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Michele Lessona
Il mare

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  • I.
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I.

 

Fa meraviglia che, in tanta copia di lavori letterari, nissuno abbia pensato mai a raccogliere in un volume le principali cose dette dai poeti intorno al mare.

Ognuno, guardando il mare tranquillo agli splendori del tramonto, o in limpido mattino, o in burrasca, è commosso; ma queste emozioni, l'arcana malinconia, la gioconda festa, la selvaggia sublime voluttà, i poeti hanno, naturalmente, senza paragone più degli altri uomini, sentito e dipinto, e i colori son stati varii, secondo l'indole speciale e la tempra del loro animo e del loro ingegno, il tempo in cui hanno vissuto, il tratto della loro vita in cui hanno scritto.

Gli uomini non hanno incominciato ad affratellarsi veracemente, e veracemente non s'incominciò a diffondere pel mondo la civiltà, se non che il giorno in cui furono aperte le vie dei mari; quel grande legame fra gli uomini, quel grande stromento di civiltà che è il commercio, non è d'uopo dire quanto siasi giovato e si giovi di tali vie.

Taluno forse potrebbe qui dire che non fu solo il mare aperto ai pacifici e benefici scambi fra gli uomini, ma che ben spesso pure le sue acque rosseggiarono di sangue in feroci battaglie, e le sue solitudini echeggiarono delle grida disperate d'infelici vinti in disumane rapine, e che, per molti popoli sarebbe stato assai meglio che nessuna nave avesse mai solcato i mari e fosse venuta ad approdare alle loro sponde. Ma le battaglie, le conquiste, le stragi anche e le rapine e la schiavitù son modi per cui si diffonde l'incivilimento; modi duri, senza dubbio, e crudeli, e che l'uomo potrebbe mutare con miglior frutto in altri più miti e mansueti, ove volesse. Ma finora l'uomo non ha voluto, e conviene rassegnarci ad accettare le cose come sono.

In quelle terre ove le navi di Colombo hanno aperto la strada allo sterminio, una razza migliore ed eletta va prendendo il posto di quella debole e feroce che c'era prima.

Per le varie isole del Pacifico le razze innocue o feroci, ma sempre imbelli, che vegetano a stento, scompariranno distrutte dalla razza vittoriosa. E delle sterminate solitudini dell'Africa, delle popolazioni che vegetano in essa, governate dallo istinto e senza progresso dacchè si conoscono, che cosa avverrà? — Certo è che ogni plaga della terra è chiamata a reggere una fatta d'uomini sempre più forte e migliore.

Il mare è grande palestra di perfezionamento per l'uomo, e ciò dicono ben chiaro le istorie dei navigatori, in cui la umana potenza così splendidamente rifulge.

Il mare è pur sorgente feconda di alimentazione diretta per l'uomo. Si suol considerare a torto la terra sola nutrice, l'alma nutrice, dell'uomo, a torto si suol far conto che finisca, alla sponda del mare, ogni umano nutrimento. Al di della terra, per un grande tratto pei campi del mare, brulicano miriadi innumerevoli di animali, e vegeta pur qualche pianta, di cui può l'uomo trarre grandissimo partito pel suo nutrimento.

Lungo le spiagge bagnate dai mari del nord dell'Europa, si trae non poco partito di parecchie piante marine per nutrimento; per le vie di Edimburgo si vende quotidianamente la lattuga di mare, e d'altre alghe si fa smercio adoperandole come il salep e l'arrowroot. Alcune specie di piante marine sono adoperate, in quelle regioni, come cibo degli animali, e ad ogni burrasca gli agricoltori corrono alla spiaggia a raccogliere le alghe che il mare vi ha lasciato, onde farne buon letame pei loro campi. L'estrazione dell'iodio dalle piante del mare è grande ricchezza industriale di parecchie popolazioni marittime.

Ma senza paragone più che non dalle piante, l'uomo ricava vantaggio, sì per nutrimento, come per applicazioni industriali, mediche, ed altre, dagli animali del mare. Parlando solo del nutrimento, fu detto con ragione che ove venisse a mancare all'uomo ogni modo d'aver cibo dalla terra, egli potrebbe pure, a rigor di termine, campar la vita coi prodotti del mare.

Molte popolazioni, invero, vivono a un dipresso esclusivamente dei prodotti del mare: ma questi campi, pur tanto ubertosi, l'uomo fino ad ora non ha saputo per nulla coltivarli, ed ha fatto in essi quello che fa il selvaggio coll'albero della foresta, che per le frutta ricide il tronco. L'uomo non si è dato, direbbesi quasi, fino a questi ultimi tempi, altro pensiero che quello di distruggere e sterminare gli animali del mare, invece di accudirli, e se non fosse della immensa potenza riproduttrice di questi animali, certo egli sarebbe riuscito nella mala opera.

