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CAPITOLO SESTO
FIRENZE, SIENA, LIVORNO, PISA, LUCCA Foscolo e Byron — Galileo e Redi — Un brano delle Memorie del Goldoni — La festa di Fiesole — Pietro Thouar — Fonte Branda — Gl'intagliatori senesi — Giovanni Duprè — Pietro Giusti — Lorenzo Ilari — Pasquale Franci — Ricordi e biografie del signor Francesco Pera — Ernesto Rossi — Giuseppe Orosi — Salvatore Marchi.
Ugo Foscolo in Toscana scriveva «... In queste terre beate ove si ridestarono dalla barbarie le sacre muse e le lettere, dovunque io mi rivolga, trovo la casa ove nacquero e le pie zolle dove riposano quei primi grandi Toscani: ad ogni passo ho timore di calpestare le loro reliquie. La Toscana è tutta quanta una città continuata, è un giardino, il popolo naturalmente gentile, il cielo sereno, e l'aria piena di vita e di salute...». E questo sommo nostro scrittore salutò Firenze con così splendidi versi, che, per quanto noti, non mai abbastanza si ripetono, e qui ancora mi piace riferirli:
«... Io quando il monumento Vidi ove posa il corpo di quel grande Che temprando lo scettro a' regnatori, Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela Di che lagrime grandi e di che sangue; E l'arca di colui che nuovo Olimpo Alzò in Roma a' Celesti, e di chi vide Sotto l'etereo padiglion rotarsi Più mondi, e il sole irradiarsi immoto, Onde all'Anglo che tant'ala vi stese Sgombrò primo le vie del firmamento: Te beata, gridai, per le felici Aure pregne di vita, e pei lavacri Che da' suoi gioghi a te versa Apennino! Lieta dell'aer tuo veste la luna Di luce limpidissima i tuoi colli Per vendemmia festanti; e le convalli Popolate di case e d'oliveti Mille di fiori al Ciel mandano incensi. E tu prima, Firenze, udivi il carme Che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco; E tu i cari parenti e l'idïoma Desti a quel dolce di Calliope labbro Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma, D'un velo candidissimo adornando, Rendea nel grembo a Venere celeste».
Ugo Foscolo era cultore ardente ed esclusivo delle muse, delle arti letterarie, siccome egli stesso disse: onde qui non diede a Firenze tutto quel merito che le spetta. Cultore delle muse e filosofo, pur parlando di Firenze, si è dimostrato Byron, quando disse:
«But Arno wins us to the white walls, Were the Etruriam Athens claims and keeps A softer feeling for her fairy halls. Girt by her theatre of ills, she reaps Her corn, and wine, and oil, and Plenty leaps To laughing life, with her redundant horn, Along the banks where smiling Arno sweeps Was modern luxury — of Commerce born, And buried Learning rose, redeamt'd to a new morn.
Il poeta inglese celebra i suoi lavori dell'agricoltura così diligentemente accuditi e sapientemente condotti in Toscana, e canta il risorgere delle scienze che ebbe principio in Italia per opera di Galileo. Il Mascheroni, poeta scienziato, disse di questo grande e sventurato innovatore che egli:
«... primo infranse L'idolo antico, e con periglio trasseA la nativa libertà le menti».
Galileo ha iniziato in Toscana, a benefizio dell'umanità, quella immensa rivoluzione che mettendo in onore l'osservazione diretta e lo sperimentare, dimostrò la vacuità di tutti quegli assiomi bugiardi che non si fondano sulle osservazioni e gli sperimenti. Gli effetti di questa rivoluzione ogni giorno si fanno più benefici all'uomo tanto moralmente come materialmente, e con progressione sempre più rapida ciò seguirà finchè starà l'uman genere sulla terra. La cultura, l'istruzione, sempre più s'allargheranno pel mondo, e da ogni parte del mondo l'uomo colto ed istruito avrà caro di venir ad inchinarsi reverente alla tomba di Galileo. Fortunata città invero, dove hanno vissuto tanti sommi ingegni, ognuno dei quali basterebbe ad onorare una nazione! Piacemi qui trattenermi un istante a parlare di Francesco Redi. Fu molto ammirato come forbito scrittore, come medico, e come poeta, ma non abbastanza per quello che fu suo maggior merito, come naturalista. Coll'osservazione e l'esperimento, Redi riuscì a dissipare errori al suo tempo comuni o radicatissimi, ed a far trionfare la verità; ed in giorni di grand'isolamento e di scarsissime comunicazioni riuscì dalla sua Firenze a tenersi informato di quanto nel campo della scienza si era fatto e si veniva facendo in ogni parte del mondo. I lavori di storia naturale del Redi saranno sempre guida preziosissima allo studioso intorno al modo di procedere nelle ricerche, e di dedurre dalle osservazioni le giuste conseguenze, modelli inarrivabili di semplice e limpidissima esposizione, di fine criterio, e di erudizione tanto vasta quanto fruttuosa ed eletta. Il culto delle scienze progredì di pari passo in Toscana con quello delle lettere e delle arti belle, e ciò fino ad oggi. Mentre il Tommaseo andava raccogliendo i canti popolari di quella bella provincia che tanto piacquero agl'Italiani, e Giuseppe Giusti ne andava raccogliendo i proverbi, Cosimo Ridolfi diffondeva i migliori principii di agricoltura, e colle sue lezioni dava prova di tutto il bene che può produrre un insegnamento impartito a dovere. Ogni Italiano nato fuori della bella provincia, ad essa sempre volse i giovanili più caldi pensieri, e segnò come lietissimo fra i giorni della sua vita quello in cui potè visitare Firenze. Ma questi visitatori hanno sempre trovato tutto bene nella città sospirata? Vi dirò due fatti, molto lontani l'uno dall'altro, che provano tutti e due come l'amore dell'ozio e del dolce far niente guastassero spesso le belle doti dell'ingegno fiorentino, e come nel dolce idioma della gentile città s'incarnasse talvolta l'espressione di cotesto peccato d'accidia. Nel 1746 il Goldoni, in procinto di lasciare Firenze, fu invitato ad assistere ad una seduta dell'accademia degli Apatisti. Egli era stato altre volte alle sedute di quell'accademia; ma quel giorno si trattava di vedere il Sibillone, divertimento letterario che si dava di tempo in tempo, ed al quale non aveva ancora assistito. Che cosa fosse quel divertimento, dirò colle stesse parole del celebre avvocato veneziano: «... Il Sibillone, o la gran Sibilla, è un ragazzo di dieci o dodici anni, che vien posto in una cattedra in mezzo della sala dell'assemblea. «Una persona qualunque il caso voglia del numero degli assistenti, indirizza una domanda a questa giovane Sibilla; il ragazzo deve nell'atto stesso pronunziare un termine, e questo è l'oracolo della profetessa, ed è la risposta alla questione proposta. «Queste risposte, simili oracoli, dati da uno scolaro senza avere il tempo della riflessione, non hanno per lo più senso comune, e perciò sta sempre accanto alla cattedra uno degli accademici, il quale alzandosi dalla sedia, sostiene che la Sibilla ha ben risposto, accingendosi a dare, nel momento, l'interpretazione dell'oracolo...». Andò dunque il Goldoni all'accademia degli Apatisti a vedere il Sibillone, ed ecco il modo in cui racconta egli stesso quello che ha veduto: «... L'interrogante, che era forestiero come me, pregò la Sibilla di avere la compiacenza di dirgli, perchè le donne piangon più spesso e più facilmente degli uomini. La Sibilla per risposta, pronunziò la parola paglia, e l'interprete indirizzando il discorso all'autore della questione, sostenne, che l'oracolo non poteva essere nè più decisivo, nè più soddisfacente. «Il dotto accademico interprete, ch'era un abate di circa quaranta anni, grasso, grosso, e di una voce chiara, sonora e piacevole, parlò per tre quarti d'ora continui. «Incominciò a far l'analisi di tutte le piante fragili, provando che la paglia sorpassa tutte nella leggerezza. Dalla parola paglia passò alla donna, e percorse con non minor velocità che chiarezza il corpo umano, con una specie quasi di raggio anatomico. Fece il dettaglio della sorgente delle lacrime nei due sessi, persuadendo della delicatezza delle fibre nell'uno, e della resistenza nell'altro. Terminò insomma con dolcemente lusingare le signore, che vi si trovavano presenti, attribuendo le belle prerogative della sensibilità, alla debolezza; passando però sotto silenzio quei pianti, che riconoscono una violenza o comando». Ecco il secondo fatto Ventinove anni or sono arrivava in Firenze da una lontana provincia d'Italia un giovinetto che poi ebbe segnalato nome in quella città, cui porta vivissimo affetto. Pochi giorni dopo il suo arrivo andò alla posta, e la trovò chiusa. Erano appena le due pomeridiane. Si volse intorno, e domandò al primo venuto che cosa quello significasse; e questo gli rispose con quel purissimo accento toscano che tanto rapiva il nuovo arrivato — O non sapete! È festa a Fiesole! Ei faceva ancora le meraviglie come la festa di Fiesole determinasse la chiusura della posta a Firenze, quando gli feriron l'orecchio certe frasi curiose che gli spiegaron l'enigma. In Firenze a quei tempi, si usava dire far l'ora per consumare un certo tempo nell'ozio, e tra il popolo minuto il cessare del lavoro si chiamava far festa, come se il lavoro fosse una pena, un lutto. I maligni dicono che Firenze abbia un po' abusato del divertimento del Sibillone e delle feste e delle mezze feste. Noi ripeteremo invece quanto di Firenze ha detto Fazio degli Uberti:
«L'Arno, la Grieve, il Mugnone, la Pesa Fregiano il suo contado con più fiumi, Che sono alla cittade gran difesa; Di belle donne con vaghi costumi, D'uomini accorti a saper dire e fare; Natura par che per tutto v'allumi; Le acque sono chiare e puro l'aere, Odorifere piante, e 'l ciel disposto A viver sani, e molto ingenerare».
Gli uomini insigni che vivono a Firenze sono troppo in vista in questa città cui si fa capo oggi da ogni parte d'Italia, perchè giovi qui tenerne discorso. Mi limiterò pertanto a dire qualche parola d'un benemerito fiorentino amato e conosciuto pe' suoi scritti in tutta Italia, mirabile per le sue virtù e la nobile vita. Questo benemerito fiorentino è:
Pietro Thouar Nacque in Firenze addì 23 ottobre 18o9 e precisamente nel popolo di Santa Maria Novella, di poverissima famiglia. Suo padre si chiamava Francesco, e sua madre Zenobia di Francesco Bensi. La madre del Thouar fu donna eletta, d'animo nobilissimo, ed ebbe gran parte nel dirigere a buona meta le azioni del figlio giovinetto. Quelle ottime madri che il Thouar seppe tanto bene descrivere nei suoi racconti, sono ritratti che amorevolmente egli ha fatto della propria ottima madre. Le prime scuole in quel tempo eran tenute da maestre; cosa buona in sè stessa, e cui oggi con vantaggio si tende a ritornare. Ma quanto diverse allora! Il Thouar raccontava spesso che la maestra da cui andava ad imparare l'alfabeto, tra le altre cose lo obbligava a pulire il riso. Più tardi il Thouar fu messo a scuola dagli Scolopi, e qui accadde un fatto singolare. Egli si mostrava pronto d'ingegno e laborioso, ma era indisciplinato. Il futuro educatore del popolo, così amorevole, così dolce, così mite, così assennato, faceva disperare i suoi maestri, che se ne lagnavano con suo padre dicendogli che non era possibile ottenere qualche cosa di buono da quel ragazzo. Il padre s'appigliò ad un partito violento: pose il figliuolo in Monte Domini, o Ricovero di Mendicità, e ve lo lasciò qualche tempo. In uno dei suoi racconti pei fanciulli egli adombrò più tardi questo episodio della sua vita. Ritornato in famiglia, la sua buona indole e l'amore intelligente della madre fecero sì che si desse con buon volere allo studio, e al fermo proposito di non addolorare colla sua condotta i genitori. Suo padre voleva far di lui un computista, destinato poi a diventare maestro di casa, od impiegato in qualche amministrazione. Egli aveva in uggia una tal prospettiva, amava la poesia e l'amena letteratura. Crescendo il contrasto, fu ad un pelo di lasciar la casa, e fare il comico nella compagnia Domeniconi. La buona madre valse ancora a distrarlo da quel disegno, e tanto seppe fare, ch'egli deliberò di mettere al tutto giudizio, cominciare una soda educazione morale di sè stesso, e correggersi dei propri difetti. Per sollevare i suoi genitori poverissimi volle incominciare a fare qualche guadagno, ed entrò come correttore di stampe nella tipografia Batelli, poi s'occupò presso quel valentuomo che era il Vieusseux, al quale attribuiva sovente più tardi i suoi primi successi nella carriera letteraria. Fu preso allora d'un amore ardente per la lingua, non quella di tanti discorsi accademici e di tanti libri, ma la lingua schietta, pura, semplice, naturale. «A forza dunque di studiare sul vero, il Thouar giunse a farsi uno stile piano, scorrevole, pieno di serenità come una bella mattinata del nostro cielo toscano, stile in cui egli fu eccellente maestro e che ha servito a tanti di lezione. Fra gli altri ho sentito raccontare che il nostro Manzoni si è sempre dilettato di quella facile prosa del Thouar, di cui sul proprio tavolino egli tiene sovente i Racconti. «Il Thouar, come amava la lingua viva, così aveva nel concetto che la letteratura non ha da essere una lettera morta, ma sibbene una immagine animata della natura e della vita. E la natura amava di affetto profondo, e il dolce aspetto dei campi aperti, dei verdi poggi, dei cieli sereni gli rallegrava lo spirito: e dal lungo passeggiare per la campagna toscana, gli veniva conforto all'anima ed al corpo. Era camminatore infaticabile, e alcuni suoi compagni di scuola ricordano ancora come egli si fosse fatto il loro svegliarino e condottiero. Tutte le domeniche, prima del far del giorno, il nostro Pietro balzava dal letto, usciva fuori, andava alle case degli amici, li faceva destare, e in cinque o sei si mettevano alla campagna, salivano per le colline circostanti; e cantando lietamente, e discorrendo di storia e d'altro spendevano la loro giornata in marce forzate: poi rientravano in Firenze fieri e contenti. Ma accompagnato o solo, il Thouar era un indefesso osservatore delle cose e degli uomini. Le scene campestri sempre così nuove e svariate erano un continuo pascolo alla sua immaginazione, e quasi direi che fra l'indole di lui, che sempre più andò facendosi mite e serena, e la natura del paese toscano, eravi un intimo rapporto. Una natura più ardente o più fosca non sarebbe convenuta a quell'anima gentile di Pietro Thouar, a cui erano ignote le passioni esaltate, mentre era pieno di tranquillo e melanconico sentire e contemperava in ordinata armonia le volontà e gli affetti. Spesso lo si vedeva correre le polverose vie maestre, salire per l'erta delle montagne, soffermarsi nelle popolose borgate di cui la Toscana è piena, mettersi a discorrere con contadini e pigionali, ora in qualche bottega, ora pei viottoli de' campi, o seduto su qualche muricciolo della strada. Studiare i costumi, osservare i bisogni del popolo, formava la parte morale e più importante di quei suoi viaggetti per la campagna. La vita del povero e dell'artigiano era un libro di cui spesso egli apriva le pagine non di rado piene di lagrime e di dolore. Nato popolano, Thouar visse tra il popolo la prima sua gioventù; ebbe dunque campo di conoscerlo, e poco alla volta principiò a vedere ciò di cui questo popolo sentiva bisogno. Fu allora che incominciò la sua missione letteraria ed educatrice». Queste parole intorno a Pietro Thouar furono scritte da Napoleone Giotti, e ho voluto riferirle perchè dettate con molto affetto e con molta leggiadria di stile. Fatto il santo proponimento di consacrarsi all'educazione