X.
Augusto
a Leonardo
Ti ringrazio della
tua premurosa amicizia, ma ti prego di non fare un viaggio con questo caldo.
Non mi occorre nulla; cioè, mi occorrevano appunto quelle cento lire. Sono
venute come una benedizione, e te ne sono grato di cuore.
La tua ultima
supposizione era la giusta. Stavo accasciato sotto il peso della prima miseria.
Quando
t'avevo scritto l'ultima volta, era al principio di questo mese, ti ricordi?
Avevo ricevute le mesate de’ miei scolari, le famose 150 lire, e mi ero
affrettato a pagare le trenta lire che dovevo alla padrona di casa per la
pigione dello scorso aprile. Avevo pagato degli altri debitucci, ed ero rimasto
con una somma assolutamente minima.
Appunto
allora mi capitò l'invito del signor Malvezzi per quella infelice serata. Per
accettarlo mi occorsero alcune spese di toletta, un gibus, cravatta
bianca, che so io. Non esitai a farle, pensando che, trattandosi della mia
opera, seminavo per raccogliere.
Così mi
ridussi al verde, e pochi giorni dopo mi toccò la prima umiliazione di
domandare la mesata anticipata ad uno de’ miei allievi, il giovinetto ricco.
Quanto all'altro, paga sempre in ritardo; non potevo contarci. Mi trovavo
avvilito; tutte le mie paure si ridestavano. Non osavo più andare al caffè per
non pagare una tazza di birra. Passavo la sera camminando solo su e giù dalle
contrade, per non fare la spesa di accendere il lume in casa.
Ero triste,
scoraggiato, e per questo non ti scrivevo. Non volevo affliggerti colle mie
geremiadi. Le privazioni delle ore difficili non si possono narrare che quando
sono passate. Finchè durano, il dirle equivale a domandar soccorso. Se, fra
amici come noi, non è un'umiliazione, è sempre un atto di debolezza.
Un grand'uomo
che dice: «Vi fu un giorno in cui ho provato lo strazio della fame», appare più
grande pel confronto di quella miseria. Foscolo, che lasciò varie lettere
scritte e non spedite perchè gli mancavano i pochi soldi della tassa postale,
fa piangere, e si vorrebbe mettere in ginocchio dinanzi a lui. Ma se fosse
vivo, ed andasse lagrimando all'orecchio degli amici i piagnistei della sua
miseria, sarebbe ignobile come un mendicante.
Ora io sono
nel caso di poterti dire i miei guai perchè sono passati. Mi è giunto un aiuto
insperato. La signora Malvezzi mi scrisse, invitandomi a dare lezioni di
pianoforte alla sua bambina.
Era un
biglietto freddo, ed un momento il mio orgoglio si ribellò ed ebbi la
tentazione di rifiutare.
Avevo
incontrato due volte il signor Malvezzi, che m'aveva domandato perchè non
andavo più al caffè; e m'aveva parlato con un accento impercettibile di
compassione che mi aveva mortificato. Il suo sguardo esprimeva un
interessamento che mi pareva indiscreto.
Al ricevere
la lettera della signora, capii che egli aveva indovinato i miei imbarazzi, ed
aveva indotta la moglie a propormi quella lezione.
Però, prima
di rifiutarla volli rileggere la tua ultima lettera, quella in cui mi
rimproveravi il mio risentimento orgoglioso per l'accoglienza fredda della
signora Eva, e chiamavi egoismo l’importanza soverchia che davo alle mie
suscettività.
Compresi che
avevi ragione; che respingere quell'offerta — la quale, del resto, non era
un’elemosina, e non offendeva punto la mia dignità — sarebbe stato un atto
d'orgoglio. Pur troppo, quando si è ridotti a dare lezioni per vivere, non si
può pretendere che gli scolari siano indotti a rivolgersi a noi esclusivamente
per ammirazione del nostro merito. Non abbiamo diritto di esaminare il
sentimento che li guida. Che ne so io, se anche il mio garzone di bottega non
crede di venire magnanimamente in soccorso dell’arte, colle sue settantacinque
lire in ritardo? Se la mia suscettività deve impennarsi ad ogni supposizione di
questo genere, non potrò più accettare nessuna lezione.
