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Michele Lessona
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  • CAPITOLO DECIMO.   VENEZIA I morti d'Inghilterra — Inglesi moderni e Veneziani antichi — Giuseppe Antonelli — Lorenzo Radi e Antonio Salviati — Pini-Bey.
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CAPITOLO DECIMO.

 

VENEZIA

I morti d'InghilterraInglesi moderni e Veneziani antichiGiuseppe AntonelliLorenzo Radi e Antonio SalviatiPini-Bey.

 

La signora Felicia Hemans ha fatto una poesia intitolata I Morti d'Inghilterra, nella quale con giusto orgoglio nota come in ogni parte del mondo vadano a morire i figli gagliardi di quella nazione, che anche fra le più romite e barbare genti lavora a diffondere la civiltà. Questa poesia fu tradotta in splendidi versi dal nostro ottimo professore Zanella. Essa corrisponde appunto ad un fatto che io voglio qui notare, onde domando al lettore il permesso di riferirgliela per intero, certo che me ne sarà grato.

Eccola:

I MORTI D'INGHILTERRA

Signori dell'Oceano,

Ove dormono i vostri incliti morti?

Ov'è la tomba olimpica

Che la gloria poneva a' vostri forti?

 

Stranier, gli abissi naviga;

Spandi le vele tutte quante a' venti

Foresta o mar non mormora,

Che non ricovri d'Albïon gli spenti.

 

Allato alle piramidi,

di Sïene sull'adusta landa

Atroce il sol rifolgora,

E l'immobile palma ombre non manda;

 

Sull'arsa landa assiduo

Incomba il sol di mezzo a' firmamenti;

D'un pieno giorno al termine

d'Albïon, riposano gli spenti.

 

Romoreggiando infuria

L'uragano dell'Indo in sulla foce,

De' tigri nelle tenebre

Esterefatto il Gange ode la voce;

 

Tigri, uragani infurino;

Più suon non v'ha che i Mani altrui sgomenti;

Tocco il sereno vespero,

d'Albïon, riposano gli spenti.

 

I tuoi deserti, America,

Precipitando la fiumana assorda;

Acute frecce incoccano

Truci i Selvaggi sulla tesa corda:

 

Fischino i dardi: allaghino

L'immenso piano i turgidi torrenti,

Fornito il giorno e l'opera.

d'Albïon, riposano gli spenti.

 

De' Pirenei sul vertice

Nevi e foreste il turbine tormenta;

Divelti rami e stipiti,

Come foglie di rosa, in alto avventa;

 

Le nevi aggiri il turbine,

Getti schiantate le foreste a' venti;

In Roncisvalle vinsero;

d'Albïon, riposano gli spenti.

 

A' marinari orribile

Nel gelato Ocean scende la sera,

Quando il naviglio accerchiano

Torpidi i ghiacci e fitto il ciel si annera;

 

Premano ghiacci e tenebre;

Già con bandiera ed albero i valenti

La loro via fornirono;

Anche d'Albïon dormon gli spenti.

 

Giganti dell'Oceano,

Industri eroi, guerrieri e marinari,

I picchi, la piramide,

La vostra fossa son le sabbie e i mari.

 

Stranier, gli abissi naviga;

Spandi le vele tutte quante a' venti;

Foresta o mar non mormora

Che non ricovri d'Albïon gli spenti.

 

Quello di cui giustamente loda oggi la signora Felicia Hemans gli Inglesi si poteva dire alcuni secoli or sono dei Veneziani, che furono invero gl'Inglesi del medio evo. In ogni mare conosciuto a quel tempo spingevano le loro prore, in ogni terra più lontana peregrinavano fondando colonie, avviando traffici, diffondendo la civiltà; il viaggiatore che visita ora l'Africa e l'Asia trova sovente ancora le grandi vestigia del loro passaggio. Campavano e morivano , portando sempre nel cuore la terra nativa, la loro città per singolare bellezza unica al mondo, che sorge come naiade sorridente dal seno delle acque.

Da poca e libera gente temprata alla sventura era sorta quella città, levata in tanta grandezza che non v'era angolo del mondo conosciuto dove non suonasse il suo nome, ed era salita in tanta potenza che le più grandi nazioni dovevano tuttavia trattar con essa da paro a paro, e tener conto delle sue deliberazioni e delle sue proposte. Si diceva allora con piglio ironico, quello che oggi pure con piglio ironico si dice degli Inglesi, ed anche degli Americani del Nord: Sono un popolo di mercanti. Ma come oggi cogli Inglesi e cogli Americani, con quei mercanti le nazioni più opulente ed orgogliose dovevano venire a patti.

Come oggi, le nazioni più orgogliose ed opulente cercarono di distruggere allora quel popolo di mercanti, adoperando anche i mezzi che nel linguaggio volgare si chiamano insidie, frodi, tradimenti, infamie, ma che vanno in giro col vocabolo convenzionale ricevuto di espedienti politici. Gl'inviati che di Spagna, o di Olanda o di Persia, o di Turchia, o d'Egitto venivano a Venezia, erano accolti in un palazzo quale nessun Re ebbe ed avrà forse mai al mondo. Dico nessun Re avrà forse mai al mondo, perchè può darsi che venga ancora un sovrano tanto potente da disfar troni e sterminare popoli, rimpastar nazioni, prosciugar laghi, mutar fiumi, respingere il mare, spianare le montagne: ma nessuna forza di Re o di popolo vale a produrre un Tiziano ed un Tintoretto. Quell'incanto ch'è di fuori il palazzo ducale di Venezia, quella meraviglia ch'è dentro, son tali cose che superano ogni immaginazione. E ciò era opera di quei mercanti così austeri, così economici, così laboriosi: ciò in un tempo in cui il resto del mondo era in barbarie, ora vile, or feroce, ora festosa, ma sempre barbarie.

