XXXV.
Augusto a Leonardo.
Se v’ha
ancora qualche cosa che possa consolarmi, è la tua felicità. È una stella che
splende sull’oscurità del mio orizzonte. Nel tuo amore, che si chiama pace, la
felicità è luce vera; ma nel mio, che si chiama tempesta, è quella luce di
fulmine, che abbaglia, impaura, distrugge.
Io sono
distrutto, amico. Porto nel mio corpo vivo, un cuore morto che mi assidera. Il
passato mi reclama; rimango delle giornate intere col capo fra le mani,
chiudendomi gli occhi colle palme per rivivere col pensiero ne' giorni
trascorsi.
Per qualche
tempo m'era riuscito d'assorbirmi nel lavoro; ma era una lotta improba che non
poteva durare. Era come se avessi impreso a traversare il mare a nuoto; non c'è
abilità nè forza di nuotatore che basti. Si sta a galla un'ora, due ore; un
tempo relativamente lunghissimo; ma poi le forze diminuiscono, ed il mare
rimane sempre in tutta la sua potenza funesta; lascia che l’uomo esaurisca i
suoi sforzi da pigmeo, ma, appena l'energia gli vien meno, lo avvolge nelle
onde e lo ingoia. Il mio dolore era anch'esso immenso come il mare, e mi
travolse.
La pubblicità
che si dava al mio nome mi faceva tremare. Mi pareva che ognuno dovesse
leggermi sul volto le tempeste dell'anima. Mi pareva che, ad ogni applauso
concesso alla mia opera, dovesse rispondere una voce severa, per dire al mondo
che ho cercato d’illudere: «Costui è un traditore!»
Una sera ero
entrato per abitudine al caffè, e m’ero rincantucciato nel vano d'una vetrata
chiusa. Avevo letto un giornale in cui si presagiva che sarei glorioso e
grande. Poi s'era fatto buio, ed ero rimasto là meditabondo, aspettando che
accendessero il gas. Pensavo la gloria, la grandezza nell'arte, e domandavo a
me stesso come le raggiungerei. Non sapevo più nulla. Il mio cervello era
vuoto, e non sentivo il desiderio di far altro. Ero esaurito.
Dietro a me,
nel vano d’un'altra vetrata chiusa, udivo senza comprenderlo, un lungo discorso
di titoli, d'azioni, di utili, di dividendi. Era come il ronzare di una
vespa, continuo ed incomprensibile. Ad un tratto una voce scoraggiata rispose:
— No, caro.
Non faccio più speculazioni Mi sono ritirato dagli affari.
— Ma questo è
un negozio d’oro.
— Non
importa. Non m’interessa più, tornò a dire la stessa voce con tono infastidito.
Era la voce del Malvezzi. Come io
non sentivo più la musica, lui non si interessava più degli affari. L'avevo
distrutto, come avevo distrutto me stesso.
Mi alzai ed
uscii in fretta, prima che illuminassero la sala. Non volevo trovarmi in faccia
a lui. Però non avevo voltato il capo; ma udii il movimento violento d’uno che
balza in piedi; poi lo sentii ricadere pesantemente sul sedile.
Stetti
parecchi giorni senza uscire dalla mia stanza.
Un giorno
l'impresario della Scala mi scrisse che aveva bisogno di parlarmi, e mi diede
appuntamento per la sera, nel suo palco al teatro Dal Verme.
La folla mi
rattrista; la musica non ha più che voci di rammarico per me. Ci andai tardi ed
a malincuore. Stetti a sentire quanto mi diceva l'impresario, senza guardare in
giro, senza curarmi dello spettacolo. Non so come avvenisse che, nell’alzarmi
per uscire, portai a caso gli occhi sul palchetto accanto al nostro, e ricaddi
seduto al mio posto, atterrito, inchiodato là da un’attrazione invincibile e
dolorosa.
In faccia a
me avevo veduta l’Eva; ma era l’ombra, la larva dell'Eva che m’aveva amato. Mi
aveva senza dubbio veduto, perchè teneva gli occhi bassi per non guardarmi. In
quel momento mi passò dinanzi al pensiero la donna bellissima, capricciosa,
felice, che avevo conosciuta pochi mesi prima.
