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CAPITOLO QUARTO.
ROMA Ieri ed oggi. — La
chiesa di sant'Onofrio. —
Immensa solitudine! Tutto intorno quanto può spingersi l'occhio, copre la sterminata pianura una veste di variopinte selvatiche erbacce, da cui si spiccano ronzando gli insetti, mentre vi stende sopra l'umore appiccaticcio argentino la chioccioletta: sotto, striscia la vipera, corre un breve tratto e di colpo si ferma il ramarro, e l'istrice drizza gli aculei. Un falco librato sulle ali spia la preda appiattata, mentre sale con diritto rapidissimo volo cantando la lodoletta. In lontananza, a mo' di macchiette sul paesaggio, qualche branco di pecore erranti, qualche bove che leva lentamente la testa dalle lunghissime corna, e giù sulle ondulazioni del terreno nell'ultimo orizzonte, in mezzo ai raggi infiammati del sole al tramonto, il profilo di un uomo a cavallo che impugna a mo' d'asta il lungo aguzzo bastone. Splende la luna, e bagna della fredda sua luce le sparse rovine, le mura diroccate, le torri infrante, e ruderi di case, castella e vestigia di antichissime strade. Non manca che l'urlare interrotto, simultaneo assordante degli sciacalli, e quello strano ululato che manda notturna la iena, perchè il pensiero si riporti ai contorni desolati di Tauris e d'Ispahan. Ma il pensiero rifacendosi al passato si rappresenta ben altra scena: riedifica sulle rovine le ampie e ben costrutte case, gremite d'uomini di cui ognuno levava con orgoglio la testa, dicendo: sono cittadino romano. Per l'ampia pianura sente l'eco mattutina delle trombe squillanti e il nitrir dei cavalli, vede la folla irrompente dalle porte incontro ai reduci vincitori, i saluti, gli abbracci, le feste, il movimento, il fremito, la vita potente dell'immensa città, cuore ed anima del mondo. Dentro le mura la salita trionfante al Campidoglio, gli ordini mandati in ogni parte della terra, i circhi, i templi, i rostri da cui scendono i tesori di un'incomparabile eloquenza onde si commuovono le turbe affollate. Oggi si vede pure una turba affollata, sulla piazza Madama. Al mezzodì, dal gran balcone del palazzo del Ministero delle Finanze pendono drappi rossi in eleganti panneggiamenti. Sul davanti un grande arnese di vetro a mo' di piccola botticina, che gira su sè stesso: una tromba stridula fa un baccano da mettere in fuga un esercito di sordi: ma nessun fugge dalla piazza gremita di varia gente: donne del contado col busto rosso, la gonnella azzurra, le maniche bianche e il bianco fazzoletto sul capo; uomini col cappello aguzzo e gli stivaloni fino al ginocchio, ciociari, vestiti alla brigantesca, facchini, vetturali, serve, pescivendoli, cuochi, camerieri, signori dal soprabito e dal cappello a cilindro, tutti attenti, tutti commossi, col mento all'insù, la bocca semiaperta, esprimenti nel viso le più varie palesi emozioni d'aspettazione, di trepidazione, di speranza, d'ira, di dispetto, di furore e di disperazione. È il giorno dell'estrazione del lotto. Questo spettacolo contrista il viaggiatore che entrato per la prima volta in quella Roma, cui ha ripensato, tanti anni, corre ansante al San Pietro, e poi alterna, fra il Colosseo e San Paolo, il tempio di Vesta e la Farnesina, le Terme di Caracalla e la Fontana di Trevi, piena la mente di così diverse memorie, e di gravi pensieri. Non tutti i viaggiatori che arrivano a Roma vanno però subito per prima visita a San Pietro. Taluno s'informa, appena arrivato, della chiesa di Sant'Onofrio, e va pensando a Torquato Tasso. Perchè talora la vita breve di un uomo comprende fatti ed ammaestramenti come quella di un popolo, ed è grande premio a chi ha nobilmente operato e sofferto questo rimanere nella memoria dei posteri amato e rimpianto. «Me dal sen della madre empia fortuna Pargoletto divelse. Ah! di que' baci Ch'ella bagnò di lagrime dolenti Con sospir mi rimembra, e degli ardenti Preghi che sen portâr l'aure fugaci; Ch'io giunger non dovea più volto a volto Fra quelle braccia accolto Con nodi così stretti e sì tenaci. Lasso! e seguii con mal sicure piante, Qual Ascanio o Camilla, il padre errante. In aspro esiglio e in dura Povertà crebbi in quei sì mesti errori: Intempestivo senso ebbi agli affanni; Ch'anzi stagion matura L'acerbità dei casi e de' dolori In me rendè l'acerbità degli anni.» Così ha detto il Tasso di sè stesso.