In quel tempo in cui dava così assidua opera al traffico, Venezia ha prodotto quei monumenti inarrivabili di architettura e di pittura. In quel tempo le sue industrie fiorivano, e i prodotti si spargevano per tutto il mondo, mentre i suoi ambasciatori avevano influenza sull'andamento delle cose più importanti in ogni parte, e facevan tremare le nazioni contro cui ponevano in bilancia il peso della loro potenza. Ed allora pure viaggiatori veneziani visitavano e descrivevano certe remote contrade dove da quel tempo in poi nessun uomo d'Europa ha più mai posto piede.

Grave argomento alla meditazione del filosofo è la storia della grandezza e della caduta di Venezia.

Un Veneziano maldicente (se ne qualche caso) faceva visitare testè ad un amico piemontese il palazzo ducale. Giunto nella sala del Consiglio dei Dieci, egli allungò il braccio, ed esclamò con piglio solenne:

— Qui fu condannato il Conte di Carmagnola! Ma la maledizione del Cielo è caduta su questa sala! Oh, la giustizia di Dio è terribile!

L'amico non comprendeva quale speciale punizione fosse caduta appunto su quella sala, ed aspettato un poco e veduto che il suo interlocutore non soggiungeva altro, finì per interrogarlo. — Queste pareti, disse egli, sono condannate ad ascoltare i discorsi degli accademici dell'Istituto di scienze lettere ed arti. Se non si sono spaccate ancora per gli sbadigli, si è che furon murate dai nostri padri, che la sapevan più lunga di noi, e non risparmiavano spese.

Si accusano i Veneziani di mollezza; si nota che stanno a passeggiare sulla piazza fino oltre le due dopo la mezzanotte, e che si devono corrispondentemente levar da letto dopo il mezzodì, ciò che non è il modo di fare più propizio al lavoro.

Un viaggiatore brontolone ritornò un giorno in locanda sbuffando perchè appunto in piazza San Marco vide da un liquorista, a mezzo del portico a sinistra di chi va verso la chiesa, dal qual liquorista stanno tutto il giorno i signori seduti, sopra un palo una specie di ruota con una parete posteriore metallica ed una anteriore di vetro, in giro tanti numeri, e dentro una palla. Quei signori davano una spinta alla ruota, che si metteva a girare, saltellando la palla dentro. Avevano scommesso intorno al numero su cui, al fermarsi della ruota, si sarebbe fermata la palla, stavano spiando ansiosamente gli ultimi giri e gli ultimi saltelli, e, ferma la ruota, acclamavano clamorosamente al vincitore e burlavano il vinto. Poi ricominciavano il gioco.

Si dice che i Veneziani parlano troppo: che il loro dialetto è una musica, ma che ne abusano, e sciupano il tempo in visite e pubblici ritrovi. Si lamenta la loro fiaccona che li distoglie da ogni vigoroso operare.

Eppure i Veneziani ai giorni nostri hanno dato prove di un'energia, d'una forza, d'una perseveranza, di un coraggio, d'un valore che i posteri ammireranno, e non avranno parole abbastanza per lodare la lunghissima resistenza di Venezia assediata dagli Austriaci, in mezzo agli stenti, alla fame, alla pestilenza, ad ogni sorta di sconforti quando già volgevano a precipizio le cose d'ogni intorno in Italia, è uno dei più splendidi fatti istorici dell'età moderna, di cui abbiam torto a non tener abbastanza conto.

Il commendatore Torelli prefetto di Venezia, volle investigare quali siano stati in quel periodo di tempo i sacrifizi minori a paragone di quelli fatti di sangue e d'ogni altra maniera. Non tenendo conto di quanto ebbe dal di fuori, Venezia ha speso del suo in quei giorni cinquanta milioni. E non ostante i suoi sacrifizi, non se ne vanta, anzi non ne parla affatto: è bisognato, ripeto, che un intelligente amministratore non veneziano facesse questa ricerca, perchè il pubblico ne fosse informato. Nessuna meraviglia, dopo ciò, se oggi la nobile città è in istato di grande prostrazione, se molti suoi concittadini hanno emigrato, se buon numero di case sono disabitate.

Ma il vigor antico in quei petti non è morto, e si riprodurrà in faccia al mondo con esempi significanti.

Fra i figli attuali di Venezia, siccome porta l'indole di questo libro, vogliamo qui rammentare alcuno de' più meritevoli, e subito la mente corre ad un uomo che ebbe una singolare esistenza e seppe vincere grandi ostacoli recando molto bene al paese.

È questi

 

Giuseppe Antonelli

Sebbene nella prima metà del corrente secolo l'Italia fosse al tutto divisa, e l'una dall'altra isolatissime le sue provincie, tuttavia fu conosciutissimo in ogni parte della nostra patria, da tutti a un dipresso quelli che si compiacevano di lettura, il nome di Giuseppe Antonelli.

