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Michele Lessona
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  • CAPITOLO DECIMOSECONDO   CANTON TICINO Meriti dei Ticinesi — Migrazioni — Vincenzo Vela — Gaspare Fossati — Domenico Giudicelli
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CAPITOLO DECIMOSECONDO

 

CANTON TICINO

Meriti dei Ticinesi — Migrazioni — Vincenzo Vela — Gaspare Fossati — Domenico Giudicelli

 

Il Canton Ticino non ha col Regno d'Italia nessun legame politico, ma sulle vette alpestri di quei monti, su quei colli verdeggianti di vigne e d'oliveti, in riva a quei placidi laghi entro le cui acque si specchiano tante città e tanti villaggi dall'aspetto francamente italiano, entro la chiusa di quelle valli fiorite che giacciono al piede delle Alpi maestose, risuona schietta e purissima la nostra bella lingua, si tramandano costumi prettamente italiani, e battono cuori che hanno comuni con noi i timori e le speranze, e menti ispirate alle gloriose memorie del nostro passato e alle pagine immortali della nostra storia che si collegò per lungo tratto di tempo colla storia e col passato de' monti e delle vallate ticinesi.

Su quella terra sacra alla libertà molto sangue italiano fu sparso: gli echi di quelle montagne rimbombarono spesso del fragore di battaglie in cui si decidevano le sorti della nostra penisola, e nelle gole del versante meridionale delle Alpi si librarono soventi i destini delle repubbliche e dei principati medioevali in cui si divideva miseramente l'Italia serva a tutte le influenze straniere e desiosa di rivendicare la propria libertà.

Le cime del monte Generoso, le sponde verdeggianti di Morè, l'orlo precipitoso dell'angusta gola che forma l'imboccatura della valle di Muggio, risuonano ancora delle funeste memorie che fecero tristamente famose le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini: e la chiesetta di Castel San Pietro, solitaria e romita alle falde del monte delle Croci d'Occo, conserva, scritta a caratteri di sangue, il ricordo delle feroci discordie che posero le armi fratricide nelle mani de' Rusca e de' Busioni.

Dalle pagine immortali della Divina Commedia scaturì la scintilla che accese il genio dei poeti ticinesi, e i giocondi rispetti e gli allegri stornelli che suonano sulle rive del Ceresio o tra i larici di Valle Leventina cantano le storie d'amore delle liete sponde del Lario e del Verbano, e le glorie di Milano e di Como.

La vecchierella devota e il parroco campagnuolo curvano reverenti la fronte sotto la benedizione del prelato italiano che ha potestà di sciogliere e di legare le loro timorate coscienze.

E le glorie dell'arte, e i nomi lodati degli illustri cultori della scienza che vanta il Cantone Ticino, nacquero o si rivelarono al mondo al nuovo sole del risorgimento artistico e scientifico d'Italia.

Le ridenti vallate e le pittoresche colline ticinesi toccano da un lato l'estremo confine della provincia lombarda.

I campagnuoli scendono spesso dalle cime delle Alpi nella fertile pianura milanese e comasca, e sprovvisti di lavoro nelle native montagne, abbandonano nell'inverno la capanna mal ferma e il nudo campicello per correre a frotte sul suolo lombardo a imparare e ad esercitare un mestiere.

Muratori, imbianchini, scalpellini, manovali, i Ticinesi forniscono un copioso ed abile contingente alla popolazione operaia di Milano, dove giungono coi primi tepori della primavera, armati di lunghi pennelli in asta, di badili, di vanghe, di martelli, e si trattengono poi per così lungo tempo che passano agli occhi di tutti per cittadini della popolata capitale della Lombardia.

Sotto quei rozzi saioni battono non di rado cuori nobili e generosi, e quelle fisonomie aperte, franche, serene, rivelano una razza d'uomini energici, operosi, ingegnosi, tenaci, rotti ad ogni fatica, avvezzi ad ogni disagio, e fortemente decisi a farsi strada nel mondo col lavoro e colla volontà.

Talvolta quelle povere vesti nascondono un artista; e taluno che mosse dalle Alpi ticinesi col secchio dell'imbianchino, tornò colla tavolozza di pittore alle patrie vallate, a riposare la tarda e onorata vecchiezza là dove respirò le prime aure di vita.

Nelle arti belle, nei traffici, nelle industrie, nelle scienze, i figli delle Alpi Rezie fanno onore al paese anche all'estero.

