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MILANO
I Promessi Sposi. — Lavori
intellettuali in Milano. — Il Museo Civico. — Ambrogio Binda. — Giulio Richard.
— Andrea Gregorini.
Il sole tramontava dietro ai monti del lago di
Lecco al cader d'un giorno di giugno del 1866, e un giovanetto in sui sedici
anni, spingendo innanzi co' remi la sua barchetta sul lago, faceva osservare ai
suoi genitori le splendide tinte di quel tramonto, e la bellezza delle
circostanti vette. Quel giovanetto aveva lasciato la famiglia per correre con
Garibaldi alle patrie battaglie, e i genitori erano venuti a dargli un ultimo
saluto prima che partisse pel Tirolo.
— Guardate, disse il barcaiuolo,
indicando a destra col braccio teso, guardate là, proprio là era la parrocchia
di Don Abbondio: e un po' più sotto è il sentiero dove lo fermarono i bravi di
Don Rodrigo.
Quel barcaiuolo credeva nella
reale esistenza di Don Abbondio come nella cosa più certa di cui mai avesse
avuto certezza.
Ritornati a Milano, quei due,
che pure avevano sull'anima sì grave peso, guardando il duomo non potevano a
meno di ricordare che Renzo, sebbene in tanto travaglio quando arrivò a Milano,
si soffermò a guardare immobile quella mole di marmo: poi andarono a visitare
il luogo dove fu il lazzaretto, parlarono a lungo del cardinale Borromeo,
rievocarono quelle scene terribili e pietose della peste, via via tutto il
libro del Manzoni, e da quelle rimembranze trassero conforto e coraggio.
Gli Inglesi hanno detto che le
Avventure di Gulliver, narrate dal decano Swift, piacciono a tutte le età,
dilettano i fanciulli e fanno pensare gli uomini serii.
Con quanta maggiore ragione non
si potrebbe dir questo dei Promessi Sposi!
Provatevi a leggerlo quando avete l'animo
angosciato, e sentirete che in breve vi solleva e vi lascia, almeno per un
tratto di tempo, migliori.
Provatevi a leggerlo con animo lieto, e la vostra letizia si farà più
nobile e più dolce. — Datelo ad un fanciullo, datelo ad un vecchio, datelo ad
un uomo rozzo, datelo ad un filosofo, datelo alla vergine innamorata,
all'orfana derelitta, alla vedova sconsolata, e tutti vi troveranno speciali
attrattive, pascolo conforme all'animo, campo di meditazione, ammaestramento,
diletto.
Padre Cristoforo, Lucia, Agnese, Perpetua, Innominato, vecchi amici della
nostra infanzia, cari compagni di tutta la vita, quanta gratitudine non
dobbiamo noi a chi vi ci ha fatti conoscere!
Sotto la tenda di un viaggiatore italiano che dopo una faticosa giornata
nelle steppe diserte tra Tauris e Teheran si stava riposando sdraiato con un
libro in mano, entrò un suo compagno di viaggio, dalmata, che aveva famigliare
la lingua italiana, giovane di molto studio e di molto ingegno.
— Che cosa
leggi? domandò all'amico.
L'amico gli porse il libro.
— I Promessi Sposi! un cosiffatto libro ti sei portato d'Italia?
Un romanzo?
— Mi son portato i quattro poeti
ed i Promessi Sposi. Questi già m'hanno accompagnato in Grecia ed in
Egitto, e in molta parte d'Europa.
— Ecco come siete voialtri
Italiani!
— Hai mai letto i Promessi Sposi?
— No.
— Leggili.
— E gli porse il libro.
L'amore di cui il giovane
dalmata fu preso per quel libro è stato tale, che due anni dopo in Italia ne
riparlava col suo amico, e gli diceva che, sebbene avesse letto e riletto tante
volte il Manzoni da saperlo a mente, ormai non gli pareva di aver ben compiuto
la giornata se non ne rileggeva ogni sera qualche pagina.
Il poveretto morì poco dopo
lontano dalla sua patria, e metto pegno che gli fu trovato, come a Vincenzo
Gioberti, il volume dei Promessi Sposi sul letto.
L'Italiano che ha in cuore il
culto delle patrie glorie, quando visita Milano, cerca la casa di Alessandro
Manzoni, poi va in traccia dei tigli all'ombra ospitale dei quali riposava le
stanche membra Giuseppe Parini, e ripensa ai giorni in cui in quella città, Monti,
Foscolo, Pellico, Rasori, tenevano viva la fiaccola del sapere in Italia e
l'amor di patria, e manda un saluto alla memoria di Carlo Porta, e sussurra
melanconicamente i versi dolcissimi dell'Ildegonda, e ripete le animose
rime satiriche che aguzzarono la punta del sarcasmo a ferire l'orgogliosa e
superba jattanza straniera, e volge indietro l'occhio della mente a' giorni in
cui il Conciliatore e il Crepuscolo accoglievano nelle pagine
sapienti e coraggiose gli scritti de' severi cultori della scienza, e
nascondevano sotto i veli trasparenti della letteratura la spada che doveva
combattere le ultime battaglie del riscatto italiano.
Milano fu città di grande lavoro
intellettuale in quei durissimi giorni: le lettere, le scienze, le arti belle
vi avevano culto amoroso e fedele quando altrove languiva la fede
nell'avvenire; e la buona tradizione non si è perduta.
In sul principio del corrente
secolo un giovane patrizio milanese, il signor Giuseppe De Cristoforis, s'era
dato con molto amore allo studio delle scienze naturali, ed accarezzava il
pensiero di diffondere quello studio in Italia, e segnatamente nella sua
provincia e città nativa.
Appunto allora egli s'incontrò col signor Giorgio
Ian, più avanti di lui negli anni, ungherese di origine e nato a Vienna, venuto
giovanissimo in Italia ad insegnare botanica nell'Università di Parma.
