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PARMA
Giuseppe Verdi
È nato addì 9 ottobre dell'anno 1814, non proprio in Busseto, come
universalmente si crede, ma in una terricciuola a tre miglia, che fa parte del
Comune di Busseto, e si chiama Le Roncole. I suoi genitori erano poverissimi
contadini. Le più lontane rimembranze della prima infanzia lo riportano alla
chiesa del villaggio, dove la domenica provava una gioia ineffabile nel sentire
suonare l'organo. Di sette anni fu posto dal padre in Busseto, alle scuole
pubbliche, che dai primi elementi portavano i fanciulli fino alla rettorica.
S'applicò di buona voglia allo studio; ma subito si sentì una irresistibile
inclinazione alla musica; e per ciò si diede a pregare suo padre, perchè
volesse secondare questa sua giovanile vaghezza. La cosa era fattibile, anzi
agevole, essendo che in Busseto era organista della Collegiata il maestro
Provesi, pianista non ignaro di contrappunto.
Il padre acconsentì, e fece con poche lire l'acquisto d'una spinetta,
sulla quale il Verdi principiò i suoi studi. Aveva allora otto anni. In breve
potè insieme colla spinetta suonare anche l'organo, e muovere i primi passi
nello studio della composizione, cui si diede con tutta l'anima, spendendovi
quanto di tempo gli lasciava libero il lavoro della scuola, e la lettura, per
la quale altresì aveva grandissimo gusto.
Allora accadde un fatto che entrò per molto nei progressi di quella prima
educazione musicale del Verdi, ed ebbe un'azione importantissima su tutta
quanta la sua vita.
In una casa di Busseto si suonava frequentemente il pianoforte; ed egli
ronzava sempre attorno a quella casa, e se sentiva toccare i tasti, si fermava
incantato, nè più si moveva fino a che i suoni non fossero cessati. Il padrone
di quella casa, Antonio Barezzi, era commerciante ricco, e molto si dilettava
di musica, suonando parecchi strumenti, ma non il pianoforte, che aveva preso
per la sua figlia, e veniva suonato allora da un suo paesano. Ronza, ronza, il
signor Barezzi s'accorse alla fine del fanciullo, che presso a casa sua stava
ritto come un palo le ore intere, e con tanto d'orecchi a sentire la musica; ed
un bel giorno gli si accostò amorevolmente, interrogandolo: — Che fai, ragazzo,
sempre piantato qui come un piuolo? — Suono anch'io, rispose il fanciullo;
perciò mi piace tanto sentir suonare così bene in casa vostra. — Quand'è così,
entra, che sentirai suonare a tuo bell'agio, e ci potrai tornare quante volte
ti piacerà.
Il Barezzi era uomo con tanto di cuore, schietto, amante del bene,
fornito d'un tal delicato sentire che gli fece comprendere alla prima ciò che
v'era di singolare e nobile in quel fanciullo, meravigliosa attitudine e
meraviglioso amore alla musica, perseveranza nello studio, indole amorevole,
aperta, dignitosa, sdegnosetta; e gli pose amore come a figlio; e dal canto
suo, il fanciullo come a padre prese a contraccambiarlo con tutta l'anima.
Così attorniato da affezioni soavi, tutto inteso allo studio, il Verdi
uscì di fanciullezza, e passò i primissimi anni della gioventù nella quiete di
quell'umile terra, in mezzo alla semplice natura, fra quelle bellezze
eternamente grandiose che tanto attraggono uno spirito gentile atto a
comprenderle. Gran ventura per lui certamente. — Gran ventura del resto, per
ogni giovane, massime pe' valenti, se invece che in città, potessero passare
quei primi anni in campagna. Ma col crescere negli anni, il Verdi fu a un filo
dall'avere, non che a trascorrere, a seppellir la sua vita nei campi, ma in ben
altro modo di quello che s'era figurato.
Egli era venuto in sui diciassette anni, ed ormai aveva imparato in
Busseto tutto ciò che vi si poteva imparare: era al punto che per fare come gli
altri, avrebbe dovuto trasferirsi, e giungere, sempre come gli altri, a
beccarsi una laurea. Ma tanto non poteva la povertà del padre, che aveva fatto
ogni sacrifizio per mantenerlo quei primi anni in Busseto; perciò gli fece
sapere che dovesse ridursi a casa e mettersi al lavoro dei campi, quando da sè
non avesse trovata altra via.
