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Michele Lessona
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  • CAPITOLO DECIMOTERZO   GENOVA Due Conti — Genova in poesia — Genova in realtà — Giuseppe Canevaro — Gerolamo Boccardo — Niccolò Paganini -— Camillo Sivori, Giuseppe Garibaldi.
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CAPITOLO DECIMOTERZO

 

GENOVA

Due ContiGenova in poesiaGenova in realtàGiuseppe CanevaroGerolamo BoccardoNiccolò Paganini -— Camillo Sivori, Giuseppe Garibaldi.

 

Vittorio Alfieri che si rammentava ogni tanto di essere nato conte, odiava il commercio, lo chiamava Idolo ingordo di ogni lucro, e disprezzava gli inglesi e gli olandesi, perchè erano commercianti.

Leggete qui le sue parole:

 

«... tra il Batavo e l'Anglo arde il gran fuoco

Perchè tra lor da barattar null'hanno

vuol l'un l'altro dar l'avaro loco.

Salano aringhe entrambi, entrambi fanno

Rei formaggi, e confettan lo stocfisce,

E di balene a pesca entrambi vanno.

Dunque forz'è che invidia tra lor striscie,

E si barattin se non altro, il piombo:

già tal guerra in lor soli finisce.

Chè tutta Europa, mercè il gran Colombo,

Or si in capo pel real tabacco,

Or per l'acciughe, ed or pel tonno o il rombo:

Ma in cotai sudiciumi omai mi stracco.

Io tronco il nodo, e dico in un sol motto

Che il commercio è mestiero da vigliacco;

Ch'ogni virtude, ogni bontà tien sotto;

Ch'ei fa insolenti i pessimi; e i legami

Tutti fra l'uom più sacrosanti ha rotto.

Nei mercanteschi cuor, veri letami,

Non v'ha Dio, onore, parenti

Che bastin contro le ingordige infami».

 

Il fiero conte aveva il merito di essere molto schietto nel suo parlare, e questi versi esprimono così chiaramente il suo concetto, che nulla riuscirebbe meglio. Quel gran Colombo, detto per ironia, vale un tesoro.

Il conte Alfieri non voleva commercio, voleva invece:

«Religion e leggi e aratro ed armi»,

e non avrebbe veduto troppo di mal occhio la totale abolizione d'ogni traffico.

 

«Quand'anche or dunque differenza espressa

Il non-commercio faccia in men borghesi,

Non fia poi cosa, che un gran danno intessa.

Liguria avria men muli e Genovesi;

Sarian men gli Olandesi e più i ranocchi

Nei ben nomati in ver Bassi Paesi:

Ma che perciò? Vi perdemmo gli occhi

Nel pianger noi lo scarso di tal razza,

Che decimata avviene che ancor trabocchi?».

 

Un altro conte, il Leopardi, nella sua terribile calma, è anche più feroce contro il commercio che non il conte Alfieri colle sue apostrofi più violente.

Sentite

«Havvi, cosa strana, un disprezzo della morte e un coraggio più abbietto e più disprezzabile che la paura; ed è quello dei negozianti ed altri uomini dediti a far denari, che spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per sordidi risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla loro conservazione, e si mettono a pericoli estremi, dove non di rado, eroi vili, periscono con morte vituperata».

Lasciamo in disparte il Leopardi, che in ogni sua parola faceva echeggiare la nota del dolore, e, moderno Giobbe, ha veduto e dipinto un solo lato delle cose umane.

Ma il conte Alfieri era uomo militante, che colla mente precedeva di gran tratto i suoi tempi! Il suo superbo disprezzo pel commercio prova dunque quali fossero i tempi, e che cosa sieno i pregiudizi della nascita anche nelle anime più grandi.

Il poeta dice di stesso non ancora ventenne:

 

«Calda vaghezza che non mai pace,

Mi spinge in volta; e in Genova da prima

I passi avidi miei portar mi face.

Ma il banco, e il cambio, e sordidezza opima,

E vigliacca ferocia, e amaro gergo,

Sovra ogni gergo che l'Italia opprima,

E ignoranza, e mill'altre ch'io non vergo

Note anco ai ciechi liguresche doti,

Tosto a un tal Giano mi fan dare il tergo».

 

Giovanni Prati invece vagheggiò Genova con animo di poeta e ne cantò con soavi versi le delizie:

 

«Nel mio pensiero, come una stella,

Tu ognor spuntavi, Genova bella,

Coi tuoi palagi dove tra gli ori

Brillano eterni marmi e colori,

Colle tue cento colline care,

Coi tuoi navigli, col tuo gran mare!».

 

ammirò gli stupendi palagi, i giardini fragranti, la bella corona di monti, l'aperto mare:

 

«Del flutto azzurro nell'ampio velo

Dalla sua curve cadeva il cielo

Sereno e grande. Col cielo e il flutto

In te mi parve sorrider tutto.

Le mobili isole nel mar create

Erano incanto di occulte fate».

 

Il suo pensiero si riportò al passato

 

«E vidi altero sui flutti illesi

Battere il remo dei Genovesi,

Del lor vessillo sotto l'impero

Curvarsi i cento dello straniero,

E aprir le braccia l'ampia cittate

Alle arrivanti galee dorate

Che a lei versavano dalla marina

Qual sulle vesti d'una regina,

Di gemme e perle ricchezze immani

Compre col sangue sugli oceàni».

 

Poi tornò a rimirare quella bellezza ineffabile di natura e d'arte; ma, prosegue egli:

 

«Pur, riguardando, nel cor mi scese

Un desio mesto del mio paese!

Più che le antenne delle tue navi,

Nella memoria mi fur soavi

Le conosciute mie verdi piante,

Dove io sorrisi poeta e amante.

Più che al tuo mare pensar mi piacque

Alle romite fuggevoli acque

Che in mezzo ai fiori d'un picciol prato

Bagnan la casa dov'io son nato,

Dove la mesta madre diletta

Da molto tempo so che m'aspetta».

 

Cotesto accadde a chi visitò Genova non cercando altro in essa che le memorie del suo passato, cosa che, come per Genova, accade per ogni altra città.

Ma le sensazioni sono ben diverse quando il viaggiatore, invece di non far altro che passare guardando intorno intorno, si fermi, e, lasciato in disparte il passato, si metta a considerare le condizioni attuali di Genova: allora un senso prima di meraviglia, come di chi trovi qualche cosa di molto piacevole dove non si aspettava, e poi un senso di affettuosa stima prende l'animo, e questa stima e questo affetto crescono, grandeggiano e si rassodano in ragione del tempo che in Genova si passa.

È vezzo volgare dir male dei Genovesi, chiamarli uomini diversi, gretti, avari, speculatori, alieni da ogni colore intellettuale, municipali, egoisti, rivoluzionari.

Eh! buon Dio! I Genovesi hanno certo, come tutti gli uomini di questo mondo i loro difetti; ma credete, sarebbe una gran fortuna per la patria nostra, se tutti i cittadini delle tante città non avessero altri difetti se non quelli dei Genovesi.

I difetti dei Genovesi sono il vanto, e, direi quasi, la esagerazione dei loro pregi, ma sempre i difetti si vanno dileguando e i pregi crescono.

Una delle prime cose che grandemente ammira nei Genovesi chi incomincia a fare con essi più intima conoscenza, è l'amore per la famiglia, il pensiero delle cose domestiche, l'affetto alla casa.

Quanti uomini si fanno, senza mai trovarsi una risposta, questa domanda tanto significativa: — Dove passare le mie serate?

Questa domanda pel Genovese non esiste: il Genovese si ammoglia giovanissimo, e la sera, che è di tutta la giornata il solo tempo del suo riposo, la passa in famiglia, presso la moglie che ricama, con una bambina sui ginocchi che comincia i distinguere le lettere dell'alfabeto sull'abbecedario, e un figliuolo accosto più grandicello che armeggia contro le frazioni decimali.

La sera è pel Genovese il solo tempo del riposo, perchè tutta la giornata è per esso consacrata al lavoro!

L'abito del lavoro! L'amor del lavoro! Ecco una grande, una feconda, una somma virtù dei Genovesi!

Il Genovese non è postulante, non è importuno col Governo, cerca intorno a le sorgenti della propria sussistenza e le trova, e quando son troppo scarse, mette in un paio di casse il suo bagaglio e s'imbarca tranquillamente per l'America, d'onde in breve, nel maggior numero dei casi, torna abbastanza ricco per dar opera a nuove imprese.

Centomila liguri campano in America, preparando alla madre patria, se questa ne saprà trarre profitto, una ricchissima sorgente di ricchezza e di forza.

Genova pei suoi edifizi è la città più leggiadramente costrutta d'Italia, e una ventina di quei suoi grandi palazzi contengono tante ricchezze artistiche quali non si trovano altrove.

Nessuna città italiana più di Genova ha dato sviluppo alle scuole del popolo, elementari, serali, domenicali.

Genova, coi soli mezzi forniti da privati cittadini, mantiene una scuola di musica, una scuola di disegno, una scuola di scultura, tutte frequentatissime.

Quella striscia di terreno dominata dal monte e bagnata dal mare che si chiama Liguria, alberga la gente più operosa di tutta Italia.

Qui gli esempi d'uomini nati in povertà e segnalatisi per ricchezza, dottrina, valore letterario od artistico, traffici condotti con intelligenza, ardite navigazioni, onore fatto alla patria in lontane contrade, abbondano più che in ogni altra nazione.

Ed è molto desiderabile che taluno fra i tanti Liguri che con amore coltivano le lettere e le patrie istorie, si accinga a raccogliere così fatti esempi e divulgarli in Italia a comune vantaggio.

Siccome richiede l'indole di questo libro, darò qui di taluno un rapidissimo cenno.

 

Giuseppe Canevaro

In Zoagli presso Genova, nacque Giuseppe Canevaro nel mese di aprile dell'anno 1804. Suo padre, marinaio, se lo prese seco a bordo in età di otto anni, sopra un bastimento dove faceva da nostromo, comandato da un tal capitano Bafico.

