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Michele Lessona
Volere è potere

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  • CAPITOLO OTTAVO   MODENA e REGGIO La Colonia italiana a Lione: Stefano Pittaluga. Ceresole, Osio, Cesano, Martorelli, Pavia, I. Vitta, Vittorio Deyme, Ottavio Maffei, Oleto Tassinari, Lazzaro Mangini, Michele Trono, Daniele Giovanni Ceschino, Giuseppe Vercellio Mino, Lorenzo Marchetti, Giacomo De Regis, De Paoli, Buso, Antonio De Dominici, Francia, Traverselle, Francesco Tamiotti, Isacco Casati, Gemignano Luppi, Sebastiano Torre, Giuseppe Luigini, Lorenzo Giavelli — Antonio Panizzi — Carlo Zucchi.
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CAPITOLO OTTAVO

 

MODENA e REGGIO

La Colonia italiana a Lione: Stefano Pittaluga. Ceresole, Osio, Cesano, Martorelli, Pavia, I. Vitta, Vittorio Deyme, Ottavio Maffei, Oleto Tassinari, Lazzaro Mangini, Michele Trono, Daniele Giovanni Ceschino, Giuseppe Vercellio Mino, Lorenzo Marchetti, Giacomo De Regis, De Paoli, Buso, Antonio De Dominici, Francia, Traverselle, Francesco Tamiotti, Isacco Casati, Gemignano Luppi, Sebastiano Torre, Giuseppe Luigini, Lorenzo GiavelliAntonio PanizziCarlo Zucchi.

 

Gl'Italiani benemeriti che intendo qui menzionare si sono segnalati in terra straniera. Vissero in Lione la parte operosa e militante della loro vita; e da quella città mi giunge una breve notizia con molta cura redatta di Italiani che colà hanno acquistato buon nome, con considerazioni rilevanti intorno a quella Colonia. Ond'io credo opportuno consiglio riportare questo scritto, mandato dal cavaliere Comello, regio console a Lione.

 

La Colonia italiana di Lione

La Colonia italiana in Lione è abbastanza numerosa e viene calcolata tra gli otto e dieci mila individui. Può essere divisa in tante categorie quanti sono i mestieri e le occupazioni dei membri che ne fanno parte.

Ciascuna di queste categorie ha in alcune personalità degne di essere citate ad esempio sia per le attitudini intellettuali, sia per ricchezze acquistate, e per esemplare condotta.

Molti fra gli individui della Colonia, poveri dalla nascita, cresciuti fra gli stenti nella casa paterna, emigrarono e traversarono le Alpi quasi elemosinando: qui giunti, seppero di poi, con assiduo, talvolta stentato, e spesso contrastato lavoro, vincere coll'energia della volontà gli ostacoli d'ogni sorta; seppero procurarsi una onorata esistenza, e taluno seppe sollevarsi persino a cospicue posizioni sociali con vantaggio proprio e ad onore della patria.

Le professioni più importanti, quelle che diedero maggior lucro ed influenza alla Colonia italiana in Lione, sono quelle che hanno rapporto al commercio delle sete, alle imprese dei lavori pubblici, ed infine alla industria del formare in gesso.

Ecco la nota delle case italiane che sono in Lione, disposte per ordine d'anzianità:

 

S. Pittaluga.

I. Vitta.

Martorelli e Comp.

Vittorio Deyme.

Pavia e Osio.

E. Semenza, Agente di Semenza e Marini di Londra.

Luigi Feroldi e Comp.

A.Astesani, Agente di P. Gavazzi di Milano.

Ceresole e Monti.

Cesano e Z.urcher.

Demontel e Crapoune,

Carlo Comì.

M. Moro e Comp.

Caccianiga, Rappresentanti di varie case milanesi.

G. Boldetti.

Caffi e Monti.

 

Stefano Pittaluga, nativo di Torino, venne in Lione nell'anno 1849, appena formata la Società Ceresole Pittaluga, Mongenet di Torino, per stabilire qui il commercio diretto delle sete italiane, sia colla vendita in consegna, sia per ricevere ordini di compera, sia per importazione a proprio conto. Lo scopo importantissimo, degno di speciale osservazione, prefissosi dal Pittaluga, fu quello di far passare in mani italiane quasi tutto il traffico delle nostre sete, le quali, sino al 1849, erano consegnate a case francesi. Queste prelevavano un 3 per cento per le spese, cioè circa cinque milioni all'anno.

Il signor Stefano Pittaluga, sostenendo sempre con onore il nome italiano nel commercio di Lione, mediante somma intelligenza ed attività ottenne lo scopo. L'opera sua fu ben tosto coronata da pieno successo; talchè altri connazionali vennero sulle di lui traccie, e in breve tempo si contarono in Lione le case sopra indicate oltre buon numero di semplici rappresentanti. Il Ceresole, Osio e Cesano, ora distinti negozianti, furono allievi del Pittaluga.

Un maggior sviluppo e, vorrei dire ancora, maggior considerazione avrebbe avuto l'opera del Pittaluga, se il nome Italiano, nel commercio lionese, fosse stato sempre con dignità sostenuto come lo è dal sullodato signore e dai I. Vitta, Martorelli, Pavia, Osio, e dalle altre case oggidì esistenti. Ma volle fatalità che nello spazio di pochi anni tre case italiane dovessero cessare per fallimento, perchè invece di accudire seriamente al ramo delle seterie, si diedero a bazzicare in Borsa, e finirono col recar sfregio al nome Italiano.

Il barone I. Vitta, nativo di Casale Monferrato, esercita con onore scrupoloso il ricco commercio delle sete, tratta affari di banca, e gode di dovizioso patrimonio, già in gran parte pervenutogli dal padre: egli è reputato il più ricco degli italiani domiciliati in Francia.

