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Michele Lessona
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  • CAPITOLO NONO   PARMA
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CAPITOLO NONO

 

PARMA

 

Giuseppe Verdi

È nato addì 9 ottobre dell'anno 1814, non proprio in Busseto, come universalmente si crede, ma in una terricciuola a tre miglia, che fa parte del Comune di Busseto, e si chiama Le Roncole. I suoi genitori erano poverissimi contadini. Le più lontane rimembranze della prima infanzia lo riportano alla chiesa del villaggio, dove la domenica provava una gioia ineffabile nel sentire suonare l'organo. Di sette anni fu posto dal padre in Busseto, alle scuole pubbliche, che dai primi elementi portavano i fanciulli fino alla rettorica. S'applicò di buona voglia allo studio; ma subito si sentì una irresistibile inclinazione alla musica; e per ciò si diede a pregare suo padre, perchè volesse secondare questa sua giovanile vaghezza. La cosa era fattibile, anzi agevole, essendo che in Busseto era organista della Collegiata il maestro Provesi, pianista non ignaro di contrappunto.

Il padre acconsentì, e fece con poche lire l'acquisto d'una spinetta, sulla quale il Verdi principiò i suoi studi. Aveva allora otto anni. In breve potè insieme colla spinetta suonare anche l'organo, e muovere i primi passi nello studio della composizione, cui si diede con tutta l'anima, spendendovi quanto di tempo gli lasciava libero il lavoro della scuola, e la lettura, per la quale altresì aveva grandissimo gusto.

Allora accadde un fatto che entrò per molto nei progressi di quella prima educazione musicale del Verdi, ed ebbe un'azione importantissima su tutta quanta la sua vita.

In una casa di Busseto si suonava frequentemente il pianoforte; ed egli ronzava sempre attorno a quella casa, e se sentiva toccare i tasti, si fermava incantato, più si moveva fino a che i suoni non fossero cessati. Il padrone di quella casa, Antonio Barezzi, era commerciante ricco, e molto si dilettava di musica, suonando parecchi strumenti, ma non il pianoforte, che aveva preso per la sua figlia, e veniva suonato allora da un suo paesano. Ronza, ronza, il signor Barezzi s'accorse alla fine del fanciullo, che presso a casa sua stava ritto come un palo le ore intere, e con tanto d'orecchi a sentire la musica; ed un bel giorno gli si accostò amorevolmente, interrogandolo: — Che fai, ragazzo, sempre piantato qui come un piuolo? — Suono anch'io, rispose il fanciullo; perciò mi piace tanto sentir suonare così bene in casa vostra. — Quand'è così, entra, che sentirai suonare a tuo bell'agio, e ci potrai tornare quante volte ti piacerà.

Il Barezzi era uomo con tanto di cuore, schietto, amante del bene, fornito d'un tal delicato sentire che gli fece comprendere alla prima ciò che v'era di singolare e nobile in quel fanciullo, meravigliosa attitudine e meraviglioso amore alla musica, perseveranza nello studio, indole amorevole, aperta, dignitosa, sdegnosetta; e gli pose amore come a figlio; e dal canto suo, il fanciullo come a padre prese a contraccambiarlo con tutta l'anima.

Così attorniato da affezioni soavi, tutto inteso allo studio, il Verdi uscì di fanciullezza, e passò i primissimi anni della gioventù nella quiete di quell'umile terra, in mezzo alla semplice natura, fra quelle bellezze eternamente grandiose che tanto attraggono uno spirito gentile atto a comprenderle. Gran ventura per lui certamente. — Gran ventura del resto, per ogni giovane, massime pe' valenti, se invece che in città, potessero passare quei primi anni in campagna. Ma col crescere negli anni, il Verdi fu a un filo dall'avere, non che a trascorrere, a seppellir la sua vita nei campi, ma in ben altro modo di quello che s'era figurato.

Egli era venuto in sui diciassette anni, ed ormai aveva imparato in Busseto tutto ciò che vi si poteva imparare: era al punto che per fare come gli altri, avrebbe dovuto trasferirsi, e giungere, sempre come gli altri, a beccarsi una laurea. Ma tanto non poteva la povertà del padre, che aveva fatto ogni sacrifizio per mantenerlo quei primi anni in Busseto; perciò gli fece sapere che dovesse ridursi a casa e mettersi al lavoro dei campi, quando da non avesse trovata altra via.

