.
In una città ove tra' viventi esempi della forza del volere e del lavoro
avrebbero diritto alla citazione troppi più nomi che non comporti la mole di
questo libro, la scelta fra essi non poteva non causare accuse di parzialità e
d'ingiustizia, nè mancar di suscitare malcontenti e rimproveri.
Queste le cagioni del nostro laconismo. Esse non tornano a disdoro dei
Livornesi, e voglio sperare che saranno facilmente intese, e con benevolenza
apprezzate.
Ernesto Rossi
Ernesto Rossi nacque di famiglia popolana in Livorno nel 1830 da Giuseppe
e Teresa Tellini.
I genitori gli dissero e gli ribadirono prima ancora che fosse in età di
ben comprendere quello che gli si diceva, ch'egli doveva diventare avvocato.
Suo padre, antico soldato di Napoleone e reduce della Beresina, non era
uomo amante della discussione e tanto meno in casa: non gli veniva in mente
nemmeno per un istante il dubbio che suo figlio potesse non voler fare
l'avvocato.
Il figliuolo invece faceva figurini di cera e ometti di legno e rizzava
su in casa un teatrino, ove faceva muovere le sue figurine e i suoi ometti cui
dava nome di Oreste, di Saul, di Francesca, e declamava versi.
Il padre, sapendo quanto giova ad un avvocato la declamazione, diceva —
sta bene. — Però il giovanetto studiava pure di voglia insieme col Goldoni,
l'Alfieri, il Nota, il Niccolini, il Pellico che divorava di soppiatto e
gustava i nostri grandi poeti e si veniva facendo famigliari i classici latini
ed anche greci.
Quando fu tempo, il padre lo mandò all'Università di Pisa, e là le cose
andarono peggio: di studi legali non faceva nulla, e tutto viveva col pensiero
al teatro. Dopo tre anni passò il Rubicone, e si gettò in una Compagnia
drammatica.
È vano tentare di descrivere il furore del padre; il quale ora con
lagrime di gioia segue il figlio nei suoi trionfi.
Rossi s'incontrò con Modena, e studiò da vicino quel sommo riformatore
dell'arte teatrale, che gli fu molto benevolo.
Non ebbe da altri compagni d'arte pari benevolenze; lo guardavano come un
intruso, gli rimproveravano il suo non esser nato sulle tavole.
Egli proseguiva tutto pieno d'un
suo grande concetto.
Il teatro riboccava allora di traduzioni
dal francese. Goldoni, Alfieri, Niccolini, Nota, Pellico, Marenco, non
bastavano ad alimentare le scene, e si ricorreva a traduzioni dal francese.
Erano drammi pieni di effettaccio, come dicono i comici.
Ricco di gusto squisito e
nutrito di buoni studi, Ernesto Rossi deplorava questa condizione del teatro
italiano, e venne nel proposito di porvi riparo.
Egli aveva letto Shakespeare tradotto, e s'era entusiasmato
indicibilmente per l'immortale poeta. Deliberò di farlo gustare agli italiani,
ma volle prima comprenderlo bene addentro egli stesso. Si pose a studiare
l'inglese, e non si fermò finchè non fu in grado di leggere e d'intendere e di
sentire da sè gli scritti originali di Shakespeare, di Byron, di Milton, e dei
tanti poeti che illustrano quella ricchissima letteratura. Andò a Londra, vide
Kean rappresentare i drammi di Shakespeare, si abboccò con lui, ne chiese e
n'ebbe consigli, ma ripartì deliberato di non imitare, nè Kean nè altri, bensì
di fare a modo proprio, e d'interpretare Shakespeare come l'animo gli dettava;
aveva con predilezione speciale studiato l'Amleto; s'era compenetrato di
questo tipo straordinario e meraviglioso, e deliberò alla fine di presentarlo
in Italia.
Il pubblico coltissimo d'Italia
non ne capì nulla. Rossi tenne saldo, perseverò, e in breve quello stesso
pubblico applaudì freneticamente.
Amleto rappresentato dal
Rossi è la delizia ora del pubblico d'ogni città d'Italia, ed a Parigi ha
trionfato malgrado le rimembranze lasciate da Rouvière.