Alla fine
dell’atto un uomo si fece innanzi e guardò dalla mia parte. Era Massimo; ma lui
pure era trasfigurato. Non era la persona erculea dal capo ritto, dallo sguardo
sdegnato che avevo evocato nell’incubo del mio rimorso. Le sue spalle poderose
erano curve; i suoi grandi occhi azzurri erano spenti; il capo era quasi
interamente calvo, e la barba incanutita.
Lo
scoraggiamento, il dolore, lo scetticismo amaro che nasce dalle delusioni,
dalle fedi tradite, lo avevano invecchiato di dieci anni, ed avevano cancellata
dalla sua fronte la dolce espressione della bontà, con due rughe profonde e
fitte, come cancellature tracciate dalla mano d'uno scettico sulle fantasie
d’un poeta.
Appena mi
vide ebbe un sussulto di ribrezzo come se avesse veduto un verme, Non mi guardò
sdegnato; non mi domandò conto dell'oltraggio e del tradimento. Non me ne
credeva degno. Mi volse le spalle, e quasi, subito l’Eva si alzò ed uscirono.
L'uscio del
mio palco era aperto; li vidi passare muti, tristi, come se fuggissero dopo una
disgrazia di famiglia, lasciandosi dietro un cadavere per cui sentissero
insieme pietà e ripugnanza.
Altre volte
quell’uomo m’aveva detto che era completamente felice. E quella donna era
spensierata e lieta come una bambina, e non aveva dolori. L’intimità e
l’allegria regnavano nella loro casa, e gli amici li amavano, ed i malevoli
dicevano:
— Ricchezza e
felicità; hanno troppi beni costoro. E li invidiavano. Ora nessuno li invidia
più. La gente ammutiva sul loro passaggio con una circospezione offensiva, e li
seguiva con commenti più offensivi ancora. E fra quei due esseri buoni, che
forse si amavano, c’era una memoria a cui non potevano alludere, un segreto che
entrambi conoscevano, ma che non era un segreto comune, e li separava come un abisso.
L'impressione
di quell'incontro fu terribile per me. Capivo che potrebbe rinnovarsi e che
sarebbe uno strazio per tutti. La mia colpa era irreparabile; non c’era
espiazione che valesse a distruggerne le conseguenze dolorose. L'afflizione che
ne provavo era così grande, che dominava ogni altro sentimento nel mio cuore.
Avevo riveduta l’Eva senza nessun palpito d’amore, senza nessun desiderio di
lei. Non avevo risentita che un'immensa, un'infinita pietà, ed un rammarico
straziante. Non il rammarico di vederla riunita al marito, ma il rammarico
d’averla disunita da lui. Avrei data l’anima mia, per sapere che si amavano ed
erano felici. Ma non potevo nulla; e questo era il massimo dei miei dolori.
Dopo lunghe
ore di veglia in uno sterile rimpianto, quando vidi un pallido albore di luce
invernale rischiarare i vetri della finestra, mi affacciai per guardare la casa
dei Malvezzi. Ma una nebbia fitta ed umida avvolgeva tutta Milano, e, dall'alto
del mio abbaino vedevo soltanto un piano bianco fluttuante, che lontano lontano
si confondeva col bianco dell’orizzonte nuvoloso, carico di neve, e sembrava
una marina desolata dei paesi iperborei. Sentii un brivido percorrermi tutto,
una sfiducia profonda. Mi parve che la vita dovesse scorrere sempre fredda e
sconsolata a quel modo per me; mi vidi solo al mondo. senza speranza,
senz'avvenire come un uomo perduto nelle nevi eterne del polo; e con un
languido sforzo della mia volontà svigorita desiderai di morire. Ma poco dopo,
rivedendo i grossi fascicoli del Re Lear, pensai che forse avrei potuto
trovare nell’arte un’ultima gioia, un ultimo e durevole amore.
E mi
aggrappai disperatamente a quell'illusione; e mi posi al piano e ripassai la
partizione, che era per me come la storia di questi tre anni di passione e di
strazio.
