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Michele Lessona
Volere è potere

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  • CAPITOLO DECIMOQUARTO   TORINO Un lembo di Siberia — La sacra fiamma — L'avvenire — Michele Coppino — Giuseppe Castelli — Bernardo Mosca -— Moncalvo (Gabriele Capello) — Giuseppe Pomba — Pietro Sella e i Biellesi — Giovanni Antonio Rayneri — Michele Amatore — Conclusione.
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CAPITOLO DECIMOQUARTO

 

TORINO

Un lembo di Siberia — La sacra fiamma — L'avvenireMichele CoppinoGiuseppe CastelliBernardo Mosca -— Moncalvo (Gabriele Capello) — Giuseppe PombaPietro Sella e i BiellesiGiovanni Antonio RayneriMichele AmatoreConclusione.

 

Lo straniero che veniva a visitare l'Italia, generalmente lasciava da parte Torino. Questa città figurava appena sulle guide.

E se qualche viaggiatore più accurato o più curioso vide l'antica capitale d'Italia e parlò più tardi di essa, fu per lamentare la monotonia delle vie troppo larghe e troppo diritte, l'aspetto severo dei cittadini, la vita uniforme, raccolta, quieta, che non offriva campo ad osservazioni curiose e a descrizioni brillanti.

Che cosa poteva dire di buono il viaggiatore in Italia di un paese dove non si ballava la tarantella, non si mangiavano maccheroni all'aria aperta sulle piazze, non si cantava, non si lanciavano dai balconi occhiate amorose al forestiero, non si trovava a sera per le vie chi offrisse ogni sorta di servigi, non si cantavano ariette alla spinetta? Rannuvolato sovente il cielo, gelato il vento dalla montagna, ghiacciate buona parte dell'anno le strade, e biancheggianti di neve a perdita di vista le sterminate pianure... — Questa non è Italia, esclamavano, è un lembo staccato di Siberia, una oasi al rovescio, un tratto di deserto nel giardino d'Europa, un'isola di ghiaccio in un oceano di fiori, una orda di barbari fra liete genti e gentili...

Fra queste brume, fra queste selve, fra questi geli, ardeva la sacra fiamma. Emanuele Filiberto, fortissimo uomo, gran principe, meraviglia di valore, di senno, di energico volere, di operosità tenace, di indomabile costanza, foggiò questo popolo gagliardo come foggia il bronzo il fonditore.

Guerre lontane e vicine, pestilenze, flagelli nelle campagne, grandine, morìa negli animali, carestie spaventose, miserie di ogni sorta venivano a piombare sul piccolo paese, ma non riuscivano a vincere la forte tempra delle genti.

Il Re diceva una parola al suo popolo, e come per incanto scaturivano uomini, danari, armi: le donne abbracciavano i loro cari, i bimbi guardavano attoniti: e quei forti partivano al grido di Viva il Re. Ogni uomo era soldato. Soldato nel vero ed alto significato del vocabolo: soldato per operare senza discutere, per obbedire senza parlare, per soffrire senza gemere, per morire senza lagnarsi. Soldato per andare dove e quando lo chiamava il dovere, e tornato dalla guerra ripigliare il suo lavoro dei campi, raccontando al focolare domestico nelle veglie invernali ai nepotini intenti le varie vicende delle lunghe guerre e i costumi delle genti lontane, e facendoli saltellare sulle ginocchia al grido di Viva il Re, grido col primo balbettare loro insegnato.

Oh mio forte Piemonte, qual'è dei tuoi figli che non rammenti con orgoglio i suoi padri?

Il viaggiatore non ti veniva a visitare. Il tuo popolo temprato alle dure fatiche dell'aratro e delle officine, valente nelle armi, e que' tuoi principi guerrieri valorosi ed accorti diplomatici, formavano una sola famiglia. E il voto del piccolo Piemonte aveva il suo peso nei consigli d'Europa.

E a questo baluardo di libertà, come a faro i naviganti, drizzavano gli occhi lontano lontano i pochi generosi che tenevano in cima d'ogni pensiero la unità dell'Italia.

Poi un bel giorno vennero a Torino, vennero da ogni parte: videro le corazze dei morti sovrani ammaccate dalle palle nemiche, impararono i nomi di Bogino e di Balbo, guardarono la finestra della stanza ove Vittorio Alfieri, l'uomo dal fortissimo volere si faceva legare dal servo alla sedia per non cedere alla tentazione di andar fuori; videro le case ove nacquero Gioberti, D'Azeglio, Cavour; visitarono i musei, le pinacoteche, le scuole; visitarono i fiorenti opifici, gli stabilimenti industriali, i fratelli Lanza, i fratelli Cora, i fratelli Marchisio, i fratelli Levera, e tanti altri; ammirarono la bella collina a ridosso del fiume biancheggiante di ville, le maestose cime delle Alpi; ebbero lieto accoglimento ospitale: videro svolgersi il dramma sublime del risorgimento italiano, e fu mutato il concetto che si aveva di Torino.

Ed oggi?

Oggi come sempre, l'Italia, qual madre dal figlio, aspetta dal Piemonte l'opera sua; e Torino, cuore ed anima del Piemonte, saprà adempiere degnamente il suo compito; saprà disprezzare tanto gli ingiusti nemici come i falsi amici; gli ironici sorrisi e le ipocrite lacrime; e cooperare al bene della patria.

Torino ha elementi di potenza e di civiltà più d'ogni altra città italiana: li saprà adoperare, fondando sulla propria operosità la propria forza: le braccia e gli ingegni dei suoi figli non le mancheranno: darà alla patria comune cittadini benemeriti: e sarà visitata non solo come culla della redenzione d'Italia, ma come città fiorente di prosperità dovuta al lavoro.

 

Michele Coppino

In sul principio dello scorso secolo Vittorio Amedeo II fondò il Collegio delle Provincie. Fu ottima e liberalissima istituzione, conforme ai generosi intenti dei principi di casa Savoia, che prendevano gli ingegni dove li trovavano, anzi volentieri li andavano a cercare fra i popolani.

Il Collegio delle Provincie fu destinato ad accogliere cento giovani da tutte le provincie del regno (non vasto allora), che fossero poveri, e per l'ingegno dessero a sperare buona riuscita. Con varie vicende questa istituzione venne fino ai giorni nostri: essa dura tuttavia, ma non più in forma di collegio: da pochi anni, dopo una discussione in parlamento, il Collegio è stato soppresso.

Una lunga onoratissima schiera di uomini segnalati nelle scienze e nelle lettere uscì da questo istituto.

Uno dei figli benemeriti del Collegio delle Provincie è il professore Michele Coppino, che seppe tenere in parlamento un sì bel posto, e col suo ingegno, la sua eloquenza, il suo carattere si attirò le simpatie anche di quelli che politicamente gli stavano contro.

Michele Coppino nacque in Alba il agosto 1822; suo padre era calzolaio, sua madre sarta: il padre morì lasciandolo bambino, e fu il lavoro dell'ottima madre che lo sostenne e gli porse modo di frequentare le scuole della sua città nativa, mentre egli si aiutava a sua volta facendo ripetizioni a più giovani alunni, e riusciva così a procurarsi qualche guadagno. Mostrava molto ingegno, e mirabile amore allo studio.

Volle presentarsi al concorso per un posto gratuito nel Collegio delle Provincie, e, riuscito vincitore, venne a Torino.

Il giovane studiosissimo, che aveva tanto desiderato i buoni libri e ne aveva avuto così pochi, provò una gioia inesprimibile nel trovarsi padrone di una ricchissima biblioteca: ci stava dentro continuamente, lasciando di tratto in tratto per questa anche la scuola: da quei morti maestri sentiva d'imparare più che dai vivi. Negli ultimi due anni del corso scolastico fu anche diligente scolaro, e si segnalò fra tutti per felicità d'ingegno e costanza di studio.

Avuto il diploma di professore, lo mandarono ad insegnare retorica nel collegio di Demonte; non era certo il posto che si meritava: Demonte è un paesetto fra le montagne d'importanza molto secondaria. Ma il governo ha sempre ottime ragioni da dare a quelli che manda nei posti meno piacevoli. — Si ha bisogno colà di un uomo sul quale si vuol poter fare pieno assegnamento, ci sono sorde ostilità da vincere, e si richiede l'opera di un uomo assennato, energico, sicuro: la nomina a quel posto è una grande prova di fiducia che il governo al nominato, ecc., ecc.

L'anno seguente il Coppino fu mandato a Pallanza, dove pure non aveva gran desiderio di andare: ma a Pallanza come a Demonte seppe conciliarsi la stima e l'affetto di tutti.

Nel marzo del 1848 fu destinato a Novara.

Vennero allora i giorni delle feste, delle cantate, degli inni, dei banchetti, dei brindisi, dei discorsi.

Coppino mandò fuori scritti patriottici pei giornali, poesie, un volumetto intitolato: Parole al Popolo Italiano, e nella farraggine di stampati che s'incalzavano l'un l'altro in quei giorni, i suoi scritti furono lodati per vigore di concetti, assennatezza di criterio, eloquenza ed imparzialità.

Ma sovratutto destavano fanatismo i suoi discorsi e lo rendevano popolarissimo.

Istituiti i Collegi nazionali, il Coppino fu per un anno in quello di Voghera, poi ritornò a Novara.

Importante istituzione della Università di Torino è quella dei Dottori collegiati; con questa istituzione si volle accogliere i giovani più distinti e lodati, di recente insigniti della laurea dottorale, e farne come un vivaio di futuri professori: questa istituzione ebbe la ammirazione di Cuvier al suo passaggio in Torino, e fu trapiantata in Francia. Se n'è detto un gran bene e un gran male. Forse il vero è che, come tante umane istituzioni, essa riuscì sommamente giovevole quando fu istituita, ed oggi, nelle condizioni dell'insegnamento in Italia, non corrisponde più al suo scopo.

In sul principio del 1850 fu aperto il concorso per un posto di dottore collegiato nella facoltà di Belle Lettere. Il Coppino si presentò a quel concorso; i campioni eran parecchi e valorosi; vinse con molto onore il Coppino. Fu trasferito allora a Torino nel collegio di Porta Nuova, poi nel 1857 nel collegio nazionale.

Nel 1861 egli rinunziò all'ufficio di professore Liceale, nel 1865 fu nominato professore di Eloquenza Italiana nell'Università di Torino, succedendo al Paravia.

Il Coppino si studiò sempre di rendere veramente proficuo il suo insegnamento, e se ne diede molta cura; e l'indole del suo ingegno felicemente contemperata agli slanci dell'entusiasmo ed alla profondità dell'analisi, la sua erudizione, la sua eloquenza, fanno di lui un professore egregio.

Egli pubblicò allora parecchi scritti, un poemetto in versi pel progetto di monumento al Re Carlo Alberto ideato dal Butti, prose pei giornali, e varie poesie piene di sentimento e di affetto, classiche nella forma.

Fin dall'anno 1860 il Coppino entrò al parlamento, deputato del collegio d'Alba, e vi fu riconfermato sempre, fino alle ultime elezioni.

Di tutti i ministri caduti si dice che è loro mancato il tempo per compiere le belle cose ideate; nel breve tratto in cui il Coppino fu al ministero della Pubblica Istruzione, mostrò attitudine agli affari, mente forte, padronanza di stesso, tatto pratico, mirabile applicazione al lavoro. Si è molto gridato contro di lui: e questo è buon segno.

Ora è rettore della università di Torino, e consacra tutto il suo tempo ad essa, riposandosi poi nella quiete di una sua villa presso Alba.

Il salotto del Coppino a colpo d'occhio rivela l'uomo: le pareti son tutte tappezzate di graziosi quadri, di cui egli tanto è ardente quanto intelligente amatore: nel luogo più in vista una grande fotografia mostra il Coppino in piedi appoggiato al seggiolone dove siede la sua buona madre. L'ottima donna vive sempre, felice nell'amore dell'ottimo figlio.

 

Carlo Castelli

Carlo Castelli nacque in Torino nel 1790. Fece i suoi studi nella Università torinese.

Sin da' primi anni si mostrò costante nel lavoro, e saldo nei virili propositi.

Prescelse la carriera delle armi, nella quale volea raggiungere i più alti gradi.

Le vittorie di Bonaparte, ed i principii di libertà e di nazionalità da lui predicati, avevano in quel tempo accese in Italia le giovani menti, le quali sperarono che di oltr'Alpi sarebbe venuta la salvezza della nostra patria.

Il giovane Castelli accarezzò anch'egli questa speranza, e s'arruolò nell'esercito francese: ma, gravemente ferito, ritornò in Torino, dove poi continuò gl'interrotti studi, che compì nel 1813. Poi valicò di nuovo le Alpi, e riprese servizio nell'esercito di Francia, del quale fece parte fino alla caduta dell'Impero.

Quando gli fu comunicato il congedo, l'animo suo fu preso da una profonda tristezza: vedeva spente le sue più belle speranze pel risorgimento d'Italia, dove si restauravano gli antichi principati, ed il dominio del clero risorgeva gigante. Onde per fuggire da così triste spettacolo divisò di andare in America, dove le colonie spagnuole combattevano la guerra d'indipendenza, e dove egli scorgeva un vasto campo al suo nobile amore per la carriera militare.

Nel novembre del 1816 giunse in Puerto Principe de Haiti, dove conobbe Simone Bolivar, il Washington dell'America del Sud, e fu ammesso nell'esercito d'insurrezione.

Poco tempo dopo fu nominato capitano nel battaglione Granatieri in Angostura, e due anni dopo fu elevato al grado di tenente colonnello.

