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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XI.   Augusto a Leonardo
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XI.

 

Augusto a Leonardo

 

Comincio a credere che la conoscenza di questa signora che volevo fuggire come un male, o almeno come un pericolo capace di farmi violare il mio giuramento, mi offrirà invece il mezzo di fare una buona azione.

La signora Eva è una donna frivola come una bimba. Ma mi pare di indovinare, sotto quell’esteriorità leggera, un fondo buono e molta potenza d'affetto. Le sue stesse aspirazioni romantiche non sono che slanci di passione, e se mi riescisse di farglieli dedicare a scopi più nobili, potrebbero migliorar lei, e tornar utili ai suoi simili. Mi pare che chi fa il bene con passione lo faccia due volte.

Io mi propongo di sviluppare le facoltà buone che sono latenti nel suo carattere, di risvegliarle nell’animo il nobile entusiasmo della virtù, di farle rivolgere la mente a cose serie.

 

L’impresa non è facile. È avvezza a ridere di tutto e lo fa con garbo, ed è adulata pel suo spirito, e se ne compiace. D'altra parte non ha grande colpa della sua indifferenza egoistica, perchè la sua esistenza è trascorsa senza dolori e senza lotte; ha sempre trovato quanto le occorreva a portata della mano, e non comprende le sofferenze altrui perchè non sa cosa sia sofferenza.

È nata ricca; era figlia unica; i parenti le fecero la vita facile colla loro indulgenza. Il suo ingegno naturale le rese facile l'istruzione. Si maritò a diciasette anni, per cui non ebbe neppur il tempo di patire la contrarietà di quelle limitazioni che s’impongono alle signorine nelle letture, nelle conversazioni, negli spettacoli. Il mondo in tutta la sua immensità di bello e di brutto, di virtù e di errori, fu aperto troppo presto ai voli di quella immaginazione ardita.

Ma più che nella realtà, essa lo conobbe nei romanzi; e, naturalmente, la parte drammatica ed avventurosa della vita, fu quella che la sedusse maggiormente; e le venne a noia la sua esistenza facile e senza dramma.

È evidente che si annoia; aspira al romanzo, e questo onest'uomo di marito, che ha sposato volentieri ma senza passione, non le sembra un eroe abbastanza attraente. Del resto, da alcuni episodi che si ricordano per chiasso in famiglia, mi sono accorto che lei si è provata a farlo posare da eroe da romanzo. Ma il Malvezzi è un uomo d’affari, positivo come una somma; non s'è prestato, ed ha presa la cosa in celia.

T'ho scritto, mi pare, che l’altro giorno la signora Evelina mi diceva:

— Vorrei che usassero ancora i jabots di pizzo.

Il marito era presente e si mise a ridere.

— Sta zitto — gli disse la moglieso già che cosa vuoi dire.

— Ebbene, lasciarispose lui. — Non c'è nulla di male; è una ragazzata.

E mi narrò che otto anni sono, il primo anno del loro matrimonio, la sposa gli regalò per il suo natalizio sei camice con un jabot di trina di Malines finissima, accompagnato da certi versi suoi, intitolati: Almeno un’ora, in cui lo pregava di far rivivere per lei quei dolci tempi di cortesia, nei quali gli uomini si chiamavano i serventi delle signore.

Me li lesse. Sono delle strofe graziosissime che vorrei ripeterti, ma la mia memoria non ha saputo ritenere le parole. Il ritornello: «almeno un'ora» si ripeteva ad ogni strofa, ed il concetto era questo:

«Vivi il mattino, vivi fuori di casa la tua vita d’affari e di prosa. Ma non dirmelo, non parlarmene mai. E quando torni, chiudi fuori dall'uscio il tuo libro mastro ed il listino della Borsa, almeno un'ora. Ed entra nelle mie stanze cogli scarpini lucidi ed il jabot di trina. Nel salotto della tua dama devi essere cavaliere, almeno un’ora. Io poserò ogni giorno un neo più sorprendente per farti omaggio, e mi sentirò beata fra le stecche del mio guardinfante, quando nell’abbassare il capo per baciarmi la mano, mi farai cadere addosso una nuvola di polvere dai tuoi capelli, incipriati, almeno un'ora....!»

Più innanzi diceva:

«Che importa se hai il doppio dei miei diciott'anni? Metteremo il parrucchino bianco tutti e due, e saremo vecchi insieme, per godere la nostra gioventù, di nascosto da questo mondo decrepito, almeno un’ora».

Naturalmente tutto questo parve una facezia al Malvezzi, ed invece di fare alla gioventù ed all’amore della sposa, l'omaggio di quella commedia in segreto, rise della poesia che gli parve molto umoristica, e la lesse a tutti gli amici di casa ed a quanti vollero udirla.

L'Evelina l’aveva scritta per ottenere una galanteria dal marito, una di quelle galanterie da matti che fanno crollare il capo alla serva ed ai vicini di casa, ma sono la delizia degli innamorati e dei poeti. Ed invece ebbe una serie di complimenti da una serie di ammiratori.

Allora accettò la galanteria da dove veniva, e non cercò più d'andare a seminarla in un terreno ribelle. Ha una massima che deve datare da quell'epoca:

— Tra la galanteria ed il marito, c'è incompatibilità di carattere.

Dice che sua figlia dovrà sposare il Bellotti-Bon, o l'Emanuel, o il Salvini, o Ernesto Rossi, perchè i mariti da commedia sono i soli che mettano un po’ di poesia nella vita coniugale.

Io le osservai che quegli ultimi due mariti, non da commedia, ma da tragedia, strozzano poeticamente la signora Desdemona quando perde un fazzoletto.

— Non possono fare altrimenti — rispose. — Quella è condannata fin dal mattino nei manifesti.

