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CANTON TICINO
Meriti dei Ticinesi — Migrazioni — Vincenzo Vela —
Gaspare Fossati — Domenico Giudicelli
Il Canton Ticino non ha col
Regno d'Italia nessun legame politico, ma sulle vette alpestri di quei monti,
su quei colli verdeggianti di vigne e d'oliveti, in riva a quei placidi laghi
entro le cui acque si specchiano tante città e tanti villaggi dall'aspetto
francamente italiano, entro la chiusa di quelle valli fiorite che giacciono al
piede delle Alpi maestose, risuona schietta e purissima la nostra bella lingua,
si tramandano costumi prettamente italiani, e battono cuori che hanno comuni
con noi i timori e le speranze, e menti ispirate alle gloriose memorie del nostro
passato e alle pagine immortali della nostra storia che si collegò per lungo
tratto di tempo colla storia e col passato de' monti e delle vallate ticinesi.
Su quella terra sacra alla
libertà molto sangue italiano fu sparso: gli echi di quelle montagne rimbombarono
spesso del fragore di battaglie in cui si decidevano le sorti della nostra
penisola, e nelle gole del versante meridionale delle Alpi si librarono soventi
i destini delle repubbliche e dei principati medioevali in cui si divideva
miseramente l'Italia serva a tutte le influenze straniere e desiosa di
rivendicare la propria libertà.
Le cime del monte Generoso, le
sponde verdeggianti di Morè, l'orlo precipitoso dell'angusta gola che forma
l'imboccatura della valle di Muggio, risuonano ancora delle funeste memorie che
fecero tristamente famose le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini: e la
chiesetta di Castel San Pietro, solitaria e romita alle falde del monte delle
Croci d'Occo, conserva, scritta a caratteri di sangue, il ricordo delle feroci
discordie che posero le armi fratricide nelle mani de' Rusca e de' Busioni.
Dalle pagine immortali della
Divina Commedia scaturì la scintilla che accese il genio dei poeti ticinesi, e
i giocondi rispetti e gli allegri stornelli che suonano sulle rive del Ceresio
o tra i larici di Valle Leventina cantano le storie d'amore delle liete sponde
del Lario e del Verbano, e le glorie di Milano e di Como.
La vecchierella devota e il
parroco campagnuolo curvano reverenti la fronte sotto la benedizione del
prelato italiano che ha potestà di sciogliere e di legare le loro timorate
coscienze.
E le glorie dell'arte, e i nomi
lodati degli illustri cultori della scienza che vanta il Cantone Ticino,
nacquero o si rivelarono al mondo al nuovo sole del risorgimento artistico e
scientifico d'Italia.
Le ridenti vallate e le
pittoresche colline ticinesi toccano da un lato l'estremo confine della
provincia lombarda.
I campagnuoli scendono spesso
dalle cime delle Alpi nella fertile pianura milanese e comasca, e sprovvisti di
lavoro nelle native montagne, abbandonano nell'inverno la capanna mal ferma e
il nudo campicello per correre a frotte sul suolo lombardo a imparare e ad
esercitare un mestiere.
Muratori, imbianchini,
scalpellini, manovali, i Ticinesi forniscono un copioso ed abile contingente
alla popolazione operaia di Milano, dove giungono coi primi tepori della
primavera, armati di lunghi pennelli in asta, di badili, di vanghe, di
martelli, e si trattengono poi per così lungo tempo che passano agli occhi di
tutti per cittadini della popolata capitale della Lombardia.
Sotto quei rozzi saioni battono
non di rado cuori nobili e generosi, e quelle fisonomie aperte, franche,
serene, rivelano una razza d'uomini energici, operosi, ingegnosi, tenaci, rotti
ad ogni fatica, avvezzi ad ogni disagio, e fortemente decisi a farsi strada nel
mondo col lavoro e colla volontà.