Quella prima navigazione fu piena di avventure. Il bastimento, con bandiera francese, ebbe scontri con gli Inglesi, e combattimenti. Ritornati dopo varie vicende in Genova, il padre del Canevaro condusse il figlio da un signor Chichizola, padrino del fanciullo, ricco negoziante genovese padre dei signori Bartolomeo ed Eugenio Chichizola, che oggi vivono in Genova stimati per la loro gentilezza e cortesia.

Il piccolo Canevaro allora toccava appena i dodici anni. Era per caso dal signor Chichizola un capitano Vigne, che faceva i viaggi di lungo corso.

Mentre il Canevaro padre stava parlando col signor Chichizola, il capitano Vigne poneva gli occhi addosso al fanciullo, e ne veniva ammirando il viso intelligente e simpatico, le giuste forme, l'aspetto vigoroso.

— Che cosa volete fare voi di questo vostro figliuolo? domandò al marinaio.

— Lo voglio mandare a scuola, ma ci vorrà fatica, perchè è un po' monello...

Datelo a me: io sto per intraprendere un lungo viaggio, e ve lo riporterò bene ammaestrato.

Il padre sapeva che il Vigne era ottimo capitano, e, buon marinaio egli stesso, non poteva a meno di scorgere i vantaggi che avrebbe ricavato suo figlio da una così fatta navigazione. Tuttavia esitava: Giuseppe era ancora tanto fanciullo!

Ma il signor Chichizola intervenne, consigliandolo, alla sua volta, a non lasciarsi sfuggire la buona occasione; ed egli finì per acconsentire.

Il fanciullo a bordo si trovò come in un nuovo mondo: aveva già navigato, eppure gli pareva di essere per la prima volta sopra un bastimento, e di ricominciare una novella esistenza.

Prima aveva navigato col padre, ed ora si trovava solo.

Il padre del Canevaro era ottimo uomo, e il figliuolo era pieno di affetto per lui, e pieno d'affetto per l'ottima madre sua, la quale lo amava tenerissimamente.

Ora egli si trovava a bordo, solo in mezzo a gente che non aveva mai veduto, tutt'altro che carezzevole: solo da mane a sera e da sera a mane in quella solitudine solenne, spingendosi velocemente a gonfie vele sempre più lontano la nave.

Allora quel fanciullo sentì come dentro a confusamente una voce che gli disse: «Tu sei abbandonato a te stesso, ed alle tue forze: guarda di far buona prova, e fa' in tutto scrupolosamente il tuo dovere». E così fece.

Per qualche giorno il capitano Vigne non gli disse motto: ma lo teneva d'occhio. Vedutolo operoso e taciturno, pieni gli occhi di mesti e forti pensieri, lo chiamò a , chiamò il primo pilota, ed ordinò a questo che insegnasse a leggere e scrivere al fanciullo, e lo facesse così lavorare qualche ora tutti i giorni.

Trattenutosi per qualche tempo il bastimento nel porto di Cadice, il capitano Vigne diede un maestro al fanciullo, e incominciò a dirgli qualche parola amorevole: ma se egli si mostrava per caso svogliato della scuola, il capitano ripigliava il suo austero cipiglio consueto.

In breve però il capitano prese ad amare il piccolo Canevaro con paterno affetto.

Giunto il bastimento all'Avana, venne a bordo un nuovo primo pilota, per nome Bernardo Mazzino, genovese; egli aveva fatto naufragio con un bastimento di cui era capitano, e s'era raccomandato al capitano Vigne, suo vecchio compaesano ed amico, perchè lo prendesse seco come primo pilota: ciò che fu fatto.

Si fece vela per la Costa di Africa, e la navigazione fu lunga e piena di avventure: il Vigne raccomandò al Mazzino il piccolo Canevaro, e il Mazzino prese ad ammaestrarlo, e pose in lui affetto pari a quello del capitano.

Saltiamo ora a piè pari una quarantina d'anni, e rechiamoci a Lima. Il piccolo mozzo di Zoagli è un ricchissimo commerciante, lodato ed ammirato pel suo coraggio, pel suo criterio, per le sue cognizioni, e per la sua abilità commerciale, consultato nelle vicende politiche di quei paesi, console generale del governo Sardo presso il governo del Perù, apprezzato dal ministro degli esteri di Torino che gli per lettere le più lusinghiere frequenti attestazioni dell'alta stima in cui lo tiene, e si mostra grato di tutto quello che egli fa per la patria.

Come è avvenuto questo sorprendente mutamento? Viveva allora in casa del Canevaro un buon vecchio, amato e riverito come un padre, che ne teneva in braccio i figliuoli parlando loro della sua bella Genova, e li accarezzava, e raccomandava loro di ricordarsi di lui quando visitassero la sua città nativa, che egli era rassegnato a non più rivedere.

Questo vecchio era Bernardo Mazzino, il primo pilota del capitano Vigne all'Avana.

Egli morì in casa del Canevaro. Avea fatto testamento, e lasciato al Canevaro tutto l'aver suo.

Fra le sue carte fu trovato tutto di suo pugno e da lui firmato il seguente documento, che io traduco letteralmente dalla lingua spagnuola in cui fu scritto.

«Per quello che possa importare in qualunque tempo e circostanza ai figli di Don Giuseppe Canevaro, dichiaro nel mio testamento, che io ho conosciuto il loro padre per la prima volta all'Avana nell'anno 1816 quando era in età di dodici anni, e si trovava a bordo del bastimento chiamato la Calipso, comandato dal capitano Vigne che era stato mio compaesano ed amico, e nella circostanza che io era venuto in quel paese dopo aver naufragato con un bastimento che comandava mi determinai ad imbarcarmi da primo pilota sul bastimento soprannominato, e impresi un viaggio alla costa d'Africa, nella lunga traversata del quale per motivo di aver imparato ad apprezzare questo giovane, al nostro ritorno che facemmo all'Isola di Guadalupa, cercai di attirarlo alla mia benevolenza, avendo io assunto il comando di quel bastimento per imprendere un nuovo viaggio. Conobbi questo giovane siccome molto applicato al lavoro, e molto atto alla carriera della marina; e dacchè io conosceva la molta affezione che aveva posto in lui, la molta benevolenza che egli aveva dimostrato, e la protezione che gli aveva accordato il capitano Vigne, trovai giusto di prenderlo sotto la mia protezione e direzione; onde mi diedi ad insegnargli la navigazione, nella quale fece tanto progresso che in età di 20 anni, trovandoci in San Thomas, si potè comprare un bastimento e dargli la direzione di quello. La sua attività faceva accrescere ogni giorno per lui la mia benevolenza, la sua onoratezza e la bontà del suo carattere facevano che io avessi in lui la più grande fiducia, conoscendogli non solo la capacità di un buon marinaio, ma anche la capacità ed abilità insigne di buon negoziante.

«Io ebbi la disgrazia di perdere un bastimento di mia proprietà chiamato Cristoforo Colombo, onde il giovane dovette separarsi da me. Ma siccome i negozianti di San Thomas conoscevano la sua energia, la sua operosità e la sua onoratezza, gli diedero da comandare un bastimento e lo incaricarono della vendita del suo carico. In seguito egli mise un magazzino in Panama per suo proprio conto, e col credito che si era acquistato e la buona condotta lo fece progredire in maniera ammirabile, trovando sempre modo in tutto di acquistare cognizioni ed ammaestramenti.

«Nel 1829 passò con un carico di effetti che portava da San Thomas e Guayaquil dove pose dimora, recandosi tutti gli anni a San Thomas a comprare l'occorrente di merci per Gauyaquil. Allora appunto io tornai a riunirmi a lui; ed egli seguendo sempre il naturale suo carattere di gratitudine, imprendemmo alcuni negozi con comune vantaggio. In seguito andai a stabilirmi a Valparaiso mentre il Canevaro proseguiva a Guayaquil nel traffico con buona fortuna. L'anno 1833 egli venne a Valparaiso per commercio, portando via una partita di cappelli. La benevolenza che io aveva per lui, che era come se fosse stato mio figlio, mi spinse a consigliarlo a venirsi ad accasare in Lima con una delle figlie di Don Felice Valega nostro compaesano ed amico mio, che in due occasioni aveva avuto campo di conoscere in Lima colla sua famiglia. La sua stella gli fu favorevole; perchè avendo secondato i miei desiderii egli incontrò una sposa impareggiabile, una degnissima madre di famiglia.

«Allora egli liquidò lo stabilimento che teneva in Guayaquil, impiantandolo nell'anno 1834 in questa capitale, e con la consueta sua onoratezza, sopra la base dell'onestà più rigida, si andò sollevando a quel posto dove ora si trova.

«Egli non è stato mai vendicativo: il suo carattere fu franco ed impetuoso; non ha mai conosciuto il timore tutte le volte che fu il caso di trovarsi in faccia al pericolo e di non mancare all'onore, e colla sua costanza seppe acquistare quel posto elevato che nella società oggi tiene.

«Ogni qualvolta ha potuto, fu prodigo dei suoi benefizi a quanti gli si sono presentati, e particolarissimamente ai suoi compatrioti: mi consta che molti fra quelli che oggi tengono in questa città un posto elevato, furono da lui tolti dal basso stato in cui erano.

«Egli prosegue educando con sollecitudine tutti i suoi figliuoli; è marito buono e costante: e tutte queste qualità hanno fatto sì che sempre più è cresciuta la mia stima per lui, tanto maggiormente quanto egli seppe corrispondere in modo così degno alla benevolenza che ho avuto per lui sino dalla sua infanzia.

«Questa mia dichiarazione dovete voi tenerla siccome è, quale l'attestato più veridico della onoratezza e buona condotta di vostro padre, senza che dimentichiate la madre vostra che merita tanto per le sue virtù; e se qualche malvagio venisse col libertinaggio della stampa a macchiare la sua incontaminata condotta, vi prego di non far caso di tanta malignità, perchè vostra madre è tale, che la stessa invidia non le potrebbe trovar nulla a ridire.

