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BOLOGNA
Rimembranze. — Antonio Alessandrini. — Agostino
Codazzi. — Pietro e Paolo Lollini. — Fornasini. — Giovanni Stagni. — Silvestro
Camerini.
Bologna è città di grandi rimembranze. Innanzi a que' palazzi maestosi
dall'aspetto austero e dalla fronte annerita dal tempo, sotto i suoi lunghi
porticati, ne' templi grandiosi la mente ricorda ad ogni tratto uomini illustri
nei varii e più nobili modi in cui sia dato acquistare rinomanza.
L'artista, ricorda Guido Reni e quella scuola di valenti pittori che
hanno fatto tant'onore al mondo, e la prematura fine della grande e sventurata
Elisabetta Sirani; il Liceo Musicale fa rammentare i grandi maestri che in
tutta Europa hanno diffuso il culto benefico della musica; ed in
quell'Università, ove il senno legislativo dell'antica Roma trovò interpreti
così fedeli e commentatori così profondi, ove le nuove dottrine sperimentali
fecero fare così grandi progressi alle scienze naturali, da Ulisse Aldrovandi a
Galvani, da Galvani ad Alessandrini, è tutta una serie di sommi ingegni che da
ogni parte del mondo civile hanno chiamato studiosi ad ammaestrarsi nella dotta
città.
I volumi dello Aldrovandi, nei quali quel grande ingegno ebbe il coraggio
d'intraprendere e la forza di compiere una nuova storia degli animali, purgata
dagli errori e fondata sull'osservazione, sono tanti e così voluminosi, che chi
li guarda si domanda come mai un uomo abbia potuto scrivere tanto, pur solo
considerando il tempo materiale dello scrivere. Eppure quello che fu pubblicato
non è che parte di quanto lo Aldrovandi ha scritto. Nella Università di Bologna
giacciono ancora polverosi e dimenticati manoscritti, vergati dalla penna
dell'Aldrovandi, e sono assai numerosi.
Galvani fu scopritore ed iniziatore di quella nuova dottrina in cui
proseguendo il Volta, arricchì il patrimonio scientifico dell'umanità di quel
miracolo che è il telegrafo elettrico; scoperta che gl'ignoranti dicono figlia
del caso, perchè non sanno che lo studio e il fermo volere sono gli elementi di
cui si compone quel caso che schiude le vie della scienza ai grandi ingegni.
Antonio Alessandrini visse ai tempi nostri, e merita d'essere ammirato
non solo pel grande sapere, ma anche per la perseveranza nello operare e per la
nobiltà dell'animo suo.
Il professore Luigi Calori, onore della Università bolognese, scrisse
dell'Alessandrini una bella biografia. — Qui ne diremo qualche parola.
Antonio Alessandrini
Nato in Bologna addì 30 luglio 1786 da poverissimi genitori, crebbe
lontano da essi: suo padre, che faceva il corriere, morì lui pargoletto; e la
madre sua passando ad altre nozze lasciò il figliuolo di due anni, alle cure d'una
zia, la quale amorevolmente si prese cura di lui, ed appena fatto un po'
grandicello, lo affidò ad uno zio paterno, il sacerdote don Giuseppe
Alessandrini di Savignano, terra finitima a Vignola di Modena.
Il nome di don Giuseppe Alessandrini merita di essere ricordato con
gratitudine dagli Italiani, perchè al buon sacerdote si deve se il giovane
Antonio potè dar opera a quegli studi pei quali fece poi tant'onore a sè
stesso, e tant'onore e tanto bene alla patria. L'ottimo zio secondò (con non
poco sacrifizio perchè povero) la bella inclinazione del nipote agli studi, e
lo tenne prima in Modena, poi in Bologna, dove in breve questi conseguì la
laurea in medicina ed in chirurgia.
In quei primi anni contrasse l'Alessandrini salda amicizia con giovani
che dovevano poi essere uomini segnalati: tra i quali l'Amici di Modena e
Francesco Mondini di Bologna.
Con quest'ultimo i vincoli del più intenso affetto furori sempre più
strettamente rannodati dai comuni studi, ed al principio ed alla fine della
loro carriera, questi due uomini esercitarono a vicenda una potente e
scambievole azione l'uno sulla vita dell'altro. Dopo qualche anno di comune
lavoro negli ospedali, fatto il Mondini professore di anatomia nell'Università
di Bologna, volle a suo direttore l'Alessandrini. Trent'anni dopo, alla vedova
del Mondini morto in povertà, l'Alessandrini otteneva da Pio IX (quand'appunto
questi incominciava il suo pontificato) una piccola pensione necessaria a
sostentarle la vita, munificenza a cui essa non avrebbe avuto diritto.
Poco dopo la sua nomina a dissettore di anatomia umana, l'Alessandrini fu
eletto ad insegnare anatomia comparata e patologia veterinaria, per la morte
improvvisa del titolare di questa cattedra nella stessa Università di Bologna.