Il padre del Tasso era un grande poeta, che molto più sarebbe in fama se tanto non fosse stato superato dal figlio. Padre e figlio vissero al servizio dei principi, di quei principi che tanto furon lodati per la loro splendidezza, pel fasto delle loro corti, e sovratutto per la protezione concessa ai letterati ed artisti. Misera protezione che si doveva comprare col sacrifizio della propria dignità nell'ignobile vita delle corti. Torquato Tasso ramingò per ogni parte d'Italia, sprovvisto di tutto, anche talora di un pane per sfamarsi, anche talora di un ricovero dove posare le membra affrante, e quetare almeno per qualche istante le tempeste della mente. Principi, cortigiani e critici gli tormentavano la vita. Ma egli seppe volere. A trent'anni avea compiuto il poema della Gerusalemme. Allora fu vana l'ira degli uomini a suo danno. Potevano calunniarlo, potevano straziarlo, potevano imprigionarlo, potevano cacciarlo fra i mentecatti, potevano martoriarlo, potevano farlo morire, e tuttociò hanno fatto: ma l'uomo che ha bene operato non muore mai: l'opera resta, indefinitamente benefica, ammirata e feconda. E vi sono ancora oggi taluni che hanno il coraggio di rimpiangere pei letterati e per gli artisti gli antichi mecenati, i principi protettori! Ma questi signori non hanno letto le vite dei nostri grandi uomini? Non sentono orrore al grido di Dante: « . . . . quanto sa di sale Lo pane altrui, e quanto è duro calle Lo scendere e 'l salir per le altrui scale».
Non ricordano le satire dell'Ariosto dove con tanta penosa evidenza esprime il suo stato alla corte? Non ricordano che quello che si trovò di meglio da fare a pro di questo divinissimo poeta fu di mandarlo a giudicare i ladri della Garfagnana? I tempi non furono mai tanto propizi come oggi ai lavori dell'ingegno; oggi si può ben dire a ragione, che l'uomo tanto può quanto sa; oggi la via davvero è aperta a tutti, ed ognuno può riuscire, purchè sappia fermamente volere e perseverare. In Roma potrei trovare molti esempi d'uomini insigni che col volere e il perseverare seppero riuscire a cose grandi, taluni di essi superando gli ostacoli della povertà in cui son nati. Non parlerò di Torlonia e del cardinale Antonelli, siccome troppo noti. Esporrò in poche parole la vita di un artista esimio, che seppe lottare nella giovinezza contro la povertà più cruda, e seppe vincere: questo è
Luigi Rossini Luigi Rossini nacque in Ravenna il 15 di dicembre dell'anno 1790, di famiglia che aveva l'origine sua da Lugo, nelle Romagne. Il padre di lui, si chiamò Giovanni, uomo di popolo, povero, onesto; e la madre ebbe nome Cristina, e fu della casa dei Benedetti. Di otto figliuoli che Giovanni ebbe dalla moglie sua, gli era rimasto solo Luigi; il quale essendo nell'età di sedici anni, e mostrandosi inclinato al disegno, fu messo dal padre alla scuola di maestri, come disse ei medesimo, alquanto mediocri. Crescendo poi in lui sempre più quell'amore che lo traeva alle arti belle, e avendo inteso essere a Bologna un'insigne accademia ed abilissimi professori, una mattina di buon'ora senza dir nulla a persona, con in tasca cinque scudi e un piccolo fardelletto sotto il braccio, solo, e a piedi s'indirizzò verso quella parte. E dopo il cammino di un giorno e mezzo, stanco vi pervenne; e veduta la nobile città e l'accademia delle belle arti, subitamente si pose in cuore di non volerne partire. Ma ben presto gli venne a mancare quel po' di denaro che aveva portato seco: e non avendo più di che potersi sostentare, pensò d'acconciarsi per garzone con qualche valente artista. E ricordatosi di Francesco Rosaspina, incisore, che aveva non so come conosciuto in Ravenna, gli si presentò, pregandolo di consiglio e di aiuto. Quel valentuomo, piacendogli assai la bella presenza del giovinetto e la sua molta vivacità, ben volentieri lo raccomandò ad Antonio Basoli, pittore di ornato; il quale gli domandò che cosa sapesse fare; e sentito che non sapeva far nulla, gli offrì cinque baiocchi al giorno. Di che il giovanetto si tenne per contentissimo, ed essendo molto ingegnoso, imparò ben presto a fare tutte