Una bella istituzione di Busseto, detta del Monte di Pietà, sovviene di
venticinque lire al mese quattro giovani poveri e promettenti, che possano
compiere fuori la loro educazione. Il Verdi chiese una di quelle borse per
recarsi a Milano a proseguire gli studi musicali, e l'ottenne ma venticinque
lire, per vivere che si voglia a stecchetto non bastano a campare; onde il
Barezzi promise che avrebbe messo di suo il restante. perchè il giovinetto in
Milano potesse mettere assieme un mese coll'altro; e così si rimase.
Partì adunque il Verdi alla volta di Milano, con pochi quattrini in
tasca, con sotto il braccio alcune sue composizioni musicali, fatte tra i
dodici e i diciassette anni, e con tesori di speranza e di forza nell'anima. E
gli capitò a prima giunta la più strana ed inaspettata cosa che si possa
pensare.
Presentatosi al Conservatorio per esservi ammesso, gli si diede un non so
quale esame. Furono rivedute le sue composizioni, fu fatto suonare, e,
ponderata ogni cosa, messo alla porta come inetto alla musica!
Nelle vite dei grandi uomini non son rari così fatti giudizi.
Sul principio dello scorso secolo, un povero contadino in un villaggio
non lontano da Upsala in Isvezia, avea un suo figliuoletto che amava teneramente.
Lo menò un bel giorno dal maestro del villaggio, suo amico, che glielo
ammaestrasse quanto meglio sapeva. Dopo qualche anno, il maestro prese il
fanciullo per mano, lo ricondusse al padre, e gli disse: — Amico mio, ho fatto
il fattibile per questo vostro figliuolo, ma non fa nulla, non ha capo allo
studio, e la miglior prova d'amicizia ch'io vi possa dare è questa, di dirvela
tonda come sta. Smettete ogni pensiero di studi e tiratelo su per un'arte. — Il
padre chinò la testa, e mise il figliuolo a fare il calzolaio. Più di tutti nel
villaggio logorava scarpe il medico, siccome è ben naturale, onde il fanciullo
andava spesso da lui per misurargli scarpe nuove. Il medico pose mente al
ragazzo, s'innamorò a sentirlo discorrere e facendo di lui un ben altro giudizio
da quello del maestro, gli parve di scovarne un ingegno straordinario; si diede
pertanto ad ammaestrarlo, poi lo mandò a Upsala a studiare, dandogli quei pochi
aiuti che poteva, i quali però erano tanto piccoli che il giovanetto era
necessitato la notte di risuolare ancora scarpe e piantar bullette ai compagni
per sbarcare alla meglio il lunario e tirar innanzi negli studi. Quel
giovanetto si chiamava Carlo Linneo, la più grande mente che abbiano avuto le
scienze naturali dopo Aristotile, il sommo riformatore della storia naturale,
che da ogni parte del mondo civile ebbe nella sua lunga vita ammirazione e
riverenza, che ebbe in morte gli onori riservati ai principi reali tanto che lo
stesso sovrano ne volle profferire il discorso funebre, e il suo nome vivrà
immortale fra i benefattori dell'uman genere, finchè s'avrà memoria del passato
e sentimento di gratitudine.
San Tommaso, Gian Giacomo Rousseau, per tacer d'altri, nella loro
gioventù, furono stimati ingegni mediocri da uomini che si tenevano in conto di
buoni conoscitori.
Quei primi componimenti che il Verdi metteva sotto il naso al maestro del
Conservatorio, non erano in tutto secondo le regole; e il giovanetto non teneva
con garbo le mani sul pianoforte. — Peccato imperdonabile per un maestro, che
prima d'ogni cosa guarda al portamento! Quel maestro non era un uomo
volgare; tirò su non pochi buoni scolari, da cui è ricordato con amore, e dava
opera allo insegnamento con coscienza e zelo. Ma un maestro è sempre un
maestro: vale a dire, più amante delle regole che non del bello, più del lavoro
finito che non del nuovo, più del corretto che non del grande. Egli non seppe
scorgere un merito nel suonare bene, come faceva il Verdi, con quel cattivo
portamento; non seppe vedere fra gli errori di quelle composizioni l'ingegno
originale di un giovane venuto su da sè alla campagna, come un cerro sul monte.