Il nome di Luigi Rusca suona chiaro e famoso in Russia, ove ai tempi di Caterina II diffuse il buon gusto dell'architettura italiana nobilitando con sontuose fabbriche Mosca, Pietroburgo, Astrakan, e perfino le colonie della Tartaria.

Domenico Fontana, che insieme ad altri due suoi fratelli scrisse pagine immortali negli annali dell'architettura, nato poverello da oscura famiglia ticinese, seppe levarsi così alto, combattendo con forte volere gli ostacoli dell'avversa fortuna, le condizioni miserrime de' suoi tempi, e l'invidia degli emuli e dei nemici, che riempì della sua gloria le mura eterne di Roma, scrisse il suo nome sui più maestosi monumenti e sui più splendidi edifizi della capitale del mondo cattolico, e architetto e ingegnere valentissimo fra i più valenti, riscosse da tutta Italia largo tributo di lode e di encomio quando per ordine del pontefice Sisto V innalzò in Roma sulla piazza di San Pietro il grande obelisco, che, tratto dall'Egitto in Roma ai tempi di Cesare, giaceva a terra nel Circo di Nerone.

Francesco Soave di Lugano fu scrittore ed educatore celebratissimo. Le pagine dei suoi libri, non immuni dai vizi dei tempi, ma promessa ed augurio di tempi migliori, hanno tenuto lungamente il primo posto nelle scuole italiane, e vanno pur tuttavia per le mani dei nostri studiosi, cui sono guida fedele e prezioso aiuto nello spinoso e difficile cammino della nostra letteratura.

Partiti dalle native montagne, giovani d'età, poveri di censo, d'esperienza poverissimi, ma ricchi di naturale ingegno e di tenace volontà, Lorenzo del Monico ed Emanuele Solari, ticinesi entrambi ed entrambi desiderosi di miglior fortuna, penosamente emigrarono nelle remote spiagge d'America, e sormontando ogni sorta di ostacoli, oggi si trovano a capo delle più ricche e più frequentate locande di Nuova York, entrambi milionari, e benefici ai poveri parenti e al paese natio.

Giovanni Genel, nato in Cornone da genitori poveri, partì senza mezzi di fortuna per Trieste in età di dodici anni, e là seppe procacciarsi stima e ricchezza, e morendo (19 aprile 1866) lasciò 20.000 lire al paese nativo che sempre aveva beneficato vivente.

Di Giuseppe Brocchi, che sebbene nato a Torino, vuol essere tenuto in conto di Ticinese, traendo origine la sua famiglia dal villaggio di Montagnola, dovremmo e potremmo dire più lungamente se non ne sospingesse la lunga via e non ci stringessero ad essere brevi i limiti tracciati a questo libro. Suo padre in Torino aveva bottega di stagnaio sotto i portici di via Po, ove ora è il Maggi venditore di stampe. Il giovane Brocchi lasciò il mestiere del padre, e coll'ingegno e il forte volere acquistò tali ricchezze e così estese cognizioni, da rendersi utilissimo alla Confederazione Elvetica, che lo nominò console generale nella stessa Torino, dove seppe farsi amare e stimare per modo che oggi, circondato da una eletta schiera di amici d'ogni classe, giunto all'età di 82 anni, vive di una vita prospera e attiva, e migliaia di persone benedicono il suo nome e le sue opere di beneficenza.

E pìù lunga e più particolareggiata biografia meriterebbe Stefano Franscini, nato a Bodio nella valle Leventina, che oscuro guardiano di pecore, ramingo e mendico sui patrii colli e sui monti, così mirabile ingegno sortì da natura, da invogliare alcuni dei benestanti più generosi del suo paese a farlo istruire a loro spese; e sì ferma volontà pose agli studi e al lavoro, da giungere in breve tempo a chiarissima fama di letterato e di scrittore. Caldissimo amatore di libertà, a lui dovette la sua patria l'ardita riscossa del 1830, e mentre agli uomini del suo paese assicurava il libero regime della nuova costituzione federale, ai fanciulli della terra nativa apprestava coi suoi scritti quella morale educazione che sola può assicurare ad un popolo l'indipendenza e la libertà. Questa vita del ticinese Franscini, che non descriviamo minutamente perchè è un esempio un po' remoto dai nostri giorni (moriva il 19 luglio 1857 a Berna), ci richiama alla mente un nostro fiorentino, Pietro Thouar, col quale aveva comune l'amore sincero e operoso nell'istruire le classi povere e ispirar loro sensi di dignità e di libertà bene intesa.