Accettai
dunque la proposta della signora Malvezzi, ed ho già dato tre lezioni alla sua
bambina.
Mi fa piacere
l'occuparmi di questa fanciulletta: mi pare di avvicinarmi a te con questo
punto di contatto. Però la mia piccola allieva è l’opposto degli allievi tuoi.
Ha un'espansione chiassosa, esagerata. Dice delle frasi da romanzo!
— Mamma, il
mio cuore, la mia anima sono tutti tuoi.
— Babbo,
vorrei morire per mostrarti quanto ti voglio bene.
— Darei tutta
la mia vita per possedere un mese una carrozza col tiro a sei, come quella del
principino.
— Signor
maestro, quando suona lei, mi pare di essere in paradiso.
Ieri, dopo
una frase simile che mi aveva già sorpreso, soggiunse:
— Ogni sua
nota è un angelo azzurro, e tutte insieme fanno un coro divino.
Quando dice
queste cose io rimango male, e guardo i parenti per vedere se s'impensieriscono,
se non temono che sia un po’ pazzerella.
Ma sono
perfettamente tranquilli. Il padre ride beatamente, e mette quei discorsi sul
conto del grande ingegno della figliuola. E quanto alla madre, non sono lontano
dal credere che essa dia alla bambina delle idee romantiche.
Mi pare una
donna strana. Sapevo già da quella sua famosa lettera che legge avidamente i
romanzi della libreria Meiners. Ma discorrendo con lei, mi sono accorto che li
legge come farebbe una ragazza di sedici anni. Per lei il merito letterario e
filosofico del libro non esiste. Cerca soltanto i fatti ed i tipi che possono
interessarla, ed i tipi che la interessano sono le innumerevoli jeunes
femmes, che popolano i romanzi francesi, in ciascuna delle quali si figura
di vedere sè stessa. Tutto il resto non le fa impressione. I romanzi inglesi
non le piacciono perchè sono freddi, e poi finiscono sempre col matrimonio.
Parlando
dell'Arminio e Dorotea mi disse:
— Non so come si possa
occuparsi tanto di quella serva.
Renzo e Lucia
non li può soffrire perchè trova che non sono innamorati, e dice:
— Per quanto
il Manzoni lo affermi, dai fatti e dal contegno di quei due, si capisce che non
si amano. Una donna che ama non farebbe mai quello stupido voto di Lucia, di
non sposare il suo Renzo. Potrebbe imporsi qualunque sacrificio, ma non quello;
l'amore è la sua speranza, la sua vita; a cosa le serve di vivere e di serbarsi
pura, se non dev’essere pel suo amante? Allora tanto faceva che si fosse uccisa
per sottrarsi a quel pericolo.
Di Don Abbondio,
della Perpetua, del Griso dice:
— Saranno
ritratti fatti alla perfezione, ma non sono i ritratti che m'interessano.
E lo prova
con questo esempio:
— Noi abbiamo
una campagna a Regoledo. Supponga che il parroco e la sua serva avessero l’idea
di regalarmi le loro fotografie, fatte dal Montabone, somigliantissime. Crede
che ci avrei gusto ad averle nel mio albo ed a contemplarle? Naturalmente
preferirei guardare le fotografie della signora A e del signor B che sono belli
e giovani ed appartengono al mio mondo.
Discorrendo
della Pénélope Normande di Alfonso Karr, s'infiammava per quella
grande passione di Jacques.
— Una donna
deve essere superba e felice — diceva — d’essere amata così. Fa dispetto quella
donnina bionda che, dopo avere trascinato l’amante fino al delitto per amor
suo, lo respinge con ribrezzo quando sente che le ha ucciso il marito.
L'omicidio non desta orrore quando è fatto in un impeto di passione; ha qualche
cosa di grandioso.