Lo sentenziò per inetto, e contro quella sentenza non c'era riparo. Quella fu
pel Verdi una saetta che lo coglieva in sul capo, proprio in sul primo entrar
nella vita! Chi fosse stato men forte di lui si sarebbe perduto d'animo;
avrebbe dato retta alla voce autorevole che lo respingeva dal tempio, avrebbe
creduto d'essersi ingannato sulla propria inclinazione, avrebbe abbandonato il
campo, e battuta altra via. Ma egli era tale che, in luogo d'accasciarsi, per
gli ostacoli si ringagliardiva; l'animo gli diceva ch'egli era nato alla musica
non ostante quella gran sentenza in contrario; ed apertosi al Barezzi, che
vedendolo così risoluto gli fece cuore, volle a tutti costi tirar innanzi. Più
tardi, osservando egli come nei Conservatorii per solito si trascuri la parte
musicale veramente scientifica, e vanamente si insista troppo su quella parte
ideale che mal si può insegnare, di che vengono gli imitatori non prima nati
che morti, si tenne a ventura di non essere stato in Conservatorio.
Il Rolla, capo orchestra al
teatro della Scala, gli diede allora il consiglio di studiar privatamente, e di
prendere a maestro il Lavigna; e così fece. Tre anni della sua vita dedicò sì
tenacemente al lavoro, come certo pochi uomini al mondo hanno fatto. Tutto il
giorno quant'era lungo, senza riposo, era lì inchiodato allo studio del
contrappunto: la sera leggeva i nostri classici e la Bibbia: viveva in una
cameruccia, spendendo lo strettissimo necessario pel vestire e pel vitto,
passeggiava solo, scansando la gente ed i pubblici ritrovi, ed era gala se alle
volte aveva tanto in tasca da introdursi alla Scala; in loggione, s'intende.
In capo a quei tre anni morì a
Busseto il maestro Provesi. Il Barezzi lo stimolò che tornasse a prenderne il
posto, contento in pari tempo di dargli in isposa la propria figliuola, e di
poterlo così a maggior diritto chiamare col dolce nome di figlio, come in conto
di vero figlio da gran pezzo lo aveva tenuto. Verdi lasciò Milano, ritornò a
Busseto, sposò la figliuola del Barezzi, e si mise a far l'organista della
Collegiata.
Ma insieme col suonar l'organo
avea obbligo d'insegnare la musica ai fanciulli del paese, ottima cosa invero,
e, sia detto di passata, men rara una volta in Italia che non oggi. Ma al Verdi
il dare lezioni venne presto a noia; la fatica che costa di far entrare qualche
cosa di buono nella mente del prossimo, il dispetto di vedere, quando si pensa
che gli alunni abbiano bene appreso ciò che si è tanto ripetutamente spiegato,
che al contrario non hanno ritenuto nulla, la svogliatezza dei più,
l'impazienza, la cocciutaggine di molti, la sazietà di quel continuo rifriggere
le stesse cose, la stanchezza senza conforto, il dispendio gravissimo del
tempo, a lui che scorgeva tanto ardua la meta, che sentiva tanto ardore per lo
studio, che bolliva dentro dalla voglia di produrre alcunchè di originale,
fecero sì che quello sgobbo delle lezioni gli riuscisse a poco andare un
supplizio. Non ostante vi si accomodò con quella forza d'animo che gli faceva
vincere ogni battaglia, e a Busseto, come a Milano, riuscì a far molte e varie
cose, tenendo conto di ogni istante, e seguitando quel volgare dettato, che
lavoro buono è lavoro del tempo. Mentre faceva puntualmente il suo debito,
sebbene quella occupazione non gli tornasse, continuava di lena lo studio del
contrappunto e la lettura dei classici, e metteva insieme un'opera, la quale in
capo a tre anni dal suo ritorno in Busseto aveva recato a fine; e, vivendo
com'era uso parcamente, aveva potuto metter in serbo dal suo magro stipendio un
migliaio di lire.
Con questi risparmi pensò di
recarsi un'altra volta a Milano in traccia d'un impresario che gli facesse
rappresentare la sua opera.
Ciò avveniva in sul principio
del 1839.
Al teatro della Scala in Milano
si davano due accademie per stagione a pro del Pio Istituto Filarmonico.
Il Verdi si adoperò perchè in
quella occasione a primavera si mettesse in iscena la sua opera, e la cosa fu
concertata così che vi dovessero cantare la signora Giuseppina Strepponi, il
Moriani, il Ronconi; ma il Moriani ammalò, e tutto andò a monte.
Intanto, l'impresario Merelli
aveva avuto agio d'apprezzare il Verdi, e convien dargli questa lode, lo aveva
giudicato secondo il suo valore e assai meglio che altri non avesse fatto in
addietro. Egli prese l'impegno di far rappresentare l'Oberto conte di San
Bonifacio alla Scala l'autunno di quello stesso anno 1839, e così avvenne
di fatto.