del popolo, il Thouar guardò d'onde convenisse cominciare. Vide che l'unico libro di lettura che allora corresse per le mani dei popolani era il Lunario del Baccelli, il quale profetizzava il caldo nella state e il freddo nell'inverno, e dava i numeri del lotto mantenendo vivi quei pregiudizi e quelle storture che pullulano nella classe laboriosa, e fece un nuovo lunario, il Nipote di Sesto Caio Baccelli, che subito fu accolto non solo dagli operai ma anche dalla gente più colta; si volle sapere chi fosse l'autore di quel libretto scritto con tanto bel garbo e così buone intenzioni, e gli furono fatte molte lodi e molta festa. Egli prese a meditare più intensamente intorno al modo d'ottenere dal suo lavoro i migliori effetti, e tutta la sua vita fu consacrata alla santa impresa. Lasciamo parlare ancora il signor Napoleone Giotti: «... La morale insegnata per via d'esempi parve al Thouar uno dei modi più efficaci per imprimerla nell'anima del popolo e dei fanciulli. Guidato da questo concetto fu egli assiduo scrittore di racconti, sia per le genti artigiane, come pei ragazzi del povero e per quelli del ricco. E crederei far torto alla fama ben meritata da lui, col volermi dilungare nelle lodi di questi suoi Racconti, nei quali alla più schietta morale va congiunta una cara semplicità di stile, uno svariato e sempre vivo mutarsi di scene domestiche, e di storie affettuose; l'invenzione a lui non fa mai difetto, e sa colorire i suoi argomenti con i colori d'una castigata fantasia, mentre dall'altro canto arriva sempre a commovere le più riposte fibre del cuore umano. Ora ci conduce in mezzo ai fanciulli, ci rivela le loro prime gioie e i loro primi dolori; ai ragazzi infonde il sentimento del dovere: a quelli poveri dice: assuefatevi al lavoro, perché, lavorando, avrete men dura e più onorata la vita: a quelli ricchi impone la modestia del loro grado, la carità verso i miserabili, il bisogno di avvezzarsi fino da piccoli ad aiutare il prossimo, e a coltivare lo spirito onde distinguersi da quella feccia dorata che trascina negli splendidi palazzi la vergognosa ignoranza. Questi semplici Racconti ci disegnano innanzi delle care e commoventi figure: la nonna vecchia e inferma che è consolazione dei suoi nipotini, la madre amorosa che culla, alimenta, corregge i suoi figliuolini: il padre che lavora contento per dar pane alle sue creature: ora ci consoliamo delle gioie dei figli del povero industrioso e galantuomo: ora ci affligge la vista dei patimenti e delle tribolazioni a cui vanno condannati i fanciulli per colpa dei traviamenti e della spensierataggine dei loro genitori. Così pose insieme i suoi Racconti per fanciulli. «Quindi Thouar prende per mano il fanciullo addivenuto giovinetto, e lo guida tra le diverse vicende della vita, esponendogli i pericoli ai quali va incontro, e che deve saper superare a forza di coraggio, di virtù e abnegazione. Allora i suoi Racconti pei Giovinetti e il Saggio di Racconti offerto ai Giovinetti italiani prendono un tono più elevato: altre scene la sua immaginazione ci presenta dinanzi, più gravi doveri narrando egli insegna: e finalmente coi Racconti offerti alla gioventù la sua penna detta pagine d'un interesse altamente sociale, consigliere amoroso ispira l'amor della famiglia e della patria, questi due cardini potenti dell'umana società. Ma il Thouar è un narratore sempre sereno, sempre tranquillo; più che altro la sua fantasia va in cerca di quelle situazioni nelle quali si vede la virtù sempre bella, anche quando calpestata e battuta. Nulla d'esagerato, nulla di forzato, di eccessivamente spinto, in quelle sue semplici storie. Sia che v'introduca nel tugurio, sia nel palazzo, cerca sempre d'ispirare la pietà per il misero che langue, e il perdono pel fortunato che si dimentica dei suoi doveri: certe piaghe egli tocca, ma con mano prudente, nè tutto osa sollevare il velo da cui sono coperte. Alcuni lo dissero troppo ottimista: ma alla bontà del suo animo ripugnava svelare in tutta la sua deformità il vizio, e del resto lo scopo a cui erano rivolti i suoi Racconti gl'imponeva dei riguardi, che egli doveva e voleva rispettare. Giova ricordarsi che egli scriveva per ragazzi e per giovanetti: questa era la sua missione, e chiuso in tali limiti non poteva oltrepassarli senza incorrere nel pericolo che i suoi scritti venissero a deviare da quell'intento a cui dovevano servire. Fra i Racconti per il popolo, Le Tessitore e La Buona Madre sono due storie da cui la gente artigiana potrà sempre ricavare utili insegnamenti. Il Thouar voleva che la pittura della virtù superasse quella del vizio, sapendo bene come i virtuosi esempi abbiano valore di correggere e di edificare; così mirò sempre a che dalla lettura delle sue narrazioni l'anima uscisse sempre consolata, migliorata, commossa da dolce pietà, non straziata, non desolata, non abbattuta di lutti e di lugubri e tetre istorie. «Trattò anche il Racconto storico, e bei modelli offerse nel Carlo Graziani, nel Cecchin Salviati, e più specialmente nell'Annalena, che sarà sempre un esempio da imitarsi per chiunque dal volume delle patrie istorie voglia ricavare materia di racconto abbellito dai colori della fantasia. Il Thouar amò anche riandare le vite degli uomini celebri, e specialmente di quelli che a forza di stenti e di sacrifizi s'erano levati in fama, e che usciti dal tugurio del povero erano pervenuti a rendersi benemeriti del loro paese e dell'umanità. Nè posso trascurare di far parola delle biografie di uomini illustri che il Thouar diede alla luce, come sarebbero quelle di Dante Alighieri, di Cimabue, di Giotto, di Lorenzo Ghiberti e altri; biografie scritte in un modo così originale, così pittoresco, così attraente, da commuovere il cuore e dilettare grandemente i giovani leggitori. Sarebbe stato desiderio che egli avesse scritto un maggior numero di queste biografie le quali avrebbero formato un volume da far decoro alla nostra letteratura. Egli veramente avrebbe potuto essere il Plutarco della gioventù, nè io conosco chi al pari di lui abbia saputo trattar questo genere con tanta facilità e con tanta grazia di stile. «E se pur si discenda a parlare dei suoi scritti per l'istruzione intellettuale, noi avremo anche qui materia di lode per il benemerito scrittore. Il Thouar fu di quelli che mirò a rendere l'istruzione meno spinosa e più agevole, e intese a togliere da quel cammino le spine e spargervi i fiori, cercando però che al metodo spedito corrispondesse il profitto che ne dovevano ricavare i fanciulli e i giovanetti. Ed ora che non scarsa eredità di operette egli ha lasciate morendo, noi possiamo misurare tutto il cammino da lui percorso e conoscer quanto abbia lavorato con assidue fatiche nel campo della Pedagogia. Lo vediamo dipartirsi dai primi rudimenti con il Sillabario e le Letture graduali, e così di mano in mano ascendere la scala delle cognizioni umane, ora toccando delle scienze naturali, ora di storia, ora di geografia, prendendo a dettare un libretto di Aritmetica elementare pei fanciulli, quasi avesse desiderato tutto intero comporre l'edificio dell'istruzione popolare. «Altro modo d'istruzione morale pose il Thouar in opera, e fu il teatro, pel quale egli scrisse i suoi Componimenti Drammatici. Ricordiamoci che non erano riserbati a pubbliche scene, ma a privati teatri nelle case di educazione, e destinati specialmente alla morale istruzione dei fanciulli e dei giovanetti. Da questi componimenti i nostri scrittori da teatro, se non potranno imparare quella vis comica che si richiede dalla commedia serbata al pubblico che vuole divagarsi dalle cure giornaliere e ridere a spese del vizio smascherato e flagellato, potranno però con loro profitto valersi di quella prosa a dialogo, pura sempre e scorrevole, ed evitare così di lardellare i loro componimenti di modi di dire che non son nostrali, ma tengono piuttosto del forestiero, e più che altro paiono attinenti alla Talìa francese. «Varie operette tradusse anche il Thouar, e insegnò come veramente s'abbia a tradurre, anzi dirò meglio rendere italiane le cose venute di fuori. E anche siffatti lavori conduceva con grande amore, tra i quali basti ricordare la versione da lui fatta della Mitologia del Noel e Chapsal, il libro di lettura giornaliera di Lebrun, I tre mesi sotto la neve del Porchet e il Battistino del Jeanel, che fu una delle sue ultime fatiche. «Una bellissima e molto accurata Guida di Firenze pubblicò il Thouar, all'occasione del Congresso degli Scienziati, che fu tenuto nella nostra città l'anno 1843. E di lui esistono varie Memorie scritte durante il tempo che sedette segretario dell'Accademia dei Georgofili; memorie le quali sempre più fanno chiaro quell'affetto ch'egli portava alle classi bisognose, e come sapesse intendere le libertà economiche, dottrina specialmente nata in Toscana. Si hanno di lui anche alcune poesie, ove regna un gentil sentimento, e bellamente in versi italiani tradusse l'Ester di Racine». I lavori del Thouar fecero chiaro ed amato il suo nome in tutta Italia, e con intensa gioia non disgiunta mai da nobile modestia egli ne vide gli ottimi effetti. Oggi gli avrebbero dato, se non ricchezza, una agiatezza discreta. Anche allora gli diedero tanto da potere, cosa per lui desideratissima, aiutare nella loro vecchiaia i genitori diletti. Nel 1841 ebbe un impiego nella pubblica istruzione, e sposò la sorella di uno dei suoi più cari amici, Luisa Crocchi, donna che aveva cuore per amarlo e comprenderlo, e gli fu compagna diletta e coraggiosa nei travagli che ancora ebbe a sopportare. L'animo suo dignitoso rifuggiva dalle cortigianerie: era quindi stimato dal governo lorenese, ma non amato. Invitato ad un colloquio dal Granduca, trovò modo di scansarlo, e la cosa non gli fu mai perdonata. Nel 1848 fu nominato direttore della Pia Casa di Lavoro, o Monte Domini: vi trovò molte irregolarità ed errori di amministrazione, ed operò radicali riforme che in parte rimasero anche dopo. Per troppo breve tempo però egli tenne quel posto, scacciato subito dalla restaurazione del 1849. Gli fu anche inibito allora d'esercitare il magistero nei pubblici e privati istituti, volendoglisi in questo togliere ogni mezzo di sussistenza. Egli non si perdè d'animo, e ricorse all'assiduo lavoro letterario con cui potè provvedere sufficientemente ai suoi casi. Salutò con gioia il 1859, propugnò gagliardamente l'unità contro quelli che volevano la Toscana isolata, e fu tra i deputati eletti in Firenze, che, interpreti del sentimento popolare, votarono unanimi la annessione al Piemonte. Nel 1860 fu posto a capo della scuola magistrale de' maschi nel chiostro dell'Annunziata, la quale fu presto popolata di scolari, giacchè molti padri amavano avere i loro figliuoli avviati all'istruzione e alla virtù dal maestro cittadino. Troppo poco dovea durare in quel posto. L'anno seguente, quand'appunto incominciava a sentire la soddisfazione del buon avviamento del suo Istituto, repentinamente per polmonite seguita da febbre migliare, veniva rapito all'amore della consorte, degli amici, del paese. Pietro Thouar da una condizione umile, figlio di ottimi genitori ma poveri (in Firenze si diceva che la madre fosse stata lavandaia), adagio, adagio rifà la propria educazione, s'impone dei doveri, li adempie; studia per sè, poi dagli studii proprii trae materia a far qualche libricciuolo, e con il compenso che ne riceve dagli editori comincia a comprarsi qualche mobile di legno bianco, necessario per la sua stanzetta da studio che nel 1840 aveva sopra un orticello in via San Gallo. Poi fa nuovi libri, e riceve nuovi aiuti. Dà lezioni, assiste con i suoi consigli gli editori, diventa un maestro cercato e gradito molto. E allora presentandosi all'orizzonte un avvenire meno incerto, egli si determina a prender moglie. Il nuovo stato lo eccita a lavorare di più, e neppure mezz'ora della giornata è sprecata: i guadagni aumentano, ed egli aumenta le proprie comodità. Quantunque modestissimo, amava una certa eleganza non profumata, ma casalinga, ed eccolo soddisfare questi piccoli e grati bisogni, e lavorare sempre, e divertirsi talvolta, sino a che arrivò a formarsi un interno di casa comodo e piacevole. E tutto ciò da sè, col lavoro, colla sobrietà, col risparmio chè nessuno più di lui avrebbe potuto appropriarsi quei versi del Parini:
«Me non nato a percuotere Le dure illustri porte, Nudo accorrà ma libero Il regno della morte.»
Moriva il primo del mese di giugno, vigilia della festa nazionale, alla quale egli con tanta gioia avrebbe assistito conducendo in coro i suoi piccoli scolari a cantare gli inni alla patria italiana! Quella sera stessa, mentre la sua salma era ancora in casa, fu visto alla sua finestra sventolare la bandiera tricolore e accesi i fanali: così la vedova desolata credeva soddisfare a un desiderio dell'amato consorte, malgrado che l'animo suo fosse contristato dalla maggior sciagura che a donna possa accadere. —— Per quella strada che vi era più pianaNoi ci traemmo alla città di Siena, La quale è posta in parte forte e sana: Di leggiadria, di bei costumi è piena, Di vaghe donne e d'uomini cortesi; E l'aer è dolce, lucida e serena.»
Così ha detto Fazio degli Uberti; e parecchi secoli dopo, Alfieri, amantissimo di Siena, esclamava:
Fonte Branda mi trae meglio la sete, Parmi, che ogni acqua di città latina.»
La qual Fonte Branda, sia detto ciò fra parentesi, non è, contro la generale credenza quella del falsatore mastro Adamo, il quale aveva sempre innanzi,
«Li ruscelletti che de' verdi colli Del Casentin discendon giuso in Arno Facendo i lor canali freddi e molli.»
e pensava ad una fonte dello stesso nome nel Casentino, dove egli appunto aveva falsificato i fiorini. La Fonte Branda di Siena fu menzionata dal Boccaccio nel suo libro De fontibus, e merita ad ogni modo d'essere visitata dal forestiero. Da parecchi secoli Siena va segnalata pei lavori dei suoi intagliatori in legno; la più gran parte de' mirabili intagli antichi che s'ammirano anche oggi, non nelle Chiese di Siena soltanto, ma di Piacenza, di Orvieto, ed altre parecchie città italiane, son dovuti a Senesi. La storia ricorda i nomi di Giovanni ed Antonio Barili, nipote e zio, intagliatori senesi segnalatissimi. Ora quest'arte gentile e tutta italiana, ch'ebbe tanto favore in passato e poi fu quasi al tutto abbandonata, tende a riprendere il suo posto: e Siena è nuovamente la città dove essa è più coltivata. Guidi avo e nepote, Manetti, Savini, Becheroni, Barbetti, Bursagli, Lombardi, Marchetti, Leoncini, Lavaglini, Sorini, Bartolazzi, Ferri, Salomoni, Gargini, Betti, Gori, Querci, Castrucci, Del Lungo sono tutti moderni intagliatori senesi che hanno fatto onore coi loro lavori in legno ed in avorio alla città nativa e a tutta Italia. Sono Senesi ed hanno dato opera a lavori d'intaglio Giovanni Duprè e Pietro Giusti il primo temporaneamente, il secondo permanentemente. Nè Siena va senza pregio di artisti celebrati, di lodati scrittori, di scienziati notissimi, e accoglie fra le sue mura una schiera di patrizi, continuatori delle nobili e generose tradizioni degli avi, e solleciti tanto delle patrie glorie e del decoro delle arti, che accordano efficace e feconda protezione agl'ingegni, e valido aiuto a' primi tentativi de' giovani artisti: è dovere di questo libro attribuire ad essi non poca lode e non piccola parte nelle glorie di quella celebre ed antica città.
