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I.
Fa meraviglia che, in tanta
copia di lavori letterari, nissuno abbia pensato mai a raccogliere in un volume
le principali cose dette dai poeti intorno al mare.
Ognuno, guardando il mare
tranquillo agli splendori del tramonto, o in limpido mattino, o in burrasca, è commosso;
ma queste emozioni, l'arcana malinconia, la gioconda festa, la selvaggia
sublime voluttà, i poeti hanno, naturalmente, senza paragone più degli altri
uomini, sentito e dipinto, e i colori son stati varii, secondo l'indole
speciale e la tempra del loro animo e del loro ingegno, il tempo in cui hanno
vissuto, il tratto della loro vita in cui hanno scritto.
Gli uomini non hanno
incominciato ad affratellarsi veracemente, e veracemente non s'incominciò a
diffondere pel mondo la civiltà, se non che il giorno in cui furono aperte le
vie dei mari; quel grande legame fra gli uomini, quel grande stromento di
civiltà che è il commercio, non è d'uopo dire quanto siasi giovato e si giovi
di tali vie.
Taluno forse potrebbe qui dire
che non fu solo il mare aperto ai pacifici e benefici scambi fra gli uomini, ma
che ben spesso pure le sue acque rosseggiarono di sangue in feroci battaglie, e
le sue solitudini echeggiarono delle grida disperate d'infelici vinti in
disumane rapine, e che, per molti popoli sarebbe stato assai meglio che nessuna
nave avesse mai solcato i mari e fosse venuta ad approdare alle loro sponde. Ma
le battaglie, le conquiste, le stragi anche e le rapine e la schiavitù son modi
per cui si diffonde l'incivilimento; modi duri, senza dubbio, e crudeli, e che
l'uomo potrebbe mutare con miglior frutto in altri più miti e mansueti, ove
volesse. Ma finora l'uomo non ha voluto, e conviene rassegnarci ad accettare le
cose come sono.
In quelle terre ove le navi di
Colombo hanno aperto la strada allo sterminio, una razza migliore ed eletta va
prendendo il posto di quella debole e feroce che c'era prima.
Per le varie isole del Pacifico
le razze innocue o feroci, ma sempre imbelli, che vegetano a stento,
scompariranno distrutte dalla razza vittoriosa. E delle sterminate solitudini
dell'Africa, delle popolazioni che vegetano in essa, governate dallo istinto e
senza progresso dacchè si conoscono, che cosa avverrà? — Certo è che ogni plaga
della terra è chiamata a reggere una fatta d'uomini sempre più forte e migliore.
Il mare è grande palestra di
perfezionamento per l'uomo, e ciò dicono ben chiaro le istorie dei navigatori,
in cui la umana potenza così splendidamente rifulge.
Il mare è pur sorgente feconda
di alimentazione diretta per l'uomo. Si suol considerare a torto la terra sola
nutrice, l'alma nutrice, dell'uomo, a torto si suol far conto che finisca, alla
sponda del mare, ogni umano nutrimento. Al di là della terra, per un grande
tratto pei campi del mare, brulicano miriadi innumerevoli di animali, e vegeta
pur qualche pianta, di cui può l'uomo trarre grandissimo partito pel suo
nutrimento.
Lungo le spiagge bagnate dai
mari del nord dell'Europa, si trae non poco partito di parecchie piante marine
per nutrimento; per le vie di Edimburgo si vende quotidianamente la lattuga
di mare, e d'altre alghe si fa smercio adoperandole come il salep e
l'arrowroot. Alcune specie di piante marine sono adoperate, in quelle
regioni, come cibo degli animali, e ad ogni burrasca gli agricoltori corrono
alla spiaggia a raccogliere le alghe che il mare vi ha lasciato, onde farne
buon letame pei loro campi. L'estrazione dell'iodio dalle piante del mare è
grande ricchezza industriale di parecchie popolazioni marittime.
Ma senza paragone più che non
dalle piante, l'uomo ricava vantaggio, sì per nutrimento, come per applicazioni
industriali, mediche, ed altre, dagli animali del mare. Parlando solo del
nutrimento, fu detto con ragione che ove venisse a mancare all'uomo ogni modo
d'aver cibo dalla terra, egli potrebbe pure, a rigor di termine, campar la vita
coi prodotti del mare.
Molte popolazioni, invero,
vivono a un dipresso esclusivamente dei prodotti del mare: ma questi campi, pur
tanto ubertosi, l'uomo fino ad ora non ha saputo per nulla coltivarli, ed ha
fatto in essi quello che fa il selvaggio coll'albero della foresta, che per le
frutta ricide il tronco. L'uomo non si è dato, direbbesi quasi, fino a questi
ultimi tempi, altro pensiero che quello di distruggere e sterminare gli animali
del mare, invece di accudirli, e se non fosse della immensa potenza
riproduttrice di questi animali, certo egli sarebbe riuscito nella mala opera.
