XII.
La
signora Malvezzi al maestro Cato
I nostri
bachi, o chi per loro, ci chiamano a Regoledo: e la Marichita crede sempre
indispensabile la sua presenza tutte le volte che c'è una occasione per fare il
chiasso in campagna.
Così per
domani, e forse per tutta la settimana ventura, la mia bimba le dà vacanza. È
tanto di guadagnato per l'Araba fenice, che potrebbe profittare di
questi mesi, in cui non s'accende il caminetto, per risorgere dalle sue ceneri.
Ma mi sono accorta che lei
s'ha a male ch'io scherzi sulla sua opera; del resto non c'è argomento su cui
sia permesso scherzare con lei. Non ho mai conosciuto un uomo tanto serio alla
sua età.
Ogni volta
che mi scappa detta una sciocchezza — e non è di rado — ne provo sgomento, e
non oso guardar lei perchè sono sicura di vederla cogli occhi pieni di
tristezza e di compianto, come se mi fosse morto un parente, o fosse scappato
il mio ragioniere.
Io però sono
più buona donna. Non me n'ho a male che lei biasimi i miei scherzi. Da ragazza
ero abituata a vedere i miei parenti, e tutti gli amici di casa occupati
continuamente di me, non facevo la più piccola cosa senza che venisse
giudicata, con molta indulgenza, e non si discutesse, con molta parzialità, se
era bene o male.
Ora invece la
piena fiducia di mio marito, l’ammirazione che ha per me, mi lasciano libera di
regolare la vita a mio modo; faccio quello che mi piace senza vincoli e senza
controllo. E mi pare di sentirmi abbandonata a me stessa, di non avere più chi
si curi di me. E per questo, quando vedo un amico esaminare quello che faccio e
quello che dico, mi sento tutelata, e mi consolo, anche s'egli, come lei, non
lo fa che per biasimarmi.
Anzi, il
biasimo mi fa più piacere delle lodi, perchè ci credo di più. Alle lodi sono avvezza,
so che me le fanno ad ogni costo, anche senza darsi la briga di esaminare se le
merito.
Soltanto,
trovo che dopo il biasimo d’un amico sincero, è mio dovere fare quel che posso
per ottenere la sua approvazione; altrimenti vedrebbe che le sue critiche non
hanno risultato, e smetterebbe di farle. Ma ottenere la sua approvazione è
difficile assai, signor Catone.
Qualche volta
penso se le donne che lei ha conosciute erano tante Lucrezie che l'hanno
abituata alla virtù, o tante Messaline che gliene hanno fatto sentire il
bisogno per l'effetto dei contrari.
Alle volte
lei mi fa dei discorsi così poetici, così cavallereschi, che mi comunica
veramente l’entusiasmo della virtù. Un giorno m'era venuto in mente di portare
tutti i miei gioielli alla Congregazione di carità. Ma Malvezzi non è entrato
nello spirito della cosa. M'ha detto che non ho diritto di alienare la
proprietà di mia figlia. È strano che la piccola Marichita debba farmi la
legge, ed essere proprietaria dei miei diamanti, che io non le permetterei
nemmanco di toccare con un ditino. È insopportabile la tirannia di questa
bambina.
Un’altra
volta mi ricordai d’aver conosciute a Torino delle brave signore che andavano
il mattino a rifare i letti al Buon Pastore. Pensai d’andare anch'io a rifare i
letti dei vecchioni al Luogo Pio Trivulzi. Ma dopo un esperimento che feci sul
mio, capii che avrei reso un cattivo servizio a quei poveri vecchi. Non m'hanno
avvezzata a sfaccendare; non sono una buona massaia; sono un oggetto di lusso,
un capitale male impiegato come la nostra villa di Regoledo, che ci costa uno
sproposito a mantenerla, e non frutta nulla.
Allora andai
da una mia conoscente, che è la filantropia incarnata. Ma non incarnata, come
Cristo, in un bel giovane da far girare la testa alle Maddalene; è incarnata da
mezzo secolo in una matrona, punto bella ed un po’ pedante, che lascia le teste
al loro posto e scampa alla passione.
Mi accolse
come la pecorella smarrita che torna all’ovile, mi trascinò per tutta Milano
nella sua carrozza, mi fece fare anticamera sui seggioloni duri
dell’orfanotrofio, mi condusse dal dottor Pini, il quale, a titolo di
rinfresco, mi fece vedere i rachitici meglio riusciti della sua collezione, e
finalmente, dopo aver battuto a tante porte, come se fossi io che domandassi
l’elemosina, ne risultò che il Pini m'inscrisse nella beneficenza della carta
straccia, e la signora X.... mi accolse nel Patronato delle orfane povere.