Talvolta quelle povere vesti
nascondono un artista; e taluno che mosse dalle Alpi ticinesi col secchio
dell'imbianchino, tornò colla tavolozza di pittore alle patrie vallate, a riposare
la tarda e onorata vecchiezza là dove respirò le prime aure di vita.
Nelle arti belle, nei traffici,
nelle industrie, nelle scienze, i figli delle Alpi Rezie fanno onore al paese
anche all'estero.
Il nome di Luigi Rusca
suona chiaro e famoso in Russia, ove ai tempi di Caterina II diffuse il buon
gusto dell'architettura italiana nobilitando con sontuose fabbriche Mosca,
Pietroburgo, Astrakan, e perfino le colonie della Tartaria.
Domenico Fontana, che
insieme ad altri due suoi fratelli scrisse pagine immortali negli annali
dell'architettura, nato poverello da oscura famiglia ticinese, seppe levarsi
così alto, combattendo con forte volere gli ostacoli dell'avversa fortuna, le
condizioni miserrime de' suoi tempi, e l'invidia degli emuli e dei nemici, che
riempì della sua gloria le mura eterne di Roma, scrisse il suo nome sui più
maestosi monumenti e sui più splendidi edifizi della capitale del mondo
cattolico, e architetto e ingegnere valentissimo fra i più valenti, riscosse da
tutta Italia largo tributo di lode e di encomio quando per ordine del pontefice
Sisto V innalzò in Roma sulla piazza di San Pietro il grande obelisco, che,
tratto dall'Egitto in Roma ai tempi di Cesare, giaceva a terra nel Circo di
Nerone.
Francesco Soave di Lugano
fu scrittore ed educatore celebratissimo. Le pagine dei suoi libri, non immuni
dai vizi dei tempi, ma promessa ed augurio di tempi migliori, hanno tenuto
lungamente il primo posto nelle scuole italiane, e vanno pur tuttavia per le
mani dei nostri studiosi, cui sono guida fedele e prezioso aiuto nello spinoso
e difficile cammino della nostra letteratura.
Partiti dalle native montagne, giovani d'età, poveri di censo,
d'esperienza poverissimi, ma ricchi di naturale ingegno e di tenace volontà, Lorenzo
del Monico ed Emanuele Solari, ticinesi entrambi ed entrambi
desiderosi di miglior fortuna, penosamente emigrarono nelle remote spiagge
d'America, e sormontando ogni sorta di ostacoli, oggi si trovano a capo delle
più ricche e più frequentate locande di Nuova York, entrambi milionari, e
benefici ai poveri parenti e al paese natio.
Giovanni Genel, nato in
Cornone da genitori poveri, partì senza mezzi di fortuna per Trieste in età di
dodici anni, e là seppe procacciarsi stima e ricchezza, e morendo (19 aprile
1866) lasciò 20.000 lire al paese nativo che sempre aveva beneficato vivente.
Di Giuseppe Brocchi, che
sebbene nato a Torino, vuol essere tenuto in conto di Ticinese, traendo origine
la sua famiglia dal villaggio di Montagnola, dovremmo e potremmo dire più
lungamente se non ne sospingesse la lunga via e non ci stringessero ad essere
brevi i limiti tracciati a questo libro. Suo padre in Torino aveva bottega di
stagnaio sotto i portici di via Po, ove ora è il Maggi venditore di stampe. Il
giovane Brocchi lasciò il mestiere del padre, e coll'ingegno e il forte volere
acquistò tali ricchezze e così estese cognizioni, da rendersi utilissimo alla
Confederazione Elvetica, che lo nominò console generale nella stessa Torino,
dove seppe farsi amare e stimare per modo che oggi, circondato da una eletta
schiera di amici d'ogni classe, giunto all'età di 82 anni, vive di una vita
prospera e attiva, e migliaia di persone benedicono il suo nome e le sue opere
di beneficenza.