Dopo Amleto vennero altri drammi di Shakespeare, Otello,
Shilock, ecc.
Poi Rossi intraprese lo studio del tedesco, per
leggere nella nativa favella i drammi di Goethe e di Schiller, e far gustare
quelle splendide creazioni al pubblico dei teatri italiani.
Studiò ancora il teatro spagnuolo, e rappresentò inarrivabilmente La
vita è un sogno, di Calderon.
A Madrid e a Lisbona fu
applaudito come a Parigi, ed in quest'ultima città destò pure ammirazione col Cid
di Corneille in francese.
Chiunque lo ha inteso declamare
i versi di Dante sa in qual modo egli comprenda i nostri grandi poeti.
Molto egli ha fatto per l'arte, ma molto può fare ancora.
Perchè, oltre
al Dante ed al Manzoni, non potrebbe dire al pubblico dal palco scenico qualche
brano dell'Ariosto, del Tasso, del Petrarca, del Giusti, dell'Aleardi, del
Prati e di tanti altri poeti italiani?
Ecco un nuovo e vasto e fecondo campo che nessuno può più di lui
degnamente coltivare.
Giuseppe Orosi.
C'è una frase proverbiale che esprime meravigliosamente in poche parole
tutto un concetto morale e filosofico, e che il barone di Rothschild amava
ripetere molto spesso: c'è maggior differenza fra nulla e un centesimo che fra
un centesimo e un milione di fiorini!...
Cotesto proverbio dice una gran verità!... Fra il poco ed il molto esiste
sempre, per debole che sia, una sottilissima e delicatissima linea di
congiunzione che ravvicina e riunisce alla meglio uno all'altro que' due
termini d'una comparazione sempre possibile.
Il correlativo è leggiero, scolorito, sfumato... ma c'è!...
Ma fra il nulla e il qualche cosa, per quanto il qualche cosa sia poco,
piccolo, meschino, e frazionario fino alle porzioncelle infinitesimali, ogni
termine di comparazione sparisce, ogni linea di congiunzione si rompe.
Chi dal poco riesce a far molto, somma, accumula, moltiplica... fa
dell'aritmetica in azione; chi dal nulla sa trarre appena appena qualche cosa,
crea!...
Giuseppe Orosi è proprio della razza di quelli che hanno saputo trarre
tutto un mondo dal caos.
Quando la sua mente infantile si aprì alle prime aure di vita
intelligente, egli ebbe subito ad accorgersi che a' suoi primi passi sulla
scena del mondo mancava l'amoroso aiuto, la guida fidata, e l'affettuosa e
previdente sollecitudine paterna!... Assai prima che la fiamma dell'intelletto
si accendesse nel figlio, la face della vita si era spenta per sempre nel
padre.
L'orfanello e la vedova trascinavano penosamente in Pisa, nelle viuzze
d'un quartiere remoto, una di quelle esistenze oscure, nascoste,
orgogliosamente meschine, che sotto le apparenze d'una modesta agiatezza celano
con ogni gelosia il segreto d'una povertà vicina all'indigenza, e sciolgono
ogni giorno, all'ultima ora, con cento miracoli di lavoro, di pazienza, di
rassegnazione e di dolore, il tristo problema del pane quotidiano, per trovarsi
poi alla dimane dinanzi agli occhi, più minaccioso e più inesorabile che mai il
fantasma del bisogno e della fame.
Questa titanica imposizione di montagne per dar la scalata
all'inaccessibile Olimpo del quieto vivere, durò quindici anni... orribilmente
lunghi... e inenarrabilmente infelici.
Poi le forze della povera vedova si stancarono in questa lotta ineguale
col destino ostinatamente nemico, ed essa consentì ad affidare i suoi destini
ad un secondo marito che, aprendo a lei le porte della nuova casa, non potè
chiamare a far parte della famiglia il giovinetto onestamente sdegnoso dal
canto suo d'una esistenza parassita e spensierata.