«Questa medesima mia dichiarazione servirà pure a ratificare quella che ho fatto davanti al Consolato generale di Sardegna in data 15 febbraio 1855.

«In Lima, il giorno 20 novembre 1863.

Bernardo Mazzino»

 

Ad ognuno dei suoi dodici figliuoli, il signor Giuseppe Canevaro lascerà qualche milione: ma questo scritto è per loro un tesoro ben più grande.

Venne in Lima l'annuncio dei grandi fatti dell'anno 1848, e tutti gl'Italiani se ne commossero; il Canevaro, console generale, aprì una sottoscrizione firmandosi primo, e poi facendo firmare dopo il suo nome quello della moglie, e poi quello di tutti i suoi figli che allora erano otto, per una vistosa somma mensile per tutto il tempo che sarebbe durata la guerra.

Gli altri lo imitarono, e commovente ai combattenti in Italia fu il grido d'incoraggiamento che mandarono i fratelli di quelle spiaggie lontane.

Addì 2 marzo del 1849 il Canevaro fu fatto da Carlo Alberto cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, e poco dopo giunse in Lima la terribile notizia della disfatta di Novara.

Al profugo re scrisse il Canevaro una lettera commoventissima, piena di dolore, di gratitudine, di patriottismo.

Malgrado quei rovesci, il Canevaro ebbe fede nell'avvenire della patria, e si propose di concorrere secondo le sue forze al bene di essa.

Ripetutamente scrisse al Ministero piemontese facendo vedere la possibilità e i vantaggi di un trattato commerciale col Perù: le faccende qui allora erano molto gravi; tuttavia seppe tanto insistere, e con tanta evidenza riuscì a dimostrare la importanza della cosa, che il Ministero, che prima s'era deliberato d'incaricare lo stesso Canevaro di conchiudere a Lima il trattato, finì poi per conchiuderlo a Torino con un incaricato straordinario e ministro plenipotenziario della repubblica del Perù, il canonico Don Bartolomeo Herrera.

I1 ministro Da Bormida, in data 25 giugno 1853, scriveva al Canevaro:

«Tenendo nel dovuto conto i buoni suggerimenti che la S. V. Illustrissima seppe sin dal 1849 -indirizzare a questo Ministero, e profittando delle buone disposizioni che la di lei influenza ed efficace cooperazione hanno procurato da parte del Re alla repubblica del Perù, io ho avuto la soddisfazione di stipulare il 14 del corrente mese col plenipotenziario, espressamente spedito alla corte di Sua Maestà, il progettato trattato di amicizia, di navigazione e di commercio».

Il Canevaro fu poi con lettere patenti firmate dal re Vittorio Emanuele da Torino in data 11 settembre 1856, nominato plenipotenziario presso il governo del Perù al fine di fissare, secondo l'articolo 24 del trattato precedentemente fatto, sovra basi più larghe e positive, le attribuzioni, le immunità e la giurisdizione degli agenti consolari italiani.

Mentre dava opera a tutto ciò, il Canevaro non dimenticava il commercio, e riuscì ad avviare verso l'Italia carichi di grano, che ogni anno poi divennero più numerosi.

Egli ebbe in proposito una lettera, tutta quanta scritta dalla propria mano del conte di Cavour, la quale mi piace qui riferire:

 

Torino, 1 gennaio 1851

«Illustrissimo Signore,

«Il mio collega, presidente del Consiglio, mi ha comunicata la pregiatissima sua in data dell'8 novembre 1850, colla quale Ella gli trasmetteva interessanti nozioni intorno al commercio del guano. Avendo adoperato da molti anni questo prezioso concime sulle proprie mie terre, e fattolo adoperare da molti miei amici, io posso apprezzare tutta la utilità che tornerebbe al nostro paese dallo stabilimento del commercio diretto del guano fra il Perù e Genova. Mi affretto quindi di risponderle, non tanto come Ministro, quanto come un proprietario del guano amantissimo.

«Dacchè ho introdotto l'uso del guano, questo andò estendendosi al punto che nell'anno scorso i soli proprietari del Vercellese ne incettarono per mezzo mio circa 500 tonnellate. Quest'anno non se ne trova a Genova di qualità sicura, ed a prezzi discreti: ma se ve ne fosse, certamente che 100 tonnellate sarebbero prontamente vendute.

«Per conto proprio sarei disposto a comprarne, purchè mi venisse consegnato prima del mese di ottobre di quest'anno, 500 tonnellate. Ove questo fosse di primissima qualità, lo pagherei volentieri, franco in porto, franchi 220 la tonnellata. Già tenni discorso di questa provvista al signor Bollo, capitano armatore e deputato alla Camera, ma questi non potè sinora darmi una definitiva risposta. Sarà facile alla Signoria Vostra l'accertare se la Compagnia inglese abbia, per mezzo del prefato signor capitano, intenzione di spedire a Genova uno o due carichi. Nel caso contrario, io sarei oltremodo tenuto alla Signoria Vostra, se Ella potesse trattare per conto mio da 300 a 500 tonnellate guano di prima qualità da consegnarsi in Genova prima della fine di settembre del corrente anno, franco in porto, al prezzo non maggiore di 230 franchi per tonnellata. La merce dovrebbe essere consegnata alla casa De la Rue e C., ed i pagamenti si farebbero metà all'arrivo della nave, metà quindici giorni dopo la consegna. Ove le case inglesi desiderassero essere pagate in Londra, non havvi difficoltà a consentire a questa condizione.

«Raccomandandole vivamente questa pratica, ho l'onore di rassegnarmi con distinti sensi

devotissimo servitore

C. Cavour

Ministro della Marina,

Agricoltura e Commercio»

 

In quel tempo il Canevaro vagheggiava un progetto di una singolare grandezza.

Le isole Gallapagos nel Pacifico, celebri per la loro costituzione geologica e la loro fauna, ma note soltanto ai naturalisti, sono disabitate.

Il Canevaro concepì il progetto di fondare una colonia; egli vi voleva portare centocinquanta famiglie di emigranti genovesi: aveva pienamente divisato il modo, designati i vari lavori, fatto uno statuto per quel piccolo governo di cui sarebbe stato il capo.

Ne scrisse al Cavour che ammirò l'idea, ma gli rispose che il governo sardo non era ancora abbastanza forte per dargli quella protezione efficace di cui avesse potuto avere bisogno.

Ne parlò coi governanti della repubblica dell'Equatore a Guayaquil, e li trovò disposti; ma uno dei soliti frequentissimi rivolgimenti mutò quei governanti.

Allora il Canevaro si decise a fare un viaggio in Italia.

Suo padre era morto nel 1834 colla consolazione di sapere ricco e stimato il lontano figliuolo. La madre viveva, come anche oggi vive una lieta vecchiaia, mirabile per vigore fisico, memoria e conservazione delle facoltà intellettuali.

Venne il Canevaro in Italia, e fu ricevuto dal re Vittorio Emanuele.

— Quali motivi (gli domandò il re) vi hanno indotto a ritornare in patria dopo tanto tempo?

— I motivi (rispose egli), Maestà, sono quattro.

Io voleva riabbracciare la mia vecchia madre.

Io voleva adempiere al voto fatto di sentire una messa a Superga inginocchiato alla tomba di vostro padre, il grande iniziatore delle nostre libertà.

Io voleva ringraziare Voi, o Maestà, delle dimostrazioni di benevolenza e di stima che mi avete dato.

E finalmente vi voleva dire che se novamente romperete guerra all'Austria, io vi prego di darmi un posto fra i vostri combattenti.

La messa fu sentita dal Canevaro a Superga alle nove antimeridiane del giorno 25 agosto 1858.

L'anno seguente scoppiò la guerra, e il Canevaro pregò Cavour di una lettera pel campo, dove volea andare a combattere: Cavour gli diede la lettera, ma giunto gliene fecero vedere un'altra del ministro stesso colla quale raccomandava che si tirasse partito del Canevaro senza lasciarlo andare incontro a pericoli. Andò in furia, ma bisognò rassegnarsi: si mise negli ospedali, dove rimase fino a guerra finita, rendendosi utilissimo colla sua operosità instancabile.

Addì 4 novembre 1859 il Canevaro fu promosso ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Ritornato in Lima, promosse in quella città la creazione di un monumento a Cristoforo Colombo, e volle che quella solennità fosse degnamente festeggiata.

Poscia domandò la sua dimissione da console generale, che gli fu concessa con decreto reale in data 26 maggio 1861, seguito da una lettera del ministro Ricasoli esprimente il rammarico del governo per questa dimissione, e con molta lode dell'operato precedente del Canevaro.

Addì 23 agosto 1861 egli fu promosso commendatore dei Santi Maurizio e Lazzaro, e finalmente addì 5 settembre 1867, da Firenze, Palazzo del ministero degli affari esteri, riceveva la lettera seguente

 

«Illustrissimo Signore,

«La S. V. Illustrissima era appena adolescente quando ponevasi animosa per la via dei nuovi commerci che il ritorno della pace europea, e le variazioni seguite nello stato politico delle popolazioni spagnuole in America, aprivano all'attività dei navigatori; e l'azione perseverante dell'intelligenza e del coraggio in lei coronata dal successo, era di efficace impulso a molti connazionali a seguirne l'esempio, rendendo frequente in quei mari la bandiera italiana, e sempre più ricca la messe dei nostri vantaggi riportati col traffico.

«Stabilita poi al Perù, la S. V. sempre vi conservava cuore ed aspirazioni italiane, era di larghi soccorsi generosa a molti connazionali, distinguevasi nobilmente in tutte le soscrizoni di patria utilità e decoro, esercitava per lunghi anni l'ufficio gratuito di console generale del Re, e rendeva così nella serie numerosa degli affari ordinari, come in quella non infrequente degli straordinari, pronti ed abili servigi. Ella poi accorreva in Italia, e dava anche opera personale e diretta negli ospedali da campo durante la guerra, e favoriva il proprio Comune d'origine di istituzioni vantaggiose.