Giovanni Duprè. Il nome oramai glorioso nella storia dell'arte contemporanea e destinato a gloria anche maggiore fra coloro che questo tempo chiameranno antico ha una desinenza che arieggia il francese, ma l'uomo è senza dubbio un italiano, e basta guardare in faccia Giovanni Duprè per riconoscerlo fra mille come un figliuolo d'Italia. Su quel volto, modellato in linee purissime e soffuso d'un costante pallore che non è senza grazia, sotto la fronte spaziosa, ombreggiata da una folta e morbida chioma, brillano due occhi che parlano prima della bocca: due occhi vivissimi, dolcemente alteri e imperiosi, donde la fiamma del genio scaturisce fuori tratto a tratto in lampi che rischiarano quella fisonomia così mutabile ed espressiva. Sono veramente gli occhi dell'artista che dentro all'informe blocco di marmo vede e contempla la statua nascosta e accarezza le forme eleganti e divine velate agli sguardi profani dal freddo e duro involucro della materia. Giovanni Duprè nacque a Siena nel 1817, mentre dalle rovine del Consolato e dell'Impero, sorgeva una società nuova, erede de' principii immortali della rivoluzione francese, ma desiderosa di raccogliersi nella quiete dei buoni studi come in dolce riposo dopo le lotte sanguinose e le paurose tempeste del periodo napoleonico. Quando l'astro di Canova volgeva pian piano al tramonto la stella di Duprè si levava appena al balzo d'oriente illuminata da' primi albori di vita. Il padre, modesto intagliatore, guadagnava laboriosamente la vita scolpendo in legno quegli ornati primitivi, quelle goffe imitazioni che erano allora l'espressione d'una scuola d'intaglio tuttavia incipiente e mal sicura. Il lavoro procedeva a sbalzi, a intervalli, con penosissime alternative di riposi forzati e di mal retribuite fatiche onde la penuria sedeva spesso al focolare di famiglia, nè si poteva poi dire che la pace e l'amore consolassero sempre gli animi agitati dei coniugi Duprè. La moglie sapeva soffrire e tacere, cercando e trovando nell'affetto materno ineffabili gioie, ma il marito avvezzo alle emozioni d'una vita nomade ed irrequieta, quando le necessità del suo mestiere lo chiamavano qua e colà per le varie città di Toscana, dimenticava troppo spesso le virtù ed i dolori della sua rassegnata compagna. Quando Giovannino ebbe cinque anni, egli venne a Firenze, colla madre e col padre chiamato in fretta a prestar l'opera sua ai lavori di quel palazzo Borghesi che si era così rapidamente innalzato dalle fondamenta. Il fanciullo guardava con una certa curiosità le produzioni della mano paterna, ma nella mente infantile il misterioso lavorio della natura gettava i semi di più nobili e più sublimi aspirazioni. Più procedeva negli anni e più pareva restio a seguire i consigli del padre, che lo voleva a ogni costo continuatore del suo ingrato mestiere. L'occhio distratto cercava nel vuoto la rivelazione di forme più gentili e più care; la mente innamorata del bello e del vero sognava più alti destini. Vagando dietro la guida paterna per le vie di Firenze accarezzava collo sguardo quel popolo di statue che parla un muto ma eloquente linguaggio alle anime grandi, e ne' frequenti passaggi per Borgognissanti contemplava cupidamente quella miriade di statuette d'alabastro che biancheggiavano nelle chiuse vetrine de' rivenditori, così procacemente pudiche nella loro casta nudità. E gli pareva che l'ultima e più sublime delle sue aspirazioni fosse proprio la creazione di quelle statuine così graziose e gentili, e che la suprema felicità della sua vita stesse nell'animare collo scalpello e colla lima quel mondo fantastico di angioletti, di ninfe, di semidei e di vergini che gli ballavano continuamente nel cervello una ridda vertiginosa e popolavano di sogni le sue notti agitate. Di qui un desiderio smanioso di tratteggiare sempre e dovunque le linee armoniose della figura umana, uno studio incessante di procurarsi un momento di libertà per affidare al vergine candore d'un pezzo di carta i primi tratti ancora incerti e dubbiosi della inesperta matita. La notte, quando tutto taceva nella modesta abitazione, Giovannino rubava qualche ora di riposo, e al fioco lume d'una lucernina sedeva al desco e si studiava di riprodurre col disegno alcuna delle cose vedute e lottava colla fatica e col sonno, finchè stremato di forze, piegava languidamente il capo sulla stanca manina e si addormentava placidamente sopra le presaghe carte, principio e promessa della gloria futura. Il padre vedeva di mal'occhio coteste tendenze del figliuolo. Ne' suoi progetti d'avvenire egli aveva fatto del suo Giovannino un intagliatore come lui. L'esercizio di quel mestiere dava il pane quotidiano, scarso, sudato, ma sempre pane!... Temeva gli studi, lunghi, difficili, necessari, come argomenti che allontanavano sempre più l'epoca sospirata in cui il fanciullo, divenuto adolescente, poteva essere d'aiuto e di sollievo alla famiglia. E poi, a dirla tutta, il babbo, un po' troppo preoccupato di questo suo disegno, non aveva punto compreso il figliuolo: in quel libro ancora chiuso non aveva indovinato le splendide pagine del futuro. Lo credeva simile a sè stesso... e forse anco un po' inferiore a sè stesso. E lo sgridava, se lo legava a cintola, lo conduceva seco pellegrinando a Prato, a Siena, a Pistoia per non perderlo mai di vista e levargli l'occasione e la possibilità di perdere il tempo studiando. La mamma, invece, sentiva col cuore quello che coll'intelligenza non arrivava a penetrare. Pareva che quell'anima di madre, la cosa più sublime che sia uscita dal soffio creatore di Dio, indovinasse negli occhi del figliuolo la divina scintilla del genio. Educata a sentimenti di religione, e rimasta religiosa negli affanni e nella miseria (maestri di superbo e vigliacco scetticismo alle anime deboli), la povera donna alimentava nel suo Giovannino la fiammella della fede. E questa soave corrispondenza d'idee e di speranze rendeva cara la mamma al fanciulletto amoroso, che spesso condotto via dal padre a lavorare con lui, ingannava la costui vigilanza, e da Pistoia, da Prato, da Siena.... perfino da Siena, guarnite di poco pane le tasche, correva a piedi a Firenze, ove giungeva trafelato e stracco a riposare sul seno materno quella testa tanto cara alla povera abbandonata. Sulle orme del fuggente giungeva il padre più tardi, sicuro di trovare al covo la lepre, e gli scappellotti piovevano spessi e duri come grandine. Così giunse al suo nono anno di età, e si trasferì a Siena, ove lavorò in bottega di Giuseppe Barbetti, cui l'arte dell'intaglio meravigliosamente progredita nella scuola senese deve senza dubbio molta parte de' suoi splendidi successi. Il suo nuovo principale non lo intese nè più nè meglio di quello che il padre suo lo intendesse; che anzi predisse (e accompagnò la predizione con un gesto leggermente violento), che Giovanni sarebbe rimasto un asino calzato e vestito vita naturale durante!... I venti si portarono via il malaugurio!.... Intanto per due anni frequentò il giovinetto l'Accademia senese, ove sedeva allora direttore il Collilignon e il Dei professava l'ornato. Carlo Pini, allora custode dell'Accademia, e più tardi illustratore del Vasari, dava in segreto allo scolaretto d'ornato le prime lezioni di figura. Il custode aveva avuto buon naso! Nelle ore avanzate al lavoro, Giovanni scolpiva crocifissi e immaginette, e spendeva così nello studio il tempo che altri avrebbe dato al divertimento ed all'ozio. Finiti i due anni, tornò col babbo in Firenze e fu allogato in bottega dell'intagliatore Sani, che stava allora a San Biagio in un bugigattolo della piazza ove è adesso un magazzino di mobili antichi. Colà vegetò lungo tempo retribuito dapprima con cinquantasei centesimi ogni settimana, poi grado a grado, scolpendo in legno finali da tende, candelieri d'altare, teste d'angioletti, di serafini, e aquile e mascheroni, giunse a' primi gradini della scala, e guadagnò fino a due lire e cinquantadue centesimi al giorno. Tra i suoi lavori d'intaglio, compiuti in diverse epoche, è degno di memoria un crocifisso da lui scolpito pel Sani, e dal Sani venduto al priore Emanuele Fenzi in occasione delle nozze del figlio Orazio, il quale dal ricco banchiere mostrato a un tale che teneva in que' tempi lo scettro della scultura, fu giudicato cosa bella ma antica. E quando il priore Emanuele presentò al sommo artista l'autore del crocifisso lodato nel povero ed oscuro giovanetto che entrava per caso nella stanza, questi si conturbò tutto, è si lasciò cadere il Cristo di mano, confuso per l'errore commesso!... E cotesto errore non fu il solo... chè più tardi il Duprè, dato di piglio a un vecchio pezzo di legno intarlato, scolpì un cofanetto da lui venduto ad un antiquario e da costui passato nelle mani della signora Poldi, cofanetto che riuscì così elegante e gentile lavoro da persuadere lo stesso principe dell'arte a tenerlo per cosa uscita dalle mani del Tasso, discepolo del Cellini, e di questa gran verità si lasciò cavar di mano un certificato scritto che non fu la cosa meno curiosa posseduta a quel tempo dalla Poldi. L'inganno non fu allora scoperto, ma ben lo scoprì più tardi la gentildonna, che dallo stesso Giovanni Duprè n'ebbe notizia e certezza, e tenne caro il cofanetto dell'esimio scultore come e più ancora del sognato lavoro del Tasso. Modellò anche in legno una piccola statuetta del grande Napoleone, che andò poscia, tutto trepidante, ad offrire al conte di Saint-Leu, vivente in dolci ozi e in placido riposo nel suo palazzo sulla riva destra dell'Arno ove teneva un simulacro di corte, e si lasciava dare beatamente il titolo di Maestà da' suoi famigliari pieni d'indulgenza per quella piccola ed innocua vanità. Il re accolse cortesemente il giovane artista che muoveva i primi passi alla conquista dello scettro dell'arte, e ambiva una corona non soggetta alle mutabili vicende de' tempi, e si compiacque di scherzare con un innocente giuoco di parole dicendo che in cambio d'un Napoleone di legno offriva al giovinetto un Napoleone d'oro. Ricco di due lire e mezzo ogni giorno, giunto ormai al diciannovesimo anno, il nostro Giovanni condusse in moglie nel 1836 Maria Mecocci de' pressi di Firenze che amato riamava... e fu ventura per lui. Gli concesse il cielo di amare una donna che somigliava nel cuore alla madre sua, e da questo amore ricondotto al più retto sentiero e richiamato a vita più sedentaria e laboriosa, dette un addio eterno ai compagni scioperati e alle dissipazioni giovanili che insidiavano lui inesperto e novizio, e ricominciò a lavorare di lena. Assiduo in bottega Sani all'ingrata fatica d'ogni giorno (e se talvolta per motivi di salute mancò, ne ebbe a fin di settimana diminuito il magrissimo peculio), lasciava per un'ora e mezzo tutti i giorni il banco e gli arnesi col pretesto di pigliarsi tempo al pranzo e al riposo, e correva invece allo studio dello scultore Magi, che gli fu amico benevolo, ove per un'ora, e spesso per un'ora e un quarto si tratteneva a modellare, riservando al frugale suo pranzo il quarto d'ora che gli rimaneva. La sera, e non di rado parte della notte, le consacrava allo studio del disegno, finchè giungeva la festa, giorno veramente di allegrezza e di pace, che tutto intero passava rinchiuso in casa sua, seduto presso alla moglie amorosa, in continua, incessante, febbrile fatica di disegnare. L'anno che seguì quello del suo fortunato matrimonio scolpiva in legno una S. Filomena, in cui si cimentò per la prima volta quell'ingegno ancora inconscio e mal sicuro di sè, e la non spregevole statuetta comprò un dabben uomo russo che si ostinò a sbattezzarla, e attestò i suoi gusti iconoclasti imputandosi a riconoscerla per una Speranza. In questi continui lavori, in questa lotta incessante del bisogno che costringe ad ingrate fatiche manuali col genio prepotente che chiedeva alimento di fecondi riposi e di studi, in questo travaglio quotidiano, in questa povertà domestica, si dibatteva il Duprè da tre anni, dando alla bottega del Sani il meglio del suo tempo, ai disegni del Magi le insonni sue notti, e allo studio dello scultore Cambi le poche ore rubate al riposo, quando finalmente nel 1840 con un bassorilievo rappresentante il Giudizio di Paride, concorse al premio triennale dell'Accademia fiorentina di Belle Arti, e per sua fortuna l'ottenne. Ben altri e ben più splendidi trionfi dovevano in pochi anni far lieto il cuore del giovane scultore, ma certo nessun altro mai fu tanto caro al Duprè quanto quella prima vittoria, che rianimò lo spirito abbattuto dell'uomo, e ravvivò la fiamma del genio dell'artista, mentre il primo era per soccombere sotto i colpi dell'avversa fortuna fra gli stenti, le miserie... e la fame, e il secondo languiva fra le catene del mestiere e sentiva indebolita tra gl'impacci del presente la salda sua fede nell'avvenire. L'invidia cercò di amareggiare que' dolcissimi giorni del primo lieto successo. Gli emuli vinti ed abbattuti, i compagni lasciati indietro nel cammino spinoso dell'arte gli resero così, senza volerlo, il primo onore di cui non son degne che le anime grandi. La calunnia, arma dei traditori e dei vigliacchi, cercò ferirlo nel debole della corazza. Siccome egli non era ascritto nei ruoli dell'Accademia, e si sapeva ormai che il Cambi gli era stato largo di precetti e di consigli, si andò susurrando che il bassorilievo premiato era cosa del maestro, e che il discepolo non ci aveva di suo che la sfacciataggine d'averla esposta col proprio nome. Allora lo sconforto ed il dubbio assalirono di nuovo quell'anima combattuta, finchè, ripreso un po' di coraggio, confortato dalla moglie e avvalorato dalla coscienza del proprio ingegno presa a pigione, insieme ad un tale Pacetti doratore e negoziante d'anticaglie, una stalletta del palazzo Borghesi che già aveva servito d'infermeria pei cavalli ammalati, si