Vittorio Deyme, nativo di Susa, giunse quasi povero in Lione, ed ora da ben vent'anni è qui commissionario in seterie con case a Livorno, ad Ancona, a Roma e a Parigi; ha reputazione onorevolissima nel commercio lionese, e l'opinione pubblica gli attribuisce un patrimonio al disopra dell'ordinario.

Maffei Ottavio, nativo di Modena, emigrato politico dell'anno 1831, con intelligenza e somma attività da semplice commesso di case commerciali ha potuto sollevarsi alla posizione di capo di una fabbrica di seterie.

Tassinari Oleto, nativo di Cento, da semplice giovane di banco, è pervenuto da poco ad essere socio fabbricante di stoffe in seta. Molta intelligenza, molta onoratezza ed attività gli fanno sperare una prospera riuscita.

Mangini Lazzaro, nativo d'Alba, è considerato come uno fra gli appaltatori di strade ferrate dei più stimabili e de' più stimati. Da semplice operaio egli riuscì ad innalzarsi a condizione indipendente non solo, ma eziandio ad accumulare una considerevole fortuna, che la solerzia e la capacità distinta dei suoi figli tendono giornalmente ad accrescere. Il signor Mangini, per circostanze di famiglia e della sua professione, chiese ed ottenne la sudditanza francese, ma originario Italiano dev'essere specialmente citato ad esempio, perchè l'opulenza della quale gode oggi la famiglia Mangini non fu e non poteva essere acquistata che onorevolmente essendo la ben dovuta rimunerazione alla quale hanno diritti tutti coloro che instancabilmente e con somma perspicacia costringono la fortuna a favorire le loro imprese.

Non diversa provenienza ebbe l'agiatezza acquistata dal signor Michele Trono, nativo di Brosso (Torino), avendo egli condotto a buon fine diverse imprese che gli fruttarono larga rimunerazione. Ora, lontano dagli affari, vive delle sue entrate non occupandosi che di far rendere il maggior frutto alle proprietà agricole di cui è possessore.

Il signor David Ceschino, nativo di Asei-Sostegno, provincia di Novara, egli pure come imprenditore di varie opere architettoniche, potè procacciarsi con somma onoratezza e con indefesso lavoro una esistenza indipendente ed agiata. Emigrato politico nel 1821 giunse povero a Lione. La sua fortuna pecuniaria, quantunque non sia oltremodo considerevole, è però sufficiente a permettergli frequenti opere di beneficenza. Aprì a tutte sue spese nel paese suo nativo una pubblica scuola; per assicurarne l'esistenza in futuro, stabilì un fondo perpetuo di franchi seicento. Dalla sua operosità e perspicacia ebbe guadagni e ricchezze, dall'animo generoso e dal cuore temprato a gentilezza gli vennero le nobili aspirazioni che gliene suggeriscono l'uso.

Il signor Giuseppe Vercellio Mino, nativo di Camandona, provincia di Novara, partì da Torino l'anno 1850 come semplice operaio minatore. Lavoro indefesso ed intelligentissimo lo condusse in breve tempo ad essere capo lavoratore, quindi a poco a poco impresario di trafori per strade ferrate, soprattutto nelle Spagne; ed ora domiciliato in Lione con numerosa famiglia, gode di una considerevole sostanza, dedicandosi quasi esclusivamente e con esemplare amore paterno a procurare ai suoi figli educazione distinta, onde riescano a vantaggio proprio e degli altri.

Il signor Lorenzo Marchetti, nativo del Finale di Modena, fornitore di ferro, uomo tanto benefico quanto dovizioso, è quegli stesso al quale il Governo italiano accordava nell'anno 1866 la decorazione dei SS. Maurizio e Lazzaro. Modello di cortesia e di amor patrio, lamenta di non poter lasciare la terra straniera e tornare a' dolcissimi riposi del suo paese nativo: legami di famiglia ed interessi rilevantissimi lo costringono a dimorare a Lione, ovrispettato come uno dei più abili fonditori, e sopratutto per la nobiltà del carattere e per la elevatezza dei suoi sentimenti.

Considerevole nella Colonia è il numero dei lavoratori gessatori, e considerevole è quindi pure il numero di coloro i quali hanno saputo procacciarsi una esistenza agiata. La famiglia del defunto signor Giacomo De Regis, originario da Rossa, provincia di Novara, è considerata fra le più ricche della Colonia; così dicasi del signor De Paoli, nativo di Alagna (Novara).

I fratelli Buso, nativi di Graglia (Novara), il De Dominici Antonio di Rossa (Novara), i Francia ed i Traverselle, originari di Torea, arricchirono con imprese di vario genere condotte onoratamente.

Tamiotti Francesco, nativo di Rossa, egli pure giunse in questa città, or sono vent'anni, come garzone addetto ad un'officina di figurini di gesso: attivissimo ed intelligente, nel corso di pochi anni seppe diventare padrone e direttore d'una di quelle officine, ed ora giunto all'agiatezza, solerte imprenditore, specula pure con intelligenza e buon successo in oggetti d'arte.

Un Isacco Casati, nativo di Molina, provincia di Como, giunse a Lione or sono molti anni come garzone caffettiere. Poco dopo morì lasciando ai suoi figli qualche migliaio di franchi ammassati con sudati risparmi, ed una piccola fabbrica di cioccolata. Oggi lo stabilimento Café Restaurant Casati, condotto da Isacco e Filippo Casati di lui figli, è il più ricco e più splendido ritrovo dell'alta borghesia e dell'alto ceto mercantile di Lione, e la sostanza della famiglia Casati è reputata considerevolissima, annoverando fra i suoi possedimenti una ragguardevole proprietà agricola e una villa sul lago di Como.

Lo stabilimento Casati ha nel suo insieme una fisonomia ed un assetto tutto italiano, ed Italiani sono tutti gl'inservienti.