Una bella istituzione di Busseto, detta del Monte di Pietà, sovviene di venticinque lire al mese quattro giovani poveri e promettenti, che possano compiere fuori la loro educazione. Il Verdi chiese una di quelle borse per recarsi a Milano a proseguire gli studi musicali, e l'ottenne ma venticinque lire, per vivere che si voglia a stecchetto non bastano a campare; onde il Barezzi promise che avrebbe messo di suo il restante. perchè il giovinetto in Milano potesse mettere assieme un mese coll'altro; e così si rimase.

Partì adunque il Verdi alla volta di Milano, con pochi quattrini in tasca, con sotto il braccio alcune sue composizioni musicali, fatte tra i dodici e i diciassette anni, e con tesori di speranza e di forza nell'anima. E gli capitò a prima giunta la più strana ed inaspettata cosa che si possa pensare.

Presentatosi al Conservatorio per esservi ammesso, gli si diede un non so quale esame. Furono rivedute le sue composizioni, fu fatto suonare, e, ponderata ogni cosa, messo alla porta come inetto alla musica!

Nelle vite dei grandi uomini non son rari così fatti giudizi.

Sul principio dello scorso secolo, un povero contadino in un villaggio non lontano da Upsala in Isvezia, avea un suo figliuoletto che amava teneramente. Lo menò un bel giorno dal maestro del villaggio, suo amico, che glielo ammaestrasse quanto meglio sapeva. Dopo qualche anno, il maestro prese il fanciullo per mano, lo ricondusse al padre, e gli disse: — Amico mio, ho fatto il fattibile per questo vostro figliuolo, ma non fa nulla, non ha capo allo studio, e la miglior prova d'amicizia ch'io vi possa dare è questa, di dirvela tonda come sta. Smettete ogni pensiero di studi e tiratelo su per un'arte. — Il padre chinò la testa, e mise il figliuolo a fare il calzolaio. Più di tutti nel villaggio logorava scarpe il medico, siccome è ben naturale, onde il fanciullo andava spesso da lui per misurargli scarpe nuove. Il medico pose mente al ragazzo, s'innamorò a sentirlo discorrere e facendo di lui un ben altro giudizio da quello del maestro, gli parve di scovarne un ingegno straordinario; si diede pertanto ad ammaestrarlo, poi lo mandò a Upsala a studiare, dandogli quei pochi aiuti che poteva, i quali però erano tanto piccoli che il giovanetto era necessitato la notte di risuolare ancora scarpe e piantar bullette ai compagni per sbarcare alla meglio il lunario e tirar innanzi negli studi. Quel giovanetto si chiamava Carlo Linneo, la più grande mente che abbiano avuto le scienze naturali dopo Aristotile, il sommo riformatore della storia naturale, che da ogni parte del mondo civile ebbe nella sua lunga vita ammirazione e riverenza, che ebbe in morte gli onori riservati ai principi reali tanto che lo stesso sovrano ne volle profferire il discorso funebre, e il suo nome vivrà immortale fra i benefattori dell'uman genere, finchè s'avrà memoria del passato e sentimento di gratitudine.

San Tommaso, Gian Giacomo Rousseau, per tacer d'altri, nella loro gioventù, furono stimati ingegni mediocri da uomini che si tenevano in conto di buoni conoscitori.

Quei primi componimenti che il Verdi metteva sotto il naso al maestro del Conservatorio, non erano in tutto secondo le regole; e il giovanetto non teneva con garbo le mani sul pianoforte. — Peccato imperdonabile per un maestro, che prima d'ogni cosa guarda al portamento! Quel maestro non era un uomo volgare; tirò su non pochi buoni scolari, da cui è ricordato con amore, e dava opera allo insegnamento con coscienza e zelo. Ma un maestro è sempre un maestro: vale a dire, più amante delle regole che non del bello, più del lavoro finito che non del nuovo, più del corretto che non del grande. Egli non seppe scorgere un merito nel suonare bene, come faceva il Verdi, con quel cattivo portamento; non seppe vedere fra gli errori di quelle composizioni l'ingegno originale di un giovane venuto su da alla campagna, come un cerro sul monte. Lo sentenziò per inetto, e contro quella sentenza non c'era riparo. Quella fu pel Verdi una saetta che lo coglieva in sul capo, proprio in sul primo entrar nella vita! Chi fosse stato men forte di lui si sarebbe perduto d'animo; avrebbe dato retta alla voce autorevole che lo respingeva dal tempio, avrebbe creduto d'essersi ingannato sulla propria inclinazione, avrebbe abbandonato il campo, e battuta altra via. Ma egli era tale che, in luogo d'accasciarsi, per gli ostacoli si ringagliardiva; l'animo gli diceva ch'egli era nato alla musica non ostante quella gran sentenza in contrario; ed apertosi al Barezzi, che vedendolo così risoluto gli fece cuore, volle a tutti costi tirar innanzi. Più tardi, osservando egli come nei Conservatorii per solito si trascuri la parte musicale veramente scientifica, e vanamente si insista troppo su quella parte ideale che mal si può insegnare, di che vengono gli imitatori non prima nati che morti, si tenne a ventura di non essere stato in Conservatorio.

