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Michele Lessona
Volere è potere

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  • CAPITOLO SETTIMO   BOLOGNA Rimembranze. — Antonio Alessandrini. — Agostino Codazzi. — Pietro e Paolo Lollini. — Fornasini. — Giovanni Stagni. — Silvestro Camerini.
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CAPITOLO SETTIMO

 

BOLOGNA

Rimembranze. — Antonio Alessandrini. — Agostino Codazzi. — Pietro e Paolo Lollini. — Fornasini. — Giovanni Stagni. — Silvestro Camerini.

 

Bologna è città di grandi rimembranze. Innanzi a que' palazzi maestosi dall'aspetto austero e dalla fronte annerita dal tempo, sotto i suoi lunghi porticati, ne' templi grandiosi la mente ricorda ad ogni tratto uomini illustri nei varii e più nobili modi in cui sia dato acquistare rinomanza.

L'artista, ricorda Guido Reni e quella scuola di valenti pittori che hanno fatto tant'onore al mondo, e la prematura fine della grande e sventurata Elisabetta Sirani; il Liceo Musicale fa rammentare i grandi maestri che in tutta Europa hanno diffuso il culto benefico della musica; ed in quell'Università, ove il senno legislativo dell'antica Roma trovò interpreti così fedeli e commentatori così profondi, ove le nuove dottrine sperimentali fecero fare così grandi progressi alle scienze naturali, da Ulisse Aldrovandi a Galvani, da Galvani ad Alessandrini, è tutta una serie di sommi ingegni che da ogni parte del mondo civile hanno chiamato studiosi ad ammaestrarsi nella dotta città.

I volumi dello Aldrovandi, nei quali quel grande ingegno ebbe il coraggio d'intraprendere e la forza di compiere una nuova storia degli animali, purgata dagli errori e fondata sull'osservazione, sono tanti e così voluminosi, che chi li guarda si domanda come mai un uomo abbia potuto scrivere tanto, pur solo considerando il tempo materiale dello scrivere. Eppure quello che fu pubblicato non è che parte di quanto lo Aldrovandi ha scritto. Nella Università di Bologna giacciono ancora polverosi e dimenticati manoscritti, vergati dalla penna dell'Aldrovandi, e sono assai numerosi.

Galvani fu scopritore ed iniziatore di quella nuova dottrina in cui proseguendo il Volta, arricchì il patrimonio scientifico dell'umanità di quel miracolo che è il telegrafo elettrico; scoperta che gl'ignoranti dicono figlia del caso, perchè non sanno che lo studio e il fermo volere sono gli elementi di cui si compone quel caso che schiude le vie della scienza ai grandi ingegni.

Antonio Alessandrini visse ai tempi nostri, e merita d'essere ammirato non solo pel grande sapere, ma anche per la perseveranza nello operare e per la nobiltà dell'animo suo.

Il professore Luigi Calori, onore della Università bolognese, scrisse dell'Alessandrini una bella biografia. — Qui ne diremo qualche parola.

 

Antonio Alessandrini

Nato in Bologna addì 30 luglio 1786 da poverissimi genitori, crebbe lontano da essi: suo padre, che faceva il corriere, morì lui pargoletto; e la madre sua passando ad altre nozze lasciò il figliuolo di due anni, alle cure d'una zia, la quale amorevolmente si prese cura di lui, ed appena fatto un po' grandicello, lo affidò ad uno zio paterno, il sacerdote don Giuseppe Alessandrini di Savignano, terra finitima a Vignola di Modena.

Il nome di don Giuseppe Alessandrini merita di essere ricordato con gratitudine dagli Italiani, perchè al buon sacerdote si deve se il giovane Antonio potè dar opera a quegli studi pei quali fece poi tant'onore a stesso, e tant'onore e tanto bene alla patria. L'ottimo zio secondò (con non poco sacrifizio perchè povero) la bella inclinazione del nipote agli studi, e lo tenne prima in Modena, poi in Bologna, dove in breve questi conseguì la laurea in medicina ed in chirurgia.

In quei primi anni contrasse l'Alessandrini salda amicizia con giovani che dovevano poi essere uomini segnalati: tra i quali l'Amici di Modena e Francesco Mondini di Bologna.

Con quest'ultimo i vincoli del più intenso affetto furori sempre più strettamente rannodati dai comuni studi, ed al principio ed alla fine della loro carriera, questi due uomini esercitarono a vicenda una potente e scambievole azione l'uno sulla vita dell'altro. Dopo qualche anno di comune lavoro negli ospedali, fatto il Mondini professore di anatomia nell'Università di Bologna, volle a suo direttore l'Alessandrini. Trent'anni dopo, alla vedova del Mondini morto in povertà, l'Alessandrini otteneva da Pio IX (quand'appunto questi incominciava il suo pontificato) una piccola pensione necessaria a sostentarle la vita, munificenza a cui essa non avrebbe avuto diritto.