Quell'ardore che infiammava l'animo del De Cristoforis per lo studio e per la
diffusione delle cognizioni intorno alle scienze naturali, era pur vivo in pari
modo nell'Ian, che fino dalla giovinezza in Vienna aveva immaginati ed in parte
compiuti scritti, lavori, collezioni, intese a raggiungere il doppio suo scopo.
Quei due uomini benemeriti
iniziarono nel 1831, con programma a stampa, una società formalmente stipulata
nel 1832, scopo della quale dichiararono essere quello di unirsi
amichevolmente per accudire alla Fauna e alla Flora dell'Italia Superiore e
di darne la descrizione orittognostico-geognostica ed attestavano la loro buona
volontà e l'unanime loro tendenza accompagnata dall'indefesso zelo di
promulgare vieppiù le cognizioni di Storia naturale in Italia.
Quella bella associazione non doveva
sventuratamente aver lunga durata: poco dopo, nel 1837, quando appunto più
s'invigoriscono le forze e l'uomo supera le malagevoli imprese, appena in età
di 34 anni il De Cristoforis usciva di vita. Ma i nobili propositi e le opere
buone fruttano anche dopo la morte, come seme fecondo affidato ad ubertoso
terreno.
Il De Cristoforis morendo lasciò
le sue collezioni alla nativa città di Milano, notando l'importanza di esse, le
quali, a suo dire, in quel tempo superavano in tutti i rami le altre che
trovavansi in Italia, ed aggiungendo queste memorande parole:
«In quest'asserzione non ho
avuto di mira di farmene alcun vanto, ma solo d'indurre colla semplice verità
il Consiglio Comunale a non lasciarsi imporre da qualunque ostacolo, ed a fare
in modo colla sua solita saviezza, che non resti inutile questo Museo, cercando
anzi di ottenere la nomina di abili professori di queste scienze, tanto utili e
necessarie, perciocchè potrebbe anche essere un non indifferente principio per
l'istruzione del tanto necessario stabilimento d'istruzione tecnologica».
Il nobile voto ebbe pienissimo
compimento. Il prof. Ian, cedendo la parte di sua proprietà delle collezioni
che aveva in comune col De Cristoforis, divenne direttore del nuovo Museo di
Milano, ed una eletta schiera di benemeriti cittadini con oblazioni spontanee
venne in aiuto al Municipio milanese, onde, oltre all'annua dote del Museo,
avesse il prof. Ian un sufficiente assegno vitalizio (6000 lire) con cui senza
altra preoccupazione potesse assiduamente dar opera ai prediletti suoi studi.
Egli vi condusse vita operosa fino all'età di 86 anni, e morì addì 7 maggio
1866.
Ma da molto tempo aiutava l'Ian
nell'opera di accrescere le ricchezze di quel Museo il prof. Emilio Cornalia,
ne accudiva l'ordinamento, e lo illustrava colle dotte sue pubblicazioni.
Il prof. Emilio Cornalia, il
prof. Antonio Stoppani, il prof. Luigi Cremona, il prof. Brioschi, fanno parte
oggi d'una schiera di valorosi che si affaticano a dare a Milano una gloria
scientifica per cui non avrà nulla da invidiare alla sua grandezza passata la
grandezza presente ed avvenire.
Del resto Milano, esempio
imitabile, e non abbastanza imitato in Italia, è città che basta a sè stessa.
Popolata di chiarissimi ingegni, ricca di cittadini operosi e fortemente
volitivi, educati a vita larga ed attiva più che non sia quella di altre molte
città italiane, Milano è sempre iniziatrice di ogni nobile e grande impresa,
porge alimento agli studii, esplica le forze della sua industria, sviluppa lo
spirito di associazione, allarga e sgombra di ogni ostacolo il campo d'azione
della scienza, della letteratura e dell'arte, sa essere a tempo generosa e previdente,
sa pensare all'oggi e preparare il domani, e a forti opere si accinge per virtù
propria, per proprio impulso, senza mendicare dal governo, o pretendere dalla
nazione nè aiuto, nè incoraggiamento, nè danaro.
La stampa è oggi operosa in
Milano forse più che in qualsiasi altra città italiana; e se non dà sempre quei
frutti che si sarebbe in diritto di aspettare da una città così colta e
assennata, ciò non impedisce che intanto si tenga conto della sua operosità.
Fra il non fare e il far meno bene, è sempre preferibile il secondo: purchè si
faccia, il difetto d'oggi può essere corretto domani.
Come esempio dell'operosità
individuale in fatto d'industria daremo alcuni cenni di persone di cui tutti
conoscono la lieta condizione attuale, ma molti ignorano le lotte e le
difficoltà combattute e superate per vincere l'avversa fortuna e giungere fra
mille stenti alla mèta.
Ambrogio Binda.
Ad un amico che chiedeva al
signor Ambrogio il consenso per scrivere la sua vita, degnissima sotto ogni aspetto
d'esser raccolta in questo libro, egli rispondeva: — Facciano pure... Anche
volendo, io non potrei impedirlo. Del resto, moltissimi sanno già che cosa io
sia stato, sanno che cosa sono al presente, ed io stesso lo racconto a chi
desidera saperlo. Non ho fatto mai cosa di cui abbia a vergognarmi, ho
coscienza di non dovere arrossire in faccia a nessuno. Scriva dunque... e sarò
ben lieto, se i giovani operai approfitteranno dell'esperienza toccatami...
Questa risposta rivela la mente
sagace, il cuore eccellente ed il carattere nobilmente altero dell'uomo, che
noi offriamo come modello a chi comincia la vita fra gli stenti e la sventura.