Il Rolla, capo orchestra al teatro della Scala, gli diede allora il consiglio di studiar privatamente, e di prendere a maestro il Lavigna; e così fece. Tre anni della sua vita dedicòtenacemente al lavoro, come certo pochi uomini al mondo hanno fatto. Tutto il giorno quant'era lungo, senza riposo, era inchiodato allo studio del contrappunto: la sera leggeva i nostri classici e la Bibbia: viveva in una cameruccia, spendendo lo strettissimo necessario pel vestire e pel vitto, passeggiava solo, scansando la gente ed i pubblici ritrovi, ed era gala se alle volte aveva tanto in tasca da introdursi alla Scala; in loggione, s'intende.

In capo a quei tre anni morì a Busseto il maestro Provesi. Il Barezzi lo stimolò che tornasse a prenderne il posto, contento in pari tempo di dargli in isposa la propria figliuola, e di poterlo così a maggior diritto chiamare col dolce nome di figlio, come in conto di vero figlio da gran pezzo lo aveva tenuto. Verdi lasciò Milano, ritornò a Busseto, sposò la figliuola del Barezzi, e si mise a far l'organista della Collegiata.

Ma insieme col suonar l'organo avea obbligo d'insegnare la musica ai fanciulli del paese, ottima cosa invero, e, sia detto di passata, men rara una volta in Italia che non oggi. Ma al Verdi il dare lezioni venne presto a noia; la fatica che costa di far entrare qualche cosa di buono nella mente del prossimo, il dispetto di vedere, quando si pensa che gli alunni abbiano bene appreso ciò che si è tanto ripetutamente spiegato, che al contrario non hanno ritenuto nulla, la svogliatezza dei più, l'impazienza, la cocciutaggine di molti, la sazietà di quel continuo rifriggere le stesse cose, la stanchezza senza conforto, il dispendio gravissimo del tempo, a lui che scorgeva tanto ardua la meta, che sentiva tanto ardore per lo studio, che bolliva dentro dalla voglia di produrre alcunchè di originale, fecero sì che quello sgobbo delle lezioni gli riuscisse a poco andare un supplizio. Non ostante vi si accomodò con quella forza d'animo che gli faceva vincere ogni battaglia, e a Busseto, come a Milano, riuscì a far molte e varie cose, tenendo conto di ogni istante, e seguitando quel volgare dettato, che lavoro buono è lavoro del tempo. Mentre faceva puntualmente il suo debito, sebbene quella occupazione non gli tornasse, continuava di lena lo studio del contrappunto e la lettura dei classici, e metteva insieme un'opera, la quale in capo a tre anni dal suo ritorno in Busseto aveva recato a fine; e, vivendo com'era uso parcamente, aveva potuto metter in serbo dal suo magro stipendio un migliaio di lire.

Con questi risparmi pensò di recarsi un'altra volta a Milano in traccia d'un impresario che gli facesse rappresentare la sua opera.

Ciò avveniva in sul principio del 1839.

Al teatro della Scala in Milano si davano due accademie per stagione a pro del Pio Istituto Filarmonico.

Il Verdi si adoperò perchè in quella occasione a primavera si mettesse in iscena la sua opera, e la cosa fu concertata così che vi dovessero cantare la signora Giuseppina Strepponi, il Moriani, il Ronconi; ma il Moriani ammalò, e tutto andò a monte.

Intanto, l'impresario Merelli aveva avuto agio d'apprezzare il Verdi, e convien dargli questa lode, lo aveva giudicato secondo il suo valore e assai meglio che altri non avesse fatto in addietro. Egli prese l'impegno di far rappresentare l'Oberto conte di San Bonifacio alla Scala l'autunno di quello stesso anno 1839, e così avvenne di fatto.