Nel 1822 organizzò e disciplinò l'eletto battaglione Occidentale, col quale molto egli oprò sia nel Venezuela, sia nella Nuova Granada, in pro della causa della indipendenza, e ne fu ricompensato con la decorazione dell'Ordine De los Libertadores.

Egli spiegò sempre molta attività nell'arte della guerra.

Nel 1826 fu nominato colonnello ed inviato qual governatore in Coro. In questo nuovo posto egli mostrò che era non solo dotto di scienze militari, ma ancora buon amministratore. Per la qual cosa gli vennero affidate nel 1828 le dogane di Maracaibo, nella quale amministrazione aggiunse una nuova prova alla fama di uomo integerrimo, che si ebbe sempre.

Intanto Simone Bolivar, stanco di porre freno inutilmente alla prepotenza del militarismo ed alla libidine del potere da cui molti erano invasi, rinunciò alla presidenza della Repubblica nel 1829.

Il Congresso di Bogotà nominò a quel posto Mosquera: ma ciò non piacque al partito detto Boliviano, i capi del quale deposero Mosquera ed elessero il generale Urdaneta, amico di Bolivar.

Il nuovo presidente promosse Castelli a Generale di brigata, e lo pose comandante generale nella provincia di Antiochia.

In quel periodo di tempo (1830) il partito liberale mosse aspra guerra in Bogotà al presidente, Urdaneta, il cui governo dichiarò illegale.

La presidenza di Urdaneta non poteva essere bene accolta dai Bogotani poichè egli era nativo del Venezuela, ed era odio fra quei della Nuova Granata e i Venezuelani. Origine di quest'odio fu Santander, di Nuova Granata, vicepresidente della Repubblica, mentre Bolivar era presidente: egli fu uomo di elevato ingegno, ma di meschini sentimenti. Santander mal pativa la presidenza di Bolivar, nato nel Venezuela; poichè l'ambizioso suo malanimo non sopportava che il genio e le opere di questo oscurassero tutti coloro che avevano contribuito alla indipendenza della patria. Per le quali cose adoperò ogni arte per ispirare ai cittadini della Nuova Granata una fiera avversione per i Venezuelani. Questa a poco a poco crebbe: cadde Bolivar, cadde Urdaneta, e quando l'avversione divenne odio, la vasta repubblica di Colombia si divise in tre repubbliche, cioè Venezuela, Nuova Granata ed Equatore.

Per l'odio che tutti avevano in Bogotà contro i Venezuelani., contro Bolivar e contro i suoi fautori, gl'insorti del 1830 misero nelle prigioni Castelli, amico di Bolivar: lo giudicarono e lo condannarono a morte.

Mentre veniva condotto all'ultimo supplizio, passando davanti ad una chiesa, il generale Castelli prima che le guardie che lo custodivano avessero il tempo di trattenerlo, fuggì dalle mani di costoro, si rifugiò nel tempio, ed ebbe salva la vita, poichè in quel tempo si concedeva alle chiese e a' luoghi sacri il diritto di asilo.

Messo in libertà, ei fece ritorno a Caracas, ma si tenne lontano dalla politica. Per undici anni visse in un suo campo in Naiguata una vita campestre, occupandosi della coltura del cacao.

Nel 1842 venne in Italia dove sposò la sua nipote Emilia Sacchero, figlia di un distinto professore di medicina, e ritornò nel Venezuela rivestito dal carattere di Console di Sardegna.

Poco tempo dopo il suo arrivo, dal presidente Monagas fu inviato governatore in Carabobo, e fu innalzato al grado di Generale di divisione.

Comandava Castelli nel 1848 la piazza di Maracaibo stretta di assedio da numerose e potenti forze del partito nemico. Egli con pochi armati, privo di munizioni da guerra, con scarsi viveri, seppe opporre una resistenza così ostinata, che salvò la Repubblica, e rimase celebre negli annali del Venezuela la difesa della piazza di Maracaibo, diretta dal Castelli. Si narra che durante l'assedio ei fu preso da fiero morbo tropicale, e sebbene gli amici insistessero perchè si curasse, egli non abbandonò mai il suo posto, e giorno e notte divise tutte le fatiche e tutti i pericoli dei suoi commilitoni.

Ristabilita la pace in Maracaibo, Castelli venne in Caracas, e fu nominato ministro della guerra e della marina. Si voleva da persone altolocate che lo Stato comprasse alcune armi che Castelli conobbe non esser buone. Si oppose energicamente, e piuttosto che cedere e firmare un contratto il quale non poteva avere altro scopo che una frode al pubblico erario, si dimise dal posto di ministro. Questo fatto dimostra come in quei tempi di generale corruzione in quella repubblica, il nostro Castelli sapesse mantenersi senza macchia.

Nel 1855, essendo Taddeo Monagas presidente, fu inviato ministro plenipotenziario in Bogota. Compiuta la sua missione diplomatica con favorevole risultato, ritornò in Caracas, e nel 1857 fu nominato nuovamente ministro della guerra e della marina.

Nell'anno seguente il partito conservatore detto oligarchico, profittando dei gravi errori commessi dal partito democratico detto federale, si levò contro il presidente Monagas, il quale, abbandonato dalla pubblica opinione, abdicò, e Castro fu eletto alla presidenza della Repubblica.

Mutati gli uomini e le cose, il generale Castelli si ritirò dalla vita pubblica per riposarsi dalle lunghe fatiche: circondato dall'affettuosa famiglia, ei trovò quella pace e quei godimenti di animo, che le vittorie sul campo di battaglia gli alti uffici politici gli avevano fatto gustare.

Mentre negli ozii della vita privata ei, che fu sempre laborioso, si dedicava alla sericoltura, fu assalito nel 1860 da letale malattia, che in poco tempo lo rapì all'amore della sua famiglia ed al rispetto di quanti lo conobbero.

Il generale Castelli fu insigne nell'arte della guerra, integro ed intelligente amministratore.

Ei si propose ne' primi anni dell'età sua di ascendere alle più alte dignità nella milizia, e raggiunse la mèta. Non le avversità, non l'esilio, non i pericoli gl'impedirono di andare innanzi animosamente nel suo cammino. La sua volontà operosa raccolse infine il frutto che raccolgono sempre gli animi perseveranti, il compimento de' propri voti.

 

Bernardo Mosca

I vecchi Torinesi ricordano l'umile ponte sulla Dora per cui si entrava in città dalla parte di tramontana. Stretto, basso, tarlato, faceva capo al Borgo Dora, popolarmente detto il Pallone, che pareva povero villaggio, non sobborgo di grande città.

Ora un ponte maestoso in pietra, con un solo arco arditissimo, conduce sulla via di Milano: guarda a destra il bel colle di Superga, a sinistra il Musinè e la lunga fila di monti che dominano i lieti poggi del Canavese e il bel piano di Lombardia.

Il fiume corre obliquamente, e quando l'ingegnere Mosca propose il suo piano per la costruzione di quel ponte, gli uomini competenti proclamarono troppo grandi le difficoltà tecniche, troppo temerario il concetto.

Carlo Bernardo Mosca era nato fra i monti di Biella, quei monti che hanno dati tanti valent'uomini al Piemonte. Primogenito di povera e numerosa famiglia fin da fanciullo si trovò nella necessità di provvedere col proprio ingegno a stesso. In età di 14 anni, nel 1806, vinse il concorso per un posto gratuito nel Liceo allora imperiale di Casal Monferrato, e lieto di non esser più d'aggravio alla sua amatissima famiglia, deliberò di sollevarsi collo studio sì in alto da poter fare da padre ai minori fratelli.

Imprese gli studi matematici, in cui si segnalò per modo che con splendido esame vinse ripetutamente un posto di allievo nella Scuola Politecnica di Francia.

A Parigi ebbe premi, lodi e incoraggiamenti, e da quella città, immerso negli studi, incominciò l'opera benefica verso la famiglia, spingendo il fratello Giuseppe a guadagnarsi un posto gratuito nel liceo di Genova. Questo suo fratello riuscì poi egregio ingegnere pur esso, interprete intelligentissimo dei concetti del primogenito e suo fedele collaboratore; e fu gran danno che per buona parte della vita e malgrado loro, i due fratelli abbian dovuto lavorare separati.

Compiuti gli studi e riuscito uno dei migliori allievi della Scuola Politecnica, gli si parava davanti piena di grandezza e di onori la carriera militare; ma per meglio giovare alla sua famiglia egli prescelse quella di ingegnere di ponti e strade, e, caduto il governo napoleonico, resistendo alle vive istanze dei Borboni di Francia, volle ritornare in Piemonte.

Nel 1816 fu nominato ingegnere di seconda classe nel Corpo del Genio Civile con destinazione a Savona, e da quel tempo cominciò una serie di lavori importanti, di strade, di costruzioni di ponti, di studi amministrativi, che misero in evidenza il suo grande valore.

Allora venne in campo il progetto del ponte che gli doveva procurare tante amarezze, e mettere a così dura prova la sua energia.

Un buon ministro, il conte Roget de Cholex, apprezzava il Mosca, ed aveva fiducia in lui; e per buona ventura era uomo energico anche il ministro.

I suoi nemici fecero dapprima ogni loro sforzo onde il progetto non fosse approvato; poi si disse che il ponte non avrebbe avuto mai stabilità sufficiente, e un bel giorno sarebbe crollato. La cedevolezza del terreno volle un doppio, ed in qualche parte un triplo ordine di pali, e gli avversari trassero da ciò argomento a sostenere con maggior violenza le loro obbiezioni, e vaticinar sventura. Il costruttore fallì, i lavori furono ritardati, e quando già era ultimata la volta, ci volle di tutto per ottenere i pochi fondi per le spese di decorazione della cornice e dei parapetti.

Finalmente il ponte fu fatto e saldo a tutte le prove.

Allora si disse che quell'opera in fin dei conti non aveva presentato nessuna difficoltà realmente grave, e che troppo facilmente se ne poteva prevedere il buon esito!

Molti lavori di pubblica utilità o di bell'ornamento fece d'allora in poi il Mosca in varie parti dell'antico Stato Sardo. Ebbe onorificenze e contrasti, non si lasciò inorgoglire dalle prime, non si lasciò vincere dai secondi.

Ebbe il dolore di veder morire il fratello Giuseppe.

Bernardo Mosca morì nel 1867 in Torino. Era nato in Occhieppo Superiore presso Biella nel 1797.

Il fratello Luigi, medico segnalato, lo pianse con filiale affetto.

I Torinesi gli diedero meritata ricompensa, chiamando il bel ponte sulla Dora col nome di Ponte Mosca.

 

Moncalvo (Gabriele Capello)

I colli che si distendono fra Asti e Casale Monferrato sono certamente fra i più belli che si possano vedere in qualsiasi parte del mondo. Altissimi, in parte selvosi, più spesso diligentemente coltivati a vigneti onde va tanto pregiato il vino del Piemonte, ricchi di cereali, nutrono una popolazione robusta e gagliarda che fa echeggiar di festose grida le valli al tempo delle vendemmie, e col tenace lavoro sempre più arricchisce e migliora le sue terre.

I vertici di quei colli son coronati dagli antichi castelli, illuminati fantasticamente al tramonto dai raggi del sole, sporgenti al mattino come strane isolette dal mar di nebbia che inonda nel tardo autunno le valli.

Sopra uno dei più belli e più alti di quei vertici, dominanti tutti i paesi all'intorno, pittorescamente si posa Moncalvo.

Quì addì 14 marzo 1806 nasceva, decimo figlio di un povero tessitore, Gabriele Capello, che doveva poi diventare popolarissimo in Torino col nome del suo paese nativo.

Pochissimi anche oggi in questa città vi sanno dire chi sia il cavalier Gabriele Capello; tutti conoscono il Moncalvo.

Egli stesso parlando di si chiama piuttosto Moncalvo che non Capello, ed io pure parlando di lui, per la inveteratissima abitudine, non posso a meno di chiamarlo Moncalvo.

La sera in cui il Moncalvo bambino fu portato a battezzare, il padre, il padrino e la madrina dissero che volevano chiamarlo Gabriele: il parroco rispose: — Sta bene. — E lo battezzò invece per Michele, scrivendo questo nome sui registri.

Quando, venti anni dopo, venuta pel figlio la leva, il padre s'accorse di questo errore, non se ne meravigliò molto. — Quel brav'uomo, disse, ripensando al parroco, la sera non era mai sicuro del fatto suo.

Le rimembranze dell'infanzia del Moncalvo gli ricordano un fatto doloroso: le lunghe sere dell'inverno nelle stalle, ed un poco anche tutto il resto dell'anno e in tutte le ore del giorno, sentiva raccontare storie spaventose di streghe e di folletti, di diavoli fiammeggianti con corna e coda ed occhi di bragia che se ne venivano in questo mondo a portarsene infilzati su forche roventi i peccatori all'inferno. Queste storie gli avevano messo nell'animo tanto terrore, che non osava più andar solo, la notte si vedeva demoni e dannati sul capo, e faceva un balzo ad ogni improvviso rumore. A ciò egli riferisce un non so che di timido e d'imbarazzante, che più o meno gli è rimasto poi sempre. Non che veramente desse fede a quelle istorie; non ci credeva, ed anzi per questo il padre lo chiamava l'incredulo: ma ne rimaneva terribilmente colpito.

A scuola soleva essere assiduo ed applicato, segnalandosi sopratutto per memoria facile, cosicchè in breve, facendo ripetutamente in un anno solo ciò che gli altri facevano in due, arrivò a compiere in età di dodici anni la umanità, che era tutto quello che allora di più alto si insegnasse a Moncalvo.