L'Oberto conte di San
Bonifacio non fece grande effetto, ma neppur dispiacque; il Merelli. che
meglio di chicchessia conosceva le spine che insanguinano il piede a chi fa il
primo passo nella via dei teatri, gli intoppi e le difficoltà d'una prima
rappresentazione, si tenne contento di quel successo come che fosse, e offerse
contratto al Verdi, e fu conchiuso ch'egli scrivesse altre opere, di cui la
prima doveva essere buffa e andare in scena l'autunno del seguente anno 1840.
Qui lo aspettavano dolori
ineffabili: incominciò ad ammalare; e ancora convalescente, mentre stava
scrivendo l'opera promessa, gli si ammalarono i suoi due bambini, uno di tre e
l'altro di due anni, e in breve spazio morirono. Poco dopo la moglie, da tanto
che s'afflisse, fu presa da infiammazione di cervello; e tenendo dietro ai figliuoli
la giovane madre, la sua povera donna gli morì anche lei. Tutto ciò accadeva
dal principio d'aprile al 22 di giugno di quello stesso anno 1840, in cui per
l'autunno doveva aver scritto un'opera buffa.
Chi legge un volume, chi
contempla un quadro, chi ascolta una musica, non sa a quali terribili strette
può essersi trovato il cuore e la mente dell'artista che fatica e crea.
Il Verdi si trovava
repentinamente immerso nella sventura, straziato dal dolore, privo d'ogni cosa
più caramente diletta nel mondo, trafitto nell'intime viscere, e doveva
scrivere un'opera buffa! E non c'era tempo da perdere! L'opera doveva esser
rappresentata nell'autunno. Scrisse col cuore lacerato da spasimi atroci, ma
scrisse, siccome era suo debito; e mandò in tempo il lavoro.
Il pubblico ignaro delle lagrime
in mezzo alle quali erano nati quel canti, andò al teatro per sentire un'opera
buona intitolata Un giorno di regno, per divertirsi, per ridere, e
deliberato a fischiare sonoramente quel signor maestro che non fosse stato abbastanza
gaio e piacevole.
Il pubblico era nel suo pieno
diritto.
Andò, ascoltò,
non si divertì, fischiò, e ritornò a casa colla contentezza di chi ha fatto
giustizia.
Il giorno appresso il Verdi andò dal Merelli e volle sciolto il contratto.
L'impresario rispose: — Sia pure: ma ogni volta che tu volessi scrivere agli
stessi patti, io sarò sempre pronto. — Dall'opera ceduta il maestro aveva
ritratto 4000 svanziche. Certi biografi hanno scritto, che a questo punto egli
sentendo necessità di nuovi studi prima di ritentare la prova, si sequestrò dal
mondo per darsi a suo bell'agio a studiare, e che frutto di questi studi fu il
grande progresso che si notò nell'opera seguente.
Tutto ciò è intieramente falso.
Il Verdi, appartatosi da tutti, rimase però in Milano in una camera
mobiliata, d'onde non usciva che di rado la sera, ma non studiò punto, non
tastò il pianoforte, non fece nulla di ciò che aveva fatto prima: fece anzi una
cosa che non aveva fatta mai.
Da mane a sera si buttò a leggere pessimi libri, e per lo più romanzacci,
di cui anche allora si stampava gran copia in Milano. Era una gran dose d'oppio
che egli dava alla sua povera mente malata.
Non fece altro dall'ottobre 1840 al gennaio 1841. Una sera di quel mese e
di quell'anno, mentre cadeva a falde la neve, uscendo dalla galleria De
Cristoforis s'imbattè nel Merelli, che presolo a braccetto e rimorchiandolo
verso la Scala, gli parlò di un grave impiccio in cui si trovava, ricusandosi
il maestro Nicolai, che aveva a scrivere un'opera per lui, di accettare un
libretto scritto dal Solera e intitolato il Nabucco.
— Ma io (riprese il Verdi) vi
posso toglier subito di briga. Oh non vi rammentate che m'avete lasciato un
libretto del Rossi, Il Proscritto? Date questo al Nicolai in cambio del Nabucco.
Il Merelli rese grazie al Verdi
dell'offerta, e lo pregò d'accompagnarlo fino al teatro, per vedere se
veramente si trovasse là il manoscritto del Proscritto.
Il libretto fu rinvenuto, ed il
Merelli fece scivolare in una tasca dell'ampio soprabito del Verdi il
manoscritto del Nabucco, dicendogli
— Dagli un'occhiata.
Giunto tardi a casa, ed acceso il lume, il Verdi
aperse così alla sbadata quei fogli, e caddegli l'occhio sul coro del terzo
atto degli Ebrei in ischiavitù
«Va', pensiero,
sull'ali dorate».