Io devo anche far particolar menzione di taluno, che, se per speciali circostanze non potè arricchire, seppe però onorare il proprio paese creandosi un'onorevole posizione sociale.

Il signor Geminiano Luppi, dottore in medicina, nativo di Modena, emigrato politico del 1831, è uomo che l'opinione pubblica ha già da molto tempo collocato fra i più riputati medici lionesi, accordandogli pure un posto distinto siccome scrittore di cose mediche, e come esperto nelle arti industriali e tecnologiche. Scrisse varie opere che riguardano l'esercizio pratico della medicina, ed altre intorno a soggetti puramente di speculazione teorica; ebbe varie patenti per invenzioni di meccanismi industriali, ed esercitò, come esercita, onorevolmente e sapientemente la sua professione. Fu medico militare di divisione a Modena nel 1831, medico nell'esercito sardo negli anni 1848-49, e professore di materia medica nell'Università di Modena. Ritornò a Lione dopo la pace fra l'Austria ed il Piemonte sul finire del 1849. Merita essere ricordato con speciale considerazione, avendo egli prestati segnalati servigi al suo paese ed alle scienze.

Il signor Sebastiano Torre, nativo di Triora, provincia di Genova, è degno pure di speciale menzione pel suo Istituto di privata educazione, uno dei più stimati della città di Lione. I discepoli sotto l'intelligente direzione del signor Torre, ed in gran parte istruiti da lui, danno prova, ad ogni pubblico esame annuale, dell'eccellente metodo pedagogico adottato dal professore, sostenendo con vantaggio il paragone con altri giovani educati nei licei o in altri istituti di particolare istruzione. Il signor Torre dev'essere annoverato tra coloro che s'adoperano con ogni possa a diffondere l'istruzione e a rendere onorato il nome Italiano.

Il signor Giuseppe Luigini, nativo di Modena, è dei più distinti professori di musica in Lione, se non il primo. Egli occupa il posto di direttore d'orchestra, al gran Teatro Imperiale di questa città, disimpegnandone le difficili attribuzioni in modo da cattivarsi la simpatia rispettosa dei suoi subalterni, e l'ammirazione entusiasta del pubblico lionese, certo non il più condiscendente il più facile. Due fratelli di lui, Alessandro e Francesco, l'uno dimorante a Tarare e l'altro a Tolosa, hanno acquistato essi pure una bella fama; ed un figlio di Giuseppe l'acquisterà certo ben tosto, dacchè ancora adolescente, seppe, al pubblico concorso del Conservatorio di Parigi, meritarsi un primo accessit per pezzi di musica da esso composti ed eseguiti.

Questi sono i nomi degli Italiani domiciliati nella giurisdizione consolare lionese, che abbiamo creduto più meritevoli di essere citati ad esempio, per avere contribuito e contribuire tuttavia all'incremento della civiltà, onorando e la patria cui appartengono.

 

Antonio Panizzi

Nacque a Brescello presso Reggio dell'Emilia il 14 settembre 1797. Il suo nome è fra i più chiari e meritatamente riveriti, degli insigni Italiani viventi, e non v'è uno dei nostri che in questi quarant'anni trascorsi sia andato a chiedere ricovero od ospitalità all'Inghilterra, che non abbia colà imparato a stimarlo e ad amarlo, e tutti lodano il suo sapere e la sua cortesia, moltissimi rammentano i benefizi ricevuti.

Gl'Inglesi, molto facili a dare agli stranieri le loro sterline, sono poi molto restii a conceder loro gl'impieghi: pure il Panizzi è stato in ciò bella ed onorevolissima eccezione, ed ha occupato in Londra una carica elevata ed importante che tenne per modo da averne pubblici ringraziamenti e dimostrazioni.

Il Panizzi nella giovinezza frequentò le scuole di Reggio per gli studi secondari; poi quelle di Parma per la giurisprudenza. Era stimato giovane di molt'ingegno e di molto studio: e questa non era davvero in quei tempi e in quei paesi una molto utile raccomandazione. Amico delle teste calde, era notato come pericoloso, epperciò tenuto d'occhio continuamente.

Gli effetti di coteste attenzioni poliziesche gli piombarono addosso nelle vicende politiche degli anni 1821-22 e lo costrinsero ad esulare dal paese natìo e dall'Italia, per sottrarsi al flagello del Tribunale Statario straordinario, istituito in Rubiera per giudicare sommariamente ed in unica istanza dei delitti politici, dal quale egli fu pure condannato in contumacia, con sentenza del 6 ottobre 1823, confermata da Francesco IV, alla pena capitale ed alla confisca dei beni. Ma quella sentenza non valse ad avvilire il forte animo del Panizzi, il quale, mosso da carità del natìo luogo e da nobile sdegno, ad eternare la memoria di quei crudeli giudizi dettò uno scritto Dei Processi e delle Sentenze contro gli imputati di Lesa-Maestà e di aderenza alle Sètte proscritte negli Stati di Modena, che, pubblicato nel 1823, colla data di Madrid, fece gran rumore per la sua importanza politica. Le ultime parole onde chiudeva il suo libro, erano ad un tempo un eccitamento agli Italiani a non disperare della libertà e dell'indipendenza e un vaticinio sulle sorti future della patria: «Ohi se l'Italia (egli scriveva) alzasse il neghittoso capo!... Ma lo alzerà; ché di tanto ne assicurano l'universale amor di patria ed il generoso ardore per l'indipendenza, frutti dei lumi e dei progressi dell'incivilimento. Stiano sicuri gli Italiani: la liberazione non ne può esser dubbia, checchè si faccia per costringerli a retrocedere verso la servitù». I vaticini del Panizzi si compirono, perchè l'Italia unanime ebbe fede nei suoi destini, e per combattere le ultime battaglie della indipendenza e della libertà della patria schierò tutti i suoi figli sotto la bandiera dell'unità.