Giuseppe Orosi rimase dunque solo a quindici anni... completamente solo
nel mondo, povero d'esperienza, privo di consiglio, debole del corpo, e colla
mente appena aperta a' primi e incompleti rudimenti d'una letteratura monca,
sterile, scrupolosamente evirata come quella ch'era di moda in quei tempi
sonnacchiosi.
Nel piccolo granducato di Toscana, il governo restaurato dell'austriaca
casa di Lorena, aveva inaugurato in quegli anni che tennero dietro a'
rivolgimenti del '31. una politica di sospetti, di spionaggio e di stupida e
cieca repressione, che era la conseguenza naturale de' segreti trattati e delle
vigliacche stipulazioni che legavano all'Austria preponderante i destini del
governo granducale.
Nelle scuole private e pubbliche, nelle università, nelle cliniche dello
Stato microscopico, dove altra volta i più colti ingegni, le voci più
eloquenti, e le anime più generose di tutta Italia, avevano liberamente
professato le dottrine del rinnovamento scientifico, letterario e sociale, il
gran ragno della Compagnia di Gesù, protetto un po' apertamente e un po' di soppiatto,
dalla influenza governativa, aveva tessuto una larga tela, dove s'impigliavano
le ali tutte le menti robuste, e le intelligenze un po' elevate che
s'attentavano a un volo troppo alto secondo le viste e i desiderii della Presidenza
di buon Governo.
In questa razza di società, colla testa piena di
progetti, con un patrimonio di volontà da fare onore a' più risoluti, e con un
magro borsello, guarnito di poche lire toscane al mese, ultima espressione
delle forze materne, Giuseppe Orosi mosse i primi passi verso la meta gloriosa
cui lo spingeva incontro la più santa, la più nobile, la più generosa delle
ambizioni.
Inscritto nella scuola
universitaria dell'egregio professore Branchi, tra gli studenti di farmacia, si
acconciò alla meglio come garzone nella spezieria arcivescovile pisana, la più
povera, la più oscura, la più meschina, di tutte le spezierie della città.
Nei rari momenti che gli
lasciavano liberi le occupazioni dello studio e le faccende dell'officina, il
giovinetto volgeva i passi vagabondi e svogliati all'antico viale fuori la
Porta alle Piaggie, e là, sulla sponda dell'Arno natìo, tutto solo co' suoi
pensieri e co' suoi dolori, mangiava il povero e scarso pane guadagnato
laboriosamente fra gli stenti e le fatiche d'una vita di rassegnazione e di
lavoro continuo.
Poco a poco, menando i giorni
travagliati in una alternativa straziante di speranze e di paure, di lusinghe e
di scoraggiamenti, si ridusse a San Giuliano dei Bagni per alloggio presso
certi parenti suoi, ed ogni mattina, mettendo piede innanzi piede, sotto la
sferza cocente del sole, o sotto il peso d'una pioggia torrenziale, stanco,
trafelato, sfinito, si trascinava in Pisa alla chimica del Branchi.
Nè questa vita di inaudite
privazioni e di stenti durò poco. Per tre anni interi l'Orosi si inscrisse
all'Università pisana pei corsi degli studi di medicina, e frequentando le
scuole, dette prove che l'arte salutare avrebbe avuto in lui un appassionato e
non volgare cultore.
Ma gli studi medico-chirurgici
sono lunghi, difficili, e dispendiosi!... E bisognava, come che fosse, uscire
dalle pastoie della scuola, era necessario produrre per consumare, era
necessità ineluttabile chiudere la serie del preparatorio per entrare
nel periodo del positivo.
Orosi abbandonò l'idea d'esercitare la medicina, e
volse tutti gli sforzi suoi a ottenere la matricola di farmacista, tanto per
assicurarsi una fonte di modesti guadagni che facessero meno penosa e meno
triste la sua travagliata e faticosa gioventù.
Per prendere la matricola, a que' tempi, ci volevano su per giù cento
lire toscane. Tasse universitarie, deposito per gli esami, spese di viaggio a
Firenze (dove soltanto si accordavano le matricole), tutto insieme il conto
saliva alle cento lire... e le cento lire non c'erano!...