Un uomo volgare avrebbe forse disdegnato l'insegnamento della patologia
veterinaria: è vezzo, e molto mal vezzo aristocratico degli studiosi di scienze
mediche, ostentare disprezzo per gli studi della veterinaria, darle mal voce di
mestiere, e negarle gli attributi di scienza. L'Alessandrini vide subito quanto
i nuovi studi cui stava per accingersi avrebbero potuto giovare ai primi; vide,
quanto, studiando l'anatomia e i morbi degli animali, avrebbe potuto recare
giovamento non solo all'agricoltura, che è prosperità nazionale, ma sì pure
allo studio dell'uomo; scorse questo mirabile vero, che non solo l'anatomia
comparata è necessaria allo studio dell'anatomia umana, ma pure che a ben
conoscere i morbi umani giova lo studio dei morbi degli animali. Quella
patologia comparativa con cui si fanno onore taluni oggidì presso altre
nazioni, proclamandone meritatamente e dimostrandone la utilità grande, fu
vagheggiata primamente dall'Alessandrini, e con nobilissima alacrità e costanza
studiata.
Appena assunta la nuova cattedra, quest'uomo mirabile, giovane ancora e
sempre nella pienezza delle sue forze, concepì un progetto che ad altri avrebbe
potuto sapere di follia: si diede a tutt'uomo a metter su, non già un semplice
museo d'anatomia comparata (impresa da sè ardua per un uomo solo), ma un museo
di patologia comparata, concetto tanto nuovo quanto grande e fecondo: ed
insieme ancora un museo di paleontologia.
Eppure Antonio Alessandrini riuscì nell'ardua e sublime sua impresa.
Chi visita oggi i musei dell'Università di Bologna, e si ferma in quello
di anatomia comparata, poi in quello di anatomia patologica, poi in quello di
paleontologia, ed ammira l'abbondanza delle collezioni, non può credere a chi
gli dice che la massima parte di questi oggetti fu tutta raccolta e disposta
dal solo Alessandrini. Si pensa, senza neppure volerlo, ai semidei ed agli eroi
dell'antichità, cui la fantasia de' poeti attribuiva le fatiche e le glorie di
molti uomini, per crearne un mito.
Ma qui non è questione di mitologia, trattasi di un vero e vivo Ercole della
scienza, che, povero e senza grandi aiuti, immaginò, volle, e fece.
Un caso singolare veniva pure a dare opportunità in quei primi giorni
della sua carriera allo Alessandrini, di giovare in un altro modo al paese.
Allora, come fino a quest'ultimi tempi, nell'Università di Bologna i
collegi erano disgiunti dalle facoltà, e non bastava essere professore per
appartenere al collegio, ma si richiedeva a ciò una nomina speciale. Vacando un
posto nel collegio medico-chirurgico, l'Alessandrini desiderò ardentemente
quella carica, di cui per ogni rispetto era degno, e non l'ebbe; e ciò, perchè
un altro, bel giovane, caldamente protetto da nobili e belle signore, fu da
queste raccomandato al cardinale protettore della città, e la raccomandazione
ebbe effetto.
Non credere, o lettore, che io racconti ciò con maligna compiacenza, e
come un esempio delle ingiustizie del governo caduto. Questo racconto mio è
tale e quale lo fa il professore Calori, anzi le mie frasi sono meno acerbe, ed
io lo riferisco, solo perchè giova a ciò che debbo di lui raccontare in
appresso. In ogni caso posso dire che
«Mettendolo Turpino,
anch'io l'ho messo».
E quanto allo potenza della protezione delle belle signore, credo
fermamente che duri e sia per durare sempre, e che ai giorni nostri non ci
siano di mutato altro che i cardinali.
Quella indegna e patente ingiustizia porse occasione allo Alessandrini di
giovare in un altro modo al paese, perchè, a compensarlo dell'inverecondo
rifiuto di cui si doleva con esso tutta la città, lo nominarono ufficiale del
magistrato provinciale di Sanità, nella qual carica si mostrò sommo come in
tutto il resto, e benefico al paese, e pronto sempre a trar di tutto partito in
pro' della scienza.
Il Calori divide gli scritti dell'Alessandrini secondochè trattano di
zoologia, di anatomia sì umana come comparata, e di anatomia patologica pure
umana e comparata, di chirurgia, ecc. ecc., chè intorno a tutti questi e ad
altri rami dello umano sapere ha scritto quel vasto ingegno; e di tutti dà
conto esponendo quanto v'ha di più importante in essi, con dotto, sincero ed
imparziale giudizio.
In politica l'Alessandrini fu sempre liberale, quando la cosa era piena
di pericolo e di danno: amò la politica militante, e quando nel 1849 gli
Austriaci stringevano Bologna, capitanando i cittadini promuoveva una disperata
difesa, gridando, in risposta ai dubbiosi, il motto: Chi dura vince.
Vecchio, monco d'un braccio, povero, dimenticato, l'Alessandrini ebbe a
temere pel suo sostentamento, e gli fu proibito l'accesso nei suoi musei: la
quale indegna proibizione, affrettiamoci a dirlo, durò per tempo assai breve;
confortati gli ultimi anni della sua vita da una ottima donna, visse ancor
tanto da veder libera la sua città nativa, e risorta a nuovi e più gloriosi
destini la patria da lui tanto amata.