Il maestro, che aveva posto molto affetto al fanciullo, consigliò il padre di farlo proseguire negli studi, mettendolo in un convento di frati; il consiglio non piacque molto al padre e meno ancora al figliuolo, e si pensò ad un mestiere.

Fu messo nella bottega da falegname d'un tal Giacomo Baiardo, abile maestro, ove si diede con tanta applicazione al lavoro, che due anni dopo aveva imparato tutto quello che Baiardo gli poteva insegnare, il maestro era tutto orgoglioso del giovinetto operaio.

E qui, diciamo, che quando più tardi il Moncalvo si trovò a Torino capo di una fiorente officina, fece venire il Baiardo, e lo volle tenere poi sempre con .

In età di sedici anni, operosissimo, timido, affezionatissimo ai suoi genitori, sentiva nell'animo qualche cosa d'ignoto che lo tormentava, e che alla fine, esaminandosi bene, riconobbe essere desiderio di veder nuove terre e nuove genti, e trovarsi dove lavorassero maestri da cui potesse imparare maggiormente e perfezionarsi nella sua arte. Pensò a Torino, che coi mezzi di comunicazione di allora era città assai lontana. Aperse l'animo suo ai genitori, e dopo molto contrasto, segnatamente dalla amorosissima madre, ottenne il consenso al suo desiderio.

Una grande città a chi, uscito per la prima volta di casa sua, v'arriva nuovo senza conoscervi nessuno, è una solitudine tremenda. Moncalvo provò, appena giunto a Torino, una stretta al cuore così crudele che non si resse, e dopo tre giorni tornò a casa.

Pensò allora ad andare in cerca di lavoro in Asti, siccome luogo meno discosto, e dove a sua voglia da un istante all'altro avrebbe sempre potuto tornarsene a casa.

In Asti trovò lavoro da un bravo falegname, chiamato Martinelli, il quale in breve, vedendolo così ingegnoso e buono, gli pose tanto affetto come se fosse stato suo figlio.

Da quella città ogni domenica egli poteva fare una gita a Moncalvo facendo otto miglia all'andata ed altrettante al ritorno, per una via tutt'altro che piana, e facendo ancora all'andata quanto al ritorno una salita che non gli pareva punto faticosa sopra un monticello presso al paese, ad un edifizio anticamente convento dei cappuccini, a cogliere da due begli occhi neri vergognosetti una occhiata, che gli doveva poi, come stella nella notte, brillare amorosamente nel pensiero tutta la settimana.

In breve si accorse che in Asti pure non aveva più nulla da imparare, e già si sentiva rinascere nell'animo la lotta per il desiderio di un campo più vasto e lontano e l'amore della famiglia e del luogo nativo, quando un avvenimento importante venne ad aprirgli nuovi orizzonti, ed illuminarlo intorno alla sua vocazione.

Erano stati deliberati lavori importanti per la chiesa di Moncalvo, ed era stato incaricato del progetto e della direzione di essi un architetto vercellese, il Ranza, segnalato per ottimi lavori consimili compiuti nella sua città nativa. Si trattava di fare una bussola, ossia vestibolo interno alla chiesa, l'orchestra, ed altri lavori. Il giovanetto Moncalvo comprese che qui avrebbe trovato occasione di esercitarsi in opere più difficili che non fossero quelle cui aveva lavorato fino a quel giorno, e, separatosi con lacrime dalla buona famiglia del Martinelli, ottenne di partecipare a quei lavori.

Il Ranza aveva portato con un ottimo operaio, per nome Facelli, di cui in breve il Moncalvo s'era fatto amicissimo. Lagnandosi un giorno questi col Facelli della propria ignoranza del disegno e dell'ostacolo insuperabile che, siccome egli ben vedeva, avrebbe essa posto ad ogni suo progresso avvenire, il Facelli brevemente gli disse:

— Ti duole di non sapere il disegno? Ma dunque imparalo.

— E chi me lo insegnerà?

— Io: lo conosco abbastanza per insegnartene gli elementi. E tu in ricambio m'insegnerai l'aritmetica, che sai molto bene, e che io so pochissimo.

Così fu fatto. Il Facelli conosceva abbastanza bene il disegno di architettura. E quando il giovane Moncalvo, munito di un piccolo Vignola e di un compasso ebbe fatto i primi esercizi, s'innamorò talmente di questo studio, che si doleva del tempo che gli toglievano le ore del sonno e del cibo, che pure aveva ridotte a minimi termini, e gli pareva di essere trasportato in una nuova atmosfera, in un mondo ignoto e pieno di meraviglie.

In tale stato d'animo un amico gli imprestò un libro molto in voga allora nell'Astigiano, intitolato Colloandro fedele. Questo valse a risvegliare in lui l'amore alla lettura, che in breve divenne tanto ardente quanto quello del disegno: ebbe in mano l'Alfieri, s'innamorò di recitare a memoria i versi, e da quel giorno in poi, fino ad oggi il disegno e la lettura gli occuparono incessantemente tutti i ritagli del tempo, che sono sempre molti anche nella vita meglio occupata ed operosa.

Quando appunto allora il Moncalvo per tal modo veniva dolcissimamente assaporando quella prima ineffabile voluttà del lavoro intellettuale intorno all'arte, gli stava sopra minacciosa una gravissima sventura. La sua buona madre si ammalò, e dopo lungo patimento morì in sul finire del 1824. Fu pianta quella ottima donna a calde lagrime da tutti i suoi figli che tutti aveva grandemente amati, ma chi più ne sofferse fu Gabriele, che ultimo aveva ricevuto le sue cure materne, e, come uomo d'indole molto amorosa, le si era oltre ogni dire affezionato. Stette a lungo come stordito da quella sventura, poi quando le forze gli si incominciarono a rialzare riprese a vagheggiare progetti di nuovi lavori con nuovi maestri, e venne nella deliberazione di ripartire per Torino. Propose al fratello maggiore di rinunziare a vantaggio di lui a quel poco che gli fosse potuto spettare dall'avere paterno, a condizione che egli si impegnasse ad assistere il padre quando, invecchiato, non fosse più atto al lavoro; e il fratello accettò di buon grado la proposta. Non è d'uopo che io dica qui che il Moncalvo, che chiamò a il maestro del quale primo aveva imparato il mestiere, appena si trovò ben avviato fu lietissimo di accogliere in sua casa il padre, e tenendolo seco pose ogni studio nel confortargli gli ultimi anni della vita; di questi anni la massima parte egli passò in Torino col figlio, andando solo di tratto in tratto a risalutare i suoi bei colli, ed in Torino morì fra le braccia del figliuolo.

Deliberato adunque di andare a Torino in cerca di lavoro e di ammaestramenti, il giovane Moncalvo dovette pensare ai danari pel viaggio. La sua buona madre gli aveva fatto un buon corredo di biancheria: egli vendè tante camice quante bastassero per radunare settanta lire, e con questa somma in tasca e il fardello in ispalla, il giorno 23 settembre 1825 si congedò dai suoi e lasciò il nativo paese, deliberato a non ritornarci più se non quando coi suoi lavori si fosse acquistata una conveniente posizione. Abbracciò in Asti la famiglia Martinelli che s'adoperò invano a trattenerlo, e il giorno seguente in sul tramonto rivide i campanili di Torino. La città, che la prima volta che vi era venuto gli era parsa una solitudine, questa volta, entrandovi a sera, gli parve un deserto. Ma oramai egli era deliberato a resistere ad ogni costo, onde subito si diede attorno, e si fece ricevere nella rinomata fabbrica di mobili dei signori Chapey ed Azzario, in via dello Spedale, in faccia ad un vago giardino allora di casa Ciriè, ora scomparsa sotto un grande fabbricato, dove appunto si trova l'Agenzia Mondo.

Si mise all'opera con tutto l'impegno, e colle sue buone maniere si fece ben presto ben volere dai compagni e dai capi: giorno e notte, al lavoro, a tavola, nei sogni, sempre egli aveva nella mente il suo caro paese nativo, sempre parlava di Moncalvo; onde lo incominciarono a chiamare quel di Moncalvo, poi addirittura Moncalvo, e quel nome gli rimase d'allora in poi e con quel nome oggi da tutti è conosciuto, siccome dapprima ho detto.

Tre mesi dopo, passò a lavorare in una bottega in Via Bellezia presso l'albergo fiorito condotta da certo Giuseppe Viansone, dove prese impegno di far mobili.

Un giorno entrò in quella bottega il cavaliere d'Angennes, uomo schietto e ben pensante, che molto si dilettava di pittura, ed anche un po' di meccanica: egli aveva portato i disegni di un certo suo mobiletto che voleva far costruire secondo il proprio intendimento, e per quanto s'ingegnasse di farsi comprendere dal Viansone e dagli operai più vecchi, non vi riusciva. Il Moncalvo appressatosi dapprima per osservare, e visto poi che, siccome non c'era nessuno che ci capisse, la cosa andava per le lunghe senza conclusione, si fece avanti rispettosamente, e chiesto di parlare, disse che a lui pareva di aver compreso quello che desiderava il cavaliere, e che credeva di poterlo eseguire; e spiegato il suo concetto, il cavaliere disse che la cosa stava appunto come il giovinetto la aveva esposta, e lo impegnò a eseguirla così bene come l'aveva compresa. Ciò fu fatto con grande soddisfazione del cavalier D'Angennes e grandissima del Viansone, che acquistò molta stima del suo giovane lavorante.

Il quale tutto pieno di speranza e di ardore, seguitava a lavorare assiduamente, e si privava non solo dei divertimenti e del riposo, ma spesso indugiava a prender cibo, e andar a letto per consacrare un po' di tempo al suo prediletto disegno.

Egli allora non pensava che questi suoi studi che andava facendo con tanta costanza, gli dovessero così presto fruttare, siccome avvenne.

Allora appunto il conte Thaon di Revel aveva compiuto la costruzione di una sua casa, e si trattava di arredarla a dovere, facendo con gusto e con buon disegno i pavimenti, le porte, le finestre, i mobili, in varia forma adattati alla qualità delle stanze.

Dirigeva quei lavori l'architetto Bonsignore: il segretario di casa Revel, amico al Viansone, presso cui lavorava il Moncalvo, voleva procurare a quello quei lavori che dovevano dargli non poco guadagno, e tanto s'adoperò presso l'architetto che si fece dare i disegni, e li portò al Viansone, domandandogli se si sentiva capace d'imprendere e compiere quei lavori.

Il Viansone non ne capiva nulla, ma chiamò Moncalvo; e questi, esaminati diligentemente i disegni, disse che li comprendeva benissimo, e si sentiva di eseguirli a dovere, a condizione che gli avessero dato la piena direzione di tutto e potestà assoluta sugli operai.

L'architetto Bonsignore sorrise quando gli presentarono il Moncalvo, giovanetto imberbe di appena venti anni, siccome quello che domandava di dirigere provetti operai che dovevano compiere quei lavori; e per finirla, subito gli dette per prova un lavoro molto difficile: ma la prova riuscì a meraviglia, e la diffidenza dell'architetto si mutò in fiducia, e più tardi in affetto.

I lavori si compirono ottimamente; ma il Viansone fu indispettito della parte a parer suo troppo importante che il Moncalvo aveva compiuta, e nacquero gelosie e dissensi fra il padrone della bottega ed il giovine operaio, che condussero alla fine questo a separarsi dal suo principale.

Il Moncalvo aveva fatta buona prova delle sue forze, ed allora appunto aveva avuto la fortuna di esser liberato dalla leva colla estrazione di un buon numero eseguita al suo nativo paesello dalle mani del padre suo, che si presentò all'appello in sua vece. Sapeva di potersi ormai guadagnare in qualsiasi paese la vita, ed aveva grande desiderio di veder nuove genti, opificii più grandi e lavori più belli: vagheggiò il progetto di andarsene in Francia, e l'avrebbe forse posto ad effetto, se non fosse stato distolto dai suoi ospiti che avevano su lui altre viste.

Egli dimorava in casa di un certo Facta, pur esso falegname, ammogliato, che insieme coll'alloggio gli dava il vitto. Questo Facta aveva vinto un terno al lotto, e intascata la somma di mille e duecento lire egli propose al Moncalvo di mettere su bottega insieme, e la proposta venne accettata.

In cotesta povera officina lo andò a trovare il conte Ottavio di Revel, memore del modo lodevole con cui aveva disimpegnato i primi lavori nella sua casa, e lo incaricò di altri lavori che vennero condotti con ugual diligenza non disgiunta dalla convenienza nei prezzi. Il Moncalvo si mostrava ingegnoso nello immaginare novità di buon gusto, ricco di espedienti nei casi impreveduti, sollecito nei lavori, puntuale, perseverantissimo.

In breve diventò alla moda e veniva specialmente cercato dalle case aristocratiche, per tutto quello che aveva attinenza ad arredi, ed anche a cose di meccanica.

Un singolare incidente giovò ad aumentargli la clientela.

Un conte, che per buone ragioni chiameremo il conte X, gli aveva affidato un lavoro, che egli aveva promesso di condurre a termine in un dato tempo. Sicuro del fatto suo, egli aveva intanto accettato un'altra commissione importante la cui esecuzione era necessario far precedere all'opera promessa al signor conte, perchè non ammetteva dilazione. Il conte X, vedendo che il Moncalvo non si occupava del suo lavoro, lo andava a tormentare, ed egli, per finirla, s'era ridotto a lavorare in un cortile a porte chiuse, dove non lasciava penetrare nessuno, e nemmeno il conte X che strepitava ed infuriava di fuori.