Ambrogio Binda nasceva in Milano
il 15 febbraio 1811 da genitori poverissimi. A cinque anni morivagli il padre,
a sette la madre; e così orfano, povero, veniva raccolto da un parente che lo
portò seco a vivere in campagna. Quivi colle prime istruzioni scolastiche
riceveva le prime busse, colle quali sembrava che il protettore volesse
significare al ragazzo il pentimento dell'azione generosa: e quel ragazzo lo
comprese tanto bene e così presto, che all'età di otto anni abbandonò il suo
asilo per ritornare a Milano, deliberato di spingersi solo in mezzo al vortice
della società.
L'animo di lui non soltanto
ripugnava dall'idea dell'ozio, ma sentiva di poter immaginare, di poter fare
qualche cosa di nuovo. Tastò varie professioni, si profferse a molti
industriali; e se da taluno fu rimandato per la sua troppo giovine età, da
altri fu invece trattenuto per la compassione che facilmente ispira chi a
stento si procaccia la vita. — Finalmente all'età di soli nove anni e mezzo
entrava nella fabbrica di passamani di un tale Vigoni, ove guadagnava i pochi
soldi che gli bastavano a vivere. L'amore dell'ordine e del lavoro, più ancora
che il bisogno, lo rendono osservatore, gl'ispirano la buona abitudine del
risparmio, ed a 18 anni egli si trova ricco abbastanza da comperare con venti
lire austriache due vecchi telai.
Da quel momento si sente libero,
si trova indipendente: gli ardenti voti della sua giovinezza sono compiuti,
allorquando in una stanza al quarto piano dell'antico Coperchio dei Figini egli
vede impiantata la sua fabbrica. E ciò accadeva nell'anno 1829. Padrone,
operaio e rivenditore dei suoi prodotti, lavora indefesso ai galloni d'oro per
la Casa Cesati di Milano, ne ritrae compenso alle proprie fatiche, e mezzi
all'incremento del suo modesto opificio: da questo tempo possiamo considerare
nettamente tracciata la sua carriera. A ventidue anni compie la sua felicità
accasandosi con un'ottima donna che lo fece padre di tre figli.
Osservatore indefesso come egli
era, un giorno, tessendo stoffe appropriate a fabbricare bottoni, notò che
trovato una volta il modo di avere un tessuto in piccoli quadrati, come
volevansi per montare il bottone col disco di legno, non sarebbe stato arduo
l'attivare una speciale fabbrica a far nostra un'industria della quale tutto il
mondo era tributario dell'Inghilterra. Da quel momento volse tutta la sua
operosità, e impegnò tutti i suoi risparmi a concretare questo suo progetto: vi
si applicò con tenacità, tentò, riuscì.
I suoi prodotti per eccellenza
di fabbricazione e modicità di prezzi si imposero al commercio, e n'ebbe tale
incoraggiamento e così larghi guadagni da poter allestire in breve una fabbrica
importante e grandiosa, ove i lavori si eseguivano non più a mano, ma con
macchine speciali, in gran parte inventate da lui.
Il suo commercio rapidamente
fiorì: le continue ed importanti ordinazioni fecero conoscere i suoi prodotti
non solo in Italia, ma per tutta Europa. Animato sempre più il Binda dal buon
successo della sua impresa, nel 1842 compera una casa che tosto converte in
fabbrica introducendovi perfezionamenti continui. Dopo poco anche quella
località è insufficiente, ond'egli acquista un'area vastissima a Porta Romana
sulla quale nel 1847, comincia a innalzare un grandioso edificio ed un sontuoso
palazzo. La rivoluzione del 1848 lo sorprende in quell'ingrandimento; ma esso,
attivissimo, immagina tosto ripieghi per rispondere al bisogno urgente dei
bottoni di metallo: industria che doveva in appresso col soccorso della
meccanica e della chimica perfezionare a segno da gareggiare colle migliori
produzioni della Prussia, e più tardi esser base alla svariatissima
chincaglieria in ottone dorato, che fino a quel tempo era stata un'industria
esclusivamente francese.
Furono dunque tutti i giorni
color di rosa?... No... tanta energia di volontà, tanta costanza di propositi
dovevano urtare negli scogli del tempo. Le conseguenze della rivoluzione e
della guerra del 1848-49 turbarono gravemente l'andamento delle imprese del
nostro Binda. Proprio in quel tempo in cui urgeva portare a termine la
costruzione del suo grandioso opificio cominciato nel 1847, gli affari s'erano
a un tratto arenati; — l'emigrazione che avveniva in massa in Lombardia e lo
sconvolgimento politico europeo non lasciava speranza d'un vicino assestamento:
un'importante spedizione in America fatta in quel tempo era un capitale
totalmente perduto; viaggiatori inviati all'estero avevano mancato ai loro
doveri, avevano tradito la fiducia in loro riposta, — nel nostro paese
eminentemente agricolo, il proprietario nega ogni soccorso al commercio, — i
banchieri italiani (fatte pochissime eccezioni) dimostrano anch'essi poca
fiducia nell'industriale, — i valori rimessi dalla Germania non erano
realizzabili che a stento e con sensibili perdite, — dalle altre città d'Italia
non arrivavano ordinazioni, nè denaro, — le materie prime rincaravano, e gli
operai richiedevano lavoro, il quale eseguito, restava invenduto sotto l'incubo
di un continuo deprezzamento, — la diffidenza universale avea chiuso il
credito, faceva domandare con istanze il prezzo delle forniture, la
restituzione dei capitali, infine uno sguardo all'avvenire attutiva il
pensiero, faceva stringere il cuore. — E quasi ciò non bastasse, alcuni
invidiosi non perdevano l'occasione per schiacciare l'uomo che li aveva colla
celerità della sua carriera fatti rimanere stupefatti, credevano poterlo far
cader nell'abisso che stavagli innanzi. — Coll'accento della commiserazione i
calunniatori oggi spargevano la voce avesse sospesi i pagamenti, domani
assicuravano fosse fuggito, abbandonando tutto nell'estremo disordine; poi lo
dicevano gravemente ammalato, indi pazzo, infine suicida. Intanto che i creditori
facevano ressa agli sportelli, e gli operai minacciavano, tumultuavano,
insorgevano, l'autorità militare interveniva. Un uomo di fibra meno forte della
sua, sarebbe inevitabilmente caduto; il Binda invece coll'animo commosso ma non
avvilito, matura nuovi propositi, e presentandosi ai suoi nemici grida
imperterrito: — Sono vivo, voglio vivere... voi tutti siete contro me; io starò
solo contro voi tutti. — Intrepidamente saggio ed energico amministratore,
riesce da solo a salvare il suo onore e la sua fortuna.