L'Oberto conte di San Bonifacio non fece grande effetto, ma neppur dispiacque; il Merelli. che meglio di chicchessia conosceva le spine che insanguinano il piede a chi fa il primo passo nella via dei teatri, gli intoppi e le difficoltà d'una prima rappresentazione, si tenne contento di quel successo come che fosse, e offerse contratto al Verdi, e fu conchiuso ch'egli scrivesse altre opere, di cui la prima doveva essere buffa e andare in scena l'autunno del seguente anno 1840.

Qui lo aspettavano dolori ineffabili: incominciò ad ammalare; e ancora convalescente, mentre stava scrivendo l'opera promessa, gli si ammalarono i suoi due bambini, uno di tre e l'altro di due anni, e in breve spazio morirono. Poco dopo la moglie, da tanto che s'afflisse, fu presa da infiammazione di cervello; e tenendo dietro ai figliuoli la giovane madre, la sua povera donna gli morì anche lei. Tutto ciò accadeva dal principio d'aprile al 22 di giugno di quello stesso anno 1840, in cui per l'autunno doveva aver scritto un'opera buffa.

Chi legge un volume, chi contempla un quadro, chi ascolta una musica, non sa a quali terribili strette può essersi trovato il cuore e la mente dell'artista che fatica e crea.

Il Verdi si trovava repentinamente immerso nella sventura, straziato dal dolore, privo d'ogni cosa più caramente diletta nel mondo, trafitto nell'intime viscere, e doveva scrivere un'opera buffa! E non c'era tempo da perdere! L'opera doveva esser rappresentata nell'autunno. Scrisse col cuore lacerato da spasimi atroci, ma scrisse, siccome era suo debito; e mandò in tempo il lavoro.

Il pubblico ignaro delle lagrime in mezzo alle quali erano nati quel canti, andò al teatro per sentire un'opera buona intitolata Un giorno di regno, per divertirsi, per ridere, e deliberato a fischiare sonoramente quel signor maestro che non fosse stato abbastanza gaio e piacevole.

Il pubblico era nel suo pieno diritto.

Andò, ascoltò, non si divertì, fischiò, e ritornò a casa colla contentezza di chi ha fatto giustizia.

Il giorno appresso il Verdi andò dal Merelli e volle sciolto il contratto. L'impresario rispose: — Sia pure: ma ogni volta che tu volessi scrivere agli stessi patti, io sarò sempre pronto. — Dall'opera ceduta il maestro aveva ritratto 4000 svanziche. Certi biografi hanno scritto, che a questo punto egli sentendo necessità di nuovi studi prima di ritentare la prova, si sequestrò dal mondo per darsi a suo bell'agio a studiare, e che frutto di questi studi fu il grande progresso che si notò nell'opera seguente.

Tutto ciò è intieramente falso.

Il Verdi, appartatosi da tutti, rimase però in Milano in una camera mobiliata, d'onde non usciva che di rado la sera, ma non studiò punto, non tastò il pianoforte, non fece nulla di ciò che aveva fatto prima: fece anzi una cosa che non aveva fatta mai.

Da mane a sera si buttò a leggere pessimi libri, e per lo più romanzacci, di cui anche allora si stampava gran copia in Milano. Era una gran dose d'oppio che egli dava alla sua povera mente malata.

Non fece altro dall'ottobre 1840 al gennaio 1841. Una sera di quel mese e di quell'anno, mentre cadeva a falde la neve, uscendo dalla galleria De Cristoforis s'imbattè nel Merelli, che presolo a braccetto e rimorchiandolo verso la Scala, gli parlò di un grave impiccio in cui si trovava, ricusandosi il maestro Nicolai, che aveva a scrivere un'opera per lui, di accettare un libretto scritto dal Solera e intitolato il Nabucco.

— Ma io (riprese il Verdi) vi posso toglier subito di briga. Oh non vi rammentate che m'avete lasciato un libretto del Rossi, Il Proscritto? Date questo al Nicolai in cambio del Nabucco.

Il Merelli rese grazie al Verdi dell'offerta, e lo pregò d'accompagnarlo fino al teatro, per vedere se veramente si trovasse il manoscritto del Proscritto.

Il libretto fu rinvenuto, ed il Merelli fece scivolare in una tasca dell'ampio soprabito del Verdi il manoscritto del Nabucco, dicendogli

— Dagli un'occhiata.

Giunto tardi a casa, ed acceso il lume, il Verdi aperse così alla sbadata quei fogli, e caddegli l'occhio sul coro del terzo atto degli Ebrei in ischiavitù

 

«Va', pensiero, sull'ali dorate».

