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TORINO
Un lembo di
Siberia — La sacra fiamma — L'avvenire — Michele Coppino — Giuseppe Castelli —
Bernardo Mosca -— Moncalvo (Gabriele Capello) — Giuseppe Pomba — Pietro Sella e
i Biellesi — Giovanni Antonio Rayneri — Michele Amatore — Conclusione.
Lo straniero che veniva a visitare l'Italia, generalmente lasciava da
parte Torino. Questa città figurava appena sulle guide.
E se qualche viaggiatore più accurato o più curioso vide l'antica
capitale d'Italia e parlò più tardi di essa, fu per lamentare la monotonia
delle vie troppo larghe e troppo diritte, l'aspetto severo dei cittadini, la
vita uniforme, raccolta, quieta, che non offriva campo ad osservazioni curiose
e a descrizioni brillanti.
Che cosa poteva dire di buono il viaggiatore in Italia di un paese dove
non si ballava la tarantella, non si mangiavano maccheroni all'aria aperta
sulle piazze, non si cantava, non si lanciavano dai balconi occhiate amorose al
forestiero, non si trovava a sera per le vie chi offrisse ogni sorta di
servigi, non si cantavano ariette alla spinetta? Rannuvolato sovente il cielo,
gelato il vento dalla montagna, ghiacciate buona parte dell'anno le strade, e
biancheggianti di neve a perdita di vista le sterminate pianure... — Questa non
è Italia, esclamavano, è un lembo staccato di Siberia, una oasi al rovescio, un
tratto di deserto nel giardino d'Europa, un'isola di ghiaccio in un oceano di
fiori, una orda di barbari fra liete genti e gentili...
Fra queste brume, fra queste selve, fra questi geli, ardeva la sacra
fiamma. Emanuele Filiberto, fortissimo uomo, gran principe, meraviglia di valore,
di senno, di energico volere, di operosità tenace, di indomabile costanza,
foggiò questo popolo gagliardo come foggia il bronzo il fonditore.
Guerre lontane e vicine, pestilenze, flagelli nelle campagne, grandine,
morìa negli animali, carestie spaventose, miserie di ogni sorta venivano a
piombare sul piccolo paese, ma non riuscivano a vincere la forte tempra delle
genti.
Il Re diceva una parola al suo popolo, e come per incanto scaturivano
uomini, danari, armi: le donne abbracciavano i loro cari, i bimbi guardavano
attoniti: e quei forti partivano al grido di Viva il Re. Ogni uomo era
soldato. Soldato nel vero ed alto significato del vocabolo: soldato per operare
senza discutere, per obbedire senza parlare, per soffrire senza gemere, per
morire senza lagnarsi. Soldato per andare dove e quando lo chiamava il dovere,
e tornato dalla guerra ripigliare il suo lavoro dei campi, raccontando al
focolare domestico nelle veglie invernali ai nepotini intenti le varie vicende
delle lunghe guerre e i costumi delle genti lontane, e facendoli saltellare
sulle ginocchia al grido di Viva il Re, grido col primo balbettare loro
insegnato.
Oh mio forte Piemonte, qual'è
dei tuoi figli che non rammenti con orgoglio i suoi padri?
Il viaggiatore non ti veniva a visitare. Il tuo popolo temprato alle dure
fatiche dell'aratro e delle officine, valente nelle armi, e que' tuoi principi
guerrieri valorosi ed accorti diplomatici, formavano una sola famiglia. E il
voto del piccolo Piemonte aveva il suo peso nei consigli d'Europa.
E a questo baluardo di libertà, come a faro i naviganti, drizzavano gli
occhi lontano lontano i pochi generosi che tenevano in cima d'ogni pensiero la
unità dell'Italia.
Poi un bel
giorno vennero a Torino, vennero da ogni parte: videro le corazze dei morti sovrani
ammaccate dalle palle nemiche, impararono i nomi di Bogino e di Balbo,
guardarono la finestra della stanza ove Vittorio Alfieri, l'uomo dal fortissimo
volere si faceva legare dal servo alla sedia per non cedere alla tentazione di
andar fuori; videro le case ove nacquero Gioberti, D'Azeglio, Cavour;
visitarono i musei, le pinacoteche, le scuole; visitarono i fiorenti opifici,
gli stabilimenti industriali, i fratelli Lanza, i fratelli Cora, i fratelli
Marchisio, i fratelli Levera, e tanti altri; ammirarono la bella collina a
ridosso del fiume biancheggiante di ville, le maestose cime delle Alpi; ebbero
lieto accoglimento ospitale: videro svolgersi il dramma sublime del
risorgimento italiano, e fu mutato il concetto che si aveva di Torino.
Ed oggi?
Oggi come sempre, l'Italia, qual madre dal figlio, aspetta dal Piemonte
l'opera sua; e Torino, cuore ed anima del Piemonte, saprà adempiere degnamente
il suo compito; saprà disprezzare tanto gli ingiusti nemici come i falsi amici;
gli ironici sorrisi e le ipocrite lacrime; e cooperare al bene della patria.
Torino ha elementi di potenza e di civiltà più d'ogni altra città
italiana: li saprà adoperare, fondando sulla propria operosità la propria
forza: le braccia e gli ingegni dei suoi figli non le mancheranno: darà alla
patria comune cittadini benemeriti: e sarà visitata non solo come culla della
redenzione d'Italia, ma come città fiorente di prosperità dovuta al lavoro.
Michele Coppino
In sul principio dello scorso secolo Vittorio Amedeo II fondò il Collegio
delle Provincie. Fu ottima e liberalissima istituzione, conforme ai generosi
intenti dei principi di casa Savoia, che prendevano gli ingegni dove li
trovavano, anzi volentieri li andavano a cercare fra i popolani.
Il Collegio delle Provincie fu destinato ad accogliere cento giovani da
tutte le provincie del regno (non vasto allora), che fossero poveri, e per
l'ingegno dessero a sperare buona riuscita. Con varie vicende questa
istituzione venne fino ai giorni nostri: essa dura tuttavia, ma non più in
forma di collegio: da pochi anni, dopo una discussione in parlamento, il
Collegio è stato soppresso.
Una lunga onoratissima schiera di uomini segnalati nelle scienze e nelle
lettere uscì da questo istituto.
Uno dei figli benemeriti del Collegio delle Provincie è il professore
Michele Coppino, che seppe tenere in parlamento un sì bel posto, e col suo
ingegno, la sua eloquenza, il suo carattere si attirò le simpatie anche di
quelli che politicamente gli stavano contro.
Michele Coppino nacque in Alba il 1° agosto 1822; suo padre era
calzolaio, sua madre sarta: il padre morì lasciandolo bambino, e fu il lavoro
dell'ottima madre che lo sostenne e gli porse modo di frequentare le scuole
della sua città nativa, mentre egli si aiutava a sua volta facendo ripetizioni
a più giovani alunni, e riusciva così a procurarsi qualche guadagno. Mostrava
molto ingegno, e mirabile amore allo studio.
Volle presentarsi al concorso per un posto gratuito nel Collegio delle
Provincie, e, riuscito vincitore, venne a Torino.
Il giovane studiosissimo, che aveva tanto desiderato i buoni libri e ne
aveva avuto così pochi, provò una gioia inesprimibile nel trovarsi padrone di
una ricchissima biblioteca: ci stava dentro continuamente, lasciando di tratto
in tratto per questa anche la scuola: da quei morti maestri sentiva d'imparare
più che dai vivi. Negli ultimi due anni del corso scolastico fu anche diligente
scolaro, e si segnalò fra tutti per felicità d'ingegno e costanza di studio.
Avuto il diploma di professore, lo mandarono ad insegnare retorica nel
collegio di Demonte; non era certo il posto che si meritava: Demonte è un
paesetto fra le montagne d'importanza molto secondaria. Ma il governo ha sempre
ottime ragioni da dare a quelli che manda nei posti meno piacevoli. — Si ha
bisogno colà di un uomo sul quale si vuol poter fare pieno assegnamento, ci
sono sorde ostilità da vincere, e si richiede l'opera di un uomo assennato,
energico, sicuro: la nomina a quel posto è una grande prova di fiducia che il
governo dà al nominato, ecc., ecc.
L'anno seguente il Coppino fu mandato a Pallanza, dove pure non aveva
gran desiderio di andare: ma a Pallanza come a Demonte seppe conciliarsi la
stima e l'affetto di tutti.
Nel marzo del 1848 fu destinato a Novara.
Vennero allora i giorni delle feste, delle cantate, degli inni, dei
banchetti, dei brindisi, dei discorsi.
Coppino mandò fuori scritti patriottici pei giornali, poesie, un
volumetto intitolato: Parole al Popolo Italiano, e nella farraggine di
stampati che s'incalzavano l'un l'altro in quei giorni, i suoi scritti furono
lodati per vigore di concetti, assennatezza di criterio, eloquenza ed
imparzialità.
Ma sovratutto destavano
fanatismo i suoi discorsi e lo rendevano popolarissimo.
Istituiti i Collegi nazionali,
il Coppino fu per un anno in quello di Voghera, poi ritornò a Novara.
Importante istituzione della
Università di Torino è quella dei Dottori collegiati; con questa istituzione si
volle accogliere i giovani più distinti e lodati, di recente insigniti della
laurea dottorale, e farne come un vivaio di futuri professori: questa
istituzione ebbe la ammirazione di Cuvier al suo passaggio in Torino, e fu
trapiantata in Francia. Se n'è detto un gran bene e un gran male. Forse il vero
è che, come tante umane istituzioni, essa riuscì sommamente giovevole quando fu
istituita, ed oggi, nelle condizioni dell'insegnamento in Italia, non
corrisponde più al suo scopo.
In sul principio del 1850 fu
aperto il concorso per un posto di dottore collegiato nella facoltà di Belle
Lettere. Il Coppino si presentò a quel concorso; i campioni eran parecchi e
valorosi; vinse con molto onore il Coppino. Fu trasferito allora a Torino nel
collegio di Porta Nuova, poi nel 1857 nel collegio nazionale.
Nel 1861 egli rinunziò
all'ufficio di professore Liceale, nel 1865 fu nominato professore di Eloquenza
Italiana nell'Università di Torino, succedendo al Paravia.
Il Coppino si studiò sempre di
rendere veramente proficuo il suo insegnamento, e se ne diede molta cura; e
l'indole del suo ingegno felicemente contemperata agli slanci dell'entusiasmo
ed alla profondità dell'analisi, la sua erudizione, la sua eloquenza, fanno di
lui un professore egregio.
Egli pubblicò allora parecchi
scritti, un poemetto in versi pel progetto di monumento al Re Carlo Alberto
ideato dal Butti, prose pei giornali, e varie poesie piene di sentimento e di
affetto, classiche nella forma.
Fin dall'anno 1860 il Coppino
entrò al parlamento, deputato del collegio d'Alba, e vi fu riconfermato sempre,
fino alle ultime elezioni.
Di tutti i ministri caduti si
dice che è loro mancato il tempo per compiere le belle cose ideate; nel breve
tratto in cui il Coppino fu al ministero della Pubblica Istruzione, mostrò
attitudine agli affari, mente forte, padronanza di sè stesso, tatto pratico,
mirabile applicazione al lavoro. Si è molto gridato contro di lui: e questo è
buon segno.
Ora è rettore della università
di Torino, e consacra tutto il suo tempo ad essa, riposandosi poi nella quiete
di una sua villa presso Alba.
Il salotto del Coppino a colpo d'occhio
rivela l'uomo: le pareti son tutte tappezzate di graziosi quadri, di cui egli
tanto è ardente quanto intelligente amatore: nel luogo più in vista una grande
fotografia mostra il Coppino in piedi appoggiato al seggiolone dove siede la
sua buona madre. L'ottima donna vive sempre, felice nell'amore dell'ottimo
figlio.
Carlo Castelli
Carlo Castelli nacque in Torino
nel 1790. Fece i suoi studi nella Università torinese.
Sin da' primi anni si mostrò
costante nel lavoro, e saldo nei virili propositi.
Prescelse la carriera delle
armi, nella quale volea raggiungere i più alti gradi.
Le vittorie di Bonaparte, ed i
principii di libertà e di nazionalità da lui predicati, avevano in quel tempo
accese in Italia le giovani menti, le quali sperarono che di oltr'Alpi sarebbe
venuta la salvezza della nostra patria.
Il giovane Castelli accarezzò
anch'egli questa speranza, e s'arruolò nell'esercito francese: ma, gravemente
ferito, ritornò in Torino, dove poi continuò gl'interrotti studi, che compì nel
1813. Poi valicò di nuovo le Alpi, e riprese servizio nell'esercito di Francia,
del quale fece parte fino alla caduta dell'Impero.
Quando gli fu comunicato il
congedo, l'animo suo fu preso da una profonda tristezza: vedeva spente le sue
più belle speranze pel risorgimento d'Italia, dove si restauravano gli antichi
principati, ed il dominio del clero risorgeva gigante. Onde per fuggire da così
triste spettacolo divisò di andare in America, dove le colonie spagnuole
combattevano la guerra d'indipendenza, e dove egli scorgeva un vasto campo al
suo nobile amore per la carriera militare.
Nel novembre del 1816 giunse in
Puerto Principe de Haiti, dove conobbe Simone Bolivar, il Washington
dell'America del Sud, e fu ammesso nell'esercito d'insurrezione.
Poco tempo dopo fu nominato capitano
nel battaglione Granatieri in Angostura, e due anni dopo fu elevato al grado di
tenente colonnello.
Nel 1822 organizzò e disciplinò
l'eletto battaglione Occidentale, col quale molto egli oprò sia nel Venezuela,
sia nella Nuova Granada, in pro della causa della indipendenza, e ne fu
ricompensato con la decorazione dell'Ordine De los Libertadores.
Egli spiegò sempre molta
attività nell'arte della guerra.