E pìù lunga e più
particolareggiata biografia meriterebbe Stefano Franscini, nato a Bodio
nella valle Leventina, che oscuro guardiano di pecore, ramingo e mendico sui
patrii colli e sui monti, così mirabile ingegno sortì da natura, da invogliare
alcuni dei benestanti più generosi del suo paese a farlo istruire a loro spese;
e sì ferma volontà pose agli studi e al lavoro, da giungere in breve tempo a
chiarissima fama di letterato e di scrittore. Caldissimo amatore di libertà, a
lui dovette la sua patria l'ardita riscossa del 1830, e mentre agli uomini del
suo paese assicurava il libero regime della nuova costituzione federale, ai
fanciulli della terra nativa apprestava coi suoi scritti quella morale
educazione che sola può assicurare ad un popolo l'indipendenza e la libertà.
Questa vita del ticinese Franscini, che non descriviamo minutamente perchè è un
esempio un po' remoto dai nostri giorni (moriva il 19 luglio 1857 a Berna), ci
richiama alla mente un nostro fiorentino, Pietro Thouar, col quale aveva comune
l'amore sincero e operoso nell'istruire le classi povere e ispirar loro sensi di
dignità e di libertà bene intesa.
Chiamato ad altissimi uffici, il
Franscini fu uomo politico integerrimo e abilissimo, e nella vita privata serbò
fama di onestà, di illibatezza, e di cortesia. Molto scrisse, e più ancora operò
per la gloria del suo paese natale e quando s'addormentò rassegnato e sereno
nel sonno dei giusti, la Repubblica elvetica decretò in suo onore un pubblico
lutto, e alla vedova derelitta segnò una splendida pensione.
Molto si potrebbe scrivere e
dire dei Ticinesi benemeriti. Di qualche moderno soltanto noi brevemente
diremo.
Vincenzo Vela
Lo scultore Vincenzo Vela nacque
in Ligornetto, terra ticinese montuosa e pittoresca tra il lago Maggiore e il
lago di Como, nel maggio dell'anno 1822 da contadini poverissimi, ma di
illibata probità. A dodici anni, perchè s'avviasse pian piano all'esercizio
d'un mestiere che togliesse alla povera famigliuola il peso del suo
sostentamento, fu mandato a Bisazio, paesetto poco discosto dal suo, affinchè
imparasse a fare lo scalpellino. La scelta di questa professione fu opera del
caso. Lorenzo, fratello del nostro Vela, era scultore di decorazioni, e l'idea
di incamminarsi per una via che lo potesse un giorno menare alla mèta cui suo
fratello da lungo tempo era giunto, pareva al fanciullo la più sublime.
Stette due anni a Bisazio,
costantemente occupato nel suo faticoso mestiere, inconscio di sè e del suo
genio, finchè i primi racconti de' suoi compagni che gli vantavano le
meraviglie di Milano, svegliarono in quel vergine cuore tutte le ambizioni e
tutti i desideri dell'artista.
Milano!... la grande città dove
un semplice scalpellino poteva frequentare le scuole di disegno, dove un oscuro
manovale imparava a sbozzare sulla pietra le linee purissime degli ornati che
suo fratello scolpiva da tanti anni!... Le scuole, l'arte, il disegno
cominciarono a ballargli nella testa una ridda vertiginosa, e dalla cima della
montagna natìa, gli occhi fissi sul sereno orizzonte, cercava lontan lontano le
guglie della superba cattedrale milanese.
Volle fortuna che i suoi voti
fossero in breve appagati, e date le spalle a Bisazio, fu allogato a Milano in
bottega di certo Franzi, marmista, che lavorava tutto l'anno per l'Opera del
Duomo.
Vincenzo potè finalmente
contemplare da vicino quel miracolo di architettura, quella profusione
d'ornati, quel popolo di statue che parlavano alla sua mente il muto linguaggio
dell'arte e svegliavano nel suo cuore tutti i sentimenti di emulazione, di fama
e di gloria.
La bottega del Franzi era
proprio dietro il Duomo, e il giovinetto non levava mai gli occhi dal
meraviglioso edifizio se non quando il pensiero della sua miseria lo ritornava
da artista artigiano.