sorti di cornici a chiaro scuro; per il che il Basoli in capo a un mese, gli crebbe la mercede di altri dieci baiocchi. Ora io credo che nessuno soffrì sì grandi disagi, come questo buon giovane; pur era lieto di quella sua vita tanto povera e faticosa. Sappiamo che passava le giornate intiere col suo maestro; ma qual fosse il suo alloggio al sopravvenir della notte lo racconterà egli stesso con le sue parole: «Il mio alloggio poi era incognitamente nella ritirata interna d'una porta nella sala del palazzo comunale sulle panche, ove si facevano le sedute: ma incominciando a far freddo, mi comprai un pagliaccio nella via Imperiale e lo pagai otto paoli; e presa a pigione una soffitta nel largo della Paglia, vi passavo la notte studiando. «Non mancava in questo tempo di andare indefessamente la sera all'accademia di belle arti, ove furono i miei maestri il Marconi in ornato, l'Ontolini in architettura, ed il professor Santini in prospettiva, dai quali fui tanto amato, che mi obbligarono a concorrere nel secondo anno di mia dimora in Bologna; ed ottenni i premi in prima classe in ornato, ed un premio piccolo curlandese in architettura d'invenzione». Così con tutta ingenuità il nostro Luigi. Il quale fattosi un po' di credito, e accendendosi tuttavia in maggior desiderio d'imparare, accadde che il Basoli si ammalò; onde si pose alla scuola di Luigi Cini, anch'esso celebre per gli ornati; ma poi accortosi che il suo nuovo maestro era più povero di lui, deliberò di star da sè. E quando aveva fatto un po' di denaro per vivere, cessava dal lavoro: frequentava l'accademia, l'università e la pubblica biblioteca. Poi, accorgendosi di progredire sempre più negli studi dell'architettura, gli prese tanto ardire che decise di voler tentare il gran concorso di Roma: il quale durava ben undici giorni; stando i concorrenti chiusi tutto quel tempo in separate cellette. E vi si apparecchiò con grande studio ed esercizio, recandosi a memoria tutte le teorie di Vitruvio, dell'Alberti, del Palladio e del Milizia, e quanto aveva appreso di geometria e di algebra alle scuole dell'università. Egli dunque veniva con grande animo e fiducia di sè a questo concorso; nè gli mettevano alcun timore i competitori suoi, ch'avevano studiato con lui all'accademia: ma saputo ch'era giunto improvvisamente da Milano un tale, con molte lettere commendatizie, fortemente si turbò, e gli venne il dubbio che gli fosse tolto ingiustamente il premio che si prometteva certissimo. Riscaldatosi in questo pensiero, senza punto indugiare, andò dal segretario dell'accademia, ch'era Pietro Giordani, e col volto acceso e parola franca: — Dite ai professori che badino bene a fare le cose giuste; altrimenti io, benchè povera persona sia, me ne andrò a piedi a dolermi alle autorità di Milano. — Il Giordani guardandolo in viso, e preso un contegno grave: — Temerario (disse) ond'è venuta in te tanta audacia, e che sospetto è questo tuo? E chi se' tu? Credi forse d'essere il figliuolo di re Pipino? Io non ti farò del male, ma non isperare neanche ch'io ti faccia del bene. — E il giovane a lui, ravvivando l'espressione dello sdegno col rinforzare della voce: — Del vostro bene io punto non ho bisogno. — E partì. Ma poi, passatagli quella furia romagnola, cominciò a pensare fra sè medesimo ciò ch'avea fatto; e si pentiva vivamente della sua natura tanto sospettosa. E così tutto mesto e rannuvolato entrò al concorso, ma seppe bene uscirne ad onore, avendo sopra tutti gli altri suoi compagni ottenuto il premio in architettura con pienezza di voti, come l'ottenne in scultura l'amico suo Adamo Tadolini. Grandissima fu la contentezza di lui per questo premio, che gli permetteva di essere ammesso alla Accademia italiana in Roma, con pensione per quattro anni. Ma questa sua allegrezza ben tosto si mutò in pianto; però che le fatiche durate nel concorso, le veglie, l'agitazione dell'animo, e qualche trascorso giovanile gli avevano rovinato la salute. Si ammalò; e tanto si aggravò che fu creduto in fin di vita, e gli fu dato l'olio santo. Pur, aiutandolo l'età giovane e l'assistenza amorevole