Nel 1826 fu
nominato colonnello ed inviato qual governatore in Coro. In questo nuovo posto
egli mostrò che era non solo dotto di scienze militari, ma ancora buon
amministratore. Per la qual cosa gli vennero affidate nel 1828 le dogane di
Maracaibo, nella quale amministrazione aggiunse una nuova prova alla fama di
uomo integerrimo, che si ebbe sempre.
Intanto Simone Bolivar, stanco di porre freno inutilmente alla prepotenza
del militarismo ed alla libidine del potere da cui molti erano invasi, rinunciò
alla presidenza della Repubblica nel 1829.
Il Congresso di Bogotà nominò a quel posto Mosquera: ma ciò non piacque
al partito detto Boliviano, i capi del quale deposero Mosquera ed elessero il
generale Urdaneta, amico di Bolivar.
Il nuovo presidente promosse Castelli a Generale di brigata, e lo pose
comandante generale nella provincia di Antiochia.
In quel periodo di tempo (1830) il partito liberale mosse aspra guerra in
Bogotà al presidente, Urdaneta, il cui governo dichiarò illegale.
La presidenza di Urdaneta non poteva essere bene accolta dai Bogotani
poichè egli era nativo del Venezuela, ed era odio fra quei della Nuova Granata
e i Venezuelani. Origine di quest'odio fu Santander, di Nuova Granata,
vicepresidente della Repubblica, mentre Bolivar era presidente: egli fu uomo di
elevato ingegno, ma di meschini sentimenti. Santander mal pativa la presidenza
di Bolivar, nato nel Venezuela; poichè l'ambizioso suo malanimo non sopportava
che il genio e le opere di questo oscurassero tutti coloro che avevano
contribuito alla indipendenza della patria. Per le quali cose adoperò ogni arte
per ispirare ai cittadini della Nuova Granata una fiera avversione per i
Venezuelani. Questa a poco a poco crebbe: cadde Bolivar, cadde Urdaneta, e
quando l'avversione divenne odio, la vasta repubblica di Colombia si divise in
tre repubbliche, cioè Venezuela, Nuova Granata ed Equatore.
Per l'odio che tutti avevano in Bogotà contro i Venezuelani., contro
Bolivar e contro i suoi fautori, gl'insorti del 1830 misero nelle prigioni
Castelli, amico di Bolivar: lo giudicarono e lo condannarono a morte.
Mentre veniva condotto all'ultimo supplizio, passando davanti ad una
chiesa, il generale Castelli prima che le guardie che lo custodivano avessero
il tempo di trattenerlo, fuggì dalle mani di costoro, si rifugiò nel tempio, ed
ebbe salva la vita, poichè in quel tempo si concedeva alle chiese e a' luoghi
sacri il diritto di asilo.
Messo in libertà, ei fece ritorno a Caracas, ma si tenne lontano dalla
politica. Per undici anni visse in un suo campo in Naiguata una vita campestre,
occupandosi della coltura del cacao.
Nel 1842 venne in Italia dove sposò la sua nipote Emilia Sacchero, figlia
di un distinto professore di medicina, e ritornò nel Venezuela rivestito dal
carattere di Console di Sardegna.
Poco tempo dopo il suo arrivo, dal presidente Monagas fu inviato
governatore in Carabobo, e fu innalzato al grado di Generale di divisione.
Comandava Castelli nel 1848 la piazza di Maracaibo stretta di assedio da
numerose e potenti forze del partito nemico. Egli con pochi armati, privo di
munizioni da guerra, con scarsi viveri, seppe opporre una resistenza così
ostinata, che salvò la Repubblica, e rimase celebre negli annali del Venezuela
la difesa della piazza di Maracaibo, diretta dal Castelli. Si narra che durante
l'assedio ei fu preso da fiero morbo tropicale, e sebbene gli amici
insistessero perchè si curasse, egli non abbandonò mai il suo posto, e giorno e
notte divise tutte le fatiche e tutti i pericoli dei suoi commilitoni.
Ristabilita la pace in Maracaibo, Castelli venne in Caracas, e fu
nominato ministro della guerra e della marina. Si voleva da persone altolocate
che lo Stato comprasse alcune armi che Castelli conobbe non esser buone. Si
oppose energicamente, e piuttosto che cedere e firmare un contratto il quale
non poteva avere altro scopo che una frode al pubblico erario, si dimise dal posto
di ministro. Questo fatto dimostra come in quei tempi di generale corruzione in
quella repubblica, il nostro Castelli sapesse mantenersi senza macchia.
Nel 1855, essendo Taddeo Monagas presidente, fu inviato ministro
plenipotenziario in Bogota. Compiuta la sua missione diplomatica con favorevole
risultato, ritornò in Caracas, e nel 1857 fu nominato nuovamente ministro della
guerra e della marina.
Nell'anno seguente il partito conservatore detto oligarchico, profittando
dei gravi errori commessi dal partito democratico detto federale, si levò
contro il presidente Monagas, il quale, abbandonato dalla pubblica opinione,
abdicò, e Castro fu eletto alla presidenza della Repubblica.
Mutati gli uomini e le cose, il generale Castelli si ritirò dalla vita pubblica
per riposarsi dalle lunghe fatiche: circondato dall'affettuosa famiglia, ei
trovò quella pace e quei godimenti di animo, che nè le vittorie sul campo di
battaglia nè gli alti uffici politici gli avevano fatto gustare.
Mentre negli ozii della vita privata ei, che fu sempre laborioso, si
dedicava alla sericoltura, fu assalito nel 1860 da letale malattia, che in poco
tempo lo rapì all'amore della sua famiglia ed al rispetto di quanti lo
conobbero.
Il generale Castelli fu insigne nell'arte della guerra, integro ed
intelligente amministratore.
Ei si propose ne' primi anni dell'età sua di ascendere alle più alte
dignità nella milizia, e raggiunse la mèta. Non le avversità, non l'esilio, non
i pericoli gl'impedirono di andare innanzi animosamente nel suo cammino. La sua
volontà operosa raccolse infine il frutto che raccolgono sempre gli animi
perseveranti, il compimento de' propri voti.
Bernardo Mosca
I vecchi Torinesi ricordano l'umile ponte sulla Dora per cui si entrava
in città dalla parte di tramontana. Stretto, basso, tarlato, faceva capo al
Borgo Dora, popolarmente detto il Pallone, che pareva povero villaggio,
non sobborgo di grande città.
Ora un ponte maestoso in pietra,
con un solo arco arditissimo, conduce sulla via di Milano: guarda a destra il bel
colle di Superga, a sinistra il Musinè e la lunga fila di monti che dominano i
lieti poggi del Canavese e il bel piano di Lombardia.
Il fiume corre obliquamente, e
quando l'ingegnere Mosca propose il suo piano per la costruzione di quel ponte,
gli uomini competenti proclamarono troppo grandi le difficoltà tecniche, troppo
temerario il concetto.
Carlo Bernardo Mosca era nato fra i monti di
Biella, quei monti che hanno dati tanti valent'uomini al Piemonte. Primogenito
di povera e numerosa famiglia fin da fanciullo si trovò nella necessità di
provvedere col proprio ingegno a sè stesso. In età di 14 anni, nel 1806, vinse
il concorso per un posto gratuito nel Liceo allora imperiale di Casal
Monferrato, e lieto di non esser più d'aggravio alla sua amatissima famiglia,
deliberò di sollevarsi collo studio sì in alto da poter fare da padre ai minori
fratelli.
Imprese gli studi matematici, in
cui si segnalò per modo che con splendido esame vinse ripetutamente un posto di
allievo nella Scuola Politecnica di Francia.
A Parigi ebbe premi, lodi e
incoraggiamenti, e da quella città, immerso negli studi, incominciò l'opera
benefica verso la famiglia, spingendo il fratello Giuseppe a guadagnarsi un
posto gratuito nel liceo di Genova. Questo suo fratello riuscì poi egregio ingegnere
pur esso, interprete intelligentissimo dei concetti del primogenito e suo
fedele collaboratore; e fu gran danno che per buona parte della vita e malgrado
loro, i due fratelli abbian dovuto lavorare separati.
Compiuti gli studi e riuscito
uno dei migliori allievi della Scuola Politecnica, gli si parava davanti piena
di grandezza e di onori la carriera militare; ma per meglio giovare alla sua
famiglia egli prescelse quella di ingegnere di ponti e strade, e, caduto il
governo napoleonico, resistendo alle vive istanze dei Borboni di Francia, volle
ritornare in Piemonte.
Nel 1816 fu nominato ingegnere
di seconda classe nel Corpo del Genio Civile con destinazione a Savona, e da
quel tempo cominciò una serie di lavori importanti, di strade, di costruzioni
di ponti, di studi amministrativi, che misero in evidenza il suo grande valore.
Allora venne in campo il
progetto del ponte che gli doveva procurare tante amarezze, e mettere a così
dura prova la sua energia.
Un buon ministro, il conte Roget
de Cholex, apprezzava il Mosca, ed aveva fiducia in lui; e per buona ventura
era uomo energico anche il ministro.
I suoi nemici fecero dapprima
ogni loro sforzo onde il progetto non fosse approvato; poi si disse che il
ponte non avrebbe avuto mai stabilità sufficiente, e un bel giorno sarebbe
crollato. La cedevolezza del terreno volle un doppio, ed in qualche parte un
triplo ordine di pali, e gli avversari trassero da ciò argomento a sostenere
con maggior violenza le loro obbiezioni, e vaticinar sventura. Il costruttore
fallì, i lavori furono ritardati, e quando già era ultimata la volta, ci volle
di tutto per ottenere i pochi fondi per le spese di decorazione della cornice e
dei parapetti.
Finalmente il ponte fu fatto e
saldo a tutte le prove.
Allora si disse che quell'opera
in fin dei conti non aveva presentato nessuna difficoltà realmente grave, e che
troppo facilmente se ne poteva prevedere il buon esito!
Molti lavori di pubblica utilità
o di bell'ornamento fece d'allora in poi il Mosca in varie parti dell'antico
Stato Sardo. Ebbe onorificenze e contrasti, non si lasciò inorgoglire dalle
prime, non si lasciò vincere dai secondi.
Ebbe il dolore di veder morire
il fratello Giuseppe.
Bernardo Mosca morì nel 1867 in
Torino. Era nato in Occhieppo Superiore presso Biella nel 1797.
Il fratello Luigi, medico
segnalato, lo pianse con filiale affetto.
I Torinesi gli diedero meritata
ricompensa, chiamando il bel ponte sulla Dora col nome di Ponte Mosca.
Moncalvo (Gabriele
Capello)
I colli che si distendono fra Asti e Casale Monferrato sono certamente
fra i più belli che si possano vedere in qualsiasi parte del mondo. Altissimi,
in parte selvosi, più spesso diligentemente coltivati a vigneti onde va tanto
pregiato il vino del Piemonte, ricchi di cereali, nutrono una popolazione robusta
e gagliarda che fa echeggiar di festose grida le valli al tempo delle
vendemmie, e col tenace lavoro sempre più arricchisce e migliora le sue terre.
I vertici di quei colli son coronati dagli antichi castelli, illuminati
fantasticamente al tramonto dai raggi del sole, sporgenti al mattino come
strane isolette dal mar di nebbia che inonda nel tardo autunno le valli.
Sopra uno dei più belli e più alti di quei vertici, dominanti tutti i
paesi all'intorno, pittorescamente si posa Moncalvo.
Quì addì 14 marzo 1806 nasceva, decimo figlio di un povero tessitore,
Gabriele Capello, che doveva poi diventare popolarissimo in Torino col nome del
suo paese nativo.
Pochissimi anche oggi in questa città vi sanno dire chi sia il cavalier
Gabriele Capello; tutti conoscono il Moncalvo.
Egli stesso parlando di sè si chiama piuttosto Moncalvo che non Capello,
ed io pure parlando di lui, per la inveteratissima abitudine, non posso a meno
di chiamarlo Moncalvo.
La sera in cui il Moncalvo bambino fu portato a battezzare, il padre, il
padrino e la madrina dissero che volevano chiamarlo Gabriele: il parroco
rispose: — Sta bene. — E lo battezzò invece per Michele, scrivendo questo nome
sui registri.
Quando, venti anni dopo, venuta pel figlio la leva, il padre s'accorse di
questo errore, non se ne meravigliò molto. — Quel brav'uomo, disse, ripensando
al parroco, la sera non era mai sicuro del fatto suo.
Le rimembranze dell'infanzia del Moncalvo gli ricordano un fatto
doloroso: le lunghe sere dell'inverno nelle stalle, ed un poco anche tutto il
resto dell'anno e in tutte le ore del giorno, sentiva raccontare storie
spaventose di streghe e di folletti, di diavoli fiammeggianti con corna e coda
ed occhi di bragia che se ne venivano in questo mondo a portarsene infilzati su
forche roventi i peccatori all'inferno. Queste storie gli avevano messo
nell'animo tanto terrore, che non osava più andar solo, la notte si vedeva
demoni e dannati sul capo, e faceva un balzo ad ogni improvviso rumore. A ciò
egli riferisce un non so che di timido e d'imbarazzante, che più o meno gli è
rimasto poi sempre. Non che veramente desse fede a quelle istorie; non ci
credeva, ed anzi per questo il padre lo chiamava l'incredulo: ma ne rimaneva
terribilmente colpito.
A scuola soleva essere assiduo ed applicato, segnalandosi sopratutto per
memoria facile, cosicchè in breve, facendo ripetutamente in un anno solo ciò
che gli altri facevano in due, arrivò a compiere in età di dodici anni la umanità,
che era tutto quello che allora di più alto si insegnasse a Moncalvo.
Il maestro, che aveva posto molto affetto al
fanciullo, consigliò il padre di farlo proseguire negli studi, mettendolo in un
convento di frati; il consiglio non piacque molto al padre e meno ancora al
figliuolo, e si pensò ad un mestiere.
Fu messo nella bottega da
falegname d'un tal Giacomo Baiardo, abile maestro, ove si diede con tanta
applicazione al lavoro, che due anni dopo aveva imparato tutto quello che
Baiardo gli poteva insegnare, il maestro era tutto orgoglioso del giovinetto
operaio.