Chiamato ad altissimi uffici, il Franscini fu uomo politico integerrimo e abilissimo, e nella vita privata serbò fama di onestà, di illibatezza, e di cortesia. Molto scrisse, e più ancora operò per la gloria del suo paese natale e quando s'addormentò rassegnato e sereno nel sonno dei giusti, la Repubblica elvetica decretò in suo onore un pubblico lutto, e alla vedova derelitta segnò una splendida pensione.

Molto si potrebbe scrivere e dire dei Ticinesi benemeriti. Di qualche moderno soltanto noi brevemente diremo.

 

Vincenzo Vela

Lo scultore Vincenzo Vela nacque in Ligornetto, terra ticinese montuosa e pittoresca tra il lago Maggiore e il lago di Como, nel maggio dell'anno 1822 da contadini poverissimi, ma di illibata probità. A dodici anni, perchè s'avviasse pian piano all'esercizio d'un mestiere che togliesse alla povera famigliuola il peso del suo sostentamento, fu mandato a Bisazio, paesetto poco discosto dal suo, affinchè imparasse a fare lo scalpellino. La scelta di questa professione fu opera del caso. Lorenzo, fratello del nostro Vela, era scultore di decorazioni, e l'idea di incamminarsi per una via che lo potesse un giorno menare alla mèta cui suo fratello da lungo tempo era giunto, pareva al fanciullo la più sublime.

Stette due anni a Bisazio, costantemente occupato nel suo faticoso mestiere, inconscio di sè e del suo genio, finchè i primi racconti de' suoi compagni che gli vantavano le meraviglie di Milano, svegliarono in quel vergine cuore tutte le ambizioni e tutti i desideri dell'artista.

Milano!... la grande città dove un semplice scalpellino poteva frequentare le scuole di disegno, dove un oscuro manovale imparava a sbozzare sulla pietra le linee purissime degli ornati che suo fratello scolpiva da tanti anni!... Le scuole, l'arte, il disegno cominciarono a ballargli nella testa una ridda vertiginosa, e dalla cima della montagna natìa, gli occhi fissi sul sereno orizzonte, cercava lontan lontano le guglie della superba cattedrale milanese.

Volle fortuna che i suoi voti fossero in breve appagati, e date le spalle a Bisazio, fu allogato a Milano in bottega di certo Franzi, marmista, che lavorava tutto l'anno per l'Opera del Duomo.

Vincenzo potè finalmente contemplare da vicino quel miracolo di architettura, quella profusione d'ornati, quel popolo di statue che parlavano alla sua mente il muto linguaggio dell'arte e svegliavano nel suo cuore tutti i sentimenti di emulazione, di fama e di gloria.

La bottega del Franzi era proprio dietro il Duomo, e il giovinetto non levava mai gli occhi dal meraviglioso edifizio se non quando il pensiero della sua miseria lo ritornava da artista artigiano.

E quando fu più innanzi nel suo mestiere ebbe parte, per conto del principale, nei lavori del Duomo, e spesso attaccato ad una corda e sospeso per aria, con in mano lo scalpello e il martello, dovè aggiustare, riparare o rimettere qualche pezzo di marmo, qualche angolo spezzato, qualche cornicione guasto e minacciante ruina.

Intanto il fratello Lorenzo intese o indovinò nel giovinetto il genio nascosto e sonnacchioso fra le tenebre del mestiere, e gli porse in aiuto la mano, togliendolo dalla bottega del Franzi, e collocandolo nello studio dello scultore Benedetto Cacciatori, professore ed artista di gran fama a quei tempi.

Assiduo alle scuole, infaticabile al lavoro, Vincenzo divenne in brev'ora uno dei migliori discepoli del Cacciatori. Presto passò dalle semplici modanature all'ornato, dall'ornato alla figura, modellò in rilievo, e spesso ottenne i premi della scuola.

Studiava il giorno; e la notte, per aiutare il fratello, modellava per lui sulla cera candelabri, lampade, croci per uso di chiesa e per conto degli orefici di Milano.