del suo egregio concittadino il dottore Gaiano, dopo alcuni mesi guarì. E subito partì verso Roma col Tadolini; dove giunti, furono tutti e due ricevuti all'Accademia Italiana nel palazzo di Venezia. I suoi desideri erano del tutto soddisfatti; ma ben presto, per la caduta del trono imperiale di Francia, mutate le cose, quella pensione gli mancò; se non che per opera del sommo ed ottimo Canova, fu poscia riconfermata. Non di meno furono quattro anni di disagi grandissimi, perchè, trovandosi in molta necessità, fu costretto a vendere la casetta paterna ch'aveva in Ravenna, nel vicolo di Sant'Elia, dirimpetto al convento che fu dei Carmelitani. Ciò avvenne nel 1814. In questo tempo concorse al premio annuale istituito dal Canova pei soli alunni dell'Accademia e lo meritò; giudici Giuseppe Camporese e Raffaele Stern valenti architetti di Roma. Cessatagli poi affatto la pensione, egli andò ad abitare dietro al palazzo della Consulta; ed ivi stava dà solo con un suo cane, ch'era il guardiano della casa; lavorando continuamente per procacciarsi le cose necessarie al vivere. Il Canova lo incaricò di fare i disegni della sua chiesa eretta a Possagno. Dipinse anche pel Ministro d'Austria un gabinetto nel palazzo di Venezia, e le pareti della gran sala da ballo nel palazzo Simonetta. Architettò pel conte Marconi, e dipinse in Frascati una sala semicircolare con colonne. Fece un tempietto rotondo nella villa del banchiere Silvestri di Ancona; e molte altre cose che sarebbe lungo descrivere. Benchè la professione sua fosse l'architettura, pur visto che a lui, uomo sdegnoso di chiedere nulla a chicchessia, sarebbe stato difficile avere un posto di architetto, stabilì di darsi tutto all'arte dell'intaglio. E innamorato delle bellissime stampe di Giovan Battista Piranesi (ch'egli chiamava meritatamente uno degli onori d'Italia, e si era fatto fare il busto di lui, tenendolo in grande venerazione) quelle prese a modello; e si diede tutto, anche per consiglio del celebre pittore Vincenzo Camuccini, che molto gli era amico, all'incisione. Ma sul principio non gli riusciva bene secondo il suo desiderio e bisogno onde ne provò infinito dolore, e fu quasi per lasciarsi vincere dalla disperazione; pur tentando e studiando e non perdonando a fatica per lo spazio di ben tre mesi, ebbe finalmente trovato una sua maniera di incidere che abbastanza lo soddisfece. E così senza maestro pubblicò nel 1817 cinquanta Vedute delle Fabbriche migliori di Roma dal secolo ottavo fino al diciottesimo, incise all'acquaforte; le quali furono ritenute belle, benchè, al dire di lui, fossero cose di puro studio e da principiante nell'arte. Poi fatto maggiore animo, specialmente per le lodi che glie ne diede il cav. Giuseppe Tambroni nel Giornale Arcadico, attese ad un nuovo e più grande lavoro, cioè all'opera delle Antichità Romane, in cento e una vedute; la quale fu di più pregio che l'altra, tanto egli vi pose di fatica e di amore. E ne cavò molto denaro; e, quel ch'è più, bellissima rinomanza. Sebbene egli ebbe la buona ventura di potere, mediante i nuovi scavi, disegnare i monumenti quali oggidì li vediamo; il che non poterono fare nè il Labacco nel secolo XVI, nè il Desgodets nel XVII, nè lo stesso Piranesi, benchè vissuto sino al 1778. Ma il travaglio del corpo e della mente nel misurare e disegnare dal vero i monumenti, e nel condurre le incisioni fu grande; però che narra egli stesso che faceva tre disegni e incideva tre rami al mese, non riposandosi neppure le notti. Non farà perciò meraviglia il dire che cadde infermo. Cominciò a sentirsi freddo, e dopo un poco lo prese la febbre; poi il male si fece sempre più grave, tanto che parlava in delirio. Quest'infermità lo tenne in letto sei lunghi mesi, assistito dal Lapi, che fu un buon medico di quei dì, e da due suoi amici con ogni affetto e amore. E come cominciò alquanto a riaversi, s'accorse che le due domestiche ch'aveva preso per servirlo in quella sua infermità (credendo che morisse) gli avevano rubato ogni cosa, eccetto i danari ch'egli accortamente aveva nascosto sotto un mucchio di cenere. Allora