Pieno di coraggio e di gioia
d'aver vinto i suoi nemici, il Binda sorse ben presto a nuovo splendore: portò
a compimento le sue costruzioni, realizzò i suoi progetti, e forse per un
momento immaginò di poter rinunciare all'industria per vivere giorni riposati e
tranquilli; ma il suo carattere indomito e l'animo generoso lo spinsero in
altra impresa, e noi ci persuademmo che giorni riposati e tranquilli sono
un'utopia per chi ha mente operosa e cuore ardente per il bene.
Nel 1855 si vendeva in Milano la
fabbrica di pettini di Giovanni Rautter. Il Binda mosso dal desiderio di
riattivare quell'industria, acquistò la fabbrica, ed in accomandita, con pochi
azionisti, la riaprì. Ben presto s'avvide che non poteva sostenere la
concorrenza colle produzioni di Francia. Obbligando l'operaio a più assiduo
lavoro, bisognava anche migliorare la produzione, perfezionarla introducendo
nuove macchine le quali all'esattezza dell'esecuzione unissero il vantaggio
d'una maggiore produzione e quindi minor costo. Rinunciare a queste innovazioni
era esporsi inevitabilmente a rovina. Giunsero dunque nuove macchine ed
istruttori esteri; ma fosse la poca abilità di questi, o lo spirito
indisciplinato dei nostri, tenaci nei vecchi sistemi, le cose non migliorarono.
Non esitò il Binda a prendere un estremo rimedio: licenziò gli operai tutti, i
quali sul lastrico, abbandonati a sè medesimi, si indussero ben presto a più
savi consigli, accettando a domicilio le ordinazioni del Binda; si adattarono
a' nuovi prezzi; per ricavarne il necessario guadagno, si persuasero
all'assiduità del lavoro, poi all'acquisto di quelle macchine che pochi mesi
prima volevano distruggere, e per essere più pronti esecutori degli ordini del
Binda che li aveva ammaestrati, si strinsero fra loro costituendo la Società
dei lavoranti pettinai.
Il regolare andamento della
ditta Ambrogio Binda per la fabbricazione dei bottoni, dei passamani, seterie e
chincaglierie che andava ognora prosperando (e che il Binda più tardi rimetteva
a' suoi figli, volonterosi, capaci, reduci allora dalla Svizzera opportunamente
educati), ed il nuovo ordine stabilito nell'altra pel commercio dei pettini,
diedero agio al Binda di applicarsi più attivamente alla realizzazione di un
suo nuovo progetto industriale: la fabbricazione della carta. Il consumo sempre
crescente di questo prodotto di prima necessità, l'insufficienza delle
fabbriche nazionali, lo determinarono a studi pazienti e costanti. Per
realizzare il suo progetto occorreva però una determinata forza d'acqua in
vicinanza della città, ed un ingente capitale. Alla prima provvide una
fortunata combinazione, al secondo un piccolo numero d'amici.
Il Binda si dedicò interamente all'attivazione del
suo progetto d'innalzare una Cartiera, pel quale occorrendo ingenti capitali,
che egli da solo non possedeva, comunicò le sue idee ed i suoi studi a pochi
amici, richiedendoli in pari tempo del loro concorso, onde completare la somma
di mezzo milione, che tosto gli fu accordata. Ma poco tempo dopo, per la
vastità de' suoi concetti questa somma fu insufficiente: chiese di nuovo agli
stessi un altro mezzo milione che fu convertito in azioni; finalmente più tardi
richiese ancora, e a un tratto, un milione intero, che tosto gli fu versato a
prestito. Tutto gli veniva concesso: la fiducia nella sua capacità e nella sua
onestà non aveva confini; e bene a ragione, poichè nel 1858 là ove solcava
l'aratro, videsi una gigantesca Cartiera, che doveva in breve contornarsi di
case; là ove pietra non esisteva sorge un villaggio nuovo di 1000 abitanti. Nel
1869, non vi mancherà neppure la casa pel medico, per la levatrice, la
farmacia, la scuola, un forno per cuocere il pane ed un magazzino di vino e
commestibili, con norme che renderanno anche lo spaccio dipendente dalla ditta
proprietaria, la quale farà generose concessioni onde le derrate di prima
necessità sieno ottime e vendute a prezzo inferiore di quello che l'operaio
sarebbe costretto pagare altrove. A soddisfare finalmente il desiderio espresso
da quella colonia, di avere cioè una chiesa, il Binda rispose: Sì, faremo anche
quella. — Da una prima massima idea ne scaturiscono i benefici effetti di molte
altre; l'abile generale raccoglie i frutti della vittoria, il saggio
amministratore li feconda a pro del bisognoso. E mentre in sì breve tempo si otteneva
tanto incremento, le macchine lavoravano giorno e notte incessanti, la
produzione della carta raggiunse di peso di 3.200 chilogrammi al giorno, ossia
l'adeguato valore di circa due milioni di lire all'anno. Ogni genere di questa
fabbricazione fu tentato dal Binda con esito felice, dai cartoni alle carte da
stampa, a quella da lettere, alle svariatissime colorate, alla fabbricazione
delle buste. Gli affari crebbero in breve tempo oltre quanto si poteva sperare,
la produzione ebbe il favore di tutto il commercio italiano, e oggidì viene
spedita persino in Inghilterra e in America.