 

Egli vi sentì subito il biblico Super flumina Babylonis, gittò il manoscritto, si mise a letto, ma non dormì tutta notte pensando e ripensando a quel coro.

La mattina dopo lesse tutto il dramma, e sollevandosi colla mente oltre i versi e il libretto, vide, egli appassionato lettore della Bibbia, tutto ciò che era di grandioso in quel concetto. Non ostante riportò lo stesso giorno il manoscritto al Merelli.

Non sapeva come fare a rimettersi un'altra volta alla composizione musicale. Faceva forza a stesso, come si fa forza un innamorato per tenere il broncio alla dama.

— Ebbene? — gli chiese il Merelli.

Musicabilissimo (rispose), stupendo argomento.

— Dunque piglialo, e pensaci tu.

Il Verdi si peritava e non voleva, ma il buon impresario si levò di slancio, gli ricacciò a forza in tasca il manoscritto, gli pose le mani alle spalle e spingendolo fuori con gentil violenza, richiuse l'uscio.

Il giovane maestro andò a casa col suo dramma, ma lo gittò in un canto senza più guardarlo, e per altri cinque mesi tirò dritto nella lettura dei suoi romanzacci.

Un bel giorno poi, sul finire di maggio, quel benedetto dramma gli ritornò fra mano: rilesse un'ultima scena, della morte di Abigaille (la qual scena fu poi tolta), s'accostò macchinalmente al pianoforte, quel pianoforte che si stava muto da tanto tempo, e musicò quella scena.

Il ghiaccio era rotto.

Come chi uscito da buio carcere afoso torna a respirare l'aria pura dei campi, il Verdi si trovò di bel nuovo nella sua diletta atmosfera. Di a tre mesi il Nabucco era composto, finito, e di tutto punto qual'è oggi.

Il Merelli accolse di buon animo quel nuovo spartito, ma mostrò poca voglia di farlo rappresentare la prossima invernata: l'Impresa aveva già alle mani tre opere: la Maria Padilla, del Donizetti, la Saffo del Pacini, nuova per Milano, ed un'altra del maestro Nini.

Il Verdi batteva vivamente perchè, nonostante ciò, il Nabucco si allestisse per quella stessa stagione, e vi furono contrasti gravissimi.

Pur alla fine la spuntò: vi fu chi disse per intercessione di certe autorevoli persone che avevano caldeggiata la sua causa, ma non è vero. Egli riuscì, perchè seppe volere, e con tutta l'anima perseverare.

Il Nabucco fu rappresentato alla Scala la sera dell'8 marzo 1842.

Chi non ha vissuto in Italia prima del 1848, non può rendersi conto di ciò che fosse allora il teatro. Era l'unico campo aperto alle manifestazioni della vita pubblica, e tutti ci prendevano parte. La riuscita di una nuova opera era un avvenimento capitale che commuoveva profondissimamente quella città fortunata dove il fatto avveniva, e il grido ne correva per tutta Italia.

Il buon successo del Nabucco destò un così strepitoso entusiasmo, come non s'era veduto mai prima. Quella notte Milano non dormì, il giorno dopo il nuovo capolavoro era argomento di tutti i discorsi. Il Verdi sulle bocche di tutti: perfino la moda, perfino la cucina, gli toglievano ad imprestato il nome, facendosi i cappelli alla Verdi, gli scialli alla Verdi, e gl'intingoli alla Verdi. Da tutte le città d'Italia gli impresari s'affrettarono a pregare il nuovo maestro acciocchè volesse scrivere qualche cosa per loro conto, colle più larghe profferte.

Il Merelli li aveva preceduti tutti: il giorno appresso la rappresentazione del Nabucco, egli andò dal Verdi, e gli pose sotto gli occhi uno scritto: era un contratto per una nuova opera, firmato, colla somma del compenso in bianco: quella somma l'impresario voleva che la ponesse il maestro.

Più che mai in quei giorni Verdi avrebbe voluto star solo. Ineffabile all'artista è la dolcezza del primo trionfo. Più tardi, una maggior dimestichezza col pubblico, il concetto della tenuità delle forze umane verso l'altezza infinita dell'arte, ed altrettali cagioni, fanno sì che l'artista riceva talora gli applausi con un sorriso mesto, ed anche sdegnosetto ed ironico. Ma il primo applauso è quello che strappa dalle angoscie strette del dubbio, che lo rivela a stesso, che lo rassicura di non essersi ingannato nel giudizio del proprio valore, che non ha fallito la strada, che ha fatto bene a perseverare. Quell'applauso toglie di colpo il giovane dalla oscurità, lo pone in faccia al mondo, gli apre dinanzi un campo sterminato.