conobbe come sia sconsigliabile per l'uomo vivere solo, e alla discrezione dei servi; e se bene fosse stato sino a quel dì avverso alle nozze, cominciò a porvi il pensiero. Uscì da quella casa, e prese stanza nel palazzo Trulli al Quirinale, ma anche questa abitazione non piacendogli, comperò poi una casetta in via Felice (numero 138) come a suo luogo vedremo. Intanto, tenendo sempre rivolto l'animo a prender moglie, avvenne che una notte d'estate (correva l'anno 1822) gozzovigliando in brigata con alcuni artisti suoi amici, tutto ad un tratto venne loro in capo, essendovi un bellissimo chiaror di luna, di fare una gita a piedi a Genzano, delizioso paese, a diciotto miglia da Roma. Detto fatto si partirono; e arrivati là che era giorno chiaro, presero posto all'osteria; poi levatosi già il sole, se ne andarono a diporto per un luogo tutto ombrato di olmi detto l'Olmata. Ed ecco due ragazze, molto belle ed in età di marito, passare per quel luogo. Il Rossini giovane, di spiriti vivissimi, e tutto faceto e piacevole, innamorato di quelle bellezze, si fece loro incontro con lietissimo viso; ma quelle tra vergognose e confuse subito fuggirono. I compagni di Luigi risero assai di questa cosa; ma egli insistendo, fu sollecito a investigare e domandare, e trovò che erano figliuole di Filippo Mazzoni, farmacista del luogo. Gli bastò, nè cercò d'altro; e tutti allegri, come ciascun deve credere, si rimisero poi in via per tornare a Roma. Non passarono molti dì che il Rossini, il quale non pensava ad altro, se non di riveder quanto prima la giovane che più gli era piaciuta, senza far parola agli amici, e tolto seco un suo lavorante molto fidato, se ne tornò a Genzano; e andò diritto a casa Mazzoni; e presentatosi al farmacista, disse com'egli era così invaghito della sua figliuola Francesca, che di buon grado l'avrebbe tolta per moglie. Quel dabben uomo restò tutto confuso, udendo così impensata cosa; pur disse che avrebbe chiesto del suo essere e condizione; «e se ne avrò buone notizie (già che io punto non vi conosco) e la figliuola mia consente di ricevervi per marito, io non sarò restìo di darvela in moglie». Ma per non andare in troppe parole (che molto vi sarebbe a dire), le cose procedettero poi così bene che il matrimonio si fece il 18 dell'agosto dell'anno predetto. Abbiamo voluto toccare di questo matrimonio alquanto bizzarro (così lo chiamava egli stesso), perchè porse grandissimo piacere e sollazzo ai suoi amici di Roma, ch'eran il fiore dei dotti e dei letterati di quei dì; cioè il Biondi, l'Amati, il Betti ed il Tambroni, che gli erano stati sempre legati di particolar benevolenza. Ora, seguitando il proposito nostro diciamo, ch'egli aveva già comperata la casetta in via Felice, dove gli nacquero dalla donna sua tutti e sei i suoi figliuoli, quattro maschi e due femmine, e dove compì molte opere, che maggiormente gli diedero fama presso gl'Italiani e presso gli stranieri e comodità alla vita. E furono queste: Le antichità dei contorni di Roma — I sette Colli di Roma — Le porte e le mura del recinto di Roma — Le antichità di Pompei — I monumenti del X secolo fino al secolo XVIII — Gli Archi trionfali, onorarii e funebri degli Antichi Romani sparsi per tutta Italia — Il viaggio pittoresco da Roma a Napoli, che volle intitolato ad un suo illustre e caro amico, il cavalier Salvatore Betti — Gl'interni delle più belle chiese e basiliche di Roma — La Scenografia di Roma moderna. Tutte queste vedute e prospettive furono con grande studio, con diligenza e con amore disegnate e incise dal Rossini in quattrocento settantadue tavole, con illustrazioni storiche; e per la novità e bellezza loro erano cercate dai ricchi e dai dotti, massime stranieri; e mostrano come sieno veri e giusti gli encomii che glie ne diedero uomini molto riputati in fatto di lettere e di arti. Era il Rossini pervenuto agli anni sessantuno, e non tanto per le ben acquistate ricchezze e la bella rinomanza, quanto per la virtù della donna sua e de' suoi figliuoli, gli pareva d'essere in grande prosperità. E sopra tutto compiacevasi del suo primogenito