Poco dopo la sua nomina a dissettore di anatomia umana, l'Alessandrini fu eletto ad insegnare anatomia comparata e patologia veterinaria, per la morte improvvisa del titolare di questa cattedra nella stessa Università di Bologna. Un uomo volgare avrebbe forse disdegnato l'insegnamento della patologia veterinaria: è vezzo, e molto mal vezzo aristocratico degli studiosi di scienze mediche, ostentare disprezzo per gli studi della veterinaria, darle mal voce di mestiere, e negarle gli attributi di scienza. L'Alessandrini vide subito quanto i nuovi studi cui stava per accingersi avrebbero potuto giovare ai primi; vide, quanto, studiando l'anatomia e i morbi degli animali, avrebbe potuto recare giovamento non solo all'agricoltura, che è prosperità nazionale, ma sì pure allo studio dell'uomo; scorse questo mirabile vero, che non solo l'anatomia comparata è necessaria allo studio dell'anatomia umana, ma pure che a ben conoscere i morbi umani giova lo studio dei morbi degli animali. Quella patologia comparativa con cui si fanno onore taluni oggidì presso altre nazioni, proclamandone meritatamente e dimostrandone la utilità grande, fu vagheggiata primamente dall'Alessandrini, e con nobilissima alacrità e costanza studiata.

Appena assunta la nuova cattedra, quest'uomo mirabile, giovane ancora e sempre nella pienezza delle sue forze, concepì un progetto che ad altri avrebbe potuto sapere di follia: si diede a tutt'uomo a metter su, non già un semplice museo d'anatomia comparata (impresa da ardua per un uomo solo), ma un museo di patologia comparata, concetto tanto nuovo quanto grande e fecondo: ed insieme ancora un museo di paleontologia.

Eppure Antonio Alessandrini riuscì nell'ardua e sublime sua impresa.

Chi visita oggi i musei dell'Università di Bologna, e si ferma in quello di anatomia comparata, poi in quello di anatomia patologica, poi in quello di paleontologia, ed ammira l'abbondanza delle collezioni, non può credere a chi gli dice che la massima parte di questi oggetti fu tutta raccolta e disposta dal solo Alessandrini. Si pensa, senza neppure volerlo, ai semidei ed agli eroi dell'antichità, cui la fantasia de' poeti attribuiva le fatiche e le glorie di molti uomini, per crearne un mito.

Ma qui non è questione di mitologia, trattasi di un vero e vivo Ercole della scienza, che, povero e senza grandi aiuti, immaginò, volle, e fece.

Un caso singolare veniva pure a dare opportunità in quei primi giorni della sua carriera allo Alessandrini, di giovare in un altro modo al paese.

Allora, come fino a quest'ultimi tempi, nell'Università di Bologna i collegi erano disgiunti dalle facoltà, e non bastava essere professore per appartenere al collegio, ma si richiedeva a ciò una nomina speciale. Vacando un posto nel collegio medico-chirurgico, l'Alessandrini desiderò ardentemente quella carica, di cui per ogni rispetto era degno, e non l'ebbe; e ciò, perchè un altro, bel giovane, caldamente protetto da nobili e belle signore, fu da queste raccomandato al cardinale protettore della città, e la raccomandazione ebbe effetto.

Non credere, o lettore, che io racconti ciò con maligna compiacenza, e come un esempio delle ingiustizie del governo caduto. Questo racconto mio è tale e quale lo fa il professore Calori, anzi le mie frasi sono meno acerbe, ed io lo riferisco, solo perchè giova a ciò che debbo di lui raccontare in appresso. In ogni caso posso dire che

 

«Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo».

 

E quanto allo potenza della protezione delle belle signore, credo fermamente che duri e sia per durare sempre, e che ai giorni nostri non ci siano di mutato altro che i cardinali.

Quella indegna e patente ingiustizia porse occasione allo Alessandrini di giovare in un altro modo al paese, perchè, a compensarlo dell'inverecondo rifiuto di cui si doleva con esso tutta la città, lo nominarono ufficiale del magistrato provinciale di Sanità, nella qual carica si mostrò sommo come in tutto il resto, e benefico al paese, e pronto sempre a trar di tutto partito in pro' della scienza.

Il Calori divide gli scritti dell'Alessandrini secondochè trattano di zoologia, di anatomiaumana come comparata, e di anatomia patologica pure umana e comparata, di chirurgia, ecc. ecc., chè intorno a tutti questi e ad altri rami dello umano sapere ha scritto quel vasto ingegno; e di tutti conto esponendo quanto v'ha di più importante in essi, con dotto, sincero ed imparziale giudizio.

In politica l'Alessandrini fu sempre liberale, quando la cosa era piena di pericolo e di danno: amò la politica militante, e quando nel 1849 gli Austriaci stringevano Bologna, capitanando i cittadini promuoveva una disperata difesa, gridando, in risposta ai dubbiosi, il motto: Chi dura vince.

