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Michele Lessona
Il mare

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I più frequenti fra tutti i movimenti del mare, i più noti e famigliari, sono senza dubbio le onde.

Nessuno che sia stato qualche volta sulla spiaggia del mare scorda più mai lo spettacolo imponente delle onde irrompenti, o il lene murmure allo increspar che fa l'acqua la brezza; nessuno che abbia navigato scorda più mai lo spettacolo della gran pianura marina scintillante al sole al tempo della calma, o balzante furiosamente al lume sinistro della luna fra le nuvole nelle notti tempestose.

I poeti han tratto dalle onde ogni sorta di paragoni e d'immagini, e il signor Giuseppe Revere narrò la istoria di un'onda in un graziosissimo capitolo del suo bel libro Marine e paesi.

Chi per la prima volta si trova sopra un bastimento in tempo di burrasca e non soffra il mal di mare, si meraviglia nel vedere come quelle grandi onde che corrono con velocità di molte miglia all'ora, non trascinino con loro i corpi galleggianti, ma, direbbesi, scorrano sotto il bastimento senza quasi produrre l'effetto di portarselo seco.

Così pure, chi per la prima volta dalla spiaggia guardi un qualche pezzo di legno galleggiante in mare, si meraviglia nel vedere come esso non venga portato alla riva dalle onde accorrenti, ma rimanga quasi nello stesso sito, lasciandosi passare l'onda sotto.

Provate a lasciar cadere un sasso presso un pezzo di legno galleggiante su di un'acqua tranquilla: comincia un piccolo circolo d'acqua che s'alza intorno al sasso; a questo tien dietro un altro più grande, poi un altro più grande ancora, poi altri ed altri più grandi; il pezzo di legno sale coll'onda che lo solleva e ridiscende, ma non s'è quasi discostato dal punto in cui il sasso è caduto.

La forza del vento fa l'effetto del sasso che abbiamo immaginato gittato sull'acqua a spostarla. Il vento urta una data porzione d'acqua, e la sposta; questa alla sua volta sposta l'acqua vicina e così via via. Le particelle dell'acqua si affollano l'una sull'altra nel momento in cui sono spostate e da ciò nasce sul livello del liquido un temporaneo rilievo visibile, e siccome ogni massa vicina è successivamente spostata, ne segue un movimento oscillatorio, una ondulazione che man mano si va propagando per le acque. Invero, il moto delle onde è una trasmissione di moto senza traslocamento di materia.

I venti più violenti non muovon subito onde molto alte, e ci vuol tempo perchè queste arrivino ad una certa altezza. Le prime onde son piccole, poi man mano un'infinità di oscillazioni incessanti riunite creano innalzamenti ed abbassamenti sempre più evidenti e notevoli; intanto il vento mette sempre in moto nuove particelle, cresce sempre la smisurata forza impellente, e sorgon poi finalmente quelle onde gigantesche che infine trovano ritegno e ricadono per l'attrazione della terra. Nello stesso modo in cui lentamente crescono, pure lentamente si dileguano le onde, cosicchè per un certo tratto dopo che si è calmato il vento, il mare è ancora agitato. L'agitazione del mare si propaga poi molto lontano, e le onde vengon spesso, in un tratto in cui l'aria è tranquilla, a significare l'infuriar della burrasca lontano.

La velocità delle onde non dipende solo dalla forza del vento, ma sì pure dalla profondità del mare, anzi si è cercato di conoscere questa da quella.

Per quello che riguarda l'altezza delle onde ed il modo di misurarla, crediamo opportuno di riferire alcune parole tratte dal recente viaggio intorno al mondo, della fregata austriaca La Novara, narrato dal commodoro Wullestorf-Urbair. Egli parla qui di una burrasca in cui si trovò la fregata mentre veleggiava dal Brasile al Capo di Buona Speranza.

«Secondo le osservazioni da noi praticate, le onde arrivarono all'altezza di ventinove piedi, producendo quel rotolare del bastimento, di cui chi l'ha provato si ricorda fin che vive. Il maggiore piegamento della nave importò a destra. 35 gradi, a-sinistra 25; sicchè gli alberi della fregata descrivevano talvolta un arco da 50 a 60 gradi. Non è probabile che le onde oltrepassino l'altezza di quaranta o tutto al più quarantacinque piedi; se fosse vero, come alcuni sognarono, che giungessero mai all'altezza di sessanta, anzi di cento piedi, nessuna opera umana potrebbe resistervi.

«Si usò finora di misurare l'altezza delle onde ad occhio, ond'è che il risultato era assai dubbio, dipendendo dalla individualità dell'osservatore. Di qui venne che la determinazione dell'altezza delle onde nell'Oceano varia tanto, che mentre taluni la dissero di sessanta o settanta piedi, altri non la portarono che alla meta di questa misura.

«Il metodo da noi tenuto per misurare l'altezza delle onde è questo, che con un orologio che indicava anche i minuti secondi, si determinava il tempo che un'onda impiegava per giungere da una estremità della nave all'altra.

«Per tal modo, tenendo conto della direzione della nave e della velocità del suo corso verso l'onda stessa, si poteva calcolare il tempo necessario alla progressiva formazione dell'onda da misurarsi. Trovato questo tempo, si poteva precisare, per termine medio, la distanza fra due onde successive, di cui si misurava coll'orologio l'entrata nel naviglio o l'uscita. Da ultimo misurando l'angolo che la fregata formava elevando il suo fianco al disopra del livello della chiglia, e riabbassandolo, per forza dell'onda, si veniva a determinare l'altezza dell'onda dalla sua base alla cima.

«Se anche questo metodo ha le sue difficoltà e i suoi difetti, è però tale, che si può stabilire con certezza la differenza fra più onde, e, in circostanze favorevoli, può dare il miglior risultamento, sicchè è per ogni verso preferibile alla misurazione ad occhio».

Le onde che vengono ad infrangersi contro le spiagge dirupate, salgono assai più che non nel mare aperto: ad ogni modo, le altissime montagne e i profondi abissi fatti dalle onde, sono esagerazioni dei viaggiatori e dei poeti.

 




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