Alessandro; amato universalmente per la bontà di costumi e dell'ingegno; dotto nelle scienze matematiche, stimato de' più valenti architetti fra' giovani di Roma, fatto ispettore dei monumenti antichi, incaricato dalla deputazione delle arti belle del restauro del Colosseo. Ond'è che sperava e quasi si riprometteva lieti e tranquilli gli ultimi anni del vivere suo. Ma vedete che cosa è il mondo, e come spesso l'uomo s'inganni, formandosi idoli d'immaginata felicità. Ecco che gli capitò la più grande delle tribolazioni, donde egli s'aspettava la maggiore consolazione. Era il giorno 13 novembre del 1851, e questo buon giovane, essendo sopra gli scavi della via Appia, tornava la sera al tardi verso Roma: ed aveva passato di poco il monumento di Cecilia Metella, quando avvenne per isciagura che il cavallo che tirava il carrozzino, rotte le redini e sentendosi libero, si mise a correre alla distesa. Allora il giovane, credendo salvarsi da quel pericolo, gittossi dal carrozzino a terra, e per la caduta che fece gli si staccò dal piede e si spezzò l'osso anteriore della gamba destra, tanto che uscì dalle carni. Era in sul tardi, come dicemmo, ed il luogo quasi deserto, sì che passarono più di due ore prima che potesse essere portato a casa sua. Come la tristissima notizia giunse al suo misero padre, e poco dopo vide dinanzi a sè il figliuolo così mal concio, pallido e sanguinoso, tanto dolore entrò nel cuor suo, che subito fu preso da paralisi. Fatto venire il Baroni, che aveva fama di essere il miglior chirurgo che fosse in Roma, questi non sapendo risolversi di fare il taglio della gamba, tanto tardò che poi non fece a tempo; onde il povero giovane, dopo diciannove giorni, morì di spasimo nelle braccia del padre suo. Il quale da quel giorno innanzi, non potè più ricevere nè allegrezza nè conforto; gli si ridestarono più forti i dolori che già aveva cominciato a sentire nella spina dorsale: dovè mettersi a letto e spesso dallo spasimo era tratto fuori de' sensi. In questo penoso stato durò ben cinque anni. E non ostante che fosse così tormentato dal male (tanto era l'amore che portava alla sua arte) si conturbava, e dolevasi grandemente che dovesse rimanere incompiuta l'opera dei Principali fòri di Roma antica, ch'aveva misurati e disegnati, e incise quaranta tavole. Ma già le forze gli mancavano e la mattina del 22 di aprile 1857, nell'età di sessantasei anni e quattro mesi, venne al termine della mortale vita. Sul suo sepolcro, ch'è nella chiesa de' padri Cappuccini, fu posta una breve ed elegante iscrizione latina, dettata dal professore Betti. Fu il Rossini professore accademico di San Luca nella classe della architettura: inscritto alla reale Accademia Albertina di Torino; alla provinciale delle Belle Arti di Ravenna, ed alla pontificia romana di Archeologia. E quanto ai suoi particolari costumi, fu uomo d'interissima fede, sollecito osservatore delle leggi. Ebbe per consuetudine tenersi lontano dai rumori delle genti, e di stare in casa per poter attendere più speditamente alla sua arte; desiderando sempre fare maggiori cose che non aveva fatte per lo addietro. Non andò mai (come ei dice) a baciare le mani nè i piedi a nessuno per accattar favori e protezioni. E stimando gli uomini per la sola virtù, non fece mai dono delle sue opere a gran signori e a principi: nè volle pur conoscere prelati e cardinali; ma bene si rallegrò vedendo spesso visitare il suo studio dai più illustri personaggi d'Europa. E per non mancare onestamente a sè medesimo, dettò le memorie della propria vita in uno stile alquanto umile, come colui che non aveva fatto studio di lettere. Nelle quali memorie si dolse a ragione, che, se bene in Roma, non fosse stato superato da nessuno in quella sua arte, pur non trovasse mai presso i governanti nessuno incoraggiamento. La sua effigie è stata ritratta in un busto di gesso, più grande del naturale, dal suo egregio concittadino e amico carissimo, Luigi Maioli, scultore, il quale n'ha fatto dono all'Accademia Ravegnana delle Belle Arti, acciò che non manchi alla patria l'immagine di questo suo illustre figliuolo.