Egli vi sentì subito il biblico Super
flumina Babylonis, gittò là il manoscritto, si mise a letto, ma non dormì
tutta notte pensando e ripensando a quel coro.
La mattina dopo lesse tutto il
dramma, e sollevandosi colla mente oltre i versi e il libretto, vide, egli
appassionato lettore della Bibbia, tutto ciò che era di grandioso in quel
concetto. Non ostante riportò lo stesso giorno il manoscritto al Merelli.
Non sapeva come
fare a rimettersi un'altra volta alla composizione musicale. Faceva forza a sè
stesso, come si fa forza un innamorato per tenere il broncio alla dama.
— Ebbene? — gli chiese il Merelli.
— Musicabilissimo (rispose), stupendo argomento.
— Dunque piglialo, e pensaci tu.
Il Verdi si peritava e non voleva, ma il buon impresario si levò di
slancio, gli ricacciò a forza in tasca il manoscritto, gli pose le mani alle
spalle e spingendolo fuori con gentil violenza, richiuse l'uscio.
Il giovane maestro andò a casa col suo dramma, ma lo gittò in un canto
senza più guardarlo, e per altri cinque mesi tirò dritto nella lettura dei suoi
romanzacci.
Un bel giorno poi, sul finire di maggio, quel benedetto dramma gli
ritornò fra mano: rilesse un'ultima scena, della morte di Abigaille (la qual
scena fu poi tolta), s'accostò macchinalmente al pianoforte, quel pianoforte
che si stava muto da tanto tempo, e musicò quella scena.
Il ghiaccio era rotto.
Come chi uscito da buio carcere afoso torna a respirare l'aria pura dei
campi, il Verdi si trovò di bel nuovo nella sua diletta atmosfera. Di lì a tre
mesi il Nabucco era composto, finito, e di tutto punto qual'è oggi.
Il Merelli accolse di buon animo quel nuovo
spartito, ma mostrò poca voglia di farlo rappresentare la prossima invernata:
l'Impresa aveva già alle mani tre opere: la Maria Padilla, del
Donizetti, la Saffo del Pacini, nuova per Milano, ed un'altra del
maestro Nini.
Il Verdi batteva vivamente
perchè, nonostante ciò, il Nabucco si allestisse per quella stessa
stagione, e vi furono contrasti gravissimi.
Pur alla fine la spuntò: vi fu
chi disse per intercessione di certe autorevoli persone che avevano caldeggiata
la sua causa, ma non è vero. Egli riuscì, perchè seppe volere, e con tutta
l'anima perseverare.
Il Nabucco fu rappresentato alla Scala la sera dell'8 marzo 1842.
Chi non ha vissuto in Italia
prima del 1848, non può rendersi conto di ciò che fosse allora il teatro. Era
l'unico campo aperto alle manifestazioni della vita pubblica, e tutti ci prendevano
parte. La riuscita di una nuova opera era un avvenimento capitale che
commuoveva profondissimamente quella città fortunata dove il fatto avveniva, e
il grido ne correva per tutta Italia.
Il buon successo del Nabucco
destò un così strepitoso entusiasmo, come non s'era veduto mai prima. Quella
notte Milano non dormì, il giorno dopo il nuovo capolavoro era argomento di
tutti i discorsi. Il Verdi sulle bocche di tutti: perfino la moda, perfino la
cucina, gli toglievano ad imprestato il nome, facendosi i cappelli alla Verdi,
gli scialli alla Verdi, e gl'intingoli alla Verdi. Da tutte le città d'Italia
gli impresari s'affrettarono a pregare il nuovo maestro acciocchè volesse
scrivere qualche cosa per loro conto, colle più larghe profferte.
Il Merelli li aveva preceduti
tutti: il giorno appresso la rappresentazione del Nabucco, egli andò dal
Verdi, e gli pose sotto gli occhi uno scritto: era un contratto per una nuova
opera, firmato, colla somma del compenso in bianco: quella somma l'impresario
voleva che la ponesse il maestro.
Più che mai in quei giorni Verdi
avrebbe voluto star solo. Ineffabile all'artista è la dolcezza del primo
trionfo. Più tardi, una maggior dimestichezza col pubblico, il concetto della
tenuità delle forze umane verso l'altezza infinita dell'arte, ed altrettali
cagioni, fanno sì che l'artista riceva talora gli applausi con un sorriso
mesto, ed anche sdegnosetto ed ironico. Ma il primo applauso è quello che
strappa dalle angoscie strette del dubbio, che lo rivela a sè stesso, che lo rassicura
di non essersi ingannato nel giudizio del proprio valore, che non ha fallito la
strada, che ha fatto bene a perseverare. Quell'applauso toglie di colpo il
giovane dalla oscurità, lo pone in faccia al mondo, gli apre dinanzi un campo
sterminato.