Non bastando agli impegni
assunti quel vastissimo stabilimento, il Binda richiese di nuovo nel 1868 a'
suoi pochissimi soci, la somma di un altro milione, ed acquistò una grandiosa
Cartiera sull'Adda, a Vaprio, la quale, rimontata con nuove macchine, noi la
vedremo fra breve come importante appendice a quella della Conca Fallata,
presso Milano.
Il numero dei visitatori degli
stabilimenti Binda va ognora crescendo, e fra i distintissimi dobbiamo
annoverare i principi Umberto e Amedeo. Le onorificenze d'Istituti, i premi, le
menzioni onorevoli si succedettero ad ogni Esposizione cui il Binda prese
parte. Ebbe nel 1855 la medaglia d'argento all'Esposizione di Parigi, nel 1857
la gran medaglia d'oro di Vienna, nello stesso anno altra d'oro dall'Istituto
di Scienze Lettere ed Arti di Milano, nel 1861 la medaglia all'Esposizione
Nazionale di Firenze, non che un'altra d'argento dall'Istituto di Scienze,
Lettere ed Arti di Milano, nel 1862 fu pure premiato all'Esposizione Universale
di Londra, ed ultimamente a quella di Parigi nel 1867.
Nel 1864 essendo il Binda
consigliere della Camera di Commercio, per la seconda volta il Governo Italiano
lo fregiò di nuova onorificenza; ed i cittadini milanesi nella lotta per le
elezioni comunali del 1867, elessero il Binda consigliere comunale. Distinzioni
ben dovute all'intelligente operaio, all'attivo industriale, all'onesto
commerciante, al cittadino integerrimo.
Ambrogio Binda è di media
statura, di modi e abbigliamenti sempre distinti, simpatico ha il sembiante,
animato lo sguardo da vivida pupilla. Onorificenze, titoli, ricchezze non
mutarono il suo carattere, pochissimo le sue abitudini. Il cuore sensibilissimo
alle disgrazie altrui, gli diede un carattere buono, dolce, ma energico e
talvolta fiero allorquando si trova di fronte l'infingardaggine, la slealtà, la
menzogna. I suoi tratti si animano allora de' lampi di un'ira moresca, gli
occhi scintillano, il gesto invigorisce la tonante parola. In quegli istanti
più non si scorge l'amico pronto a porgere altrui generoso soccorso, che giovò
d'un consiglio, che lodò premiando una buona azione. Egli fu operaio, e quindi
degli operai conosce i bisogni, le virtù, i vizi: li soddisfa, le ricompensa,
li castiga. Alla cieca beneficenza preferisce prevenire la miseria; quindi ne'
suoi stabilimenti sono istituiti premi per le spose, doni per le puerpere,
soccorsi per gli inabili ai lavoro; e le multe inflitte all'operaio si
distribuiscono solennemente ogni anno per mezzo di lotteria. Ai fondi per tali
istituzioni egli concorre del proprio generosamente; sussidia spesso di medici
e di medicine i suoi operai; la miseria non indarno fa appello al suo cuore.
Ecco il nobile e simpatico
carattere morale di Ambrogio Binda ecco il modello d'un uomo operoso, savio,
intelligente, che noi proponiamo ai giovani Italiani, i quali dalla vita di un
umile operaio diventato uno dei più stimati industriali d'Italia, apprenderanno
come non salga in fama e in ricchezza chi giace neghittoso, e non confida nei
salutari effetti di una volontà operosa e previdente.
Giulio Richard
Fra gl'industriali più
benemeriti del nostro paese deve annoverarsi il cavalier Giulio Richard,
direttore e comproprietario della fabbrica di porcellane e di terraglie di San
Cristoforo nel Comune dei Corpi Santi di Porta Ticinese a Milano. —
Quest'industriale appartiene ad una famiglia che all'epoca della revoca
dell'Editto di Nantes dovette emigrare dalla Francia abbandonando ogni suo
avere nel luogo nativo Des Achards presso Mens nel Delfinato, e trasportando la
sua dimora a Nyon. Il padre di Giulio, per nome Giacomo, durante la dimora del
re Giuseppe Bonaparte nel castello di Prangins vicino a Nyon, frequentava
quella corte, e prese parte alle macchinazioni del 1814 pel ritorno dall'Elba
in Francia di Napoleone I, nella qual occasione dovette fare molti sacrifici
pecuniari. — Fidando egli nella stella dell'eroe del secolo, non si curò di far
liquidare a tempo opportuno i suoi crediti; il che diminuì ancora di più il già
ristretto patrimonio.
Trovatosi all'età di 35 anni
alquanto stremato di mezzi, già pensava di trasferirsi a Carouge, presso
Ginevra, ove gli veniva offerta la direzione amministrativa di una fabbrica di
porcellane molto accreditata pei suoi prodotti che trovava smercio specialmente
nella Savoia e in Piemonte, quando il ministro piemontese Roger de Cholex lo
indusse invece ad impiantare nel territorio degli Stati Sardi una manifattura
di quegli stessi prodotti che ebbe nome in commercio sotto la ditta Richard
e Dorlù. Giacomo Richard trasferì quindi nel 1824 la sua famiglia a Torino,
e nel 1829 richiamò dalla Svizzera, ove ormai aveva compiuti i suoi studi, il
figlio suo Giulio, che volle seco per averne aiuto nella direzione della
manifattura di Torino, dove rimase fino all'anno 1841. Dopo quell'anno, sciolto
oramai dalla tutela paterna, vago di camminare da sè sulla via della fortuna,
ricco di buon volere e di naturale operosità, e già molto innanzi nei segreti
della fabbricazione, volle trasferire la sua dimora a Milano, e pensò di fare
acquisto del locale della indicata fabbrica di porcellana a San Cristoforo,
fatta costruire da una società di signori milanesi, i quali dopo gravi
sacrifici l'avevano abbandonata. A questo scopo, cui non bastavano le poche sue
forze, volle giungere colla associazione dei capitali, e ricorse al credito,
rivolgendosi a persone di sua conoscenza di Torino e di Milano, che gli
affidarono un capitale di mezzo milione per un rinnovamento della fabbrica e
per l'impulso da darsi alla nuova produzione.