E qui, diciamo, che quando più
tardi il Moncalvo si trovò a Torino capo di una fiorente officina, fece venire
il Baiardo, e lo volle tenere poi sempre con sè.
In età di sedici anni,
operosissimo, timido, affezionatissimo ai suoi genitori, sentiva nell'animo
qualche cosa d'ignoto che lo tormentava, e che alla fine, esaminandosi bene,
riconobbe essere desiderio di veder nuove terre e nuove genti, e trovarsi dove
lavorassero maestri da cui potesse imparare maggiormente e perfezionarsi nella
sua arte. Pensò a Torino, che coi mezzi di comunicazione di allora era città
assai lontana. Aperse l'animo suo ai genitori, e dopo molto contrasto,
segnatamente dalla amorosissima madre, ottenne il consenso al suo desiderio.
Una grande città a chi, uscito
per la prima volta di casa sua, v'arriva nuovo senza conoscervi nessuno, è una
solitudine tremenda. Moncalvo provò, appena giunto a Torino, una stretta al
cuore così crudele che non si resse, e dopo tre giorni tornò a casa.
Pensò allora ad andare in cerca
di lavoro in Asti, siccome luogo meno discosto, e dove a sua voglia da un
istante all'altro avrebbe sempre potuto tornarsene a casa.
In Asti trovò lavoro da un bravo
falegname, chiamato Martinelli, il quale in breve, vedendolo così ingegnoso e
buono, gli pose tanto affetto come se fosse stato suo figlio.
Da quella città ogni domenica
egli poteva fare una gita a Moncalvo facendo otto miglia all'andata ed
altrettante al ritorno, per una via tutt'altro che piana, e facendo ancora
all'andata quanto al ritorno una salita che non gli pareva punto faticosa sopra
un monticello presso al paese, ad un edifizio anticamente convento dei
cappuccini, a cogliere da due begli occhi neri vergognosetti una occhiata, che
gli doveva poi, come stella nella notte, brillare amorosamente nel pensiero
tutta la settimana.
In breve si accorse che in Asti
pure non aveva più nulla da imparare, e già si sentiva rinascere nell'animo la
lotta per il desiderio di un campo più vasto e lontano e l'amore della famiglia
e del luogo nativo, quando un avvenimento importante venne ad aprirgli nuovi
orizzonti, ed illuminarlo intorno alla sua vocazione.
Erano stati deliberati lavori
importanti per la chiesa di Moncalvo, ed era stato incaricato del progetto e
della direzione di essi un architetto vercellese, il Ranza, segnalato per
ottimi lavori consimili compiuti nella sua città nativa. Si trattava di fare
una bussola, ossia vestibolo interno alla chiesa, l'orchestra, ed altri lavori.
Il giovanetto Moncalvo comprese che qui avrebbe trovato occasione di
esercitarsi in opere più difficili che non fossero quelle cui aveva lavorato
fino a quel giorno, e, separatosi con lacrime dalla buona famiglia del
Martinelli, ottenne di partecipare a quei lavori.
Il Ranza aveva portato con sè un
ottimo operaio, per nome Facelli, di cui in breve il Moncalvo s'era fatto
amicissimo. Lagnandosi un giorno questi col Facelli della propria ignoranza del
disegno e dell'ostacolo insuperabile che, siccome egli ben vedeva, avrebbe essa
posto ad ogni suo progresso avvenire, il Facelli brevemente gli disse:
— Ti duole di non sapere il
disegno? Ma dunque imparalo.
— E chi me lo insegnerà?
— Io: lo conosco abbastanza per
insegnartene gli elementi. E tu in ricambio m'insegnerai l'aritmetica, che sai
molto bene, e che io so pochissimo.
Così fu fatto. Il Facelli
conosceva abbastanza bene il disegno di architettura. E quando il giovane
Moncalvo, munito di un piccolo Vignola e di un compasso ebbe fatto i primi
esercizi, s'innamorò talmente di questo studio, che si doleva del tempo che gli
toglievano le ore del sonno e del cibo, che pure aveva ridotte a minimi
termini, e gli pareva di essere trasportato in una nuova atmosfera, in un mondo
ignoto e pieno di meraviglie.
In tale stato d'animo un amico
gli imprestò un libro molto in voga allora nell'Astigiano, intitolato Colloandro
fedele. Questo valse a risvegliare in lui l'amore alla lettura, che in
breve divenne tanto ardente quanto quello del disegno: ebbe in mano l'Alfieri,
s'innamorò di recitare a memoria i versi, e da quel giorno in poi, fino ad oggi
il disegno e la lettura gli occuparono incessantemente tutti i ritagli del
tempo, che sono sempre molti anche nella vita meglio occupata ed operosa.
Quando appunto allora il
Moncalvo per tal modo veniva dolcissimamente assaporando quella prima
ineffabile voluttà del lavoro intellettuale intorno all'arte, gli stava sopra
minacciosa una gravissima sventura. La sua buona madre si ammalò, e dopo lungo
patimento morì in sul finire del 1824. Fu pianta quella ottima donna a calde
lagrime da tutti i suoi figli che tutti aveva grandemente amati, ma chi più ne
sofferse fu Gabriele, che ultimo aveva ricevuto le sue cure materne, e, come
uomo d'indole molto amorosa, le si era oltre ogni dire affezionato. Stette a
lungo come stordito da quella sventura, poi quando le forze gli si
incominciarono a rialzare riprese a vagheggiare progetti di nuovi lavori con
nuovi maestri, e venne nella deliberazione di ripartire per Torino. Propose al
fratello maggiore di rinunziare a vantaggio di lui a quel poco che gli fosse
potuto spettare dall'avere paterno, a condizione che egli si impegnasse ad
assistere il padre quando, invecchiato, non fosse più atto al lavoro; e il
fratello accettò di buon grado la proposta. Non è d'uopo che io dica qui che il
Moncalvo, che chiamò a sè il maestro del quale primo aveva imparato il
mestiere, appena si trovò ben avviato fu lietissimo di accogliere in sua casa
il padre, e tenendolo seco pose ogni studio nel confortargli gli ultimi anni
della vita; di questi anni la massima parte egli passò in Torino col figlio, andando
solo di tratto in tratto a risalutare i suoi bei colli, ed in Torino morì fra
le braccia del figliuolo.
Deliberato adunque di andare a Torino in cerca di lavoro e di
ammaestramenti, il giovane Moncalvo dovette pensare ai danari pel viaggio. La
sua buona madre gli aveva fatto un buon corredo di biancheria: egli vendè tante
camice quante bastassero per radunare settanta lire, e con questa somma in
tasca e il fardello in ispalla, il giorno 23 settembre 1825 si congedò dai suoi
e lasciò il nativo paese, deliberato a non ritornarci più se non quando coi
suoi lavori si fosse acquistata una conveniente posizione. Abbracciò in Asti la
famiglia Martinelli che s'adoperò invano a trattenerlo, e il giorno seguente in
sul tramonto rivide i campanili di Torino. La città, che la prima volta che vi
era venuto gli era parsa una solitudine, questa volta, entrandovi a sera, gli
parve un deserto. Ma oramai egli era deliberato a resistere ad ogni costo, onde
subito si diede attorno, e si fece ricevere nella rinomata fabbrica di mobili
dei signori Chapey ed Azzario, in via dello Spedale, in faccia ad un vago
giardino allora di casa Ciriè, ora scomparsa sotto un grande fabbricato, dove
appunto si trova l'Agenzia Mondo.
Si mise all'opera con tutto l'impegno, e colle sue buone maniere si fece
ben presto ben volere dai compagni e dai capi: giorno e notte, al lavoro, a
tavola, nei sogni, sempre egli aveva nella mente il suo caro paese nativo,
sempre parlava di Moncalvo; onde lo incominciarono a chiamare quel di Moncalvo,
poi addirittura Moncalvo, e quel nome gli rimase d'allora in poi e con quel
nome oggi da tutti è conosciuto, siccome dapprima ho detto.
Tre mesi dopo, passò a lavorare in una bottega in Via Bellezia presso
l'albergo fiorito condotta da certo Giuseppe Viansone, dove prese impegno di
far mobili.
Un giorno entrò in quella bottega il cavaliere d'Angennes, uomo schietto
e ben pensante, che molto si dilettava di pittura, ed anche un po' di
meccanica: egli aveva portato i disegni di un certo suo mobiletto che voleva far
costruire secondo il proprio intendimento, e per quanto s'ingegnasse di farsi
comprendere dal Viansone e dagli operai più vecchi, non vi riusciva. Il
Moncalvo appressatosi dapprima per osservare, e visto poi che, siccome non
c'era nessuno che ci capisse, la cosa andava per le lunghe senza conclusione,
si fece avanti rispettosamente, e chiesto di parlare, disse che a lui pareva di
aver compreso quello che desiderava il cavaliere, e che credeva di poterlo
eseguire; e spiegato il suo concetto, il cavaliere disse che la cosa stava
appunto come il giovinetto la aveva esposta, e lo impegnò a eseguirla così bene
come l'aveva compresa. Ciò fu fatto con grande soddisfazione del cavalier
D'Angennes e grandissima del Viansone, che acquistò molta stima del suo giovane
lavorante.
Il quale tutto pieno di speranza e di ardore, seguitava a lavorare
assiduamente, e si privava non solo dei divertimenti e del riposo, ma spesso
indugiava a prender cibo, e andar a letto per consacrare un po' di tempo al suo
prediletto disegno.
Egli allora non pensava che questi suoi studi che andava facendo con
tanta costanza, gli dovessero così presto fruttare, siccome avvenne.
Allora appunto il conte Thaon di Revel aveva compiuto la costruzione di
una sua casa, e si trattava di arredarla a dovere, facendo con gusto e con buon
disegno i pavimenti, le porte, le finestre, i mobili, in varia forma adattati
alla qualità delle stanze.
Dirigeva quei lavori l'architetto Bonsignore: il segretario di casa
Revel, amico al Viansone, presso cui lavorava il Moncalvo, voleva procurare a
quello quei lavori che dovevano dargli non poco guadagno, e tanto s'adoperò
presso l'architetto che si fece dare i disegni, e li portò al Viansone,
domandandogli se si sentiva capace d'imprendere e compiere quei lavori.
Il Viansone non ne capiva nulla, ma chiamò Moncalvo; e questi, esaminati
diligentemente i disegni, disse che li comprendeva benissimo, e si sentiva di
eseguirli a dovere, a condizione che gli avessero dato la piena direzione di
tutto e potestà assoluta sugli operai.
L'architetto Bonsignore sorrise quando gli presentarono il Moncalvo,
giovanetto imberbe di appena venti anni, siccome quello che domandava di
dirigere provetti operai che dovevano compiere quei lavori; e per finirla,
subito gli dette per prova un lavoro molto difficile: ma la prova riuscì a
meraviglia, e la diffidenza dell'architetto si mutò in fiducia, e più tardi in
affetto.
I lavori si compirono ottimamente; ma il Viansone fu indispettito della
parte a parer suo troppo importante che il Moncalvo aveva compiuta, e nacquero
gelosie e dissensi fra il padrone della bottega ed il giovine operaio, che
condussero alla fine questo a separarsi dal suo principale.
Il Moncalvo aveva fatta buona prova delle sue forze, ed allora appunto
aveva avuto la fortuna di esser liberato dalla leva colla estrazione di un buon
numero eseguita al suo nativo paesello dalle mani del padre suo, che si
presentò all'appello in sua vece. Sapeva di potersi ormai guadagnare in
qualsiasi paese la vita, ed aveva grande desiderio di veder nuove genti,
opificii più grandi e lavori più belli: vagheggiò il progetto di andarsene in
Francia, e l'avrebbe forse posto ad effetto, se non fosse stato distolto dai
suoi ospiti che avevano su lui altre viste.
Egli dimorava in casa di un certo Facta, pur esso falegname, ammogliato,
che insieme coll'alloggio gli dava il vitto. Questo Facta aveva vinto un terno
al lotto, e intascata la somma di mille e duecento lire egli propose al
Moncalvo di mettere su bottega insieme, e la proposta venne accettata.
In cotesta povera officina lo andò a trovare il conte Ottavio di Revel,
memore del modo lodevole con cui aveva disimpegnato i primi lavori nella sua
casa, e lo incaricò di altri lavori che vennero condotti con ugual diligenza
non disgiunta dalla convenienza nei prezzi. Il Moncalvo si mostrava ingegnoso
nello immaginare novità di buon gusto, ricco di espedienti nei casi
impreveduti, sollecito nei lavori, puntuale, perseverantissimo.
In breve diventò alla moda e veniva specialmente cercato dalle case
aristocratiche, per tutto quello che aveva attinenza ad arredi, ed anche a cose
di meccanica.
Un singolare incidente giovò ad aumentargli la clientela.
Un conte, che per buone ragioni chiameremo il conte X, gli aveva affidato
un lavoro, che egli aveva promesso di condurre a termine in un dato tempo.
Sicuro del fatto suo, egli aveva intanto accettato un'altra commissione
importante la cui esecuzione era necessario far precedere all'opera promessa al
signor conte, perchè non ammetteva dilazione. Il conte X, vedendo che il
Moncalvo non si occupava del suo lavoro, lo andava a tormentare, ed egli, per
finirla, s'era ridotto a lavorare in un cortile a porte chiuse, dove non
lasciava penetrare nessuno, e nemmeno il conte X che strepitava ed infuriava di
fuori.
Terminato alla fine questo lavoro, e andato il Moncalvo in casa del conte
per assicurarlo che avrebbe allora ripreso il suo e senz'altra interruzione
l'avrebbe condotto a termine nel tempo voluto, il conte lo fece entrare nella
sua stanza, chiuse a chiave la porta, e poi voltosi al Moncalvo, con occhi
scintillanti disse:
— Ora a noi finalmente, signor Moncalvo! davvero la dobbiamo discorrere
insieme. —
Il conte X godeva la fama di menar le mani ed il frustino coi servi, ed
anche con quelli che non aveano con lui relazioni di domesticità.