Cercarle e trovarle era una delle fatiche d'Ercole!... tanto più che il
domandare era per quella natura onestamente altera e dignitosa una delle cose
più difficili, più penose, più repugnanti del mondo.
Pure l'anima altera si piegò sotto il duro giogo della necessità.
Domandò, supplicò... per tre volte e di persona ebbe ricorso al Granduca...
bevve fino alla feccia il calice amaro del dubbio prima, e poi della ripulsa
inonesta... finalmente raccapezzò alla meglio le cento lire, e strappò via la
matricola con un esame che lasciò attoniti i professori.
E coll'umile battesimo del farmacista, col diploma comprato a sì caro
prezzo in saccoccia, dimesso nelle vesti, e leggero di borsa, prese la via
della Maremma, e si ritrasse in campagna su quelle spiaggie deserte e
inospitali dove per qualche mese nascosto in una meschina spezieria visse come
potè, lontano dal mondo e dagli uomini.
Più tardi venne a Livorno, e impiegato meschinamente in una farmacia,
dove guadagnava appena sedici lire e ottanta centesimi al mese, rallegrò gli
ozi forzati e le meste ore di sconforto col riprendere pieno d'entusiasmo e di
trasporto i cari studi delle lettere abbandonati e negletti già da troppo lungo
tempo. Si applicò alle severe discipline del disegno architettonico e delle
matematiche, arricchì il corredo delle sue cognizioni, mettendosi bene addentro
nella conoscenza delle lingue latina, francese ed inglese, e attutì colla forza
del lavoro incessante, indefesso, continuo, le paurose voci del dubbio
sconfortante e della disperazione che gli susurravano all'orecchio, nelle
quotidiane battaglie della vita, il terribile consiglio di farla finita per
sempre.
I fieri tumulti di quell'anima generosa si calmarono sotto l'azione
benefica del lavoro, e di lì a poco, dopo una vittoria contrastata contro non
so quanti postulanti, fu chiamato in via di esperimento e di prova, a reggere
il posto d'intendente di farmacia negli ospedali livornesi. Inutile dire che la
prova riuscì a meraviglia.
Messo al sicuro dal bisogno, salvato dalle lugubri tentazioni dello
scoramento, l'Orosi sentì svegliarsi dentro di sè il germe di quella
irresistibile vocazione che lo chiamava all'insegnamento.
Non richiesto, non costretto, non retribuito, nel tempo delle vacanze
autunnali, riunisce intorno a sè gli studenti livornesi di medicina e di
farmacia, e incomincia un corso di lezioni di chimica cui la cortesia de' modi,
la chiarezza delle spiegazioni, la vastità delle dottrine concilia tutte le
simpatie della gioventù studiosa, che con nuovo esempio accorre in buon numero
alla scuola ne' giorni del riposo e del passatempo e seguita diligentemente un
corso scientifico dalla cui assidua frequentazione non può venirle nè male nè
bene rispetto alle note officiali della direzione dell'Università.
Intanto, la febbre dell'insegnamento, il desiderio di levarsi in fama, la
nobile ambizione di conquistare un posto invidiato nella repubblica
scientifica, l'amore alle dottrine de' suoi studi prediletti, accrescevano
meravigliosamente l'attività infaticata del giovane Orosi, che trovava tempo di
far prima a sè stesso le lezioni che più tardi doveva fare a' suoi scolari, e
intanto pubblicava una traduzione commentata delle lezioni di filosofia del
Dumas, leggeva varie memorie interessanti e forbite alla società medica
livornese, intraprendeva la stampa della Farmacopèa italiana, libro che
andò oltre le 2000 pagine e di cui succederonsi rapidamente tre edizioni, e si
pubblica adesso la quarta, e dava alla luce un Dizionario di scienze
industriali, che consta di meglio che 3000 pagine e che è come una raccolta
di bene ordinate letture popolari sulle più interessanti applicazioni
scientifiche.
Questa vita operosa, infaticata,
feconda di utili insegnamenti e di imitabili esempi, incominciava già, come
raggio di sole, a dissipare intorno le tenebre e a fare un po' di luce sul nome
del valente professore.