Gioacchino Rossini Il professore Luigi Rossini di cui abbiamo riferito qui questi brevi cenni biografici, era cugino dell'immortale autore del Barbiere di Siviglia e del Guglielmo Tell: il padre dell'uno e quello dell'altro erano nati a Lugo. Singolare ventura per entrambi d'aver generato così fatti figli. Gioacchino Rossini è tanto universalmente conosciuto ed ammirato, ed è tanto nota e popolare la sua vita, che potrebbe parere affatto superfluo tenerne qui parola. Ma se moltissimi hanno scritto di Rossini, molti pure hanno errato sul conto suo, ed anche hanno falsato la verità, e da questi errori e da questa falsità hanno tratto conseguenze dannose. Gioverà quindi dirne due parole. Gioacchino Rossini nacque a Pesaro addì 29 febbraio 1792. Suo padre, il quale, siccome abbiam detto, veniva da Lugo, poverissimo, fu suonatore di corno, ed aveva pure l'incarico di ispezionare i macelli della città: sua madre, chiamata Anna Guidarini, era figlia d'un fornaio pesarese: egli fu l'unico loro figliuolo. La prima giovinezza di Gioacchino Rossini trascorse senza incidenti notevoli. Suo padre e sua madre ebbero per lui le cure più affettuose; e ne furono ricambiati come mai più teneramente e più costantemente. Il Rossini che si disse tante volte scettico e per poco insensibile, non potè mai in sua vita o parlar o udir parlare di suo padre o di sua madre, senza versar lagrime. «La freddezza e l'ingratitudine verso i genitori (egli diceva), senza scusarle mai, si possono intendere e spiegare ne' figli de' ricchi, i quali in fin del conto non costano veri sacrificii, o ben pochi. Ma la freddezza e l'ingratitudine ne' figli de' poveri, i quali ben spesso domandano a' genitori il sacrificio, non che d'altro, del pane, sono orribili mostruosità». Nel 1796 le Romagne furono invase dai soldati e dalle nuove idee della Repubblica francese. Giuseppe Rossini fece festa a' primi e accettò e professò apertamente le seconde. Fu un liberale, e, forse più che non convenisse alle povere condizioni della sua famiglia, fu un repubblicano. Tantochè tornate le cose nell'ordine di prima, perdè l'impiego e venne rimandato a casa sua, a Lugo. «E senza questo (diceva Gioacchino), invece di un compositore di musica, sarei stato o un farmacista o un mercante d'olio; giacchè per sovvenire ai bisogni stringenti della famiglia, mia madre determinò allora di abbracciare la carriera del teatro». Tra i biografi del Rossini, v'è chi afferma sua madre essere stata una cantatrice ambulante, chi una seconda donna: ma è falsa tanto l'una che l'altra notizia. Anna Rossini ebbe una bella voce, e, quantunque non sapesse di musica, era dotata di un felice istinto musicale. Venuta con la famiglia a Bologna (in quel tempo la città degli affari teatrali), ella vi esordì con buon successo nel teatro civico, e con ugual successo calcò ripetutamente le scene di Sinigaglia, di Forlì, di Ferrara, di Lugo, ecc. «Il canto di Anna Rossini (scrisse lo Zanolini), già prima fra le prime donne buffe, era, come il suo animo e come il suo volto, pieno di affetto e di grazia». Gioacchino seguiva i parenti nelle loro peregrinazioni artistiche, e assisteva, in un angolo dell'orchestra, a tutte le prove e a tutte le rappresentazioni delle opere. Il suo orecchio e il suo istinto musicale si svilupparono e si perfezionarono così in modo meraviglioso. A 10 anni aveva imparato dal padre a suonare il corno; ma, come pretendono alcuni, non è vero ch'egli prendesse posto nelle orchestre. L'idea però di cavar profitto dalla bella voce di soprano che aveva allora il fanciullo Gioacchino, e di farne un cantante, determinò suo padre a lasciarlo stabilmente in Bologna, e a provvedere alla sua educazione. Messo a dozzina da un salumaio, amico della famiglia, ebbe a maestri, per ciò che spetta al leggere, allo scrivere e al far di conto, prima un Don Agostino Monti, poi un Don Innocenzo e un Don Fini; e per ciò che spetta alla musica e alla spinetta, un Prinetti da Novara. E col Prinetti, così povero suonatore da insegnargli a far la scala con solo due dita, e così poco premuroso da addormentarsi immancabilmente appena cominciate le lezioni, erano dispetti, disobbedienze e ribellioni continue, per modo che il padre fu costretto a castigarlo solennemente. Il piccolo Gioacchino venne collocato fattorino da un fabbro ferraio. Ma a rimuoverlo dal proposito di non voler saperne nè di musica, nè di spinetta, non valse la fatica, che sentiva bassa e ignobile, di tirare il mantice, nè valse la vergogna di servir di spettacolo a' suoi compagni e agli amici di casa e ai suonatori d'orchestra che il padre gli conduceva più volte al giorno nell'officina. Valsero bensì le preghiere e le lacrime della madre. Gioacchino le promise di essere obbidiente, di studiare, di cambiar vita, insomma, e tenne la parola. Dalla scuola del Prinetti passò a quella di Don Angelo Tesei che in poco più di un anno lo rese un lettore di musica sicurissimo, un abile accompagnatore e un buon cantante. Non