Oggi, per buona ventura, le cose
s'incominciano a mutare in meglio; gli studi diligenti che i naturalisti hanno
fatto intorno agli animali marini concedono che si possa dar opera a
ragionevoli tentativi di moltiplicazione dei più utili fra essi e, per esempio,
tutto induce a sperare che la coltura delle ostriche, la quale nata, ma tenuta
in Italia in piccola cerchia, e svolta testè felicemente in Francia, sia fra
breve per far buona prova lungo tutte le spiagge del nostro paese.
Quanta bellezza, quanta copia,
quanta varietà di vita nel mare! I più grandi come i più piccoli fra gli esseri
viventi popolano i mari. Piante gigantesche che dal fondo s'elevano, più alte
senza paragone d'ogni più alto albero della terra, piante minutissime ed
invisibili all'occhio nudo, che pur rivelano, guardate attraverso i vetri del
microscopio, la più mirabilmente complicata struttura, ora brune, ora
verdissime, ora sfolgoranti di uno splendido porporino, ora tinte delle più
dilicate sfumature d'ogni sorta di leggiadrissimi colori; animali giganteschi,
animali minutissimi, nudi, o sorretto e protetto il molle corpo da mirabili
sostegni di materia minerale, vari nelle più singolari maravigliose forme,
destinati a compiere, i più umili a paro e meglio dei più complicati, alti ed
importantissimi uffici nell'armonia delle cose create, fanno sì che la mente
del naturalista che s'innamora di cosiffatti studi, tutta in essi assorta, non
sappia più quanto è lunga la vita, distogliersi pur un istante da essi.
Il sig. Schleiden, autore di un
bellissimo libro di scienza popolare (Die Plantzen. La
Plante et sa vie. Traduzione
francese, Parigi, Schulz e Thuillé, 1859), parlando, in un suo bellissimo
capitolo, delle tante bellezze nascoste nel mare, vien fuori in queste parole:
«L'anima sola è fatta per darsi
conto della bellezza; il diamante non manda per se stesso, nè pel mucchio di
sabbia che gli sta d'intorno, i suoi sprazzi di fuoco, ma sì per l'occhio
dell'uomo, col mezzo del quale un'anima lo ammira: la ridente vallata non
esiste per la montagna, non il mesto salice piangente pel ruscello; l'erba
indorata dei prati non isfoggia la sua bellezza pel bruno larice, ma sì tutto è
per l'uomo che comprende con amore e gratitudine. Se ciò è, ragionevolmente si
domanda: A chi adunque è destinata tanta ricchezza di forma e di beltà, cui
ricopre un azzurro manto che dalla sua splendida superficie riflette i raggi
della luce e sembra irridere spesso l'osservatore curioso, rimandandogli in
faccia la propria immagine? Sono forse popolati quegli abissi da esseri
animati, per cui sia un diletto la vista del bello, o che, siccome forniti di
sentimento, considerino come una bellezza la composizione fisicamente volgare
della forma e dei colori? Non si sa; ma per certo si può asserire che il pesce,
il quale, secondo il poeta, ama tanto il fondo dell'acqua, non può essere
questa creatura senziente, perchè gli occhi degli animali che vivono nelle
acque son fatti per tal modo che non vedono se non che gli oggetti
immediatamente vicini, e l'uomo, estraneo a quell'elemento, ci vede e meglio e
più lunge che non possan fare i suoi propri abitatori. Una sola via adunque ci
rimane per arrivare alla soluzione del quesito. Come, per obbedire alle leggi
della simmetria, sonosi collocate parecchie bellissime statuette sui pinacoli
del duomo di Milano, a tale altezza dove l'occhio dell'uomo non arriva a
vederle, così tutti i corpi fisici son posti sulla terra in modo da produrre
l'effetto del bello. L'intera creazione, in ogni suo più minuto particolare, al
difuori pure dell'uomo pensante e senziente, è disposta in modo da offerire
l'opera più compiuta, tanto dal lato tecnico, come dal lato estetico».
Forse il signor Schleiden
avrebbe trovato un'altra spiegazione se avesse ripensato al suo Goethe, quel
poeta che egli ama tanto, e che mostra di avere tanto famigliare. — Il saggio,
dice quel sommo poeta, senza posa prosegue nelle sue ricerche, e l'oscurità è
piena di misteri. — Sono appunto questi misteri che popolano l'oscurità, sono
queste meraviglie celate, sono questi tesori dei reconditi abissi, che l'uomo
senza posa ricerca, investiga, interroga, esamina, e bel bello è chiamato a
scoprire.
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