Ma se il Panizzi colla fuga scampò dalle mani del duca di Modena, mercè le amorevoli cure di un suo parente che lo provvide di passaporto regolare, non potè sfuggire alle vessazioni della polizia austriaca. Da Modena pellegrinando in esilio verso la Svizzera, gli accadde di attraversare Cremona: e s'imbattè in un commissario di polizia, il quale, avuto sentore da una spia zelante e fidata che il Panizzi era un liberale, ordinò si procedesse con lui come si usava procedere con le persone sospette: ond'egli venne frugato, molestato, e fu sul punto di essere tratto in arresto. Non potendo però contestarsi la regolarità del suo passaporto, il Panizzi fu lasciato partire ma gli venne tolto il bagaglio in cui aveva tutti gli scritti; e di questo atto villano egli fa ricordo in una nota al libro già citato.

E poichè il Duca il commissario austriaco non giunsero ad agguantarlo per quella buona ventura che accompagnava il nostro giovane e ardente patriota nei suoi frettolosi passi verso la terra straniera ove doveva poi trovare onori ed agiatezze, l'ispettore ed esattore di Finanze a Reggio, saputo che il Panizzi erasi rifugiato in Svizzera, gli mandò alcuni mesi dono la notula delle spese processuali, invitandolo a sborsare al Regio Erario lire 255,25, ammontare della somma dovuta per il suo processo e per la sua impiccatura! E il Panizzi ormai giunto in salvo rispose a cotesta lettera con sì fina ironia mista a sì altera espressione di sdegno che bastò a far persuaso l'esattore di non ripetere la goffa e brutale richiesta.

Dal suo paese nativo il Panizzi era fuggito il 12 ottobre 1822 recandosi in Svizzera, ma di a non molto si diresse verso l'Inghilterra.

I fratelli Camillo e Filippo Ugoni che ai meriti dell'ingegno congiungevano i modi squisitamente generosi dei veri gentiluomini, lo accolsero amorevolmente e lo presentarono ad Ugo Foscolo, che allora era in Londra; e Foscolo alla sua volta lo raccomandò al Roscoe, il celebre banchiere e autore della Vita di Leone X, il quale pose in lui e gli mantenne sempre vivissimo affetto.

Il nostro Panizzi, che era di nobilissimo carattere, approfittò ma non abusò delle favorevoli occasioni che gli si presentarono al suo arrivare in Inghilterra; pregiava l'amicizia degli Ugoni e quella del Foscolo, si onorava delle liete accoglienze del Roscoe e di altri dotti e ricchi inglesi, ma pensò a tirarsi innanzi colle forze del suo ingegno: e piuttosto che strofinarsi attorno alle celebrità e cercare di vivere adulando, egli si accomodò modestamente a Liverpool ove potè procurarsi lezioni d'Italiano; e tra l'insegnamento e lo studio gli venivano fatti lavori letterari, dai quali poi ricavò qualche frutto e molta reputazione.

Da Liverpool nell'ottobre del 1828, per opera di lord Brougham ch'egli aveva conosciuto nel 1825, e di cui s'era cattivata la stima, venne a Londra nominato professore di lingua italiana nella nuova Università di questa metropoli. A Liverpool e a Londra, presso gli Italiani colà dimoranti e gli Inglesi, il Panizzi si dimostrò sempre operoso, leale, indipendente: qualità che conciliano la stima e l'affetto, e questi beni una volta acquistati (e dipende da noi l'acquistarli) sono scala agli onori ed alle agiatezze. Questa mirabile facilità ch'egli aveva di cattivarsi l'altrui benevolenza con la schietta e candida lealtà delle sue parole, si parve chiarissima una tal sera, mentr'egli si tratteneva parlando in una lieta conversazione ove lord Palmerston era uno degli interlocutori. Il celebre ministro, della lingua e della letteratura italiana più che mediocre cultore, mosso a parlare del Petrarca dette di quel gentile nostro poeta un giudizio piuttosto arrischiato e severo, e il Panizzi, rispettoso e reverente nei modi, ma franco e ardito nella difesa di quella gloria italiana, si fece innanzi a dar sulla voce al nobile lord, che non si conturbò per l'attacco, se ne offese, ma anzi il generoso ardimento apprezzò e tale stima ebbe d'allora in poi del Panizzi, che sempre come e quando e quanto potè gli rese segnalati servigi. Al suo ingegno, alla stima che aveva saputo inspirare ai suoi amici e conoscenti inglesi egli deve il posto che potè agevolmente conseguire il 27 aprile dell'anno 1831 entrando al Museo Britannico come bibliotecario assistente aggiunto al dipartimento dei Libri stampati. Essendosi poi dimesso il bibliotecario assistente aggiunto al dipartimento, il Panizzi ne assunse la carica il 10 luglio 1837.

Rimasto finalmente vacante il posto importantissimo di Direttore generale di tutto il Museo, con nomina firmata dalla Regina, il giorno 6 marzo 1856, egli ebbe quel posto.

Il buon andamento dei Musei dipende sempre molto dal direttore, ma più assai in Inghilterra che non altrove, essendo minore la ingerenza governativa diretta e sorvegliatrice, maggiore la stima e la fiducia nei direttori, e larga corrispondentemente la concessione all'uopo di straordinari sussidi. E ben seppe il Panizzi mostrarsi degno della fiducia onde lo onoravaluminosamente il governo inglese, che il Museo Britannico, al quale consacrò tutto stesso nei migliori anni di sua vita, deve in gran parte al suo sapere e alle sue cure quest'alto [....]1 straniero, e uno dei più celebrati monumenti della grandezza inglese.