Da Venezia, ove aveva un grande centro di pubblicazioni sorretto da case filiali a Ferrara, a Verona ed altrove, egli mandava in ogni città d'Italia, d'anno in anno, migliaia di volumi, che si distribuivano in ogni parte, dalle biblioteche meglio fornite e dai saloni dei ricchi fino ai più umili casolari. Erano pubblicazioni d'ogni sorta, alcune eleganti, costosissime, curate con studio diligente ed amore squisito dell'Arte, e volumetti che pel pregio del buon mercato potevano andare in mano di tutti. Esempio mirabile d'operosità e buon gusto in un tempo d'inerzia tanto sconsolante e generale. Quelli che ammiravano allora e ricordan oggi l'operosità singolare e benefica dell'Antonelli non sapevano affatto quali fossero stati i suoi primi passi, quante terribili difficoltà avesse dovuto superare per giungere a quel punto.

Nato in Venezia l'anno 1793, Giuseppe Antonelli nella fanciullezza perdette il padre, e si trovò sfornito a un dipresso d'ogni istruzione elementare, sapendo discretamente leggere ma stentatamente scrivere, colla vedova madre e tre fratelli d'età minore, sprovveduti d'ogni mezzo di sussistenza. Ma aveva in la più grande delle ricchezze, l'energia del volere.

Per campare la vita, cominciò dai più faticosi lavori nelle officine, ma in breve, per le vicende dei tempi, anche questi mancarono; egli non si sconfortò, cercò di fare qualche cosa ad ogni costo, e, mancando ogni altro modo, si diede, per guadagnar pochi soldi alla giornata, a far girare dall'alba al tramonto una macina a mano con cui nel tempo del blocco in Venezia si macinava il frumento. Venuta la sera e lasciato quel faticoso lavoro, non si ristava per questo. La sera ha parecchie ore che possono essere bene adoperate. In tempi migliori gli avi dello Antonelli avevano fatto il commercio dei libri: egli lo sapeva, ed avrebbe amato molto tenere la stessa via: non potendo far altro, comprava qualche volume, poi girellava ogni sera sotto i portici delle Procuratìe, sulla piazza, in tutti i luoghi di pubblici ritrovi, offeriva i suoi libri, li smerciava. Il garbo del giovinetto, il suo piglio deliberato e schietto, la grazia delle sue parole, gli agevolavano questo commercio, e spesso i signori che compravano, lo trattenevano in discorsi, e si compiacevano delle sue pronte, argute, assennate risposte. Egli intanto leggendo la sera, e considerando la poca operosità dei librai di Venezia e l'avidità di letture che scorgeva nei suoi compratori, veniva dicendo a stesso che ove non gli fosse mancato assolutamente ogni mezzo, moltissimo certamente avrebbe potuto fare in quella via. Qualche volta scappò fuori a dire ad alta voce in presenza di parecchi

— Se io potessi disporre d'un migliaio di lire, ho il fermo convincimento che riuscirei a fare qualche cosa di utile.

Egli diceva quelle parole come rispondendo ad un suo interno, assiduo, incalzante pensiero, ma non colla speranza che potessero procurargli il compimento del desiderio suo. Era poco più che fanciullo; ma aveva il giudizio retto, ed era stato ammaestrato da quella grande maestra che si chiama sventura: la maestra che fa i migliori scolari. Sapeva bene che un povero giovanetto della sua fatta, un operaio che rivendeva libri alla sera, il quale fosse andato a domandare ad un ricco un migliaio di lire per imprendere pubblicazioni letterarie, avrebbe corso il rischio di essere preso per mentecatto, se non peggio. Ma quello che non comprende un uomo, comprende sovente una donna.

Una signora che aveva conosciuto e istintivamente giudicato quanto veramente valeva quel giovanetto, gli venne tanto generosamente quanto inaspettatamente in aiuto colle sospirate mille lire.

L'Antonelli si accinse subito all'opera.

Cosa singolare! Il giovane sprovveduto d'ogni regolare istruzione, pensò a ristampare prima d'ogni altra cosa i Sepolcri di Ugo Foscolo, poi la Storia della Grecia Antica del Gilliés e quella della Letteratura italiana del Tiraboschi; poi la Corinna della Stael.

Stampò questi libri col suo nome come editore, mai pei tipi altrui.

E questi libri pubblicati ed ottimamente smerciati gli porsero modo di compiere il più ardente dei suoi desiderii, quello di mettere su per proprio conto una tipografia. Ciò gli riuscì nel 1816, nel palazzo Capello a San Giovanni Laterano, poi nella casa de' Lezzi, e tre anni dopo gli Atti della distribuzione dei Premi d'Industria Nazionale dell'anno 1829 in Venezia, dicevano: «L'alta prosperità cui, da soli tre anni, salì in Venezia il grandioso Stabilimento dell'Antonelli, può reputarsi un beneficio nella pubblica economia, impiegandovi tante persone, dandovisi mano a tante arti diverse, e recando tanta merce ai desiderii di chi ne domanda.