Il Moncalvo che sapeva questo, vedutolo chiudere la porta, aveva messo le
due mani sul dorso di una sedia, e, postasela davanti, la teneva fra sè e il
conte. Quando questi si voltò furibondo e gli diresse quelle parole, rispose:
— Signor conte, parliamo pure. Ma tenga bene a mente che se ella accenna
a percuotermi, io le spacco il capo con questa sedia, e la stendo ai miei
piedi. —
Il giovanetto brandiva la sedia con piglio così risoluto, tutto
l'atteggiamento della sua persona corrispondeva così bene alle sue parole, e le
sue parole avevano vibrazioni talmente penetranti, che il conte lo guardò
dapprima irresoluto ed attonito, poi diede in uno scoppio di riso, ed esclamò:
— Bravissimo, Moncalvo, mi piacciono gli uomini risoluti! —
E presolo amorevolmente a braccetto lo condusse nel suo appartamento a
vedere e concertare i lavori che furono poi condotti con piena sua
soddisfazione.
Il conte X, divenuto affezionatissimo al Moncalvo, si fece suo
patrocinatore presso i suoi amici, raccomandandolo con tutto l'impegno.
In tal modo la buona ventura fece crescere in brevissimo tempo così
straordinariamente le occasioni di farsi conoscere e valere, che il Moncalvo
raddoppiò di applicazione e di coraggio, prendendo lavori sempre più estesi e
importanti, e conducendoli costantemente a buon fine.
Ebbe ancora un momento la tentazione di mutar paese, ma un nuovo fatto lo
fermò per sempre.
In luogo di partire prese moglie; sposò una giovane figliuola di un
onesto falegname, alla quale l'ottimo padre aveva dato una educazione per quei
tempi del tutto straordinaria. Essa conosceva bene la lingua italiana,
l'aritmetica, e la tenuta dei libri. È cosa, ripeto, da far trasecolare una
cosifatta educazione per quei tempi, in cui le signore più eleganti non si vergognavano
di non conoscere l'ortografia. Questa istruzione tornò utilissima alla giovane
sposa, che prese subito parte ai lavori del marito, tenendo i conti, mandando
le note, pagando gli operai, scrivendo la corrispondenza in una officina già
ragguardevole il giorno stesso in cui vi entrò, ma che prese poi sempre più un
incremento straordinario.
L'opera di questa signora fu subito tanto più utile, in quanto che il
Facta, socio del Moncalvo, non si dava nessun pensiero degli affari, e passava
buona parte del tempo all'osteria. Le cose giunsero al punto che il Moncalvo
credè bene di separarsi da lui all'amichevole sborsandogli una grossa somma di
danaro. Il Facta, secondando pur troppo le sue inclinazioni, aprì un caffè,
dove prese a giocare ai tarocchi e tracannare bottiglie di vino da mane a sera,
per dare in tal modo il buon esempio agli avventori.
Ricòrdati, lettore, che il principio della sua fortuna era stato un terno
al lotto!
Moncalvo intanto era diventato in Torino un personaggio popolare: i
nobili ed i ricchi lo cercavano per la sua abilità e lo pregiavano pei suoi
modi semplici, modesti, dignitosi, e per la sua onestà a tutta prova: i
compagni d'arte non lo richiedevano mai invano di consiglio, ed anche di aiuto;
gli operai lo amavano come un padre.
Carlo Alberto, salito allora al trono, intese parlare del giovane
operaio. Il re aveva voluto che la sua propria camera fosse modestamente
arredata, senza dorature, e con legnami del paese. Volle porre alla parete di
quella stanza un arnese a mo' di trofeo, per appendervi armi, e ne fu dato
incarico al Moncalvo. La regina volle far dono al re pel suo giorno onomastico
di un seggiolone lavorato con legname del paese, secondo il suo gusto, e anche
codesta commissione venne affidata al Moncalvo.
Questi corrispose ottimamente ad ogni aspettazione, immaginando nuovi
modi per lavorare spedito e studiando sempre più graziosi disegni; e trovandosi
spesso nel palazzo reale per i suoi lavori, ebbe frequenti occasioni di parlare
con Carlo Alberto, e con le sue semplici e giuste risposte al re, che spesso si
compiaceva di interrogarlo da solo a solo, seppe tanto piacergli, che nessun
lavoro si fece più negli arredi del palazzo, come nelle magnifiche ville di
Pollenza e di Racconigi, dove il Moncalvo non avesse parte, consultato insieme
coi migliori architetti, e da questi apprezzato parimenti e ben visto.
L'amore che il Moncalvo portò a Carlo Alberto fu ardentissimo, siccome è
commovente la gratitudine che per esso sempre conserva.
Invero, il re seppe sovente trovare per l'antico operaio divenuto
proprietario d'un grande laboratorio, parole che non si possono dimenticare. Si
mostrava informato di tutto quello che egli faceva per ispirare ai suoi operai
l'amore del lavoro ed il sentimento della propria dignità e per istruirli. Più
d'una volta di tutto questo il re diede lode a Moncalvo, e lo animò a
proseguire con ogni sorta d'incoraggiamenti.
Oggi il Moncalvo è ricco, ma la sua maggiore ricchezza sono queste
rimembranze e si riposa in quel nobile modo che si conviene ad un uomo della
sua fatta. Buona parte del suo tempo è consacrata a cose di pubblica
amministrazione. Il resto lo passa nel suo studio, disegnando e leggendo.
Quel suo studio basta, ove altro non si sapesse, a dare un concetto del
proprietario. Al muro ritratti d'uomini insigni, e dentro a quadri le medaglie
guadagnate alle varie esposizioni, e la decorazione dei Santi Maurizio e
Lazzaro ricevuta in tempi in cui cotesti segni onorifici si distribuivano in
più parca misura che al presente non si faccia. Uno scrittoio elegante con
carte e strumenti pel disegno, uno scaffale con parecchie file di libri
italiani e francesi elegantemente rilegati, parte di meccanica ed arti belle,
parte di storia e letteratura, e sotto alle file dei libri i disegni dei primi
e degli ultimi suoi lavori. Il primo raggio di sole che penetra là dentro al
mattino fra le foglie ed i fiori che adornano il balcone, trova Moncalvo allo
studio. Oggi, come sempre, economo del suo tempo, non ne è avaro con chiunque
lo venga ad interrogare intorno a cose di qualche rilievo. La sua conversazione
fa meravigliare le persone più colte, per la sicurezza dei giudizi, per la
precisione delle riflessioni pel buon senso che domina in tutte le sue parole:
di tratto in tratto, mentre parla di industrie e di progressi sociali, che sono
gli argomenti che sempre occupano a preferenza i suoi pensieri come i suoi
discorsi, gli scappa fuori qualche parola che tradisce l'assidua sua lettura
d'Alfieri.
Moncalvo ha viaggiato assai in questi ultimi anni; ed anche dalle riflessioni
che fa talora intorno alle cose vedute nelle sue lunghe peregrinazioni appare
il suo buon criterio come la sua cultura. Parla volentieri, ma senza iattanza,
della sua vita passata, si riporta sovente col pensiero al bel colle natio ed
alle rimembranze dell'infanzia, e ricorda con giusto orgoglio le settanta lire
con cui ha lasciato il paese.
Giuseppe Pomba
Di Giuseppe Pomba si potrebbe dir poco e molto. Gl'italiani lo conoscono
tutti, e gli hanno dato prove di molta stima e affetto facendo buone
accoglienze alle tante sue pubblicazioni: chi non conosce, chi non possiede i
libri del Pomba? E le pubblicazioni di un grand'editore sono i capitoli della
sua vita. Al contrario, volendo parlare degnamente di un editore quale fu il
Pomba, la storia della sua vita si connette con la storia civile e letteraria
del tempo in cui esercitò la nobile arte. Non potendo oltrepassare certi limiti
propostimi nel compilare questo libro, parlerò del Pomba con brevità, e
incomincerò dal citare un giudizio autorevole che intorno a questo celebre
editore pubblicò nel 1835 quel dotto e forbito scrittore quale fu il Romani,
che ebbe agio di vedere svolgere l'operosità del Pomba nei suoi anni migliori:
«Dopo tante biografie, dopo tanti elogi dei morti che riempiono così di frequente
le pagine dei giornali, mi è venuto la fantasia di scrivere l'elogio d'un vivo:
impresa, che voi, o lettori, accoglierete benignamente in grazia della rarità;
poichè tessendo la vita di un uomo quando egli stesso è lì per ismentirvi se
dite male di lui, e molti son là per tacciarvi di adulatore, se ne dite
soverchiamente del bene, il biografo non ha il privilgio di essere bugiardo
come un epitaffio. E chi è cotesto vivo, direte voi, che stai per lodare o per
biasimare? Un eroe forse che raccoglie allori sul campo di battaglia, un
magistrato che veglia dì e notte alla pubblica sicurezza, uno scienziato che
sorprende i segreti della natura, un letterato che istruisce il suo secolo, un
filosofo, un poeta, qualcuno insomma de' pochi privilegiati che sudano in ardua
carriera per correr dietro alla gloria? Niuno di questi: è bensì un uomo del
quale non possono far senza nè gli eroi, nè i magistrati, nè i filosofi; il
banditore di tutte le opere del senno e della mano; uno stampatore, insomma, un
libraio, Giuseppe Pomba, vivo per ventura, qui, in Torino, fra noi, vegeto e
sano, che Iddio lo conservi tale per ritardar la pena ad esso ed a voi che
altri ne reciti l'elogio quando sarà morto!
«Nei secoli bene avventurati degli Aldi, dei Grifi, e dei Gioliti, quando
non si erano ancora stampati i milioni di libri di cui adesso riboccano le
biblioteche, il magazzino di un libraio poteva chiamarsi l'officina
dell'alchimista ove si fabbrica l'oro; poichè essi erano i primi a sopperire ai
bisogni dei tempi loro, e in quella per così dire, verginità della stampa
avevano la scelta degli autori, in una parola, il patrimonio dei morti e dei
vivi. Ma adesso che l'antichità non ha nulla da darci tranne qualche brano del
vecchio suo manto ricucito dal Mai, o qualche rovina, delizia d'alcuni
archeologi e tormento nostro; ora che in ogni città e in ogni villa gemono i
torchi, e la carta annerita dall'inchiostro è tale ogni giorno da ravvolgerne,
al dire degli statisti, tutta quanta la superficie del globo; ora che i
tipografi volgendosi ai quattro venti, trovano difficilmente qualche cosa di
nuovo e di squisito, e quando la trovano, vi si gettano su tutti quanti come
lupi sulla preda; il libraio cui riesce ancora qualche speculazione di utilità
pei suoi tempi e per la sua patria, lo stampatore che esercita il suo ministero
con altrui vantaggio e suo pro, con reputazione di onore, e procede fermamente
nel suo cammino senza aver taccia di corsaro, come l'hanno la maggior parte de'
suoi confratelli; quest'uomo, io dico, fa un'impresa che meriterebbe formare la
tredicesima d'Ercole, è degno che un giornalista gli consacri almeno una pagina
della sua gazzetta. Tale fu il Bettoni a Milano, tale è il Pomba in Torino: con
questa differenza, che il primo fu sostenuto dall'altrui potenza, il secondo fu
abbandonato alle sole sue forze.
«Giovinetto ancora, e privo del padre, impicciato da intrighi domestichi,
e vincolato dai tipografi che stampavano i libri di cui egli faceva commercio
nella sua modesta bottega di libraio, divisò il Pomba di aprire una piccola
tipografia, che col tempo lo mettesse in istato di compiere le imprese che fin
d'allora volgeva in mente a vantaggio della sua casa e a decoro della sua
patria. Codesta angusta officina, che doveva poscia riuscire una delle più
fiorenti d'Italia, ebbe cominciamento nel 1814, e cinque anni dopo era
cresciuta in tal guisa da poter dar opera ad una delle più gravi edizioni, alla
intera collezione dei Classici latini illustrati di note e di commenti
utilissimi. Preziosa collezione è questa, per la parte letteraria governata
dalle cure e dall'ingegno dell'illustre Boucheron, per la parte economica
sostenuta dal solo Pomba, senza valido patrocinio, a forza di sacrificii d'ogni
sorta, e a costo di due viaggi per tutt'Italia, e già condotta a 105 volumi in
8° grande, in mezzo a sventure domestiche, a litigi con socii, ad usure di
monopolisti.
«Pochi anni sono il negozio dei libri in Piemonte era sempre passivo.
Tranne le opere scolastiche di privilegio della Stamperia Reale, e pochi libri
di devozione, e le tesi pei laureandi, e le scritture legali, o d'altra scienza
per comodo municipale: pressochè tutte le altre opere ci venivano di fuori, e
pochi classici italiani erano stampati in patria. Fu allora che il Pomba
deliberò di pubblicare una buona raccolta d'illustri scrittori italiani, sotto
il nome di Biblioteca Popolare: e siccome la classe degli studiosi per
sventura è la meno agiata delle altre, così ci volle che l'edizione fosse tanto
economica, che potesse facilmente andare in mano di tutti; e diè fuori cento
volumi di duecento pagine ciascuno, e del costo di cinquanta centesimi. Non mai
assunto tipografico ebbe un esito più fortunato di quella raccolta; lo smercio
fu incredibile; usciva un volume per settimana; ogni volume ascendeva a dicci mila
esemplari. Allora per la prima volta, e a richiesta del Pomba, fu introdotto il
costume di spedir libri col mezzo delle Regie Poste, con qualche agevolezza
sulla tassa ordinaria; 2250 esemplari di tutta la collezione viaggiarono con
tal mezzo nel regno e fuori; e così dalla impresa del tipografo utile non
mediocre ne trasse il pubblico erario. Imperocchè animati dall'esempio, a
simili imprese si accinsero gli altri tipografi: l'Alliana stampò la Raccolta
dei Viaggi in cento volumi; la vedova Ghiringhello venne in campo colla Biblioteca
geografico-storica; il Reycend colla Biblioteca francese; Chirio e
Mina colla Biblioteca teatrale; il Cassone colla Biblioteca dei
romanzi; il Marzorati colla Biblioteca di religione, ecc.;
collezioni tutte di cento e più volumi, che in poco tempo collocarono la
tipografia piemontese fra le più fiorenti tipografie dell'Italia.