Terminato alla fine questo lavoro, e andato il Moncalvo in casa del conte per assicurarlo che avrebbe allora ripreso il suo e senz'altra interruzione l'avrebbe condotto a termine nel tempo voluto, il conte lo fece entrare nella sua stanza, chiuse a chiave la porta, e poi voltosi al Moncalvo, con occhi scintillanti disse:

Ora a noi finalmente, signor Moncalvo! davvero la dobbiamo discorrere insieme. —

Il conte X godeva la fama di menar le mani ed il frustino coi servi, ed anche con quelli che non aveano con lui relazioni di domesticità.

Il Moncalvo che sapeva questo, vedutolo chiudere la porta, aveva messo le due mani sul dorso di una sedia, e, postasela davanti, la teneva fra e il conte. Quando questi si voltò furibondo e gli diresse quelle parole, rispose:

Signor conte, parliamo pure. Ma tenga bene a mente che se ella accenna a percuotermi, io le spacco il capo con questa sedia, e la stendo ai miei piedi. —

Il giovanetto brandiva la sedia con piglio così risoluto, tutto l'atteggiamento della sua persona corrispondeva così bene alle sue parole, e le sue parole avevano vibrazioni talmente penetranti, che il conte lo guardò dapprima irresoluto ed attonito, poi diede in uno scoppio di riso, ed esclamò:

Bravissimo, Moncalvo, mi piacciono gli uomini risoluti! —

E presolo amorevolmente a braccetto lo condusse nel suo appartamento a vedere e concertare i lavori che furono poi condotti con piena sua soddisfazione.

Il conte X, divenuto affezionatissimo al Moncalvo, si fece suo patrocinatore presso i suoi amici, raccomandandolo con tutto l'impegno.

In tal modo la buona ventura fece crescere in brevissimo tempo così straordinariamente le occasioni di farsi conoscere e valere, che il Moncalvo raddoppiò di applicazione e di coraggio, prendendo lavori sempre più estesi e importanti, e conducendoli costantemente a buon fine.

Ebbe ancora un momento la tentazione di mutar paese, ma un nuovo fatto lo fermò per sempre.

In luogo di partire prese moglie; sposò una giovane figliuola di un onesto falegname, alla quale l'ottimo padre aveva dato una educazione per quei tempi del tutto straordinaria. Essa conosceva bene la lingua italiana, l'aritmetica, e la tenuta dei libri. È cosa, ripeto, da far trasecolare una cosifatta educazione per quei tempi, in cui le signore più eleganti non si vergognavano di non conoscere l'ortografia. Questa istruzione tornò utilissima alla giovane sposa, che prese subito parte ai lavori del marito, tenendo i conti, mandando le note, pagando gli operai, scrivendo la corrispondenza in una officina già ragguardevole il giorno stesso in cui vi entrò, ma che prese poi sempre più un incremento straordinario.

L'opera di questa signora fu subito tanto più utile, in quanto che il Facta, socio del Moncalvo, non si dava nessun pensiero degli affari, e passava buona parte del tempo all'osteria. Le cose giunsero al punto che il Moncalvo credè bene di separarsi da lui all'amichevole sborsandogli una grossa somma di danaro. Il Facta, secondando pur troppo le sue inclinazioni, aprì un caffè, dove prese a giocare ai tarocchi e tracannare bottiglie di vino da mane a sera, per dare in tal modo il buon esempio agli avventori.

Ricòrdati, lettore, che il principio della sua fortuna era stato un terno al lotto!

Moncalvo intanto era diventato in Torino un personaggio popolare: i nobili ed i ricchi lo cercavano per la sua abilità e lo pregiavano pei suoi modi semplici, modesti, dignitosi, e per la sua onestà a tutta prova: i compagni d'arte non lo richiedevano mai invano di consiglio, ed anche di aiuto; gli operai lo amavano come un padre.

Carlo Alberto, salito allora al trono, intese parlare del giovane operaio. Il re aveva voluto che la sua propria camera fosse modestamente arredata, senza dorature, e con legnami del paese. Volle porre alla parete di quella stanza un arnese a mo' di trofeo, per appendervi armi, e ne fu dato incarico al Moncalvo. La regina volle far dono al re pel suo giorno onomastico di un seggiolone lavorato con legname del paese, secondo il suo gusto, e anche codesta commissione venne affidata al Moncalvo.

Questi corrispose ottimamente ad ogni aspettazione, immaginando nuovi modi per lavorare spedito e studiando sempre più graziosi disegni; e trovandosi spesso nel palazzo reale per i suoi lavori, ebbe frequenti occasioni di parlare con Carlo Alberto, e con le sue semplici e giuste risposte al re, che spesso si compiaceva di interrogarlo da solo a solo, seppe tanto piacergli, che nessun lavoro si fece più negli arredi del palazzo, come nelle magnifiche ville di Pollenza e di Racconigi, dove il Moncalvo non avesse parte, consultato insieme coi migliori architetti, e da questi apprezzato parimenti e ben visto.

L'amore che il Moncalvo portò a Carlo Alberto fu ardentissimo, siccome è commovente la gratitudine che per esso sempre conserva.

Invero, il re seppe sovente trovare per l'antico operaio divenuto proprietario d'un grande laboratorio, parole che non si possono dimenticare. Si mostrava informato di tutto quello che egli faceva per ispirare ai suoi operai l'amore del lavoro ed il sentimento della propria dignità e per istruirli. Più d'una volta di tutto questo il re diede lode a Moncalvo, e lo animò a proseguire con ogni sorta d'incoraggiamenti.

Oggi il Moncalvo è ricco, ma la sua maggiore ricchezza sono queste rimembranze e si riposa in quel nobile modo che si conviene ad un uomo della sua fatta. Buona parte del suo tempo è consacrata a cose di pubblica amministrazione. Il resto lo passa nel suo studio, disegnando e leggendo.

Quel suo studio basta, ove altro non si sapesse, a dare un concetto del proprietario. Al muro ritratti d'uomini insigni, e dentro a quadri le medaglie guadagnate alle varie esposizioni, e la decorazione dei Santi Maurizio e Lazzaro ricevuta in tempi in cui cotesti segni onorifici si distribuivano in più parca misura che al presente non si faccia. Uno scrittoio elegante con carte e strumenti pel disegno, uno scaffale con parecchie file di libri italiani e francesi elegantemente rilegati, parte di meccanica ed arti belle, parte di storia e letteratura, e sotto alle file dei libri i disegni dei primi e degli ultimi suoi lavori. Il primo raggio di sole che penetra dentro al mattino fra le foglie ed i fiori che adornano il balcone, trova Moncalvo allo studio. Oggi, come sempre, economo del suo tempo, non ne è avaro con chiunque lo venga ad interrogare intorno a cose di qualche rilievo. La sua conversazione fa meravigliare le persone più colte, per la sicurezza dei giudizi, per la precisione delle riflessioni pel buon senso che domina in tutte le sue parole: di tratto in tratto, mentre parla di industrie e di progressi sociali, che sono gli argomenti che sempre occupano a preferenza i suoi pensieri come i suoi discorsi, gli scappa fuori qualche parola che tradisce l'assidua sua lettura d'Alfieri.

Moncalvo ha viaggiato assai in questi ultimi anni; ed anche dalle riflessioni che fa talora intorno alle cose vedute nelle sue lunghe peregrinazioni appare il suo buon criterio come la sua cultura. Parla volentieri, ma senza iattanza, della sua vita passata, si riporta sovente col pensiero al bel colle natio ed alle rimembranze dell'infanzia, e ricorda con giusto orgoglio le settanta lire con cui ha lasciato il paese.

 

Giuseppe Pomba

Di Giuseppe Pomba si potrebbe dir poco e molto. Gl'italiani lo conoscono tutti, e gli hanno dato prove di molta stima e affetto facendo buone accoglienze alle tante sue pubblicazioni: chi non conosce, chi non possiede i libri del Pomba? E le pubblicazioni di un grand'editore sono i capitoli della sua vita. Al contrario, volendo parlare degnamente di un editore quale fu il Pomba, la storia della sua vita si connette con la storia civile e letteraria del tempo in cui esercitò la nobile arte. Non potendo oltrepassare certi limiti propostimi nel compilare questo libro, parlerò del Pomba con brevità, e incomincerò dal citare un giudizio autorevole che intorno a questo celebre editore pubblicò nel 1835 quel dotto e forbito scrittore quale fu il Romani, che ebbe agio di vedere svolgere l'operosità del Pomba nei suoi anni migliori:

«Dopo tante biografie, dopo tanti elogi dei morti che riempiono così di frequente le pagine dei giornali, mi è venuto la fantasia di scrivere l'elogio d'un vivo: impresa, che voi, o lettori, accoglierete benignamente in grazia della rarità; poichè tessendo la vita di un uomo quando egli stesso è per ismentirvi se dite male di lui, e molti son per tacciarvi di adulatore, se ne dite soverchiamente del bene, il biografo non ha il privilgio di essere bugiardo come un epitaffio. E chi è cotesto vivo, direte voi, che stai per lodare o per biasimare? Un eroe forse che raccoglie allori sul campo di battaglia, un magistrato che veglia e notte alla pubblica sicurezza, uno scienziato che sorprende i segreti della natura, un letterato che istruisce il suo secolo, un filosofo, un poeta, qualcuno insomma de' pochi privilegiati che sudano in ardua carriera per correr dietro alla gloria? Niuno di questi: è bensì un uomo del quale non possono far senza gli eroi, i magistrati, i filosofi; il banditore di tutte le opere del senno e della mano; uno stampatore, insomma, un libraio, Giuseppe Pomba, vivo per ventura, qui, in Torino, fra noi, vegeto e sano, che Iddio lo conservi tale per ritardar la pena ad esso ed a voi che altri ne reciti l'elogio quando sarà morto!

«Nei secoli bene avventurati degli Aldi, dei Grifi, e dei Gioliti, quando non si erano ancora stampati i milioni di libri di cui adesso riboccano le biblioteche, il magazzino di un libraio poteva chiamarsi l'officina dell'alchimista ove si fabbrica l'oro; poichè essi erano i primi a sopperire ai bisogni dei tempi loro, e in quella per così dire, verginità della stampa avevano la scelta degli autori, in una parola, il patrimonio dei morti e dei vivi. Ma adesso che l'antichità non ha nulla da darci tranne qualche brano del vecchio suo manto ricucito dal Mai, o qualche rovina, delizia d'alcuni archeologi e tormento nostro; ora che in ogni città e in ogni villa gemono i torchi, e la carta annerita dall'inchiostro è tale ogni giorno da ravvolgerne, al dire degli statisti, tutta quanta la superficie del globo; ora che i tipografi volgendosi ai quattro venti, trovano difficilmente qualche cosa di nuovo e di squisito, e quando la trovano, vi si gettano su tutti quanti come lupi sulla preda; il libraio cui riesce ancora qualche speculazione di utilità pei suoi tempi e per la sua patria, lo stampatore che esercita il suo ministero con altrui vantaggio e suo pro, con reputazione di onore, e procede fermamente nel suo cammino senza aver taccia di corsaro, come l'hanno la maggior parte de' suoi confratelli; quest'uomo, io dico, fa un'impresa che meriterebbe formare la tredicesima d'Ercole, è degno che un giornalista gli consacri almeno una pagina della sua gazzetta. Tale fu il Bettoni a Milano, tale è il Pomba in Torino: con questa differenza, che il primo fu sostenuto dall'altrui potenza, il secondo fu abbandonato alle sole sue forze.

«Giovinetto ancora, e privo del padre, impicciato da intrighi domestichi, e vincolato dai tipografi che stampavano i libri di cui egli faceva commercio nella sua modesta bottega di libraio, divisò il Pomba di aprire una piccola tipografia, che col tempo lo mettesse in istato di compiere le imprese che fin d'allora volgeva in mente a vantaggio della sua casa e a decoro della sua patria. Codesta angusta officina, che doveva poscia riuscire una delle più fiorenti d'Italia, ebbe cominciamento nel 1814, e cinque anni dopo era cresciuta in tal guisa da poter dar opera ad una delle più gravi edizioni, alla intera collezione dei Classici latini illustrati di note e di commenti utilissimi. Preziosa collezione è questa, per la parte letteraria governata dalle cure e dall'ingegno dell'illustre Boucheron, per la parte economica sostenuta dal solo Pomba, senza valido patrocinio, a forza di sacrificii d'ogni sorta, e a costo di due viaggi per tutt'Italia, e già condotta a 105 volumi in grande, in mezzo a sventure domestiche, a litigi con socii, ad usure di monopolisti.

«Pochi anni sono il negozio dei libri in Piemonte era sempre passivo. Tranne le opere scolastiche di privilegio della Stamperia Reale, e pochi libri di devozione, e le tesi pei laureandi, e le scritture legali, o d'altra scienza per comodo municipale: pressochè tutte le altre opere ci venivano di fuori, e pochi classici italiani erano stampati in patria. Fu allora che il Pomba deliberò di pubblicare una buona raccolta d'illustri scrittori italiani, sotto il nome di Biblioteca Popolare: e siccome la classe degli studiosi per sventura è la meno agiata delle altre, così ci volle che l'edizione fosse tanto economica, che potesse facilmente andare in mano di tutti; e diè fuori cento volumi di duecento pagine ciascuno, e del costo di cinquanta centesimi. Non mai assunto tipografico ebbe un esito più fortunato di quella raccolta; lo smercio fu incredibile; usciva un volume per settimana; ogni volume ascendeva a dicci mila esemplari. Allora per la prima volta, e a richiesta del Pomba, fu introdotto il costume di spedir libri col mezzo delle Regie Poste, con qualche agevolezza sulla tassa ordinaria; 2250 esemplari di tutta la collezione viaggiarono con tal mezzo nel regno e fuori; e così dalla impresa del tipografo utile non mediocre ne trasse il pubblico erario. Imperocchè animati dall'esempio, a simili imprese si accinsero gli altri tipografi: l'Alliana stampò la Raccolta dei Viaggi in cento volumi; la vedova Ghiringhello venne in campo colla Biblioteca geografico-storica; il Reycend colla Biblioteca francese; Chirio e Mina colla Biblioteca teatrale; il Cassone colla Biblioteca dei romanzi; il Marzorati colla Biblioteca di religione, ecc.; collezioni tutte di cento e più volumi, che in poco tempo collocarono la tipografia piemontese fra le più fiorenti tipografie dell'Italia.