«Per tali meriti i predecessori miei inviavano alla S. V. Illustrissima molti dispacci di lode, e recando a notizia di S. M. il Re i titoli di lei alla sovrana benevolenza, le conseguivano onorevoli segni della medesima. Ma ora che la necessità degli affari, e le condizioni della famiglia di lei, hanno costretto V. S. a lunghe assenze dal Perù, e quindi a togliersi alle funzioni d'ufficio, volle S. M. il Re darle prova solenne e perpetua della sua grazia, e coll'ossequiato decreto in data 30 giugno 1867 le conferì il titolo di conte, che sarà portato da V. S. Illustrissima e da lei trasmesso ai discendenti. Così si conserverà perenne nella di lei famiglia, che fu in ogni tempo oggetto delle cure più nobili e generose di V. S. Illustrissima, in ricordanza del merito di lei, e del favore che S. M. il Re accorda a quei sudditi che maggiormente si distinguono a pro' dello Stato.

«Io poi sono lieto, signor Conte, di trasmetterle il regio decreto, ed ordino che nel registro del personale consolare ove sono scritti i servigi resi da V. S. Illustrissima sia pur fatta annotazione del premio insigne che ora le fu accordato dal Re.

Colla massima considerazione mi segno

P. di Campello»

 

I figli del Canevaro sono sparsi oggi a un dipresso in tutte le parti del mondo: a Lima, in Cina, in Inghilterra, in Olanda, in Germania. Il padre si riposa dalle lunghe onorate fatiche, e prova la più grande e più invidiata soddisfazione pensando alla operosità e alla virtù dei suoi figli. Talora dice ad essi: «Io ho un voluminoso manoscritto, dove ho narrata tutta la mia vita, il bene ed il male; ve lo lascerò per vostro ammaestramento».

 

Gerolamo Boccardo

Un editore milanese, molto intelligente e molto pratico, diceva testè: — Boccardo può scrivere quello che vuole: io sono pronto a prendere i suoi manoscritti ad occhi chiusi. Qualunque cosa appaia stampata col suo nome, il pubblico la cerca e la legge avidamente.

Si dice che in un paese dove tutti son gozzuti, diventa una deformità il non aver gozzo.

Quei numerosissimi scrittori italiani che non riescono a farsi leggere, sono furibondi contro il Boccardo di questo favore del pubblico. E fanno eco a quei dotti che non scrivono affatto e biasimano molto gli scritti degli altri.

Boccardo non ha ancora quarant'anninato a Genova addì 16 marzo 1829), ed ha già pubblicato una trentina di volumi, alcuni dei quali molto grossi.

Nel 1853 pubblicò un Trattato di economia politica che ebbe molto favore, e cinque edizioni. Tennero dietro a questo la Storia del Commercio e delle Industrie; il Dizionario della economia politica; il Manuale di diritto commerciale; quello di Diritto amministrativo; quello di Contabilità; i Diritti e Doveri; il Negoziante italiano; le Antichità greche e romane; un Corso di Storia antica e moderna; la Memoria sui giuochi e sugli spettacoli premiata nel 1856 dall'Istituto Lombardo delle Scienze; La terra e l'Uomo; La terra e la sua progressiva conquista; la Fisica del Globo, ecc.

Questi libri procurarono al Boccardo una discreta agiatezza, altro argomento di furore per quegli scrittori che sostengono che un uomo si disonora a ricevere danaro in compenso dei propri scritti, e preferiscono un mecenate che faccia le spese dell'edizione.

Fra le varie onorificenze il Boccardo, ebbe quella molto lusinghiera della croce del merito civile di Savoia nel 1859, per proposta del Consiglio dell'ordine presieduto dal celebre Plana.

Non può dire di aver conosciuto appieno il Boccardo chi lo conosce soltanto come scrittore; quei meriti per cui vanno segnalati i suoi scritti, logica incalzante, mirabile limpidezza di esposizione, facilità, scorrevolezza, gusto, brio, fine ironia talora, e talora arguta piacevolezza, costituiscono il fascino delle sue lezioni. Boccardo è un professore incomparabile: ai pregi della mente unisce in sommo grado quello che i Francesi chiamano le physique de l'emploi: gesto bello e sobrio, bella persona, occhi penetranti, bellissima voce a meraviglia intonata e pieghevole, attitudine mirabile a prendere sul pubblico quell'ascendente misterioso con cui il professore lo domina e lo trae seco a sua volontà.

In Inghilterra ed in America le lezioni del Boccardo sarebbero desiderate di città in città ed avidamente ascoltate ed applaudite. In Italia il gusto delle lectures all'inglese ha fatto capolino, ma non ha ancora messo radice, fra gli altri motivi perchè gli fanno aspra guerra i professori!

Il Boccardo si mostrò moderato in politica quando era più di moda essere fremente, e mostrò grande fermezza in certi casi in cui la cosa era molto meritoria. Ebbe molti incarichi nello insegnamento: ora è professore ordinario di economia politica nell'università di Genova, e preside dell'Istituto tecnico di quella città, del quale istituto ebbe parte importante nella fondazione, ed ha parte importante nell'attuale ottimo andamento.

Da oltre a venti anni Boccardo lavora un dieci o dodici ore al giorno: ciò che non lo distoglie dall'essere buon marito di una virtuosa consorte, e buon padre di sei figliuoli. Si riposa del lavoro in seno alla famiglia, nella famiglia si ritempra al lavoro.

È questo, siccome già ho detto, l'uso dei Genovesi. Così fosse di tutti gli Italiani!

 

Niccolò Paganini

Troppo nota è la vita del Paganini perchè torni conto trattenervisi a lungo. E neppure avremmo registrato in queste pagine il suo nome tolto da lungo tempo dal numero dei viventi, se non avesse fatto forza alla nostra volontà la singolarità de' suoi casi e l'attrattiva de' curiosi episodi che narrati dalla stessa sua penna hanno un sapore di grazia e di originalità che attrae in sommo grado l'attenzione del lettore.

Figlio di un povero imballatore di merci nel porto franco di Genova, egli studiò il violino dai sei ai diciassette anni con costanza indomabile, suonando dieci o dodici ore al giorno, componendo, meditando non mai pago di quello che veniva facendo.

Ai diciassette anni si fermò ad un tratto, lasciò in disparte il violino, e per quattro anni consecutivi si diede a studi di agricoltura, suonando solo di tratto in tratto la chitarra.

Nelle vite dei grandi artisti non sono rare queste soste, non sono rari questi intervalli di abbandono, di sfiducia, di sconforto. Forse il concetto altissimo dell'arte e il sentimento della propria debolezza, forse altri motivi ne sono causa. Ma il vero artista ritorna all'arte, e così fu del Paganini.

Quando egli si trovò all'apice della gloria e dei trionfi, altra cosa non rara, cominciò contro di lui la maldicenza. Se si rompeva una corda al suo violino ed egli proseguiva il concerto sulle altre tre, si diceva che aveva ciò fatto a bella posta, e preparata prima la suonata sulle tre corde superstiti. Se faceva una suonata sulla quarta corda, si diceva che, essendo stato a lungo in prigione e mancandogli corde di ricambio, aveva dovuto esercitarsi su quella corda sola, e così era riuscito a quelle meraviglie. Gli si rendeva questa giustizia, che quando suonava in carcere (e nella buona stagione le finestre erano aperte), i carcerieri eran contenti, perchè il governo dei carcerati non dava più loro nessun fastidio.

Carcerati e carcerieri stavano tutt'orecchi ad ascoltare quei suoni celesti.

E in prigione c'era stato perchè aveva ucciso un rivale, od una amante, non si sapeva bene se l'uno o l'altra od entrambi, dove in qual modo, ma certo aveva ucciso qualcuno.

Una lettera che egli firmò ed inviò ad un direttore di un giornale musicale di Parigi, e che molti giornali hanno riportata, è tanto importante, che io credo bene qui riferirla. La lettera è questa:

«Signore!

«Il pubblico francese mi ha prodigati tanti segni di bontà, esso mi ha favorito di tanti applausi, che bisogna bene che io creda alla celebrità, la quale, dicono, mi aveva preceduto a Parigi, e che io non sia rimasto nei miei Concerti troppo al disotto della mia riputazione. Ma se qualche dubbio potesse rimanermi a tale proposito, esso sarebbe dissipato dalla cura che io vedo prendersi dai vostri artisti di riprodurre la mia figura, e dal gran numero di ritratti di Paganini, rassomiglianti o no, di cui veggo tappezzati i muri della vostra capitale. Ma non è a semplici ritratti, o signore, che si limitano le speculazioni di questo genere; poichè, passeggiando ieri sul Baluardo degli Italiani, vidi presso un mercante di stampe una litografia rappresentante Paganini in prigione. Benone, dissi fra me, ecco qui degli onesti uomini, i quali alla maniera di Don Basilio speculano su di una certa calunnia, dalla quale io sono perseguitato da quindici anni. Tuttavia io esaminava ridendo quella burla con tutte le particolarità che l'immaginazione dell'artista le ha fornito, quando m'accorsi che un numeroso circolo si era formato intorno a me, e che ognuno, confrontando la mia figura con quella del giovane rappresentato nella litografia, constatava quanto io fossi cangiato dopo il tempo della mia prigionia. Compresi allora che la cosa era stata presa sul serio da coloro che voi chiamate, credo, i badauds, e vidi che la speculazione non era cattiva. Mi venne in capo che, siccome bisogna che tutti vivano, io stesso potrei somministrare qualche aneddoto ai disegnatori che vogliono bene occuparsi di me; aneddoti, ai quali essi potrebbero attingere il soggetto di facezie simili a quella di cui si tratta. Si è per dar loro della pubblicità che io vengo a pregarvi, o Signore, di voler gentilmente inserire la mia lettera nella vostra Rivista musicale.