Mancato il compianto professore Piria alla direzione del laboratorio
chimico Corridi, fu chiamato a quel posto l'Orosi che inaugurò in quello
stabilimento non pochi, non piccoli, e non volgari miglioramenti e da quello
uscì più tardi per fondare in Livorno il laboratorio di prodotti chimici
Contessini-Orosi che conquistò in breve tempo il primo posto fra gli
stabilimenti similari d'Italia.
Era impossibile che i reggitori della cosa pubblica nella provincia
toscana, benchè travolti nel turbinio delle faccende politiche, e assorti nelle
complicate questioni internazionali, e ne' torbidi interni che mettevano in
forse l'avvenire del governo e le sorti dello Stato, non pensassero a
utilizzare per l'insegnamento quella mente elevata, e quella fervida parola che
risvegliava ne' giovani il sopito affetto a' buoni studi, onde di lì a poco,
sul finire della prima età dell'anno 1849, l'Orosi fu nominato professore a
Firenze.
Se non che tre mesi dopo, ricondotto in Toscana dalle armi straniere il
granduca Lorenese, una destituzione immediata, più vergognosa per chi la
pronunziò che per chi l'ebbe a subire, colpì senza misericordia l'Orosi, ma gli
rese ad un tempo il servizio di far sapere a chi non lo conosceva che le sue
idee, le sue aspirazioni, le sue opinioni politiche, erano degne della sua
intelligenza elevata e del suo cuore generoso, e che alla grandezza della
patria egli non contribuiva solo colla mente e colla penna nel campo della
scienza, ma anche colla parola e coll'opera sul terreno della politica.
Quando il regime granducale crollò sotto il peso del disprezzo e della
riprovazione delle genti toscane, il governo provvisorio fu sollecito a render
giustizia all'Orosi e con un decreto molto onorifico lo ricollocò al suo posto,
finchè più tardi, riordinata e ripristinata l'antica e gloriosa università
pisana, conferì in quella una cattedra all'egregio professore.
Chiamato all'insegnamento in novembre, egli cominciò subito i suoi corsi
in gennaio: sfornito di laboratorio e di gabinetto dette opera alle necessarie
dimostrazioni portandosi ogni giorno e lezione per lezione da Livorno i
materiali indispensabili, e poco dopo con cure amorose, con sollecitudine
instancabile, con sacrifici gravissimi aprì agli studiosi un laboratorio e un
gabinetto così bene ordinati, così completamente arredati, retti con tanta
intelligenza e con tanto sapere, che sono senza dubbio fra i migliori e più
utili d'Italia.
Oggi l'Orosi ha una posizione indipendente, agiata, onorevole ed onorata,
cui giunse senza aiuti, senza protezione, senza appoggi di sorta alcuna, senza
ausilio di cose nè di persone, anzi contro tutto e contro tutti, per sola forza
di volontà, di studio, di lavoro, combattendo sempre contro la fortuna avversa
e nemica, atterrando tutti gli ostacoli, sormontando tutti gli inciampi,
procedendo innanzi senza debolezze, senza esitazioni, senza vane paure nè
colpevoli transazioni, colla fronte alta, colla coscienza pura, colla altera
dignità dell'uomo onesto, verso la meta che si era prefisso e che esser
dovrebbe la meta di ogni uomo d'onore: essere utile a sè ed ai suoi simili.
Il nome dell'Orosi suona chiaro oggi e venerato in tutta Italia. Cercato
per consiglio, per giudizio, per esempio, egli occupò nella sua patria adottiva
ed occupa tuttavia molti pubblici uffizi cui lo chiama spesso l'unanime voto
de' suoi concittadini, il governo si valse dell'opera sua in mille delicate
faccende, e ne lo rimeritò con onorificenze e con attestazioni di lode
infinite. A cotesto segno altissimo egli giunse colle sole forze del proprio
ingegno e della propria volontà. Nelle lettere e nelle scienze non ebbe mai
maestri, proprio nessuno in tutta la vita,... non godè mai del benefizio di
assistere ad alcun corso di celebri professori, nessuna mano amica si mosse in
suo soccorso giammai nè a somiglianza d'altri, quanto lui poveri e come lui
felici d'ingegno, trovò chi lo mantenesse a studio o gli procurasse i mezzi di
andar fuori d'Italia a educare la mente nelle grandi scuole straniere.