Morì in Bologna addì 6 aprile 1861. Nelle sue opere vivrà eterno in
questa città è sempre nella mente di tutti: qui non solo visse riverito ed
ammirato, ma, cosa più bella e desiderabile, visse lieto e felice dell'amore
de' suoi concittadini.
Agostino Codazzi
In Lugo presso Bologna nacque nel 1793 Agostino Codazzi, da genitori di
umile condizione.
Nella sua adolescenza eretto in Bologna un collegio militare, Codazzi
ottenne dal padre che lo inviasse colà, e promise che presto collo studio e
colla buona condotta avrebbe meritato di ottenere un posto gratuito nel
Collegio centrale. Egli non mancò alla promessa, poichè dopo poco tempo in
ricompensa dei suoi studi, fu ricevuto come pensionato del governo: ed in tale
modo ne' più teneri anni di sua vita per propria virtù bastò a sè stesso.
Nel principio dell'anno 1809, non ancora compiuto il sedicesimo anno,
piccolo e debole di corpo, si presentò al generale Armandi e gli domandò che lo
arruolasse come semplice soldato.
Sorrise questi e gli disse
— Ritornate a casa vostra, crescete e divenite forte, e poi verrete e vi
riceverò.
— Tanto povero è dunque l'Imperatore (rispose l'adolescente) che teme
impiegare male una razione per un giovane volontario?
La risposta vinse l'animo del generale, che lo inscrisse come soldato.
Ma dopo pochi giorni, avendo conosciuto com'egli fosse versato nelle
matematiche, lo inviò a Pavia per compiere i suoi studi: quivi rimase sino al
1812, e fu sua precipua cura rendere forte il suo debole corpo collo studio e
coll'esercizio della ginnastica.
In quell'anno venne chiamato in Francia il reggimento nel quale serviva
Codazzi, e il nostro Agostino combattè alle battaglie di Bautzen, Lutzen,
Dresda e Leipzig. Ritornò il reggimento in Italia, e nel 1814 combattè nel
Mantovano, e quivi Codazzi fu chiamato a far parte dello stato maggiore.
Allora fu disciolto l'esercito in Italia ed egli ebbe il congedo.
Caduto l'Impero, perdette Codazzi ogni speranza di continuare la carriera
delle armi, e la sua operosa natura si rivolse al commercio. Vendute le poche
sue masserizie, comperò alcune mercanzie in Genova, e con esse s'imbarcò per
Costantinopoli. Ma rotta, nelle vicinanze d'Itaca da fiera tempesta, la nave,
Codazzi si salvò a nuoto su quell'isola.
Quell'anima così fortemente temprata sapeva dalle sventure stesse
attingere nuova energia cosicchè il naufragio, che gli rapiva tutto quanto
possedeva, non affievolì per nulla il suo coraggio, e per campare la vita
intraprese in Itaca il mestiere, da lui ignorato, di dipingere le case. Dal suo
nuovo mestiere colla continua fatica e co' semplici suoi costumi raggruzzolò
penosamente un po' di denaro, e continuò il suo viaggio sino a Costantinopoli.
Un mese andò errando per le strade di quella città senza lavoro, e spesso
soffrendo la fame. Alfine conobbe un negoziante italiano, il quale avendo avuto
agio di sperimentare l'onestà di lui, gli affidò alcuni suoi negozi, che gli
apportarono un lucro sufficiente per recarsi in Amsterdam.
In quel tempo faceva gran rumore in Europa la rivoluzione dell'America
spagnuola; Codazzi si propose di accorrervi, e si recò senza indugio negli
Stati Uniti. In Baltimora conobbe Villaret, vice-ammiraglio di Venezuela, che
lo ammise con il grado di tenente sul brigantino America libera. Questo
brigantino si unì dappoi alla squadra di Aury, la quale, dopo la vendita della Florida
fatta dalla Spagna agli Stati Uniti si congiunse con quella dell'ammiraglio
Brion (1819) che prestava servizio in Colombia.
Molto oprò Codazzi per la causa
dell'indipendenza di Colombia ed egli menò sempre a termine con prospera
fortuna le operazioni militari che gli vennero affidate.
Nel 1822
ottenne dal governo Colombiano il permesso illimitato per recarsi a visitare in
Italia l'infermo suo padre. Portò seco tutte le sue economie, che poi perdette
in Italia per inganno di alcuni falsi amici. La mala fede, più che la perdita,
ferì l'animo di lui: sicchè, morto il padre, diede l'ultimo addio all'Italia e
ritornò in Colombia, dove fu tosto dal vice-presidente Santander nominato
comandante generale di artiglieria al fine di organizzare quest'arma. Il nuovo
ufficio gli fece conoscere le piazzeforti di Maracaibo. Egli fece una pianta
topografica di esse e dei luoghi vicini, e presentò un progetto di nuove fortezze.