Il suo maestro, Cacciatori, apparteneva alla vecchia scuola dell'arte, in quei tempi in cui le idee nuove germogliavano in tutti i cervelli e la critica rompeva una lancia per incamminare la scultura sulla via di progresso cui Hayez, Arienti, Bellosio avevano spinto la pittura. Le nuove idee infiammavano il Vela di irresistibile ardore, finchè, veduta la Fiducia in Dio di Bartolini, quella cara statuetta fissò i suoi vaghi desideri e le sue confuse aspirazioni, e drizzò l'ala dell'ingegno a meta più certa e più sicura.

Giusto in quel periodo Venezia aprì un concorso di scultura, e Vincenzo deliberò di concorrere con un bassorilievo rappresentante il Cristo che resuscita la figlia di Jair.

Il lavoro del nostro Vincenzo rivelava in lui un'artista vero, e destinato a grande avvenire. Il bassorilievo fu premiato, e il Vela, appena sui diciannove anni, ebbe una medaglia d'oro di sessanta zecchini (720 lire circa) che andarono, ohimè, divorati dal bisogno della sua povera casa.

Frattanto la città di Lugano volendo collocare quattro statue d'uomini illustri nelle nicchie che decoravano i portici del nuovo palazzo governativo, ne affidò una a Vincenzo, e fu quella di monsignor Luini di Lugano, Vescovo di Pesaro.

La statua, in pietra, era pagata 650 lire appena, blocco e lavoro compresi, ma il nostro Vincenzo fece opera sì lodata, così bella nella sua semplicità, così espressiva nel volto, così morbida nel panneggiamento, che da quel giorno gli artisti più famosi lo chiamarono fratello, e concepirono su lui le più belle speranze.

Tratto dalla fama del giovane artista, e dagli elogi che Hayez faceva dell'opera sua, il conte Giulio Litta gli diè commissione di fare una statua in marmo e Vincenzo scolpì la Preghiera, cara e delicata figura di fanciulla, leggermente coperta da un velo finissimo che tradiva le pudiche forme del corpo, e rivelava la fine maestria del sapiente scalpello.

Milano sentì svegliarsi per l'opera del Vela tutto l'entusiasmo artistico di cui è capace quella generosa città. Lo studio del nostro Vincenzo fu invaso da una folla di ammiratori, i crocchi, i circoli, le conversazioni risuonarono del nome del povero scalpellino di Ligornetto.

Alla sua gloria nascente non fece difetto la consacrazione dell'invidia. Gli accademici, i classici della scultura, sussurrarono che il Vela, incapace di scolpire il nudo, era stato prudentemente pudico cuoprendo con un velo il corpo della sua statuetta.

Punto da questa critica insipiente ed ingiusta, il Vela che visitava allora la città di Roma, concepì il nudo dello Spartaco. Il modello fu terminato in pochi mesi, e già si accingeva a riprodurre in marmo l'opera sua, lodata dal Tenerani che aveva veduto e ammirato quel gesso quando a un tratto la guerra del Sunderbund, scoppiata in quell'anno, gli rammentò i suoi doveri come figlio della libera Elvezia, e gettato lo scarpello, e impugnato il fucile, corse ad arruolarsi nella compagnia dei Carabinieri di Lugano.

Quella valorosa compagnia di volontari, nel fatto di armi d'Airolo, sostenne da sola l'urto delle soverchianti forze nemiche, e coprì l'imprudente ritirata delle truppe ticinesi.

Terminata la guerra del Sunderbund, Vincenzo Vela ormai soldato per elezione, non volle deporre le armi senza avere come volontario seguito nel 1848 le sorti dell'esercito italiano che combatteva sui campi lombardi per la libertà della patria.

Poi, dopo il disastro che ribadì le nostre catene, tornò ai suoi studi diletti, e appeso ad un chiodo il fucile, ripigliò lo scalpello che non doveva lasciare più mai.

E innanzi tutto eseguì in marmo il suo Spartaco, per commissione del duca Litta, che innamorato del raro talento del Vela, non si stancava di procurargli lavoro.

Quella statua, modellata in proporzioni colossali, fu uno dei più belli e più celebrati lavori che facessero onore alla moderna scultura italiana.

Spezzate le sue catene, sorto terribile e furibondo a vendicare l'onta del lungo servaggio, il generoso schiavo ribelle s'appresta a colpire col braccio armato il crudele oppressore. La compressione delle labbra, l'aggrottarsi delle sopracciglia, il fissare cogli occhi un vago orizzonte lontano, tutto rivela la tremenda risoluzione di vincere o morire. La faccia rannuvolata porta scritta sulla fronte la procellosa ira che gli bolle nell'animo. Tutta la persona, robusta e nerboruta si muove impetuosamente all'attacco. È la vendetta, è il castigo, è l'angelo della libertà.