ritirò là dentro a modellare una Baccante ubriaca, svelta figurina di giovinetta piegata sul morbido fianco e reclinante l'omero sopra un tronco vicino. Ma fosse l'interna battaglia dell'animo concitato e commosso, fossero i disagi e le strettezze del luogo, la male impiantata figura un bel giorno, cedendo al proprio peso, precipitò rovinando per terra, e con essa rovinarono giù le dolci speranze di far tacere per sempre le invidiose lingue calunniatrici. Questo disgraziato evento della Baccante sarebbe forse costato al povero Giovanni più grandi e più angosciosi tormenti, se poco dopo chiamato in fretta a modellare quattro cariatidi in gesso per il palco reale del teatro Rossini di Livorno non avesse in tempo brevissimo condotto a fine il lavoro così felicemente da meritare il plauso di tutti. Conserte al seno le braccia, mollemente piegata sul casto seno la faccia melanconica e pensosa, quelle quattro figure di fanciulle ritraevano mirabilmente il muto dolore, la debole speranza e la religiosa rassegnazione dello scultore, la cui fiducia nel proprio ingegno non trovava ormai altri argomenti di conforto e di coraggio che in quella fede purissima dalle amorose labbra materne passata nel cuore del figliuolo affettuoso. Quelle quattro avventurate cariatidi sostennero in alto cosa assai più preziosa che non fosse il padiglione di un palco di teatro. Esse portarono forse, le care fanciulle, tutta la fortuna del Duprè, che riconfortato dalla lode, più sicuro del suo valore, lasciata alle bestie inferme la malaugurata stalla del palazzo Borghesi, si recò in una stanzuccia in faccia a San Simone, e volse l'animo a ritentare più seriamente la prova con una statua, modellata nel segreto di quelle quattro mura, di cui non potesse dirsi più tardi ch'ella fosse opera d'altri. Ma le strettezze in cui pur tuttavia si dibatteva, costringendolo a lavorare in quel bugigattolo di studio, non gli consentivano nessun tentativo di statua in piedi. Il soffitto era tanto basso quanto alta era la mente dello scultore. Fu costretto a modellare una figura giacente. E così nacque il pensiero dell'Abele, come da un piccolissimo seme nasce la quercia robusta che sfiderà più tardi i furori della tempesta, e spiegherà in alto la pompa sempre verde delle sue chiome. Nessun occhio curioso spiò l'artista che s'affaticava intorno al suo Abele, nessuno, amico o nemico, penetrò il segreto dello studiolo di San Simone, finchè la statua non fu condotta a buon fine. Soltanto allora prese vaghezza al Duprè di mostrarla ad alcuno che potesse con sicuro giudizio scoprirne i pregi e i difetti, e darne all'artefice il biasimo o la lode meritati. E il giudice scelto fu Lorenzo Bartolini, che, richiesto, consentì a visitare lo studio del nostro Giovanni, e fissò le cinque antimeridiane per l'ora del convegno. Oh! come batteva il cuore al giovinetto Duprè quando alla incerta luce del crepuscolo, svegliato dalla vigile e trepida sua moglie, diede le spalle alla sua povera casa dell'umile via delle Colombe, per correre tutto d'un fiato allo studio, ove una voce tanto autorevole doveva pronunziare la sospirata sentenza sul frutto de' suoi sudori! !... Pochi momenti ancora, e il suo avvenire sarebbe irrevocabilmente deciso!... Forse mentre correva via pel noto cammino la mente gli ripeteva le sdegnose ripulse del padre, e le sinistre predizioni del maestro; sarai un asino per tutta la vita!... A lui frettoloso le cinque ore del mattino suonarono all'orecchio mentre traversava com'avesse ali alle piante, la Piazza Santa Croce. Ancora una svoltata, pochi passi... ed eccolo dinanzi alla porta del suo studio di faccia alla chiesa di San Simone!... Angeli e ministri di grazia!... Entro il buco della serratura stava accartocciato ed infisso il biglietto da visita di Bartolini, che era venuto all'ora precisa ed era scappato via senza aspettare neanco un minuto!... Sull'orme del venerato maestro corse in fretta il povero Duprè, scorato e confuso, ma non prima lo raggiunse che fosse pervenuto al suo studio, mentre appena aveva deposto il cappello, e n'ebbe promessa di una nuova visita l'indomani ed all'ora medesima. Quelle ventiquattro ore, ventiquattro secoli di angosciosa incertezza, passarono lente, penose, interminabili... pure passarono, e questa volta, quando Bartolini arrivò, Duprè lo accolse sul limitare dello studio e dinanzi a lui levò il velo che copriva il suo Abele. Agli intenti suoi occhi che spiavano la faccia annuvolata del giudice, non sfuggì il lampo di sorpresa che balenò in quello sguardo scrutatore. Nel silenzio di quella stanzuccia il respiro affannoso del giovine scultore rivelava la battaglia tremenda che si combatteva nella sua anima. Poi Bartolini parlò... e le sue parole furono balsamo a tutte le ferite, ristoro a tutte le angoscie, premio a tutte le fatiche. Da quel momento, il giovinetto era un uomo, l'artefice era un artista. L'innamorato cuore materno aveva squarciato il buio dell'avvenire. Il vecchio maestro brontolone aveva scambiato per un asino l'aquila appena nata... ma l'aquila aveva trovato il suo sole, e ormai lo fissava con sicura pupilla e spiccava il volo ardimentoso per gl'infiniti spazi del cielo dell'arte. Rovesciato al suolo dalla clava fratricida (e dal soffitto troppo basso), giaceva Abele disteso e già fatto cadavere. Tutta la bella persona era non già vinta e abbattuta dalle prepotenti forze della morte, ma della morte vincitrice, acconciata con molle abbandono al sacrifizio di una inutile vita. Il primo delitto era tanto più spaventoso e crudele quanto più rassegnata era la vittima prima. Mentre il braccio sinistro dolcemente, si stendeva sull'insanguinato terreno e la mano aperta, volta con la palma al cielo, parea offrire al Signore il più puro dei sacrifizi, il braccio destro si agitava ancora nell'ultima convulsione, e stringeva colla mano chiusa il lembo estremo della pelle dell'irco. Parve al Bartolini che cotesta azione un po' violenta e rabbiosa, disdicesse alla divin calma di quel morente, e consigliò che anche quel braccio e quella mano, il primo dolcemente spossato e aperta la seconda, togliessero fin l'ombra del dolore e dell'ira a quella placida morte. E' fu consiglio degno di chi lo dava e di chi lo accoglieva. I piedi poggiati uno sull'altro erano cosa sì vera che forse parve troppo vera all'occhio artistico del principe degli scultori, e colla destra chiusa e col pollice alzato e mosso all'atto del modellare, accarezzava senza toccarli i contorni di quei piedi bellissimi. L'occhio del Bartolini fissava intanto il Duprè, ma la lingua era muta. Se non che al Duprè si era rivelato in quel gesto tutto il pensiero del venerato maestro, quegli pronto a concepire, questi ad afferrare il concetto prontissimo, e sussurrò sorridendo: Ho capito. E Bartolini, posando dal gesto, acceso in volto dal fuoco dell'arte, replicò piano piano e come trascinando le parole: Hai capito?... meglio per te!... E se ne partì. L'Abele fu mostrato al pubblico nelle sale dell'Accademia, che erano allora quelle stesse ove adesso ha dimora e studio il Duprè, e il delicato pensiero dell'artista lo ha oggi riposto al luogo medesimo in cui per la prima volta fu da' Fiorentini veduto. E fu una rivelazione!... Sciolto dal segreto, Bartolini parlò e al giovane artista fu largo di meritata lode, e prodigò di raccomandazioni e di encomi in pubblico e in privato. Tutta Firenze risuonò del nome del giovane Duprè! All'Abele non mancarono certo i Caini che vollero assassinare la fama del confratello in arte bucinando che lungi dal modellare la statua il Duprè ne aveva gettata la forma sopra un corpo vivente, ma questa volta i denti della vipera si spuntarono sull'acciaio del valente scalpello. La madre... la madre felice che avea indovinato dalla prima aurora lo splendido meriggio di quel sole dell'arte; non potè allegrarsi di questo nuovo trionfo del figlio. Affranta dai dolori, e dagli affanni, in preda ed una inesorabile malattia che non doveva più darle tregua e riposo, ella giaceva sull'ultimo suo letto fino da quando il giovine Duprè, col bassorilievo del Giudizio di Paride concorse al premio triennale dell'Accademia. Ella aveva seguito con ansia materna gli arditi tentativi del figliuolo, e per le varie sorti de' suoi primi lavori aveva trepidato fra il timore e la speranza. All'annunzio della vittoria del figlio, parve rianimarsi e sollevarsi alcun poco, ma negli otto giorni che tennero dietro alla dichiarazione del premio s'aggravò talmente che ormai fu necessario disporsi alla dolorosa separazione, e giovane ancora, sicura del lieto avvenire serbato al suo adorato Giovannino, tutta commossa nel cuore e raggiante in volto di gioia, si spense dolcemente e s'addormentò nel placido sonno della morte il giorno medesimo in cui Giovanni Duprè, nella solenne distribuzione dei premi all'Accademia delle Belle Arti era chiamato a ricevere la ricompensa de' suoi studi felici. E fissando in volto il figliuolo, gli occhi morenti volgendo al cielo, sussurrò dolcemente: Muoio contenta!... Ohimè!... quella morte fu dappresso seguita da un'altra, non certo più amara ma più crudele. La dolce fanciullina del Duprè, il primo pegno de' suo casti amori scese nel sepolcro appena adolescente!... La Giuseppina volò in cielo a sette anni, e a' piè del modesto quadretto ove mano amica tracciò la memoria del suo volto gentile, la penna di G. B. Niccolini segnò pochi versi degni del gran poeta civile che al dolore paterno poteva solo porgere degna consolazione. Ecco i versi che nessuno ch'io sappia, ha mai riportato finora:
«Pochi a te della vita Furono i mali, o pargoletta, e mori Come rosa ch'è colta a' primi albori. Ognor memoria e pianto Al genitor sarai, benchè per sempre Dal sogno della vita in ciel già desta: Tu stai nel porto... e noi siamo in tempesta!...»
Questo doppio lutto aveva contristato l'anima affettuosa del Duprè, e vinto per un momento le forze del suo ingegno. Un amico, un mecenate, il conte Ferdinando Del Benino si provò pel primo a rialzare quello spirito abbattuto e trovò modo di placare nel travaglio dell'arte il dolore inconsolabile dell'uomo. Giovanni doveva a sè stesso e alla sua fama un'ultima vittoria su' suoi nemici. Bisognava modellare una nuova statua che si tenesse in piedi, e di cui non potessero ripetersi le stolte accuse lanciate contro l'Abele. Mutasse studio il Duprè, si fornisse di tutti gli arnesi necessari all'arte sua, chiamasse a lunghe sedute i modelli, e facesse cosa degna di sè. Se le magre risorse dell'artista non bastavano al bisogno, lo scrigno del patrizio avrebbe volentieri imprestato le somme occorrenti. Che il Duprè facesse pur capo a lui... avrebbe a suo tempo restituito il danaro. La generosa offerta fu accettata e doveva esserlo; e sorse in mente al Duprè l'idea del Caino e coll'aiuto del conte che imprestò allo scultore fino a cento scudi toscani. la nuova statua fu cominciata e molto condotta innanzi. Intanto un tal Mariotti, che faceva il corriere e bazzicava molti signori Russi, dopo aver fatto dimora nel loro paese, trovò modo di fare avere al Duprè la commissione di una copia in marmo dell'Abele, e anticipò mille scudi per l'acquisto del blocco a Carrara. Toccati appena i primi soldi, corse diviato il Duprè a casa Del Benino, co' cento scudi di cui era rimasto debitore al conte, e tutto giulivo in volto, offrì di saldare il suo debito. Il generoso patrizio guardò lungamente e l'artista e i denari, e accolse il primo con affetto tutto paterno ma si ostinò a rifiutare i secondi, e con sì dolci modi, e così soavi parole, e tante amorose preghiere accompagnò il rifiuto, che il Duprè non potè onestamente respingere il dono e contristare il donatore, cui poco dopo, non a compenso della somma donata ma a memoria dell'atto generoso, fece omaggio d'un piccolo busto di marmo, già modellato in creta da lui sulla scorta d'un vecchio dipinto, innanzi al qual modello più volte s'era fermato con compiacenza il cortese mecenate. Dopo il Caino, non era più tempo di medaglie e di premi!... Il Duprè fu nominato professore all'Accademia di Belle Arti. Era finita ormai l'angoscia de' tentativi e del tirocinio penoso. L'artista aveva abbandonato i sentieri spinosi ed alpestri che menano i pochi valenti al sommo della gloria, e uscito dalla selva selvaggia ed aspra e forte, correva all'aperto per larga via alla ricchezza e alla gloria. E come gli bastassero le forze al nuovo cammino lo diranno i posteri che soli potranno rendere al Duprè la giusta lode che gli è dovuta. Noi pieghiamo riverenti la testa innanzi a quel genio creatore, che animato dalla fede inspiratrice, popolò di tanti capolavori il tempio augusto dell'arte italiana. Capo di quella schiera di valenti che tengono alta la bandiera d'Italia nel campo della scultura, il Duprè non aspetta da noi uno sterile omaggio di lode troppo inferiore al suo merito... e del resto la lode per l'artista ormai chiaro e famoso non è cosa da questo libro. Ben è cosa da questo libro accennare al Duprè come a colui che solo fu perchè fortemente volle, perchè strenuamente combattè, perchè molto soffrì, e il lungo dolore, e la mala consigliatrice miseria domò col lavoro costante, indefesso, continuo, perchè alla sventura, all'invidia, alla calunnia oppose non già declamatorie e lamentose parole, ma opere ardite, oneste, coscienziose e severe, perchè coll'idra del bisogno lottò corpo a corpo, e l'arte amò sopra ogni cosa e più sopra sè stesso, fecondo esempio ai contemporanei e ai futuri di fede inconcussa, di saldo volere, d'incorrotta virtù, eloquente smentita alla stolta e invereconda razza degli artisti bugiardi ed inetti che credono inseparabili dal genio le sregolatezze delle vili passioni, gli ozi loquaci, i queruli lamenti, gli errori vergognosi del vizio, e le vigliacche transazioni coll'onore e col dovere.