Alla prima serie della Biblioteca popolare, la quale comprendeva i Classici italiani, ei fece seguire la seconda, ove si rinchiudevano le opere di Scienze e di Belle Arti, principiando colla Filosofia del Gioia, colle Notizie astronomiche del Cagnoli, e coll'Arte di vedere nelle belle arti del Milizia; quindi la terza destinata a raccogliere tutti i libri di religione. Ma in quella ebbe nemica la condizione dei tempi, in questa la malevolenza degli emuli. E di qui cominciarono pel Pomba infinite contrarietà e perdite molte, e sventure che avrebbero prostrato ogni animo men fermo del suo e meno coraggioso. Ma egli, facendo fronte alla mala fortuna, si accinse ad impresa che ad altri non sarebbe venuta in pensiero: e fu la magnifica edizione dell'Antifonario Romano, per uso del Coro, in canto Gregoriano, che un tempo si stampava soltanto in Venezia, ed ora nemmeno in Venezia si stampa; e per questa edizione si fecero caratteri nuovi, tanto pel testo in nero, che per quello in rosso, non che le note della musica, e si fabbricarono fogli da non adoperarsi in altra opera; e l'edizione riuscì magnifica e per ogni lato migliore delle antiche; e papa Gregorio XVI la ricompensò di una bellissima medaglia d'oro, e la patria la premiò di una medaglia di rame nella prima Esposizione triennale degli oggetti d'arte e d'industria dei Regii Stati. All'Antifonario doveva venir dietro il Graduale ancor più ricercato di quello, e già promesso al pubblico, e da esso aspettato; ma per tale assunto, superiore al potere di un sol uomo, fan d'uopo sostegni, protezioni ed aiuti che mancano al Pomba, e sempre mancarono.

«Viaggiò egli due volte in Inghilterra; e frutto del primo viaggio fu il nuovo torchio meccanico, del quale è da tutti riconosciuta l'utilità, comperato al prezzo di 25.000 lire, e introdotto per la prima volta in Italia, non che in Torino; frutto del secondo doveva essere un altro meccanismo straordinario per un ramo importantissimo d'industria tipografica, e del quale si faceva mistero nell'Inghilterra medesima; se non che la ricompensa che trasse dall'introduzione del primo, lo dissuase dall'introdurre il secondo.

«Convinto del fatto che le forze individuali e le forze di ciascun libraio in particolare non bastano sempre a sostenere e a condurre a buon termine imprese rilevanti, e d'altra parte desideroso di dar maggior impulso al commercio librario in Piemonte, l'instancabile tipografo concepì il disegno di comporre una società libraria col mezzo d'azioni, come vide praticarsi in altre contrade, ove si compiono da molti insieme le vaste speculazioni che non si possono reggere da un solo: e nel settembre del 1831 fondò la Società tipografica, che ora esiste in Torino, e che già diede in luce parecchie opere importanti, due delle quali giova qui riferire: e sono tutti gli scritti del Segneri, e il Dizionario militare del Grassi. Così con la costanza il Pomba ribattè i colpi della fortuna, e giovando altrui si oppose agli insulti dell'invidia.

«Farebbe un lungo catalogo chi volesse annoverare tutte le opere che, oltre le accennate, uscirono dall'operosa officina del Pomba: io dirsi solo le principali, e queste sano: La Biografia universale tradotta dal francese, con mutazioni ed aggiunte, la Fisiologia del professor Lorenzo Martini in 12 volumi; l'Antologia straniera, compilata con molto dispendio da collaboratori eletti o spediti nelle varie contrade d'Europa: la Storia della Liguria e la Geografia universale del Balbi, tradotta ed ampliata col consenso dell'autore; circostanza, che mi è dolce rilevare, acciocchè il nome del Pomba non sia maledetto dagl'italiani scrittori, i quali deplorano tuttora la pirateria dei librai, e gemono perdute le loro vigilie, e rapita la più sacra proprietà dell'uomo, la proprietà dell'ingegno.

«Ora ei pubblica quattr'opere importanti, due periodiche del tutto, e due quasi periodiche per l'ampiezza della materia: sono le prime: il Teatro universale, e l'Emporio di utili cognizioni. Sono le seconde: il Viaggio pittoresco intorno al globo di Dumont d'Urville, e l'Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l'Isola d'Elba, la Sardegna, Malta, l'Isola di Calipso, ecc, arricchite d'intagli e di carte colorate, e stampate, specialmente quest'ultime, con molta lindura tipografica.

«Se quest'uomo abbia ben meritato dalla patria, e se questi cenni biografici sian degni di occupare le poche colonne ch'io gli consacro, dove i presenti nol dicano, lo diranno i posteri. Io ho voluto scrivere per lui queste poche righe, perchè si vegga che non tutti gli occhi son chiusi alla luce della virtù, e perchè il Pomba abbia almeno il conforto di una lode pubblica non compra, e dettata da un cuore sincero».

Fin qui quello scrittore valente e leggiadrissimo, il quale per disavventura non ha parlato più mai del Pomba dal 1835 in poi, onde tocca a me adesso il compito d'aggiungervi qualche altra notizia.

La vigilia del Natale dell'anno 1836, il Pomba se ne stava pensando al domani, alle visite che avrebbe ricevuto al mattino, al discorsetto degli operai della sua tipografia, al pranzo in famiglia, alle poesie recitate dai figliuoli, e tante altre particolarità che ogni anno si ripetono sempre le stesse e sempre tanto care in quel lieto giorno, quando improvvisamente fu arrestato e tradotto nelle sale sotterranee del Palazzo Madama, sale innocentissime ora che ci tengono le loro sedute i membri dell'accademia di medicina, ma spaventose allora, perchè si sapeva troppo come fossero consuetamente l'anticamera della fortezza di Fenestrelle o di Alessandria.

Mentre il Pomba veniva così tradotto in carcere, la famiglia spaventata vedeva perquisire minutamente l'alloggio, e frugare e rifrugare ogni angolo della stamperia.

Era nato il sospetto che egli avesse in casa od in istamperia volumi della Giovane Italia e l'Assedio di Firenze.

La Giovane Italia era una pubblicazione che faceva in quei tempi Giuseppe Mazzini all'estero, e che, tranne le prese di lui, non aveva nulla di molto attraente, anzi aveva talora scritti noiosissimi. Ma c'era la galera fra noi per chi la leggesse, e questo bastava perchè si facesse di tutto per leggerla. L'Assedio di Firenze, che si legge ancora oggidì, acquistava pur esso allora un valore speciale dalla rigorosissima proibizione.

Era dunque sospettato il signor Pomba di tener nascosti presso di la Giovane Italia e l'Assedio di Firenze. Per la Giovane Italia la cosa era al tutto falsa: dell'Assedio di Firenze aveva realmente in un angolo della stamperia qualche esemplare, ma un bravo operaio malgrado la visita improvvisa, riuscì in tempo a nasconderli e non furono trovati.

Contuttociò il signor Pomba fu trasportato da' sotterranei del palazzo Madama nella cittadella di Alessandria, e tenuto segregato per un mese; dopo fu rimesso in libertà.

In quel mese d'isolamento, egli aveva lavorato di fantasia: avea concepito e meditato il progetto di una grande opera, in cui fosse trattata la storia di tutti i popoli antichi e moderni per modo che si potesse vedere sempre a colpo d'occhio a qual punto si trovasse in un dato periodo storico un popolo rispetto a stesso e rispetto agli altri, e si avesse così un gran quadro di tutta la civiltà e delle attuali e passate condizioni di ogni gente in ogni terra.

Consapevole per propria esperienza di tutti gli inconvenienti che derivano dalle molteplici collaborazioni dove si richiede una certa conformità di condotta, pensò a buon diritto che quel lavoro doveva essere fatto da un uomo solo. E recatosi a Milano da un cultore segnalato degli studi storici fu sommamente lodato di questo suo progetto, e consigliato a rivolgersi a Cesare Cantù, giovane, erudito, laboriosissimo, desideroso di segnalarsi, noto già per la Margherita Pusterla, popolare in quel momento perchè in disgrazia del governo austriaco.

Il Cantù accettò senza neanco chieder tempo a riflettere. Il lettore italiano sa quale fu il successo della Storia Universale: di questa voluminosissima opera furono fatte nove edizioni e venduti venticinquemila esemplari di vario prezzo secondo la maggiore o minore eleganza della edizione, costando le edizioni più belle 400 lire, e le più economiche 190 lire.

Il Cantù si atteggiava a cattolico liberale, ed allora erano in favore i così detti neoguelfi: si mostrava avverso al dominio straniero in Italia, ed aveva quella gran fortuna della censura, per cui quello che non diceva, il lettore credeva che avrebbe detto ove fosse stato libero di parlare a sua posta, e gli si prestavano le più belle intenzioni barbaramente soffocate.

Quanti scrittori di quel tempo hanno rimpianto più tardi la censura nel segreto del cuore!

Ma torniamo al Pomba. Nei suoi viaggi in Inghilterra egli aveva veduto quanto fossero popolari ed utili in quel paese le Enciclopedie, e si propose di pubblicare una Encclopedia in Italia. Per lui divisare e fare era tutt'uno. Nella bella casa che si faceva fabbricare ai piedi della passeggiata dei Ripari, ora Giardino pubblico vecchio, dove dimora anche oggi con gran parte della sua famiglia, incominciò la pubblicazione di questa sua prediletta e più di tutte voluminosa pubblicazione della Enciclopedia di cui si sono fatte pure numerose edizioni con enorme spaccio, e che, diretta prima dal Demarchi, poi dal Predari, poi dal De Mauro, ebbe la collaborazione d'oltre quaranta scrittori, fra cui Plana, Balbo, Scoplis, Cantù, Carlo Lessona (padre dello scrivente) e tutti, in una parola, gli uomini in Piemonte meglio atti per competenza e buon volere a spingere avanti nel miglior modo una cosiffatta impresa. Ogni anno ora si stampa un Supplemento permanente alla Enciclopedia che riferisce tutte le novità, e ne fa un'opera che segue di pari passo il cammino progressivo delle lettere e delle scienze.

Il Pomba tentò pure, come dopo di lui ritentarono i suoi successori, un gran Giornale Illustrato, sul gusto della Illustrazione francese, di quella di Londra, di quella tedesca di Lipsia: in questi tentativi impresi e condotti coscienziosamente, si consumarono enormi somme di danaro, ed invano. E ciò, secondo me, principalissimamente per questa ragione, che in Italia non si trovano ancora gli scrittori per cosiffatte pubblicazioni. In generale gli scrittori italiani sono troppo accademici, troppo affettati, troppo amanti degli artifizi e del fare convenzionale, mentre ci vuole naturalezza, spontaneità, brio, sentimento dei tempi e della società vivente, pratica del mondo, conoscenza reale degli uomini. Finchè non si troveranno scrittori nostrali all'uopo, è ingiusto accusare il pubblico della sua preferenza per gli scrittori stranieri.

L'Unione Tipografico-editrice, diretta dal cavalier Luigi Pomba cugino e genero del nostro Giuseppe, segue le antiche tradizioni, opera a pubblicazioni utili e voluminose, e sostiene con molto decoro il buon nome procurato dal Pomba alla sua Casa.

Giuseppe Pomba si è ritirato dagli affari nel 1849 e si è occupato d'allora in poi di amministrazione municipale, e in generale, di cose attinenti alla utilità pubblica. Vive in mezzo alla sua famiglia, in età di 74 anni, operosissimo, pieno di energia giovanile, e sempre pronto a interessarsi all'idea di qualche buon progetto, di una qualche utile istituzione.

A chi lo vede in tale età così operoso e così svelto, viene spontanea l'esclamazione: Oh avesse l'Italia molti uomini di questa fatta!

 

Pietro Sella e i Biellesi

Il conte Cibrario nella sua Storia di Torino racconta di un giovane montanaro delle Valli di Lanzo, divenuto poi uomo insigne, il quale non avendo lume la sera per studiare andava sulla Piazza delle Erbe, e studiava al lumicino delle rivendugliole nelle gelate sere d'inverno a Torino.

Questa tenacità e volontà che mena alle grandi riuscite, è generale negli abitanti di montagne: in Piemonte son lodati per questo riguardo in special modo i Biellesi siccome i più industriosi, i più energici, i più sobri ed i più operosi fra tutti; e per Biellesi s'intende non solo i nati nella città di Biella, che naturalmente sono in piccolissimo numero, ma tutti quelli della alpestre regione le cui valli amenissime fanno capo a quella città.

Di quelle valli è molto benemerita la famiglia dei Sella, e in specialissimo modo Pietro Sella, che primo vi introdusse le macchine onde a dismisura s'accrebbe l'industria.

Ma per intendere bene quello che il Sella ha potuto e saputo fare, giova considerare i Biellesi in quello che presentano di più spiccato nel loro modo di vivere e nel loro sistema di operare. Conosciuta così l'indole di quella popolazione e le condizioni del paese, basteranno poche parole intorno a Pietro Sella a persuadere chiunque che egli fu uomo sommamente benemerito, e più di tanti altri degno di memoria e di monumento.