Mi pareva
d'esser cresciuta un palmo; ero gloriosa della mia doppia missione. Lungo la
via, appena vedevo un signore con delle carte nella tasca del soprabito,
provavo una smania d’andargliele a prendere per gettarle nel cesto della Filantropia
senza sacrificî. Mi veniva voglia di raccogliere le carte sucide da terra,
di strappare i manifesti dalle cantonate.
Entrando in
casa, sequestrai i giornali di mio marito, le lettere non ancora aperte, i
libri della Marichita; la sola che si prestasse di buon grado a privarsene per
sempre; mi offerse anche la penna ed il calamaio con vero entusiasmo.
La carità
convertiva a’ miei occhi tutta la carta del mondo in carta straccia, anche i
biglietti di Banca. Badi di serbarmi questa lettera. Gliela presto soltanto da
leggere, ma dovrà rendermela, perchè serbo la proprietà di tutta la mia
corrispondenza alla Filantropia senza sacrificî. Non manchi di
rispondermi per aumentare la mia provvista.
Però quel
distintivo: senza sacrificî, rendeva l’opera insufficiente al mio
fervore di neofita.
Il Patronato
delle orfane povere era ben altra impresa. Difendere una schiera di verginelle
contro i pericoli del mondo. Tutto il donchisciottismo di cui era capace il mio
cuore, s’infiammò dinanzi a quel mulino a vento.
Da quel
momento mi sentii responsabile dell’onestà di tutte le orfane della parrocchia.
In ogni serva che lavava un pannolino, vedevo una Margherita perseguitata da un
Fausto procace.
La mattina seguente, ad
un'ora incredibile, mi entrò in camera la Gigia, tutta imbronciata, a dirmi che erano
venute, una dopo l'altra, due ragazze e che aspettavano in anticamera.
Lei non sapeva
che io proteggessi le orfane, e da quell’affluenza di cameriere, aveva
argomentato che ne cercassi una per mandar via lei. Così il primo compenso che
ebbi dalla mia beneficenza, fu una serie di rabbuffi della Gigia, che mi
spalancò le imposte sul viso a rischio di accecarmi, mi rovesciò il caffè sulle
lenzuola, mi strinse il busto come uno stromento di tortura, e mi pettinò collo
chignon messo a sghembo.
Appena vidi le mie
protette, capii che la natura faceva una grande concorrenza al Patronato per
proteggere l'onestà di quelle orfane. Le aveva messe al sicuro sotto l’usbergo
di sentirsi... brutte.
Una era una
stentatella un po’ nana, un po’ zoppa con un visino scialbo da anemica. Veniva
a reclamare per un secchio: «Era assolutamente troppo grande per le sue forze;
io che sono una signora caritatevole, vedevo pure se lei era capace di portare
un secchio come quello là». Ne parlava come se io lo conoscessi perfettamente.
E non bastava empirlo una volta. Ce ne volevano due o tre ogni mattina prima
che fossero lavati tutti...
Mi fece una
litania che durò mezz’ora, poi se ne andò dettandomi il suo ordine del giorno
in questi termini: intimare a’ suoi padroni di comperare un secchio adatto alle
sue forze — dovrebbe essere un ditale — e di lavarsi con moderazione.
L'altra era
una creatura allampanata, lunga come una guglia, bruna e magra ed ossuta, come
quelle vecchie galline che hanno covato le uova di dieci generazioni.
Se c’era un Fausto che
insidiava quella Margherita, doveva essere ai tempi della sua decrepitezza,
prima che Mefistofele lo ringiovanisse.
E c’era
infatti. Ma la colomba insidiata domandava d’essere protetta contro la padrona
a beneficio dell’insidiatore. La padrona non voleva che lei parlasse col
cocchiere; e le faceva perdere un partito, perchè era un bravo giovane; era
prudente e le voleva bene davvero.
Infatti
doveva volerle bene davvero per perdonarle quella figura; a meno che non fosse
una misura della sua prudenza per mettersi al coperto dalla gelosia.
Più tardi
venne una ragazzona esorbitantemente florida, rossa come un pomodoro, col naso
rincagnato e pochi capelli mal tirati sulla fronte, massiccia, tonda, senza
garbo nè grazia.
Questa non
aveva lagnanze da fare. Stava bene; era venuta soltanto per farsi conoscere; ne
aveva tutto il tempo perchè la famiglia dei padroni era in campagna, e lei era
a Milano sola col signore.
Sola col
signore! Il mio senso morale si rivoltò a quelle parole. Ecco a, che cosa sono
esposte queste povere ragazze!
— E ti
dispiace, non è vero, di trovarti sola con lui? le domandai.
— Oh,
nossignora, ci sto volentieri... Gli ho posto affetto, povero marchesino!
Un
marchesino!