Il Verdi avrebbe voluto essere solo per gustare
colla austera voluttà del forte suo animo le gioie di quel primo applauso, e
pensare a suo bell'agio ai suoi cari morti, al suo benefattore, al suo suocero,
al suo secondo padre, al suo Barezzi, cui riferiva ogni sua gioia, ogni suo
dolore, ogni suo pensiero.
Ma sì! altro che star solo! Si
trovò ad un tratto assediato da una folla di amici che avevano bisogno di
dirgli quanto lo avessero sempre amato, quanta premura si fossero sempre data
di lui, quant'avessero ansiosamente tenuto dietro ai suoi primi passi. Tutti lo
avevano conosciuto, tutti protetto, tutti incuorato, tutti fatto qualche cosa
per lui, tutti indovinato il suo genio, tutti presagito il suo brillantissimo
successo, tutti volevano passeggiare con lui, stringergli la mano vistosamente,
averlo a braccetto, dargli del tu. Ed egli ringraziava, corrispondeva
cortesemente, dardeggiava su questi nuovi amici, con quei suoi grandi occhi
penetranti, una rapida occhiata, e i forti lineamenti del suo sembiante si atteggiavano
a un certo sorriso, che d'allora in poi di tratto in tratto è venuto a far
capolino sulle sue labbra.
La vita artistica del Verdi
proseguì da quel giorno nel modo che tutti conoscono. Credo non poter far
meglio che esporre qui cronologicamente le sue opere notando il luogo ed il
tempo in cui per la prima volta sono state rappresentate.
Oberto conte di San Bonifacio.
Milano, novembre 1839.
Un giorno di
Regno. Milano, settembre 1840.
Nabucco, Milano, 8 marzo
1842.
I Lombardi alla prima Crociata. Milano, febbraio 1843.
Ernani. Venezia, marzo
1844.
I due Foscari. Roma,
autunno del 1844.
Giovanna d'Arco. Milano,
gennaio 1845.
Alzira. Napoli, giugno
1845.
Attila. Napoli, giugno
1846.
Macbeth. Firenze,
Quaresima 1847.
I Masnadieri. Londra,
luglio 1847.
Gerusalemme. Parigi,
dicembre 1847.
(Libretto in francese. È una
modificazione dei Lombardi alla prima Crociata).
Il Corsaro. Trieste,
carnevale 1848.
La Battaglia di Legnano.
Roma, gennaio 1849
Luisa Müller. Napoli,
autunno 1849.
Stiffelio. Trieste 1850.
Rigoletto. Venezia, marzo
1853.
Il Trovatore. Roma,
gennaio 1853.
La Traviata. Venezia,
marzo 1854.
I Vespri Siciliani.
Parigi, giugno 1855
Le Trouvère. Parigi,
dicembre 1856.
(È il Trovatore con
qualche modificazione).
Simon Boccanegra. Venezia,
carnevale 1857.
Aroldo. Rimini, estate
del 1857
(È lo Stiffelio modificato).
Il Ballo in Maschera.
Roma, carnevale 1859.
La Forza del Destino.
Pietroburgo, ottobre 1862.
Don Carlos. Parigi, marzo
1867.
I critici
musicali, che sono la specie meno felice d'un genere non troppo felice per sè
stesso, hanno trovato da ridire un mondo di cose a queste sue opere quante
sono. Non c'è che dire. Egli ebbe avversa ed aspra la critica. Il Locatelli non
gli si mostrò benevolo che tardi. Il Romani non mai. A Parigi i suoi critici
più acerbi furono gli Italiani, il Fiorentino e lo Scudo. Fortunatamente,
quando i critici si vantavano di fare e disfare a bacchetta le riputazioni, la
sbagliano.
Giuseppe Giusti, girondolando una mattina per Milano, capitò nella chiesa
di Sant'Ambrogio vecchio, e, messo il piede sulla soglia, la trovò piena di
soldati Austriaci. Provò un senso di ribrezzo, sentì un'afa e come un alito di
lezzo tanto che gli
«...Parean di sego
In quella bella casa del
Signore,
Fin le candele dell'altar
maggiore».
Era l'effetto
che facevano allora agl'Italiani gli Austriaci. Alla vista di quei vestiti
bianchi e di quei biondi capelli, pensieri d'ira e d'odio ci s'aggiravano per
la mente. Ma racconta egli:
«In quella che s'appresta il sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l'altare, un suon
di banda.