La pubblica mostra dello Spartaco fu un trionfo pel Vela.

La novella scuola aveva vinto, e la scultura italiana, sciolta dalle vecchie pastoie, procedeva ardita e sicura verso quel seggio sublime che nessuno ha mai saputo o potuto rapirle.

L'umile scalpellino era ormai uno scultore famoso. Gli emuli tacquero, i nemici sparirono. Il Vela non aveva più che ammiratori ed amici.

Il suo taccuino riboccava di commissioni, il suo studio si riempiva ogni giorno di una folla plaudente.

Il signor Giacomo Ciani di Lugano volle avere da lui una statua di donna in proporzioni uguali al vero, raffigurante la Desolazione, e collocata più tardi sopra un monumento funerario eretto nei suoi giardini. Il conte Giovanni d'Adda di Milano incaricava poi il Vela della esecuzione di due opere monumentali consacrate alla memoria della contessa sua moglie (La Donna compianta nei suoi estremi momenti e l'Addolorata), figure al vero, collocate in una cappella sepolcrale eretta ad onore della estinta compagna nella sua villa di Ercole, a tre miglia da Monza.

Nel 1852, cacciato via da Milano per ordine del Governo Austriaco, che nel suo rifiuto di far parte dei membri onorari di quell'Accademia di Belle Arti (Istituto Governativo) vedeva una manifestazione ostile al Governo, il nostro Vela si stabiliva a Torino.

Appena giunto in quella città, a lui già conosciuto per fama venivano affidate varie opere di non lieve importanza, fra l'altre la Speranza che gli fu ordinata dal signor Prever e posta in una edicola sepolcrale del Campo Santo di Torino, la Rassegnazione, ordinata dalla contessa Losco di Vicenza e posta sopra una tomba nel Campo Santo di quella città, e il Monumento al maestro Donizetti per commissione dei superstiti congiunti del grande Maestro.

Ormai la fama del Vela aveva valicate le Alpi e aleggiava lontano oltre il mare.

Non è compito nostro seguirlo nei suoi trionfi. Questo libro non registra nella vita degl'illustri uomini contemporanei che il periodo penoso in cui l'ingegno loro ebbe a lottare contro gli ostacoli, in cui fu necessario soffrire e combattere, soccombere e rialzarsi, ed in cui vincere e riuscire non fu caso o ventura, ma fu effetto di lavoro, di buon volere, di fede e di costanza.

Il Vela, onorato e acclamato da privati e da principi, ha empito del suo nome l'Italia, e molte straniere città hanno pagato alle sue statue, lodatissime, largo e sincero tributo di ammirazione.

Milano, Stresa, Torino, Lisbona, Parigi, Genova, Bologna, Padova si onorano di possedere le opere dovute al magico scalpello dell'antico campagnuolo ticinese.

La folla cosmopolita che si accalcava nel gran palazzo della Esposizione di Parigi nel 1867 rimase silenziosa e come stupita innanzi alla grande statua del Vela Gli ultimi istanti di Napoleone a Sant'Elena, e l'indistinto mormorio di quelle voci commosse, consacrò all'Italia la palma della scultura, in quella pubblica mostra ove tutti gli artisti del mondo avevano fatto l'estremo sforzo per vincere.

Vincenzo Vela, toccato il più alto gradino dell'arte, sentì stanchezza e sazietà d'onori, d'applausi e di gloria.

Soffocato tra la folla plaudente, desiderò le solitudini delle alpine montagne, l'aer libero e sereno delle patrie pendici, lo spinse in cuore vaghezza di tornare al villaggio ove dormivano sotterra i suoi cari, ed ove egli aveva mosso i primi passi della vita.

Prima di lasciar Torino egli modellò per commissione della contessa Giulini della Porta un Ecce homo che riuscì sì mirabile cosa da superare l'aspettativa di ognuno.

Poi, sordo alle preghiere de' discepoli e degli amici, fuggì più che ritirarsi a Ligornetto; e là, chiuso in una ridente villetta, circondato da' modelli di tanti suoi pregiati lavori, vive con l'arte e per l'arte, e insegna colle carezze e co' baci all'unico suo figliuolino, che chi vuole e fortemente vuole, che non si avvilisce nè si stanca, chi lavora e chi studia, raramente fallisce la mèta gloriosa.