E quando fu più innanzi nel suo
mestiere ebbe parte, per conto del principale, nei lavori del Duomo, e spesso
attaccato ad una corda e sospeso per aria, con in mano lo scalpello e il
martello, dovè aggiustare, riparare o rimettere qualche pezzo di marmo, qualche
angolo spezzato, qualche cornicione guasto e minacciante ruina.
Intanto il fratello Lorenzo intese
o indovinò nel giovinetto il genio nascosto e sonnacchioso fra le tenebre del
mestiere, e gli porse in aiuto la mano, togliendolo dalla bottega del Franzi, e
collocandolo nello studio dello scultore Benedetto Cacciatori, professore ed
artista di gran fama a quei tempi.
Assiduo alle scuole,
infaticabile al lavoro, Vincenzo divenne in brev'ora uno dei migliori discepoli
del Cacciatori. Presto passò dalle semplici modanature all'ornato, dall'ornato
alla figura, modellò in rilievo, e spesso ottenne i premi della scuola.
Studiava il giorno; e la notte,
per aiutare il fratello, modellava per lui sulla cera candelabri, lampade,
croci per uso di chiesa e per conto degli orefici di Milano.
Il suo maestro, Cacciatori,
apparteneva alla vecchia scuola dell'arte, in quei tempi in cui le idee nuove
germogliavano in tutti i cervelli e la critica rompeva una lancia per
incamminare la scultura sulla via di progresso cui Hayez, Arienti, Bellosio
avevano spinto la pittura. Le nuove idee infiammavano il Vela di irresistibile
ardore, finchè, veduta la Fiducia in Dio di Bartolini, quella cara
statuetta fissò i suoi vaghi desideri e le sue confuse aspirazioni, e drizzò
l'ala dell'ingegno a meta più certa e più sicura.
Giusto in quel periodo Venezia
aprì un concorso di scultura, e Vincenzo deliberò di concorrere con un
bassorilievo rappresentante il Cristo che resuscita la figlia di Jair.
Il lavoro del nostro Vincenzo
rivelava in lui un'artista vero, e destinato a grande avvenire. Il bassorilievo
fu premiato, e il Vela, appena sui diciannove anni, ebbe una medaglia d'oro di
sessanta zecchini (720 lire circa) che andarono, ohimè, divorati dal bisogno
della sua povera casa.
Frattanto la città di Lugano
volendo collocare quattro statue d'uomini illustri nelle nicchie che decoravano
i portici del nuovo palazzo governativo, ne affidò una a Vincenzo, e fu quella
di monsignor Luini di Lugano, Vescovo di Pesaro.
La statua, in pietra, era pagata
650 lire appena, blocco e lavoro compresi, ma il nostro Vincenzo fece opera sì
lodata, così bella nella sua semplicità, così espressiva nel volto, così
morbida nel panneggiamento, che da quel giorno gli artisti più famosi lo
chiamarono fratello, e concepirono su lui le più belle speranze.
Tratto dalla fama del giovane
artista, e dagli elogi che Hayez faceva dell'opera sua, il conte Giulio Litta
gli diè commissione di fare una statua in marmo e Vincenzo scolpì la Preghiera,
cara e delicata figura di fanciulla, leggermente coperta da un velo finissimo
che tradiva le pudiche forme del corpo, e rivelava la fine maestria del
sapiente scalpello.
Milano sentì svegliarsi per
l'opera del Vela tutto l'entusiasmo artistico di cui è capace quella generosa
città. Lo studio del nostro Vincenzo fu invaso da una folla di ammiratori, i
crocchi, i circoli, le conversazioni risuonarono del nome del povero
scalpellino di Ligornetto.
Alla sua gloria nascente non fece difetto la consacrazione dell'invidia.
Gli accademici, i classici della scultura, sussurrarono che il
Vela, incapace di scolpire il nudo, era stato prudentemente pudico cuoprendo
con un velo il corpo della sua statuetta.