Numerosissimi sono nel Biellese gli esempi di persone e di famiglie le quali non ai così detti favori della fortuna, non a straordinario ingegno e a straordinarie circostanze, bensì puramente e semplicemente al loro modesto ma pertinace lavoro, ed alla costante sobrietà, devono una non comune agiatezza. La quale non si ottiene già, come troppo spesso si ottiene, col far passare più o meno destramente e lecitamente il danaro nelle proprie tasche (giuochi di borsa, depauperamento di azionisti ed altre trappole alla moda), ma portando un notevole incremento nella potenza e prosperità nazionale.

Gli esempi numerosissimi che si possono citare, sono essenzialmente di due specie distinte.

L'una è di coloro i quali, specialmente nella valle di Andorno, nascono con un patrimonio che (ad eccezione della paterna casupola e di un annesso terreno da cui a mala pena si ricavano le spese di coltivazione) consiste in un paio di braccia, ed in molta buona volontà. Questi, dopo frequentate per qualche tempo in paese le scuole elementari, verso i dodici o i tredici anni cominciano l'estate ad andare fuori del circondario a far da manovale. L'inverno ritornano a casa, e parecchi frequentano la scuola d'arti e mestieri in Biella, ove imparano un po' di disegno, un po' di geometria descrittiva, e quelle poche notizie scientifiche che sono il patrimonio comune degli operai. Giunti ai diciassette o ai diciotto anni, spiccano maggior volo. Vanno a far la campagna di un anno, di due, di tre anni, non solo nelle città vicine come Torino, ma nelle provincie più lontane del regno, ed anche in Francia ed in Spagna. Quivi compiendo di buon animo i lavori più duri, vivendo con sobrietà, con frugalità incredibili, riescono a terminare la campagna con qualche risparmio, che gloriosi e trionfanti riportano alle loro famiglie.

I più destri non mancano di attirarsi l'attenzione degli impresari e degli ingegneri, e vengono incaricati delle funzioni di assistenti. Poi quando, per mezzo di questi risparmi accumulati, hanno messo insieme qualche capitaluccio, si arrischiano ad un cottimo, o a qualche impresa minore per proprio conto. Gli avveduti e i giudiziosi vi si avvantaggiano, e vi trovano i mezzi per aspirare a maggiori lavori e a più grandi imprese. Così man mano continuando con indefessa operosità e con parsimonia strettissima, non pochi riescono a mettere insieme un discreto capitale; e si hanno esempi di famiglie milionarie oggi, le quali, o nelle persone dei loro membri attuali, o dei padri della generazione ancora vivente, hanno bravamente portata in gioventù la secchia in ispalla. Tali i Rosazza, i Magnani, i Piatti, ed altri moltissimi.

È notevole il tipo di questi nostri Biellesi, muratori, scalpellini, e arti simili: io ne ho trovati lungo il Caucaso, a Kutais, a Tiflis. In Francia sono numerosi: vengono tenuti in conto di eccellenti operai, specialmente per la loro sobrietà e perchè si adattano senza mormorare ai lavori più duri. In generale non sono ben veduti dagli operai del paese, che li accusano di guastare il mestiere, perchè essi hanno più pretese e lavorano meno. Inoltre desta molta invidia il vedere che, mercè la loro sobrietà e la vita di privazioni continue che sanno menare senza lamento, riescono alla fine del lavoro a metter a parte un capitaletto, mentre gli altri scialacquatori e buontemponi non sanno accumulare che dei debiti.

È notevole poi ancora come la massima parte di questi operai non solo torni alle proprie case appena ha potuto acquistarsi tanto che basti alla vita, ma ancora in tutto il tempo del suo volontario esilio serbi vivissimo affetto al suolo nativo. Malgrado lo scarso frutto che il suolo in quei loro monti sassosi, tuttavia si disputano i terreni adiacenti alle loro case a prezzi d'oro: non esitano, sebbene consuetamente tutt'altro che prodighi, a consacrare i primi guadagni a migliorar le loro case, nelle quali personalmente non abitano che poca parte dell'anno, quando pure non ne stanno per più anni lontani. Si può dire, economicamente parlando, che l'amore del luogo nativo è quello che fa loro commettere le maggiori follìe.

Del rimanente, questo loro andare a cercare il lavoro a Firenze, in Calabria, in Sicilia, in Provenza, in Ispagna, questo loro vedere e toccare con mano che colla pertinacia si riesce, li rende molto coraggiosi nelle imprese, molto forti contro le avversità. Talvolta un muratore ha fatto invano un viaggio lungo, fino in Francia, e non ha trovato lavoro. Egli dice freddamente: — Quest'anno non è andata bene: andrà bene l'anno prossimo. — Tutto ciò senza il menomo segno di sconforto e di dubbio.

Il trovarsi poi insieme a grandi distanze dal comune paesello nativo, ha per effetto di stringere tra loro i più saldi vincoli; cosicchè, senza bisogno di frammassoneria od altri particolari impegni, a vicenda si aiutano, ed ove siavi lavoro disponibile si chiamano. Quindi si trovano belle e formate squadre di lavoratori atte ad intraprendere ad ogni richiesta i più grandiosi lavori; basta far correre la voce su per la valle di Andorno, ed in alcuni altri finitimi paesi. Subito si prepara, coi capi, che per la incontestata abilità sono accettati senza discussione, una serie di squadre di operai espertissimi, colle quali si può vigorosamente e senza indugi intraprendere la costruzione di un gran ponte o i lavori di una grande strada.

Nel golfo della Spezia, per esempio, nelle grandiose costruzioni intraprese per conto dello Stato, gl'impresari Magnani, Rosazza e Mazzucchetti, della valle d'Andorno, hanno vanto di intelligenti e operosi direttori de' lavori, e compiono le funzioni loro affidate con meravigliosa celerità, che sarebbe ancora maggiore se talvolta alla loro attività non facessero difetto i capitali destinati all'impresa.

E così queste modeste virtù personali, la pertinacia ed il coraggio nel lavoro, la sobrietà, la parsimonia, cui cotesti coraggiosi operai devono la propria fortuna, giovano coll'esempio all'educazione delle classi povere del paese, e giovano alla nazione, che arricchiscono di squadre di lavoratori eccellenti inspirati ad oneste e operose tradizioni.

L'altra specie di esempi che si possono raccogliere da quel circondario, si riferisce alla vita e alle abitudini industriali.

L'industria della lana è antichissima nel circondario di Biella. Questa verità ha molto bene dimostrato Quintino Sella in un suo discorso agli operai di quella città, detto nell'ottobre dell'anno 1868, il quale fu riferito nei principali giornali italiani, e meriterebbe di esser letto tutte le sere da tutti gli operai, ed anche dai non operai.

Sebbene antichissima, l'industria della lana era tuttavia assai limitata nel territorio di Biella, sino alla caduta del governo francese. Essa si esercitava nelle singole case degli operai dove erano i telai, i cardi a mano, gli arcolai. Solo le gualchiere chiamate anticamente con barbara parola paratoi e più tardi con vocabolo anche più barbaro folloni (dal francese foulons), erano mosse dalle acque. Gli industriali si limitavano all'acquisto delle lane, alla distribuzione di quelle ai cardatori, alla divisione delle lane cardate fra i diversi filatori a mano, quindi al distribuire il filo ai tessitori nelle proprie case. Il panno tessuto era poi dall'industriale mandato alla gualchiera, indi cimato ed apparecchiato, tinto nel suo piccolo opificio, e poi venduto. Così si erano fatte qua e alcune fortune abbastanza ragguardevoli per quei tempi e per quei luoghi, ma tuttavia modeste. Citerò gli Ambrosetti che dettero il proprio nome a uno speciale tessuto (le Ambrosette erano una stoffa pregiata sul finire dello scorso secolo), i Sella, ed altri.

Quello che produsse una vera rivoluzione nella industria Biellese e trasformò in pochi anni le condizioni economiche di quel circondario, fu Pietro Sella, prozio di Quintino, fratello di Giovanni Battista Sella oggi Senatore del Regno. Pietro Sella era uomo di molto ingegno, tanto operoso, che in quel paese operosissimo lo tacciavano d'irrequieto; egli volle viaggiare e vedere coi propri occhi a qual punto fosse l'industria dei pannilani all'estero. Vide le macchine e visitò i mercati principali dove si acquistavano di prima mano le lane. Non ebbe pace finchè non riuscì ad introdurre nel Biellese le macchine da lui osservate e studiate fuori d'Italia, e finchè non si mise in relazione diretta coi principali mercati dell'estero. Le macchine furono accolte dapprima colla incredulità, quindi coi tumulti. Secondo il solito, si temeva che gli operai rimanessero senza lavoro. Ma Pietro Sella seppe vincere le ostilità come aveva vinto l'inerzia e l'indifferenza. Le macchine furono messe su, ed incominciarono ad operare. Tuttociò, ben inteso, senza che il governo c'entrasse per nulla, senza nemmeno pur una parola d'incoraggiamento.

Poco a poco, ma ci vollero parecchi anni, l'esempio del Sella fu seguito anche dagli altri industriali.

Verso il 1840 l'antica industria era, si può dire, scomparsa, e i lanaiuoli tutti a lavorare negli opifici mossi dalle acque di quelle vallate, delle quali acque man mano sempre meglio si andava tirando partito. L'importanza dell'industria dei pannilani si accrebbe in proporzioni veramente prodigiose, cosicchè la ricerca della mano d'opera, anzichè diminuire pel fatto che un uomo solo produce oggi più lavoro coll'aiuto delle macchine che non qualche centinaia d'uomini senz'esse, aumentò invece di molto.

Gli industriali conservavano intanto, oso dire, tutte le antiche abitudini di parsimonia: inoltre continuavano a stare nelle industrie malgrado le cospicue fortune che si andavano facendo, ed all'incremento di queste consacravano non poca parte dei loro risparmi. Così in quel piccolo circondario si è creata una industria, della quale l'annuo prodotto è oggi di circa trenta milioni.

I salari contemporaneamente si accrebbero d'assai: dal 1830 in qua si sono quasi triplicati.

Intanto l'industria dei lanifici ha dato luogo ad altre industrie, come per esempio, a quella della costruzione delle macchine. Qualche diecina d'anni fa si facevano venire dall'estero non solo le macchine di precisione, ma perfino i motori idraulici. Oggi ci sono nel circondario parecchi stabilimenti meccanici, in cui si fanno non solo i motori idraulici, ma una buona parte delle più delicate macchine che occorrono ai lanifici. E come se questa atmosfera di operosità, di parsimonia, d'industria, agisse sopra ogni ramo, e fosse, direi quasi, contagiosa, è sorto da parecchi anni uno dei più grandiosi cotonifici, il quale contiene ormai cinquecento telai di cotone, e si dice destinato ad averne mille.

Ripeto adunque che se si erigesse una statua a Pietro Sella, si farebbe poco.

Ho detto della parsimonia delle famiglie industriali biellesi, sebbene ricche di cospicui patrimoni. In una sola cosa vi ha lusso, ed è nell'aver figli. E questi per la maggior parte coadiuvano l'industria dei loro padri, e padri e figli hanno per gli impieghi governativi un orrore che consola.

Ecco un esempio, tolto ancora dai Sella. Quintino Sella fu messo dal padre a studiare matematiche, onde potesse meglio dirigere e far prosperare l'opificio paterno; ma egli si segnalò in modo così straordinario in quegli studi, che il professore Giulio ed il ministro Desambrois gli offersero di mandarlo all'estero per studiare le miniere. Egli aveva avuto poco prima la sventura di perdere suo padre, onde si consultò coi suoi zii. Questi furono unanimi nel rispondergli che l'uomo il quale ha una occupazione indipendente in casa, è ben pazzo se va a farsi dipendente in un impiego. Erano dello stesso parere i fratelli e la madre: ma egli, voglioso di proseguire negli studi in cui doveva tanto segnalarsi e di vedere nuove genti e nuovi luoghi, tanto fece che la madre e i fratelli si piegarono: non però gli zii, che gli tennero il broncio perchè era stato il primo a dare il cattivo esempio. Un tal giorno, uno di questi zii incontrò il nipote ministro, mentre appunto da ogni parte gli si faceva tanto di cappello, e si cercava un suo saluto, un suo sorriso, un suo sguardo: il nipote gli corse incontro ad abbracciarlo, ed egli, guardatolo un poco, scrollò il capo mormorando: — Peccato! Saresti diventato un così buon fabbricante di panni!

In questo lusso dell'aver figli la famiglia dei Sella ha veramente sfoggiato: la madre di Quintino ha avuto, oltre a lui, altri diciannove figliuoli, di cui dieci sono oggi vivi, ed hanno costituito dieci famiglie. Vive sempre la ottima donna, cui sono in sessanta a chiamare col nome di madre.

La storia delle famiglie biellesi, giova ancora una volta ripeterlo, è tutta in queste parole: molto lavoro, e rigorosa parsimonia. Si vede gente doviziosa lavorare da mane a sera con una energia ed una costanza quale di rado si trova altrove in coloro che appena incominciano la loro fortuna. Vedonsi ricche famiglie aliene da ogni lusso, e le donne straricche pure occuparsi da mane a sera delle faccende di casa. Tutto il segreto di quelle fortune sta in questi due termini: lavoro e risparmio.