Il Panizzi tenne quel posto sino al 1865, nel quale anno addì 24 giugno pregò il Segretario di Stato di domandare alla Regina il suo riposo. Il Segretario di Stato gli rispose invitandolo a restare fino a che gli si fosse trovato un successore, ed intanto colle più lusinghiere parole gli fu significato avergli la Regina assegnato la più alta pensione che si possa per legge assegnare; vale a dire la paga intera, con un compenso per l'alloggio che fino allora godeva nel Museo.

Nel giugno del seguente anno 1866 domandò nuovamente di ritirarsi, pregando che gli venisse alla fine nominato il suo successore; e così fu fatto.

Il suo successore, nel giorno 14 luglio 1866, gli scrisse una lettera in cui, in nome dei commissari deputati al governo del Museo tra i quali prendono parte gli uomini più segnalati del regno, lo ringraziava degli uffici costanti e degli importanti servigi resi per sì lungo tratto di tempo allo stabilimento ed al paese.

Il Panizzi è autore del disegno della gran sala di lettura che è nel Museo Britannico. Questa sala è una rotonda dell'ampiezza precisa della cupola di San Pietro in Roma, e questa pensata coincidenza, ha contribuito molto a destare le meraviglie e l'entusiasmo degli Inglesi, i quali oltre a questa particolarità curiosa hanno potuto ammirare il bello scompartimento della sala, ove ogni ramo di scienza ha un raggio destinato a raccoglierne insieme i volumi. Nel mezzo della sala poi vi è l'uffizio degli impiegati, i quali dal loro posto osservano tutti i lettori, che nei loro scompartimenti hanno tali comodità di scrivere e leggere, che invano si desiderano da molti studiosi nelle proprie case.

Quando il Panizzi passò dal dipartimento dei Libri stampati alla direzione generale del Museo, gl'impiegati di quel dipartimento misero insieme per sottoscrizione una somma per far scolpire il suo busto dal celebre Marocchetti, e lo collocarono sull'ingresso della gran sala di lettura. Ritiratosi definitivamente da quella direzione, gl'impiegati dei vari dipartimenti fecero un'altra sottoscrizione per far eseguire il suo ritratto grande al naturale dal Watts, e questo ritratto è oggi compiuto e consegnato al Museo.

Il Panizzi fu di quegli esuli illustri che costretti a vivere lontano dalla patria l'ebbero sempre nel profondo del cuore e in cima ai loro pensieri. mai lasciò passare occasione di rendere alla patria lingua e alla letteratura italiana testimonianza solenne di onore e di affetto. Nell'anno 1864, una persona non estranea a questo libro, visitando il Panizzi nelle stanze che per ragioni d'ufficio occupava al Museo, dopo le liete e cortesi accoglienze, lo udì con sorpresa volgere la parola in italiano ad un giovane impiegato dello stabilimento, che al viso, agli atti ed ai modi aveva l'aria d'Inglese puro sangue. Il viaggiatore chiese spiegazione del fatto al Panizzi che sorridendo gli raccontò come il suo interlocutore fosse figlio d'un suo amico, e fosse inglese di fatti, ma sapendolo istruito e familiare della lingua italiana si compiaceva conversare in quell'idioma con lui. Dell'alto posto che occupava nel Museo Britannico, e dei rapporti e vincoli strettissimi che lo legavano ai personaggi più autorevoli e più eminenti dell'Inghilterra nelle scienze e nella politica, si giovò costantemente a pro dei suoi connazionali, sia con agevolare con ogni mezzo le loro ricerche letterarie e scientifiche, sia col prestare ad essi utili consigli ed aiuti nelle diverse vicende della politica italiana. A lui devesi se i rappresentanti di alcuni Governi provvisorii nell'epoca memorabile del 1848 ed anche nel 1859 trovarono presso il governo inglese benigna e favorevole accoglienza.

Vari lavori importanti pubblicò il Panizzi, e tra questi una introduzione in inglese premessa ad una nuova edizione, con note pure in inglese, dell'Orlando innamorato del Boiardo, nel suo testo originale, non rifatto da Domenichi da altri, e dell'Orlando furioso dell'Ariosto, similmente con note in inglese. L'introduzione comprende un volume, ed è la storia critica dei nostri poemi romanzeschi, come a dire la Teseide, il Morgante, l'Amadigi di Bernardo Tasso, il Ricciardetto, il Mambrino ed altri di minor conto.

Al poema del Boiardo è premessa la vita dell'autore e così pure al poema dell'Ariosto, con osservazioni critiche.

A giudizio degli Inglesi più colti, il Panizzi parla e scrive la lingua inglese mirabilmente.

Numerosissimi sono gli articoli sopra argomenti di letteratura e di politica, che egli ha dettati per varie Riviste, ed alcuni molto lunghi ed importanti. Gli ultimi due trattano della guerra italiana del 1848, e delle lettere di Gladstone sulle prigioni di Napoli. Il Panizzi ebbe modo quindi con assoluta certezza di confermare tutto quello che aveva detto l'illustre statista inglese.

Lasciato il Museo Britannico, il Panizzi lasciò pure l'Inghilterra, e nell'estate dell'anno 1867 ritornò in Italia. Dopo avervi soggiornato alcuni mesi, e specialmente tenendo dimora a Firenze, in mezzo a molti amici che egli ha ovunque, ritornò a Londra con il proposito di trasferire stabilmente la sua dimora a Firenze; ma nell'inverno tra il 67 e 68 fu colto da grave malore che lo tenne lungo tempo infermo, sì che gli amici suoi trepidavano al riceverne le notizie. Pure alla fine la salute migliorò, ma non tanto da permettergli l'esecuzione del suo disegno.