Vecchio, monco d'un braccio, povero, dimenticato, l'Alessandrini ebbe a temere pel suo sostentamento, e gli fu proibito l'accesso nei suoi musei: la quale indegna proibizione, affrettiamoci a dirlo, durò per tempo assai breve; confortati gli ultimi anni della sua vita da una ottima donna, visse ancor tanto da veder libera la sua città nativa, e risorta a nuovi e più gloriosi destini la patria da lui tanto amata.

Morì in Bologna addì 6 aprile 1861. Nelle sue opere vivrà eterno in questa città è sempre nella mente di tutti: qui non solo visse riverito ed ammirato, ma, cosa più bella e desiderabile, visse lieto e felice dell'amore de' suoi concittadini.

 

Agostino Codazzi

In Lugo presso Bologna nacque nel 1793 Agostino Codazzi, da genitori di umile condizione.

Nella sua adolescenza eretto in Bologna un collegio militare, Codazzi ottenne dal padre che lo inviasse colà, e promise che presto collo studio e colla buona condotta avrebbe meritato di ottenere un posto gratuito nel Collegio centrale. Egli non mancò alla promessa, poichè dopo poco tempo in ricompensa dei suoi studi, fu ricevuto come pensionato del governo: ed in tale modo ne' più teneri anni di sua vita per propria virtù bastò a stesso.

Nel principio dell'anno 1809, non ancora compiuto il sedicesimo anno, piccolo e debole di corpo, si presentò al generale Armandi e gli domandò che lo arruolasse come semplice soldato.

Sorrise questi e gli disse

Ritornate a casa vostra, crescete e divenite forte, e poi verrete e vi riceverò.

— Tanto povero è dunque l'Imperatore (rispose l'adolescente) che teme impiegare male una razione per un giovane volontario?

La risposta vinse l'animo del generale, che lo inscrisse come soldato.

Ma dopo pochi giorni, avendo conosciuto com'egli fosse versato nelle matematiche, lo inviò a Pavia per compiere i suoi studi: quivi rimase sino al 1812, e fu sua precipua cura rendere forte il suo debole corpo collo studio e coll'esercizio della ginnastica.

In quell'anno venne chiamato in Francia il reggimento nel quale serviva Codazzi, e il nostro Agostino combattè alle battaglie di Bautzen, Lutzen, Dresda e Leipzig. Ritornò il reggimento in Italia, e nel 1814 combattè nel Mantovano, e quivi Codazzi fu chiamato a far parte dello stato maggiore.

Allora fu disciolto l'esercito in Italia ed egli ebbe il congedo.

Caduto l'Impero, perdette Codazzi ogni speranza di continuare la carriera delle armi, e la sua operosa natura si rivolse al commercio. Vendute le poche sue masserizie, comperò alcune mercanzie in Genova, e con esse s'imbarcò per Costantinopoli. Ma rotta, nelle vicinanze d'Itaca da fiera tempesta, la nave, Codazzi si salvò a nuoto su quell'isola.

Quell'anima così fortemente temprata sapeva dalle sventure stesse attingere nuova energia cosicchè il naufragio, che gli rapiva tutto quanto possedeva, non affievolì per nulla il suo coraggio, e per campare la vita intraprese in Itaca il mestiere, da lui ignorato, di dipingere le case. Dal suo nuovo mestiere colla continua fatica e co' semplici suoi costumi raggruzzolò penosamente un po' di denaro, e continuò il suo viaggio sino a Costantinopoli. Un mese andò errando per le strade di quella città senza lavoro, e spesso soffrendo la fame. Alfine conobbe un negoziante italiano, il quale avendo avuto agio di sperimentare l'onestà di lui, gli affidò alcuni suoi negozi, che gli apportarono un lucro sufficiente per recarsi in Amsterdam.

In quel tempo faceva gran rumore in Europa la rivoluzione dell'America spagnuola; Codazzi si propose di accorrervi, e si recò senza indugio negli Stati Uniti. In Baltimora conobbe Villaret, vice-ammiraglio di Venezuela, che lo ammise con il grado di tenente sul brigantino America libera. Questo brigantino si unì dappoi alla squadra di Aury, la quale, dopo la vendita della Florida fatta dalla Spagna agli Stati Uniti si congiunse con quella dell'ammiraglio Brion (1819) che prestava servizio in Colombia.

Molto oprò Codazzi per la causa dell'indipendenza di Colombia ed egli menò sempre a termine con prospera fortuna le operazioni militari che gli vennero affidate.

Nel 1822 ottenne dal governo Colombiano il permesso illimitato per recarsi a visitare in Italia l'infermo suo padre. Portò seco tutte le sue economie, che poi perdette in Italia per inganno di alcuni falsi amici. La mala fede, più che la perdita, ferì l'animo di lui: sicchè, morto il padre, diede l'ultimo addio all'Italia e ritornò in Colombia, dove fu tosto dal vice-presidente Santander nominato comandante generale di artiglieria al fine di organizzare quest'arma. Il nuovo ufficio gli fece conoscere le piazzeforti di Maracaibo. Egli fece una pianta topografica di esse e dei luoghi vicini, e presentò un progetto di nuove fortezze. Questo lavoro di non poco merito mostrò Codazzi sotto un nuovo aspetto, ed alla sua fama di buon marinaro e di buon ufficiale d'artiglieria aggiunse quella d'ingegnere geografo. Il governo gli diede l'incarico di rilevare una carta corografica della provincia Zulia. Compieva Codazzi questo lavoro, quando avvenne lo smembramento della Repubblica di Colombia (1830) che si suddivise in Venezuela, Nuova Granata, ed Equatore.