Man mano che
procedevo nella lettura, il mio cuore sembrava ravvivarsi. Risentivo le scosse
potenti, l’ardore disperato che m’aveva invaso, e quell'intensità di desiderii
che mi facevano piangere, e quelle tenerezze profonde, quelle gioie sovrumane
che abbattono come uno spasimo.
E tutto
codesto era vivo nelle mie note. Ero sorpreso dalla verità, dall'espressione,
dalla potenza di quel lavoro. Ed in un impeto d'orgoglio pensai:
— Oh
benedetta la passione, benedetta la colpa, che ha potuto inspirarmi questo
prodigio!
E colla mente
ardente, colla fronte alta, collo sguardo intento nella visione del mio
trionfo, scesi le scale, non più lento e svogliato come nei giorni scorsi, ma
colla leggerezza d’un uomo felice.
Avevo bisogno
di rompere il gelo di quella nebbia bianca, di vedere il mondo, di guardare in
faccia la gente, e dire a me stesso:
— Non sono un
reprobo; non voglio rimanere isolato; ho diritto di vivere in mezzo alla
società, perchè Iddio mi ha dato la più grande delle superiorità e delle
potenze umane: il genio.
Mentre stavo
per uscire in istrada, il portinaio mi fermò e mi diede una lettera. Ne guardai
la sopra-scritta, e tutte le mie illusioni di gloria svanirono. Era dell'Eva.
Oh Leonardo!
Un uomo colpevole non ha diritto di sperare neppure nell'arte, neppure nel
genio. Una sola speranza gli è concessa; quella di riparare il male che ha
fatto. Credevo che per la mia colpa non vi fosse espiazione. Ma l'Eva me ne ha
suggerita una nella sua triste lettera. Mi prega di lasciar Milano; di partire
dopo la rappresentazione del Re Lear. Me lo domanda in nome del male che
ho fatto; per la pace di Massimo.
È giusto. Se si può fare qualche
cosa per restituirgli la pace che gli ho tolta col mio tradimento, qualunque
sacrificio mi costi, debbo farlo senza esitare.
È doloroso,
Leo, sentirsi dire dalla sola donna che s’è amata con vera passione, da una
donna che avrebbe sacrificato ogni altro affetto per me, per starmi vicino:
«Va, perditi nel mondo. La tua scomparsa è necessaria alla pace d'un altro;
scompari».
È doloroso,
ma è giusto.
Sì, la
obbedirò. Andrò tanto lontano che il pensiero nel seguirmi mi smarrisca per
via. Andrò dove le passioni non turbano più il cuore, dove il male non tenta più.
Metterò un tale abisso fra noi, che anche lei potrà pronunciare il mio nome
senza arrossire, e Massimo stesso potrà udirlo senza gelosia, perchè la gloria
non gli avrà aggiunto il suo prestigio.
In questo
momento ripenso il nostro giuramento, e ne sento tutta la gravità e la
grandezza, Prima morire che macchiarsi. Io l'ho dimenticato un’ora, e la
macchia vergognosa d’un tradimento, si è impressa incancellabile nella mia
coscienza. Mi sono imposti sacrifici e dolori inumani, ma le lagrime che mi
hanno strappate non sono bastate a lavarla. Non ho saputo morire prima di
macchiarmi, sono stato spergiuro. Ma ora saprò espiare; alla vigilia d’un
trionfo, distruggerò il mio lavoro, il mio orgoglio, la mia speranza, il mio
avvenire. E partirò per sempre, e non lascierò nulla dietro di me che mi
rammenti al mondo.
Tu pure,
amico, non mi vedrai più, non saprai più nulla di me quando sarò partito. È una
partenza senza ritorno; non rimpiangermi, perchè troverò il riposo e la pace, e
nessun odio mi seguirà, e nessuna passione. Ma prima che ti lasci per sempre,
vieni a vedermi ancora una volta; vieni, Leo; che sia dato dal tuo labbro
d’amico l’ultimo bacio, l’ultimo addio al tuo povero
Augusto.
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