«La Commissione volle certificarsi di quanto attestavano i bilanci scritti e presentati dallo Antonelli. Lo stabilimento occupa da cima a fondo uno dei più sontuosi ed ampi palazzi della città; vi si rinvennero in gran numero traduttori e correttori, compositori, e stampatori, piegatori e cartolari, una fonderia di bei caratteri, uno studio d'incisione; e l'imponente e tranquillo procedere di tant'opera attesta la vigilanza e la capacità del proprietario». La rapidità della fortuna dell'Antonelli sapeva del miracolo!

Nell'anno 1844 poi, l'Istituto di scienze lettere ed arti di Venezia, negli Atti della solenne distribuzione dei premi d'Industria, conferendo all'Antonelli la medaglia d'argento, così diceva: «Il più vasto ed importante stabilimento tipografico non solo del Regno Lombardo-Veneto, ma probabilmente di tutta l'Italia, è quello del benemerito e più volte premiato signor Antonelli, la cui operosità è sempre grandissima nella tipografia, nella calcografia, nella stampa, ed in tutto ciò che aiuta e sostiene quest'arte; è inutile aggiungere alcuna lode all'attività ed alla perseveranza di un uomo per le cui imprese si diffondono tante migliaia di volumi e di stampe, e trecento e più individui ritraggono i loro mezzi di sussistenza».

L'Antonelli stampava allora opere costosissime e di tutta eleganza per le incisioni e la stampa, ed aveva tanta fede nella riuscita, che non aspettava lo spaccio e neppur la fine di una per incominciarne un'altra. Ne mandava avanti parecchie ad un tempo. Così pubblicò a un dipresso contemporaneamente: Le Fabbriche e i monumenti cospicui del Cicognara, le Opere architettoniche del Sanmicheli, la Veneta Pinacoteca, ed il Palazzo Ducale dello Zanotto, le Fabbriche ed i Disegni del Diedo, il Tempio di Possagno del Missirini, gli Studi architettonici e ornamentali dello Zanetti, il Parallelo delle più classiche fabbriche del Durand. E appena era compiuta la pubblicazione di tanti e sì splendidi volumi, subito incominciava il Nuovo corso completo di pubbliche costruzioni dello Sganzin, provveduto di 218 tavole in rame; il Trattato di architettura di Leonzio Reynaud, corredato di 92 incisioni, e la Raccolta di decorazioni interne di Perrier e di Fontaine, ricca di 120 incisioni: e poi l'Industria Artistica del Foullienne, l'Enciclopedia ornamentale del Malapeau, il Proprietario Architetto del Vitry, ecc., ecc.

Mentre attendeva a cosiffatte elegantissime e dispendiose edizioni e a grossi Dizionari ed altre pubblicazioni voluminose e lunghe intorno a tutte le scienze, stampava migliaia di volumetti da una lira, che si diffondevano in ogni terra d'Italia.

Sovente gli accadde di fare ad un tempo della stessa opera un'edizione di lusso ed una economica: ciò si fa oggi in Francia, ma l'edizione economica vien dietro l'altra di qualche mese. L'Antonelli le mandava fuori tutte e due insieme, perchè non voleva che il povero fosse privo anche per un sol giorno di quel cibo intellettuale che gusta sovente assai meglio del ricco.

E si dava pensiero davvero, quell'editore dabbene, di dare al povero un buon cibo intellettuale.

Gli editori italiani che mirano solo al guadagno pubblicano romanzi tradotti: ciò si faceva largamente ai tempi dello Antonelli in ogni parte d'Italia, ciò si fa oggi più che mai, e non è d'uopo che io dica in qual modo. Sollecitato da taluni, l'Antonelli incominciò una Biblioteca romantica, ma se ne pentì subito, e con proprio danno la troncò al quinto volume; poi, cedendo a nuove sollecitazioni, avviò una Collana romantica, ma a questa lasciò fare anche minor cammino: al terzo volume la soppresse. Il maggior romanzo che per le sue stampe si divulgasse in Italia fu l'Adele e Teodoro di madama di Genlis, sei volumi, i quali finalmente non formano che una serie di lettere intorno all'educazione dei figli.

E i volumi pubblicati dall'Antonelli si calcolano oltrepassare in complesso i dieci milioni.

Incredibile è la rapidità con cui spingeva avanti gli impresi lavori. In quattro mesi compì la bella pubblicazione dei quattro grossi volumi intitolati Venezia e le sue lagune.

Ma fece una volta una cosa ben più straordinaria. Ebbe un giorno avviso da una lontana provincia d'Italia che lo smercio di una sua recente pubblicazione trovava intoppo per via d'un'altra edizione meno dispendiosa, preparata e promossa per soverchiarlo. Appena ricevuto l'avviso, deliberò di fare immediatamente egli stesso un'edizione della medesima opera che per la modicità del prezzo vincesse ogni comparazione possibile: e il primo volume di quest'opera, cosa incredibile, venne composto, corretto, impresso, legato, e in centinaia di copie spedito in Toscana nel giro di ventiquattro ore.

Così sapeva volere quell'uomo: e la sua volontà indomabile dava un'irresistibile impulso alle centinaia di operai delle sue officine avvezzi ad obbedirlo e a secondarlo con tutte le loro forze, sostenendo in lui la vita e l'anima di tutto lo stabilimento.