«Questi signori mi hanno rappresentato in prigione; ma essi non sanno il delitto che mi vi ha condotto, e in ciò essi sono tanto istruiti quanto io, e quanto coloro che han fatto correre una tale storiella. Si potrebbero scrivere dei romanzi, come potrebbonsi fornire altrettanti argomenti per litografie e disegni. A mo' d'esempio, si è detto che avendo sorpreso il mio rivale in casa della mia amante, io l'ho bravamente ucciso per di dietro, nel punto in cui egli era fuori di combattimento. Altri han preteso che il mio furore geloso si esercitasse sulla mia stessa amante, ma non vanno d'accordo sul modo con cui io avrei posto fine ai suoi giorni. Gli uni vogliono che io mi sia servito di un pugnale; gli altri che io abbia voluto godere della sua agonia mercè certi veleni. Insomma, ognuno annunciò la cosa secondo la propria fantasia: i litografi potrebbero usare la stessa libertà. Ecco a questo riguardo che cosa mi è avvenuto a Padova quindici anni fa circa. Io vi aveva dato un Concerto, e mi vi era fatto sentire con qualche successo. All'indomani io era seduto all'albergo a tavola rotonda, io sessantesimo, e non era stato osservato quand'era entrato in sala. Uno dei commensali si espresse in termini lusinghieri sull'effetto da me prodotto la sera innanzi. Il suo vicino unì i suoi elogi a quelli di lui, e soggiunse: «L'abilità di Paganini non ha nulla che debba sorprendere; egli la deve al soggiorno di otto anni da lui fatti in carcere, non avendo che il suo violino per addolcire la sua prigionia. Egli era stato condannato a quella lunga detenzione per aver assassinato vigliaccamente uno dei miei amici, il quale era suo rivale». Ognuno, come potete credere, inorridì all'enormità del delitto. Io presi la parola, e volgendomi alla persona la quale conosceva così bene la mia storia, lo pregai di dirmi in qual luogo ed in qual tempo questo caso fosse succeduto. Tutti gli occhi si rivolsero verso di me: giudicate quale fosse lo stupore, quando si riconobbe l'attore principale di quella tragica istoria! Il narratore fu molto imbarazzato. Non era più il suo amico che era perito; egli aveva sentito dire... gli avevano affermato... egli aveva creduto... ma era possibile che lo avessero ingannato... Ecco, o signore, come si fa giuoco dell'onore di un artista, perchè gli oziosi non vogliono capire che quest'artista, ha potuto studiare in libertà nella sua camera tanto bene, quanto sotto i chiavistelli.

«A Vienna un umore ancor più ridicolo pose alla prova la credulità di alcuni entusiasti. Io aveva suonato le variazioni che hanno per titolo Le Streghe, ed esse avevano prodotto qualche effetto. Un signore, che mi fa dipinto dal pallido colore, dall'aria melanconica, dall'occhio ispirato, affermò che egli non aveva nulla trovato che lo meravigliasse nel mio suono, poichè egli aveva veduto distintamente, mentre io eseguivo le mie variazioni, il diavolo presso di me, guidando il mio braccio, e dirigendo il mio archetto. La sua sorprendente rassomiglianza coi miei lineamenti dimostrava abbastanza la mia origine; egli era vestito di rosso, aveva delle corna in testa, e la coda fra le gambe. Voi capite, o signore, che dopo una così minuta descrizione non v'era mezzo di dubitare della verità del fatto; quindi molte persone rimasero persuase di aver rilevato il segreto di ciò che si chiama i miei giuochi di forza.

«Per lungo tempo la mia tranquillità fu turbata da queste ciancie, che si spargevano sul mio conto. Procurai di dimostrarne l'assurdità. Io faceva osservare che dall'età di quattordici anni non aveva cessato di dar concerti, e d'essere sotto gli occhi del pubblico; che io era stato impiegato sedici anni come capo d'orchestra e come direttore di musica alla corte di Lucca; che se era vero che io fossi stato in prigione durante otto anni, per aver ucciso la mia amante od il mio rivale, bisognava che ciò fosse avvenuto prima di farmi conoscere dal pubblico, cioè bisognava ch'io avessi avuto un'amante ed un rivale all'età di sette anni. Invocai a Vienna la testimonianza dell'ambasciatore del mio paese, il quale dichiarava di avermi conosciuto da circa venti anni nella situazione che si addice ad un onesto uomo, e giunsi così a far tacer la calunnia per un momento; ma v'è sempre qualche cosa di nuovo sul conto mio, e anche qui ne ebbi le prove. Che debbo io fare, o Signore? Non veggo altro partito che quello di rassegnarmi, e di lasciare che la malignità si eserciti a mie spese. Credo però, prima di terminare, dovervi comunicare un aneddoto che ha dato luogo alle ingiurie sparse su di me. Un violinista, chiamato D...i, che si trovava a Milano nel 1798, si legò con due uomini di mala vita, e si lasciò indurre a trasportarsi con essi di notte in un villaggio per assassinarvi un curato, che si pretendeva molto ricco. La gendarmeria si recò sul luogo, ed arrestò D...i ed il suo compagno nel punto che essi giungevano in casa del curato. Essi furono condannati a venti anni di ferri, e gettati in un carcere; ma il generale Menou, dopo che diventò governatore di Milano, in capo a due anni rese la libertà all'artista. Lo credereste, o Signore? Si è su questo fondo che fu ricamata tutta la mia istoria. Si trattava di un violinista, il cui nome finiva in ini; egli fu Paganini; l'assassinio divenne quello della mia amante o del mio rivale, e fui io che era stato in carcere. Solamente, siccome si voleva farmi inventore del mio nuovo metodo di violino, mi si fece grazia dei ferri, che avrebbero potuto impacciare il mio braccio. Ancora una volta, giacchè v'è chi si ostina a malgrado d'ogni verosimiglianza, bisogna bene che io ceda. Mi rimane tuttavia una speranza, ed è che dopo la mia morte la calunnia consentirà ad abbandonare la sua preda, e che coloro che si sono vendicati così crudelmente dei miei successi lasceranno in pace il mio cenere».

Questa lettera produsse temporaneamente qualche buon effetto, e le litografie e le caricature disparvero. Ma in breve la cosa fu come prima, e dappertutto dove Paganini dava concerti, alla porta del teatro si vendeva qualche suo cenno biografico che lasciava intravedere come egli avesse ottenuta in carcere quella suprema perfezione nel suono.

Un giorno a Trieste Paganini fece una singolare vendetta. In locanda, oltre la metà del pranzo a tavola rotonda piena di commensali, repentinamente balzò in piedi, stralunando gli occhi, digrigando i denti, scrollando la lunga criniera, e con voce sepolcrale prese a gridare:

Salvatemi, salvatemi, o signori, da quell'ombra che qui pur mi insegue. Eccola che mi minaccia collo stesso pugnale insanguinato con cui io le tolsi la vita... E mi amava... ed era innocente... Ah no, due anni di carcere non sono espiazione bastante... il mio sangue deve scorrere fino all'ultima stilla...

E qui allungò disperatamente il braccio e prese dalla tavola un coltello.

I vicini gli strapparono il coltello di mano, ed egli all'istante ricomponendo alla più perfetta calma i suoi lineamenti si rimise a sedere, e finì tranquillamente il pranzo.

Dopo di aver fatto di Paganini un assassino ne fecero un avaro sordidissimo.

Ebbene, quest'uomo donò 20.000 lire a suo padre Antonio, frutto dei suoi primi guadagni. Donò lire 10.000 a Sebastiano Ghisolfi, suo cognato, per aiutarlo in certe sue critiche vicende commerciali. Pensioni e regali continui a sua madre, mantenuta sempre convenientemente. Dote di lire 20.000 alla nipote Sciallero. Soccorsi e regali alle sue due sorelle, cui legava in testamento, alla Ghisolfi lire 505.000, alla Passadore lire 75.000. Regalo di lire 50.000 all'avvocato Luigi Guglielmo Germi, integerrimo amministratore del suo patrimonio. Regalo di lire 20.000 al compositore Ettore Berlioz, a titolo d'incoraggiamento. Totale in doni e legati lire 240.000, oltre le pensioni ed i soccorsi, oltre i concerti pei poveri in tutte le grandi città di Europa, oltre le beneficenze ignorate.

Quanti prodighi sono stati benefici come questo avaro?

A Paganini morto fu negata sepoltura: quella sepoltura che si a tutti, anche agli scellerati che lasciano sul patibolo i delitti. La sua salma giacque per molti anni in una sala a pianterreno dell'ospedale di Nizza marittima, città ove egli uscì di vita addì 27 maggio 1840, e ci volle una lunga lite perchè suo figlio ottenesse di trasportarla in un cimitero.

Questo avveniva or non sono ancor trent'anni.

Malgrado le persecuzioni e le calunnie, Paganini percorse una splendida carriera; riempì della sua fama i due mondi, e Genova, sua città nativa, volle fregiare col nome di lui uno dei suoi teatri.

 

Camillo Sivori

Una sera dell'anno 1817 Niccolò Paganini dava un concerto in Genova al teatro Sant'Agostino.

Non mai più di quella sera il sommo artista si era mostrato grande: non mai meglio di quella sera si sarebbero potuti applicare alle divine sue note i seguenti versi del Romani:

«Quante han voci la terra e il cielo e l'onda,

Quanti accenti il dolor, la gioia e l'ira,

Tutti un concavo legno in grembo accoglie:

Par che or l'arpa tintinni, e si confonda

Coi notturni sospir di Eolia lira,

Coi lamenti dell'aura in rami e in foglie:

Ora è pastor che scioglie

La silvestre canzon che il gregge aduna,

Or Menestrel che invita alle carole:

Or vergin che si duole

Delle sue pene alla tacente luna:

Or l'angoscia di un cuor da un cuor divisa;

Or lo scherzo, ora il vezzo, e il bacio e il riso.

 

Poi repente un nuovo estro agita e scuote

L'ispirato stromento, e freme e mugge,

Come i fiotti in tempesta e i venti in lotta.

E si leva un tumulto, un suon di ruote,

Un clamor di chi insegue e di chi fugge,

E l'ansia della mischia e della rotta;

Quindi col ciel che annotta

Lungo un riposo che al lamento appella,

Quinci un pronto destarsi al di gloria;

E l'inno di vittoria

Echeggiante per ville e per castella,

E del trionfo l'appressar veloce,

E unite mille voci in una voce».