Per quindici anni il signor
Richard ebbe a lottare contro difficoltà di ogni genere, amministrative,
tecniche e commerciali, onde porre l'industria sopra basi ben solide, egli
doveva educare una falange di operai del paese affatto ignari di questo genere
di lavori, adoperandosi di trar partito da tutte le materie prime che quella
località poteva fornire, ed indagare ogni mezzo di economia dei combustibili.
La parte commerciale era forse la più grave: il paese era abituato a servirsi
esclusivamente di porcellane e di terraglie fini importate dall'estero; dovette
quindi trovar modo di fare gradire i prodotti della sua industria col vendere a
buon mercato stoviglie solide e di bell'apparenza. Nei primi anni si era
occupato di produrre anche porcellane di lusso; ma si accorse ben tosto che per
Milano e per le provincie di Lombardia occorreva soddisfare anzitutto ai
bisogni giornalieri, mentre gli oggetti di lusso, la cui moda varia ad ogni
tratto, non potevano fornire alimento alla sua nascente officina.
I progressi che andava facendo il signor Richard nel migliorare e
nell'aumentare la produzione delle stoviglie di uso comune gli procurarono
meritate onorificenze dalla Società d'incoraggiamento delle arti e mestieri in
Milano e dal Governo, che secondò in questo modo il voto espresso dall'Istituto
Lombardo di scienze, lettere ed arti. Così ottenne nel 1845 una medaglia d'oro
dalla detta Società, pei progressi fatti nella fabbricazione delle porcellane;
nel 1847 gli venne conferita dal Governo un'altra medaglia d'oro come premio
per la buona fattura di porcellane variopinte e dorate, di porcellane bianche,
comuni e di terraglie che egli presentava al concorso industriale di Milano.
Nel 1855 gli venne conferita una terza medaglia d'oro, per estesa fabbricazione
di terraglie ad uso inglese e di porcellane opache bianche, colorate e dorate.
Nel 1856 una medaglia d'argento per un nuovo sistema di cottura ad alta
temperatura col mezzo della torba, sistema ora adottato anche per le altre industrie.
Nello stesso anno ottenne una menzione onorevole all'Esposizione di Bruxelles
per un processo economico di concentramento delle torbe.
All'Esposizione di Firenze del 1861, ottenne quattro medaglie di prima
classe per diversi generi della sua manifattura. Nel 1863 il Governo,
confermando il giudizio dell'Istituto Lombardo, gli assegnò una medaglia
d'argento per perfezionamenti introdotti nei lustri metallici.
Sopraggiunti gli avvenimenti politici del 1859, i quali iniziarono la
nuova èra rigeneratrice d'Italia che si costituiva in una potente nazione,
abbattendo ogni barriera fra le diverse regioni ond'era diviso il paese, e
sgombrando la via a più estese relazioni coll'estero, intravide il Richard il
bisogno di aumentare le produzioni della sua industria, onde potersi presentare
ai nuovi e più grandi mercati e lottare vittoriosamente contro le preponderanti
forze straniere sul campo del libero scambio.
Il signor Richard conta attualmente nel suo grandioso stabilimento
quattordici impiegati che attendono al disbrigo degli affari, e dà pane e
lavoro a cinquecento operai d'ambo i sessi. Il suo commercio annuale è salito
alla somma di settecentomila lire. Nel 1850 il Richard si univa in matrimonio
alla egregia damigella Eugenia Ester Chatelain Vejux, di distinta famiglia, e
per le doti della mente e del cuore capace di sentire e apprezzare le nobili
imprese del marito. Quella gentile e pietosa anima di donna comprese
immediatamente qual parte le si conveniva nelle faccende dello stabilimento, e
divenne in breve la provvidenza degli operai prendendo a cuore il loro
benessere, prodigando agli ammalati dello stabilimento e dei dintorni le più
affettuose ed amorevoli cure, e iniziando l'assistenza alle famiglie bisognose,
le casse di soccorso, gli asili infantili e le scuole primarie. Essa divise
sempre il suo tempo tra le cure dell'educazione degli otto suoi figli e le
opere di beneficenza, che resero caro il suo nome nel casolare del povero e
nella modesta casetta dell'operaio, come la precoce intelligenza e la quasi
febbrile attività del marito cattivarono al nome di lui, rispetto e la stima di
ogni classe de' suoi concittadini.
Fino dal 1845 nelle pubbliche faccende e intorno agli argomenti di grave interesse
per il paese il suo autorevole consiglio fu spesso cercato, e non raramente
seguito, e nel 22 marzo 1848 fu incaricato dal Governo Provvisorio della
organizzazione della Guardia Civica nel vasto Comune dei Corpi Santi di Milano,
colla quale ottenne di mantenere l'ordine più perfetto nel territorio di quel
comune per tutta la durata di quel governo.
Dopo il giugno 1859 venne assai frequentemente chiamato ad incarichi
onorifici tanto nei Corpi Santi quanto nella città di Milano.