Ciò non vuol dir che si manchi di coraggio: ma si procede con prudenza. La maggior parte degli opifici vanno avanti con capitali propri. Quando si fa un risparmio notevole, si pensa subito ad accrescere l'opificio e si allarga l'industria. È poco frequente il caso in cui si prendano capitali a mutuo. Il risparmio tien luogo del credito. Certamente da ciò nasce che non si fa tutto quello che si potrebbe fare coi capitali che si hanno, ma la industria procede molto sicura, e ben di rado si hanno fallimenti. Non se ne ebbe quasi mai di case un po' ragguardevoli.

Questo è lo spirito che domina generalmente anche in Genova, come ho detto sopra. Molto lavoro, molta parsimonia, e poi, se si tratta di arrischiare, si arrischia il superfluo. Queste posson parer vedute terra terra, calcoli di gente volgare, a certi grandi uomini che si tormentano invano a inseguire la fortuna, a quelli che l'aspettano dal giuoco del lotto, o dalla Borsa, o da altre equivoche speculazioni... Quanto bene sarebbe per l'Italia, se tutti si volessero un po' mettere su questo solido terreno dei bravi Biellesi!

Mi piace ancora avvertire che la prosperità biellese non si deve attribuire a grandi guadagni che si facciano nei panni: preso un decennio, si trova ora molto, ora poco lucro; in media non si ha forse più del dieci per cento del capitale, ciò che danno i fondi pubblici. La prosperità biellese è figlia della legge dell'aumento geometrico dei risparmi.

Pietro Sella morì giovane, ma lasciò i propri fratelli, che del resto già erano agiati, con parecchi milioni per ciascuno.

Sarei costretto a citare i nomi di tutti i fabbricanti biellesi per recare gli esempi di persone che colla magica bacchetta del lavoro e della parsimonia misero insieme un rispettabile patrimonio.

I fratelli Galoppo venti anni or sono erano tessitori. Oggi hanno il più grande lanificio del Biellese, un grande palazzo in Torino, ed un cospicuo patrimonio. L'anno scorso (1867) s'incendiò la loro fabbrica. Essendo assicurata presso una società, avrebbero potuto, seguendo gli esempi di molti altri luoghi, godere quietamente le acquistate ricchezze. Invece, ricominciarono la fabbrica con più vigore che mai. Oltre ai mezzi consueti, i Galoppo ne hanno adoperato un altro, che taluni avrebbero potuto tacciare di arrischiato, ma che non era tale per chi aveva un giusto concetto delle cose italiane: essi fornirono largamente Garibaldi in Sicilia ed a Napoli.

Il grande cotonificio di cui ho parlato più sopra spetta ai fratelli Poma. Il loro padre andava vendendo le fettuccie e le tele di porta in porta, e recava tutta la sua fortuna e tutta la sua bottega in ispalla. I suoi figli si posero nell'industria delle stoffe di cotone. Era già qua e colà sparso nelle case di parecchi operai più di un telaio. Essi ne fecero crescere notevolmente il numero portando nell'aumento della loro fabbricazione ogni risparmio che per loro si facesse. Ed ora hanno finito per creare uno stabilimento veramente stupendo, nel quale, come già ho detto, hanno riunito a un dipresso cinquecento telai, e si propongono di portarne il numero a mille.

Ho parlato qui molto di parsimonia, e sta bene; ma non vorrei che cotesta, che è una virtù, si confondesse con la grettezza che è un vizio.

Parchi, sobri, frugali furono sempre i Biellesi; sordidi, avari, non furono mai.

Chi vuole andare avanti bene nell'industria, quando ha risparmi, li deve consacrare al miglioramento degli opifici, delle macchine, al perfezionamento dell'industria stessa. Se si vuole annualmente trarre dalla industria i fatti guadagni per goderseli allegramente, come si fa della rendita di una terra, l'industria (come del resto anche l'agricoltura) non progredisce.

Intanto gli altri, più giudiziosi e più accorti, si spingono innanzi col progressivo sviluppo delle arti.

Chi rimane stazionario ed inerte, mentre gli altri progrediscono, va effettivamente indietro, e finisce per cadere.

 

Giovanni Antonio Rayneri

Carmagnola è importante città del Piemonte, madre d'uomini valenti. Ebbe in passato ottime scuole e studi fiorenti, e durano tuttavia le buone tradizioni.

Da questa città venne Giovanni Antonio Rayneri, del quale è molto opportuno parlare in questo libro. E siccome abbiamo sott'occhio un eloquente discorso di quel valentuomo che è Carlo Boncompagni, il quale conosceva, amava e pregiava molto le qualità dell'animo e del cuore del suo amico e collega Rayneri, così noi da quel discorso togliamo alcuni tratti per arricchire questa biografia. Il Rayneri, che fu uno dei più valenti educatori della gioventù piemontese, aveva educato meravigliosamente stesso, prima di educare gli altri. Nato nell'anno 1809 a Carmagnola in umili condizioni di fortuna (era figlio di un contadino), ebbe la fortuna di trovare tra le pareti domestiche un tipo di virtù non frequente ne' poveri abituri, ma forse più raro negli splendidi palazzi de' doviziosi e de' potenti. Gli esempi della famiglia, l'indole buona, e le riflessioni di una mente meditativa lo penetrarono di quell'amore del vero, del buono e del bello, a cui si ispirò sempre, non solo nel filosofare, ma in tutte le consuetudini del vivere. Dedicatosi al ministero sacerdotale per zelo di religione, e per vaghezza di vita quieta e studiosa, si pose in grado di farne il tirocinio, superando la prova del concorso ad una delle pensioni ecclesiastiche assegnate ai giovani chierici più ricchi d'ingegno che di censo. Così potè incominciare e proseguire gli studi di teologia con quella coscienza e con quella diligenza, che portò sempre nell'adempimento di tutti i suoi doveri.

Usciva appena dalla scuola di teologia, e compiva i ventun'anni, quando nel 1831 fu chiamato ad insegnare nella sua terra natale, non solo la filosofia, ma anche gli elementi delle matematiche e della fisica, come portavano le consuetudini scolastiche d'allora. Si trovava ancora in quel periodo della vita in cui l'uomo, di solito, istruisce stesso, anzichè ammaestrare gli altri. Adempiendo con grande alacrità questa parte dell'obbligo suo, il giovane professore imparò da il greco, il tedesco, le matematiche sublimi, e progredì nelle scienze naturali più che non sogliano coloro a cui difetta il sussidio de' mezzi scientifici. Ad apprezzare quanto valesse l'istruzione che egli diede a stesso, basti il detto di quell'uomo insigne che fu Carlo Ignazio Giulio, alla cui perspicacia non fece mai velo una soverchia indulgenza: «Pochi hanno imparato tanto quanto Rayneri, e pochi sanno così bene tutte le cose imparate». Indi avvenne che, presso i professori del nostro Ateneo, l'insegnamento elementare di matematica e di fisica, che dava il Rayneri, non fosse tenuto da meno che quello dei più provetti e valenti in quelle discipline. Ma le matematiche e la fisica non furono per esso che studi accessorii, giacchè l'acume del suo ingegno si era rivolto principalmente alle dottrine filosofiche e morali, il cui insegnamento era reso più difficile dalle condizioni scientifiche de' tempi, in cui egli ne dettò i precetti dalla cattedra.

Procedeva così, felicemente, l'insegnamento che egli dava in Carmagnola, quando nell'anno 1844 Ferrante Aporti, sapiente e venerato fondatore delle scuole infantili italiane, comparve fra noi (chiamato dal re Carlo Alberto) come l'apostolo che stimolò all'onorata impresa; e che con senno pratico, anzichè con grandi apparati di dottrina teorica venne divulgando i metodi da tenersi alfine di migliorare le scuole già aperte, e di avviar bene quelle che dovevano aprirsi in beneficio del nostro popolo. Attorno all'Aporti si raccolsero quanti erano fra noi amici dell'istruzione, onde i conforti di lui, e (cosa rara sempre negli Stati retti a signoria assoluta) il convegno di molti che cospiravano in una stessa impresa di pubblico bene, infervorarono vieppiù gli animi a quell'opera veramente santa. Fra coloro che si adunarono allora intorno all'Aporti, il Rayneri primeggiò per ingegno e per dottrina; onde ad esso per provvido consiglio di chi ministrava le cose appartenenti al pubblico insegnamento, fu nel 1847 commessa la cattedra di pedagogia, sorta nell'Università di Torino dal nuovo zelo per l'istruzione popolare.

La nuova scuola in cui impartiva i suoi insegnamenti il Rayneri, portò anch'essa de' frutti di cui l'Italia dev'essergli grata. Di uscirono infatti molti valenti professori, che conservando le sue dottrine le applicano oggi in tutte le parti del Regno: di uscì quel Trattato di Pedagogia, a cui la morte impedì che il Rayneri desse l'ultima mano, ma che, quale egli lo lasciò, è pure la più compiuta teorica di educazione che si abbia la patria nostra.

L'Aporti era stimato ed amato dal Boncompagni, e il Boncompagni primo ministro della Istruzione Pubblica nel 1848, nell'amore del bene, nell'efficacia dei mezzi, nella giustezza dei concetti, nella energia dell'operare non fu certamente superato da nessuno dei suoi successori.

Il Boncomnagni e l'Aporti hanno fatto un'immenso bene al Piemonte e quindi a tutta l'Italia, coll'instaurare e diffondere buoni metodi d'insegnamento elementare e secondario, magistrale e popolare. Essi non furon soli nella santa opera: v'ebbero nobile parte Domenico Berti, Vincenzo Troya, Giuseppe Bertoldi, Angiolo Fava ed il Rayneri.

Cosa dura a dirsi, l'opera loro, sovra tutto in quei primi anni in cui era più opportuna e necessaria, non ebbe appoggio e non trovò simpatie nel giornalismo. La libertà quando è giovane e impacciata dalle preoccupazioni della politica, non suol mostrarsi amica agli studi più del dispotismo.

Il giornalismo liberale si scatenò con singolare violenza contro il metodo e contro i suoi cultori. Molti che non sapevano nemmeno che cosa fosse questo metodo, che non s'eran data la briga di studiarne pur le prime nozioni, ne dicevano vituperii, ed insieme alla istituzione vituperavano gli uomini che se n'erano fatti banditori.

— Il giornalismo è giovane (dicevamo allora noi): bisogna compatirlo: fa i suoi primi salti: si rassoderà: aspettiamo.

Ahimè! è sempre giovane!

Quali fossero le ragioni di quell'odio contro ad uomini che dedicavano la loro vita alla educazione del popolo da parte di uomini che si proclamavano campioni del popolo, non è qui d'uopo investigare.

Il Rayneri però, in fatto di approvazione e di stima, teneva conto prima di tutto della propria, e quando si sentiva in regola con stesso trovava che il più era fatto. Aveva tutto quel conforto che viene da un sentimento religioso spontaneo e profondo: e come suole sempre avvenire quand'è così, questo sentimento che lo faceva severo con stesso, lo rendeva indulgente cogli altri. Era filosofo non in parole, ma in fatti: proseguiva a consacrare le sue forze a quelle fatiche che hanno prodotto tanto bene al paese, e perdonava. Perdonava sinceramente, semplicemente, senza vanità, senza amarezza, senza commiserazione, rispettando tutti come rispettava stesso.

Nessun uomo fu più di lui tollerante, mite, benevolo, affettuoso, buono: il tempo che gli lasciava libero l'insegnamento, lo studio, lo scrivere, consacrava alla beneficenza.

A Chieri, ove erasi ridotto per passar in maggior quiete qualche poco di tempo, morì il 4 giugno 1867 di una malattia cerebrale che già da qualche tempo lo travagliava e negli ultimi mesi della sua vita gli aveva infiacchite le forze della mente non quelle del cuore, che furono fino all'ultimo giovanilmente vive.

Agli Artigianelli ed alle Scuole Infantili mirarono l'ultimo suo pensiero, l'ultima sua volontà: onde morì come visse, giovando agli uomini. In quel momento supremo non dimenticò la terra che gli aveva dato i natali. Volle che le appartenesse la sua biblioteca, che scelta con non volgare discernimento di ciò che è buono e bello, fu la sua cosa più preziosa.

Niccolò Tommasèo volle onorare la memoria di un uomo così benemerito degli studi e dell'umanità dettando la seguente epigrafe, che fu scolpita sotto il busto innalzatogli nell'Università di Torino il 5 novembre 1867; e in quel giorno stesso Carlo Boncompagni leggeva il discorso di cui abbiamo fatto parola.

Ad

ANTONIO RAYNERI

 

che d'umile stato con virtuosa fatica

sorse tra i primi della patria e i migliori;

insegnò filosofia in Carmagnola ove nacque,

nell'Università di Torino pedagogia;

seppe credere e amare, ammirare e compatire,

maestro docile, pensatore ornato di lettere,

povero munifico,

d'opere pie promotore, direttore;

agli Artigianelli lasciò lire quarantamila

frutto di parsimonia liberale,

i libri alla patria città:

visse anni circa LVIII, fino al giugno MDCCCLXVII.

Amici, discepoli, concittadini di più parti d'Italia

grati all'affetto e ai puri esempi.

 

Michele Amatore

Il nostro valoroso esercito annovera uomini egregi, che da semplici soldati hanno saputo salire a gradi elevati, talora elevatissimi, colla energia del volere, colla perseverante applicazione, con lo studio e col valore. Parecchi nostri generali hanno incominciato soldati semplici, e moltissimi ufficiali superiori.

La qual cosa, mentre fa onore grande a quegli uomini, torna pure a lode della costituzione dell'esercito nostro, che lascia aperta la strada a chiunque ha forza e volontà per percorrerla.

Farebbe opera molto buona chi raccogliesse le vite dei nostri generali ed alti ufficiali dell'esercito che hanno cominciata la carriera dal primo scalino, e la esponesse al pubblico: un libro cosiffatto sarebbe il più bel regalo al coscritto, ed un benefizio alla patria.