Questo lavoro di non poco merito mostrò Codazzi sotto un nuovo aspetto, ed alla
sua fama di buon marinaro e di buon ufficiale d'artiglieria aggiunse quella
d'ingegnere geografo. Il governo gli diede l'incarico di rilevare una carta
corografica della provincia Zulia. Compieva Codazzi questo lavoro, quando
avvenne lo smembramento della Repubblica di Colombia (1830) che si suddivise in
Venezuela, Nuova Granata, ed Equatore.
Paez, presidente del Venezuela, nominò Codazzi capo del suo stato maggiore;
ed avendo ammirato i lavori da lui fatti sulla provincia Zulia, gli commise di
comporre una geografia statistica ed un atlante di tutte le provincie del
Venezuela,
Comprese il nostro Codazzi quanti e quali impedimenti gli sarebbero sorti
innanzi in questo difficile compito: l'insalubrità delle regioni pantanose, la
mancanza di strade praticabili per ascendere la Cordigliera e misurarne
l'altezza, l'impossibilità di navigazione di alcuni fiumi, de' quali pur doveva
tracciare i sinuosi corsi, le selve, inaccessibili e popolate di fiere e di
serpenti velenosi, la ferocia di alcune tribù selvaggie, erano impedimenti di
tal natura che avrebbero scoraggiato anche un uomo d'animo forte. Ma Codazzi
con la sua potente volontà pose mano all'opera nel 1831 e la compì nel 1839.
L'uomo che ha volontà ferma e operosa, può molto più che un sublime
ingegno: ei prevede, scansa i pericoli, va cautamente nel suo cammino, non si
arresta, supera le difficoltà, ed ottiene il suo premio. Sovente Codazzi
sospese i suoi lavori scientifici per operazioni militari nelle guerre civili,
che in ogni tempo hanno desolato queste contrade. Nei diversi fatti d'armi si
mostrò sempre buon capitano e uomo di animo perseverante. Le continue vittorie
non lo fecero superbo, e fu sempre generoso con i vinti.
Il lavoro geografico-statistico di Codazzi sul Venezuela è un'opera
scientifica d'altissimo merito; e fa invero meraviglia, come un uomo solo,
senza nessun aiuto, e spesso occupato nello spegnere l'incendio di guerre
accese da odii ed ambizioni cittadine, abbia potuto condurre a felice termine
un'opera di così grande importanza, che venne accolta con plauso dall'Accademia
delle scienze e dalla Società geografica di Parigi. Una commissione composta
dai signori Arago, Savary, Elia de Beaumont e Boussingault, l'esaminò e ne fece
rapporto all'Accademia, la quale decise si scrivesse una lettera a Codazzi,
significandogli che il suo lavoro geografico-statistico era tenuto in gran
pregio. Ed il signor Elia de Beaumont che ebbe questo incarico, così gli
scrisse: «Non posso manifestare quanto piacere ed ammaestramento mi ha
procurato l'opera vostra. Più la studio, e più mi persuado che fu esatta
l'opinione che i signori Arago, Savary, Boussingault ed io abbiamo emessa
innanzi all'Accademia. Gli applausi degli amatori delle scienze, che vi devono
molto, saranno per voi una grata ricompensa. Mi sia permesso intanto
presentarvi il piccolo tributo della mia ammirazione pel sapere, la costanza ed
il valore, che avete spiegato in un'impresa così vasta e difficile». Anche la
Società geografica di Parigi colmò di elogi l'opera del Codazzi, lo nominò
socio, e gli conferì la grande medaglia con la leggenda «La Società di
geografia all'ingegnere Agostino Codazzi per le sue esplorazioni nelle
provincie del Venezuela». La Società reale di geografia di Londra gl'inviò
il diploma di membro corrispondente, e la Società etnologica americana
stabilita in Nuova York lo nominò membro onorario. Luigi Filippo, sulla
proposta del ministro Guizot, lo decorò dell'Ordine della Legion d'Onore.
Mentre Codazzi raccoglieva il premio che tanti
uomini illustri ed imparziali davano ai suoi lunghi studi, ricevè una lettera
del barone di Humboldt, la quale pose il suggello agli onori che gli erano
stati tributati. Humboldt così gli scriveva nel giugno 1841: «Al vostro ritorno
nel Venezuela, di cui conservo tante grate memorie, desidero darvi una
testimonianza della mia alta e rispettosa stima. I vostri lavori geografici
abbracciano un'estensione così grande di territorio e comprendono particolari
geografici così esatti, e misure di altezze così adeguate per dimostrare la
distribuzione de' climi, che faranno epoca nella storia delle scienze. Mi
compiaccio aver vissuto fin oggi per vedere compiuta un'impresa, che, mentre
rende illustre il nome di Codazzi, contribuisce alla gloria di quel governo che
l'ha protetto. Ciò ch'io feci in un rapido viaggio determinando varie posizioni
astronomiche ed ipsometriche in Venezuela, è stato confermato dalle vostre
pregevoli investigazioni, ed ha ricevuto un lustro superiore alle mie speranze.
Io, membro dell'Accademia delle scienze, avrei firmato con piacere, se mi fossi
trovato in Francia, il rapporto che i signori Arago, Savary, de Beaumont e
Boussingault presentarono sulle vostre mappe ed il testo geografico destinato
ad illustrarle».