La storia intima dell'Orosi può insegnare a' giovani che nella battaglia
della vita la vittoria è di chi sa volere, la fortuna di chi sa lavorare, che
il lavoro è un'arma potentissima contro i colpi della sventura, che chi si
accascia, si abbandona, si sconforta, e discende a vergognose transazioni colla
propria coscienza, calpestando la dignità d'uomo e di cittadino, colla scusa
del bisogno, del dolore, o della persecuzione, e accusando enfaticamente il destino,
è troppo spesso un vigliacco e spregevole soldato, e studia contestare col
pretesto della inevitabile fatalità, le basse tendenze d'un'anima debole o
corrotta.
Salvatore Marchi.
Nacque da poveri genitori in
Santa Maria del Giudice presso Lucca il 10 febbraio 1820. Rimasto orfano di padre
all'età di tre anni, la madre sua, seguendo il costume da remotissimi tempi
invalso nelle campagne lucchesi, lo mandò a Parigi, all'età di 15 anni, cioè
nel 1835 per ivi esercitare l'arte del figurinaio.
Giunto in quella Babilonia
parigina raccomandato a certo Picchi capo figurinaio di Santa Maria a Colle,
che aveva la sua officina al num. 33 Boulevard du Temple, venne
da costui alloggiato e tenuto presso di sè in qualità di apprendista.
Il Picchi cominciò a farlo
girare per le vie e nei dintorni di Parigi con la solita tavoletta sul capo e
ritti sovr'essa i figurini di gesso sul genere di quelli che il lettore avrà
visti le cento volte girare qua e colà per tutte le città italiane e straniere.
Oltre il vitto e l'alloggio il
giovane Marchi lucrava sulla vendita delle figurine un leggero benefizio
proporzionale, che nel gergo degli stucchinai vien chiamato musina.
Gli affari procedevano zoppicando, e il povero
Marchi tirava innanzi molto stentatamente la vita, sia che i compratori fossero
un po' rari nei primi esordi della sua carriera, sia ch'egli non trovasse la
sua convenienza nella magra partecipazione che gli era assegnata, sia che il
naturale suo desiderio di apprender l'arte mal si accomodasse a quella vita
girovaga e faticosa, fatto sta che lo scoraggiamento s'impadronì dell'animo suo
dopo un mese del suo arrivo a Parigi, ed esternò al suo padrone il vivo
desiderio di tornarsene a casa.
Il Picchi pratico del mestiere, e avvezzo forse a veder ripetere volta
per volta uno scoraggiamento di simil natura ne' giovani apprendisti che spesso
gli capitavano nell'officina, combattè nell'animo del Marchi l'avvilimento
incipiente; e tanto più vivamente lo combattè, quanto più aveva creduto
riscontrare nel giovinetto lucchese una indole buona, una natura onesta, ed una
intelligenza poco comune. Certo i principii erano meschini, le difficoltà
enormi, i giorni lunghi e penosi, ma non si giunge a respirare l'aura balsamica
e salubre de' colli senza affaticarsi per l'erta spinosa, nè uomo si levò mai
in fama e in agiatezza senza soffrire e faticare, nè si cantò mai l'inno della
vittoria senza essersi coperti della polvere del combattimento. Chi fugge,
vigliacco soldato, dalla battaglia della vita, chi aspetta dal caso ristoro
alle sue pene, chi non ardisce, non opera, non lavora e si sta colle mani alla
cintola nell'ignavia codarda, incolpi sè stesso de' mali che lo angustiano e
della miseria che lo circonda. Tali le parole del maestro allo sconfortato
discepolo.