Oggi, per buona ventura, le cose s'incominciano a mutare in meglio; gli studi diligenti che i naturalisti hanno fatto intorno agli animali marini concedono che si possa dar opera a ragionevoli tentativi di moltiplicazione dei più utili fra essi e, per esempio, tutto induce a sperare che la coltura delle ostriche, la quale nata, ma tenuta in Italia in piccola cerchia, e svolta testè felicemente in Francia, sia fra breve per far buona prova lungo tutte le spiagge del nostro paese.

Quanta bellezza, quanta copia, quanta varietà di vita nel mare! I più grandi come i più piccoli fra gli esseri viventi popolano i mari. Piante gigantesche che dal fondo s'elevano, più alte senza paragone d'ogni più alto albero della terra, piante minutissime ed invisibili all'occhio nudo, che pur rivelano, guardate attraverso i vetri del microscopio, la più mirabilmente complicata struttura, ora brune, ora verdissime, ora sfolgoranti di uno splendido porporino, ora tinte delle più dilicate sfumature d'ogni sorta di leggiadrissimi colori; animali giganteschi, animali minutissimi, nudi, o sorretto e protetto il molle corpo da mirabili sostegni di materia minerale, vari nelle più singolari maravigliose forme, destinati a compiere, i più umili a paro e meglio dei più complicati, alti ed importantissimi uffici nell'armonia delle cose create, fanno sì che la mente del naturalista che s'innamora di cosiffatti studi, tutta in essi assorta, non sappia più quanto è lunga la vita, distogliersi pur un istante da essi.

Il sig. Schleiden, autore di un bellissimo libro di scienza popolare (Die Plantzen. La Plante et sa vie. Traduzione francese, Parigi, Schulz e Thuillé, 1859), parlando, in un suo bellissimo capitolo, delle tante bellezze nascoste nel mare, vien fuori in queste parole:

«L'anima sola è fatta per darsi conto della bellezza; il diamante non manda per se stesso, pel mucchio di sabbia che gli sta d'intorno, i suoi sprazzi di fuoco, ma sì per l'occhio dell'uomo, col mezzo del quale un'anima lo ammira: la ridente vallata non esiste per la montagna, non il mesto salice piangente pel ruscello; l'erba indorata dei prati non isfoggia la sua bellezza pel bruno larice, ma sì tutto è per l'uomo che comprende con amore e gratitudine. Se ciò è, ragionevolmente si domanda: A chi adunque è destinata tanta ricchezza di forma e di beltà, cui ricopre un azzurro manto che dalla sua splendida superficie riflette i raggi della luce e sembra irridere spesso l'osservatore curioso, rimandandogli in faccia la propria immagine? Sono forse popolati quegli abissi da esseri animati, per cui sia un diletto la vista del bello, o che, siccome forniti di sentimento, considerino come una bellezza la composizione fisicamente volgare della forma e dei colori? Non si sa; ma per certo si può asserire che il pesce, il quale, secondo il poeta, ama tanto il fondo dell'acqua, non può essere questa creatura senziente, perchè gli occhi degli animali che vivono nelle acque son fatti per tal modo che non vedono se non che gli oggetti immediatamente vicini, e l'uomo, estraneo a quell'elemento, ci vede e meglio e più lunge che non possan fare i suoi propri abitatori. Una sola via adunque ci rimane per arrivare alla soluzione del quesito. Come, per obbedire alle leggi della simmetria, sonosi collocate parecchie bellissime statuette sui pinacoli del duomo di Milano, a tale altezza dove l'occhio dell'uomo non arriva a vederle, così tutti i corpi fisici son posti sulla terra in modo da produrre l'effetto del bello. L'intera creazione, in ogni suo più minuto particolare, al difuori pure dell'uomo pensante e senziente, è disposta in modo da offerire l'opera più compiuta, tanto dal lato tecnico, come dal lato estetico».

Forse il signor Schleiden avrebbe trovato un'altra spiegazione se avesse ripensato al suo Goethe, quel poeta che egli ama tanto, e che mostra di avere tanto famigliare. — Il saggio, dice quel sommo poeta, senza posa prosegue nelle sue ricerche, e l'oscurità è piena di misteri. — Sono appunto questi misteri che popolano l'oscurità, sono queste meraviglie celate, sono questi tesori dei reconditi abissi, che l'uomo senza posa ricerca, investiga, interroga, esamina, e bel bello è chiamato a scoprire.

 




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