Ora egli, consigliato dai medici, ha potuto non senza qualche disagio trasferirsi a Cannes, a godere quel mite e uniforme clima. I numerosi suoi amici, gli ammiratori delle sue alte qualità che tanto contribuirono a rendere onorato il nome italiano in terra straniera, gli desiderano quieti e felici gli ultimi anni di una vita spesa così nobilmente per gli studi e per la patria, e che noi proponiamo come modello alla nostra gioventù. Nell'esilio ignorato il Panizzi si fa strada col suo ingegno: all'apogeo della sua carriera, egli dalle persecuzioni patite trae vigore a consolare ed aiutare i nuovi esuli politici che venivano a lui. Gli onori non lo mutano di cuore di costumi; ed onori ne ebbe di molti, e non divulgati da lui, non amando far pompa di qualità esteriori come troppo spesso suol farsi da chi non sente aver meriti veri.

Con decreto del 12 marzo dell'anno 1868, il nostro Governo lo nominò Senatore del Regno, riferendosi all'articolo 33 dello Statuto, riguardante la categoria di coloro che con servizi o meriti eminenti illustrarono la patria. E veramente il Panizzi è uno dei più illustri e benemeriti patrioti italiani.

 

 

Carlo Zucchi

La vita militare, così avventurosa e piena d'alti e bassi, senza regola e senza ragione, è quella in cui l'impreveduto, il caso, la fortuna, la fatalità, il destino (o quale altro dei mille nomi si voglia dare alla cieca divinità cui inalzavano templi i Gentili e cui piegano reverenti la fronte i superstiziosi Musulmani), governano più capricciosamente gli eventi, e drizzano a liete sorti o infelici gli individui che si danno alla carriera delle armi.

Senza parlare del caso in cui una palla nemica tronca a mezzo il corso una vita preziosa, e spegne inonorata e solitaria, la fiammella dell'ingegno e il lume della fede in chi sudò e faticò sui campi di battaglia o fra la polvere delle biblioteche militari, spesso il valore e l'ingegno vennero in fama ed in fortuna solo perchè i tempi, le occasioni, le circostanze e tutte le altre cose indipendenti dal volere e dalla mente degli uomini porsero loro inaspettatamente ed impensatamente campo a manifestarsi e a farsi valere, mentre in altri casi mille eroismi sconosciuti, mille intelligenze nascoste, nei più bassi gradi della gerarchia militare passarono inosservati o inapprezzati, o servirono contro ogni giustizia a procurare ricompense ed onori a superiori ignoranti, fortunati od invidiosi.

È per queste ragioni che fra i molti nomi gloriosi di intrepidi soldati questo libro appena luogo a quello di Carlo Zucchi, non come esempio unico di meritati allori e di sudate ricompense, ma come a ricordanza e a memoria di quella eletta schiera di uomini animosi, valenti ed onesti che dalle provincie italiane e da modeste origini usciti, si levarono a gradi e ad onori supremi, sostenendo con forte animo le varie e miserande vicende della guerra.

In questa schiera vanno chiari i nomi del generale Cosimo Del Fante, del generale Caffarelli, del generale Stefanelli, del generale conte Cesare di Laugier, e di molti altri che nelle guerre napoleoniche conquistarono con onorate e gloriose imprese il loro posto, per quanto modesto, allato a quello del grande Imperatore e degli illustri condottieri che impennarono le ali all'aquila imperiale: ma noi scegliemmo fra tutti il nome di Zucchi come quello che prese le mosse da più umile condizione partì, e per vario e penoso cammino, rasentando sempre o traversando le epoche e gli avvenimenti più memorabili della nostra patria istoria, giunse a più alti destini e a più onorati riposi.

Carlo Zucchi, che morì generale e barone dell'Impero, nacque figlio di un macellaio.

I critici fecero spesso acerbo rimprovero al grande Napoleone, di questo suo vezzo di prodigare ai nuovi figli della fortuna i vecchi titoli della nobiltà feudale. Perchè valersi pel moderno edifizio della società, tale quale usciva dalla rivoluzione di quei ruderi d'un tempo passato per sempre; perchè scrivere i nomi dei fortunati conquistatori sulle lacere pergamene avanzate agli alberi cronologici dei conquistati? Perchè rinnegare le origini popolane e democratiche, e inverniciare la schietta ruvidezza natia, con una bugiarda tinta di aristocratica boria che, grattata appena, scopriva la vecchia buccia del soldato o il rozzo saione del contadino?...

Napoleone ribattè vittoriosamente da Sant'Elena coteste accuse de' suoi critici. Abolire i titoli nobiliari poteva essere un atto democratico, ma era certo un atto impolitico: prodigarli ai suoi soldati, cacciare violentemente nel libro d'oro della nobiltà tutti i nuovi venuti, dando un calcio al privilegio secolare della nascita e accogliendo soltanto il merito individuale, era un atto superlativamente rivoluzionario; era un dare l'ultimo crollo allo sfasciato edifizio feudale.

I tempi hanno dimostrato la verità delle teorie del grande Imperatore: oggi i titoli ed i blasoni valgono ben poco nella società tale quale essa è costituita. Ritorniamo allo Zucchi, pregando i lettori benevoli di perdonarci questa piccola digressione.

Egli nacque in Reggio Emilia il 10 marzo 1777, e rimase orfano del padre in età di sette anni appena. Il vecchio Zucchi da un precedente matrimonio aveva avuto un figlio, il quale alla morte del padre era già abbastanza avanti negli anni e prete, e si diede cura, come figlio e fratello affettuosissimo, dell'orfanello e della madre adottiva: e, per dirlo ancora colle stesse parole del generale, che conservò giovanilmente viva fino alla più tarda età la gratitudine a tutti quelli che gli avevan fatto del bene, fu in quegli anni sventurati pel bambino e per la madre, una vera benedizione.

Il fratello prete voleva fare del piccolo Carlo un medico o un avvocato, e lo avviò quindi, nelle pubbliche scuole, agli studi del latino: egli non si sentiva molto tenero di questi studi dell'avvenire cui menavano.