Paez, presidente del Venezuela, nominò Codazzi capo del suo stato maggiore; ed avendo ammirato i lavori da lui fatti sulla provincia Zulia, gli commise di comporre una geografia statistica ed un atlante di tutte le provincie del Venezuela,

Comprese il nostro Codazzi quanti e quali impedimenti gli sarebbero sorti innanzi in questo difficile compito: l'insalubrità delle regioni pantanose, la mancanza di strade praticabili per ascendere la Cordigliera e misurarne l'altezza, l'impossibilità di navigazione di alcuni fiumi, de' quali pur doveva tracciare i sinuosi corsi, le selve, inaccessibili e popolate di fiere e di serpenti velenosi, la ferocia di alcune tribù selvaggie, erano impedimenti di tal natura che avrebbero scoraggiato anche un uomo d'animo forte. Ma Codazzi con la sua potente volontà pose mano all'opera nel 1831 e la compì nel 1839.

L'uomo che ha volontà ferma e operosa, può molto più che un sublime ingegno: ei prevede, scansa i pericoli, va cautamente nel suo cammino, non si arresta, supera le difficoltà, ed ottiene il suo premio. Sovente Codazzi sospese i suoi lavori scientifici per operazioni militari nelle guerre civili, che in ogni tempo hanno desolato queste contrade. Nei diversi fatti d'armi si mostrò sempre buon capitano e uomo di animo perseverante. Le continue vittorie non lo fecero superbo, e fu sempre generoso con i vinti.

Il lavoro geografico-statistico di Codazzi sul Venezuela è un'opera scientifica d'altissimo merito; e fa invero meraviglia, come un uomo solo, senza nessun aiuto, e spesso occupato nello spegnere l'incendio di guerre accese da odii ed ambizioni cittadine, abbia potuto condurre a felice termine un'opera di così grande importanza, che venne accolta con plauso dall'Accademia delle scienze e dalla Società geografica di Parigi. Una commissione composta dai signori Arago, Savary, Elia de Beaumont e Boussingault, l'esaminò e ne fece rapporto all'Accademia, la quale decise si scrivesse una lettera a Codazzi, significandogli che il suo lavoro geografico-statistico era tenuto in gran pregio. Ed il signor Elia de Beaumont che ebbe questo incarico, così gli scrisse: «Non posso manifestare quanto piacere ed ammaestramento mi ha procurato l'opera vostra. Più la studio, e più mi persuado che fu esatta l'opinione che i signori Arago, Savary, Boussingault ed io abbiamo emessa innanzi all'Accademia. Gli applausi degli amatori delle scienze, che vi devono molto, saranno per voi una grata ricompensa. Mi sia permesso intanto presentarvi il piccolo tributo della mia ammirazione pel sapere, la costanza ed il valore, che avete spiegato in un'impresa così vasta e difficile». Anche la Società geografica di Parigi colmò di elogi l'opera del Codazzi, lo nominò socio, e gli conferì la grande medaglia con la leggenda «La Società di geografia all'ingegnere Agostino Codazzi per le sue esplorazioni nelle provincie del Venezuela». La Società reale di geografia di Londra gl'inviò il diploma di membro corrispondente, e la Società etnologica americana stabilita in Nuova York lo nominò membro onorario. Luigi Filippo, sulla proposta del ministro Guizot, lo decorò dell'Ordine della Legion d'Onore.

Mentre Codazzi raccoglieva il premio che tanti uomini illustri ed imparziali davano ai suoi lunghi studi, ricevè una lettera del barone di Humboldt, la quale pose il suggello agli onori che gli erano stati tributati. Humboldt così gli scriveva nel giugno 1841: «Al vostro ritorno nel Venezuela, di cui conservo tante grate memorie, desidero darvi una testimonianza della mia alta e rispettosa stima. I vostri lavori geografici abbracciano un'estensione così grande di territorio e comprendono particolari geografici così esatti, e misure di altezze così adeguate per dimostrare la distribuzione de' climi, che faranno epoca nella storia delle scienze. Mi compiaccio aver vissuto fin oggi per vedere compiuta un'impresa, che, mentre rende illustre il nome di Codazzi, contribuisce alla gloria di quel governo che l'ha protetto. Ciò ch'io feci in un rapido viaggio determinando varie posizioni astronomiche ed ipsometriche in Venezuela, è stato confermato dalle vostre pregevoli investigazioni, ed ha ricevuto un lustro superiore alle mie speranze. Io, membro dell'Accademia delle scienze, avrei firmato con piacere, se mi fossi trovato in Francia, il rapporto che i signori Arago, Savary, de Beaumont e Boussingault presentarono sulle vostre mappe ed il testo geografico destinato ad illustrarle».