Pietro Giusti Da poveri genitori nacque Pietro Giusti in Siena, l'anno 1822: ed in età di sei mesi rimase orfano del padre, che fu un sarto. La sua povera madre s'ingegnò, lavorando da mattina a sera, di far fare i primi studi al figliuoletto, che a cotesta materna sollecitudine corrispondeva di buona voglia; ma in breve dovette smettere per mancanza di mezzi, e il piccolo Pietro fu messo come fattorino dal rinomato intagliatore Angelo Barbetti, il quale allora lavorava per Morgan Thomas in Siena; e che veramente dette a quest'arte meraviglioso incremento, avviando e istruendo in essa molti giovani, che divennero poi non meno famosi del maestro, malgrado egli li trattasse con quel fare di burbero benefico che cela la bontà del cuore sotto le forme d'una ruvidezza talvolta eccessiva. Rimase là diversi anni, ma riceveva forse più busse che ammaestramenti, ed era costretto a fare i più duri servigi. Doveva portare pesi assai gravi, attingere l'acqua per la casa del principale, rifare i letti, spazzare, fare tutti i servizi che si fanno nelle camere da letto, poi menare a diporto i figliuoli del maestro tirandoli in un carretto. In bottega girava la ruota al tornitore, il quale un giorno gli diede un pugno nello stomaco, che lo ridusse a mal partito per più mesi. Egli sopportava eroicamente queste dure sofferenze per non dar pena a sua madre; ma questa vide alla fine le carni livide del figliuolo e finì per saper tutto, onde lo tolse dal suo padrone e lo allogò dal vecchio padre di questo, uomo assai più umano. Qui cominciò il Giusti a tenere in mano lo scalpello e lavorare qualche poco: ma erano tanto rozzi e grossolani i lavori di quel vecchio, ch'egli non n'ebbe altro guadagno tranne quello dell'esercizio della mano. Fu tuttavia contento della sua nuova posizione, perchè potè riprendere lo studio dell'ornato nell'Istituto di Belle Arti, intrapreso prima di allogarsi con Angelo Barbetti, e lo potè seguitare per qualche tempo. All'Istituto strinse amicizia con un Giovacchino Cardini, anch'esso intagliatore, giovinetto che mostrava ed aveva assai talento; e perciò il Giusti gli voleva molto bene. Nel 1839 il padre del Cardini dovette andare impiegato nell'ospedale di Volterra, e naturalmente pensò a condurre seco il figliuolo; questi fece molta istanza al Giusti perchè gli tenesse compagnia; e il Giusti ottenutone il consenso dalla madre, che molto a malincuore per la prima volta si separava dal suo unico figlio, andò coll'amico. A Volterra il Cardini fece un disegno d'una piccola cornicetta, e i due giovani amici insieme la lavorarono e la intagliarono. Il Giusti rimase in Volterra dal novembre 1839 fino alla primavera del seguente anno 1840. Poi ritornò in Siena presso il vecchio Barbetti, la cui bottega abbandonò poco dopo per tornare nuovamente dal primo maestro Angelo Barbetti pel quale malgrado le busse ricevute, aveva sempre conservato affetto. Questi gli promise di farlo lavorare, conosciutone meglio il suo valore, e gli assegnò una paga di settanta centesimi al giorno, che parve al giovinetto un tesoro. In capo a due anni egli guadagnava una lira e quaranta centesimi al giorno e cominciava a lavorare per bene. Nel 1844 il Barbetti andò a Firenze, lasciando a Siena il Giusti nella sua bottega in piazza di San Pellegrino, con l'incarico di sbrigare i piccoli affari che egli lasciava incompiuti o non cominciati. Poco rimase il Giusti in questa bottega, nella quale entrò, a lui succedendo, l'intagliatore Rossi, che gli era stato compagno qualche tempo prima. E condusse a pigione una botteghina in via Galgaria, ove tutto si diede al lavoro e prese a fare una cornice di legno noce, ed un'altra d'avorio. Cotesta voglia del lavorare l'avorio gli saltò in mente dopo uno scherzo fatto ad un suo amico, il dottore Carpellini, che avendo dimenticato da lui un bastone dal pomo eburneo, se lo vide restituire con sopra intagliato un grazioso scarafaggio. La cornice di noce a metà fatta fu messa fuori della bottega, e piaceva molto alla gente che passava. Intanto egli andava ogni giorno alcune ore a fare il disegno di un medaglione scolpito in legno dal celebre intagliatore senese Antonio Barili, contemporaneo di Raffaello. Passando allora davanti alla bottega del Giusti un gentiluomo inglese, George Vivian, vide quella cornice, incominciata, e la trovò molto bella: il giorno dopo condusse là il suo amico lord Northesk, il quale invaghitosi di quell'incominciato lavoro, diede incarico al giovane intagliatore di compierlo per suo conto. Il signor Vivian vide il disegno del bellissimo medaglione del Barili, e saputo dal Giusti che ne esisteva in casa del signor Malavolti l'originale, con esso andò a visitarlo, ed invitò il giovane artista a farne uno eguale, promettendogli cento scudi quando fosse bene riuscito. Dopo molto esitare accettò, e, compiuta la cornice per lord Northesk e la cornicetta d'avorio, s'accinse a quel lavoro, e riuscì così bene che s'ebbe altri quaranta scudi oltre ai cento promessi. Quei lavori esposti in Firenze nel 1847 fecero molto onore al giovane artista, che d'allora in poi ebbe commissioni numerose, e lavorò sempre indefessamente, salvo una breve interruzione, l'anno 1848, nel quale andò volontario alla guerra e nel combattimento di Montanara cadde prigioniero dei Tedeschi. Apprezzatissimi segnatamente sono i lavori del Giusti in Inghilterra, e di là ebbe generose commissioni, e ne ha tuttavia. I giornali inglesi di belle arti hanno sovente parlato di lui nel modo più favorevole. Egli ebbe la decorazione del merito industriale dopo l'Esposizione di Londra nel 1851, e la croce dei SS. Maurizio e Lazzaro dopo l'Esposizione di Londra del 1862. Il Re Vittorio Emanuele gli mandò di suo motu proprio la decorazione della Corona d'Italia, dopo ch'egli ebbe fatto il disegno e diretto il lavoro del cofanetto d'oro donato alla sposa Principessa Margherita dal Municipio di Torino. Egli è ora professore d'intaglio nell'Istituto Industriale Professionale di Torino, e fa tutti i suoi sforzi per avviare a questo genere di lavori i giovani operai torinesi, e creare qui una buona scuola d'artisti come a Siena. Quanto ciò sia di vantaggio a Torino non è d'uopo dire. Con tutto ciò il buon volere costante ed operoso del Giusti, non ha ottenuto fin ora gli effetti che ragionevolmente se ne poteva aspettare. Egli però non è uomo da stancarsi, e giova sperare che alla fine sia per riuscire. Un altro merito ha Pietro Giusti, che è tanto più grande in lui se si considera la travagliatissima sua giovinezza ed il lavorare assiduo che poi ha fatto nell'arte. Egli è grazioso scrittore, padrone della lingua, facile, sciolto, pieno di brio. Ha scritto la biografia di Giuseppe Maria Bonzanigo, astigiano, intagliatore maestro; ha scritto poi alcuni cenni biografici intorno agli intagliatori senesi contemporanei, che sono un gioiello tanto per l'assennatezza dei giudizi e la giustezza delle vedute, quanto per la forma elegante ed originale. Non ha però stampato, per senso di sincera modestia, nè l'uno nè l'altro di questi due letterati lavori. Chi scrive queste linee ebbe la ventura di leggerli, e gli scritti come gl'intagli del Giusti gli richiamarono più d'una volta alla mente Benvenuto Cellini.
Lorenzo Ilari Il senese Lorenzo Ilari è autore di un'opera bibliografica, intitolata La biblioteca pubblica di Siena, disposta secondo le materie, 3 volumi in foglio. Quest'opera fu lodata convenientemente dai dotti italiani, ed in ispecial modo da quell'ottimo giudice in così fatte materie, che è Niccolò Tommaseo. La vita dell'Ilari, benchè d'uomo che morì fino dal 10 gennaio 1849, e per ciò un po' lontana da noi, è così ricca di fatti, così feconda di utili considerazioni, e così interessante nella sua aurea semplicità che io l'ho creduta degnissima di essere conosciuta, siccome quella che ai giovani può dare grandi ammaestramenti. Figlio di un bottaio prima di essere scrittore, dimostrò luminosamente quanto possa l'uomo col fermo volere. E perciò ho stimato opportuno riferire i fatti principali di questa nobile vita, colle parole stesse con cui egli li ha narrati. «Bramo sia noto, che la mia nascita e la fortuna dalla quale fu accompagnata, non mi aveva destinato allo studio. Nacqui, sono già scorsi settant'anni, figlio di un povero e onesto, e dirò anche abile falegname, che con una bottega, o dir vogliasi elegantemente officina, accreditata però abbastanza, per quanto ristretta fosse, ricavò fino che fu nel vigore dell'età sua, mezzi sufficienti ad una limitata sussistenza per sè, e per la sua famiglia. Fu il mio genitore di carattere piuttosto severo, e tenacissimo nelle opinioni che in quei tempi prevalevano, e nelle quali era stato educato. Fra queste opinioni v'era quella che le professioni, cioè le arti, si dovessero perpetuare nella famiglia, passando di padre in figlio: nè s'era ancora sviluppata nel popolo, o non s'era molto diffusa la melanconia di avere in casa il figlio dottore, sebbene non lo fosse stato prima il padre. Questa opinione faceva tollerare tutto al più, che in qualche famiglia artigiana delle più agiate, si contasse tra i figli delle medesime un prete; e guardi il cielo che egli avesse ardito aspirare ad un capitolo, si sarebbe gridato generalmente all'arme contro il delitto di lesa dignità, come mi rammento essere accaduto talvolta in tempo della mia puerizia. Mio padre, adunque, educato in questi principii, era determinato di dare in me un successore nell'arte sua, mi teneva seco, ed era il suo fattorino in tutta l'estensione del termine; e perchè nulla vi mancasse a caratterizzarmi per tale, mi soleva bastonare senza risparmio tutte le volte che egli credeva che l'occorrenza lo richiedesse, e per quanto non sempre in quest'articolo si combinassero le nostre opinioni, nondimeno la sua era sempre quella che prevaleva. Tuttavia non mancò di mandarmi fino dalla prima fanciullezza a farmi istruire nel leggere, nello scrivere, e nei primi elementi di aritmetica; sola istruzione (e non aveva torto) che egli reputasse necessaria per un artigiano. Correva in tal guisa la mia età puerile, quando mi si fece passare in una scuola pubblica guidata da un ottimo religioso, il quale, vedendomi di buon occhio, mi esibì d'insegnarmi la lingua latina; alla quale proposta risposi che avrei sentito il babbo, come diffatto feci. Ma egli mi rispose in tono austero: che in casa sua non vi erano mai stati asini latini, nè egli voleva essere il primo ad introdurveli. Riportata da me questa risposta, che non ammetteva replica, al signor maestro, non si parlò più di lingua latina, ed io fino da quel giorno fui destinato a far parte di quella classe a cui avevano appartenuto i miei antenati. È per altro vero che il mio povero padre, costante nel suo progetto di cavare di me un buon falegname, mi trovò un abile maestro che mi istruisse negli elementi del disegno e dell'architettura. Vedete che mio padre non era tanto nemico dell'istruzione, e che pensava più a quella necessaria all'artista, e forse troppo dimenticata in tempi posteriori. Il mio maestro mi si mostrò soddisfattissimo, principalmente per la mia memoria piuttosto felice, la quale mi metteva in grado di rispondere con facilità e a proposito alle interrogazioni che mi dirigeva, su quelle lezioni elementari di geometria, necessarie a premettersi allo studio dell'architettura, e che egli mi aveva date. Parlava talvolta di me con compiacenza a qualche persona estranea che capitava alla scuola, e non mancava di propormi agli altri scolari per esempio. «Per quanto io non avessi alcun merito dell'essere sufficientemente corredato di memoria, nulla di meno io inorgogliva, e mi sembrava di essere divenuto buono a qualche cosa. Ma quest'illusione durò poco: presto cambiò la scena, e non era ancora passato un anno del mio tirocinio architettonico, che mi sentii intimare di abbandonare la scuola, e non molto tempo dopo mi vidi balzato in una bottega di bottaio e di corbellaio, destinato specialmente a questa seconda professione, nella quale le lezioni di geometria e di architettura che aveva ricevute, nulla giovarono a farmi distinguere. Io ho sempre creduto, nè mi sono certo ingannato, che mio padre, dopo aver fatti nuovi esperimenti sulla mia abilità nel suo mestiere, vedendomi crescere in età, e non vedendo probabilmente aumentare in proporzione la mia perizia, attribuisse questo poco o niun profitto, e non a torto, alla mia innata dappocaggine, per ciò volesse esperimentarmi in un'arte più grossolana verso la quale, per altro, confesso che conservai sempre decisa avversione. «Ma se poco profittai nell'arte di mio padre, mi fu però utilissimo il tempo che impiegai nella sua bottega, e sotto la sua rigida disciplina. Ivi non si udiva mai la più piccola bestemmia non solo, ma era ancora bandito totalmente il turpiloquio, e s'inculcava sempre il rispetto dovuto alla religione, e quella massima «Essere dovere dell'uomo onesto sprovveduto di beni di fortuna di guadagnarsi il pane col lavoro delle proprie mani» era profondamente sentita, e spesso mi si ripeteva. Io avrei voluto corrispondere a questa verità di cui andava persuaso, ma i miei voti erano senza effetto. Ivi si professava rispetto alle persone distinte per nascita e per grado, ma non sfuggiva però a mio padre, ogni volta che gli si presentava l'occasione, di fare le sue ragionevoli riflessioni sopra quel genere di persone, che senza mezzi noti compariscono nel mondo con uno sfarzo non corrispondente al grado loro. «Frattanto mi avvicinava a quell'età che si nomina gioventù, ed a dispetto delle cure di mio padre, non mi trovava ancora avviato a nulla che potesse essermi utile, se si eccettui l'essere abituato a non aver mai denari in mio potere, e in conseguenza essere privo di amicizie particolari, d'aver meno bisogno dei miei coetanei; di non aver mezzi di acquistare dei vizii il che in età provetta mi ha giovato non poco. Mia madre, la mia povera madre, intanto, che mi amava teneramente, standole a cuore lo stato mio avvenire che non si preparava molto ridente, tanto si adoperò per me, che le riuscì finalmente di ottenere uno degli infimi impieghi nel Convitto dei giovani studenti, esistente allora nella Sapienza, o Università di Siena. «Ma prima che io m'inoltri nel quadro storico che mi riguarda, convien avvertire, che fino dalla mia tenera fanciullezza aveva manifestata decisa vocazione per la lettura, mi tratteneva con piacere superiormente a qualunque altra ricreazione, nè era mal riuscito in questo esercizio, tanto che veniva spesso incaricato dal maestro a far le sue veci nell'assistere alle letture degli altri scolari, assai di me più provetti. Questa passione non solo non mi abbandonò mai, chè anzi procurai sempre, per quanto mi fu possibile, di alimentarla. Basta notare che nei primi tempi del mio soggiorno nell'officina da corbelli, trovandomi disorientato, nè avendo con che dissipare il mio mal'umore, mi capitò alle mani lo Scoglio dell'umanità e il Lunario del Mangia, in quel tempo più copioso di notizie di quello che lo sia presentemente: io avevo tutto il giorno fra le mani questi due libri, i quali formavano tutta la biblioteca del mio principale, che aveva la compiacenza di lasciarmi sfogare a quel modo. La mia buona sorte però mi aveva antecedentemente assistito col farmi capitare fra mano, per mezzo d'un mio coetaneo amico che poco s'occupava di libri, ma che aveva buona provvista in casa, tutta la Storia Antica di Rollin, un lungo brano di quella Romana, cioè fino alla seconda guerra punica, e della Storia Sacra del Calmet, libri che un volume alla volta l'officioso amico m'imprestava. Uniti i detti libri ad alcuni temi di drammi di Metastasio, ed alle Metamorfosi tradotte dall'Anguillara, trovati in fondo ad un armadio di casa, questa piccola biblioteca formava la mia delizia, e mi fece comparire un dottore fra i fabbricatori di botti e di corbelli, benchè spesso mi cagionasse dei rimproveri acerbi, giusti certamente secondo le vedute di mio padre, il quale dal canto suo pose in opera tutta la sua autorità per impedirmi questa ricreazione, adducendo la ragione, che il leggere mi pregiudicava gli occhi, già alquanto vulnerati da un vizio contratto per la poca cura avutami nel corso della rosolìa. Io però metteva in opera tutta la mia industria per eludere la sua vigilanza, e fra le altre cose da me immaginate per difendermi dalle sue perquisizioni, una fu quella di trasferire nelle ore diurne il mio gabinetto letterario sul tetto della casa paterna, da dove, dall'acqua in fuori, niuna altra meteora era capace di farmi sloggiare. Gli occhi, per altro, non vi acquistarono. Questa mia buona sorte volle favorirmi ancora, somministrandomi contemporaneamente nuovi mezzi da estendere le mie cognizioni, mettendomi alla mano una traduzione del Telemaco corredata di note mitologiche, che mi divorai, più le Avventure di Gil-Blas, e la Biblioteca dei Fanciulli. «Premessa questa necessaria notizia sopra il bizzarro corso di studi da me fatti, riprendo la mia narrazione. Entrato in possesso del nuovo impiego all'età di 16 in 17 anni, poco ci volle ad affratellarmi con quei giovani; e la conformità dell'età vi contribuì in gran parte, e con alcuni feci speciale amicizia, che mi conservaron sino alla morte. Così mi trovai collocato conforme al mio genio, e non mancommi più che di soddisfare