Il Verdi avrebbe voluto essere solo per gustare colla austera voluttà del forte suo animo le gioie di quel primo applauso, e pensare a suo bell'agio ai suoi cari morti, al suo benefattore, al suo suocero, al suo secondo padre, al suo Barezzi, cui riferiva ogni sua gioia, ogni suo dolore, ogni suo pensiero.

Ma sì! altro che star solo! Si trovò ad un tratto assediato da una folla di amici che avevano bisogno di dirgli quanto lo avessero sempre amato, quanta premura si fossero sempre data di lui, quant'avessero ansiosamente tenuto dietro ai suoi primi passi. Tutti lo avevano conosciuto, tutti protetto, tutti incuorato, tutti fatto qualche cosa per lui, tutti indovinato il suo genio, tutti presagito il suo brillantissimo successo, tutti volevano passeggiare con lui, stringergli la mano vistosamente, averlo a braccetto, dargli del tu. Ed egli ringraziava, corrispondeva cortesemente, dardeggiava su questi nuovi amici, con quei suoi grandi occhi penetranti, una rapida occhiata, e i forti lineamenti del suo sembiante si atteggiavano a un certo sorriso, che d'allora in poi di tratto in tratto è venuto a far capolino sulle sue labbra.

La vita artistica del Verdi proseguì da quel giorno nel modo che tutti conoscono. Credo non poter far meglio che esporre qui cronologicamente le sue opere notando il luogo ed il tempo in cui per la prima volta sono state rappresentate.

 

Oberto conte di San Bonifacio. Milano, novembre 1839.

Un giorno di Regno. Milano, settembre 1840.

Nabucco, Milano, 8 marzo 1842.

I Lombardi alla prima Crociata. Milano, febbraio 1843.

Ernani. Venezia, marzo 1844.

I due Foscari. Roma, autunno del 1844.

Giovanna d'Arco. Milano, gennaio 1845.

Alzira. Napoli, giugno 1845.

Attila. Napoli, giugno 1846.

Macbeth. Firenze, Quaresima 1847.

I Masnadieri. Londra, luglio 1847.

Gerusalemme. Parigi, dicembre 1847.

(Libretto in francese. È una modificazione dei Lombardi alla prima Crociata).

Il Corsaro. Trieste, carnevale 1848.

La Battaglia di Legnano. Roma, gennaio 1849

Luisa Müller. Napoli, autunno 1849.

Stiffelio. Trieste 1850.

Rigoletto. Venezia, marzo 1853.

Il Trovatore. Roma, gennaio 1853.

La Traviata. Venezia, marzo 1854.

I Vespri Siciliani. Parigi, giugno 1855

Le Trouvère. Parigi, dicembre 1856.

(È il Trovatore con qualche modificazione).

Simon Boccanegra. Venezia, carnevale 1857.

Aroldo. Rimini, estate del 1857

(È lo Stiffelio modificato).

Il Ballo in Maschera. Roma, carnevale 1859.

La Forza del Destino. Pietroburgo, ottobre 1862.

Don Carlos. Parigi, marzo 1867.

 

I critici musicali, che sono la specie meno felice d'un genere non troppo felice per stesso, hanno trovato da ridire un mondo di cose a queste sue opere quante sono. Non c'è che dire. Egli ebbe avversa ed aspra la critica. Il Locatelli non gli si mostrò benevolo che tardi. Il Romani non mai. A Parigi i suoi critici più acerbi furono gli Italiani, il Fiorentino e lo Scudo. Fortunatamente, quando i critici si vantavano di fare e disfare a bacchetta le riputazioni, la sbagliano.

Giuseppe Giusti, girondolando una mattina per Milano, capitò nella chiesa di Sant'Ambrogio vecchio, e, messo il piede sulla soglia, la trovò piena di soldati Austriaci. Provò un senso di ribrezzo, sentì un'afa e come un alito di lezzo tanto che gli

 

«...Parean di sego

In quella bella casa del Signore,

Fin le candele dell'altar maggiore».

 

Era l'effetto che facevano allora agl'Italiani gli Austriaci. Alla vista di quei vestiti bianchi e di quei biondi capelli, pensieri d'ira e d'odio ci s'aggiravano per la mente. Ma racconta egli:

 

«In quella che s'appresta il sacerdote

A consacrar la mistica vivanda,

Di subita dolcezza mi percuote

Su, di verso l'altare, un suon di banda.