Punto da questa critica
insipiente ed ingiusta, il Vela che visitava allora la città di Roma, concepì
il nudo dello Spartaco. Il modello fu terminato in pochi mesi, e già si
accingeva a riprodurre in marmo l'opera sua, lodata dal Tenerani che aveva
veduto e ammirato quel gesso quando a un tratto la guerra del Sunderbund,
scoppiata in quell'anno, gli rammentò i suoi doveri come figlio della libera
Elvezia, e gettato lo scarpello, e impugnato il fucile, corse ad arruolarsi
nella compagnia dei Carabinieri di Lugano.
Quella valorosa compagnia di
volontari, nel fatto di armi d'Airolo, sostenne da sola l'urto delle
soverchianti forze nemiche, e coprì l'imprudente ritirata delle truppe
ticinesi.
Terminata la guerra del Sunderbund, Vincenzo Vela ormai soldato
per elezione, non volle deporre le armi senza avere come volontario seguito nel
1848 le sorti dell'esercito italiano che combatteva sui campi lombardi per la
libertà della patria.
Poi, dopo il disastro che ribadì
le nostre catene, tornò ai suoi studi diletti, e appeso ad un chiodo il fucile,
ripigliò lo scalpello che non doveva lasciare più mai.
E innanzi tutto eseguì in marmo
il suo Spartaco, per commissione del duca Litta, che innamorato del raro
talento del Vela, non si stancava di procurargli lavoro.
Quella statua, modellata in
proporzioni colossali, fu uno dei più belli e più celebrati lavori che
facessero onore alla moderna scultura italiana.
Spezzate le sue
catene, sorto terribile e furibondo a vendicare l'onta del lungo servaggio, il
generoso schiavo ribelle s'appresta a colpire col braccio armato il crudele
oppressore. La compressione delle labbra, l'aggrottarsi delle sopracciglia, il
fissare cogli occhi un vago orizzonte lontano, tutto rivela la tremenda
risoluzione di vincere o morire. La faccia rannuvolata porta scritta sulla
fronte la procellosa ira che gli bolle nell'animo. Tutta la persona, robusta e
nerboruta si muove impetuosamente all'attacco. È la vendetta, è il castigo, è
l'angelo della libertà.
La pubblica mostra dello Spartaco fu un trionfo pel Vela.
La novella scuola aveva vinto, e
la scultura italiana, sciolta dalle vecchie pastoie, procedeva ardita e sicura
verso quel seggio sublime che nessuno ha mai saputo o potuto rapirle.
L'umile scalpellino era ormai uno scultore famoso.
Gli emuli tacquero, i nemici sparirono. Il Vela non aveva più che ammiratori ed
amici.
Il suo taccuino riboccava di
commissioni, il suo studio si riempiva ogni giorno di una folla plaudente.
Il signor Giacomo Ciani di
Lugano volle avere da lui una statua di donna in proporzioni uguali al vero,
raffigurante la Desolazione, e collocata più tardi sopra un monumento
funerario eretto nei suoi giardini. Il conte Giovanni d'Adda di Milano
incaricava poi il Vela della esecuzione di due opere monumentali consacrate
alla memoria della contessa sua moglie (La Donna compianta nei suoi estremi
momenti e l'Addolorata), figure al vero, collocate in una cappella
sepolcrale eretta ad onore della estinta compagna nella sua villa di Ercole, a
tre miglia da Monza.
Nel 1852, cacciato via da Milano
per ordine del Governo Austriaco, che nel suo rifiuto di far parte dei membri
onorari di quell'Accademia di Belle Arti (Istituto Governativo) vedeva una
manifestazione ostile al Governo, il nostro Vela si stabiliva a Torino.