Così, con uno scherzo più o meno felice, tronca i discorsi appena si accorge che minacciano di prendere il carattere d’una discussione.

Io però non mi perdo d’animo. La sera che sonai tutto il primo atto del Re Lear, mi disse:

 — Comincio a credere all'immortalità.

Alludeva all'immortalità del nome che potrei acquistare. Voleva farmi un complimento. Ma io finsi di non comprendere, e per attirarla ad un discorso serio le domandai:

Era materialista prima?

— Che! — mi rispose. — Bisogna riflettere troppo, per negare tutto quanto ci hanno affermato.

— Dunque è credente?

— Sì.... credo che sia più facile esser credente.

— Ma il suo cuore cosa le dice?

Ora debba scandalizzarla. Il mio cuore non se ne occupa.

— E non prova la grande curiosità di sapere cosa sarà del nostro essere morale dopo la morte?

— Sì, l'ho provata un momento, e sono andata a sentire una lettura d'una signora inglese sullo spiritualismo. Ma non ho capito nulla; cioè ho capito che anche l’autrice non ci capiva nulla. Ed ho preferito non pensarci più.

Un'altra sera entrando nel suo salotto, stetti un momento senza riconoscerla. S’era coperta il capo di cipria bionda che le faceva i capelli d'un colore stravagante. Nel salutarla le dissi:

Cos'è questa metamorfosi? La lucente ala di corvo non usa più?

— Sì, rispose. Anzi ora la gran moda è d’avere i capelli neri. Ma ho letto in un romanzo di Dumas figlio, che dans la musique de l'amour une blonde vaut deux brunes.

— Ma mi pare che di quella musica , lei non possa più aggiungere nulla al suo repertorio.

Perchè? mi domandò.

Perchè il signor Malvezzi ne ha acquistata la proprietà dinanzi allo stato civile.

— È soltanto la proprietà delle grandi partizioni che hanno una fine.... da melodramma. Ma la musica spicciola, le romanze da salotto, i duettini sono sempre a mia disposizione.

Alle volte mi scoraggia. Alle volte invece capisco che tronca i discorsi, perchè sente d'aver torto e non vuol darsi vinta.

Giorni sono trovai sulla sua tavola un albo che è addirittura una monellata. Lo chiama il bêtisier, e vi scrive tutte le sciocchezze, bêtises, che sfuggono ai suoi conoscenti. Molte persone rispettabili vi sono messe in ridicolo per una parola inavvertita, interpretata anche con malignità. La legge ai suoi amici più intimi, qualche volta alla presenza della bambina che ne sa parecchie a memoria.

Io ci scrissi in fondo una massima di Vauvenargues:

«Ce n’est pas un grand avantage d’avoir l’esprit vif, si on ne l'a pas juste. La perfection d’une pendule n'est pas d'aller vite, mais d’étre règlèe.»

Il giorno dopo il bêtisier era scomparso.

Perchè ha ritirato il bêtisier? — le domandai.

Perchè è accaduto un errore — mi rispose.—

Un filosofo distratto l'ha preso per un trattato di filosofia e ci ha scritto una sua massima.

— Avrei creduto che lei la giudicasse roba da bêtisier quella massima.

Badi, mi disse con finezza, che lei sta riabilitandosi in faccia al bêtisier.

Perchè?

Perchè potrei scriverci questa sua risposta della quale o io o Vauvenarges potremmo domandarle soddisfazione.

Amerei meglio che me la domandasse lei.

Perchè non potrebbe darmela?

— No. Perchè sarebbe dirmi che l'ho offesa, supponendo che trovasse sciocca quella massima. E questo equivarrebbe a dichiarare che l'ha presa sul serio.

— Ma che! L'ho presa sul tavolino dove l'ha lasciata lei.

Ho osservato che la signora Evelina è più o meno impressionata dal discorso che s’è fatto, a seconda che è più o meno felice il motto con cui lo tronca. Quando il bisogno di tagliar corto è più urgente, butta il primo scherzo che le viene, senza darsi tempo a pensare, per non dar tempo a me di parlare ancora.

Quella volta il motto era miserabile; l’impressione era profonda.

Infatti la mattina dopo entrò in sala per assistere alla lezione, con un'aria tutta rabbonita. La affettava un pochino però, e mi disse:

— Se l’avessi avuto sotto mano, questa mattina mi sarei messo un abito da suora di carità. — Vuol farsi monaca? — le domandai.

— No. Voglio fare la carità. Lei dice che io non penso a nulla di serio, che non ho slanci d’affetto per l’umanità, che non sento la carità del prossimo perchè sono una pendola mal regolata. Vorrei mostrarle che mi ha convertita.

— Io non le ho mai dette tutte queste impertinenze.

— Quando si consiglia più o meno direttamente una cosa, vuol dire che si crede che manchi. Io non consiglierei alla Marichita di pulirsi il nasino se non glielo vedessi in quello stato.

Poi soggiunse ridendo:

— Lei vede la mia anima come il nasino della Marichita.

— E lei ha pensato di pulirla? — domandai.

— Sì. Ma non ho ancora trovata la pezzuola.

— Vuole che l'aiuti io a cercarla?

— No. Lasci un po’ di merito anche a me. — E subito volgendosi alla bimba per troncare il discorso disse:

— Vieni qui, gioia. A te no, che non si può lasciar nessun merito. Valeva la pena di farti un nasino greco, per consumarci intorno la mia gioventù a pulirlo ogni quarto d’ora!

Attendo con impazienza la prossima lezione per sentire cosa avrà immaginato per far del bene. Sento tutto l'entusiasmo d'un apostolo. Spero che sarai contento di me, e mi scriverai, descrivendomi le tue serate della farmacia. È una vecchia promessa che hai dimenticata.

 

Augusto.

 

 




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