In quel tempo stesso Codazzi fu
incaricato dal governo Venezuelano di condurre un'emigrazione tedesca in quella
Repubblica. Egli si recò in Germania, riunì varie famiglie, organizzò la
spedizione, noleggiò una nave, s'imbarcò con circa 400 emigranti, e venne alla
Guayra. Scelse opportuno terreno sugli alti monti delle valli di Aragua, e vi
diresse l'emigrazione tedesca, cui diede il nome di Colonia Tovar.
Le contrarietà che gli
suscitarono i suoi nemici, le difficoltà per acclimatare gli animali su quelle
montagne, la perdita dei primi raccolti, le ribellioni fra i coloni, tutto
concorse per mettere a prova la costanza del Codazzi, il quale per quattro anni
combattè gli ostacoli che gli sorgevano innanzi continuamente, e con la sua
energia li vinse tutti. La Colonia si ordinò infine, e prosperò malgrado le
guerre civili nel Venezuela, di cui quei laboriosi coloni han sentiti i
deplorabili effetti.
La provincia di Barinas situata
ne' limiti occidentali di Venezuela, fra le montagne di Merida e le vaste
pianure di Apure, nominò Codazzi suo governatore nel 1846. Erano gli animi dei
Barinesi scissi in due partiti politici, che davan sovente di piglio alle armi
ed insanguinavano quelle contrade.
Nelle città piccole e poco
civili, i partiti politici non professano dottrine, ma odii personali, e ciò
che nelle grandi e civili città è discussione d'idee, quivi si converte in
ingiurie.
Codazzi comprese che nulla
avrebbe potuto fare in pro de' Barinesi, se prima non si fossero riconciliati
gli spiriti loro. Per la qual cosa egli predicò a tutti la concordia, a tutti
mostrò i veri interessi della patria; spiegò nell'amministrazione della cosa
pubblica una infaticabile operosità. Aperse nuove strade, incoraggiò
l'agricoltura, promosse l'istruzione primaria; infine seppe con parole e con
opere cattivarsi la stima e l'affetto di tutti. Quando vide i rancori alquanto
assopiti, e placati gli odii, offerse un gran banchetto a tutti i capi dei due
partiti. Convennero, costoro, ma, messi nel cospetto gli uni con gli altri,
rimasero serii e gravi, nessuno d'essi volendo essere il primo a pronunziare
parole di riconciliazione. Quando ruppe il silenzio un'armonia di musica, e
comparvero nel medesimo tempo nell'adunanza i piccoli figliuoli di Codazzi, con
vesti allegoriche, e ciascuno d'essi dirigendosi ai più illustri fra i
convitati parlò di patria carità, di concordia di fratellanza con termini così
ingenui ed affettuosi, che tutti si levarono e, abbracciandosi, promisero
dimenticare il passato e vivere per l'avvenire come amici e membri d'una stessa
famiglia.
Intanto il partito oligarchico
(conservatore) aveva commesso in quasi tutta la Repubblica gravi errori, i
quali furono cagione che il governo passasse nelle mani del partito federale
(democratico). Onde Codazzi abbandonò Venezuela, e si recò nella vicina
Repubblica della Nuova Granata, di cui il presidente generale Mosquera lo aveva
già da qualche tempo invitato a fare per quello Stato un lavoro geografico
statistico, simile all'altro, che aveva compiuto pel Venezuela. Appena giunse
nella Nuova Granata (1850), diede principio a quest'opera. Nel 1854 percorse ed
esplorò tutto l'istmo di Panama accompagnando la Commissione
Anglo-Francese-Americana per un canale inter-oceanico. Nel 1858 presentò al governo
le mappe coreografiche di tutte le provincie in cui si divide la Nuova Granata:
mancava soltanto la carta del basso Maddalena. Egli si proponeva d'esplorare a
fondo la Sierra Nevada di Santamarta, regioni ricche di preziosi minerali e di
fertili terre.
Appunto allora, mutati gli
uomini politici in quella repubblica, i nemici di Codazzi gli mossero aspra
guerra, ma egli lottò con coraggio ed energia, e li vinse.
Nel 1859 si recò nel basso
Maddalena per compiere l'opera scientifica. Ma in quei luoghi insalubri, in
mezzo ai disagi e privazioni di ogni genere, fu assalito da febbre tropicale,
ed in poche ore morì alla età d'anni 66.
Non v'ha nessuno in quelle
contrade d'America che non conosca ed onori il nome di Codazzi; tutti parlano
di lui come d'uomo benemerito della civiltà, e che ebbe sempre fermo ed operoso
volere, e trionfò della sventura, del tempo, dell'invidia e della miseria.
I Fratelli Lollini
Pietro e Paolo Lollini ci
porgono uno dei più belli esempi di quello che valga la tenacia del proposito a
condurre un'impresa a buon fine, e l'onorata vita a procacciare l'onore e la
stima dei concittadini.