Per non dilungarci, diremo brevemente che fu nominato membro della
Congregazione di Carità dei Corpi Santi, assessore presso il Tribunale di
Commercio, giudice, membro della Camera di Commercio, commissario e giurato
supplente all'Esposizione di Londra del 1862, membro promotore della Società
Ferroviaria da Milano a Vigevano, ecc., incarichi ch'egli disimpegnò con molta
lode.
Pei servigi prestati in occasione dell'Esposizione di Londra e per i
campioni di lodevolissima fattura della sua fabbrica inviati a quella mostra
universale, il Consiglio dei Giurati gli conferì la medaglia di I classe, e il
Governo del Re lo decorò della croce di cavaliere dell'Ordine dei Santi
Maurizio e Lazzaro. Infine per la bella Esposizione fatta a Parigi nel 1867 di
porcellane bianche e colorate di uso comune tra i ricchi, e di porcellane per
le classi più modeste, non che delle porcellane opache e delle terraglie con
vernice non piombifera, venne premiato dalla Commissione dei Giurati colla
medaglia di bronzo, e nel concorso del nuovo ordine di ricompense il Giurì
speciale gli fece conferire l'Ordine della Legion d'Onore.
La vita di Giulio Richard, che povero d'anni, di esperienza e di
capitali, seppe dapprima colle sole forze dell'ingegno e della volontà
inspirare tanta fiducia e tanta stima di sè a molti amici facoltosi che gli
affidarono i mezzi di creare una delle industrie più importanti della
Lombardia, e quindi colla sua energia ed intelligente perseveranza potè far
prosperare la sua impresa e crearsi una posizione sociale elevata, potrà sempre
servire di esempio a chi nel mare magno della vita si accinge a lungo viaggio
guidato dall'onestà, dal buon volere e dall'amore al lavoro.
Andrea Gregorini
Il cavaliere Andrea Gregorini è uno degli industriali più intelligenti ed
operosi che abbia l'Italia. Col suo ingegno e colla sua attività egli seppe
impiantare e far progredire nel volgere di non molti anni una manifattura
d'acciaio che divenne poi la più importante del paese nostro, ed una
fabbricazione di ferro di ottima qualità.
Egli nacque a Vezza, nell'alta Valle Camonica da onorati parenti. Suo
padre Giovanni Andrea attendeva alla professione di famiglia, fabbricando
acciai detti naturali per ridurli in ottagoni per scalpellini, in rame da
molla, in vomeri, ecc. ecc.
È noto come questo sistema cagioni un enorme sperpero di carbone, non
permettendo di fabbricare più d'un quintale al giorno d'acciaio per ogni fuoco.
Il padre del Gregorini però pose tanto studio e sì tenace volontà nel suo
faticoso mestiere, che riuscì, moltiplicando le fucine, a fabbricare buoni
prodotti, e a migliorare notabilmente le condizioni economiche della sua
famiglia. Non avendo che un solo figlio, il nostro Andrea ch'egli amava
teneramente, volle che giovanissimo si dedicasse agli affari della sua
professione, onde inspirargli la passione per le industrie, poichè egli non
avrebbe desiderato che avesse rivolto l'animo ad altre imprese. Mancavano in
quei tempi in Lombardia le eccellenti scuole tecniche che vi sono in grande
onore oggidì, e che riescono di così grande aiuto ai giovani che s'avviano
nella carriera delle industrie.
Per iniziare di buon'ora il fanciullo nelle faccende dell'officina,
appena fu giunto a compiere gli studi d'umanità il padre lo trattenne a casa, e
volle che si abituasse a formar l'occhio per la stima dei boschi, a distinguere
i minerali buoni dai cattivi, a sorvegliare l'operaio, a giudicare della
qualità buona o cattiva degli acciai, ed a fare contratti anche di rilievo. Non
si lamentava mai quando il figlio errava; e dopo averlo avvertito in che avesse
errato, lo confortava, osservandogli essere quasi necessario di errare talvolta
per meglio apprendere a far bene.
Il nostro Andrea continuò per più anni anche dopo la morte del padre a
tenere attiva l'industria antica dell'acciaio, e volle cimentarsi a
migliorarla, e con alcune lievi modificazioni nel procedimento di fabbricazione
ottenne un piccolo aumento di prodotto per ogni fuoco. Non contento di ciò,
volle visitare gli stabilimenti siderurgici della Stiria, della Carinzia, della
Svizzera, onde vedere se vi fossero introdotti miglioramenti da imitarsi.
Fu in seguito a questi viaggi ch'egli incominciò a rivolgere seriamente
la sua attenzione a migliorare i propri prodotti, e da questo momento cessò
d'essere semplice fabbricatore di acciai, per divenire un vero industriale.
Veduta l'impossibilità di estendere la fabbricazione degli acciai a
Vezza, pel rapido esaurimento dei boschi resinosi nei dintorni, necessari per
ottenere buoni acciai naturali, egli pensò di fare acquisto, seguendo in ciò
gl'intendimenti manifestatigli dal padre, del locale, detto la Fonderia
a Lovere, che sotto l'antico regno d'Italia serviva alla fabbricazione di
proiettili e di falci da mietitori, locale che giaceva inoperoso dal 1815,
quantunque importantissimo per le industrie siderurgiche, trovandosi in uno dei
centri della produzione dei carboni, per la prossimità delle torbiere d'Iseo, e
per una imponente forza motrice.
Ma per fare ciò, occorreva
abbandonare tutte le sue fucine a Vezza, e innalzare dalle fondamenta una nuova
ferriera a Lovere con grave dispendio. Non bastando i mezzi propri, dovette
ricorrere per rilevanti somme al credito, che, per la riputazione di cui godeva
d'industriale intelligente ed onesto, non gli fece difetto.