Appena giunto in quella città, a lui già conosciuto per fama venivano
affidate varie opere di non lieve importanza, fra l'altre la Speranza
che gli fu ordinata dal signor Prever e posta in una edicola sepolcrale del
Campo Santo di Torino, la Rassegnazione, ordinata dalla contessa Losco
di Vicenza e posta sopra una tomba nel Campo Santo di quella città, e il
Monumento al maestro Donizetti per commissione dei superstiti congiunti del grande
Maestro.
Ormai la fama del Vela aveva
valicate le Alpi e aleggiava lontano oltre il mare.
Non è compito
nostro seguirlo nei suoi trionfi. Questo libro non registra nella vita
degl'illustri uomini contemporanei che il periodo penoso in cui l'ingegno loro
ebbe a lottare contro gli ostacoli, in cui fu necessario soffrire e combattere,
soccombere e rialzarsi, ed in cui vincere e riuscire non fu caso o ventura, ma
fu effetto di lavoro, di buon volere, di fede e di costanza.
Il Vela, onorato e acclamato da privati e da principi, ha empito del suo
nome l'Italia, e molte straniere città hanno pagato alle sue statue,
lodatissime, largo e sincero tributo di ammirazione.
Milano, Stresa, Torino, Lisbona, Parigi, Genova, Bologna, Padova si
onorano di possedere le opere dovute al magico scalpello dell'antico
campagnuolo ticinese.
La folla cosmopolita che si accalcava nel gran palazzo della Esposizione
di Parigi nel 1867 rimase silenziosa e come stupita innanzi alla grande statua
del Vela Gli ultimi istanti di Napoleone a Sant'Elena, e l'indistinto
mormorio di quelle voci commosse, consacrò all'Italia la palma della scultura,
in quella pubblica mostra ove tutti gli artisti del mondo avevano fatto
l'estremo sforzo per vincere.
Vincenzo Vela, toccato il più
alto gradino dell'arte, sentì stanchezza e sazietà d'onori, d'applausi e di
gloria.
Soffocato tra la folla plaudente, desiderò le
solitudini delle alpine montagne, l'aer libero e sereno delle patrie pendici,
lo spinse in cuore vaghezza di tornare al villaggio ove dormivano sotterra i
suoi cari, ed ove egli aveva mosso i primi passi della vita.
Prima di lasciar Torino egli
modellò per commissione della contessa Giulini della Porta un Ecce homo
che riuscì sì mirabile cosa da superare l'aspettativa di ognuno.
Poi, sordo alle preghiere de'
discepoli e degli amici, fuggì più che ritirarsi a Ligornetto; e là, chiuso in
una ridente villetta, circondato da' modelli di tanti suoi pregiati lavori,
vive con l'arte e per l'arte, e insegna colle carezze e co' baci all'unico suo
figliuolino, che chi vuole e fortemente vuole, che non si avvilisce nè si
stanca, chi lavora e chi studia, raramente fallisce la mèta gloriosa.
Gaspare Fossati
Gaspare Fossati nacque in Morcote sul lago di Lugano, il 7 ottobre 1809,
da modesta famiglia d'artisti, che pel passato esercitavano con successo la
loro professione al servizio della repubblica di Venezia.
Nello scorcio del 1816 seguì la madre in Venezia ove attese a' primi
studi elementari, e seguitò con profitto il corso ginnasiale, ma spinto
precocemente al disegno che prediligeva sopra ogni altro studio, entrò poco
dopo in quell'Accademia di Belle Arti, e vi apprese i primi rudimenti d'ornato.
Più tardi, nel 1822, rimpatriando la famiglia, il giovinette rimasto in Italia,
passò all'Accademia di Brera in Milano ove continuò, raddoppiando l'ardore, il
corso regolare degli studi di architettura unendovi al tempo stesso quelli di
pratica, presso i più celebri architetti di quel tempo. Studiò del pari con
amore la prospettiva e figura, e frequentò assiduo e studioso le pubbliche
biblioteche, facendo tesoro della lettura dei viaggi e delle vite degli artisti
celebri, e conversando coi più provetti e distinti fra i superstiti.