Dalle trombe di guerra uscian le note

Come di voce che si raccomanda,

D'una gente che gema in duri stenti

E de' perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi, il coro a Dio

de' Lombardi miseri assetati;

Quello, O Signore, dal tetto natio,

Che tanti petti ha scossi e inebriati».

 

Il poeta si sentì subito tutt'altro che quello che era un momento prima, e senza avvedersene, entrò, come fra sua gente, in mezzo ai soldati. Giusto in quel punto dalle bocche loro, prosegue egli a dire

 

«Un cantico tedesco lento lento

Per l'aer sacro a Dio mosse le penne:

Era preghiera, e mi pare a lamento,

D'un suono grave, flebile, solenne

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

 

Il Giusti si sentì trasportato a più serena atmosfera, e l'arcana potenza della musica vinse così tutte le posse dell'anima sua, che la mente del poeta confuse l'inno italiano col cantico tedesco, e nel cuore gli entrarono affetti dolcissimi che rispondevano al dolce suono che si diffondeva sotto le volte del tempio:

 

«Sentia nell'inno la dolcezza amara

Di canti uditi da fanciullo; il core

Che da voce domestica gl'impara,

Ce li ripete ai giorni del dolore:

Un pensier mesto della madre cara.

Un desiderio di pace e d'amore,

Uno sgomento di lontano esilio,

Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso

Di pensieri più forti e più soavi.

Costor, dicea fra me, Re pauroso,

Degli italici moti e degli slavi

Strappa a' lor tetti, e qua senza riposo

Schiavi li spinge per tenerci schiavi;

Li spinge di Croazia e di Boemme

Come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,

Muti, derisi, solitari stanno.

Strumenti ciechi d'occhiuta rapina

Che lor non tocca e che forse non sanno;

E quest'odio che mai non avvicina

Il popolo lombardo all'alemanno,

Giova a chi regna dividendo, e teme

Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana dai suoi,

In un paese qui che le vuol male,

Chi sa che in fondo all'anima po' poi,

Non mandi a quel paese il principale...

Gioco, che l'hanno in tasca come noi...

Qui se non fuggo abbraccio un caporale

Colla su' brava mazza di nocciuolo,

Duro e piantato come un piuolo».

 

Il giorno che Verdi lesse questi versi, certo ha benedetto gli strazi e le angoscie della giovinezza e i ben patiti dolori che lo condussero alla meta, non solo pel conforto soavissimo che all'artista, soddisfatto del plauso volgare, reca la lode di un'anima eletta, ma più perchè quel giorno potè conoscere in tutta la sua pienezza il bene che avea fatto.

Non è forse il primo ed il più alto uffizio della musica questo di spirare un'aura di dolcezza fra queste torbide genti umane sempre in battaglia, di richiamare l'uomo adirato o dolente a pensieri più forti, e più soavi, e di penetrare come balsamo salutare nell'anima del disperato, di disperdere le ire, di affratellare popoli diversi?

I Tedeschi hanno messo la musica fra le materie di esame dei maestri elementari, e ne fanno strumento potentissimo della pubblica educazione. Così si facesse in Italia!

Non sarebbe però il Verdi quello che si adatterebbe a farla da insegnante, perchè quella avversione all'insegnare che gli rese tanto uggiosi i primi anni giovanili a Busseto, gli è rimasta sempre.

Tuttavia una volta si fece maestro, e con molta amorevolezza. Il suo alunno stava di casa dirimpetto a lui: ogni mattina egli lo chiamava dalla finestra, e il giovane accorreva. Presentava il lavoro del giorno innanzi, il maestro senza dir molto lo esaminava. Se era al tutto sbagliato, lo tendeva all'alunno che lo rifacesse; se gli errori eran pochi, li correggeva rendendogli ragione d'ogni cosa: poi dava un nuovo compito per il domani, e la lezione era finita.

Come mai una siffatta eccezione, che in vero fu unica nella vita del Verdi?

Quell'alunno fu il maestro Muzio, il quale ha fatto ora in America una buona riuscita: egli era figliuolo di un calzolaio di Busseto, aveva la pensione di venticinque lire di quel Monte di Pietà, e gli era stato raccomandato dal Barezzi.

L'amore ardentissimo del nostro maestro al Barezzi durò quanto la vita di quest'ultimo, il quale, in età di ottant'anni, morì la sera del 21 luglio 1867.