la passione in me predominante. L'Ariosto e il Tasso furon fra i primi libri che mi godei, e quindi lessi d'ogni cosa un poco. In quel tempo correva la moda di far versi, e un giovane che si fosse dedicato agli studi, se non aveva attitudine e facilità nel verseggiare, non era molto stimato dai meno oculati, che sogliono essere i più. Io, nuovo scimiotto, faceva versi cogli altri: in una parola mi credeva di essere divenuto poeta. Sperimentai in quell'occasione che abbandonandosi sregolatamente a qualunque passione, sia pure innocente, si cade in eccessi riprovevoli: così accadde a me; perdeva miseramente il mio tempo nel fare cattivi versi e in letture inconcludenti. Benchè ignaro del latino, leggeva le Istituzioni dell'Heineccio, quelle dell'Hubert e dell'Iovenin. senza intendere, o certamente intendendo assai poco, o spesso a rovescio, tanto il teologo, quanto il medico, che il legista: bastava leggere. Quanto meglio avrei fatto a risparmiar quel tempo, miseramente consumato, e cumulate le sue frazioni lo avessi impiegato poco alla volta in un regolare esercizio d'istruzione? Ma non pensava che dovesse mai essermi necessario l'uso della lingua latina, e mancava di una guida. Nè fu poco che uno di quei giovani si prestasse a introdurmi per poco tempo nello studio della lingua francese, che poi, ininterrottamente, continuai da me col solo aiuto della grammatica e del vocabolario. «Era da circa un anno che stava in questa specie di paradiso terrestre, quando mi toccò in sorte di servire particolarmente il buon vecchio abate Ciaccheri, il promotore della fondazione e primo bibliotecario di questa biblioteca, il quale dimorava in quel Convitto come vicerettore giubilato, e della vita del quale potete vedere uno storico compendio nella Biografia degli Italiani illustri pubblicata in Venezia, per cura del professor Emilio Tipaldi, nel tomo III, pag. 100. Questo venerando vecchio era allora quasi privo della vista e cagionoso; rarissime volte allora usciva di casa; cominciò a tener meco dei colloqui, e conosciuto il mio amore, mi creò suo leggitore e mi dette a leggere in particolare la Filosofia morale e il Trattato della perfetta poesia, opere ambedue del preposto Lodovico Muratori. Questa lettura mi recò qualche utile, perchè la prima opera mi fece conoscere un poco meglio che cosa è l'uomo, e quali sono i suoi doveri, sviluppando in me delle idee che aveva presentite, ma che non sapeva determinare. La seconda poi mi guarì della mania di far versi, col dimostrarmi che non ero poeta. «Il mestiere, per altro, da me trascurato in questa mia nuova posizione, veniva sovente ad amareggiare la mia tranquillità, perchè vedeva l'assoluta necessità di un qualche soccorso pecuniario alla tenuità dello stipendio annesso al mio impiego, ma non mi soddisfaceva tale arte, e mi sembrava ornai tardi a rivolgermi ad un'altra. Un giorno il buon vecchio Ciaccheri, entrandomi a parlare delle cose mie, mi disse che gli faceva meraviglia la cattiva scelta del mestiere da me fatta: gli risposi candidamente, che la scelta non era stata di mia elezione, e che di buona voglia avrei lasciato quel mestiere se avessi potuto lusingarmi di riuscire in quello di legatore di libri. Egli s'incaricò di render possibile questa permuta, e si prese a cuore di trovarmi l'officina ove avrei appreso il nuovo mestiere, mentre io procurai con ogni impegno di riuscirvi, e questo mi è stato di un gran soccorso per provvedere alla mia sussistenza non solo, ma a quella di una consorte, che tolsi all'età dì ventidue anni, e che m'incoraggiò sempre alla vita attiva, soccorrendomi ancora coll'opera sua e coll'esempio. L'esercizio del mestiere mi somministrò ancora il mezzo di poter dare qualche limitato soccorso ai miei genitori, omai inabili per l'età a potersi procacciare il bisognevole, nei tempi scabrosi che sono in addietro trascorsi, e allora fui costretto a rinunziare a qualunque progetto d'istruzione. «L'anno 1804 passai al servizio diretto di questa Biblioteca, che allora formava parte della nostra Università. Viveva ancora l'abate Ciaccheri, che mancò in mia casa nel termine di quell'anno medesimo. Mi trovai sul bel principio solo in questo luogo, onde tutte le ricerche fatte da quelli che frequentavano la Biblioteca, erano necessariamente a me dirette, e perciò fino da quel tempo concepii il pensiero dell'utilità che avrebbe prodotto un Indice ordinato secondo le materie, ma la mia strettezza nemica e le perversità dei tempi non mi permettevano d'abbandonare i miei lavori, che, come dissi, mi davano parte di sussistenza, fino a che accaduta da lì a qualche tempo in Toscana, la generale soppressione dei conventi, fui impiegato per adunare libri e quadri provenienti da quelli; e per quanto io fossi indiscretamente trattato in quell'operazione, mi vi prestai con tutto quello zelo di cui poteva essere animato uno, che amava sinceramente questa Biblioteca e anteponeva questo affetto al proprio interesse, considerando il suo accrescimento come parte precipua di ricompensa delle fatiche che impiegava in vantaggio della medesima. « La rifusione totale di questa libreria, e il totale cambiamento materiale della sua forma, in conseguenza della riunione alla medesima delle monastiche librerie, l'accrebbe notabilmente di mole e di confusione, e tutto ciò mi produsse nuove fatiche e pensieri, perchè solo ad operare, e solo a combattere contro i frequenti ostacoli che mi si opponevano per parte di chi aveva il diritto di disporre. Sarebbe inutile, nè converrebbe l'entrare a dire quanto allora era accaduto in questo proposito. Erano tempi (come ognun de' coetanei rammenta) di vera confusione. Dirò soltanto che dopo aver compilato un Indice alfabetico per nomi d'autori, assai necessario per poter corrispondere al pubblico nelle ricerche che potevano venir indirizzate, un rimprovero ingiusto con acerbissima inurbanità scagliatomi in faccia da tale da cui meno doveva attenderlo, mi fece finalmente risolvere ad intraprendere con dispetto la compilazione di quest'Indice, l'idea della qual compilazione aveva tante volte con compiacenza accarezzato, e abbandonato poi per le circostanze non ridenti nelle quali mi trovava, e per le difficoltà che mi si presentarono nella sua esecuzione. «Taluno direbbe che io intrapresi questo lavoro forsennatamente, e senza pensare alle conseguenze, come appunto farebbe una fanciulla invaghita di marito, cui fosse stato detto che non troverebbe un cane che la guardasse, ond'essa si dà al primo che gli si presenta, vada pur la faccenda come può andare; ma no: io pensai, consultai, e mi affidai al soccorso di chi poteva accordarmelo, in quelle cose a me più sconosciute, nè m'ingannai: se poi io ne abbia saputo profittare, altri ne deciderà. «Il mio lavoro fu per molto tempo bersagliato e deriso, e, benchè commentato dai nostri dotti non meno che da diversi estranei, non cessarono le derisioni fino a tanto che il cav. Gio. Battista Baldelli, allora governatore di questa città, che per caso lo vide, e l'Antologia di Firenze, ne pronunziarono favorevole giudizio, e allora fu che vi si prestò l'attenzione, si lodò, e si protesse. Tanto possono voti di persone autorevoli e degni della pubblica stima. Sarebbe desiderabile, che più spesso, e a proposito per il bene pubblico fossero questi voti pronunziati. «Furono queste le fasi di una vita travagliata, che precedè ed accompagnò il mio lavoro, lungo, e penoso. Se si considereranno i mezzi tanto letterari che economici che ho posseduti, ho luogo a sperare che presso i discreti troveranno compatimento gli errori che potrò aver commessi, motivo per cui non ho temuto di manifestare questa mia sincera confessione».
Pasquale Franci Al nostro scopo di presentare in questo libro cittadini d'ogni ordine, viene a proposito Pasquale Franci senese, uomo che nella ancor verde età di 47 anni si è già cattivato l'attenzione e la stima dei suoi concittadini, quantunque i primi passi della sua carriera possano esser giudicati umili, se umile può dirsi qualunque lavoro che contribuisca al benessere di molte famiglie ed all'incremento dell'industria. Nella sua prima giovinezza rimase orfano del padre, ed ebbe ricovero nel patrio Orfanotrofio. Indirizzato al mestiere di fabbro-ferraio entrò nell'officina del Magri, uno dei più valenti in quel tempo nel suo mestiere. Ivi apprese l'arte, distinguendosi tra gli altri lavoranti non solo per intelligenza, ma altresì per assiduità al lavoro. Morto il suo maestro, e a diciotto anni uscendo dall'Orfanotrofio, dovè abbandonarsi alle proprie forze, e solo in esse confidare. Ma quali! Mancava affatto di capitali per assumere in proprio vantaggiose lavorazioni. Nel 1847 e 1848 quando per la prima volta in Toscana fu creata la guardia Civica, con pochi denari che potè trovare ad imprestito, cominciò per proprio conto a fabbricare sciabole pei militi cittadini. Piacquero per la forma e per la tempera dell'acciaio, e n'ebbe subito commissioni rilevanti. Con questo mezzo incominciò a fare i primi guadagni e i primi risparmii. Ma ciò non era tutto quello che cercava. Sentiva il bisogno di dare sfogo al desiderio che aveva d'intraprendere qualche cosa di più grande, e di maggior vantaggio a sè e alla città. I letti costruiti in ferro erano venuti di moda, e per la loro comodità ed eleganza erano sostituiti a quelli costruiti in legno. Genova avea quasi conquistato il monopolio della nuova industria, faceva di quei letti un largo ed esteso commercio, ed erano ammirati per la pulitezza colla quale era tirato il ferro, e per la sua splendida inverniciatura a fuoco. A Pasquale Franci piacque quella specie di lavoro, e vi rivolse tutta la sua attenzione. Studiò, comprò il segreto delle inverniciature, e cominciò ancor esso con modesti principii a fabbricare letti di ferro a somiglianza di quelli di Genova. Riuscì così bene il suo tentativo, che presto i letti costruiti dal Franci, presero il posto di quelli che si ordinavano a Genova. Ora dal suo laboratorio ne escono 2000 circa ogni anno, di ogni qualità e grandezza, da quelli per modeste famiglie a quelli su cui vengon chiamati pittori valenti del paese a dipingere figure ed ornati di squisito lavoro. Per questo le sue officine crebbero d'importanza sì per la quantità del lavoro, come pel numero delle persone che vi trovano onesto e conveniente lavoro, occupate nella costruzione di letti, di cancelli, barriere, mobili e attrezzi di ogni genere, e tutto in ferro battuto. I prodotti più fini di questo laboratorio non solo escono dalla provincia, ma si smerciano anche in Egitto. L'officina primitiva risultò perciò ben presto inadeguata al cresciuto lavoro. Riuscita vana la ricerca d'un nuovo locale proporzionato al bisogno, il Franci pensò di costruirne di sana pianta uno che a quello soddisfacesse. Le sue manifatture nella Esposizione provinciale di Siena, in quella di Firenze, e nella successiva di Londra, hanno avuto tanto favorevole giudizio da essere premiate con medaglie e diplomi. Il Re lo ha decorato della croce dei SS. Maurizio e Lazzaro. Non mancarono al Franci le guerricciole che sogliono provare coloro che in mezzo all'ignavia si fanno notare per il loro lavoro costante e ardimentoso. Alle contrarietà oppose la perseveranza, alle piccole malizie la rettitudine dei suoi atti, e non curando gli inetti, li ridusse al silenzio. Attualmente chi viene in Siena scendendo dal vagone ed entrando dalla barriera di San Lorenzo, fatti forse cento passi, a mano sinistra vede un nuovo fabbricato, ove a grandi lettere, si legge:
FABBRICA DI MOBILI IN FERRO DI PASQUALE FRANCI
Così il Franci, che nel 1848 non era che un semplice operaio magnano, ora è proprietario di una estesa fabbrica di lavori in ferro, di forme e qualità svariatissime, e la dirige con ordine ammirevole, somministrando pane onorato a quasi 100 individui tra sbozzatori, raffinatori e miniatori, con molto suo vantaggio, e con vantaggio e decoro della città.
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Livorno è una città nuova, popolata di gente nuova. Emporio marittimo e commerciale, posto dalla natura in così felice situazione geografica, a mezza via del mare più solcato dal naviglio mercantile, Livorno raggiunse, in tempi non ancora lontani da noi, un alto grado di prosperità e di floridezza. Le franchigie accordate al suo porto allora, quando la maggior parte delle, legislazioni doganali europee si ostinava negli errori de' diritti differenziali, il libero scambio proclamato da' principi toscani mentre gli altri governi vaneggiavano tuttavia fra le aberrazioni del più cieco protezionismo: le condizioni generali del commercio nel Mediterraneo, furono origine e cagione dei subiti guadagni che fecero salire in fama ed in ricchezza, molte case commerciali sorte in un batter d'occhio con molto umili e molto oscuri principii. Parrebbe a prima vista che in una popolazione siffatta dovessero facilmente raccogliersi molti ed imitabili esempi di operosità e di lavoro largamente ricompensati da' lieti eventi della vita, molti e chiari nomi di uomini, in tanti e sì diversi modi, e per singolarissime vicende giunti a' più alti gradini della scala sociale, utili agli altri, e artefici della propria fortuna. Pure non è così. Il cominciare dal nulla e sollevarsi grado a grado, passando per la trafila di penose ma fortunate transazioni commerciali, a più agiata e più comoda posizione, è cosa così comune a Livorno, che ad ogni piè sospinto se ne incontrano esempi, tutti meravigliosamente uniformi ne' principii, ne' mezzi e nel fine, talchè l'imbarazzo della scelta ci pone nella impossibilità di preferire un nome ad un altro. Nè si deve dimenticare che molti fra gli uomini più influenti del commercio livornese non sono già nati a Livorno, ma serbano tuttavia la qualità di sudditi esteri, e da' diversi paesi d'Europa vennero a Livorno per arricchirsi coll'esercizio della mercatura, con animo di partirsene più tardi e tornare alla patria d'onde mossero poveri e sconosciuti. Molti altri che stranieri furono, ma scelsero quindi come patria di adozione l'Italia, scesero ormai nel sepolcro, e fra questi sentiamo il dovere di citare il compianto conte Francesco de Larderel, il cui recente blasone fa fede della nuova e importantissima industria da lui creata in Toscana, e le cui ricchezze furono il premio delle sue lunghe fatiche, della sua ferma volontà, e del suo ingegno piuttosto unico che raro. Altri ancora Livornesi nacquero e morirono, e fra questi è prezzo dell'opera ricordare Gustavo Corridi che alle industrie paesane dette così vigoroso impulso e sviluppo sì largo: ma la morte che lo rapì al suo paese, lo involò pure al nostro libro. Alcuni sono viventi tuttora, e i nomi del cav. Giuseppe Michelì, da oscuro maestro d'ascia salito a' più alti gradi della amministrazione marittima dello Stato come valentissimo costruttore e architetto navale, e del cav. Giuseppe Coccoluto-Ferrigni, che da povero operaio, figlio di operaio poverissimo, giunse a possedere e dirigere uno de' più grandi e meglio conosciuti opifici industriali del paese, avrebbero potuto figurare nella nostra raccolta, se la loro ritrosìa, invano e lungamente tentata, non avesse voluto rifiutarsi a fornirci le necessarie notizie biografiche. Neanche è vero che manchino a Livorno illustri uomini nel campo delle lettere e delle scienze. Si suol credere generalmente che una città d'affari, tutta intenta ai traffici, non possa aver prodotto uomini dotti, letterati, artisti. È l'errore solito. Gli uomini egregi vengono bene dov'è in onore il lavoro. Dov'è in onore il lavoro più facilmente accade che dalle più povere classi della società giovani coraggiosi riescano a vincere ogni ostacolo e segnalarsi. Ma anche questi nomi escono dai limiti che furono tracciati a questo lavoro; e a chi volesse averne notizia, io non saprei dare miglior consiglio che quello di leggere il libro intitolato: Ricordi e Biografie Livornesi, gentile ed aurea raccolta, con diligente amore condotta, che passa in rassegna cronologicamente i Livornesi più insigni dagli antichi ai moderni; e dove tutto è toccato maestrevolmente, con giusta proporzione, con gusto. Sarebbe un gran bene per le tante città d'Italia se per ognuna di esse taluno imprendesse a fare quello che per Livorno ha fatto il signor Francesco Pera. Questo Livornese benemerito s'è messo fin dalla primissima gioventù a raccogliere notizie intorno alla sua città nativa, alle principali particolarità di essa, ai grandi uomini che l'hanno visitata e ne hanno parlato e sopratutto ai figli suoi che in qualsiasi modo le hanno fatto onore. Il libro del signor Pera mi dispenserebbe affatto dall'aggiungere qui sillaba su Livorno, se egli non si fosse imposta la legge di non dir parola de' viventi, mentre io invece ho dato a questi sui morti la preferenza. È per queste ragioni che la parte fatta a Livorno in questo libro è così tenue. In una città ove tra' viventi esempi della forza del volere e del lavoro avrebbero diritto alla citazione troppi più nomi che non comporti la mole di questo libro, la scelta fra essi non poteva non causare accuse di parzialità e d'ingiustizia, nè mancar di suscitare malcontenti e rimproveri. Queste le cagioni del nostro laconismo. Esse non tornano a disdoro dei Livornesi, e voglio sperare che saranno facilmente intese, e con benevolenza apprezzate.