Non voleva essere avvocato medico: vagheggiava piuttosto il commercio. Ma a quei tempi i calcoli sul futuro peccavano sempre per la base. Tutti i giovani, a un momento dato, erano tratti, quasi irresistibilmente alle armi, e lo Zucchi non sfuggì alla potente attrazione.

In età di 19 anni egli partì per la guerra, iniziando quella carriera che non doveva più abbandonare per tutto il rimanente della lunga e fortunosa sua vita.

Carlo Zucchi era nato apposta per la vita militare. Fino dai suoi primi anni sentiva dentro di , direi quasi, la religione della disciplina, e un coraggio innato, un'operosità instancabile, un sangue freddo meraviglioso lo accompagnavano sempre in mezzo ai più grandi pericoli. Disciplina e lavoro egli tenne come guida e regola della sua vita, e ciò spiega il progredire rapidissimo della sua fortuna militare.

Non mancavano certo, allora, le occasioni di mettere in atto tanto il coraggio nel repentino pericolo, quanto la disciplina. Quest'ultima virtù specialmente era sovente messa a terribili prove. I soldati francesi erano prodi nelle battaglie, sereni nei disagi, piacevoli sempre ed arguti; ma in sommo grado spavaldi e disprezzatori degli Italiani.

Certo i nostri soldati, prodi in guerra e costumati in pace, non meritavano quello sprezzo superbo; eppure esso durava nelle file dell'esercito, e certi ufficiali italiani ci s'eran non solo acconciati, ma, spingendo oltre ogni limite la loro condiscendenza, quasi davan ragione ai francesi, e s'accompagnavano con loro, e s'eran ridotti a non parlare più che la loro lingua. Altri invece, più numerosi, mal sopportavano la superbia straniera e correvano spesso alle invettive, a rimprocci e alle violenze, e suscitavano contestazioni notevolissime al servizio. Altri, e fra questi lo Zucchi, compresi di dignità personale e nazionale e ad un tempo delle esigenze della disciplina e della delicatezza della situazione, facevano ogni loro sforzo per conciliare gli animi esacerbati e non mancare a nessuno dei loro doveri.

Egli era allora colonnello, undici anni appena dopochè era entrato al servizio: poco dopo veniva decorato della legion d'onore, poi fatto generale di brigata, barone dell'Impero, comandante del dipartimento dell'Adige nel regno d'Italia, poi del dipartimento della Brenta, poi ispettore generale di tutta la fanteria del Regno; aveva avuto parecchie volte le lodi più lusinghiere dai primi generali dell'Impero, e dallo stesso Imperatore: infine, ventura di tutte più grande, una donna incomparabile, Teresa Montanari, gli fu compagna nella vita, e gli rendeva felici tutti gli istanti che gli lasciavan liberi le cure dei pubblici e onorevolissimi uffici.

Era nel fior dell'età e delle forze, siccome quegli che di poco aveva oltrepassati i trent'anni, allorchè sopravvenne la campagna di Russia. Molti fra quegli uomini che dovevano tutto al gran capitano, nel giorno della sventura lo abbandonarono vilmente, altri presero a vituperarlo e svillaneggiarlo, e l'idolo del giorno precedente diventò l'indomani bersaglio ai vituperii d'ogni lingua più codarda. Pochi, ben pochi, rimasero fedeli al grand'uomo caduto.

Fra questi fu lo Zucchi, che aveva, come alle precedenti, preso parte a quell'ultima terribile guerra. Egli aveva veduto con gioia nascere il regno d'Italia, e aveva fede nelle parole di Napoleone, il quale diceva aver fatto quanto era possibile fare per l'unificazione della penisola, e non credeva possibile un passo di più in quel tempo, scorgendo così poco ancora gli Italiani consapevoli della loro nazionalità, e tante e così profonde le divisioni in tutto ed in tutti. Il nostro Zucchi godeva della fiducia e dell'affetto del principe Eugenio, e fu adoperato spesso in missioni delicatissime e difficili.

Le cose d'Italia volsero al peggio, e l'Austria, rioccupando gran parte della penisola, promise di governare con giustizia e di rispettare le posizioni acquistate, mostrandosi anzi desiderosa che gli uomini segnalati del precedente governo rimanessero in posto.

Carlo Zucchi ebbe il torto di darle fede e rimase. Ebbe grado di tenente generale dell'esercito, e qualche comando in provincie remote alla periferia dell'impero; dappertutto non dubbie prove di diffidenza, e non raramente oltraggi al suo amor proprio, onde in breve tempo chiaramente sentì di non poterla durare a quel modo, e chiese il suo ritiro, che gli fu concesso.

Si ritrasse nella nativa Reggio, ove aveva ancora viva la madre e la moglie affettuosissima; ma le condizioni dell'Italia non eran tali allora da dare ad un galantuomo come lui, balìa di vivere tranquillo e lontano dagli uomini e dal mondo. Accusato dalla Corte di Vienna di cospirare a favore di Carlo Alberto, principe di Carignano, il generale fu preso in casa sua come un malfattore, perquisito e condotto prigione a Milano, ove, confrontato col suo accusatore, questi si conturbò e smentì le precedenti deposizioni, poi, condannato a venti anni di carcere duro, tornò a confermare le deposizioni precedenti, finchè richiamato ad un nuovo confronto cadde in nuove contraddizioni che fecero chiare le sue menzogne.

Non ostante lo Zucchi fu tenuto in carcere quattro anni, e poi messo in libertà prima provvisoriamente, e quindi in modo definitivo, ma sempre sorvegliato con diffidenza meticolosa ed ostile.

Quattro anni dopo, un bel mattino, gli si notificò il suo esilio dagli Stati del Duca, coll'ordine di partire immediatamente per la monarchia austriaca. Andò a Milano, dove fu consigliato a lasciar l'Italia; poi avvertito amichevolmente che la sua dimora non era senza pericolo, e che già era spiccato l'ordine del suo arresto e del suo trasporto a Lubiana, e finalmente sollecitato si decise a partire all'istante.

