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I più frequenti fra tutti i
movimenti del mare, i più noti e famigliari, sono senza dubbio le onde.
Nessuno che sia stato qualche
volta sulla spiaggia del mare scorda più mai lo spettacolo imponente delle onde
irrompenti, o il lene murmure allo increspar che fa l'acqua la brezza; nessuno
che abbia navigato scorda più mai lo spettacolo della gran pianura marina
scintillante al sole al tempo della calma, o balzante furiosamente al lume
sinistro della luna fra le nuvole nelle notti tempestose.
I poeti han tratto dalle onde
ogni sorta di paragoni e d'immagini, e il signor Giuseppe Revere narrò la
istoria di un'onda in un graziosissimo capitolo del suo bel libro Marine e
paesi.
Chi per la prima volta si trova sopra un bastimento in
tempo di burrasca e non soffra il mal di mare, si meraviglia nel vedere come
quelle grandi onde che corrono con velocità di molte miglia all'ora, non
trascinino con loro i corpi galleggianti, ma, direbbesi, scorrano sotto il
bastimento senza quasi produrre l'effetto di portarselo seco.
Così pure, chi per la prima
volta dalla spiaggia guardi un qualche pezzo di legno galleggiante in mare, si
meraviglia nel vedere come esso non venga portato alla riva dalle onde
accorrenti, ma rimanga quasi nello stesso sito, lasciandosi passare l'onda
sotto.
Provate a lasciar cadere un
sasso presso un pezzo di legno galleggiante su di un'acqua tranquilla: comincia
un piccolo circolo d'acqua che s'alza intorno al sasso; a questo tien dietro un
altro più grande, poi un altro più grande ancora, poi altri ed altri più
grandi; il pezzo di legno sale coll'onda che lo solleva e ridiscende, ma non
s'è quasi discostato dal punto in cui il sasso è caduto.
La forza del vento fa l'effetto
del sasso che abbiamo immaginato gittato sull'acqua a spostarla. Il vento urta
una data porzione d'acqua, e la sposta; questa alla sua volta sposta l'acqua
vicina e così via via. Le particelle dell'acqua si affollano l'una sull'altra
nel momento in cui sono spostate e da ciò nasce sul livello del liquido un
temporaneo rilievo visibile, e siccome ogni massa vicina è successivamente
spostata, ne segue un movimento oscillatorio, una ondulazione che man mano si
va propagando per le acque. Invero, il moto delle onde è una trasmissione di
moto senza traslocamento di materia.
I venti più violenti non muovon
subito onde molto alte, e ci vuol tempo perchè queste arrivino ad una certa
altezza. Le prime onde son piccole, poi man mano un'infinità di oscillazioni
incessanti riunite creano innalzamenti ed abbassamenti sempre più evidenti e
notevoli; intanto il vento mette sempre in moto nuove particelle, cresce sempre
la smisurata forza impellente, e sorgon poi finalmente quelle onde gigantesche
che infine trovano ritegno e ricadono per l'attrazione della terra. Nello
stesso modo in cui lentamente crescono, pure lentamente si dileguano le onde,
cosicchè per un certo tratto dopo che si è calmato il vento, il mare è ancora
agitato. L'agitazione del mare si propaga poi molto lontano, e le onde vengon
spesso, in un tratto in cui l'aria è tranquilla, a significare l'infuriar della
burrasca lontano.
La velocità delle onde non
dipende solo dalla forza del vento, ma sì pure dalla profondità del mare, anzi
si è cercato di conoscere questa da quella.
Per quello che riguarda
l'altezza delle onde ed il modo di misurarla, crediamo opportuno di riferire
alcune parole tratte dal recente viaggio intorno al mondo, della fregata
austriaca La Novara, narrato dal commodoro Wullestorf-Urbair. Egli parla
qui di una burrasca in cui si trovò la fregata mentre veleggiava dal Brasile al
Capo di Buona Speranza.
«Secondo le osservazioni da noi praticate, le onde arrivarono
all'altezza di ventinove piedi, producendo quel rotolare del bastimento, di cui
chi l'ha provato si ricorda fin che vive. Il maggiore piegamento della nave
importò a destra. 35 gradi, a-sinistra 25; sicchè gli alberi della fregata
descrivevano talvolta un arco da 50
a 60 gradi. Non è probabile che le onde oltrepassino
l'altezza di quaranta o tutto al più quarantacinque piedi; se fosse vero, come
alcuni sognarono, che giungessero mai all'altezza di sessanta, anzi di cento
piedi, nessuna opera umana potrebbe resistervi.
«Si usò finora di misurare
l'altezza delle onde ad occhio, ond'è che il risultato era assai dubbio,
dipendendo dalla individualità dell'osservatore. Di qui venne che la
determinazione dell'altezza delle onde nell'Oceano varia tanto, che mentre
taluni la dissero di sessanta o settanta piedi, altri non la portarono che alla
meta di questa misura.
«Il metodo da noi tenuto per
misurare l'altezza delle onde è questo, che con un orologio che indicava anche
i minuti secondi, si determinava il tempo che un'onda impiegava per giungere da
una estremità della nave all'altra.
«Per tal modo, tenendo conto
della direzione della nave e della velocità del suo corso verso l'onda stessa,
si poteva calcolare il tempo necessario alla progressiva formazione dell'onda
da misurarsi. Trovato questo tempo, si poteva precisare, per termine medio, la
distanza fra due onde successive, di cui si misurava coll'orologio l'entrata
nel naviglio o l'uscita. Da ultimo misurando l'angolo che la fregata formava
elevando il suo fianco al disopra del livello della chiglia, e riabbassandolo,
per forza dell'onda, si veniva a determinare l'altezza dell'onda dalla sua base
alla cima.
«Se anche questo metodo ha le
sue difficoltà e i suoi difetti, è però tale, che si può stabilire con certezza
la differenza fra più onde, e, in circostanze favorevoli, può dare il miglior
risultamento, sicchè è per ogni verso preferibile alla misurazione ad occhio».
Le onde che vengono ad
infrangersi contro le spiagge dirupate, salgono assai più che non nel mare
aperto: ad ogni modo, le altissime montagne e i profondi abissi fatti dalle
onde, sono esagerazioni dei viaggiatori e dei poeti.
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