Appena diciottenne, già molto innanzi nell'arte sua, e autore di lodate
opere, lasciò l'Accademia di Milano, dopo aver riportato vari premi, e
specialmente quello del grande Concorso d'Architettura del 1827, e vago di
visitare nuovi paesi e di ispirarsi ai più famosi modelli dell'arte italiana si
diede a visitare le principali città d'Italia, e si fermò a Roma, ove restò
fino al 1832, procacciandosi col proprio lavoro, quei mezzi di sussistenza che
molti altri ritraggono dalle pensioni de' loro governi e da generosi mecenati,
aiuti che il più delle volte falliscono allo scopo.
Ritornato in patria per pochissimo tempo, mosse desioso alla volta di
Pietroburgo, in cerca di fortuna, compiendo così un voto del proprio avo,
accennato in una sua opera pubblicata. Quivi trovato benevolo e simpatico
accoglimento da quei signori, e fra gli altri dal patrizio milanese conte
Giulio Litta, malgrado la eccessiva sua giovinezza, e l'essere estraneo al
paese, alla lingua ed agli usi, ebbe la sorte di riuscire ad essere ammesso a
vari impieghi governativi presso la Corte imperiale, facendosi conoscere ed
apprezzare nel tempo stesso per opere e progetti eseguiti per alcune opulente e
primarie famiglie.
Nel 1836 lasciò la Russia per recarsi d'ordine di quel Governo a
Costantinopoli, ove costruì il palazzo di quell'ambasceria a Pera; volgendo in
mente il progetto di un analogo edifizio nella capitale persiana e iniziandone
alacremente gli studi che furono in seguito abbandonati dal governo russo per
motivi politici.
Costantinopoli divenne più tardi teatro più vasto e più adatto alla
gloria del cosmopolita architetto, che attratto dalle bellezze del Bosforo,
sedotto dalle lusinghe della vita attiva ed indipendente, e spinto dal
desiderio di accrescere lustro alla crescente sua fama, accettò di entrare al
servizio del governo ottomano, e nella capitale della Turchia fabbricò, oltre
al palazzo dell'ambasciata suddetta, molti ed importanti edifizi di pubblica
utilità, e inaugurò pel primo la riforma dell'arte.
Nel 1847 ebbe l'incarico dal Sultano Abdul-Medjid-Khan di compiere i
grandiosi restauri alla celebre moschea di Santa Sofia, ai quali associò suo
fratello Giuseppe, architetto pure di merito, che costruì varie chiese e ville
sul Bosforo ed in Costantinopoli, e contemporaneamente poi i fratelli Fossati
costruirono il vasto edificio dell'Università ottomana sopra una delle
distrutte caserme de' Giannizzeri, come anche varie altre costruzioni e
restauri, per le diverse ambasciate in Pera, e particolarmente quelli del
palazzo di Venezia appartenente all'Austria.
Ebbe onorificenze e compensi secondo i suoi meriti, e tutto accolse con
nobile e modesto sentire. Tornato in patria fu nominato a far parte della
Commissione per giudicare i progetti della famosa Galleria Vittorio Emanuele a
Milano, come pure si richiese il suo parere sulla riforma della piazza del
Duomo. Egli aderì a questo invito, e senza burbanza disse il parer suo con
vantaggio dell'arte. Con questa natura serena e operosa egli vive contento, e
gode il rispetto e l'amore di quanti lo conoscono.
Domenico Giudicelli
Domenico Giudicelli nacque nel comune di Aquila, Valle di Blenio, addì 3
agosto 1780 da Giovanni Battista Giudicelli e Maria Caterina Rigozzi. La
condizione dei genitori non permise che dessero ai figlio Domenico altra
educazione eccetto quella che s'impartiva ai fanciulli nelle scuole comunali di
quel tempo. E quanto fosse povera e meschina cotesta educazione sanno tutti
coloro che conoscono qual fosse lo stato della pubblica istruzione in Europa
sul finire del secolo scorso.