Innalzò dunque un ampio locale
nel quale attivò forni alla cartese, forni a riverbero, ed alcuni fuochi bassi
per la fabbricazione degli acciai col vecchio sistema da lui pure modificato, e
vi stabilì magli pesanti ed alcune gabbie di cilindri, messi in moto da una
turbìna. Con questi mezzi e con una intelligente direzione potè estendere i
suoi rapporti commerciali.
Tentò con buon esito anche la
fabbricazione degli acciai nei forni a riverbero, alimentati coi gas di torba;
il che gli permise di diminuire la fabbricazione dell'acciaio naturale, mentre
molti committenti accettavano il nuovo acciaio senza difficoltà.
Divulgatasi attraverso la stampa
la fama dei meravigliosi risultati ottenuti in molti casi col forno Siemens
detto rigeneratore, il Gregorini si recò subito a vederne alcuni in
attività, e prese accordi coll'inventore per applicarlo alla sua ferriera, ciò
che egli fece con ottimo successo, poichè ora ottiene da 27 a 28 quintali di
acciaio al giorno, quantità che avrebbe richiesto coll'antico sistema il lavoro
di poco meno di 30 fuochi.
Costituto il Regno d'Italia, il
Governo dovette accrescere la fabbricazione dei cannoni di ghisa nell'arsenale
di Torino, per la quale richiedevansi speciali quantità di ferracci, capaci di
rendersi ben liquidi e di una grande resistenza.
Il Gregorini si mise tosto all'opera per fabbricare ferracci adatti a
cotesto scopo nel forno reale dell'Allione nella Valle Camonica. Dopo vari
esperimenti variando le miscele dei minerali ed i carboni, riuscì a produrre
ferracci di tale tenacità, che vennero giudicati pari, se non superiori, a
quelli fabbricati in Isvizzera al medesimo intento.
Le ripetute e decisive esperienze fatte alla presenza di competentissimi
giudici con cannoni fusi colle ghise dell'una e dell'altra provenienza dimostrarono
la superiorità della ghisa fornita dal Gregorini. Negli ultimi anni i cannoni
di prova ad oltranza resistettero da 66 a 74 colpi, mentre anche in Francia
nella fonderia governativa di Ruelle non resistettero che a 62 colpi, come
risulta da rapporti nella Revue del Cuyper sulla Esposizione di Parigi del
1867.
All'Esposizione Universale di Londra del 1862 il Gregorini inviò una
raccolta molto ben ordinata ed istruttiva di campioni dei materiali adoperati
nella sua ferriera, dei processi metallurgici seguiti, e di acciai e ferri
condotti a termine e foggiati secondo i diversi usi cui sono destinati
comunemente.
I masselli di ferro dolce esposti dal signor Gregorini fermarono la
attenzione di alcuni industriali inglesi, che vollero fare del valente metallurgista
più intima conoscenza, e coi quali contrattò la fornitura di ferri acconci a
convertirsi in acciai di cementazione nelle vaste e potenti officine
dell'Inghilterra, e fare poi sul mercato temuta e spesso vittoriosa concorrenza
a quelli di Svezia.
L'importanza, la quantità, l'eccellenza dei prodotti dell'industria del
signor Gregorini, risultante dalla fatta esposizione, gli valse dalla
Commissione dei Giurati la medaglia, e dal proprio Governo la nomina di
Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro.
All'esposizione di Parigi del 1867, il Gregorini inviò come a Londra una
raccolta assai bene ordinata di campioni, rappresentante i suoi processi
metallurgici, nella quale figuravano gli acciai da lui ottenuti col forno
Siemens, alimentato esclusivamente col gas di torba.
La Commissione dei Giurati propose per questo industriale la medaglia di
rame, la quale in quest'Esposizione aveva una notabile importanza, stante il
piccolo numero delle medaglie di argento e d'oro che vennero infatti riservate
alle colossali officine ed a produzioni che segnano un importante progresso
nelle industrie.
Appena arrivato il Gregorini a Parigi, si pose in relazione coi più
chiari metallurgisti, e tra questi col signor Kinman rappresentante
dell'esposizione metallurgica svedese. Egli mostrò al Gregorini una piccola
bollitrice di nuova invenzione svedese assai economica. Il Gregorini ne fece
subito l'acquisto, e appena ritornato in patria la pose in opera. Verificata la
sua notabile utilità, ne fece eseguire un'altra alimentata col gas di torba,
più grande della svedese per poter bollire in essa anche i masselli d'acciaio.
In questo modo il signor Gregorini fabbrica oggi il suo acciaio e lo ribolle
senza far uso di carbone di legna.
Tra le cose notevoli dell'Esposizione di Parigi, si notavano gli acciai
finissimi della ferriera di Sirevil (Charente) fabbricati col sistema Pier
Martin, che consiste nel produrre l'acciaio sul piano del forno a riverbero
riscaldato a gas ad altissima temperatura, ottenuta col rigeneratore Siemens,
senza rimescolare la materia. Il Gregorini si pose tosto in rapporto
coll'inventore del processo per introdurlo, quando riesca assolutamente utile,
nella sua ferriera di Lovere.
Ai meriti industriali del signor
Gregorini si deve aggiungere quello di saper cattivarsi l'affetto dei suoi
operai, da lui trattati con molta affabilità, e con molta umanità. Inoltre
egli, lungi dall'essere geloso dei miglioramenti che va studiando e che
introduce nel suo opificio, ammette con molta cortesia nella sua officina tutti
gli industriali che amano esaminare i suoi mezzi di produzione, desiderando
egli per amore al paese, di agevolare agli altri industriali l'adozione dei
processi più convenienti e più economici.
Gli sforzi del Gregorini vennero coronati da ottimi
successi. In pochi anni, gli venne fatto di liberarsi da ogni passività
contratta per innalzare la ferriera di Lovere, e può ora disporre d'un
conveniente capitale circolante, sì che attualmente la sua industria procede esclusivamente
con mezzi propri.
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