 

Gaspare Fossati

Gaspare Fossati nacque in Morcote sul lago di Lugano, il 7 ottobre 1809, da modesta famiglia d'artisti, che pel passato esercitavano con successo la loro professione al servizio della repubblica di Venezia.

Nello scorcio del 1816 seguì la madre in Venezia ove attese a' primi studi elementari, e seguitò con profitto il corso ginnasiale, ma spinto precocemente al disegno che prediligeva sopra ogni altro studio, entrò poco dopo in quell'Accademia di Belle Arti, e vi apprese i primi rudimenti d'ornato. Più tardi, nel 1822, rimpatriando la famiglia, il giovinette rimasto in Italia, passò all'Accademia di Brera in Milano ove continuò, raddoppiando l'ardore, il corso regolare degli studi di architettura unendovi al tempo stesso quelli di pratica, presso i più celebri architetti di quel tempo. Studiò del pari con amore la prospettiva e figura, e frequentò assiduo e studioso le pubbliche biblioteche, facendo tesoro della lettura dei viaggi e delle vite degli artisti celebri, e conversando coi più provetti e distinti fra i superstiti.

Appena diciottenne, già molto innanzi nell'arte sua, e autore di lodate opere, lasciò l'Accademia di Milano, dopo aver riportato vari premi, e specialmente quello del grande Concorso d'Architettura del 1827, e vago di visitare nuovi paesi e di ispirarsi ai più famosi modelli dell'arte italiana si diede a visitare le principali città d'Italia, e si fermò a Roma, ove restò fino al 1832, procacciandosi col proprio lavoro, quei mezzi di sussistenza che molti altri ritraggono dalle pensioni de' loro governi e da generosi mecenati, aiuti che il più delle volte falliscono allo scopo.

Ritornato in patria per pochissimo tempo, mosse desioso alla volta di Pietroburgo, in cerca di fortuna, compiendo così un voto del proprio avo, accennato in una sua opera pubblicata. Quivi trovato benevolo e simpatico accoglimento da quei signori, e fra gli altri dal patrizio milanese conte Giulio Litta, malgrado la eccessiva sua giovinezza, e l'essere estraneo al paese, alla lingua ed agli usi, ebbe la sorte di riuscire ad essere ammesso a vari impieghi governativi presso la Corte imperiale, facendosi conoscere ed apprezzare nel tempo stesso per opere e progetti eseguiti per alcune opulente e primarie famiglie.

Nel 1836 lasciò la Russia per recarsi d'ordine di quel Governo a Costantinopoli, ove costruì il palazzo di quell'ambasceria a Pera; volgendo in mente il progetto di un analogo edifizio nella capitale persiana e iniziandone alacremente gli studi che furono in seguito abbandonati dal governo russo per motivi politici.

Costantinopoli divenne più tardi teatro più vasto e più adatto alla gloria del cosmopolita architetto, che attratto dalle bellezze del Bosforo, sedotto dalle lusinghe della vita attiva ed indipendente, e spinto dal desiderio di accrescere lustro alla crescente sua fama, accettò di entrare al servizio del governo ottomano, e nella capitale della Turchia fabbricò, oltre al palazzo dell'ambasciata suddetta, molti ed importanti edifizi di pubblica utilità, e inaugurò pel primo la riforma dell'arte.

Nel 1847 ebbe l'incarico dal Sultano Abdul-Medjid-Khan di compiere i grandiosi restauri alla celebre moschea di Santa Sofia, ai quali associò suo fratello Giuseppe, architetto pure di merito, che costruì varie chiese e ville sul Bosforo ed in Costantinopoli, e contemporaneamente poi i fratelli Fossati costruirono il vasto edificio dell'Università ottomana sopra una delle distrutte caserme de' Giannizzeri, come anche varie altre costruzioni e restauri, per le diverse ambasciate in Pera, e particolarmente quelli del palazzo di Venezia appartenente all'Austria.

Ebbe onorificenze e compensi secondo i suoi meriti, e tutto accolse con nobile e modesto sentire. Tornato in patria fu nominato a far parte della Commissione per giudicare i progetti della famosa Galleria Vittorio Emanuele a Milano, come pure si richiese il suo parere sulla riforma della piazza del Duomo. Egli aderì a questo invito, e senza burbanza disse il parer suo con vantaggio dell'arte. Con questa natura serena e operosa egli vive contento, e gode il rispetto e l'amore di quanti lo conoscono.