Breve nei detti, duro nei gesti, vivo, concitato, i suoi operai lo amavano come un padre, perchè sapevano che all'uopo era egli veramente un padre per loro. Quando s'ammalavano, non solo non li abbandonava, ma oltre allo stipendio dava loro soccorsi anche se a lungo si fosse protratta la malattia. Non scacciava quelli che dopo una vita operosa e buoni servizi, o per infermità o per vecchiaia, non erano più atti al lavoro; li teneva, con squisita gentilezza d'animo, assegnava loro qualche facile ufficio onde potessero credere di guadagnarsi ancora il loro soldo e non aver l'elemosina. Furon veduti vecchi che egli tutte le mattine mandava a prender a casa, e tutte le sere faceva riaccompagnare, per tenerli il giorno nello stabilimento, nello scopo sopradetto.

Quando il colèra del 1836 imperversò in Venezia, con tutto il terrore di un nuovo, ignoto, tremendo malore, e tanti si volsero in fuga, e caddero al tutto gli affari, l'Antonelli tenne tutti i suoi operai, e li confortò al coraggio e al lavoro coll'esempio. Quando nel 1849 durante l'assedio ogni lavoro era cessato, e possiamo dire ogni ragion di lavoro, in Venezia, l'Antonelli tenne aperto il suo stabilimento, non congedò pur uno dei suoi operai, continuò a dare guadagno a tutti, e con quanto suo danno ognuno ben se l'intende.

Perciò fu pianto alla morte come un padre, non solo dai suoi operai, ma da tanti cui in segreto beneficava respingendo bruscamente i ringraziamenti. Ben a ragione nelle epigrafi dettate pel suo funerale, il professore Lodovico Pizzo potè dire di lui che

 

NATO POVERO

FRA GLI AGI E GLI ONORI

MERITATI

IL SENTIMENTO DEL CUORE

NON MUTÒ

NEI POVERI PIETOSISSIMO

SEMPRE

 

Il bene fatto all'Italia dall'Antonelli colle sue pubblicazioni è incalcolabile, sì per le opere popolari e d'istruzione, come per quelle di alta letteratura. Parecchie pubblicazioni pregevolissime di scrittori latini e nuove traduzioni vennero fatte per opera sua, affidandosi egli allo eletto ingegno del professore Pietro Canal, che con pari felicità tratta disparate ed ardue discipline.

Le pubblicazioni dell'Antonelli compresero tutti i rami dello scibile umano. Egli si circondò di tutti gli uomini migliori che potè trovare, e se non riuscì in tutto a evitare i guastamestieri che si affollano sempre intorno agli editori in voga e piglian sovente il posto dei buoni, nessuno se ne deve fare meraviglia. Anzi, se qualche cosa deve meravigliare, si è che ciò non gli sia assai più sovente accaduto. Giuseppe Antonelli morì addì 20 dicembre 1861. I figli degnamente ne continuano il nome.

 

Lorenzo Radi e Antonio Salviati

L'isoletta di Murano presso Venezia era una delle meraviglie che non mancavano di visitare re, principi, ambasciatori, e tutti gl'illustri personaggi che temporaneamente veniva ospitando Venezia ai tempi della sua grandezza. si facevano quei mirabili lavori di vetrerie, specchi, vetri soffiati, filigrane, conterie, che si diffondevano poi in ogni parte del mondo. Enrico III, re di Francia e di Polonia, visitò Murano, vi pranzò e vi dormì una notte; accompagnato dai duchi di Nevers, di Mantova e di Ferrara, avendo quest'ultimo al suo seguito Torquato Tasso. Quando il Re ripartì, i maestri vetrai più distinti, lo accompagnarono fino a Venezia dalla parte del lido, con una barca fatta in forma di mostro marino, di cui l'infocato ventre era rappresentato da una fornace, intorno alla quale lavoravano gentilissimi oggetti di vetro; quel Re, ammirato dei lavori che vide fare ai maestri vetrai, diede loro la nobiltà. Le perle e margarite di Murano, dette allora conterie perchè presso a varii popoli adoperate come moneta, andavano in tutto il Levante, sulle coste della Guinea e dell'Abissinia, a Bassora, in Aleppo, in Alessandria, a Costantinopoli, a Damasco, in tutta la Soria, nella Turchia, nell'Egitto, nella Persia, alle Indie, in Cina, sulle coste dell'Africa, a Tripoli, a Susa, a Fez, nel Marocco, nella Francia, nell'Inghilterra, nella Spagna, in Germania. L'isola contava trentamila abitanti, tutti dediti a quei lavori, operosi e ricchi. I signori veneziani avevano in Murano le loro più amene villeggiature, i più bei giardini, e vi si deliziavano in feste, conviti e balli; Murano era segnalata ancora per accademie letterarie, per lavori d'arte, di pittura e d'architettura. Era come la Versailles di Venezia, ma appunto colla differenza che correva allora fra il governo di quell'austera Repubblica, e quello dei re di Francia. Mentre la Versailles di Parigi non era che un luogo consacrato ai divertimenti del re e della corte, il luogo di piacere dei patrizi veneziani era pure un luogo di lavoro e di studio, sorgente di ricchezze e di lustro alla patria. Ora Murano è scaduta dall'antica grandezza: i suoi trentamila abitanti si sono ridotti a cinquemila: ma intendono sempre ai loro lavori, e proseguono coraggiosamente, cercando di far rivivere la loro antica prosperità, e mantenere quel primato che in fin dei conti nessuna nazione fino ad oggi ha potuto loro contendere.