In quel tempo stesso Codazzi fu incaricato dal governo Venezuelano di condurre un'emigrazione tedesca in quella Repubblica. Egli si recò in Germania, riunì varie famiglie, organizzò la spedizione, noleggiò una nave, s'imbarcò con circa 400 emigranti, e venne alla Guayra. Scelse opportuno terreno sugli alti monti delle valli di Aragua, e vi diresse l'emigrazione tedesca, cui diede il nome di Colonia Tovar.

Le contrarietà che gli suscitarono i suoi nemici, le difficoltà per acclimatare gli animali su quelle montagne, la perdita dei primi raccolti, le ribellioni fra i coloni, tutto concorse per mettere a prova la costanza del Codazzi, il quale per quattro anni combattè gli ostacoli che gli sorgevano innanzi continuamente, e con la sua energia li vinse tutti. La Colonia si ordinò infine, e prosperò malgrado le guerre civili nel Venezuela, di cui quei laboriosi coloni han sentiti i deplorabili effetti.

La provincia di Barinas situata ne' limiti occidentali di Venezuela, fra le montagne di Merida e le vaste pianure di Apure, nominò Codazzi suo governatore nel 1846. Erano gli animi dei Barinesi scissi in due partiti politici, che davan sovente di piglio alle armi ed insanguinavano quelle contrade.

Nelle città piccole e poco civili, i partiti politici non professano dottrine, ma odii personali, e ciò che nelle grandi e civili città è discussione d'idee, quivi si converte in ingiurie.

Codazzi comprese che nulla avrebbe potuto fare in pro de' Barinesi, se prima non si fossero riconciliati gli spiriti loro. Per la qual cosa egli predicò a tutti la concordia, a tutti mostrò i veri interessi della patria; spiegò nell'amministrazione della cosa pubblica una infaticabile operosità. Aperse nuove strade, incoraggiò l'agricoltura, promosse l'istruzione primaria; infine seppe con parole e con opere cattivarsi la stima e l'affetto di tutti. Quando vide i rancori alquanto assopiti, e placati gli odii, offerse un gran banchetto a tutti i capi dei due partiti. Convennero, costoro, ma, messi nel cospetto gli uni con gli altri, rimasero serii e gravi, nessuno d'essi volendo essere il primo a pronunziare parole di riconciliazione. Quando ruppe il silenzio un'armonia di musica, e comparvero nel medesimo tempo nell'adunanza i piccoli figliuoli di Codazzi, con vesti allegoriche, e ciascuno d'essi dirigendosi ai più illustri fra i convitati parlò di patria carità, di concordia di fratellanza con termini così ingenui ed affettuosi, che tutti si levarono e, abbracciandosi, promisero dimenticare il passato e vivere per l'avvenire come amici e membri d'una stessa famiglia.

Intanto il partito oligarchico (conservatore) aveva commesso in quasi tutta la Repubblica gravi errori, i quali furono cagione che il governo passasse nelle mani del partito federale (democratico). Onde Codazzi abbandonò Venezuela, e si recò nella vicina Repubblica della Nuova Granata, di cui il presidente generale Mosquera lo aveva già da qualche tempo invitato a fare per quello Stato un lavoro geografico statistico, simile all'altro, che aveva compiuto pel Venezuela. Appena giunse nella Nuova Granata (1850), diede principio a quest'opera. Nel 1854 percorse ed esplorò tutto l'istmo di Panama accompagnando la Commissione Anglo-Francese-Americana per un canale inter-oceanico. Nel 1858 presentò al governo le mappe coreografiche di tutte le provincie in cui si divide la Nuova Granata: mancava soltanto la carta del basso Maddalena. Egli si proponeva d'esplorare a fondo la Sierra Nevada di Santamarta, regioni ricche di preziosi minerali e di fertili terre.

Appunto allora, mutati gli uomini politici in quella repubblica, i nemici di Codazzi gli mossero aspra guerra, ma egli lottò con coraggio ed energia, e li vinse.

Nel 1859 si recò nel basso Maddalena per compiere l'opera scientifica. Ma in quei luoghi insalubri, in mezzo ai disagi e privazioni di ogni genere, fu assalito da febbre tropicale, ed in poche ore morì alla età d'anni 66.

Non v'ha nessuno in quelle contrade d'America che non conosca ed onori il nome di Codazzi; tutti parlano di lui come d'uomo benemerito della civiltà, e che ebbe sempre fermo ed operoso volere, e trionfò della sventura, del tempo, dell'invidia e della miseria.

 

I Fratelli Lollini

Pietro e Paolo Lollini ci porgono uno dei più belli esempi di quello che valga la tenacia del proposito a condurre un'impresa a buon fine, e l'onorata vita a procacciare l'onore e la stima dei concittadini.