Ernesto Rossi Ernesto Rossi nacque di famiglia popolana in Livorno nel 1830 da Giuseppe e Teresa Tellini. I genitori gli dissero e gli ribadirono prima ancora che fosse in età di ben comprendere quello che gli si diceva, ch'egli doveva diventare avvocato. Suo padre, antico soldato di Napoleone e reduce della Beresina, non era uomo amante della discussione e tanto meno in casa: non gli veniva in mente nemmeno per un istante il dubbio che suo figlio potesse non voler fare l'avvocato. Il figliuolo invece faceva figurini di cera e ometti di legno e rizzava su in casa un teatrino, ove faceva muovere le sue figurine e i suoi ometti cui dava nome di Oreste, di Saul, di Francesca, e declamava versi. Il padre, sapendo quanto giova ad un avvocato la declamazione, diceva — sta bene. — Però il giovanetto studiava pure di voglia insieme col Goldoni, l'Alfieri, il Nota, il Niccolini, il Pellico che divorava di soppiatto e gustava i nostri grandi poeti e si veniva facendo famigliari i classici latini ed anche greci. Quando fu tempo, il padre lo mandò all'Università di Pisa, e là le cose andarono peggio: di studi legali non faceva nulla, e tutto viveva col pensiero al teatro. Dopo tre anni passò il Rubicone, e si gettò in una Compagnia drammatica. È vano tentare di descrivere il furore del padre; il quale ora con lagrime di gioia segue il figlio nei suoi trionfi. Rossi s'incontrò con Modena, e studiò da vicino quel sommo riformatore dell'arte teatrale, che gli fu molto benevolo. Non ebbe da altri compagni d'arte pari benevolenze; lo guardavano come un intruso, gli rimproveravano il suo non esser nato sulle tavole. Egli proseguiva tutto pieno d'un suo grande concetto. Il teatro riboccava allora di traduzioni dal francese. Goldoni, Alfieri, Niccolini, Nota, Pellico, Marenco, non bastavano ad alimentare le scene, e si ricorreva a traduzioni dal francese. Erano drammi pieni di effettaccio, come dicono i comici. Ricco di gusto squisito e nutrito di buoni studi, Ernesto Rossi deplorava questa condizione del teatro italiano, e venne nel proposito di porvi riparo. Egli aveva letto Shakespeare tradotto, e s'era entusiasmato indicibilmente per l'immortale poeta. Deliberò di farlo gustare agli italiani, ma volle prima comprenderlo bene addentro egli stesso. Si pose a studiare l'inglese, e non si fermò finchè non fu in grado di leggere e d'intendere e di sentire da sè gli scritti originali di Shakespeare, di Byron, di Milton, e dei tanti poeti che illustrano quella ricchissima letteratura. Andò a Londra, vide Kean rappresentare i drammi di Shakespeare, si abboccò con lui, ne chiese e n'ebbe consigli, ma ripartì deliberato di non imitare, nè Kean nè altri, bensì di fare a modo proprio, e d'interpretare Shakespeare come l'animo gli dettava; aveva con predilezione speciale studiato l'Amleto; s'era compenetrato di questo tipo straordinario e meraviglioso, e deliberò alla fine di presentarlo in Italia. Il pubblico coltissimo d'Italia non ne capì nulla. Rossi tenne saldo, perseverò, e in breve quello stesso pubblico applaudì freneticamente. Amleto rappresentato dal Rossi è la delizia ora del pubblico d'ogni città d'Italia, ed a Parigi ha trionfato malgrado le rimembranze lasciate da Rouvière. Dopo Amleto vennero altri drammi di Shakespeare, Otello, Shilock, ecc. Poi Rossi intraprese lo studio del tedesco, per leggere nella nativa favella i drammi di Goethe e di Schiller, e far gustare quelle splendide creazioni al pubblico dei teatri italiani. Studiò ancora il teatro spagnuolo, e rappresentò inarrivabilmente La vita è un sogno, di Calderon. A Madrid e a Lisbona fu applaudito come a Parigi, ed in quest'ultima città destò pure ammirazione col Cid di Corneille in francese. Chiunque lo ha inteso declamare i versi di Dante sa in qual modo egli comprenda i nostri grandi poeti. Molto egli ha fatto per l'arte, ma molto può fare ancora. Perchè, oltre al Dante ed al Manzoni, non potrebbe dire al pubblico dal palco scenico qualche brano dell'Ariosto, del Tasso, del Petrarca, del Giusti, dell'Aleardi, del Prati e di tanti altri poeti italiani? Ecco un nuovo e vasto e fecondo campo che nessuno può più di lui degnamente coltivare.
Giuseppe Orosi. C'è una frase proverbiale che esprime meravigliosamente in poche parole tutto un concetto morale e filosofico, e che il barone di Rothschild amava ripetere molto spesso: c'è maggior differenza fra nulla e un centesimo che fra un centesimo e un milione di fiorini!... Cotesto proverbio dice una gran verità!... Fra il poco ed il molto esiste sempre, per debole che sia, una sottilissima e delicatissima linea di congiunzione che ravvicina e riunisce alla meglio uno all'altro que' due termini d'una comparazione sempre possibile. Il correlativo è leggiero, scolorito, sfumato... ma c'è!... Ma fra il nulla e il qualche cosa, per quanto il qualche cosa sia poco, piccolo, meschino, e frazionario fino alle porzioncelle infinitesimali, ogni termine di comparazione sparisce, ogni linea di congiunzione si rompe. Chi dal poco riesce a far molto, somma, accumula, moltiplica... fa dell'aritmetica in azione; chi dal nulla sa trarre appena appena qualche cosa, crea!... Giuseppe Orosi è proprio della razza di quelli che hanno saputo trarre tutto un mondo dal caos. Quando la sua mente infantile si aprì alle prime aure di vita intelligente, egli ebbe subito ad accorgersi che a' suoi primi passi sulla scena del mondo mancava l'amoroso aiuto, la guida fidata, e l'affettuosa e previdente sollecitudine paterna!... Assai prima che la fiamma dell'intelletto si accendesse nel figlio, la face della vita si era spenta per sempre nel padre. L'orfanello e la vedova trascinavano penosamente in Pisa, nelle viuzze d'un quartiere remoto, una di quelle esistenze oscure, nascoste, orgogliosamente meschine, che sotto le apparenze d'una modesta agiatezza celano con ogni gelosia il segreto d'una povertà vicina all'indigenza, e sciolgono ogni giorno, all'ultima ora, con cento miracoli di lavoro, di pazienza, di rassegnazione e di dolore, il tristo problema del pane quotidiano, per trovarsi poi alla dimane dinanzi agli occhi, più minaccioso e più inesorabile che mai il fantasma del bisogno e della fame. Questa titanica imposizione di montagne per dar la scalata all'inaccessibile Olimpo del quieto vivere, durò quindici anni... orribilmente lunghi... e inenarrabilmente infelici. Poi le forze della povera vedova si stancarono in questa lotta ineguale col destino ostinatamente nemico, ed essa consentì ad affidare i suoi destini ad un secondo marito che, aprendo a lei le porte della nuova casa, non potè chiamare a far parte della famiglia il giovinetto onestamente sdegnoso dal canto suo d'una esistenza parassita e spensierata. Giuseppe Orosi rimase dunque solo a quindici anni... completamente solo nel mondo, povero d'esperienza, privo di consiglio, debole del corpo, e colla mente appena aperta a' primi e incompleti rudimenti d'una letteratura monca, sterile, scrupolosamente evirata come quella ch'era di moda in quei tempi sonnacchiosi. Nel piccolo granducato di Toscana, il governo restaurato dell'austriaca casa di Lorena, aveva inaugurato in quegli anni che tennero dietro a' rivolgimenti del '31. una politica di sospetti, di spionaggio e di stupida e cieca repressione, che era la conseguenza naturale de' segreti trattati e delle vigliacche stipulazioni che legavano all'Austria preponderante i destini del governo granducale. Nelle scuole private e pubbliche, nelle università, nelle cliniche dello Stato microscopico, dove altra volta i più colti ingegni, le voci più eloquenti, e le anime più generose di tutta Italia, avevano liberamente professato le dottrine del rinnovamento scientifico, letterario e sociale, il gran ragno della Compagnia di Gesù, protetto un po' apertamente e un po' di soppiatto, dalla influenza governativa, aveva tessuto una larga tela, dove s'impigliavano le ali tutte le menti robuste, e le intelligenze un po' elevate che s'attentavano a un volo troppo alto secondo le viste e i desiderii della Presidenza di buon Governo. In questa razza di società, colla testa piena di progetti, con un patrimonio di volontà da fare onore a' più risoluti, e con un magro borsello, guarnito di poche lire toscane al mese, ultima espressione delle forze materne, Giuseppe Orosi mosse i primi passi verso la meta gloriosa cui lo spingeva incontro la più santa, la più nobile, la più generosa delle ambizioni. Inscritto nella scuola universitaria dell'egregio professore Branchi, tra gli studenti di farmacia, si acconciò alla meglio come garzone nella spezieria arcivescovile pisana, la più povera, la più oscura, la più meschina, di tutte le spezierie della città. Nei rari momenti che gli lasciavano liberi le occupazioni dello studio e le faccende dell'officina, il giovinetto volgeva i passi vagabondi e svogliati all'antico viale fuori la Porta alle Piaggie, e là, sulla sponda dell'Arno natìo, tutto solo co' suoi pensieri e co' suoi dolori, mangiava il povero e scarso pane guadagnato laboriosamente fra gli stenti e le fatiche d'una vita di rassegnazione e di lavoro continuo. Poco a poco, menando i giorni travagliati in una alternativa straziante di speranze e di paure, di lusinghe e di scoraggiamenti, si ridusse a San Giuliano dei Bagni per alloggio presso certi parenti suoi, ed ogni mattina, mettendo piede innanzi piede, sotto la sferza cocente del sole, o sotto il peso d'una pioggia torrenziale, stanco, trafelato, sfinito, si trascinava in Pisa alla chimica del Branchi. Nè questa vita di inaudite privazioni e di stenti durò poco. Per tre anni interi l'Orosi si inscrisse all'Università pisana pei corsi degli studi di medicina, e frequentando le scuole, dette prove che l'arte salutare avrebbe avuto in lui un appassionato e non volgare cultore. Ma gli studi medico-chirurgici sono lunghi, difficili, e dispendiosi!... E bisognava, come che fosse, uscire dalle pastoie della scuola, era necessario produrre per consumare, era necessità ineluttabile chiudere la serie del preparatorio per entrare nel periodo del positivo. Orosi abbandonò l'idea d'esercitare la medicina, e volse tutti gli sforzi suoi a ottenere la matricola di farmacista, tanto per assicurarsi una fonte di modesti guadagni che facessero meno penosa e meno triste la sua travagliata e faticosa gioventù. Per prendere la matricola, a que' tempi, ci volevano su per giù cento lire toscane. Tasse universitarie, deposito per gli esami, spese di viaggio a Firenze (dove soltanto si accordavano le matricole), tutto insieme il conto saliva alle cento lire... e le cento lire non c'erano!... Cercarle e trovarle era una delle fatiche d'Ercole!... tanto più che il domandare era per quella natura onestamente altera e dignitosa una delle cose più difficili, più penose, più repugnanti del mondo. Pure l'anima altera si piegò sotto il duro giogo della necessità. Domandò, supplicò... per tre volte e di persona ebbe ricorso al Granduca... bevve fino alla feccia il calice amaro del dubbio prima, e poi della ripulsa inonesta... finalmente raccapezzò alla meglio le cento lire, e strappò via la matricola con un esame che lasciò attoniti i professori. E coll'umile battesimo del farmacista, col diploma comprato a sì caro prezzo in saccoccia, dimesso nelle vesti, e leggero di borsa, prese la via della Maremma, e si ritrasse in campagna su quelle spiaggie deserte e inospitali dove per qualche mese nascosto in una meschina spezieria visse come potè, lontano dal mondo e dagli uomini. Più tardi venne a Livorno, e impiegato meschinamente in una farmacia, dove guadagnava appena sedici lire e ottanta centesimi al mese, rallegrò gli ozi forzati e le meste ore di sconforto col riprendere pieno d'entusiasmo e di trasporto i cari studi delle lettere abbandonati e negletti già da troppo lungo tempo. Si applicò alle severe discipline del disegno architettonico e delle matematiche, arricchì il corredo delle sue cognizioni, mettendosi bene addentro nella conoscenza delle lingue latina, francese ed inglese, e attutì colla forza del lavoro incessante, indefesso, continuo, le paurose voci del dubbio sconfortante e della disperazione che gli susurravano all'orecchio, nelle quotidiane battaglie della vita, il terribile consiglio di farla finita per sempre. I fieri tumulti di quell'anima generosa si calmarono sotto l'azione benefica del lavoro, e di lì a poco, dopo una vittoria contrastata contro non so quanti postulanti, fu chiamato in via di esperimento e di prova, a reggere il posto d'intendente di farmacia negli ospedali livornesi. Inutile dire che la prova riuscì a meraviglia. Messo al sicuro dal bisogno, salvato dalle lugubri tentazioni dello scoramento, l'Orosi sentì svegliarsi dentro di sè il germe di quella irresistibile vocazione che lo chiamava all'insegnamento. Non richiesto, non costretto, non retribuito, nel tempo delle vacanze autunnali, riunisce intorno a sè gli studenti livornesi di medicina e di farmacia, e incomincia un corso di lezioni di chimica cui la cortesia de' modi, la chiarezza delle spiegazioni, la vastità delle dottrine concilia tutte le simpatie della gioventù studiosa, che con nuovo esempio accorre in buon numero alla scuola ne' giorni del riposo e del passatempo e seguita diligentemente un corso scientifico dalla cui assidua frequentazione non può venirle nè male nè bene rispetto alle note officiali della direzione dell'Università. Intanto, la febbre dell'insegnamento, il desiderio di levarsi in fama, la nobile ambizione di conquistare un posto invidiato nella repubblica scientifica, l'amore alle dottrine de' suoi studi prediletti, accrescevano meravigliosamente l'attività infaticata del giovane Orosi, che trovava tempo di far prima a sè stesso le lezioni che più tardi doveva fare a' suoi scolari, e intanto pubblicava una traduzione commentata delle lezioni di filosofia del Dumas, leggeva varie memorie interessanti e forbite alla società medica livornese, intraprendeva la stampa della Farmacopèa italiana, libro che andò oltre le 2000 pagine e di cui succederonsi rapidamente tre edizioni, e si pubblica adesso la quarta, e dava alla luce un Dizionario di scienze industriali, che consta di meglio che 3000 pagine e che è come una raccolta di bene ordinate letture popolari sulle più interessanti applicazioni scientifiche. Questa vita operosa, infaticata, feconda di utili insegnamenti e di imitabili esempi, incominciava già, come raggio di sole, a dissipare intorno le tenebre e a fare un po' di luce sul nome del valente professore. Mancato il compianto professore Piria alla direzione del laboratorio chimico Corridi, fu chiamato a quel posto l'Orosi che inaugurò in quello stabilimento non pochi, non piccoli, e non volgari miglioramenti e da quello uscì più tardi per fondare in Livorno il laboratorio di prodotti chimici Contessini-Orosi che conquistò in breve tempo il