Alla prima serie della Biblioteca
popolare, la quale comprendeva i Classici italiani, ei fece seguire la
seconda, ove si rinchiudevano le opere di Scienze e di Belle Arti, principiando
colla Filosofia del Gioia, colle Notizie astronomiche del
Cagnoli, e coll'Arte di vedere nelle belle arti del Milizia; quindi la
terza destinata a raccogliere tutti i libri di religione. Ma in quella ebbe
nemica la condizione dei tempi, in questa la malevolenza degli emuli. E di qui
cominciarono pel Pomba infinite contrarietà e perdite molte, e sventure che
avrebbero prostrato ogni animo men fermo del suo e meno coraggioso. Ma egli,
facendo fronte alla mala fortuna, si accinse ad impresa che ad altri non
sarebbe venuta in pensiero: e fu la magnifica edizione dell'Antifonario
Romano, per uso del Coro, in canto Gregoriano, che un tempo si stampava
soltanto in Venezia, ed ora nemmeno in Venezia si stampa; e per questa edizione
si fecero caratteri nuovi, tanto pel testo in nero, che per quello in rosso,
non che le note della musica, e si fabbricarono fogli da non adoperarsi in
altra opera; e l'edizione riuscì magnifica e per ogni lato migliore delle
antiche; e papa Gregorio XVI la ricompensò di una bellissima medaglia d'oro, e
la patria la premiò di una medaglia di rame nella prima Esposizione triennale
degli oggetti d'arte e d'industria dei Regii Stati. All'Antifonario doveva
venir dietro il Graduale ancor più ricercato di quello, e già promesso
al pubblico, e da esso aspettato; ma per tale assunto, superiore al potere di
un sol uomo, fan d'uopo sostegni, protezioni ed aiuti che mancano al Pomba, e
sempre mancarono.
«Viaggiò egli due volte in Inghilterra; e frutto
del primo viaggio fu il nuovo torchio meccanico, del quale è da tutti
riconosciuta l'utilità, comperato al prezzo di 25.000 lire, e introdotto per la
prima volta in Italia, non che in Torino; frutto del secondo doveva essere un
altro meccanismo straordinario per un ramo importantissimo d'industria
tipografica, e del quale si faceva mistero nell'Inghilterra medesima; se non
che la ricompensa che trasse dall'introduzione del primo, lo dissuase
dall'introdurre il secondo.
«Convinto del fatto che le forze individuali e le
forze di ciascun libraio in particolare non bastano sempre a sostenere e a
condurre a buon termine imprese rilevanti, e d'altra parte desideroso di dar
maggior impulso al commercio librario in Piemonte, l'instancabile tipografo
concepì il disegno di comporre una società libraria col mezzo d'azioni, come
vide praticarsi in altre contrade, ove si compiono da molti insieme le vaste
speculazioni che non si possono reggere da un solo: e nel settembre del 1831
fondò la Società tipografica, che ora esiste in Torino, e che già diede in luce
parecchie opere importanti, due delle quali giova qui riferire: e sono tutti
gli scritti del Segneri, e il Dizionario militare del Grassi. Così con la
costanza il Pomba ribattè i colpi della fortuna, e giovando altrui si oppose
agli insulti dell'invidia.
«Farebbe un lungo catalogo chi
volesse annoverare tutte le opere che, oltre le accennate, uscirono
dall'operosa officina del Pomba: io dirsi solo le principali, e queste sano: La
Biografia universale tradotta dal francese, con mutazioni ed aggiunte, la Fisiologia
del professor Lorenzo Martini in 12 volumi; l'Antologia straniera,
compilata con molto dispendio da collaboratori eletti o spediti nelle varie
contrade d'Europa: la Storia della Liguria e la Geografia universale
del Balbi, tradotta ed ampliata col consenso dell'autore; circostanza, che mi è
dolce rilevare, acciocchè il nome del Pomba non sia maledetto dagl'italiani
scrittori, i quali deplorano tuttora la pirateria dei librai, e gemono perdute
le loro vigilie, e rapita la più sacra proprietà dell'uomo, la proprietà
dell'ingegno.
«Ora ei pubblica quattr'opere
importanti, due periodiche del tutto, e due quasi periodiche per l'ampiezza
della materia: sono le prime: il Teatro universale, e l'Emporio di
utili cognizioni. Sono le seconde: il Viaggio pittoresco intorno al
globo di Dumont d'Urville, e l'Italia, la Sicilia, le Isole Eolie,
l'Isola d'Elba, la Sardegna, Malta, l'Isola di Calipso, ecc, arricchite
d'intagli e di carte colorate, e stampate, specialmente quest'ultime, con molta
lindura tipografica.
«Se quest'uomo abbia ben
meritato dalla patria, e se questi cenni biografici sian degni di occupare le
poche colonne ch'io gli consacro, dove i presenti nol dicano, lo diranno i
posteri. Io ho voluto scrivere per lui queste poche righe, perchè si vegga che
non tutti gli occhi son chiusi alla luce della virtù, e perchè il Pomba abbia
almeno il conforto di una lode pubblica non compra, e dettata da un cuore
sincero».
Fin qui quello scrittore valente e leggiadrissimo, il quale per
disavventura non ha parlato più mai del Pomba dal 1835 in poi, onde tocca a me
adesso il compito d'aggiungervi qualche altra notizia.
La vigilia del Natale dell'anno 1836, il Pomba se ne stava pensando al
domani, alle visite che avrebbe ricevuto al mattino, al discorsetto degli
operai della sua tipografia, al pranzo in famiglia, alle poesie recitate dai
figliuoli, e tante altre particolarità che ogni anno si ripetono sempre le
stesse e sempre tanto care in quel lieto giorno, quando improvvisamente fu arrestato
e tradotto nelle sale sotterranee del Palazzo Madama, sale innocentissime ora
che ci tengono le loro sedute i membri dell'accademia di medicina, ma
spaventose allora, perchè si sapeva troppo come fossero consuetamente
l'anticamera della fortezza di Fenestrelle o di Alessandria.
Mentre il Pomba veniva così tradotto in carcere, la famiglia spaventata
vedeva perquisire minutamente l'alloggio, e frugare e rifrugare ogni angolo
della stamperia.
Era nato il sospetto che egli avesse in casa od in istamperia volumi
della Giovane Italia e l'Assedio di Firenze.
La Giovane Italia era una
pubblicazione che faceva in quei tempi Giuseppe Mazzini all'estero, e che,
tranne le prese di lui, non aveva nulla di molto attraente, anzi aveva talora
scritti noiosissimi. Ma c'era la galera fra noi per chi la leggesse, e questo
bastava perchè si facesse di tutto per leggerla. L'Assedio di Firenze,
che si legge ancora oggidì, acquistava pur esso allora un valore speciale dalla
rigorosissima proibizione.
Era dunque sospettato il signor
Pomba di tener nascosti presso di sè la Giovane Italia e l'Assedio di
Firenze. Per la Giovane Italia la cosa era al tutto falsa: dell'Assedio
di Firenze aveva realmente in un angolo della stamperia qualche esemplare,
ma un bravo operaio malgrado la visita improvvisa, riuscì in tempo a
nasconderli e non furono trovati.
Contuttociò il signor Pomba fu
trasportato da' sotterranei del palazzo Madama nella cittadella di Alessandria,
e tenuto segregato per un mese; dopo fu rimesso in libertà.
In quel mese d'isolamento, egli aveva lavorato di fantasia: avea
concepito e meditato il progetto di una grande opera, in cui fosse trattata la
storia di tutti i popoli antichi e moderni per modo che si potesse vedere
sempre a colpo d'occhio a qual punto si trovasse in un dato periodo storico un
popolo rispetto a sè stesso e rispetto agli altri, e si avesse così un gran
quadro di tutta la civiltà e delle attuali e passate condizioni di ogni gente
in ogni terra.
Consapevole per propria esperienza di tutti gli inconvenienti che
derivano dalle molteplici collaborazioni là dove si richiede una certa
conformità di condotta, pensò a buon diritto che quel lavoro doveva essere
fatto da un uomo solo. E recatosi a Milano da un cultore segnalato degli studi
storici fu sommamente lodato di questo suo progetto, e consigliato a rivolgersi
a Cesare Cantù, giovane, erudito, laboriosissimo, desideroso di segnalarsi,
noto già per la Margherita Pusterla, popolare in quel momento perchè in
disgrazia del governo austriaco.
Il Cantù accettò senza neanco
chieder tempo a riflettere. Il lettore italiano sa quale fu il successo della Storia
Universale: di questa voluminosissima opera furono fatte nove edizioni e
venduti venticinquemila esemplari di vario prezzo secondo la maggiore o minore
eleganza della edizione, costando le edizioni più belle 400 lire, e le più
economiche 190 lire.
Il Cantù si atteggiava a
cattolico liberale, ed allora erano in favore i così detti neoguelfi: si
mostrava avverso al dominio straniero in Italia, ed aveva quella gran fortuna
della censura, per cui quello che non diceva, il lettore credeva che avrebbe
detto ove fosse stato libero di parlare a sua posta, e gli si prestavano le più
belle intenzioni barbaramente soffocate.
Quanti scrittori di quel tempo
hanno rimpianto più tardi la censura nel segreto del cuore!
Ma torniamo al Pomba. Nei suoi
viaggi in Inghilterra egli aveva veduto quanto fossero popolari ed utili in
quel paese le Enciclopedie, e si propose di pubblicare una Encclopedia
in Italia. Per lui divisare e fare era tutt'uno. Nella bella casa che si faceva
fabbricare ai piedi della passeggiata dei Ripari, ora Giardino
pubblico vecchio, dove dimora anche oggi con gran parte della sua famiglia,
incominciò la pubblicazione di questa sua prediletta e più di tutte voluminosa
pubblicazione della Enciclopedia di cui si sono fatte pure numerose edizioni
con enorme spaccio, e che, diretta prima dal Demarchi, poi dal Predari, poi dal
De Mauro, ebbe la collaborazione d'oltre quaranta scrittori, fra cui Plana,
Balbo, Scoplis, Cantù, Carlo Lessona (padre dello scrivente) e tutti, in una
parola, gli uomini in Piemonte meglio atti per competenza e buon volere a
spingere avanti nel miglior modo una cosiffatta impresa. Ogni anno ora si
stampa un Supplemento permanente alla Enciclopedia che riferisce tutte le
novità, e ne fa un'opera che segue di pari passo il cammino progressivo delle
lettere e delle scienze.
Il Pomba tentò pure, come dopo
di lui ritentarono i suoi successori, un gran Giornale Illustrato, sul
gusto della Illustrazione francese, di quella di Londra, di quella
tedesca di Lipsia: in questi tentativi impresi e condotti coscienziosamente, si
consumarono enormi somme di danaro, ed invano. E ciò, secondo me, principalissimamente
per questa ragione, che in Italia non si trovano ancora gli scrittori per
cosiffatte pubblicazioni. In generale gli scrittori italiani sono troppo
accademici, troppo affettati, troppo amanti degli artifizi e del fare
convenzionale, mentre ci vuole naturalezza, spontaneità, brio, sentimento dei
tempi e della società vivente, pratica del mondo, conoscenza reale degli
uomini. Finchè non si troveranno scrittori nostrali all'uopo, è ingiusto
accusare il pubblico della sua preferenza per gli scrittori stranieri.
L'Unione Tipografico-editrice,
diretta dal cavalier Luigi Pomba cugino e genero del nostro Giuseppe, segue le
antiche tradizioni, dà opera a pubblicazioni utili e voluminose, e sostiene con
molto decoro il buon nome procurato dal Pomba alla sua Casa.
Giuseppe Pomba si è ritirato dagli affari nel 1849 e si è occupato
d'allora in poi di amministrazione municipale, e in generale, di cose attinenti
alla utilità pubblica. Vive in mezzo alla sua famiglia, in età di 74 anni,
operosissimo, pieno di energia giovanile, e sempre pronto a interessarsi
all'idea di qualche buon progetto, di una qualche utile istituzione.
A chi lo vede in tale età così operoso e così svelto, viene spontanea
l'esclamazione: Oh avesse l'Italia molti uomini di questa fatta!
Pietro Sella e i
Biellesi
Il conte Cibrario nella sua Storia di Torino racconta di un
giovane montanaro delle Valli di Lanzo, divenuto poi uomo insigne, il quale non
avendo lume la sera per studiare andava sulla Piazza delle Erbe, e studiava al
lumicino delle rivendugliole nelle gelate sere d'inverno a Torino.
Questa tenacità e volontà che
mena alle grandi riuscite, è generale negli abitanti di montagne: in Piemonte
son lodati per questo riguardo in special modo i Biellesi siccome i più
industriosi, i più energici, i più sobri ed i più operosi fra tutti; e per
Biellesi s'intende non solo i nati nella città di Biella, che naturalmente sono
in piccolissimo numero, ma tutti quelli della alpestre regione le cui valli
amenissime fanno capo a quella città.
Di quelle valli è molto
benemerita la famiglia dei Sella, e in specialissimo modo Pietro Sella, che
primo vi introdusse le macchine onde a dismisura s'accrebbe l'industria.
Ma per intendere bene quello che
il Sella ha potuto e saputo fare, giova considerare i Biellesi in quello che
presentano di più spiccato nel loro modo di vivere e nel loro sistema di
operare. Conosciuta così l'indole di quella popolazione e le condizioni del
paese, basteranno poche parole intorno a Pietro Sella a persuadere chiunque che
egli fu uomo sommamente benemerito, e più di tanti altri degno di memoria e di
monumento.