Figli d'un povero operaio
bolognese, furono posti a bottega in tenerissima età e privi d'ogni più
elementare cultura. In quella prima infanzia ebbero la sventura di perdere un
fratello maggiore che li amava molto, e di cui essi parlano anche oggi con
affetto e con orgoglio: abile operaio, verso il 1834 quel loro fratello s'era
impegnato a fare una bilancia la quale doveva segnare il peso colla misura bolognese,
e ragguagliarlo col peso metrico. Riuscì nel suo intento; presentò quella sua
bilancia ad un giurì di orgogliosissimi scienziati, i quali senza neanco
guardarla, la giudicarono cosa di nessun valore; e l'operaio morì di
crepacuore.
I due poveri fanciulli lavorarono nella bottega di
un arrotino: Paolo girava tutto il giorno la ruota, e Pietro disimpegnava i
lavori manuali più gravosi della bottega. Avevano una sorella, cameriera in una
casa patrizia, ottima donna che era degna di miglior condizione, e l'ebbe.
Tornando a casa dalla bottega, i fratelli andavano a salutare la sorella, che
amavano teneramente e rispettavano con filiale rispetto. La padrona della
giovane, ottima signora, ordinò che quando venivano i fratellini della Luigia,
si desse loro la minestra e qualche altro cibo.
Quella casa patrizia era la casa Minghetti.
Il commendatore Marco Minghetti aiutò pure più tardi i fratelli Lollini,
promuovendo una società di cui egli era parte principale, onde fornire capitali
ai due fratelli, che allora già si rivelavano valentissimi artisti.
Essi ricordano ancora con animo grato e riverente i benefizi del signor
Marco Minghetti. Un giorno, quando erano già ricchi e decorati, in presenza di
molti signori, uno dei due esclamò:
— Come potremo noi mai dimenticare il signor Marco Minghetti? In casa
sua, fanciulli, ci siamo più volte levata la fame, ed ora in gran parte andiamo
a lui debitori, se abbiamo potuto fare qualche cosa.
Ma ritorniamo alla loro giovinezza.
Il loro padrone si chiamava Gaudenzi ed era coltellinaio modestissimo.
Mentre Paolo girava la ruota e Pietro portava i secchi d'acqua, i due
giovanetti fecero proponimenti di emulare il padrone. Il proposito ogni anno si
fece più saldo: dalla ruota e dai secchi d'acqua passarono a trattare la lima
per disgrossare, e poi su su, ad affilare lancette e rasoi. Allora in uno
slancio d'ardimento dissero a sè stessi che se qualcuno avesse dato loro
commissione di far lancette, le avrebbero fatte benissimo. Ma tutti
naturalmente si rivolgevano al padrone.
Frequentava la casa Minghetti un giovane studente di medicina; il quale,
fanciullo insieme coi Lollini, li aveva sovente veduti in quella casa e inteso
lodare le virtù della sorella, e l'ingegno vivace, il garbo, l'indole
affettuosa dei due fratellini. Quel giovane studente aveva tenuto d'occhio i
due poveri operai, aveva notato i loro progressi, ed aveva finito per scoprire
la loro ambizione di fare lancette. Il giorno in cui ebbe l'onore di essere
ammesso al salasso, onore che gli tornò più dolce di tanti altri clamorosi
che ebbe dopo, il giovane studente ordinò quattro lancette ai fratelli Lollini.
Le lancette riuscirono a meraviglia, molti studenti ne fecero far altre. I due
fratelli avevano raggiunto la mèta vagheggiata nei primi anni, erano alla pari
del loro padrone.
Ma in breve incominciarono ad aspirare a cose
maggiori. Volevano fare da sè tutta intera una cassetta chirurgica. Erano
passati cinque anni dalla prima ambizione, e il giovane studente era divenuto
dottore. Aveva bisogno d'una cassetta, e la ordinò ai fratelli Lollini, che la
fecero a meraviglia, ed ebbero subito parecchie altre ordinazioni.
Ciò accadeva nel 1836.
Quel giovane studente, più tardi
dottore, era il conte Giovanni Battista Ercolani, onore oggi della scienza
italiana. «Io sono orgoglioso (scriveva egli testè ad un suo amico) di essere
intimo dei fratelli Lollini».
La lotta che i due fratelli
infiammati dall'amore dell'arte dovettero sostenere per riuscire, fu lunga e
dolorosa; sopportarono anche il carcere politico, come pur troppo era
consuetudine allora.
Quando Vittorio Emanuele venne
la prima volta a Bologna, li volle vedere: essi gli avevano preparato il dono
d'una spada di finissima tempra: il Re li accolse con molta benevolenza, e
parlò loro col suo fare spedito e schietto: lodò il loro coraggio, la loro
perseveranza, i loro sforzi coronati da un esito tanto felice, e parlando
premeva sulla spada, piegandola con tanta forza, che ai due artisti balzava il
cuore, pensando:
— Se si rompesse...
All'Esposizione di Londra
vinsero il primo premio. Paolo era in quella città, ed udì l'annunzio
insperato, mentre stava riguardando i suoi strumenti:
— Oh, il mio Pietro, che è a
Bologna! -— Questa fu la sua prima esclamazione; poi due grosse lagrime gli
sgorgarono dagli occhi, impallidì, e bisognò sorreggerlo.