era allora solennità ecclesiastica in Bologna o nelle città vicine alla quale Gioacchino non prendesse parte, rimunerato per ciascun officio con tre paoli. E allora potè pure seguire la carriera teatrale della madre come maestro al cembalo per accompagnare i recitativi, e come istruttore e direttore dei cori. Nel 1807 entrò come allievo di composizione nel Liceo musicale di Bologna, diretto allora dal Padre Stanislao Mattei, che aveva fama di dottissimo, e che, per molti rispetti, lo era. Prima d'essere allievo del Padre Mattei, egli aveva scritto dei piccoli pezzi per due corni, che eseguiva col padre, e aveva scritto per la famiglia Mombelli (una famiglia di celebri cantanti) la parte de' pezzi dell'opera Demetrio e Polibio, che fece poi rappresentare a Roma nel 1812. Fra quei pezzi, tutti mirabili, era pure il quartetto, condotto con la naturalezza e con la sicurezza del genio. Dalle piccole composizioni per due corni ne cavò egli stesso, venticinque anni dopo, il bellissimo tema della fanfara a quattro corni da caccia, composta a Rambouillet e dedicato allo Schickler. Così egli scriveva quando non sapeva d'armonia, quando non aveva altra guida che l'istinto. Ebbene, dopo aver studiato sei mesi col Padre Mattei, il Rossini esitava, e vedeva scorrezioni, errori, e orrori in ogni nota. Per buona sorte però, da sè stesso aveva intrapreso il migliore e il più proficuo degli studi: chiuso nella biblioteca del Liceo, egli passava intere giornate sui capolavori, sulle sinfonie e sui quartetti dell'Haydn e del Mozart che, a meglio rilevarne le bellezze, metteva in partitura. E però quando vide che le opere di questi grandi erano tutt'altro che nette delle scorrezioni, degli errori e degli orrori che valevano a lui i più solenni rabbuffi del Padre Mattei, indovinò, intese, e prese il suo partito. In quel tempo avea studiato pure il francese e lo spagnuolo, letto molto, e frequentato persone istruite di cui apprezzava l'ingegno. E i biografi, i giornalisti, i critici, hanno detto, e le turbe degli scrittorelli hanno ripetuto, che nell'infanzia e nella gioventù Rossini fu sempre uno sfaccendato, che suo padre per farlo imparare a leggere e scrivere dovette adoperare la frusta, e che non ebbe altro merito al mondo, in tutto quello che ha fatto, se non di essere nato col genio della musica dentro al cranio. Quando poi dopo i trionfi più splendidi e gli applausi di tutto il mondo, il Rossini in età di trentasette anni chiuse la sua carriera teatrale, e non venne più fuori se non che raramente a farsi vivo con qualche lampo luminosissimo (come fu lo Stabat Mater), i critici, i biografi, i giornalisti, gli scrittorelli che non potevano spiegare il silenzio di quell'uomo che, secondo loro, non metteva più fatica a dettare una opera di quello che ci metta un usignuolo a fare un gorgheggio, vennero a dire che Rossini era avaro, che trovava meglio il suo tornaconto in non so quali traffici, ed altre simili insinuazioni. Poi lo dissero anche duro di cuore, freddo verso l'arte, avverso ai colleghi, disdegnoso, ironico, egoista, di nessuna cosa tanto curante quanto dei buoni piatti della sua cucina. I più benevoli si contentarono di fargli onore dei suoi frizzi, dei suoi motti, delle sue arguzie, dei suoi calembours. Oh chi potesse vedere che cosa sta dietro quei sorrisi, quei frizzi, quelle arguzie! Un giornale francese riporta che una sera trovandosi l'imperatore Luigi Napoleone in teatro, seppe che c'era pure Rossini, e lo mandò a chiamare. Rossini si presentò, scusandosi del suo vestiario tutt'altro che da visita... — Oh, rispose l'Imperatore, fra noi sovrani... Io non aggiungerò qui altro intorno a Gioacchino Rossini. E se parrà che io abbia detto poco di un sì grand'uomo, ripeterò quello che ho avvertito incominciando, che non fu mio proposito dettare una biografia del Rossini, ma solo notare come la sua vita confermi una volta di più due verità dolorose: La prima è, che quando taluno fa qualche cosa di straordinario, sovrattutto in fatto di arti belle, gli uomini sono troppo propensi a negargli ogni merito di lavoro e riferire tutto ad un puro e semplice effetto del genio. Mentre è certo che il solo genio, non fecondato dal lavoro, non produce nulla; o, per dir meglio, vero genio senza amore di lavoro, forse non esiste. La seconda dolorosa verità è questa, che i giudizi che si fanno da molti scrittori intorno alla vita dei grandi uomini, sovrattutto dei più popolari ed accetti, sogliono essere ingiusti, e ben sovente maligni. Se producono molto, si biasima la loro fecondità; se producono poco, si biasima il loro ozio: negli atti della loro vita privata si cerca con minuziosa perfidia ogni argomento di biasimo. Infermità dell'umana natura che fa i mediocri invidiosi, e li spinge a vendicarsi dell'altrui grandezza. Ma troppi e troppo alti sono i compensi che trovano dentro e fuori di sè gli uomini grandi, perchè queste miserie li possano toccare! |
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