 

Il pubblico ora prorompeva in applausi che avrebbero coperto alla spiaggia il rumore della burrasca, ora stava così attento e silenzioso che pareva quasi si dovesse sentire il palpito dei cuori commossi.

Alle ultime note di un agitato sublime, appunto nel momento del più profondo silenzio, un gemito echeggiò per la sala, si aperse fragorosamente la porta di un palco, e in furia fu portata via una signora semisvenuta.

Se quella signora non fosse stata così subito portata via, io ora scriverei qui: — Camillo Sivori è nato in Genova una sera dell'anno 1817 in un palco del teatro Sant'Agostino, alle ultime note di un agitato di Paganini.

Fatto sta che Niccolò Paganini accelerò il nascimento di Camillo Sivori, il quale doveva ereditare da lui quello scettro di re del violino, così malagevole da sostenere, preso da un così grande predecessore.

Il Sivori mostrò nascendo la sua indole musicale ed i genitori non la contrariarono. La madre di lui era amantissima della musica, e ne avea ben dato prova: le sorelle si esercitavano non senza lode a suonar la chitarra. Sivori bambino, se riusciva ad aver due pezzi di legno, ne appoggiava uno per un capo alla spalla mentre la mano sinistra teneva il capo opposto, e colla destra vi fregava sopra l'altro pezzo. Appena potè parlare, chiese un violino, ed un pittore di cui giustamente tace il nome la storia, lo ha dipinto in età di tre anni con un violino in mano.

In età di cinque anni ottenne dai genitori di prendere lezione di violino dal maestro Rostano, che insegnava a suonar la chitarra alle sue sorelle: ma dopo un anno il bravo maestro riconobbe e confessò che l'ammaestrare a dovere un tale scolaro era cosa superiore alle sue forze. — Date a vostro figlio, disse ai genitori, il miglior maestro che possiate trovare, e state certi che questo fanciullo farà un giorno molto parlare di .

Fu dato come maestro al Sivori il Costa; poi, tornato Paganini in Genova e sentito suonare quel fanciullo, volle dargli anche lui lezioni, sebbene fosse cosa che non faceva di buon animo, e lo volle produrre in pubblico.

Paganini compose pel piccolo Sivori sei suonate di violino con accompagnamento di chitarra, di viola e di violoncello, ed un concertino, di cui Sivori ha conservato l'autografo.

In questi concerti, che furono dati anche a Parigi ed a Londra, il Paganini, che faceva suonare dal suo piccolo alunno il violino, suonava egli stesso la chitarra. Paganini suonava volentieri la chitarra come Salvator Rosa faceva quadri storici, Canova suonava il violino, Eugenio Sue dipingeva quadri, e il professor Piorry fa il chirurgo.

Tutti i grandi uomini che fanno stupendamente una cosa, credono di farne molto meglio un'altra: forse perchè di questa seconda non vedono le difficoltà come della prima.

Gli applausi strepitosi al prodigioso fanciullo non fecero uscir di cervello il Sivori, e questo è uno dei fatti più notevoli nella sua vita, e quello che meglio conviene ammirare.

Appena sul confine tra la fanciullezza e la adolescenza, ammirato, adulato, aperta e facile la sorgente di grossi guadagni egli sentì che non sarebbe riuscito a nulla di concludente se non avesse dato opera a forti studi, e riuscì agevolmente a persuadere della stessa cosa i suoi genitori.

Si prese un ottimo maestro di contrappunto, il Serra, e studiò per undici anni consecutivi senza distrazioni, senza tregua, senza riposo, con tutte le sue forze.

Dopo questi undici anni così bene spesi, nel 1839 in Firenze Sivori tornò a presentarsi al pubblico iniziando la nuova carriera che doveva essergli tanto luminosa, e in cui segna anche oggi i giganteschi suoi passi.

Ben inteso, parlo di passi giganteschi in senso figurato, perchè i passi che fa il Sivori, camminando, sono poco più lunghi di un palmo, e la sua statura è tale che non so se arrivi alla cintura del professore Vallauri.

Era impossibile sentire Sivori, e non pensare a Paganini; quindi una infinità di confronti pro e contro, una infinità di questioni cui pose termine così magistralmente Felice Romani, che io non mi so trattenere dal riferire qui le sue belle parole

«Non si può parlare, udir parlare, di un uomo eccellente in qualche arte, che il pensiero non ricorra tosto ad altro uomo eccellente nell'arte medesima, e non sia tenuto di fare un confronto fra quello e questo, quand'anche non si vegga in entrambi quella tal quale affinità di condizioni che agevoli il confronto, o più o meno lo giustifichi. Come ciò avvenga io non so, ma fu sempre così; e così è nel momento medesimo ch'io prendo la penna per dar conto dei concerti di Camillo Sivori, e d'ogni parte mi viene all'orecchio un qualche paragone, o vecchio, o recente, di quest'uomo singolare con Niccolò Paganini, singolare al pari. Ma, chiedo io, fra questi due sommi si può istituire un adeguato confronto? dov'è la canna su cui si misurano gl'ingegni, e la bilancia sulla quale si pesano? Il Genio non istampa egli negli uomini privilegiati una impronta speciale che sfugge ad ogni acume, e li diversifica gli uni dagli altri quando più sembra che si rassomigliano? Paganini e Sivori ambedue sommi artisti, portarono il violino ad un grado di eccellenza che forse è impossibile superare; ambedue vincitori sulle sue corde di qualunque difficoltà, e trovatori di suoni non mai prima sentiti: ambedue padroni nell'arte ed esecutori maravigliosi: ambedue pieni di anima, di passione, di forza, da trarsi dietro, direbbero i mitologi, ammansate e innamorate le fiere. Ma pure non vi ha in essi alcunchè di arcano e d'indefinibile, per cui questo, a chi ben guarda, si distingue dall'altro?

«Eccovi Paganini. Ei si presenta quale ispirato, e dall'ampia fronte, dagli occhi scintillanti, dallo scarno e pallido volto traspare il Dio che dentro lo infiamma. Egli impugna con una mano il violino, scuote con l'altra l'archetto che lo deve dominare, come il domatore del leone scuote la ferrea verga che lo impaura. Al primo tocco delle lunghe e nodose sue dita geme il violino, quasi abbia il presentimento della potenza che sta per affaticarlo freme al secondo, e plora, e si lagna come il dormiente interrogato dal magnetizzatore: al terzo segue l'impulso della volontà che lo sforza, e prorompe in voci prolungate e sonore. Il taumaturgo s'inchina sovr'esso, squassando gli ondeggianti capelli, e lo cova, per così dire, col guardo; le più interne fibre del cavo legno si scuotono, oscillano, e cedono al fascino irresistibile: gli astanti in lui mirano silenziosi ed attoniti, e pendono senza batter palpebra dal torrente d'armonie che da lui si riversa.

«Osservate il Sivori. Giovane di anni, delicato di forme, ei muove aggraziato e sereno col suo violino alla mano; modesto, composto, e direi quasi, pauroso, ei sembra ignorare stesso, e non aver fede nella sua maestria. Nessuna ostentazione, nessun piglio studiato, nessuna movenza artifiziosa. Non si pensa al suonatore non si vede, per così dire, che il suono: si direbbe che le corde, non tocche dall'arco, vibrino spontanee e non rispondano che a sole, o che un'aura invisibile scorra sovra esse come sull'arpa eolia, e vi deponga le arcane sue melodie. Tante son queste, e così varie e così volubili, e sgorgano e si accoppiano, e si disciolgono, e si fondono insieme così facili, così morbide, così numerose, che nessuno, all'udirle, crede siano uno sforzo dell'arte; ma s'immagina che la natura le abbia profuse in quell'armonico legno, come profonde i profumi in un giardino, i sussurri in un ruscello, i zeffiri in un mattino di estate. In tanta abbondanza di concenti, in tanto intreccio di note, in tante complicazioni di numeri, il diletto non lascia luogo alla meraviglia, o formano un sentimento medesimo la meraviglia e il diletto.

«Ebbene, questi due sommi artisti, che, dal ritratto che io vi faccio di loro, son tanto diversi l'uno dall'altro, sono uguali ambedue in abilità e in maestria, e tendono del pari, come due linee parallele rivolte a un sol centro, ad uno ed identico effetto, vale a dire all'esposizione del bello, all'imitazione del vero, al commovimento ed alla persuasione dei cuori. Con quali mezzi e fino a qual grado non cercate, o lettori, perocchè sparito dalla terra il gran Paganini, non vi ha più possibilità di confronto. Sivori è solo. E di lui possiam dire ciò che il poeta diceva del sole:

 

Egli a stesso e a null'altro somiglia».

 

Dalla Toscana Sivori andò in Germania, poi in Russia, in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in America. Quivi rimase otto anni, ed ebbe non poche singolari vicende.

A Panama attraversava un fiume in una barca con quattro rematori neri. Il fiume era largo, e volle per capriccio il grande violinista, vincere la noia col suo caro violino, od anche, forse, gli venne vaghezza di vedere quale effetto facesse la musica sui neri. Forse gli tornarono a mente in quel punto i prodigi della lira Orfeo, o i racconti dei viaggiatori intorno alla sfrenata passione dei neri per la musica.

Tirò dunque fuori dalla custodia il violino, e prese a suonare con più estro che non quando avea davanti a centinaia di persone a una sterlina a testa.

I neri, che prima ciarlavano, tacquero, presero ad ascoltare, e a guardarlo fissamente.

Essi non capivano nulla di quei suoni.

Non te ne meravigliare, o lettore. Io che scrivo queste parole mi trovai una volta con parecchi Turchi miei amici (io stesso ero travestito da Turco in quel tempo) al teatro di San Carlo in Napoli. Quei Turchi erano, come si direbbe qui, della società. La Tadolini cantava i Puritani.