 

Domenico Giudicelli

Domenico Giudicelli nacque nel comune di Aquila, Valle di Blenio, addì 3 agosto 1780 da Giovanni Battista Giudicelli e Maria Caterina Rigozzi. La condizione dei genitori non permise che dessero ai figlio Domenico altra educazione eccetto quella che s'impartiva ai fanciulli nelle scuole comunali di quel tempo. E quanto fosse povera e meschina cotesta educazione sanno tutti coloro che conoscono qual fosse lo stato della pubblica istruzione in Europa sul finire del secolo scorso.

Quando il fanciullo giunse a' dodici anni, costretto dalle misere condizioni della famiglia e dal bisogno a togliersi il grave peso d'un figlio, il padre suo lo affidò ad un venditore di castagne, che lo condusse seco a Bologna, senz'altro salario all'infuori del vitto. Ritornò al paese dopo due anni, portando al padre i pochi denari regalatigli dal padrone, e che non arrivavano alla somma di trenta lire.

Appena quindicenne perdette il padre, il quale lasciava dietro di sè ben sette figli, la maggior parte in tenera età. Allora il giovane Domenico si sentì più che mai spinto a procurarsi una condizione migliore per sè e per la famiglia emigrando all'estero.

Partì da casa munito di sole ventuna lire per poter fare il viaggio, e si recò a Lione dove lavorò più di un anno in una fabbrica di cioccolata. Da Lione andò per qualche mese a Bordeaux, e da Bordeaux a Parigi. Qui fu colpito da una malattia che l'obbligò a consumare i pochi risparmi che con tanta fatica aveva messo assieme. Ma riavutosi alla meglio, si pose al servizio di un tale che l'impiegò nel lastricare le vie. Doveva quindi faticar molto e guadagnar poco, ma non si lasciava scoraggiare per questo.

Un caffettiere romano che aveva bottega a Parigi, di nome Frascati, un tal giorno s'imbattè col giovane Domenico, e vistolo così gioviale, laborioso e pronto nelle risposte, lo volle impiegare come garzone nel suo caffè, e non trascorsero sei mesi che lo promosse al grado di primo garzone.

Stette in questo esercizio per circa dieci anni, e lavorando assiduamente, e spendendo il puro necessario, non senza imporsi molte privazioni che a molti parrebbero intollerabili, egli giunse a mettere da parte la somma di lire 30.000, nonostante che mandasse sempre qualche soccorso alla sua famiglia in Aquila. Fece in seguito società con un compaesano di nome Corezza, ticinese, per l'esercizio di un negozio di cioccolattiere, e dopo poco tempo lo potè rilevare tutto per suo conto. Con grandissima perspicacia ed attività portò a grande floridezza il suo commercio cominciato da umili e oscuri principii in guisa, che giunse ad essere il fornitore della Casa reale di Francia.

L'abilità sua non comune, l'onestà scrupolosa che spirava dalla intera sua vita, l'ardore continuo di lavorare indefessamente, procacciarono al suo nome lodi infinite e al suo commercio larga e proficua clientela, onde le cose sue fiorirono per modo che divenne in breve possessore d'una fortuna che oltrepassava un milione di lire, e allora cedette la fabbrica a suo fratello; ma non per questo si ritirò dagli affari, ma si occupò di compra e vendita e fabbricazione di case, e fu così fortunato nelle sue operazioni, e quelle condusse con tanta avvedutezza e prudenza, che diventò padrone di ben altri quattro milioni di lire.

Dalla moglie, parigina, ebbe una sola figlia, che sposò il conte La Morois, figlio del generale napoleonico di questo nome, erede delle ricchezze e delle virtù paterne, ed oggi assunto ad altissimi uffici e Senatore dell'impero.

Domenico Giudicelli possedeva a Parigi varie case, tra le quali il palazzo del grande Balcone sul Boulevard des Italiens, e nove arcate o botteghe nel Palais Royal.

Fu generoso coi compatrioti e caritatevole verso i poveri. Lasciò memoria di sè nel paese di Aquila, facendo innalzare un oratorio sulla montagna di Gorda nel territorio di questo comune dotandolo d'una rendita sufficiente per mantenerlo.

Morì a Parigi addì 13 settembre 1848, disponendo di vistosi legati a favore di tutti i suoi parenti ed amici, non che della chiesa parrocchiale del suo paese nativo.





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