Dalle trombe di guerra uscian
le note
Come di voce che si raccomanda,
D'una gente che gema in duri
stenti
E de' perduti beni si rammenti.
Era un coro del
Verdi, il coro a Dio
Là de' Lombardi miseri
assetati;
Quello, O Signore, dal
tetto natio,
Che tanti petti ha scossi e
inebriati».
Il poeta si sentì subito tutt'altro che quello che era un momento prima, e
senza avvedersene, entrò, come fra sua gente, in mezzo ai soldati. Giusto in
quel punto dalle bocche loro, prosegue egli a dire
«Un cantico tedesco lento lento
Per l'aer sacro a Dio
mosse le penne:
Era preghiera, e mi
pare a lamento,
D'un suono grave, flebile,
solenne
. . . .
. . . . . . . . . .
. . . . . . .
. . . .
. . . . . . . . . .
. . . . . . .
. . . .
. . . . . . . . . .
. . . . . . .
Il Giusti si sentì trasportato a più serena atmosfera,
e l'arcana potenza della musica vinse così tutte le posse dell'anima sua, che
la mente del poeta confuse l'inno italiano col cantico tedesco, e nel cuore gli
entrarono affetti dolcissimi che rispondevano al dolce suono che si diffondeva
sotto le volte del tempio:
«Sentia
nell'inno la dolcezza amara
Di canti uditi da fanciullo; il
core
Che da voce domestica gl'impara,
Ce li ripete ai giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara.
Un desiderio di pace e d'amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.
E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea fra me, Re pauroso,
Degli italici moti e degli slavi
Strappa a' lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi li spinge per tenerci schiavi;
Li spinge di Croazia e di Boemme
Come mandre a svernar nelle maremme.
A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno.
Strumenti ciechi d'occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno;
E quest'odio che mai non avvicina
Il popolo lombardo all'alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.
Povera gente! lontana dai suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all'anima po' poi,
Non mandi a quel paese il principale...
Gioco, che l'hanno in tasca come noi...
Qui se non fuggo abbraccio un caporale
Colla su' brava mazza di nocciuolo,
Duro e piantato lì come un piuolo».
Il giorno che Verdi lesse questi
versi, certo ha benedetto gli strazi e le angoscie della giovinezza e i ben
patiti dolori che lo condussero alla meta, non solo pel conforto soavissimo che
all'artista, soddisfatto del plauso volgare, reca la lode di un'anima eletta,
ma più perchè quel giorno potè conoscere in tutta la sua pienezza il bene che
avea fatto.
Non è forse il primo ed il più
alto uffizio della musica questo di spirare un'aura di dolcezza fra queste
torbide genti umane sempre in battaglia, di richiamare l'uomo adirato o dolente
a pensieri più forti, e più soavi, e di penetrare come balsamo salutare nell'anima
del disperato, di disperdere le ire, di affratellare popoli diversi?
I Tedeschi hanno messo la musica
fra le materie di esame dei maestri elementari, e ne fanno strumento
potentissimo della pubblica educazione. Così si facesse in Italia!
Non sarebbe però il Verdi quello
che si adatterebbe a farla da insegnante, perchè quella avversione
all'insegnare che gli rese tanto uggiosi i primi anni giovanili a Busseto, gli
è rimasta sempre.
Tuttavia una volta si fece
maestro, e con molta amorevolezza. Il suo alunno stava di casa dirimpetto a
lui: ogni mattina egli lo chiamava dalla finestra, e il giovane accorreva.
Presentava il lavoro del giorno innanzi, il maestro senza dir molto lo
esaminava. Se era al tutto sbagliato, lo tendeva all'alunno che lo rifacesse; se
gli errori eran pochi, li correggeva rendendogli ragione d'ogni cosa: poi dava
un nuovo compito per il domani, e la lezione era finita.
Come mai una siffatta eccezione,
che in vero fu unica nella vita del Verdi?
Quell'alunno fu il maestro
Muzio, il quale ha fatto ora in America una buona riuscita: egli era figliuolo
di un calzolaio di Busseto, aveva la pensione di venticinque lire di quel Monte
di Pietà, e gli era stato raccomandato dal Barezzi.
L'amore ardentissimo del nostro
maestro al Barezzi durò quanto la vita di quest'ultimo, il quale, in età di
ottant'anni, morì la sera del 21 luglio 1867.