Volevano vincere anche a Parigi,
esposero strumenti nuovi e di tutta perfezione. Nélaton confessò che un
frangipietra immaginato dal professore Fabbri, ed eseguito dai Lollini, era
migliore di uno suo proprio. Ottennero premio anche a Parigi.
Quando Paolo ritornò da
quest'ultima città, dopo avuta la medaglia d'oro, il Sindaco di Bologna, conte
Pepoli, l'andò ad aspettare colla sua carrozza, e gli operai della officina che
erano andati a riceverlo alla stazione, lo precedettero a casa, e gli fecero
nuova e più grande festa. Gli amici, uomini insigni e ragguardevoli d'ogni
classe sociale, erano in casa colle mogli e coi figli dei bravi artefici:
festeggiati da tutti, questi si stringevano al petto i figliuoli, piangevano, e
non sapean dir altro che grazie con voce soffocata dalla emozione.
I contrasti che i fratelli
Lollini hanno avuto, ripetiamo, sono molti e grandi: uno ne dovettero
sopportare ultimamente, inaspettato.
Fu loro grande desiderio di
provvedere strumenti chirurgici alla nostra armata e all'esercito. Gli ordini
ministeriali erano che tutti i ferri di chirurgia fossero sul modello Charrière
di Parigi. I Lollini fecero ferri sul modello Charrière, soltanto un po'
migliori. Ma non eran fatti in Francia, e non si volevano accettare!
Questi due uomini innamorati
dell'arte loro fecero spesso molti sacrifizi di tempo e di danaro per inventare
ed eseguire un qualche nuovo strumento di cui aveano avuto qualche vaga idea da
un chirurgo: e riuscirono a meraviglia. Hanno ora oltre a cento operai nelle
loro officine, che vivono come una famiglia, e lavorano allegramente. Quattro
loro vecchi amici, che li hanno seguiti in tutte le passate vicende, sono a
capo di quelle officine, primi ogni giorno ad arrivare, ultimi ad uscire,
esempio a tutti d'operosità e di buon costume.
Alle virtù civili, i fratelli Lollini accoppiano le più pure virtù
domestiche: non hanno altro riposo dal lavoro se non nelle dolcezze della
famiglia. Mantengonsi in una nobile semplicità di costume, ricordando senza
iattanza, ma con dolce emozione, la vita passata. Sono segno di ammirazione e
di affetto a quanti li conoscono, degnissimi di essere quanto più sia possibile
conosciuti.
———
Molti altri esempi potrei citare di Bolognesi
contemporanei, meritevoli di ricordanza di encomio come autori di nuove e
insperate fortune cui giunsero con lavoro indefesso e con fermo volere.
Il Fornasini, figlio di un
servitore, arricchì al Mozambico, e fu tanto memore della città nativa, che
volle donare al Museo Zoologico di quella città vari prodotti naturali del
Mozambico tanto numerosi quanto belli e rari.
Giovanni Stagni, combattute le patrie battaglie, emigrò in Egitto, dove onoratamente acquistò
una fortuna colossale che va ogni giorno accrescendo in mezzo alla pubblica
stima.
I Bolognesi hanno avuto all'ultima Esposizione di Parigi quattro medaglie
d'oro, sei d'argento, dodici di bronzo, cinque menzioni onorevoli, ed una
menzione speciale. Prova evidente dei mirabili progressi che fece l'industria
in cotesta città, sorta a una vita così operosa dopo l'annessione al Regno
d'Italia.
Piacemi, fra i molti, rammentare il nome dei fratelli Celestino e Cesare Monari, premiati per la lavorazione del riso: essi
danno opera alla introduzione delle migliori macchine, edificano case con
studio di buona igiene e comodo degli inquilini, imprendono cose utili ogni
qualvolta ne trovano l'occasione, e sono imitabile esempio di amor fraterno e
filiale, di operosità, di schiettezza e di cortesia.
Silvestro Camerini
Il nome di Silvestro Camerini è popolarissimo da Bologna a Venezia, e
sovratutto in Ferrara ed in Padova: ed è poi degno d'essere conosciuto in tutta
l'Italia.
La famiglia dei Camerini è antica in Castel Bolognese. Qui nacque
Silvestro Camerini da Francesco e Lucia Borghesi, addì 5 ottobre 1777.
Si crede generalmente che i proprietari di terre non vadano soggetti a
rovesci di fortuna, come i commercianti; ma ciò non è sempre vero. Nelle
campagne pure son frequenti i mutamenti repentini, le pronte fortune, e le non
meno pronte cadute.
Francesco Camerini, proprietario di terre, ne' disgraziati eventi di
un'infelice impresa agricola, perdè ogni suo avere, e morì giovane, lasciando
la vedova con sette figliuoli, tre maschi e quattro femmine. I maschi erano
Paolo, Cristoforo, e Silvestro. Paolo morì nel 1821. Cristoforo fu compagno per
un tratto di tempo al fratello Silvestro nelle sue imprese, poi si fermò a
Rovigo, dove per molti anni attese ad appalti, e si occupò dell'educazione dei
suoi figli. Morì nel 1858 lasciando molte ricchezze.