Ma vedendo che l'altro insisteva fino alle lacrime, il Picchi, per
indurlo a mutar partito, gli promise di assegnargli due lire al giorno, a
condizione che rimanesse con lui almeno tre anni e mezzo. Questa offerta
generosa, di cui non si conosceva esempio fino a quel giorno a favore di un
apprendista quindicenne che appena esordiva, aprì l'animo del Marchi a serie
riflessioni, e più di tutto alla riconoscenza verso il proprio maestro, onde si
quetò poco a poco, non negò il suo assenso al contratto, e si propose di
servire da quel momento il suo benefattore con tutto lo zelo e l'abilità di cui
si sentiva capace. Nel cuore del giovinetto rinacque il coraggio e la fiducia
nell'avvenire; l'onesta coscienza di sè e delle sue forze avvalorò la sua
languente speranza, e il fermo proposito di vincere col lavoro la mala fortuna
sorse nell'animo del povero stucchinaio.
Le condizioni del contratto vennero fedelmente osservate da ambe le parti
con reciproca soddisfazione, chè anzi il Picchi, vedendo il discepolo suo far
rapidi progressi nell'arte, e dall'opera di lui cavando assai vistoso profitto,
e di gran lunga maggiore di quanto si aspettava, aumentò più tardi, e
volontariamente, il di lui onorario fino a quattro lire per giorno.
Durante il lasso di tempo passato al servizio del Picchi, il Marchi
s'imbattè a far conoscenza d'uno scultore figurista italiano assai distinto e
rinomato allora in Parigi, Domenico Fontana, che aveva il proprio studio rue
Jacob, num. 11, e Marchi che aveva già aperto il cuore all'amore del bello,
ne aveva potuto apprezzare il valore ed il merito. Indistinte, vaghe, confuse,
cominciarono a farsi strada nell'animo del Marchi le aspirazioni a vita più
larga, più artistica, più avventurata.
Appena il tempo che lo legava al
Picchi spirò, si recò presso il Fontana, e lo pregò di volerlo accettare nel suo
studio, offrendosi a servirlo per meno ancora di quanto guadagnava presso
l'antico maestro, dacchè preferiva, a suo dire, un più magro compenso
pecuniario purchè potesse arricchire la mente di più largo corredo di studi e
di cognizioni artistiche. Il Fontana accolse nel suo studio il giovinetto per
un anno, e gli assegnò di stipendio una lira e mezza soltanto al giorno.
Fioriva allora in Parigi il
famoso scultore Pradier, membro dell'Istituto di Francia, e la gloria di cui
illustrava il suo paese era giunta al massimo.
A lui ricorrevano tutti i
figuristi italiani che amavano acquistare il diritto di riprodurre in gesso i
suoi capolavori, onde attivare la loro industria ed il loro commercio. Il
Pradier per conseguenza trovavasi costantemente in relazione e col Picchi e col
Fontana.
Avendo così avuto campo di
osservare alcuni de' suoi originali riprodotti in gesso dal giovane Marchi, il
Pradier rimase colpito dalla precisione e dalla grazia con cui que' lavori
erano stati eseguiti, e volle conoscerlo personalmente. Da quel giorno vi fu
simpatia vicendevole; e venuto l'anno 1841 il Marchi ebbe la fortuna e l'ambito
onore di venir ammesso nello studio del sommo artista per non più esser diviso
da lui che il giorno della sua morte.
Dapprincipio il giovane allievo
guadagnava pochissimo, ma non andò molto tempo che venne messo a parte dei
lucri in una data proporzione per ogni statuetta che modellava, e venne così a
guadagnare fino a venti lire al giorno.
Da allora ebbero principio i
risparmi del Marchi, il quale volendo prepararsi un avvenire indipendente,
viveva colla massima frugalità.
Pradier lavorava per la famiglia
di Luigi Filippo, per l'Accademia delle Belle Arti, per il Museo di Versailles,
e più tardi per il Palazzo di Cristallo di Londra, e nelle sue relazioni cogli
alti personaggi che presiedevano a detti stabilimenti, impiegava spesso il
Marchi, per cui questi non tardò molto a cattivarsi la stima, la benevolenza, e
la protezione di molte e cospicue persone, e particolarmente del conte di
Montalivet e del signor De Salvandy.
Vivente ancora il Pradier, potè
il Marchi aprire una officina per proprio conto, rue Jacob num. 48, ove
impiegava molti lavoranti italiani, e finalmente dopo la morte dell'illustre
artista, trasportò il suo stabilimento, ingrandendolo di molto, ove trovasi
attualmente, cioè al num. 30 del Passage Choiseul.