Il Verdi aveva sposata più tardi
la signora Giuseppina Strepponi, donna egregia non solo per valore artistico,
ma per isquisita coltura e delicato sentire: essa amò il Barezzi come lo aveva
amato la morta figliuola.
Era il pomeriggio del venerdì 20
luglio 1867: il Barezzi, agonizzante, non parlava, non conosceva, non sentiva
più nulla; appena col lento anelare del petto dava segno di vita. Il Verdi andò
nella camera attigua, e col capo fra le mani ripensò spasimando a tutto il bene
che gli aveva fatto quel morente: levati poi gli occhi, si vide davanti aperto
il pianoforte, il memore pianoforte su cui aveva sonato le prime sue note.
Spinto da un sentimento indefinibile, scattò in piedi, mise le mani sui tasti,
e quelle stanze silenziose dove aleggiava la morte, risuonarono a un tratto del
canto degli Ebrei piangenti in ischiavitù la patria perduta.
Il morente si scosse, aperse gli
occhi, atteggiò il volto ad un sorriso, e tentò di levare le mani come a
benedire sussurrando:
— Oh mio Verdi! mio Verdi!
Quelle furono le sue ultime
parole. Verdi si precipitò ai piedi di quel letto con disperato pianto, e il
giorno appresso alle dieci della sera sentì fra le sue mani la mano del
benefattore fredda di morte.
A Busseto hanno edificato un
teatro, il Teatro Verdi, col busto del maestro; ed all'apertura che se ne fece
in questi giorni passati (agosto 1868) fu suonata una sinfonia composta da lui
nel 1828, quand'aveva poco più di tredici anni.
A Busseto egli passa una parte
dell'anno alternando i suoi lavori e le sue letture con occupazioni agricole,
di cui molto si diletta: passa a Genova il resto del tempo.
Ama immensamente lo spettacolo
del mare, come quello di tutte le bellezze della natura! ma quando vuol
comporre, si trova meglio in una stanza appartata: lavora con pari alacrità
tutte le ore del giorno, ma i giorni piovosi e torbidi si sente svogliato per
modo, che e' pensa che non gli verrebbe fatto nulla di buono, se dovesse a
lungo dimorare in Inghilterra od in Francia. I giorni piovosi sono per lui
quelli delle lunghe letture, di cui sempre si pasce con ardor giovanile.
Rileggere spesso qualche tratto della Bibbia, e dopo Dante si delizia
dell'Ariosto, di cui insaziabilmente ammira le descrizioni, e sovratutto le
burrasche e le battaglie. Non crede necessario, perchè è grande ammiratore
dell'Ariosto, d'aver in uggia il Tasso. Ha famigliari i nostri buoni scrittori
e il meglio degli stranieri. È buon intenditore di pittura, ama Guido Reni, e
la Scuola Bolognese, ma principalmente il Correggio, in cui trova qualche cosa
della grazia di Raffaello e della forza di Michelangelo.
Fra le composizioni musicali
antiche dei nostri maestri, celebra sommamente la Messa di Papa Marcello del
Palestrina, che rimise in onore il fare semplice e nobile, contro la scuola
manierata delle fughe. È caldo ammiratore del Pergolesi.
Conosciuto e lodato in tutto il
mondo pel suo ingegno, il Verdi è carissimo a chi lo conosce di persona per la
nobile e dignitosa semplicità dei suoi modi, per la sua cortesia, pel suo retto
giudizio, per la piacevolezza del suo conversare, per le sue maniere squisite:
la donna che gli è compagna nella vita è degna di lui in tutto, ed egli
pienamente l'apprezza. È in tutta la gagliardìa delle sue forze e nobilmente le
adopera; il maschio suo sembiante rivela la contentezza e la serenità dell'uomo
che ha saputo fortemente volere. Pure quand'è solo, e coll'anima più dai sensi
divisa, repentinamente il suo volto si vela come d'una mestizia affannosa, i
suoi occhi guardano intenti, fissi, ansiosi, come se volessero attraversare i
firmamenti, e a chi per caso lo sorprende in quel punto rammenta l'Alfieri come
lo dipinse Foscolo, quando
«Irato ai patrii numi errava muto
Ove Arno è più deserto, i campi
e il cielo
Desioso mirando, e poi che
nullo
Vivente aspetto gli molcea la
cura,
Qui posava l'austero, e avea
sul volto
Il pallor della morte e la
speranza».
Forse allora scende nell'anima del Verdi indistinta e confusa un'eco lontana
delle grandi armonie dell'universo, ed egli si duole di non poter raccogliere e
tradurre pur una delle eterne note.
Oh quanto gli
affanni dei grandi valgono meglio delle gioie volgari!
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