Figli d'un povero operaio bolognese, furono posti a bottega in tenerissima età e privi d'ogni più elementare cultura. In quella prima infanzia ebbero la sventura di perdere un fratello maggiore che li amava molto, e di cui essi parlano anche oggi con affetto e con orgoglio: abile operaio, verso il 1834 quel loro fratello s'era impegnato a fare una bilancia la quale doveva segnare il peso colla misura bolognese, e ragguagliarlo col peso metrico. Riuscì nel suo intento; presentò quella sua bilancia ad un giurì di orgogliosissimi scienziati, i quali senza neanco guardarla, la giudicarono cosa di nessun valore; e l'operaio morì di crepacuore.

I due poveri fanciulli lavorarono nella bottega di un arrotino: Paolo girava tutto il giorno la ruota, e Pietro disimpegnava i lavori manuali più gravosi della bottega. Avevano una sorella, cameriera in una casa patrizia, ottima donna che era degna di miglior condizione, e l'ebbe. Tornando a casa dalla bottega, i fratelli andavano a salutare la sorella, che amavano teneramente e rispettavano con filiale rispetto. La padrona della giovane, ottima signora, ordinò che quando venivano i fratellini della Luigia, si desse loro la minestra e qualche altro cibo.

Quella casa patrizia era la casa Minghetti.

Il commendatore Marco Minghetti aiutò pure più tardi i fratelli Lollini, promuovendo una società di cui egli era parte principale, onde fornire capitali ai due fratelli, che allora già si rivelavano valentissimi artisti.

Essi ricordano ancora con animo grato e riverente i benefizi del signor Marco Minghetti. Un giorno, quando erano già ricchi e decorati, in presenza di molti signori, uno dei due esclamò:

— Come potremo noi mai dimenticare il signor Marco Minghetti? In casa sua, fanciulli, ci siamo più volte levata la fame, ed ora in gran parte andiamo a lui debitori, se abbiamo potuto fare qualche cosa.

Ma ritorniamo alla loro giovinezza.

Il loro padrone si chiamava Gaudenzi ed era coltellinaio modestissimo. Mentre Paolo girava la ruota e Pietro portava i secchi d'acqua, i due giovanetti fecero proponimenti di emulare il padrone. Il proposito ogni anno si fece più saldo: dalla ruota e dai secchi d'acqua passarono a trattare la lima per disgrossare, e poi su su, ad affilare lancette e rasoi. Allora in uno slancio d'ardimento dissero a stessi che se qualcuno avesse dato loro commissione di far lancette, le avrebbero fatte benissimo. Ma tutti naturalmente si rivolgevano al padrone.

Frequentava la casa Minghetti un giovane studente di medicina; il quale, fanciullo insieme coi Lollini, li aveva sovente veduti in quella casa e inteso lodare le virtù della sorella, e l'ingegno vivace, il garbo, l'indole affettuosa dei due fratellini. Quel giovane studente aveva tenuto d'occhio i due poveri operai, aveva notato i loro progressi, ed aveva finito per scoprire la loro ambizione di fare lancette. Il giorno in cui ebbe l'onore di essere ammesso al salasso, onore che gli tornò più dolce di tanti altri clamorosi che ebbe dopo, il giovane studente ordinò quattro lancette ai fratelli Lollini. Le lancette riuscirono a meraviglia, molti studenti ne fecero far altre. I due fratelli avevano raggiunto la mèta vagheggiata nei primi anni, erano alla pari del loro padrone.

Ma in breve incominciarono ad aspirare a cose maggiori. Volevano fare da tutta intera una cassetta chirurgica. Erano passati cinque anni dalla prima ambizione, e il giovane studente era divenuto dottore. Aveva bisogno d'una cassetta, e la ordinò ai fratelli Lollini, che la fecero a meraviglia, ed ebbero subito parecchie altre ordinazioni.

Ciò accadeva nel 1836.

Quel giovane studente, più tardi dottore, era il conte Giovanni Battista Ercolani, onore oggi della scienza italiana. «Io sono orgoglioso (scriveva egli testè ad un suo amico) di essere intimo dei fratelli Lollini».

La lotta che i due fratelli infiammati dall'amore dell'arte dovettero sostenere per riuscire, fu lunga e dolorosa; sopportarono anche il carcere politico, come pur troppo era consuetudine allora.

Quando Vittorio Emanuele venne la prima volta a Bologna, li volle vedere: essi gli avevano preparato il dono d'una spada di finissima tempra: il Re li accolse con molta benevolenza, e parlò loro col suo fare spedito e schietto: lodò il loro coraggio, la loro perseveranza, i loro sforzi coronati da un esito tanto felice, e parlando premeva sulla spada, piegandola con tanta forza, che ai due artisti balzava il cuore, pensando:

— Se si rompesse...

All'Esposizione di Londra vinsero il primo premio. Paolo era in quella città, ed udì l'annunzio insperato, mentre stava riguardando i suoi strumenti:

— Oh, il mio Pietro, che è a Bologna! -— Questa fu la sua prima esclamazione; poi due grosse lagrime gli sgorgarono dagli occhi, impallidì, e bisognò sorreggerlo.