Al giorno d'oggi egli impiega
trenta lavoranti tutti italiani, ed è senza dubbio il primo nel suo genere e
come artista e come possessore di un'officina che rappresenta un valore di trecentomila
franchi.
Il Marchi è autore di vari capi d'arte rinomati:
fra cui Le Moineau de Lesbie, rappresentante una leggiadra fanciulla che tiene
in mano il passerino, cantato con tanta grazia dai soavi versi di Catullo, e
poi un Gesù, ed un San Giovanni, molto pregiati in Francia.,
Egli è pure inventore di un
nuovo sistema di forme di gesso senza suture nè rattoppi, ormai adottato
da tutti, che gli meritò tre medaglie; cioè quella d'onore di prima classe
della Società delle Arti, Belle Lettere ed Industria di Parigi il 26 novembre
1855; quella di seconda classe all'Esposizione universale del 1855, e quella
d'onore dell'Accademia delle Arti, Scienze, Musica e Belle Lettere di Parigi,
il 25 giugno 1857.
Nell'agosto del 1855 si vide
pure onorato della medaglia d'argento della Società libera delle Belle Lettere,
Arti ed Industrie di Parigi, e nel 1856 di quella della Società
d'Incoraggiamento di Londra.
All'Esposizione di Firenze (1861) ottenne la medaglia del merito, ed a
quella delle Belle Arti del 1863 in Parigi, egli fu meritatamente ricompensato
con la medaglia di seconda classe.
Nel 1867 egli presentò alla Esposizione universale la riproduzione di
quattro medaglioni rappresentanti il Battesimo, il Calvario, una Battaglia
di Carlo Magno, la Morte di Vercingetorige di Justin, le cui
cornici, capolavori d'arte, erano di sua invenzione, ed erano costate
ventottomila franchi di solo getto e cesellatura.
Per tali opere lodatissime, egli
ottenne a cotesta Esposizione una menzione onorevole, che nella sua modesta
alterezza d'artista, credè conveniente di non accettare.
Per dare
un'idea delle sue attuali condizioni di fortuna, basterà dire che, a parte ciò
che spese durante la sua carriera artistica per eseguir i suoi lavori, il
Marchi pagò oltre a duecento mila lire solo per acquistare il diritto di
riprodurre le opere altrui.
Da vari anni avrebbe egli potuto essere nominato capo dei formatori del
Museo del Louvre, carica assai lucrosa ed onorifica; ma siccome per accettare
cotesto ambito ufficio gli sarebbe stato necessario domandare la
naturalizzazione francese, egli preferì conservare la sua nazionalità e restare
Italiano, per non smentire in un momento la sua condotta passata.
Difatti, durante il lungo e volontario suo esilio dalla patria, egli non la
dimenticò mai, e nel suo cuore trovarono sempre un'eco vivissima tutti gli
avvenimenti che dalla sua partenza al giorno d'oggi ne mutarono le sorti, e la
condussero all'unità.
Nel 1859 fondò a Parigi un Comitato italiano avente per iscopo l'invio di
volontari italiani all'armata che entrava in campagna contro lo straniero; ed
oltre i fondi da lui versati nella cassa del Comitato stesso, procurò a
diciassette volontari, fra cui cinque suoi lavoranti, i mezzi di condursi sotto
le bandiere del Re.
Il Marchi è membro fondatore della Società di Beneficenza Italiana,
fondata in Parigi nel maggio del 1865, ed i suoi compatrioti l'han sempre
trovato pronto a soccorrerli ed a guidarli, ogni qualvolta si sono visti nella
necessità di ricorrere al suo generoso patrocinio.
Non è superfluo aggiungere che fin dai primi momenti in cui potè disporre
di qualche piccolo risparmio, non mancò mai d'aiutare la vedova madre che morì
nel 1867 vecchia di 85 anni, ed ogni altro della sua famiglia cui fu sempre
largo di ogni maniera di soccorsi, talchè procurò in breve tempo a ciascuno di
loro una modesta e grata agiatezza.
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