Silvestro Camerini si trovò adunque giovanetto, privo del genitore, colla
famiglia sprovveduta d'ogni mezzo di fortuna. Considerò coraggiosamente il suo
stato, e deliberò di affrontare la fortuna col perseverante lavoro, e domarla.
Dai quindici ai vent'anni fece il mercante di bestiame; girava i vari mercati
della Romagna, e finì per fermarsi nel Ferrarese, dove scorgeva miglior campo
ai suoi intenti.
Sulla fine dello scorso secolo e all'inizio di questo s'intrapresero
grandi lavori idrografici, costruendo scoli consorziali e ripari agli argini
dei fiumi Panaro, Reno, Po e Adige. Silvestro Camerini, in età di venti anni,
indovinò con un lampo di genio tutto il guadagno che avrebbe potuto
procacciarsi prendendovi parte quando gli fosse stato possibile disporre di
qualche capitale. Ma disgraziatamente non poteva disporre di nulla. Non si
sconfortò tuttavia, e deliberò di prender un interesse in que' lavori in ogni
modo. Incominciò pertanto dal farsi assumere come assistente, prendendo il
governo di molti barocci. Uno dei suoi primi lavori fu al Panaro presso
Bondeno: in breve gli appaltatori riconobbero in lui perspicacia non comune,
ardire, attitudine agli affari, onestà a tutta prova; e cominciarono ad
affidargli piccoli cottimi, che egli conduceva costantemente ad ottimo fine.
Ogni piccolo guadagno adoperò a sempre maggiori imprese, misurando giustamente
le sue forze colle opere cui s'accingeva, e conducendo queste con criterio ed
energia per modo da accrescersi la pubblica fiducia, e costantemente riuscire.
Così potè in breve prendere appalti pel valore di somme enormi e trarne
corrispondenti vantaggi. Una parte dei guadagni ch'ebbe fin da principio della
sua carriera il Camerini impiegò in terre, da cui seppe ricavare buon frutto.
Fu anche tesoriere, e tenne per molti anni le esattorie governative di Rovigo,
Padova, Treviso e Venezia.
Per quanto meraviglioso fosse l'accrescersi della sua fortuna, non era questo
che più si ammirasse nel Camerini. Quando si parlava di lui, era sempre per
lodare la sua inesauribile beneficenza. Non v'era sventura di cui sentisse
parlare cui non soccorresse, anche fuori d'Italia. Nessun può dire il numero
dei giovani che aiutò ed avviò a buona carriera, di quelli che tenne in collegi
e in conservatorii, di fanciulle che fece educare, d'altre cui diede dote, di
sovvenzioni ad ospedali, chiese, istituti claustrali, ecc. ecc.
Questo si ricorda anche oggi con entusiasmo in quelle provincie da tutti;
questo fa sì, che il suo nome sarà lungamente ricordato e benedetto.
Era ben naturale che un uomo così benefico pensasse al suo paese nativo.
Fin dal 1846 somministrò sempre a Castel Bolognese (oltre i vari sussidi
mensili ai parenti poveri) scudi romani 300 annui, pei poveri fanciulli dei due
sessi dai sette ai diciotto anni. Addì 4 ottobre 1856 con pubblico rogito
perpetuò questa beneficenza col titolo: Istituto Artigianelli Camerini,
ed istituì una nuova beneficenza perpetua pei cronici, dotandola di scudi 700
di rendita annua, facendo costrurre apposito locale di ricovero, in cui spese
10.000 scudi.
Nell'ultimo suo testamento fatto
addì 10 settembre 1866, egli aumentò la rendita annua dei due istituti di altri
1000 scudi annui onde oggi si hanno scudi annui 600 per gli artigianelli, e
1400 pei poveri cronici. Inoltre nello stesso testamento ha fatto un legato
perpetuo di scudi 550 di rendita annua pei veri poveri di Castel Bolognese.
Come pure ai suoi parenti poveri lasciò annui scudi 2000. Diede scudi 300
quando s'impresero i restauri della chiesa ove fu battezzato. Ma quello non
doveva essere che il principio; ben altri ne avrebbe fatti se fosse durato in
vita.
Silvestro Camerini ebbe molte
onorificenze, fu cavaliere di più ordini, commendatore, poi conte della Corona
Ferrea, gonfaloniere di Ferrara: finalmente nel 1866 fu insignito del titolo di
Duca.
Vedovo da pochi mesi, e privo di
figliuoli che gli eran morti bambini, vicino ai 90 anni, morì il 4 dicembre
1866.
Il giorno 16 maggio dello stesso
anno, aveva fatto donazione della principale sua terra, chiamata Diamantina, e
del palazzo di Ferrara, al suo nipote Giovanni, figlio del fratello Cristoforo.
Il resto dei suoi beni, lasciando da parte quello che andò in donazioni e
beneficenze e quel che fu dato ai parenti poveri, diede al nipote Luigi, figlio
del fratello Paolo.
Si è calcolato l'aver suo in
ventiquattro milioni di lire.
E noi abbiamo veduto da quali
umili principii cominciasse la sua carriera.
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