Numerosissimi sono nel Biellese
gli esempi di persone e di famiglie le quali non ai così detti favori della
fortuna, non a straordinario ingegno e a straordinarie circostanze, bensì
puramente e semplicemente al loro modesto ma pertinace lavoro, ed alla costante
sobrietà, devono una non comune agiatezza. La quale non si ottiene già, come
troppo spesso si ottiene, col far passare più o meno destramente e lecitamente
il danaro nelle proprie tasche (giuochi di borsa, depauperamento di azionisti
ed altre trappole alla moda), ma portando un notevole incremento nella potenza
e prosperità nazionale.
Gli esempi numerosissimi che si
possono citare, sono essenzialmente di due specie distinte.
L'una è di coloro i quali,
specialmente nella valle di Andorno, nascono con un patrimonio che (ad
eccezione della paterna casupola e di un annesso terreno da cui a mala pena si
ricavano le spese di coltivazione) consiste in un paio di braccia, ed in molta
buona volontà. Questi, dopo frequentate per qualche tempo in paese le scuole
elementari, verso i dodici o i tredici anni cominciano l'estate ad andare fuori
del circondario a far da manovale. L'inverno ritornano a casa, e parecchi
frequentano la scuola d'arti e mestieri in Biella, ove imparano un po' di
disegno, un po' di geometria descrittiva, e quelle poche notizie scientifiche
che sono il patrimonio comune degli operai. Giunti ai diciassette o ai diciotto
anni, spiccano maggior volo. Vanno a far la campagna di un anno, di due,
di tre anni, non solo nelle città vicine come Torino, ma nelle provincie più
lontane del regno, ed anche in Francia ed in Spagna. Quivi compiendo di buon
animo i lavori più duri, vivendo con sobrietà, con frugalità incredibili, riescono
a terminare la campagna con qualche risparmio, che gloriosi e trionfanti
riportano alle loro famiglie.
I più destri non mancano di attirarsi l'attenzione
degli impresari e degli ingegneri, e vengono incaricati delle funzioni di
assistenti. Poi quando, per mezzo di questi risparmi accumulati, hanno messo
insieme qualche capitaluccio, si arrischiano ad un cottimo, o a qualche impresa
minore per proprio conto. Gli avveduti e i giudiziosi vi si avvantaggiano, e vi
trovano i mezzi per aspirare a maggiori lavori e a più grandi imprese. Così man
mano continuando con indefessa operosità e con parsimonia strettissima, non
pochi riescono a mettere insieme un discreto capitale; e si hanno esempi di
famiglie milionarie oggi, le quali, o nelle persone dei loro membri attuali, o
dei padri della generazione ancora vivente, hanno bravamente portata in
gioventù la secchia in ispalla. Tali i Rosazza, i Magnani, i Piatti, ed altri
moltissimi.
È notevole il tipo di questi nostri Biellesi, muratori, scalpellini, e
arti simili: io ne ho trovati lungo il Caucaso, a Kutais, a Tiflis. In Francia
sono numerosi: vengono tenuti in conto di eccellenti operai, specialmente per
la loro sobrietà e perchè si adattano senza mormorare ai lavori più duri. In
generale non sono ben veduti dagli operai del paese, che li accusano di
guastare il mestiere, perchè essi hanno più pretese e lavorano meno. Inoltre
desta molta invidia il vedere che, mercè la loro sobrietà e la vita di
privazioni continue che sanno menare senza lamento, riescono alla fine del
lavoro a metter a parte un capitaletto, mentre gli altri scialacquatori e
buontemponi non sanno accumulare che dei debiti.
È notevole poi ancora come la massima parte di questi operai non solo
torni alle proprie case appena ha potuto acquistarsi tanto che basti alla vita,
ma ancora in tutto il tempo del suo volontario esilio serbi vivissimo affetto
al suolo nativo. Malgrado lo scarso frutto che dà il suolo in quei loro monti
sassosi, tuttavia si disputano i terreni adiacenti alle loro case a prezzi d'oro:
non esitano, sebbene consuetamente tutt'altro che prodighi, a consacrare i
primi guadagni a migliorar le loro case, nelle quali personalmente non abitano
che poca parte dell'anno, quando pure non ne stanno per più anni lontani. Si
può dire, economicamente parlando, che l'amore del luogo nativo è quello che fa
loro commettere le maggiori follìe.
Del rimanente, questo loro andare a cercare il lavoro a Firenze, in
Calabria, in Sicilia, in Provenza, in Ispagna, questo loro vedere e toccare con
mano che colla pertinacia si riesce, li rende molto coraggiosi nelle imprese,
molto forti contro le avversità. Talvolta un muratore ha fatto invano un
viaggio lungo, fino in Francia, e non ha trovato lavoro. Egli dice freddamente:
— Quest'anno non è andata bene: andrà bene l'anno prossimo. — Tutto ciò senza
il menomo segno di sconforto e di dubbio.
Il trovarsi poi insieme a grandi distanze dal comune paesello nativo, ha
per effetto di stringere tra loro i più saldi vincoli; cosicchè, senza bisogno
di frammassoneria od altri particolari impegni, a vicenda si aiutano, ed ove
siavi lavoro disponibile si chiamano. Quindi si trovano belle e formate squadre
di lavoratori atte ad intraprendere ad ogni richiesta i più grandiosi lavori;
basta far correre la voce su per la valle di Andorno, ed in alcuni altri
finitimi paesi. Subito si prepara, coi capi, che per la incontestata abilità
sono accettati senza discussione, una serie di squadre di operai espertissimi,
colle quali si può vigorosamente e senza indugi intraprendere la costruzione di
un gran ponte o i lavori di una grande strada.
Nel golfo della Spezia, per esempio, nelle grandiose costruzioni
intraprese per conto dello Stato, gl'impresari Magnani, Rosazza e Mazzucchetti,
della valle d'Andorno, hanno vanto di intelligenti e operosi direttori de'
lavori, e compiono le funzioni loro affidate con meravigliosa celerità, che
sarebbe ancora maggiore se talvolta alla loro attività non facessero difetto i
capitali destinati all'impresa.
E così queste modeste virtù personali, la pertinacia ed il coraggio nel
lavoro, la sobrietà, la parsimonia, cui cotesti coraggiosi operai devono la
propria fortuna, giovano coll'esempio all'educazione delle classi povere del
paese, e giovano alla nazione, che arricchiscono di squadre di lavoratori eccellenti
inspirati ad oneste e operose tradizioni.
L'altra specie di esempi che si possono raccogliere da quel circondario,
si riferisce alla vita e alle abitudini industriali.
L'industria della lana è antichissima nel circondario di Biella. Questa
verità ha molto bene dimostrato Quintino Sella in un suo discorso agli operai
di quella città, detto nell'ottobre dell'anno 1868, il quale fu riferito nei
principali giornali italiani, e meriterebbe di esser letto tutte le sere da
tutti gli operai, ed anche dai non operai.
Sebbene antichissima, l'industria della lana era tuttavia assai limitata
nel territorio di Biella, sino alla caduta del governo francese. Essa si
esercitava nelle singole case degli operai dove erano i telai, i cardi a mano,
gli arcolai. Solo le gualchiere chiamate anticamente con barbara parola paratoi
e più tardi con vocabolo anche più barbaro folloni (dal francese foulons),
erano mosse dalle acque. Gli industriali si limitavano all'acquisto delle lane,
alla distribuzione di quelle ai cardatori, alla divisione delle lane cardate
fra i diversi filatori a mano, quindi al distribuire il filo ai tessitori nelle
proprie case. Il panno tessuto era poi dall'industriale mandato alla
gualchiera, indi cimato ed apparecchiato, tinto nel suo piccolo opificio, e poi
venduto. Così si erano fatte qua e là alcune fortune abbastanza ragguardevoli
per quei tempi e per quei luoghi, ma tuttavia modeste. Citerò gli Ambrosetti
che dettero il proprio nome a uno speciale tessuto (le Ambrosette erano
una stoffa pregiata sul finire dello scorso secolo), i Sella, ed altri.
Quello che produsse una vera
rivoluzione nella industria Biellese e trasformò in pochi anni le condizioni
economiche di quel circondario, fu Pietro Sella, prozio di Quintino,
fratello di Giovanni Battista Sella oggi Senatore del Regno. Pietro Sella era
uomo di molto ingegno, tanto operoso, che in quel paese operosissimo lo
tacciavano d'irrequieto; egli volle viaggiare e vedere coi propri occhi a qual
punto fosse l'industria dei pannilani all'estero. Vide le macchine e visitò i
mercati principali dove si acquistavano di prima mano le lane. Non ebbe pace
finchè non riuscì ad introdurre nel Biellese le macchine da lui osservate e
studiate fuori d'Italia, e finchè non si mise in relazione diretta coi
principali mercati dell'estero. Le macchine furono accolte dapprima colla
incredulità, quindi coi tumulti. Secondo il solito, si temeva che gli operai
rimanessero senza lavoro. Ma Pietro Sella seppe vincere le ostilità come aveva
vinto l'inerzia e l'indifferenza. Le macchine furono messe su, ed
incominciarono ad operare. Tuttociò, ben inteso, senza che il governo
c'entrasse per nulla, senza nemmeno pur una parola d'incoraggiamento.
Poco a poco, ma ci vollero
parecchi anni, l'esempio del Sella fu seguito anche dagli altri industriali.
Verso il 1840 l'antica industria
era, si può dire, scomparsa, e i lanaiuoli tutti a lavorare negli opifici mossi
dalle acque di quelle vallate, delle quali acque man mano sempre meglio si
andava tirando partito. L'importanza dell'industria dei pannilani si accrebbe
in proporzioni veramente prodigiose, cosicchè la ricerca della mano d'opera,
anzichè diminuire pel fatto che un uomo solo produce oggi più lavoro coll'aiuto
delle macchine che non qualche centinaia d'uomini senz'esse, aumentò invece di
molto.
Gli industriali conservavano
intanto, oso dire, tutte le antiche abitudini di parsimonia: inoltre
continuavano a stare nelle industrie malgrado le cospicue fortune che si
andavano facendo, ed all'incremento di queste consacravano non poca parte dei
loro risparmi. Così in quel piccolo circondario si è creata una industria,
della quale l'annuo prodotto è oggi di circa trenta milioni.
I salari contemporaneamente si
accrebbero d'assai: dal 1830 in qua si sono quasi triplicati.
Intanto l'industria dei lanifici
ha dato luogo ad altre industrie, come per esempio, a quella della costruzione
delle macchine. Qualche diecina d'anni fa si facevano venire dall'estero non
solo le macchine di precisione, ma perfino i motori idraulici. Oggi ci sono nel
circondario parecchi stabilimenti meccanici, in cui si fanno non solo i motori
idraulici, ma una buona parte delle più delicate macchine che occorrono ai
lanifici. E come se questa atmosfera di operosità, di parsimonia, d'industria,
agisse sopra ogni ramo, e fosse, direi quasi, contagiosa, è sorto da parecchi
anni uno dei più grandiosi cotonifici, il quale contiene ormai cinquecento
telai di cotone, e si dice destinato ad averne mille.
Ripeto adunque che se si erigesse
una statua a Pietro Sella, si farebbe poco.
Ho detto della parsimonia delle
famiglie industriali biellesi, sebbene ricche di cospicui patrimoni. In una
sola cosa vi ha lusso, ed è nell'aver figli. E questi per la maggior parte
coadiuvano l'industria dei loro padri, e padri e figli hanno per gli impieghi
governativi un orrore che consola.
Ecco un esempio, tolto ancora
dai Sella. Quintino Sella fu messo dal padre a studiare matematiche, onde
potesse meglio dirigere e far prosperare l'opificio paterno; ma egli si segnalò
in modo così straordinario in quegli studi, che il professore Giulio ed il
ministro Desambrois gli offersero di mandarlo all'estero per studiare le
miniere. Egli aveva avuto poco prima la sventura di perdere suo padre, onde si
consultò coi suoi zii. Questi furono unanimi nel rispondergli che l'uomo il
quale ha una occupazione indipendente in casa, è ben pazzo se va a farsi
dipendente in un impiego. Erano dello stesso parere i fratelli e la madre: ma
egli, voglioso di proseguire negli studi in cui doveva tanto segnalarsi e di
vedere nuove genti e nuovi luoghi, tanto fece che la madre e i fratelli si
piegarono: non però gli zii, che gli tennero il broncio perchè era stato il
primo a dare il cattivo esempio. Un tal giorno, uno di questi zii incontrò il
nipote ministro, mentre appunto da ogni parte gli si faceva tanto di cappello,
e si cercava un suo saluto, un suo sorriso, un suo sguardo: il nipote gli corse
incontro ad abbracciarlo, ed egli, guardatolo un poco, scrollò il capo
mormorando: — Peccato! Saresti diventato un così buon fabbricante di panni!
In questo lusso dell'aver figli la famiglia dei
Sella ha veramente sfoggiato: la madre di Quintino ha avuto, oltre a lui, altri
diciannove figliuoli, di cui dieci sono oggi vivi, ed hanno costituito dieci
famiglie. Vive sempre la ottima donna, cui sono in sessanta a chiamare col nome
di madre.
La storia delle famiglie biellesi, giova ancora una volta ripeterlo, è
tutta in queste parole: molto lavoro, e rigorosa parsimonia. Si vede là gente
doviziosa lavorare da mane a sera con una energia ed una costanza quale di rado
si trova altrove in coloro che appena incominciano la loro fortuna. Vedonsi
ricche famiglie aliene da ogni lusso, e le donne straricche pure occuparsi da
mane a sera delle faccende di casa. Tutto il segreto di quelle fortune sta in
questi due termini: lavoro e risparmio.
Ciò non vuol dir che si manchi di coraggio: ma si
procede con prudenza. La maggior parte degli opifici vanno avanti con capitali
propri. Quando si fa un risparmio notevole, si pensa subito ad accrescere
l'opificio e si allarga l'industria. È poco frequente il caso in cui si
prendano capitali a mutuo. Il risparmio tien luogo del credito. Certamente da
ciò nasce che non si fa tutto quello che si potrebbe fare coi capitali che si
hanno, ma la industria procede molto sicura, e ben di rado si hanno fallimenti.