Due uomini in questi ultimi tempi hanno dato un nuovo poderoso slancio ai lavori di Murano, ed hanno vôlto tutte le loro forze alla bella opera di riportare quell'isola allo splendore primiero. Essi sono il signor Lorenzo Radi, e il dottore Antonio Salviati.

Lorenzo Radi è nato in Murano sul principio del corrente secolo; povero, s'occupava giovinetto d'altri lavori per campare, ma l'amor dell'arte vetraria, tradizionale nella sua famiglia, faceva sì, che impiegasse tutto il tempo che avrebbe potuto dare al riposo in prove e riprove per riprodurre alcune opere pregiatissime dei suoi padri. Riuscì a rifare lo smalto d'oro e d'argento con tutta la perfezione antica, e l'Istituto Veneto lo premiò con medaglia d'oro. Si volse allora tutto ai suoi lavori prediletti, e riuscì mirabilmente, oltre alla produzione degli smalti d'oro e di argento, in quella pure degli altri materiali d'ogni più delicata gradazione, per cui diede i mezzi d'adoperare i vetri dove in passato si adoperavano le pietre, con effetto molto più durevole e bello.

Nel meglio dei suoi lavori, il Radi s'incontrò col Salviati, e fu ventura.

Antonio Salviati era avvocato a Vicenza: fece il cambio del posto con un avvocato di Venezia, e venne in questa città. Egli aveva anima d'artista, e le meraviglie d'arte che costantemente gli stavan sott'occhi in Venezia in breve gli presero tutti i suoi pensieri: vide il decadimento dell'arte vetraria e dei mosaici, e si sentì invaso dal nobile desiderio di far rivivere quest'arte. Oltre al gusto fino, egli aveva operosità, ardimento, attitudine a governare gli operai, a farsi intendere da loro, a far eseguire loro quei lavori che limpidi e perfetti egli aveva nella mente.

Lasciò l'avvocatura, si diede tutto alla buona impresa, lottò contro molte difficoltà, e finì per riuscire. Gli vennero in aiuto capitalisti inglesi che si mostrarono partecipi del nobile sentimento che lo animava, assai più che non mossi da mire di guadagno.

Il Salviati ha un deposito dei suoi prodotti in una bella bottega in Piazza San Marco, un deposito assai più grande con officina in un ampia casa sul Canal Grande, ed una fabbrica a Murano. I lavori più fini ed eleganti, i vasi antichi colla maggior perfezione imitati tanto da tener dubbiosi i più esperti conoscitori, ed ogni sorta di vaghissimi lavori di vetro che uomo possa immaginare, si vedono in quei depositi. Nella fabbrica di Murano è spettacolo sorprendente quello degli operai al lavoro. Un pezzo di vetro liquefatto nella fornace ardente vien circondato maestrevolmente di fili di varii colori, poi, ora soffiando dentro con una lunga canna di ferro, ora con un'altra toccandolo e ritoccandolo, riponendolo al fuoco e levandonelo ripetutamente a tempo, e racconciandolo e lisciandolo e levando ed aggiungendo, ne vien fuori in faccia allo spettatore una boccetta variopinta dei più svariati colori, con disegno elegantissimo.

Gli operai maestri hanno in quelle fabbriche 16 lire al giorno. I ragazzi cominciano con 2 lire la settimana, poi più o meno rapidamente cresce il loro stipendio secondo l'attitudine, che in generale è mirabile tanto che si direbbe essersi dai loro maggiori trasfuso in essi qualche cosa ereditariamente che li rende in particolarissimo modo atti ad ammaestrarsi in opere cosiffatte.

Dirige oggi la società anonima Salviati e Compagnia, l'avvocato Mattia Montecchi, ed è prezioso elemento di bene per essa.

Oltre ai lavori fatti per la chiesa di San Marco, voglionsi qui riferire le decorazioni a mosaico fatte a Londra dalla casa Salviati nella cattedrale di San Paolo, a Windsor nella cappella reale detta del cardinale Wolsey, in Hyde Park al monumento del principe Alberto e quelle dell'altare nell'abbazia di Westminster.

Ora in quelle officine stanno lavorando due ritratti fatti dallo Zana, uno di Marco Polo, l'altro di Colombo, che la città di Venezia si propone di mandare in dono a Genova. Il Marco Polo è compiuto, e nessuna parola ne può dir la bellezza.

Perfino in America i lavori della fabbrica Salviati ebbero lode grandissima ed hanno tuttavia diffusione meravigliosa.

Lorenzo Radi ed Antonio Salviati sono uomini molto benemeriti di Venezia e d'Italia. Essi hanno fatto rivivere un ramo d'industria artistica per cui è andata gloriosa la nostra patria, un ramo d'industria che, siccome è stato, può essere ancora sorgente di molta ricchezza al paese.

E non è senza orgoglio e senza dolore che siam costretti a confessare essere essi conosciuti e stimati in Inghilterra assai più di quello che siano stimati e conosciuti in Italia.