Volevano vincere anche a Parigi, esposero strumenti nuovi e di tutta perfezione. Nélaton confessò che un frangipietra immaginato dal professore Fabbri, ed eseguito dai Lollini, era migliore di uno suo proprio. Ottennero premio anche a Parigi.

Quando Paolo ritornò da quest'ultima città, dopo avuta la medaglia d'oro, il Sindaco di Bologna, conte Pepoli, l'andò ad aspettare colla sua carrozza, e gli operai della officina che erano andati a riceverlo alla stazione, lo precedettero a casa, e gli fecero nuova e più grande festa. Gli amici, uomini insigni e ragguardevoli d'ogni classe sociale, erano in casa colle mogli e coi figli dei bravi artefici: festeggiati da tutti, questi si stringevano al petto i figliuoli, piangevano, e non sapean dir altro che grazie con voce soffocata dalla emozione.

I contrasti che i fratelli Lollini hanno avuto, ripetiamo, sono molti e grandi: uno ne dovettero sopportare ultimamente, inaspettato.

Fu loro grande desiderio di provvedere strumenti chirurgici alla nostra armata e all'esercito. Gli ordini ministeriali erano che tutti i ferri di chirurgia fossero sul modello Charrière di Parigi. I Lollini fecero ferri sul modello Charrière, soltanto un po' migliori. Ma non eran fatti in Francia, e non si volevano accettare!

Questi due uomini innamorati dell'arte loro fecero spesso molti sacrifizi di tempo e di danaro per inventare ed eseguire un qualche nuovo strumento di cui aveano avuto qualche vaga idea da un chirurgo: e riuscirono a meraviglia. Hanno ora oltre a cento operai nelle loro officine, che vivono come una famiglia, e lavorano allegramente. Quattro loro vecchi amici, che li hanno seguiti in tutte le passate vicende, sono a capo di quelle officine, primi ogni giorno ad arrivare, ultimi ad uscire, esempio a tutti d'operosità e di buon costume.

Alle virtù civili, i fratelli Lollini accoppiano le più pure virtù domestiche: non hanno altro riposo dal lavoro se non nelle dolcezze della famiglia. Mantengonsi in una nobile semplicità di costume, ricordando senza iattanza, ma con dolce emozione, la vita passata. Sono segno di ammirazione e di affetto a quanti li conoscono, degnissimi di essere quanto più sia possibile conosciuti.

 

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Molti altri esempi potrei citare di Bolognesi contemporanei, meritevoli di ricordanza di encomio come autori di nuove e insperate fortune cui giunsero con lavoro indefesso e con fermo volere.

Il Fornasini, figlio di un servitore, arricchì al Mozambico, e fu tanto memore della città nativa, che volle donare al Museo Zoologico di quella città vari prodotti naturali del Mozambico tanto numerosi quanto belli e rari.

Giovanni Stagni, combattute le patrie battaglie, emigrò in Egitto, dove onoratamente acquistò una fortuna colossale che va ogni giorno accrescendo in mezzo alla pubblica stima.

I Bolognesi hanno avuto all'ultima Esposizione di Parigi quattro medaglie d'oro, sei d'argento, dodici di bronzo, cinque menzioni onorevoli, ed una menzione speciale. Prova evidente dei mirabili progressi che fece l'industria in cotesta città, sorta a una vita così operosa dopo l'annessione al Regno d'Italia.

Piacemi, fra i molti, rammentare il nome dei fratelli Celestino e Cesare Monari, premiati per la lavorazione del riso: essi danno opera alla introduzione delle migliori macchine, edificano case con studio di buona igiene e comodo degli inquilini, imprendono cose utili ogni qualvolta ne trovano l'occasione, e sono imitabile esempio di amor fraterno e filiale, di operosità, di schiettezza e di cortesia.

 

Silvestro Camerini

Il nome di Silvestro Camerini è popolarissimo da Bologna a Venezia, e sovratutto in Ferrara ed in Padova: ed è poi degno d'essere conosciuto in tutta l'Italia.

La famiglia dei Camerini è antica in Castel Bolognese. Qui nacque Silvestro Camerini da Francesco e Lucia Borghesi, addì 5 ottobre 1777.

Si crede generalmente che i proprietari di terre non vadano soggetti a rovesci di fortuna, come i commercianti; ma ciò non è sempre vero. Nelle campagne pure son frequenti i mutamenti repentini, le pronte fortune, e le non meno pronte cadute.

Francesco Camerini, proprietario di terre, ne' disgraziati eventi di un'infelice impresa agricola, perdè ogni suo avere, e morì giovane, lasciando la vedova con sette figliuoli, tre maschi e quattro femmine. I maschi erano Paolo, Cristoforo, e Silvestro. Paolo morì nel 1821. Cristoforo fu compagno per un tratto di tempo al fratello Silvestro nelle sue imprese, poi si fermò a Rovigo, dove per molti anni attese ad appalti, e si occupò dell'educazione dei suoi figli. Morì nel 1858 lasciando molte ricchezze.