Non se ne ebbe quasi mai di case un po' ragguardevoli.
Questo è lo spirito che domina
generalmente anche in Genova, come ho detto sopra. Molto lavoro, molta
parsimonia, e poi, se si tratta di arrischiare, si arrischia il superfluo.
Queste posson parer vedute terra terra, calcoli di gente volgare, a
certi grandi uomini che si tormentano invano a inseguire la fortuna, a quelli
che l'aspettano dal giuoco del lotto, o dalla Borsa, o da altre equivoche
speculazioni... Quanto bene sarebbe per l'Italia, se tutti si volessero un po'
mettere su questo solido terreno dei bravi Biellesi!
Mi piace ancora avvertire che la
prosperità biellese non si deve attribuire a grandi guadagni che si facciano
nei panni: preso un decennio, si trova ora molto, ora poco lucro; in media non
si ha forse più del dieci per cento del capitale, ciò che danno i fondi
pubblici. La prosperità biellese è figlia della legge dell'aumento geometrico
dei risparmi.
Pietro Sella morì giovane, ma lasciò i propri fratelli, che del resto già
erano agiati, con parecchi milioni per ciascuno.
Sarei costretto a citare i nomi di tutti i fabbricanti biellesi per
recare gli esempi di persone che colla magica bacchetta del lavoro e della
parsimonia misero insieme un rispettabile patrimonio.
I fratelli Galoppo venti anni or sono erano tessitori. Oggi hanno
il più grande lanificio del Biellese, un grande palazzo in Torino, ed un
cospicuo patrimonio. L'anno scorso (1867) s'incendiò la loro fabbrica. Essendo
assicurata presso una società, avrebbero potuto, seguendo gli esempi di molti
altri luoghi, godere quietamente le acquistate ricchezze. Invece,
ricominciarono la fabbrica con più vigore che mai. Oltre ai mezzi consueti, i
Galoppo ne hanno adoperato un altro, che taluni avrebbero potuto tacciare di
arrischiato, ma che non era tale per chi aveva un giusto concetto delle cose
italiane: essi fornirono largamente Garibaldi in Sicilia ed a Napoli.
Il grande cotonificio di cui ho
parlato più sopra spetta ai fratelli Poma. Il loro padre andava vendendo
le fettuccie e le tele di porta in porta, e recava tutta la sua fortuna e tutta
la sua bottega in ispalla. I suoi figli si posero nell'industria delle stoffe
di cotone. Era già qua e colà sparso nelle case di parecchi operai più di un
telaio. Essi ne fecero crescere notevolmente il numero portando nell'aumento
della loro fabbricazione ogni risparmio che per loro si facesse. Ed ora hanno
finito per creare uno stabilimento veramente stupendo, nel quale, come già ho
detto, hanno riunito a un dipresso cinquecento telai, e si propongono di
portarne il numero a mille.
Ho parlato qui molto di
parsimonia, e sta bene; ma non vorrei che cotesta, che è una virtù, si
confondesse con la grettezza che è un vizio.
Parchi, sobri,
frugali furono sempre i Biellesi; sordidi, avari, non furono mai.
Chi vuole andare avanti bene nell'industria, quando ha risparmi, li deve
consacrare al miglioramento degli opifici, delle macchine, al perfezionamento
dell'industria stessa. Se si vuole annualmente trarre dalla industria i fatti
guadagni per goderseli allegramente, come si fa della rendita di una terra,
l'industria (come del resto anche l'agricoltura) non progredisce.
Intanto gli altri, più giudiziosi e più accorti, si spingono innanzi col
progressivo sviluppo delle arti.
Chi rimane stazionario ed inerte, mentre gli altri progrediscono, va
effettivamente indietro, e finisce per cadere.
Giovanni Antonio Rayneri
Carmagnola è importante città del Piemonte, madre d'uomini valenti. Ebbe
in passato ottime scuole e studi fiorenti, e durano tuttavia le buone
tradizioni.
Da questa città venne Giovanni Antonio Rayneri, del quale è molto
opportuno parlare in questo libro. E siccome abbiamo sott'occhio un eloquente
discorso di quel valentuomo che è Carlo Boncompagni, il quale conosceva, amava
e pregiava molto le qualità dell'animo e del cuore del suo amico e collega
Rayneri, così noi da quel discorso togliamo alcuni tratti per arricchire questa
biografia. Il Rayneri, che fu uno dei più valenti educatori della gioventù
piemontese, aveva educato meravigliosamente sè stesso, prima di educare gli
altri. Nato nell'anno 1809 a Carmagnola in umili condizioni di fortuna (era
figlio di un contadino), ebbe la fortuna di trovare tra le pareti domestiche un
tipo di virtù non frequente ne' poveri abituri, ma forse più raro negli
splendidi palazzi de' doviziosi e de' potenti. Gli esempi della famiglia,
l'indole buona, e le riflessioni di una mente meditativa lo penetrarono di
quell'amore del vero, del buono e del bello, a cui si ispirò sempre, non solo
nel filosofare, ma in tutte le consuetudini del vivere. Dedicatosi al ministero
sacerdotale per zelo di religione, e per vaghezza di vita quieta e studiosa, si
pose in grado di farne il tirocinio, superando la prova del concorso ad una
delle pensioni ecclesiastiche assegnate ai giovani chierici più ricchi
d'ingegno che di censo. Così potè incominciare e proseguire gli studi di
teologia con quella coscienza e con quella diligenza, che portò sempre nell'adempimento
di tutti i suoi doveri.
Usciva appena dalla scuola di teologia, e compiva i ventun'anni, quando
nel 1831 fu chiamato ad insegnare nella sua terra natale, non solo la
filosofia, ma anche gli elementi delle matematiche e della fisica, come portavano
le consuetudini scolastiche d'allora. Si trovava ancora in quel periodo della
vita in cui l'uomo, di solito, istruisce sè stesso, anzichè ammaestrare gli
altri. Adempiendo con grande alacrità questa parte dell'obbligo suo, il giovane
professore imparò da sè il greco, il tedesco, le matematiche sublimi, e
progredì nelle scienze naturali più che non sogliano coloro a cui difetta il
sussidio de' mezzi scientifici. Ad apprezzare quanto valesse l'istruzione che
egli diede a sè stesso, basti il detto di quell'uomo insigne che fu Carlo
Ignazio Giulio, alla cui perspicacia non fece mai velo una soverchia
indulgenza: «Pochi hanno imparato tanto quanto Rayneri, e pochi sanno così bene
tutte le cose imparate». Indi avvenne che, presso i professori del nostro Ateneo,
l'insegnamento elementare di matematica e di fisica, che dava il Rayneri, non
fosse tenuto da meno che quello dei più provetti e valenti in quelle
discipline. Ma le matematiche e la fisica non furono per esso che studi
accessorii, giacchè l'acume del suo ingegno si era rivolto principalmente alle
dottrine filosofiche e morali, il cui insegnamento era reso più difficile dalle
condizioni scientifiche de' tempi, in cui egli ne dettò i precetti dalla
cattedra.
Procedeva così, felicemente, l'insegnamento che egli dava in Carmagnola,
quando nell'anno 1844 Ferrante Aporti, sapiente e venerato fondatore delle
scuole infantili italiane, comparve fra noi (chiamato dal re Carlo Alberto)
come l'apostolo che stimolò all'onorata impresa; e che con senno pratico,
anzichè con grandi apparati di dottrina teorica venne divulgando i metodi da
tenersi alfine di migliorare le scuole già aperte, e di avviar bene quelle che
dovevano aprirsi in beneficio del nostro popolo. Attorno all'Aporti si
raccolsero quanti erano fra noi amici dell'istruzione, onde i conforti di lui,
e (cosa rara sempre negli Stati retti a signoria assoluta) il convegno di molti
che cospiravano in una stessa impresa di pubblico bene, infervorarono vieppiù
gli animi a quell'opera veramente santa. Fra coloro che si adunarono allora
intorno all'Aporti, il Rayneri primeggiò per ingegno e per dottrina; onde ad
esso per provvido consiglio di chi ministrava le cose appartenenti al pubblico
insegnamento, fu nel 1847 commessa la cattedra di pedagogia, sorta
nell'Università di Torino dal nuovo zelo per l'istruzione popolare.
La nuova scuola in cui impartiva i suoi insegnamenti il Rayneri, portò
anch'essa de' frutti di cui l'Italia dev'essergli grata. Di là uscirono infatti
molti valenti professori, che conservando le sue dottrine le applicano oggi in
tutte le parti del Regno: di là uscì quel Trattato di Pedagogia, a cui la morte
impedì che il Rayneri desse l'ultima mano, ma che, quale egli lo lasciò, è pure
la più compiuta teorica di educazione che si abbia la patria nostra.
L'Aporti era stimato ed amato dal Boncompagni, e il Boncompagni primo
ministro della Istruzione Pubblica nel 1848, nell'amore del bene,
nell'efficacia dei mezzi, nella giustezza dei concetti, nella energia
dell'operare non fu certamente superato da nessuno dei suoi successori.
Il Boncomnagni e l'Aporti hanno fatto un'immenso bene al Piemonte e
quindi a tutta l'Italia, coll'instaurare e diffondere buoni metodi
d'insegnamento elementare e secondario, magistrale e popolare. Essi non furon
soli nella santa opera: v'ebbero nobile parte Domenico Berti, Vincenzo Troya,
Giuseppe Bertoldi, Angiolo Fava ed il Rayneri.
Cosa dura a dirsi, l'opera loro, sovra tutto in quei primi anni in cui
era più opportuna e necessaria, non ebbe appoggio e non trovò simpatie nel
giornalismo. La libertà quando è giovane e impacciata dalle preoccupazioni
della politica, non suol mostrarsi amica agli studi più del dispotismo.
Il giornalismo liberale si scatenò con singolare violenza contro il
metodo e contro i suoi cultori. Molti che non sapevano nemmeno che cosa fosse
questo metodo, che non s'eran data la briga di studiarne pur le prime nozioni,
ne dicevano vituperii, ed insieme alla istituzione vituperavano gli uomini che
se n'erano fatti banditori.
— Il giornalismo è giovane (dicevamo allora noi): bisogna compatirlo: fa
i suoi primi salti: si rassoderà: aspettiamo.
Ahimè! è sempre giovane!
Quali fossero le ragioni di quell'odio contro ad uomini che dedicavano la
loro vita alla educazione del popolo da parte di uomini che si proclamavano
campioni del popolo, non è qui d'uopo investigare.
Il Rayneri però, in fatto di approvazione e di stima, teneva conto prima
di tutto della propria, e quando si sentiva in regola con sè stesso trovava che
il più era fatto. Aveva tutto quel conforto che viene da un sentimento
religioso spontaneo e profondo: e come suole sempre avvenire quand'è così,
questo sentimento che lo faceva severo con sè stesso, lo rendeva indulgente
cogli altri. Era filosofo non in parole, ma in fatti: proseguiva a consacrare
le sue forze a quelle fatiche che hanno prodotto tanto bene al paese, e
perdonava. Perdonava sinceramente, semplicemente, senza vanità, senza amarezza,
senza commiserazione, rispettando tutti come rispettava sè stesso.
Nessun uomo fu più di lui tollerante, mite, benevolo, affettuoso, buono:
il tempo che gli lasciava libero l'insegnamento, lo studio, lo scrivere,
consacrava alla beneficenza.
A Chieri, ove erasi ridotto per passar in maggior quiete qualche poco di
tempo, morì il dì 4 giugno 1867 di una malattia cerebrale che già da qualche
tempo lo travagliava e negli ultimi mesi della sua vita gli aveva infiacchite
le forze della mente non quelle del cuore, che furono fino all'ultimo
giovanilmente vive.
Agli Artigianelli ed alle Scuole Infantili mirarono l'ultimo suo
pensiero, l'ultima sua volontà: onde morì come visse, giovando agli uomini. In
quel momento supremo non dimenticò la terra che gli aveva dato i natali. Volle
che le appartenesse la sua biblioteca, che scelta con non volgare discernimento
di ciò che è buono e bello, fu la sua cosa più preziosa.
Niccolò Tommasèo volle onorare la memoria di un uomo così benemerito
degli studi e dell'umanità dettando la seguente epigrafe, che fu scolpita sotto
il busto innalzatogli nell'Università di Torino il 5 novembre 1867; e in quel
giorno stesso Carlo Boncompagni leggeva il discorso di cui abbiamo fatto
parola.
Ad
ANTONIO RAYNERI
che d'umile stato con virtuosa fatica
sorse tra i primi della patria e i migliori;
insegnò filosofia in Carmagnola ove nacque,
nell'Università di Torino pedagogia;
seppe credere e amare, ammirare e compatire,
maestro docile, pensatore ornato di lettere,
povero munifico,
d'opere pie promotore, direttore;
agli Artigianelli lasciò lire quarantamila
frutto di parsimonia liberale,
i libri alla patria città:
visse anni circa LVIII, fino al giugno
MDCCCLXVII.
Amici, discepoli, concittadini di più parti
d'Italia
grati all'affetto e ai puri esempi.
Michele Amatore
Il nostro valoroso esercito annovera uomini egregi, che da semplici
soldati hanno saputo salire a gradi elevati, talora elevatissimi, colla energia
del volere, colla perseverante applicazione, con lo studio e col valore.
Parecchi nostri generali hanno incominciato soldati semplici, e moltissimi
ufficiali superiori.
La qual cosa, mentre fa onore grande a quegli uomini, torna pure a lode
della costituzione dell'esercito nostro, che lascia aperta la strada a chiunque
ha forza e volontà per percorrerla.
Farebbe opera molto buona chi raccogliesse le vite dei nostri generali ed
alti ufficiali dell'esercito che hanno cominciata la carriera dal primo
scalino, e la esponesse al pubblico: un libro cosiffatto sarebbe il più bel
regalo al coscritto, ed un benefizio alla patria.