primo posto fra gli stabilimenti similari d'Italia. Era impossibile che i reggitori della cosa pubblica nella provincia toscana, benchè travolti nel turbinio delle faccende politiche, e assorti nelle complicate questioni internazionali, e ne' torbidi interni che mettevano in forse l'avvenire del governo e le sorti dello Stato, non pensassero a utilizzare per l'insegnamento quella mente elevata, e quella fervida parola che risvegliava ne' giovani il sopito affetto a' buoni studi, onde di lì a poco, sul finire della prima età dell'anno 1849, l'Orosi fu nominato professore a Firenze. Se non che tre mesi dopo, ricondotto in Toscana dalle armi straniere il granduca Lorenese, una destituzione immediata, più vergognosa per chi la pronunziò che per chi l'ebbe a subire, colpì senza misericordia l'Orosi, ma gli rese ad un tempo il servizio di far sapere a chi non lo conosceva che le sue idee, le sue aspirazioni, le sue opinioni politiche, erano degne della sua intelligenza elevata e del suo cuore generoso, e che alla grandezza della patria egli non contribuiva solo colla mente e colla penna nel campo della scienza, ma anche colla parola e coll'opera sul terreno della politica. Quando il regime granducale crollò sotto il peso del disprezzo e della riprovazione delle genti toscane, il governo provvisorio fu sollecito a render giustizia all'Orosi e con un decreto molto onorifico lo ricollocò al suo posto, finchè più tardi, riordinata e ripristinata l'antica e gloriosa università pisana, conferì in quella una cattedra all'egregio professore. Chiamato all'insegnamento in novembre, egli cominciò subito i suoi corsi in gennaio: sfornito di laboratorio e di gabinetto dette opera alle necessarie dimostrazioni portandosi ogni giorno e lezione per lezione da Livorno i materiali indispensabili, e poco dopo con cure amorose, con sollecitudine instancabile, con sacrifici gravissimi aprì agli studiosi un laboratorio e un gabinetto così bene ordinati, così completamente arredati, retti con tanta intelligenza e con tanto sapere, che sono senza dubbio fra i migliori e più utili d'Italia. Oggi l'Orosi ha una posizione indipendente, agiata, onorevole ed onorata, cui giunse senza aiuti, senza protezione, senza appoggi di sorta alcuna, senza ausilio di cose nè di persone, anzi contro tutto e contro tutti, per sola forza di volontà, di studio, di lavoro, combattendo sempre contro la fortuna avversa e nemica, atterrando tutti gli ostacoli, sormontando tutti gli inciampi, procedendo innanzi senza debolezze, senza esitazioni, senza vane paure nè colpevoli transazioni, colla fronte alta, colla coscienza pura, colla altera dignità dell'uomo onesto, verso la meta che si era prefisso e che esser dovrebbe la meta di ogni uomo d'onore: essere utile a sè ed ai suoi simili. Il nome dell'Orosi suona chiaro oggi e venerato in tutta Italia. Cercato per consiglio, per giudizio, per esempio, egli occupò nella sua patria adottiva ed occupa tuttavia molti pubblici uffizi cui lo chiama spesso l'unanime voto de' suoi concittadini, il governo si valse dell'opera sua in mille delicate faccende, e ne lo rimeritò con onorificenze e con attestazioni di lode infinite. A cotesto segno altissimo egli giunse colle sole forze del proprio ingegno e della propria volontà. Nelle lettere e nelle scienze non ebbe mai maestri, proprio nessuno in tutta la vita,... non godè mai del benefizio di assistere ad alcun corso di celebri professori, nessuna mano amica si mosse in suo soccorso giammai nè a somiglianza d'altri, quanto lui poveri e come lui felici d'ingegno, trovò chi lo mantenesse a studio o gli procurasse i mezzi di andar fuori d'Italia a educare la mente nelle grandi scuole straniere. La storia intima dell'Orosi può insegnare a' giovani che nella battaglia della vita la vittoria è di chi sa volere, la fortuna di chi sa lavorare, che il lavoro è un'arma potentissima contro i colpi della sventura, che chi si accascia, si abbandona, si sconforta, e discende a vergognose transazioni colla propria coscienza, calpestando la dignità d'uomo e di cittadino, colla scusa del bisogno, del dolore, o della persecuzione, e accusando enfaticamente il destino, è troppo spesso un vigliacco e spregevole soldato, e studia contestare col pretesto della inevitabile fatalità, le basse tendenze d'un'anima debole o corrotta.
Salvatore Marchi. Nacque da poveri genitori in Santa Maria del Giudice presso Lucca il 10 febbraio 1820. Rimasto orfano di padre all'età di tre anni, la madre sua, seguendo il costume da remotissimi tempi invalso nelle campagne lucchesi, lo mandò a Parigi, all'età di 15 anni, cioè nel 1835 per ivi esercitare l'arte del figurinaio. Giunto in quella Babilonia parigina raccomandato a certo Picchi capo figurinaio di Santa Maria a Colle, che aveva la sua officina al num. 33 Boulevard du Temple, venne da costui alloggiato e tenuto presso di sè in qualità di apprendista. Il Picchi cominciò a farlo girare per le vie e nei dintorni di Parigi con la solita tavoletta sul capo e ritti sovr'essa i figurini di gesso sul genere di quelli che il lettore avrà visti le cento volte girare qua e colà per tutte le città italiane e straniere. Oltre il vitto e l'alloggio il giovane Marchi lucrava sulla vendita delle figurine un leggero benefizio proporzionale, che nel gergo degli stucchinai vien chiamato musina. Gli affari procedevano zoppicando, e il povero Marchi tirava innanzi molto stentatamente la vita, sia che i compratori fossero un po' rari nei primi esordi della sua carriera, sia ch'egli non trovasse la sua convenienza nella magra partecipazione che gli era assegnata, sia che il naturale suo desiderio di apprender l'arte mal si accomodasse a quella vita girovaga e faticosa, fatto sta che lo scoraggiamento s'impadronì dell'animo suo dopo un mese del suo arrivo a Parigi, ed esternò al suo padrone il vivo desiderio di tornarsene a casa. Il Picchi pratico del mestiere, e avvezzo forse a veder ripetere volta per volta uno scoraggiamento di simil natura ne' giovani apprendisti che spesso gli capitavano nell'officina, combattè nell'animo del Marchi l'avvilimento incipiente; e tanto più vivamente lo combattè, quanto più aveva creduto riscontrare nel giovinetto lucchese una indole buona, una natura onesta, ed una intelligenza poco comune. Certo i principii erano meschini, le difficoltà enormi, i giorni lunghi e penosi, ma non si giunge a respirare l'aura balsamica e salubre de' colli senza affaticarsi per l'erta spinosa, nè uomo si levò mai in fama e in agiatezza senza soffrire e faticare, nè si cantò mai l'inno della vittoria senza essersi coperti della polvere del combattimento. Chi fugge, vigliacco soldato, dalla battaglia della vita, chi aspetta dal caso ristoro alle sue pene, chi non ardisce, non opera, non lavora e si sta colle mani alla cintola nell'ignavia codarda, incolpi sè stesso de' mali che lo angustiano e della miseria che lo circonda. Tali le parole del maestro allo sconfortato discepolo. Ma vedendo che l'altro insisteva fino alle lacrime, il Picchi, per indurlo a mutar partito, gli promise di assegnargli due lire al giorno, a condizione che rimanesse con lui almeno tre anni e mezzo. Questa offerta generosa, di cui non si conosceva esempio fino a quel giorno a favore di un apprendista quindicenne che appena esordiva, aprì l'animo del Marchi a serie riflessioni, e più di tutto alla riconoscenza verso il proprio maestro, onde si quetò poco a poco, non negò il suo assenso al contratto, e si propose di servire da quel momento il suo benefattore con tutto lo zelo e l'abilità di cui si sentiva capace. Nel cuore del giovinetto rinacque il coraggio e la fiducia nell'avvenire; l'onesta coscienza di sè e delle sue forze avvalorò la sua languente speranza, e il fermo proposito di vincere col lavoro la mala fortuna sorse nell'animo del povero stucchinaio. Le condizioni del contratto vennero fedelmente osservate da ambe le parti con reciproca soddisfazione, chè anzi il Picchi, vedendo il discepolo suo far rapidi progressi nell'arte, e dall'opera di lui cavando assai vistoso profitto, e di gran lunga maggiore di quanto si aspettava, aumentò più tardi, e volontariamente, il di lui onorario fino a quattro lire per giorno. Durante il lasso di tempo passato al servizio del Picchi, il Marchi s'imbattè a far conoscenza d'uno scultore figurista italiano assai distinto e rinomato allora in Parigi, Domenico Fontana, che aveva il proprio studio rue Jacob, num. 11, e Marchi che aveva già aperto il cuore all'amore del bello, ne aveva potuto apprezzare il valore ed il merito. Indistinte, vaghe, confuse, cominciarono a farsi strada nell'animo del Marchi le aspirazioni a vita più larga, più artistica, più avventurata. Appena il tempo che lo legava al Picchi spirò, si recò presso il Fontana, e lo pregò di volerlo accettare nel suo studio, offrendosi a servirlo per meno ancora di quanto guadagnava presso l'antico maestro, dacchè preferiva, a suo dire, un più magro compenso pecuniario purchè potesse arricchire la mente di più largo corredo di studi e di cognizioni artistiche. Il Fontana accolse nel suo studio il giovinetto per un anno, e gli assegnò di stipendio una lira e mezza soltanto al giorno. Fioriva allora in Parigi il famoso scultore Pradier, membro dell'Istituto di Francia, e la gloria di cui illustrava il suo paese era giunta al massimo. A lui ricorrevano tutti i figuristi italiani che amavano acquistare il diritto di riprodurre in gesso i suoi capolavori, onde attivare la loro industria ed il loro commercio. Il Pradier per conseguenza trovavasi costantemente in relazione e col Picchi e col Fontana. Avendo così avuto campo di osservare alcuni de' suoi originali riprodotti in gesso dal giovane Marchi, il Pradier rimase colpito dalla precisione e dalla grazia con cui que' lavori erano stati eseguiti, e volle conoscerlo personalmente. Da quel giorno vi fu simpatia vicendevole; e venuto l'anno 1841 il Marchi ebbe la fortuna e l'ambito onore di venir ammesso nello studio del sommo artista per non più esser diviso da lui che il giorno della sua morte. Dapprincipio il giovane allievo guadagnava pochissimo, ma non andò molto tempo che venne messo a parte dei lucri in una data proporzione per ogni statuetta che modellava, e venne così a guadagnare fino a venti lire al giorno. Da allora ebbero principio i risparmi del Marchi, il quale volendo prepararsi un avvenire indipendente, viveva colla massima frugalità. Pradier lavorava per la famiglia di Luigi Filippo, per l'Accademia delle Belle Arti, per il Museo di Versailles, e più tardi per il Palazzo di Cristallo di Londra, e nelle sue relazioni cogli alti personaggi che presiedevano a detti stabilimenti, impiegava spesso il Marchi, per cui questi non tardò molto a cattivarsi la stima, la benevolenza, e la protezione di molte e cospicue persone, e particolarmente del conte di Montalivet e del signor De Salvandy. Vivente ancora il Pradier, potè il Marchi aprire una officina per proprio conto, rue Jacob num. 48, ove impiegava molti lavoranti italiani, e finalmente dopo la morte dell'illustre artista, trasportò il suo stabilimento, ingrandendolo di molto, ove trovasi attualmente, cioè al num. 30 del Passage Choiseul. Al giorno d'oggi egli impiega trenta lavoranti tutti italiani, ed è senza dubbio il primo nel suo genere e come artista e come possessore di un'officina che rappresenta un valore di trecentomila franchi. Il Marchi è autore di vari capi d'arte rinomati: fra cui Le Moineau de Lesbie, rappresentante una leggiadra fanciulla che tiene in mano il passerino, cantato con tanta grazia dai soavi versi di Catullo, e poi un Gesù, ed un San Giovanni, molto pregiati in Francia., Egli è pure inventore di un nuovo sistema di forme di gesso senza suture nè rattoppi, ormai adottato da tutti, che gli meritò tre medaglie; cioè quella d'onore di prima classe della Società delle Arti, Belle Lettere ed Industria di Parigi il 26 novembre 1855; quella di seconda classe all'Esposizione universale del 1855, e quella d'onore dell'Accademia delle Arti, Scienze, Musica e Belle Lettere di Parigi, il 25 giugno 1857. Nell'agosto del 1855 si vide pure onorato della medaglia d'argento della Società libera delle Belle Lettere, Arti ed Industrie di Parigi, e nel 1856 di quella della Società d'Incoraggiamento di Londra. All'Esposizione di Firenze (1861) ottenne la medaglia del merito, ed a quella delle Belle Arti del 1863 in Parigi, egli fu meritatamente ricompensato con la medaglia di seconda classe. Nel 1867 egli presentò alla Esposizione universale la riproduzione di quattro medaglioni rappresentanti il Battesimo, il Calvario, una Battaglia di Carlo Magno, la Morte di Vercingetorige di Justin, le cui cornici, capolavori d'arte, erano di sua invenzione, ed erano costate ventottomila franchi di solo getto e cesellatura. Per tali opere lodatissime, egli ottenne a cotesta Esposizione una menzione onorevole, che nella sua modesta alterezza d'artista, credè conveniente di non accettare. Per dare un'idea delle sue attuali condizioni di fortuna, basterà dire che, a parte ciò che spese durante la sua carriera artistica per eseguir i suoi lavori, il Marchi pagò oltre a duecento mila lire solo per acquistare il diritto di riprodurre le opere altrui. Da vari anni avrebbe egli potuto essere nominato capo dei formatori del Museo del Louvre, carica assai lucrosa ed onorifica; ma siccome per accettare cotesto ambito ufficio gli sarebbe stato necessario domandare la naturalizzazione francese, egli preferì conservare la sua nazionalità e restare Italiano, per non smentire in un momento la sua condotta passata. Difatti, durante il lungo e volontario suo esilio dalla patria, egli non la dimenticò mai, e nel suo cuore trovarono sempre un'eco vivissima tutti gli avvenimenti che dalla sua partenza al giorno d'oggi ne mutarono le sorti, e la condussero all'unità. Nel 1859 fondò a Parigi un Comitato italiano avente per iscopo l'invio di volontari italiani all'armata che entrava in campagna contro lo straniero; ed oltre i fondi da lui versati nella cassa del Comitato stesso, procurò a diciassette volontari, fra cui cinque suoi lavoranti, i mezzi di condursi sotto le bandiere del Re. Il Marchi è membro fondatore della Società di Beneficenza Italiana, fondata in Parigi nel maggio del 1865, ed i suoi compatrioti l'han sempre trovato pronto a soccorrerli ed a guidarli, ogni qualvolta si sono visti nella necessità di ricorrere al suo generoso patrocinio. Non è superfluo aggiungere che fin dai primi momenti in cui potè disporre di qualche piccolo risparmio, non mancò mai d'aiutare la vedova madre che morì nel 1867 vecchia di 85 anni, ed ogni altro della sua famiglia cui fu sempre largo di ogni maniera di soccorsi, talchè procurò in breve tempo a ciascuno di loro una modesta e grata agiatezza. |
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