Sorpreso di non vedere il minimo segno di emozione in quei miei amici, che guardavano ed udivano senza aver l'aria affatto d'incaricarsi, come si dice a Napoli, io mi volsi ad uno di essi, quando appunto la Tadolini si taceva dopo i suoi limpidissimi gorgheggi da usignuolo, e chiesi se proprio quel canto non gli faceva nessun effetto.

— Mi fa, rispose un effetto pari a quello dell'abbaiare dei cani.

Quel Turco andava in visibilio da sera a mane alle cantilene nasali di una cantatrice del Cairo.

I neri amano ardentemente la musica, ma quella di casa loro.

Quei quattro che traghettavano Sivori in barca, dopo un po' di silenzio, incominciarono a far certi sinistri stralunamenti d'occhio, ed a parlare concitatamente fra loro. Sivori non capiva nulla a quel linguaggio nero, ma in breve fu persuaso che gli volevano fare qualche brutto giuoco. Infatti, essi eran venuti nel sospetto che egli fosse il diavolo (pei neri il diavolo è bianco), e lo volevano tuffare nell'acqua. Il grande violinista s'affrettò a rimettere nella custodia il suo strumento, diede a ciascuno dei neri un pacco di sigari d'Avana, e suggellò la pace con una bottiglia d'acquavite.

Il signor Leone Escudier, che molto graziosamente ha raccontato la vita di Sivori, dice che da quel giorno in poi Sivori non ha più mai veduto un nero da una parte della via senza che egli non corresse sollecitamente dall'altra, e che si sentiva un brivido tra carne e pelle ogni qualvolta Dumas padre gli stringeva la mano.

A Rio Janeiro Sivori si trovò in fin di vita per la febbre gialla.

A Buenos Ayres s'imbattè nel suo primo maestro, il buon Rostano, quello che gli aveva predetto la futura sua gloria.

Ritornato in Europa ebbe varie vicende, ma non mutò mai per lui l'ammirazione entusiastica del pubblico. Viaggiando in Svizzera, la sua sedia di posta ribaltò, e si ruppe l'avambraccio presso la giuntura della mano sinistra; fu una angoscia terribile, perchè temè di non poter più suonare. Dopo due mesi di cura che gli parvero eterni, riprovò la mano, e, tranne un po' di debolezza, non ne fu malcontento. In breve ritornò come prima; ne possono fare bene ampia fede tutti quelli che hanno sentito suonar Sivori in questi ultimi tempi.

Sivori non si è mostrato soltanto sommo esecutore, ma pure anche compositore valente. Molto ancora l'arte ha diritto di aspettare da lui.

Ai lettori di questo libro piacemi ricordare quel fatto che già ho notato, siccome capitale nella sua vita, che nella prima ebbrezza giovanile degli applausi più lusinghieri egli seppe ritirarsi per studiare durante undici anni senza interruzione.

Questo è il grande e l'unico segreto per riuscire.

 

 

Giuseppe Garibaldi

Sacre alle tranquille arti di pace e alle incruente lotte dello studio e dell'officina, le pagine di questo libro non raccontano le volubili vicende della vita politica, i perigliosi cimenti del campo di battaglia. Fin qui non giungono i ciechi ardori delle fazioni, qui muore l'eco paurosa delle battaglie, qui dove non trovano luogo altre guerre che quelle sostenute dall'ingegno e dal buon volere contro l'ignoranza e la miseria.

Giuseppe Garibaldi, intrepido soldato, valoroso condottiero, cui sempre o quasi sempre arrise fortuna; Giuseppe Garibaldi uomo politico, rappresentante della nazione in Parlamento, capitano di generosi volontari per ordine o contro le intenzioni del suo governo, è un uomo che appartiene tutto intero alla storia. Noi non vogliamo usurpare alla severa maestra della vita il difficile compito di seguire l'ardito e avventuroso Nizzardo attraverso le mille vicende della sua odissea che fece risuonare la fama delle sue gesta sulle rive del Plata, come su quelle del Po.

Ma Garibaldi fanciullo, marinaio, cittadino, dall'umile stato in cui nacque levato poco a poco a sì sublime altezza che a tutti, fuori che a lui, fece dimenticare la modestia e l'oscurità dei suoi principii: Garibaldi studioso, marito, padre ed amico, è una figura che appartiene di diritto a questo libro, è un profilo che ha il suo posto segnato in questa galleria di ritratti destinati a porgere al popolo esempio d'operosità, di fede, e di buon volere.

Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza figlio di un marinaio, che gli diede per culla, ne' primi suoi sonni, le mobili acque del mare natio.

Sostegno a' primi passi del fanciullo fu la coperta di un bastimento mosso a quell'indescrivibile movimento di va e vieni, che è fonte di sì strane sofferenze pei più.

La necessità di tenersi ritto su quell'incerto e mobile pavimento impresse alla sua andatura una particolare movenza ch'egli non ha perduto più mai.

Sano, robusto, di statura media e piuttosto tendente al piccolo che al grande, Garibaldi avea fin da giovinetto negli occhi, piccoli ma scintillanti, quei lampi di energia che rivelavano il suo coraggio e la sua indomita volontà.

Tenerissimo pe' suoi genitori, e sprezzatore d'ogni pericolo, nessun altro modo v'era di ritrarlo da troppo rischiose imprese se non quelle di rammentargli la madre, e di parlargli de' suoi timori e delle sue lagrime.

Era tranquillo, pacifico e quieto; da' giuochi rumorosi e dalle allegre brigatelle de' compagni fuggiva volentieri per correre in riva al mare, o arrampicarsi sulla cima de' suoi monti, e restare delle ore intere assorto in muta contemplazione innanzi alle arcane bellezze della natura.

Spesso leggeva, e nella lettura s'internava tanto che il padre doveva talvolta cercarlo lontano da casa, e lo trovava poi seduto sul ciglione della collina o sulla rena della spiaggia tutto intento a sfogliare le pagine di un libro che affascinava quell'anima semplice ed aperta a tutte le seduzioni dell'arte e della poesia.

Il bisogno batteva spesso alle porte della casa paterna, e Giuseppe avea valide braccia, che dovevano aiutare e aiutavano il padre nel quotidiano durissimo lavoro.

Montò fragili barche destinate alla pesca, addestrò il corpo alle fatiche e ai disagi su poveri navigli che s'avventuravano ai perigliosi viaggi di cabotaggio sulle coste delle riviere genovesi; la fame lo tormentò non di rado, e troppo spesso la morte gli apparve vicina e mise a duro cimento il suo giovanile coraggio.

Nei pochi istanti in cui gli era concesso riposo, scorreva le pagine dell'Ariosto con indicibile voluttà, e le cose lette tanto fortemente riteneva a memoria che anch'oggi declama assai felicemente qualche brano non breve del suo poeta favorito.

Accessibile ad ogni onesto e generoso sentimento, l'anima sua si commuoveva all'altrui sventura, e spesso, a rischio della vita, fu largo di soccorso a' pericoli altrui. A quattordici anni, nel più forte infuriare della tempesta, si gettò in mare risoluto, per raggiungere a nuoto una barca in cui stavano per perdersi due suoi compagni.

Più tardi, sciolti per la morte della madre i legami della famiglia, e lanciato solo nel mondo fra le tempeste della vita, errò lungamente sul mare, mostrando nei momenti più terribili de' suoi fortunosi viaggi quella calma ammirabile, quel sangue freddo imperturbato, quella serenità di giudizio, e quella sicurezza di colpo d'occhio, che dovevano fare più tardi di lui il più felice ed esperto guerrigliero dei suoi tempi.

I rari momenti d'ozio che gli lasciava la vita faticosa del marinaio nei porti ove riparava il naviglio o sul ponte della sua povera barca, Garibaldi consacrava allo studio; e senza guida, senza maestro, senza consiglio, attendeva alle severe discipline della matematica, in cui fece tanto progresso, che appena ventenne, ospitato da un suo compatriota che lo raccolse ammalato e gli fu largo di soccorsi e di cura in Costantinopoli, non volle lasciare quella città senza ricompensare l'ospite generoso, e raccolse il denaro necessario, dando lezioni di geometria e di lingua italiana.

Quando gli eventi lo spinsero a più lontane peregrinazioni, e, diviso per lungo tratto di mare dalla patria diletta, conobbe per la prima volta i dolci affetti della famiglia, e provò le prime angoscie per la miseria de' suoi cari, trovò nella scienza, così faticosamente acquistata, scarso ma sicuro soccorso alle ristrettezze in cui si dibatteva, e la moglie ed il figlio trassero il loro sostentamento dalle lezioni che Garibaldi s'adattò a dare in Montevidèo.

Ma le vicende politiche di quelle agitate regioni lo chiamarono in breve a dar di piglio alle armi, e a gettarsi in braccio alla vita militare ove doveva cogliere tanti allori.

Lo trassero in campo non già naturale vaghezza di nuove avventure, desiderio di gloria, riposte mire ambiziose, ma la generosità dell'animo suo che gli pose in mano le armi a difesa del debole e dell'oppresso, e lo spinse a combattere pel trionfo del buon diritto e della libertà.

Che anzi, la vita del campo, le lotte sanguinose, la necessità di uccidere per non essere ucciso in quelle scaramuccie senza quartiere, ripugnavano a quella natura pacifica e affettuosa.

Chi non conosce Garibaldi può crederlo di cuore inflessibile e duro. Chi scrive queste pagine, può far fede del contrario. Il generale non avrebbe cuore di far male ad una mosca, e, all'infuori delle necessità della guerra, l'idea di togliere la vita a un essere che Dio ha posto pe' suoi fini nel mondo, è un'idea insopportabile per lui.

Chi immaginerebbe mai che Garibaldi, avvezzo a guardare con occhio sereno le centinaia de' morti sui campi di battaglia, non possa senza commuoversi raccontare come, per provvedere al vitto quotidiano nelle lande d'America, egli fosse talvolta obbligato a gettare il lasso a una delle vacche selvaggie liberamente vaganti per quegli erbosi deserti, e cibarsene dopo di averne arrostito un pezzo di carne fra gli ardenti carboni, e ad abbandonarne il cadavere, intorno a cui si raccoglievano subito le altre vacche, mugghiando in suono lamentoso?