Io dirò qui qualche parola intorno al capitano Michele Amatore, che ebbe
certo vicende più singolari fra tutti.
Metto il capitano Michele Amatore nella lista degli egregi cittadini
vissuti in Piemonte sebbene sia nato ben lungi, ed appaia a prima vista non
piemontese; e gli assegno questo luogo, perchè piemontesi furono gli uomini che
hanno avuto l'azione più decisiva sulla sua esistenza, perchè in Piemonte passò
i giorni più importanti della sua vita, e perchè egli ama chiamarsi figlio di
questa provincia italiana.
Cominciò a diventar popolare in Torino e nelle varie guarnigioni
dell'antico Stato Sardo da una ventina d'anni a questa parte un giovane
bersagliere, nero come l'ebano, di belle forme, svelto, piacevole favellatore,
guardato con occhio curioso dalla gente, e chiamato senz'altro il bersagliere
moro.
Più tardi lo chiamarono il caporale
moro, poi il sergente moro, e sì via via fino ad oggi che vien detto
il capitano moro. Egli è capitano nei Bersaglieri; tutte le città
d'Italia hanno fatto la conoscenza della sua fisonomia, e ne hanno fatto una
conoscenza particolarissima gli Austriaci in Lombardia e i briganti nelle
provincie meridionali.
Come mai da un romito villaggio
dell'Africa ha potuto il giovane nero diventare capitano dei Bersaglieri in
Italia?
In Egitto si fa un grande smercio di schiavi dei due sessi e dei due
colori, bianco e nero. Ma gli schiavi bianchi, maschi e femmine, sono scarsi e
costosi; quelli neri numerosi e a buon mercato.
Il governo egiziano tiene Kartum, città al confluente del Nilo bianco e
del Nilo azzurro, dove comincia il grande Nilo, che poi, dopo mille giri e
rigiri e serpeggiamenti, scende al Mediterraneo.
In quella città
vi sono parecchi reggimenti egiziani, cui bisogna dare qualche occupazione. Il
governo li occupava in spedizioni molto lucrose. Un reggimento partiva, e dopo
qualche giorno di cammino arrivava ad un villaggio di neri e lo circondava in
sull'albeggiare del giorno: i neri si difendevano come leoni, ma non avevano
che frecce e lance, e i fucili egiziani facevano meraviglie.
Ammazzavano quelli che si difendevano, ed anche un po' gli altri,
sovratutto i vecchi, e portavano via tutto il restante della popolazione. A
Kartum parecchi mercanti di schiavi (là si chiamano giallab) stavano
aspettando il ritorno del reggimento andato in escursione.
Ritornato il reggimento, il
governatore della città faceva una classificazione ragionata del vivente
bottino, e cominciava la vendita. I giallab compravano tutto, e
partivano pel Cairo; il viaggio da Kartum al Cairo non si può fare se non che
in piccolissima parte pel fiume; il Nilo fa tanti giri e rigiri, e presenta
così grandi difficoltà alla navigazione, che bisogna venir pel deserto. I due
terzi dei neri morivano in istrada; quindi bisognava venderli ai giallab
a Kartum molto a buon mercato, e rifarsi sulla quantità.
Un bel giorno fu fatto intendere
a Mohammed-Alì, vicerè, che col crescere dei rapporti fra l'Egitto e l'Europa,
queste cose incominciavano a diffondersi nei paesi civili, e non facevano buon
effetto. Mohammed-Alì amava atteggiarsi in faccia all'Europa ad apostolo della
civiltà: ebbe cura di far sapere che ordini severi erano stati emanati affinchè
i reggimenti egiziani di Kartum non dessero più la caccia ai poveri neri.
I giornalisti di Francia che
ripeterono la buona novella, interpretando largamente quelle parole,
annunziarono che Mohammed-Alì aveva abolita la schiavitù e la grande notizia
fece il giro di Europa. Ed ecco come si scrive la storia!...
In verità i reggimenti egiziani
non partirono più per dar la caccia ai neri: partirono per far loro la
guerra.
I governatori di Kartum, senza
conoscere probabilmente la favola del lupo e dell'agnello, presero a metterla
in atto.
Il pascià cui sono affidate le sorti di quella lontana provincia, si
sveglia un bel mattino, e, fatta la sua preghiera, si ricorda che deve mandare
una data somma all'erario: nello stesso momento gli viene in mente che questa o
quella tribù di neri ha fatto un'offesa al governo. Bisogna punirla: manda un
reggimento, e le cose avvengono letteralmente come prima: ma i neri che il
reggimento trascina a Kartum non sono più schiavi rubati, bensì nemici
vinti: si vendono ai giallab per pagare le spese della guerra, e il
giuoco è fatto.
In questa maniera il capitano
Michele Amatore è venuto bambino a Kartum: egli è nato nel 1826, e si ricorda
mirabilmente del nativo villaggio.
Ad un vecchio amico che lo
pregava di qualche ragguaglio intorno alla sua infanzia ed alle tristi vicende
che lo spinsero suo mal grado in Egitto, rispose con queste parole:
«Il villaggio in cui io sono
nato si chiama Commi.
«Verso la metà del mese di
settembre dell'anno 1832 il mio villaggio fu aggredito dalla truppa regolare
del vicerè d'Egitto.
«I soldati egiziani circondarono
il villaggio all'alba in numero di circa 6000, e incominciarono un vivissimo
fuoco.
«Gli abitanti balzarono fuori
spaventati: ma subito tutti quelli che erano atti a combattere si raccolsero, e
con frecce e con stili (chè non avevano altre armi) incominciarono la difesa.
«Era la difesa della moglie, dei
figli, degli averi, di tutto, e fu disperata.
«Ma combattevano forse un
migliaio d'uomini male armati e peggio ammaestrati, ed era troppo disuguale la
lotta: quei valorosi non poterono fare altro che vendere cara la loro vita.
«Sulle salme dei morti guerrieri
i soldati egiziani entrarono nel villaggio, e fu una vera carneficina: uccisero
i vecchi, e non lasciarono che un mucchio di rovine.
«I superstiti, donne e fanciulli
la più gran parte, furono legati e tenuti sotto custodia fino al giorno
seguente.
«Mio padre, capo della tribù,
perduta ogni speranza di vivere e di salvare la sua famiglia, piuttostochè
cader schiavo di quella gente avida di sangue e di saccheggio, preferì gittarsi
disperatamente nella mischia, e valorosamente morì trafitto dalle palle del
cruento nemico.
«Però prima di morire raccomandò
ad un nero, che adempì all'incarico, di dirmi di tenere a mente (e non si
cancellerà in me la sua parola se non che coll'estinguersi della mia vita) che
io era il suo primogenito, e che m'incombeva l'obbligo di ricordarmi della
gente cui io apparteneva, e che un giorno liberato dalla schiavitù non
dimenticassi di ritornare nei nostri possedimenti, e dare nuova vita al nome
della perduta famiglia.
«La tribù portava il nome del
paese in cui risiedeva il capo, e quel paese si chiamava Commi, come ho detto
sopra.
«Mio padre si chiamava Bolingia,
mia madre Siliando, il mio nome era Quetto, un mio fratello
minore si chiamava Sarin: di due più piccole sorelline non ricordo i
nomi.
«Calcolando dal tempo che abbiamo impiegato a
percorrere la strada dal mio perduto villaggio a Kartum, penso che la distanza
sia di novanta o cento miglia.
«Sebbene in quei giorni di
sventura io non avessi più di sei o sette anni, pur troppo mi ricordo dei mali
trattamenti che ci hanno fatto soffrire i soldati egiziani nel doloroso
tragitto.
«Il bastone di quella gente
esecrata non risparmiava nessuno: tutti, grandi e piccoli, erano barbaramente
percossi; e quelli che pel patimento e lo scarso cibo perdevano le forze,
spietatamente venivano uccisi.
«Il cibo era un po' di pane ed
acqua, e questa sovente ci mancava, per cui strada facendo buon numero di
schiavi perirono e furono lasciati insepolti.
«Mia madre aveva una bambina
lattante: inariditosele il seno, la innocente creatura dopo pochi giorni
moriva; mia madre prese a scavare colle mani la terra per farle una sepoltura,
e quegli scellerati la percossero ferocemente: i morti non dovevano essere
sepolti.
«Insomma, la marcia dal mio
villaggio a Kartum non poteva presentare spettacolo più straziante. In quella
marcia le privazioni, i mali trattamenti, le soverchie fatiche fecero morir
tanta gente, che io calcolo a 600 o 700 quei morti, un terzo circa dei partiti.
«Impiegammo circa dieci giorni
da Commi a Kartum; qui fummo divisi in tre scompartimenti. In quella
spartizione mi divisero dalla madre e dai fratelli, ultimo mio conforto sulla
terra, e così il mio fratello minore e la sorellina furono divisi dalla madre,
per modo che nessuno più della mia famiglia potè conoscere la sorte dei
congiunti; e nulla io ne seppi più mai, malgrado le incessanti ricerche fatte.
«Di leggieri ciascuno si
persuaderà che anche ai popoli digiuni di ogni principio di civiltà non è
sconosciuto l'amore pei genitori; onde lascio giudicare qual terribile momento
fu quello per la madre e per noi fratelli: per non abbandonarci, la madre ci
strinse tenacissimamente al seno, ma con forza brutale ci separarono.
Qui devo attestare che i miei
nuovi padroni, i giallab, furono ben più umani dei soldati egiziani:
essi almeno ci permettevano qualche ristoro alle fatiche del viaggio, ci
soccorrevano, non ci privavano mai del necessario cibo, non adoperavano mai
mezzi brutali.
«Sì devo ai giallab gratitudine,
sebbene il traffico che essi fanno, sia non solo disprezzabile, ma detestato
dall'umana natura...».
In Cairo il nostro giovane nero
fu comprato dal dottor Luigi Castagnone, allora protomedico del vicerè
d'Egitto, piemontese, di Casal Monferrato, uno degli Italiani che hanno fatto
onore in Egitto alla patria.
Il dottore Luigi Castagnone oggi
in Rosignano presso Casal Monferrato vive la vita contenta dell'uomo che sa
d'aver fatto in questo mondo il proprio dovere.
In breve il Castagnone prese ad
amare paternamente il ragazzo. Ma dovendo poi partire per l'Europa, e sapendo
quanto ai fanciulli neri sia micidiale il clima dei nostri paesi, lasciò il
piccolo Michele (gli aveva dato questo nome) ad un suo amico, pur piemontese,
il dottor Maurizio Bussa, di Felizzano.
Questo pure pose in Michele, che
sapeva farsi amare, moltissimo affetto, e dovendo qualche anno dopo partire pel
Piemonte col proposito di trattenersi un po' di tempo, se lo portò seco.
A Felizzano il giovane nero si
fece cristiano, e prese il nome di Michele Amatore a significare l'amore
incancellabile che sempre avrebbe portato ai suoi benefattori Castagnone e
Bussa. E fu fedele al suo nome.
Ritornato in Egitto, libero e
grandicello, incominciò qualche traffico. Egli aveva in mente progetti
commerciali tanto ragionevoli quanto grandiosi: voleva lavorare in traffici con
ottimo intendimento tra Cairo e Kartum, e forse si sarebbe fatto ricco, salvo
ad essere poi spogliato di tutto dal governo egiziano.
Ma nuovi fatti vennero a mutare i suoi propositi, e cominciò la nuova
vita.
Scoppiò il 1848 la guerra, ed egli, Italiano di sentimenti e di affetti,
volle venire a combattere le patrie battaglie.
S'imbarcò per Livorno, poi per Genova, e corse ad arruolarsi nei
Bersaglieri.
Si mostrò nelle battaglie un leone; la sua faccia nera serviva di punto di
rannodamento ai coraggiosi compagni, e di terrore al nemico: parecchie volte
dopo un combattimento i suoi capi corsero ad abbracciarlo.
In pace era un modello di disciplina e di operosità, amor dei capi e dei
compagni.
Quando entrò soldato non sapeva leggere; pigliava di soppiatto la chiave
della scuola del reggimento per andarsi ad esercitare sulla lavagna nelle ore
del riposo.
Imparò a leggere ed a scrivere con ottima calligrafia; imparò
l'aritmetica, la geometria, il francese. La lettera che ho riferita sopra è
tutta tale e quale egli stesso l'ha scritta.
Egli ama svisceratamente tutti quelli che gli hanno mostrato benevolenza;
parla del Bussa, ora morto, con affetto
filiale; e quando la faticosa sua vita gli concede qualche giorno di tregua,
corre ad abbracciare il suo secondo padre, il dottore Castagnone, che piange di
gioia al vederlo, e, privo di figli, è al degno capitano tenerissimo padre.
Io ho compiuto il mio lavoro: ho cominciato colla vita di un principe di
Sicilia e finisco con un nero d'Africa: due uomini degni di stare vicini,
perchè la virtù sopprime le distanze e adegua ogni disuguaglianza.
Moltissimi esempi ho dovuto lasciare in disparte, perchè per buona
ventura gli uomini dal forte volere non sono tanto rari fra noi.
Cerchiamo d'imitarli.
In tutte le età giova educarsi a volere tenacemente, e se ne può trarre
giovamento anche all'ultima ora della vita.
Ma imparino sovratutto i giovani, imparino a volere; imparino a
disprezzare le mollezze, le cose frivole, le vanità; imparino a volgere
sdegnosamente le spalle ai loro adulatori, più schifosi e vili degli adulatori
dei re.
La nostra patria risorta ha bisogno del senno e delle braccia dei suoi
figli per consolidarsi, per fiorire, per assumere stabilmente quel posto che le
spetta tra le nazioni colte d'Europa. I vanti non bastano; bisogna anzi
smettere i vanti, che sono indizio di debolezza anzichè di forza.
Giovani, i vostri padri hanno fatto degnamente il loro dovere; fate voi
il vostro; ricordatevi che
VOLERE È POTERE
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