Fuggito da Milano, e passato felicemente il confine, alle 6 del mattino del giorno 23 del mese di febbraio di quell'anno lo Zucchi arrivava in Parma e domandava di parlare al presidente del nuovo Governo. Il presidente era in letto e lo fece aspettare tre ore, scusandosi poi col dir che non si sentiva troppo bene in salute.

Questo parve al generale un cattivo presagio, e tale era difatto, foriero di sventure ben più inaspettate e dolorose!

Partì, ma per Modena, dove era scoppiata la rivoluzione, quella rivoluzione che chiamiamo oggi del 1831.

Quella rivoluzione era stata ordita con generosi sacrifizi e sforzi nobilissimi. Non pochi patrioti lavoravano nell'esilio ad ordinare le fila di un tentativo che speravano efficace: non pochi in paese rischiavano la vita tenendosi in rapporto, e procedendo d'accordo con essi: le popolazioni parevano favorevolmente disposte e preparate.

Ma scoppiato il movimento cominciarono i dispareri, le inesattezze, le piccole e le grandi discordie, le ambizioni turbolente, le paure e le speranze esagerate, le spavalderie stupide e le codarde diserzioni, e l'opera di lunga mano preparata minacciò di ruinare in un istante.

Zucchi invece, che aveva benissimo preveduto, colla guida dell'esperienza e della ragione, quali sorti fossero riserbate a que' moti inconsulti, cercò con ogni sforzo, colle parole e colle opere, di porre argine a quel torrente di distruzione... ma invano.

Da Modena a Bologna, da Bologna ad Ancona, vide dileguarsi come nebbia al sole il suo bel sogno, e si svegliò incatenato mani e piedi nelle carceri dell'Austria, a Gratz, ove giaceva in una spaventosa segreta, senza nemmeno il misero conforto della solitudine, dacchè era guardato a vista da due sentinelle che si davano la muta ogni due ore presso di lui. Più tardi fu portato a Munkotz in una sorta di tana, dove il difetto d'aria respirabile, di luce, di cibo, mise a così mal punto la sua salute, che finalmente fu traslocato a Josephstadt, in una stanza meglio arieggiata, e col permesso preziosissimo di avere con la sua consorte. Ma troppo ancora, dopo tanti patimenti che aveano scossa la sua salute, egli soffriva in quel rigidissimo clima: onde domandò di essere trasportato in qualche fortezza italiana, ed ottenne di venire a Palmanova.

Qui lo aspettava il più strano dei rivolgimenti. Era venuto l'anno 1849.

Un bel mattino, tre deputati del Governo provvisorio di Udine vennero a pregare il comandante austriaco di Palmanova a voler sgombrare la fortezza con tutto il presidio; ed egli, consapevole dello stato delle cose, non si fece pregare. Quel Governo provvisorio pensò allo Zucchi che aveva sotto mano, gli offerse il posto, ed egli l'accettò.

Dall'oggi al domani il prigioniero era diventato comandante.

Dal 1831 al 1848 s'era fatta molta strada nella esperienza rivoluzionaria; pure non bastava ancora. Lo Zucchi si trovò un'altra volta in faccia agli stessi errori ed esposto presso a poco agli stessi pericoli; con sì mal fida e maladetta soldatesca (meno alcuni pochi artiglieri valorosi e disciplinati) che dopo una lunga e sapiente difesa dovette finalmente lasciare quella fortezza tanto valorosamente contrastata al nemico.

Chiamato subito dal Governo provvisorio di Milano, accorse, ma anche qui tutto in breve volse a precipizio, e non senza pericolo egli riuscì a recarsi a Lugano.

Poco dopo fu chiamato da Pio X a Roma ad assumere il posto di ministro della guerra: ciò per suggerimento di Pellegrino Rossi. Andò, fece quanto era in lui, ma più che in ogni altra vicenda della sua vita trovò insuperabili contro ogni buon volere gli ostacoli.

Partito il Papa per Gaeta, da Bologna Zucchi gli fu spedito dietro a tentare una conciliazione fra popolo e sovrano, e la conservazione delle franchigie costituzionali: passò per Toscana e s'imbarcò alla Spezia rischiando lungo il tragitto di essere malmenato dall'ira popolare: a bordo alcuni patrioti avevano progettato di tuffarlo in mare. Arrivò ad ogni modo, e trovò impossibile il compito. Visto poi che il suo titolo di ministro della guerra non era che un semplice titolo, offrì le sue dimissioni, e visse privatamente in Roma fino al 1859.

Quell'anno, venne a Torino: egli era allora in sugli ottant'anni, vigoroso ancora il corpo, giovanilmente vigorosa la mente: salutò con gioia ineffabile i nuovi tempi, e chiuse gli occhi lieti di aver tanto vissuto da assistere al risorgimento della sua patria diletta.

Il generale Zucchi scrisse le sue Memorie, e le condusse fino al 1861 raccontò con singolare evidenza e vivacità i fatti fortunosi della sua vita. Consegnò quelle Memorie a Nicomede Bianchi, tanto benemerito, siccome ognuno sa, degli studi storici, e suo degno amico.

Nicomede Bianchi, vivente ancora lo Zucchi, pubblicò quelle Memorie in un volumetto, che è uno dei più curiosi e meno cercati fra i libri venuti in luce in questi ultimi anni. Voglia chi legge questi cenni far ricerca di quel volumetto, e ritrarrà senza dubbio dalla lettura di esso grande diletto e ad un tempo grande ammaestramento.






1 Nel testo vi è una riga ripetuta ma mancano evidentemente alcune parole [nota per l'edizione elettronica Manuzio].



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