 

Pini Bey

Gli avi di Pini Bey vissero nel Veneto a Bovalenta. Ora è più d'un secolo, il nonno di Pini Bey con un suo compagno chiamato Bastian Battaggia, ricchi entrambi sol di gioventù e di coraggio, mossero verso l'Egitto. Il Pini si diede al commercio, e meritò colla sua onorata condotta distinzioni dal suo governo (del quale ognuno sa quanto fosse guardingo nelle scelte) che lo fece console. Sposò in Egitto una Armena, da cui ebbe molti figli, dei quali fu primo Giovanni, che si trovò presto, per immatura morte del padre, a capo della famiglia.

Giovanni Pini proseguì nel commercio, e conducendo le cose sue con senno, notabilmente arricchiva: egli sposò una giovane di rara bellezza e di più raro ingegno, d'ottima famiglia aleppina.

Al tempo dell'invasione francese in Egitto, apprezzatissimo da quel grande conoscitore degli uomini che era Napoleone Bonaparte, rese segnalati servizi al corpo di spedizione ed al generale in capo. Ciò valse oggi alla sua famiglia la protezione del governo francese data da Napoleone III in memoria degli antichi servizi: ma allora quei servizi compromisero gravemente Giovanni Pini, quando i Francesi lasciarono l'Egitto: in quel paese esposto alle rappresaglie ed alle vendette rese più feroci dal fanatismo religioso, egli si trovò mal sicuro, anzi in pericolo; onde s'appigliò al partito d'abbandonare l'Egitto, e venne colla famiglia in Venezia, proseguendo quivi il commercio, che dapprima fu prospero, ma poi, per le vicende dei tempi, e sopratutto pel blocco continentale, sofferse rovesci e ridusse a ben poco l'aver suo. Giovanni Pini era venuto in Venezia con tre figliuoli; altri tre gli nacquero in questa città: due femmine ed un maschio, che fu appunto il Francesco Pini-Bey di cui parliamo. Egli nacque il giorno 21 aprile dell'anno 1809 nel palazzo Contarini a Santo Eustachio.

Nel 1811 suo padre e sua madre ritornarono in Egitto, rimanendo egli col resto della famiglia in Venezia, ove suo zio (Antonio Pini) se lo associò nella direzione e gestione della casa di commercio.

Nel tratto di tempo che passò in Venezia, Francesco Pini diede opera con molta intensità di volere e felicità d'ingegno agli studi: un suo maestro, dotto sacerdote, don Domenico Bazzana, pievano di San Cassiano, che l'ebbe discepolo dai sei agli undici anni, ricordava spesso con ammirazione la mente svegliata di lui, ma sovratutto la costanza nell'applicazione, e la straordinaria energia del volere. Invero questo è il suo pregio più caratteristico, e fa meraviglia come una così rara fermezza e una forza d'animo così poco comune si manifestassero in lui fin da fanciullo.

Chiamato dalla famiglia in Egitto nel 1820, era tale l'amore che egli aveva preso agli studii, e segnatamente a quelli delle matematiche, che volle proseguire in questi studii fin dove in quel paese riuscisse possibile.

Erano allora in Egitto parecchi Italiani che fondarono le prime scuole (cosa di cui oggi si merito ai Francesi), e fra questi un don Carlo Bellotti, matematico valente, che fu al Pini amorevole e dotto maestro. Frattanto egli faceva le sue prime operazioni di commercio nella casa paterna. Dal 1827 al 1833 egli fu poi direttore della casa stessa, e quindi in proprio nome continuò il commercio per una ventina d'anni, con varia fortuna, distinguendosi per ardimento ed ampiezza di concetti, prontezza ed operosità, osservanza della parola data, abborrimento dai sotterfugi e dagli ambigui spedienti; amato quindi, e stimato dai buoni, od odiato ed abborrito dai tristi, secondo il vario avvicendarsi degli eventi. Fu anche per un breve tratto di tempo viceconsole di Napoli prima del 1848.

Il quale anno, apportatore di nuove fortune alla patria, fu per lui pure fecondo di nuove cose.

I negozianti veneti che avevano interessi in Egitto, nel nuovo assetto politico dato al loro paese natale, domandarono al presidente Daniele Manin che Francesco Pini fosse nominato rappresentante di Venezia in quel paese, e la domanda fu secondata. Francesco Pini consacrò allora le poderose sue forze, il suo tempo, parte dei suoi averi, alla passeggera repubblica veneta, e al cadere di questa per sfuggire le vendette austriache ebbe la protezione francese; ma alla pace di Villafranca volle aver comune la sorte coi suoi concittadini, e così fu fino al riscatto.

Ma mentre si volgevano così dure le vicende d'Italia ed angosciavan l'animo di Francesco Pini, le vicende d'Egitto s'andavano svolgendo in modo da preparargli in quel paese splendide venture.

Il carattere di Pini-Bey, di cui già abbiamo dato un cenno, spicca principalmente per ardimento ed energia: naturalmente l'indole sua lo porta alle avventure, alle imprese malagevoli, ai contrasti, alle lotte; egli è sdegnoso, altiero, d'un'alterigia che confina coll'orgoglio: amante del bene ed abborrente dal male, senza transazioni, senza mezzi termini, senza concessioni, senza sottintesi. Con ciò non si va avanti presso i sovrani in nissun paese, e tanto meno in Oriente: eppure questi pregi, o questi difetti, ove meglio piaccia così chiamarli, dovevano fare di Pini Bey un cortigiano favorito.