Il Verdi aveva sposata più tardi la signora Giuseppina Strepponi, donna egregia non solo per valore artistico, ma per isquisita coltura e delicato sentire: essa amò il Barezzi come lo aveva amato la morta figliuola.

Era il pomeriggio del venerdì 20 luglio 1867: il Barezzi, agonizzante, non parlava, non conosceva, non sentiva più nulla; appena col lento anelare del petto dava segno di vita. Il Verdi andò nella camera attigua, e col capo fra le mani ripensò spasimando a tutto il bene che gli aveva fatto quel morente: levati poi gli occhi, si vide davanti aperto il pianoforte, il memore pianoforte su cui aveva sonato le prime sue note. Spinto da un sentimento indefinibile, scattò in piedi, mise le mani sui tasti, e quelle stanze silenziose dove aleggiava la morte, risuonarono a un tratto del canto degli Ebrei piangenti in ischiavitù la patria perduta.

Il morente si scosse, aperse gli occhi, atteggiò il volto ad un sorriso, e tentò di levare le mani come a benedire sussurrando:

— Oh mio Verdi! mio Verdi!

Quelle furono le sue ultime parole. Verdi si precipitò ai piedi di quel letto con disperato pianto, e il giorno appresso alle dieci della sera sentì fra le sue mani la mano del benefattore fredda di morte.

A Busseto hanno edificato un teatro, il Teatro Verdi, col busto del maestro; ed all'apertura che se ne fece in questi giorni passati (agosto 1868) fu suonata una sinfonia composta da lui nel 1828, quand'aveva poco più di tredici anni.

A Busseto egli passa una parte dell'anno alternando i suoi lavori e le sue letture con occupazioni agricole, di cui molto si diletta: passa a Genova il resto del tempo.

Ama immensamente lo spettacolo del mare, come quello di tutte le bellezze della natura! ma quando vuol comporre, si trova meglio in una stanza appartata: lavora con pari alacrità tutte le ore del giorno, ma i giorni piovosi e torbidi si sente svogliato per modo, che e' pensa che non gli verrebbe fatto nulla di buono, se dovesse a lungo dimorare in Inghilterra od in Francia. I giorni piovosi sono per lui quelli delle lunghe letture, di cui sempre si pasce con ardor giovanile. Rileggere spesso qualche tratto della Bibbia, e dopo Dante si delizia dell'Ariosto, di cui insaziabilmente ammira le descrizioni, e sovratutto le burrasche e le battaglie. Non crede necessario, perchè è grande ammiratore dell'Ariosto, d'aver in uggia il Tasso. Ha famigliari i nostri buoni scrittori e il meglio degli stranieri. È buon intenditore di pittura, ama Guido Reni, e la Scuola Bolognese, ma principalmente il Correggio, in cui trova qualche cosa della grazia di Raffaello e della forza di Michelangelo.

Fra le composizioni musicali antiche dei nostri maestri, celebra sommamente la Messa di Papa Marcello del Palestrina, che rimise in onore il fare semplice e nobile, contro la scuola manierata delle fughe. È caldo ammiratore del Pergolesi.

Conosciuto e lodato in tutto il mondo pel suo ingegno, il Verdi è carissimo a chi lo conosce di persona per la nobile e dignitosa semplicità dei suoi modi, per la sua cortesia, pel suo retto giudizio, per la piacevolezza del suo conversare, per le sue maniere squisite: la donna che gli è compagna nella vita è degna di lui in tutto, ed egli pienamente l'apprezza. È in tutta la gagliardìa delle sue forze e nobilmente le adopera; il maschio suo sembiante rivela la contentezza e la serenità dell'uomo che ha saputo fortemente volere. Pure quand'è solo, e coll'anima più dai sensi divisa, repentinamente il suo volto si vela come d'una mestizia affannosa, i suoi occhi guardano intenti, fissi, ansiosi, come se volessero attraversare i firmamenti, e a chi per caso lo sorprende in quel punto rammenta l'Alfieri come lo dipinse Foscolo, quando

 

«Irato ai patrii numi errava muto

Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo

Desioso mirando, e poi che nullo

Vivente aspetto gli molcea la cura,

Qui posava l'austero, e avea sul volto

Il pallor della morte e la speranza».

 

Forse allora scende nell'anima del Verdi indistinta e confusa un'eco lontana delle grandi armonie dell'universo, ed egli si duole di non poter raccogliere e tradurre pur una delle eterne note.

Oh quanto gli affanni dei grandi valgono meglio delle gioie volgari!





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