Silvestro Camerini si trovò adunque giovanetto, privo del genitore, colla famiglia sprovveduta d'ogni mezzo di fortuna. Considerò coraggiosamente il suo stato, e deliberò di affrontare la fortuna col perseverante lavoro, e domarla. Dai quindici ai vent'anni fece il mercante di bestiame; girava i vari mercati della Romagna, e finì per fermarsi nel Ferrarese, dove scorgeva miglior campo ai suoi intenti.

Sulla fine dello scorso secolo e all'inizio di questo s'intrapresero grandi lavori idrografici, costruendo scoli consorziali e ripari agli argini dei fiumi Panaro, Reno, Po e Adige. Silvestro Camerini, in età di venti anni, indovinò con un lampo di genio tutto il guadagno che avrebbe potuto procacciarsi prendendovi parte quando gli fosse stato possibile disporre di qualche capitale. Ma disgraziatamente non poteva disporre di nulla. Non si sconfortò tuttavia, e deliberò di prender un interesse in que' lavori in ogni modo. Incominciò pertanto dal farsi assumere come assistente, prendendo il governo di molti barocci. Uno dei suoi primi lavori fu al Panaro presso Bondeno: in breve gli appaltatori riconobbero in lui perspicacia non comune, ardire, attitudine agli affari, onestà a tutta prova; e cominciarono ad affidargli piccoli cottimi, che egli conduceva costantemente ad ottimo fine. Ogni piccolo guadagno adoperò a sempre maggiori imprese, misurando giustamente le sue forze colle opere cui s'accingeva, e conducendo queste con criterio ed energia per modo da accrescersi la pubblica fiducia, e costantemente riuscire. Così potè in breve prendere appalti pel valore di somme enormi e trarne corrispondenti vantaggi. Una parte dei guadagni ch'ebbe fin da principio della sua carriera il Camerini impiegò in terre, da cui seppe ricavare buon frutto. Fu anche tesoriere, e tenne per molti anni le esattorie governative di Rovigo, Padova, Treviso e Venezia.

Per quanto meraviglioso fosse l'accrescersi della sua fortuna, non era questo che più si ammirasse nel Camerini. Quando si parlava di lui, era sempre per lodare la sua inesauribile beneficenza. Non v'era sventura di cui sentisse parlare cui non soccorresse, anche fuori d'Italia. Nessun può dire il numero dei giovani che aiutò ed avviò a buona carriera, di quelli che tenne in collegi e in conservatorii, di fanciulle che fece educare, d'altre cui diede dote, di sovvenzioni ad ospedali, chiese, istituti claustrali, ecc. ecc.

Questo si ricorda anche oggi con entusiasmo in quelle provincie da tutti; questo fa sì, che il suo nome sarà lungamente ricordato e benedetto.

Era ben naturale che un uomo così benefico pensasse al suo paese nativo. Fin dal 1846 somministrò sempre a Castel Bolognese (oltre i vari sussidi mensili ai parenti poveri) scudi romani 300 annui, pei poveri fanciulli dei due sessi dai sette ai diciotto anni. Addì 4 ottobre 1856 con pubblico rogito perpetuò questa beneficenza col titolo: Istituto Artigianelli Camerini, ed istituì una nuova beneficenza perpetua pei cronici, dotandola di scudi 700 di rendita annua, facendo costrurre apposito locale di ricovero, in cui spese 10.000 scudi.

Nell'ultimo suo testamento fatto addì 10 settembre 1866, egli aumentò la rendita annua dei due istituti di altri 1000 scudi annui onde oggi si hanno scudi annui 600 per gli artigianelli, e 1400 pei poveri cronici. Inoltre nello stesso testamento ha fatto un legato perpetuo di scudi 550 di rendita annua pei veri poveri di Castel Bolognese. Come pure ai suoi parenti poveri lasciò annui scudi 2000. Diede scudi 300 quando s'impresero i restauri della chiesa ove fu battezzato. Ma quello non doveva essere che il principio; ben altri ne avrebbe fatti se fosse durato in vita.

Silvestro Camerini ebbe molte onorificenze, fu cavaliere di più ordini, commendatore, poi conte della Corona Ferrea, gonfaloniere di Ferrara: finalmente nel 1866 fu insignito del titolo di Duca.

Vedovo da pochi mesi, e privo di figliuoli che gli eran morti bambini, vicino ai 90 anni, morì il 4 dicembre 1866.

Il giorno 16 maggio dello stesso anno, aveva fatto donazione della principale sua terra, chiamata Diamantina, e del palazzo di Ferrara, al suo nipote Giovanni, figlio del fratello Cristoforo. Il resto dei suoi beni, lasciando da parte quello che andò in donazioni e beneficenze e quel che fu dato ai parenti poveri, diede al nipote Luigi, figlio del fratello Paolo.

Si è calcolato l'aver suo in ventiquattro milioni di lire.

E noi abbiamo veduto da quali umili principii cominciasse la sua carriera.





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