Io dirò qui qualche parola intorno al capitano Michele Amatore, che ebbe certo vicende più singolari fra tutti.

Metto il capitano Michele Amatore nella lista degli egregi cittadini vissuti in Piemonte sebbene sia nato ben lungi, ed appaia a prima vista non piemontese; e gli assegno questo luogo, perchè piemontesi furono gli uomini che hanno avuto l'azione più decisiva sulla sua esistenza, perchè in Piemonte passò i giorni più importanti della sua vita, e perchè egli ama chiamarsi figlio di questa provincia italiana.

Cominciò a diventar popolare in Torino e nelle varie guarnigioni dell'antico Stato Sardo da una ventina d'anni a questa parte un giovane bersagliere, nero come l'ebano, di belle forme, svelto, piacevole favellatore, guardato con occhio curioso dalla gente, e chiamato senz'altro il bersagliere moro.

Più tardi lo chiamarono il caporale moro, poi il sergente moro, e sì via via fino ad oggi che vien detto il capitano moro. Egli è capitano nei Bersaglieri; tutte le città d'Italia hanno fatto la conoscenza della sua fisonomia, e ne hanno fatto una conoscenza particolarissima gli Austriaci in Lombardia e i briganti nelle provincie meridionali.

Come mai da un romito villaggio dell'Africa ha potuto il giovane nero diventare capitano dei Bersaglieri in Italia?

In Egitto si fa un grande smercio di schiavi dei due sessi e dei due colori, bianco e nero. Ma gli schiavi bianchi, maschi e femmine, sono scarsi e costosi; quelli neri numerosi e a buon mercato.

Il governo egiziano tiene Kartum, città al confluente del Nilo bianco e del Nilo azzurro, dove comincia il grande Nilo, che poi, dopo mille giri e rigiri e serpeggiamenti, scende al Mediterraneo.

In quella città vi sono parecchi reggimenti egiziani, cui bisogna dare qualche occupazione. Il governo li occupava in spedizioni molto lucrose. Un reggimento partiva, e dopo qualche giorno di cammino arrivava ad un villaggio di neri e lo circondava in sull'albeggiare del giorno: i neri si difendevano come leoni, ma non avevano che frecce e lance, e i fucili egiziani facevano meraviglie.

Ammazzavano quelli che si difendevano, ed anche un po' gli altri, sovratutto i vecchi, e portavano via tutto il restante della popolazione. A Kartum parecchi mercanti di schiavi ( si chiamano giallab) stavano aspettando il ritorno del reggimento andato in escursione.

Ritornato il reggimento, il governatore della città faceva una classificazione ragionata del vivente bottino, e cominciava la vendita. I giallab compravano tutto, e partivano pel Cairo; il viaggio da Kartum al Cairo non si può fare se non che in piccolissima parte pel fiume; il Nilo fa tanti giri e rigiri, e presenta così grandi difficoltà alla navigazione, che bisogna venir pel deserto. I due terzi dei neri morivano in istrada; quindi bisognava venderli ai giallab a Kartum molto a buon mercato, e rifarsi sulla quantità.

Un bel giorno fu fatto intendere a Mohammed-Alì, vicerè, che col crescere dei rapporti fra l'Egitto e l'Europa, queste cose incominciavano a diffondersi nei paesi civili, e non facevano buon effetto. Mohammed-Alì amava atteggiarsi in faccia all'Europa ad apostolo della civiltà: ebbe cura di far sapere che ordini severi erano stati emanati affinchè i reggimenti egiziani di Kartum non dessero più la caccia ai poveri neri.

I giornalisti di Francia che ripeterono la buona novella, interpretando largamente quelle parole, annunziarono che Mohammed-Alì aveva abolita la schiavitù e la grande notizia fece il giro di Europa. Ed ecco come si scrive la storia!...

In verità i reggimenti egiziani non partirono più per dar la caccia ai neri: partirono per far loro la guerra.

I governatori di Kartum, senza conoscere probabilmente la favola del lupo e dell'agnello, presero a metterla in atto.

Il pascià cui sono affidate le sorti di quella lontana provincia, si sveglia un bel mattino, e, fatta la sua preghiera, si ricorda che deve mandare una data somma all'erario: nello stesso momento gli viene in mente che questa o quella tribù di neri ha fatto un'offesa al governo. Bisogna punirla: manda un reggimento, e le cose avvengono letteralmente come prima: ma i neri che il reggimento trascina a Kartum non sono più schiavi rubati, bensì nemici vinti: si vendono ai giallab per pagare le spese della guerra, e il giuoco è fatto.

In questa maniera il capitano Michele Amatore è venuto bambino a Kartum: egli è nato nel 1826, e si ricorda mirabilmente del nativo villaggio.

Ad un vecchio amico che lo pregava di qualche ragguaglio intorno alla sua infanzia ed alle tristi vicende che lo spinsero suo mal grado in Egitto, rispose con queste parole:

«Il villaggio in cui io sono nato si chiama Commi.

«Verso la metà del mese di settembre dell'anno 1832 il mio villaggio fu aggredito dalla truppa regolare del vicerè d'Egitto.

«I soldati egiziani circondarono il villaggio all'alba in numero di circa 6000, e incominciarono un vivissimo fuoco.

«Gli abitanti balzarono fuori spaventati: ma subito tutti quelli che erano atti a combattere si raccolsero, e con frecce e con stili (chè non avevano altre armi) incominciarono la difesa.

«Era la difesa della moglie, dei figli, degli averi, di tutto, e fu disperata.

«Ma combattevano forse un migliaio d'uomini male armati e peggio ammaestrati, ed era troppo disuguale la lotta: quei valorosi non poterono fare altro che vendere cara la loro vita.

«Sulle salme dei morti guerrieri i soldati egiziani entrarono nel villaggio, e fu una vera carneficina: uccisero i vecchi, e non lasciarono che un mucchio di rovine.

«I superstiti, donne e fanciulli la più gran parte, furono legati e tenuti sotto custodia fino al giorno seguente.

«Mio padre, capo della tribù, perduta ogni speranza di vivere e di salvare la sua famiglia, piuttostochè cader schiavo di quella gente avida di sangue e di saccheggio, preferì gittarsi disperatamente nella mischia, e valorosamente morì trafitto dalle palle del cruento nemico.

«Però prima di morire raccomandò ad un nero, che adempì all'incarico, di dirmi di tenere a mente (e non si cancellerà in me la sua parola se non che coll'estinguersi della mia vita) che io era il suo primogenito, e che m'incombeva l'obbligo di ricordarmi della gente cui io apparteneva, e che un giorno liberato dalla schiavitù non dimenticassi di ritornare nei nostri possedimenti, e dare nuova vita al nome della perduta famiglia.

«La tribù portava il nome del paese in cui risiedeva il capo, e quel paese si chiamava Commi, come ho detto sopra.

«Mio padre si chiamava Bolingia, mia madre Siliando, il mio nome era Quetto, un mio fratello minore si chiamava Sarin: di due più piccole sorelline non ricordo i nomi.

«Calcolando dal tempo che abbiamo impiegato a percorrere la strada dal mio perduto villaggio a Kartum, penso che la distanza sia di novanta o cento miglia.

«Sebbene in quei giorni di sventura io non avessi più di sei o sette anni, pur troppo mi ricordo dei mali trattamenti che ci hanno fatto soffrire i soldati egiziani nel doloroso tragitto.

«Il bastone di quella gente esecrata non risparmiava nessuno: tutti, grandi e piccoli, erano barbaramente percossi; e quelli che pel patimento e lo scarso cibo perdevano le forze, spietatamente venivano uccisi.

«Il cibo era un po' di pane ed acqua, e questa sovente ci mancava, per cui strada facendo buon numero di schiavi perirono e furono lasciati insepolti.

«Mia madre aveva una bambina lattante: inariditosele il seno, la innocente creatura dopo pochi giorni moriva; mia madre prese a scavare colle mani la terra per farle una sepoltura, e quegli scellerati la percossero ferocemente: i morti non dovevano essere sepolti.

«Insomma, la marcia dal mio villaggio a Kartum non poteva presentare spettacolo più straziante. In quella marcia le privazioni, i mali trattamenti, le soverchie fatiche fecero morir tanta gente, che io calcolo a 600 o 700 quei morti, un terzo circa dei partiti.

«Impiegammo circa dieci giorni da Commi a Kartum; qui fummo divisi in tre scompartimenti. In quella spartizione mi divisero dalla madre e dai fratelli, ultimo mio conforto sulla terra, e così il mio fratello minore e la sorellina furono divisi dalla madre, per modo che nessuno più della mia famiglia potè conoscere la sorte dei congiunti; e nulla io ne seppi più mai, malgrado le incessanti ricerche fatte.

«Di leggieri ciascuno si persuaderà che anche ai popoli digiuni di ogni principio di civiltà non è sconosciuto l'amore pei genitori; onde lascio giudicare qual terribile momento fu quello per la madre e per noi fratelli: per non abbandonarci, la madre ci strinse tenacissimamente al seno, ma con forza brutale ci separarono.

Qui devo attestare che i miei nuovi padroni, i giallab, furono ben più umani dei soldati egiziani: essi almeno ci permettevano qualche ristoro alle fatiche del viaggio, ci soccorrevano, non ci privavano mai del necessario cibo, non adoperavano mai mezzi brutali.

«Sì devo ai giallab gratitudine, sebbene il traffico che essi fanno, sia non solo disprezzabile, ma detestato dall'umana natura...».

In Cairo il nostro giovane nero fu comprato dal dottor Luigi Castagnone, allora protomedico del vicerè d'Egitto, piemontese, di Casal Monferrato, uno degli Italiani che hanno fatto onore in Egitto alla patria.

Il dottore Luigi Castagnone oggi in Rosignano presso Casal Monferrato vive la vita contenta dell'uomo che sa d'aver fatto in questo mondo il proprio dovere.

In breve il Castagnone prese ad amare paternamente il ragazzo. Ma dovendo poi partire per l'Europa, e sapendo quanto ai fanciulli neri sia micidiale il clima dei nostri paesi, lasciò il piccolo Michele (gli aveva dato questo nome) ad un suo amico, pur piemontese, il dottor Maurizio Bussa, di Felizzano.

Questo pure pose in Michele, che sapeva farsi amare, moltissimo affetto, e dovendo qualche anno dopo partire pel Piemonte col proposito di trattenersi un po' di tempo, se lo portò seco.

A Felizzano il giovane nero si fece cristiano, e prese il nome di Michele Amatore a significare l'amore incancellabile che sempre avrebbe portato ai suoi benefattori Castagnone e Bussa. E fu fedele al suo nome.

Ritornato in Egitto, libero e grandicello, incominciò qualche traffico. Egli aveva in mente progetti commerciali tanto ragionevoli quanto grandiosi: voleva lavorare in traffici con ottimo intendimento tra Cairo e Kartum, e forse si sarebbe fatto ricco, salvo ad essere poi spogliato di tutto dal governo egiziano.

Ma nuovi fatti vennero a mutare i suoi propositi, e cominciò la nuova vita.

Scoppiò il 1848 la guerra, ed egli, Italiano di sentimenti e di affetti, volle venire a combattere le patrie battaglie.

S'imbarcò per Livorno, poi per Genova, e corse ad arruolarsi nei Bersaglieri.

Si mostrò nelle battaglie un leone; la sua faccia nera serviva di punto di rannodamento ai coraggiosi compagni, e di terrore al nemico: parecchie volte dopo un combattimento i suoi capi corsero ad abbracciarlo.

In pace era un modello di disciplina e di operosità, amor dei capi e dei compagni.

Quando entrò soldato non sapeva leggere; pigliava di soppiatto la chiave della scuola del reggimento per andarsi ad esercitare sulla lavagna nelle ore del riposo.

Imparò a leggere ed a scrivere con ottima calligrafia; imparò l'aritmetica, la geometria, il francese. La lettera che ho riferita sopra è tutta tale e quale egli stesso l'ha scritta.

Egli ama svisceratamente tutti quelli che gli hanno mostrato benevolenza; parla del Bussa, ora morto, con affetto filiale; e quando la faticosa sua vita gli concede qualche giorno di tregua, corre ad abbracciare il suo secondo padre, il dottore Castagnone, che piange di gioia al vederlo, e, privo di figli, è al degno capitano tenerissimo padre.

 

Io ho compiuto il mio lavoro: ho cominciato colla vita di un principe di Sicilia e finisco con un nero d'Africa: due uomini degni di stare vicini, perchè la virtù sopprime le distanze e adegua ogni disuguaglianza.

Moltissimi esempi ho dovuto lasciare in disparte, perchè per buona ventura gli uomini dal forte volere non sono tanto rari fra noi.

Cerchiamo d'imitarli.

In tutte le età giova educarsi a volere tenacemente, e se ne può trarre giovamento anche all'ultima ora della vita.

Ma imparino sovratutto i giovani, imparino a volere; imparino a disprezzare le mollezze, le cose frivole, le vanità; imparino a volgere sdegnosamente le spalle ai loro adulatori, più schifosi e vili degli adulatori dei re.

La nostra patria risorta ha bisogno del senno e delle braccia dei suoi figli per consolidarsi, per fiorire, per assumere stabilmente quel posto che le spetta tra le nazioni colte d'Europa. I vanti non bastano; bisogna anzi smettere i vanti, che sono indizio di debolezza anzichè di forza.

Giovani, i vostri padri hanno fatto degnamente il loro dovere; fate voi il vostro; ricordatevi che

VOLERE È POTERE

 




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