Morto dopo un lunghissimo regno Mohamed-Alì, e morto il suo spirito assai prima del suo corpo, dopo pochi giorni di governo seguiti da morte di Ibrahim pascià, si succedettero sul trono di Egitto Abbas-pascià e Said-pascià. Questi due principi con pari sentimento furono avversi ai figli di Ibrahim-pascià, chiamati, secondo il costume orientale (ora mutato in Egitto), alla successione al trono. Questi figli, eredi del grande ingegno paterno, avevano coltura e studii ed educazione europea. Ahmet-pascià, primogenito di Ibrahim-pascià e principe ereditario d'Egitto, pose speciale affetto in Pini-Bey; e questi si trovò subito molto propenso ad amare e servire un principe ricco di pregi e d'ingegno, perseguitato ed oppresso; troppo bene questo parteggiare pei deboli e per gli oppressi entrava nell'indol sua.

Dal 1853 al 1856 Pini-Bey diresse l'amministrazione dei beni privati di Ahmet-pascià: era un'amministrazione vasta, complicata, malagevole, che colla tenacità del suo volere, colla integrità e colla energia sua consueta, egli in breve ridusse a buon termine: allora se ne ritrasse contro il volere del principe, che gli conservò vivissimo sempre il suo affetto pel resto della sua vita.

Ma quella vita doveva essere malavventuratamente brevissima.

Nel 1858, mentre traversava in ferrovia sovra un ponte il Nilo, la carrozza in cui si trovava il principe precipitò nel fiume, e questi vi si annegò con molti del suo seguito.

Ismahil-pascià, fratello dello sventurato principe così miseramente perito, aveva avuto campo di apprezzare i meriti di Pini-Bey; subito lo volle con , e se lo tenne al suo servizio particolare fino al suo avvenimento al trono d'Egitto.

Da quel giorno in poi fu una successione non interrotta per Pini-Bey, da parte del principe, di distinzioni, di favori, di onorificenze e di doni: e quest'elevata posizione in Egitto gli valse pure molte onorificenze da parte di parecchi sovrani di Europa.

Pini-Bey ha avuto dal Sovrano dell'Egitto distinzioni e cariche quali un europeo e cristiano non ebbe mai in Oriente. Ciò non è tanto effetto d'una simpatia personale del principe per l'uomo di Stato, quanto di condizioni speciali d'animo, di giudizio, di sentimenti dell'uno e dell'altro.

Una delle piaghe più gravi dell'Egitto è la cattiva amministrazione: un altro paese amministrato al modo in cui fu l'Egitto, sarebbe a quest'ora in una spaventosissima miseria: se l'Egitto è florido, ciò dipende da che la ricchezza della sua terra è tanta, che nulla la può distruggere: ma tuttociò è relativo, e nessuno può dire fino a qual sommo grado di prosperità possa arrivare quel paese amministrato bene. Un'altra piaga dell'Egitto è l'ingerenza soverchia, l'ascendente, la pressione degli Europei sul governo locale. Per varie ragioni, alcune buone ed altre mediocri, Mohamed-Alì aveva fatto agli Europei una grandissima parte, e sovratutto ai Francesi, individui e governo. I suoi successori, per molti versi o facendo meno o facendo più, fecero peggio. Quindi il flagello prima delle influenze, delle commissioni, delle largizioni, poi dei processi e delle persecuzioni, non sempre conservando i consoli quella indipendenza, quella energia, quella imparzialità, che avrebbero dovuto conservare.

Ismahil-pascià fin dal giorno in cui salì al trono conobbe questi mali, e si propose di porvi rimedio: volgendo gli occhi intorno a , vide che nessuno avrebbe potuto meglio intendere i suoi piani e meglio secondarli di Pini-Bey: la sua pratica degli uomini e delle cose, la sua profonda conoscenza delle leggi mussulmane e di Europa, la sua integrità inflessibile, la sua energia a tutta prova, lo assicuravano di un felice risultato. E Pini-Bey accettò coraggiosamente il grave incarico e coraggiosamente lo prosegue. Non è d'uopo dire che mille ambizioni deluse, mille mediocrità lasciate in disparte, mille perversità svelate, mille intrighi sventati, gridano contro di lui ad una voce sola.

Ismahil-pascià ha nella mente fra gli altri un giustissimo pensiero, per noi molto importante. Quel sovrano pensa che con reciproco vantaggio fra l'Italia risorta e l'Egitto si debbano rannodare gli antichi rapporti, moltiplicati da tutti quei mirabili mezzi di comunicazione che concedono i tempi moderni: Pini-Bey, amante tanto sviscerato dell'Italia come dell'Egitto, seconda con tutte le sue forze questo concetto giustissimo del suo principe.

Quest'anno (1868) Pini-Bey venne a visitare Venezia, e ricomprò il palazzo dov'è nato. Diede diecimila lire alla nuova Società di Commercio che sotto buoni auspizi sta per sorgere, e propose un'associazione per mandare giovani veneti ad imparare il commercio nelle migliori piazze.

Lontano o vicino, ebbe ed avrà sempre nel cuore la sua città nativa e la sua patria risorta a migliori e più splendidi destini.





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