Non è possibile ridir con parole la gentile melanconia con cui Garibaldi ripete questi episodi della sua vita, descrivere il suono della sua voce quando imita i boati delle vacche sul cadavere della sgozzata compagna.

Quante e quali fossero le gesta di lui nelle guerre d'America, diranno i biografi e raccontò la fama.

A Rio Grande, con pochi e piccoli legni sosteneva in mare una lotta eroica, e in terra, assalito in una cascina da centoventi uomini, mentre egli non aveva con che undici armati, costringeva il nemico a ritirarsi con gravi perdite.

Capo della legione italiana, alla battaglia di Sant'Antonio, addì 8 febbraio 1846, con centottantaquattro uomini in una casupola diroccata, sostiene una lotta di dodici ore contro milleduecento nemici, e tenendo a bada si ritira alla fine con poco più di cento uomini, fra cui oltre sessanta feriti.

Tanto era l'ascendente che aveva saputo acquistare Garibaldi in quei paesi, tanto l'entusiasmo per lui degli Italiani di quelle colonie, che quando volle venire in Italia nel 1848, quegli Italiani gli allestirono una nave, ed un solo, il genovese Stefano Antonini, gli mandò un dono di cinquantamila lire.

il solo valor militare valse a Garibaldi in America la sua immensa popolarità, ma sì ancora l'indole idealmente generosa.

In quelle guerre feroci e piene di vendette, egli fu sempre umano, e sovente grande.

Un giorno, imprigionato, fuggì di carcere, e dopo di aver errato quarantotto ore senza cibo e debole per ferite, fu ripreso. Per punirlo della fuga, lo legarono appeso per le mani alla porta della prigione, e per due ore lo lasciarono pubblicamente a quella orrenda tortura.

Ed egli, quando vincitore ebbe sbaragliati i nemici, e fra gli altri prigionieri aveva in sua mano la intera famigla del colonnello Lavallega, questa famiglia rimandava sana e salva, dandole a scorta una parte degli stessi prigionieri.

Il generale Garibaldi raramente parla e poco.

Delle sue avventure, de' casi suoi meravigliosi non ama tener parola. Solo talvolta rallegra la noia dei lunghi viaggi colla descrizione de' luoghi incantevoli ove vi passò tanta parte della sua vita, e allora, quasi senza volerlo, gli sfugge di bocca qualche ricordo. Il linguaggio è semplice e dimesso, ma la cultura non comune della sua mente colorisce i suoi racconti di una tinta di straordinaria evidenza. Ha la frase breve, concitata, incisiva, ma spesso si innalza fino alla poesia, e allora è immaginosa, ricca, fiorita di citazioni.

Queste reminiscenze letterarie hanno talvolta un carattere specialissimo, e si ripetono nelle più gravi circostanze della sua vita.

Io l'ho udito narrar che ferito una volta in America da un colpo di lancia nel collo, dovette così malconcio gettarsi a nuoto nel mare per raggiungere una barca che lo aspettava assai al largo; e quando sfinito di forze per la lunga fatica del nuoto e per la incessante perdita di sangue fu raccolto a bordo di quel naviglio, e coricato sopra una branda temè vicina l'ultima sua ora, chiamò a il capitano, e gli rivolse calda preghiera a non volere, lui morto, gettarne il cadavere al mare, ma a deporlo sulla molle rena della spiaggia, a coprirlo alla meglio, e a porre sull'ultima sua dimora un segno che distinguesse:

 

«... le sue, dalle infinite

Ossa che in terra e 'n mar semina morte».

 

Questa citazione dei Sepolcri di Foscolo, per cui ha una grande ammirazione, tornano spesso nelle sue parole.

Garibaldi è sobrio e frugale oltre ogni dire.

Raro si ciba di altra cosa che d'una tazza di caffè alla mattina, e d'una bistecca con un bicchier d'acqua verso le due ore dopo mezzogiorno. Vino non beve mai. Ma pel caffè e per le frutta ha una predilezione infinita, e fra queste preferisce l'uva e le arancie. Sente spesso il bisogno di bere un sorso d'acqua, e calma la sete al primo ruscello e alla prima fonte in cui s'imbatte: il bisogno della fame lo stimola assai più di rado Talvolta lascia correre ventiquattr'ore e più senza altro che un po' d'acqua.

Veste dimesso, largo, e sceglie colori azzurri o bigi. La camicia rossa adottò per divisa, perchè era persuaso che da lontano il colore rosso si fonde meglio colle tinte generali del paese e a' raggi del sole abbagliando gli occhi di chi in essa s'affisa, è bersaglio ai colpi nemici assai meno dell'uniforme più scura.

In capo tollera mal volentieri cappelli o berretti stretti alla fronte. Ama la nettezza, ma sprezza ogni studio di lusso.

Scrive molto, e con elegante e chiara scrittura. Le cose scritte molto corregge, e non di rado più e più volte riscrive da capo.

Riceve ogni giorno una innumerevole quantità di lettere, a cui, quando ha tempo, senza ritardo risponde. Molte di quelle lettere sono in inglese, in francese e in spagnuolo, e nelle tre lingue egli scrive non senza vanto di eleganza e di venustà nello stile.

Questo dovere ch'egli s'impone di rispondere a tutti, e la necessità in cui si trova talora di scrivere intorno a cose che eccitano le sue passioni e muovono l'ira sua, toglie pregio alcune volte alla forma o ai concetti delle sue lettere, ma errerebbe del tutto chi da quelle giudicasse della sua cultura.

E come scrive, così parla speditamente tre o quattro idiomi, e non di rado simultaneamente, sostenendo la conversazione con visitatori stranieri di ogni paese.

Poco dorme... quattr'ore al più ogni ventiquattro, e quelle quattro ore di sonno gli sono spesso interrotte. Al solo entrare di alcuno nella stanza ov'ei dorme sul più duro letto possibile, il generale apre gli occhi, si appoggia sul cubito sinistro, colla destra si pone le lenti che non abbandona mai e che gli pendono sulla camicia di lana onde si copre il petto segnato da tante gloriose ferite, legge, detta in poche parole le sue istruzioni, e riprende il sonno tranquillo e profondo prima che l'altro sia pur giunto alla porta per uscire.

L'affetto di padre sente quanto altri mai. L'amicizia raggiunse in lui i limiti della passione. Il colonnello Giuseppe Deideri, se non fosse disceso nella pace del sepolcro, potrebbe raccontarlo a chi non lo sa.

La sua parola si volge sempre cortese e affettuosa a chi parla con lui, e per quelli che vivono nella sua intimità è sempre così pieno di riguardi e di cure, come mai non fu per stesso.

All'altrui consiglio volentieri s'arrende... forse anche troppo facilmente.

In campo tutte le sue abitudini s'adattano alla necessità. Disagi, incomodi e fatiche per non cura e per gli altri non conosce.

Al fuoco serba così tranquilla fronte che il suo non pare nemmeno coraggio. Non ha quella bravura chiassosa e spavalda che si manifesta con grida e con gesti concitati, ma ha in sommo grado quel sangue freddo e quella calma che lo fanno apparire il medesimo uomo che nella quiete della sua cameretta.

Io che scrivo l'ho veduto una volta, nel più forte della mischia, scorrere coll'occhio un foglio ov'erano segnati certi suoi appunti affatto estranei all'azione.

Ama appassionatamente i luoghi elevati e le rive del mare, e sui più erti monti e nell'onde marine si spinge sovente a cavallo. Pare che egli non respiri liberamente che sulle montagne, e innanzi agl'infiniti spazi della marina.

Quanto riguarda l'arte del navigare lo interessa sommamente, mai un marinaro gli ha chiesto invano soccorso. A Rimini, un giorno, balzò, quasi all'alba, dal letto dopo una notte tempestosa in cui il mare coi suoi tremendi muggiti aveva turbato l'agitato suo riposo. Uscimmo soli e silenziosi a cavallo, e ci dirigemmo alla spiaggia. Due povere barche di pescatori erano state gettate dalla violenza dell'onde alla rada, e stavano infitte nella rena a un tiro di fucile dal lido. Il generale disse soltanto come parlando a stesso: avrei giurato che era proprio così!...

Poi risolutamente spinse il cavallo nell'acqua, e prima all'una poi all'altra barca si appressò, e volle dall'equipaggio il racconto della triste notte passata, delle durate fatiche, delle manovre eseguite, e questa approvò e biasimò quell'altra. Poi offrì e i suoi volontari per rimettere nell'acqua le barche, e gli equipaggi generosamente donò.

Anche gli studi che riguardano le scienze naturali lo dilettano assai, e d'agricoltura e dell'allevamento de' pesci e dell'arte di moltiplicarne le specie molto parlò, e alcuna cosa scrisse, e fece esperienze degne di essere ricordate.

Quando, chiamato dalle vicende politiche lasciò l'America e si diresse in Italia, posate dopo la lotta le armi, si trovò di nuovo alle strette col bisogno, e accettò con gioia il comando di un pontone che nel porto di Genova faceva l'ufficio di cavafango.

Oggi vive solitario a Caprera e si allieta nelle gioie della famiglia.

Quale fu, e quello che fece in Italia, non è ufficio nostro ridire.

Del resto tutti gli Italiani lo sanno.

Come le statue colossali nello spazio, certi uomini hanno bisogno di essere guardati da lontano nel tempo. La immagine di Garibaldi traverserà simpatica e serena il corso precipitoso dei secoli: come di Rustum in Persia, di Schamyl nel Caucaso e di altri eroi popolari, così si parlerà di lui sotto la tenda del soldato, nel tugurio del contadino, nelle officine e nei campi. Diranno il suo nome le madri ai figliuoli, i vecchi ai nepoti, e dovunque sieno vivi amore di patria ed ammirazione al valore, suonerà caro il nome di Giuseppe Garibaldi.





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