Io la
guardavo sbigottito. Ad un tratto si mise a ridere e disse:
— Però m'ha
disgustata quella scena violenta dove Jacques si lacera il petto colle unghie,
perchè vede che la sua donna lo tradisce. È una brutalità da selvaggio. In che
stato deve aver messo lo sparato della sua camicia! Io amo gli uomini eleganti,
vorrei che usasse ancora il jabot di pizzo.
Lei è
elegantissima: ma ci mette dell'affettazione. Cambia abbigliatura ogni giorno.
È sempre in bianco all'ora della lezione perchè è di mattina. Ma sono delle matinées
ricercate e piene di fronzoli.
Il primo giorno
aveva una vestaglia bianca con uno strascico smisurato, ed una serie di fiocchi
scarlatti che scendevano dalla nuca fino all'estremità della coda. L'indomani
aveva una gonnellina corta tutta gale e ricami, con una cappina di mussola
guarnita d'una profusione di nocche di velluto nero. Il giorno dopo aveva
un’altra cappina di bambagia fitta, con ricche increspature di trina, miste di
fiocchi di nastrino di tutti i colori dell'iride.
Il divano
dove siede per assistere alla lezione è in faccia ad un grande specchio. Lei
siede sempre come se posasse dinanzi ad una macchina fotografica. Tiene in mano
un ricamo, ma è sempre occupata a guardarsi.
Ieri aveva
delle pianelline di raso azzurro, colle calze carnicine ricamate a mazzetti di
miosotidi. Si dimenò tanto, finchè riescì ad accomodare l’abito in modo da
potersi vedere nello specchio tutto il piedino.
Queste cose
le fa con garbo. Quando s'accorse che l'abito era troppo abbassato, e che
l'effetto della sua bella calzatura era perduto, andò a pigliare un posapiedi,
e nel tornare a sedersi respinse l'abito così bene indietro, che nel piegare le
ginocchia lo fece salire un buon palmo dinanzi. Ebbe un sorriso di gioia
infantile quando si vide seduta così; sono certo che il ricamo deve averne
patito, perchè tutti i momenti sbirciava un'occhiata allo specchio.
Ad un tratto
mi domandò:
— Ha veduto
quest'autunno a Brera quel bel quadro Mozart fanciullo alla Corte.... di
Germania, mi pare?
— Sì — le
risposi. Ma non potei a meno di sorridere perchè capii che si paragonava a quel
circolo di dame dipinte, cogli abiti corti e stretti ed i piedini così ben
calzati, adorni e piccini, che parevano scatole da confetti. Volli farle vedere
che avevo indovinato il suo pensiero.
— Quelle dame
là — soggiunsi — avevano i talloncini rossi o dorati.
Sporse il
labbro inferiore e fece spalluccie, come per rimproverarmi quell'audacia. Poi
le venne da ridere, e disse:
— Sono di
moda anche ora i tacchi dorati, oppure coperti da bei rabeschi di bronzo.
Domani li metterò; così il costume sarà perfetto.
Malgrado quel
primo ardimento, sono sempre un po’ impacciato con lei, per causa del mio
famoso biglietto e della sua accoglienza di quella sera. Ma lei pare che abbia dimenticato
tutto. È calma, serena, bizzarra, e non ha la menoma soggezione di me.
Il signor
Malvezzi m'ha poi indotto a fargli sentire qualche cosa della mia opera; e ci
andrò questa sera. Ora, ad animo tranquillo, potrò riabilitarmi della cattiva
figura che ho fatto la prima volta.
Però la
signora Eva mi secca col suo umorismo inopportuno a proposito di quell'opera
che non ha mai potuto udire. Ripete il verso:
«Che vi
sia ciascun lo dice,
Dove
sia nessun lo sa»,
e l'ha intitolata L'araba
fenice.
Questa
mattina mi disse che ha mandato gl'inviti ai suoi amici, pregandoli di
assistere questa sera alla prova dell’opera nuova del maestro Cato, L'araba
fenice.
Spero che sia
uno scherzo.
Augusto.
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