Quando il fanciullo giunse a' dodici
anni, costretto dalle misere condizioni della famiglia e dal bisogno a
togliersi il grave peso d'un figlio, il padre suo lo affidò ad un venditore di
castagne, che lo condusse seco a Bologna, senz'altro salario all'infuori del
vitto. Ritornò al paese dopo due anni, portando al padre i pochi denari
regalatigli dal padrone, e che non arrivavano alla somma di trenta lire.
Appena quindicenne perdette il padre, il quale lasciava dietro di sè ben
sette figli, la maggior parte in tenera età. Allora il giovane Domenico si
sentì più che mai spinto a procurarsi una condizione migliore per sè e per la
famiglia emigrando all'estero.
Partì da casa munito di sole ventuna lire per poter fare il viaggio, e si
recò a Lione dove lavorò più di un anno in una fabbrica di cioccolata. Da Lione
andò per qualche mese a Bordeaux, e da Bordeaux a Parigi. Qui fu colpito da una
malattia che l'obbligò a consumare i pochi risparmi che con tanta fatica aveva
messo assieme. Ma riavutosi alla meglio, si pose al servizio di un tale che
l'impiegò nel lastricare le vie. Doveva quindi faticar molto e guadagnar poco,
ma non si lasciava scoraggiare per questo.
Un caffettiere romano che aveva bottega a Parigi, di nome Frascati, un
tal giorno s'imbattè col giovane Domenico, e vistolo così gioviale, laborioso e
pronto nelle risposte, lo volle impiegare come garzone nel suo caffè, e non
trascorsero sei mesi che lo promosse al grado di primo garzone.
Stette in questo esercizio per circa dieci anni, e lavorando
assiduamente, e spendendo il puro necessario, non senza imporsi molte
privazioni che a molti parrebbero intollerabili, egli giunse a mettere da parte
la somma di lire 30.000, nonostante che mandasse sempre qualche soccorso alla
sua famiglia in Aquila. Fece in seguito società con un compaesano di nome
Corezza, ticinese, per l'esercizio di un negozio di cioccolattiere, e dopo poco
tempo lo potè rilevare tutto per suo conto. Con grandissima perspicacia ed
attività portò a grande floridezza il suo commercio cominciato da umili e
oscuri principii in guisa, che giunse ad essere il fornitore della Casa reale
di Francia.
L'abilità sua non comune, l'onestà scrupolosa che spirava dalla intera
sua vita, l'ardore continuo di lavorare indefessamente, procacciarono al suo
nome lodi infinite e al suo commercio larga e proficua clientela, onde le cose
sue fiorirono per modo che divenne in breve possessore d'una fortuna che
oltrepassava un milione di lire, e allora cedette la fabbrica a suo fratello;
ma non per questo si ritirò dagli affari, ma si occupò di compra e vendita e
fabbricazione di case, e fu così fortunato nelle sue operazioni, e quelle
condusse con tanta avvedutezza e prudenza, che diventò padrone di ben altri
quattro milioni di lire.
Dalla moglie, parigina, ebbe una sola figlia, che sposò il conte La
Morois, figlio del generale napoleonico di questo nome, erede delle ricchezze e
delle virtù paterne, ed oggi assunto ad altissimi uffici e Senatore
dell'impero.
Domenico Giudicelli possedeva a Parigi varie case, tra le quali il
palazzo del grande Balcone sul Boulevard des Italiens, e nove arcate o
botteghe nel Palais Royal.
Fu generoso coi compatrioti e
caritatevole verso i poveri. Lasciò memoria di sè nel paese di Aquila, facendo
innalzare un oratorio sulla montagna di Gorda nel territorio di questo comune
dotandolo d'una rendita sufficiente per mantenerlo.
Morì a Parigi addì 13 settembre 1848, disponendo di vistosi legati a
favore di tutti i suoi parenti ed amici, non che della chiesa parrocchiale del
suo paese nativo.
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