Sudavo
freddo. Ormai era troppo tardi per impedire il male. Bisognava pensare al
rimedio. Il marchesino doveva sposarla; il Patronato era in dovere di
obbligarlo a questa riparazione. Purchè non fosse un minorenne, allora la
famiglia potrebbe opporsi...
— Quanti anni
ha il marchesino? — domandai tremando.
—
Settantanove.
Era un altro
mulino a vento. II pover’uomo era un paralitico; gli avevano ridotto il suo
titolo in diminutivo, perchè era anche nano e contorto.
Assolutamente
non c'era mezzo di esercitare la mia missione. Le ragazze erano brutte, i
padroni paralitici e decrepiti, i cocchieri prudenti e bene intenzionati; tutto
precedeva liscio; tout pour le mieux dans le meilleur des mondes. Il
patronato era una sinecura.
Domandai a
quella ragazza se non ci fossero altre orfane a servire nella mia parrocchia.
A servire no:
ma ce n’era una che lavorava da una stiratrice nelle soffitte della mia stessa
casa, nel primo cortile dove abbiamo le guardarobe, e le camere della servitù.
Ne parlai alla Gigia.
— Ah la Mariettina, mi disse. È
la Checca
della contrada. Sta fin sul tetto; eppure tutti i giovinotti che passano,
s'appoggiano al muro per non cadere indietro, ma non vanno via se non l'hanno
veduta.
La mandai a
chiamare. Mi rispose che non aveva bisogno di nulla. Che quando fosse a spasso
lo sapeva anche lei che c’era un Patronato, e che era obbligato a mantenerla.
Poco dopo la Gigia venne a dirmi che il
giovane del negozio che faceva lavorare la stiratrice, chiamava la Mariettina dal cortile.
Andai in
guardaroba per vederla.
— I solini di
quel signore di ieri. urlava il ragazzo. C'è gran premura.
— Se hai
premura corri rispondeva la
Mariettina senza scomporsi,
— È là che li
aspetta.
— Può
aspettare un pezzo. Non sono neppure rinsaldati.
— Ma deve
partire.
— Digli che
faccia buon viaggio; e guardi di non perdere la borsa.
— Ma ha già
pagato, e vuole la sua roba. Cosa ho da dirgli?
— Digli che
lo saluto tanto: che sono la
Mariettina; e che sono più bionda di lui; e se non vuol
credere venga a vedere.
Malgrado la
sua sguaiatezza, m’infiammai di santo zelo per l’onore di quella bella
fanciulla. Quella facilità d’invitare gli uomini ad assicurarsi della sua tinta
di biondo, era pericolosa. Era proprio il caso di esercitare la missione del
Patronato.
Ma la Mariettina non volle
saperne d’esser protetta.
Disse che ha
delle buone braccia, e da vivere se lo guadagna lei; e non ha conti da renderci.
Alla mia cameriera ha risposto:
— Dica alla
sua padrona che quando starò per morire andrò da lei a farmi raccomandare
l'anima. Ma badi pure ai fatti suoi, ch'io non ho premura.
Pensai la vecchia
storia di Maometto e della montagna, e salii io stessa dalla stiratrice; una
donnona sguaiata che m’accolse molto male, e mi borbottò dietro: «Si vede
proprio che i signori non hanno nulla da fare, per andare a quel modo a mettere
il becco in casa degli altri».
La Mariettina poi mi
disse:
— Senta,
signora, lei quand’è l’estate va in campagna, nevvero, per pigliare un po’
d’aria? Io, che non ho la campagna, piglio aria dal balcone.
— Ma c'è
sempre qualche giovinotto in istrada quando tu pigli dell’aria.
— Io non
posso mettere un carabiniere in capo alla contrada perchè non lasci passare i
giovinotti. — Poi con accento di scherzo soggiunse:
— Se ce lo
vuol mettere il Patronato...
Era splendida
col suo volto furbo, fresco, come una rosa, irradiato da due grandi occhioni
azzurri, sotto un nimbo di capelli d'oro arruffati capricciosamente. Le dissi
con indulgenza materna:
— Potresti
però fare a meno di ridere cogli uomini che passano.
— Come!
esclamò con meraviglia affatto comica. Hanno fatto un patronato per proibirci
di ridere?
— Sai pure
che non è questo che voglio dire.
— Ebbene,
quando si lavora tutto il giorno, si ha anche diritto ad un po’ di sollievo.
Loro vanno al teatro colle spalle nude per divertirsi; io mi diverto a ridere
colle spalle coperte. Costa meno.
— Ma bada che
ridere coi giovinotti potrebbe costarti di più.
— E dagli coi
giovinotti! Ma stia tranquilla che non li mangio i suoi giovinotti. Ed
animandosi pel dispetto ripigliò acremente:
— Io non
sapevo che passassero per lei.
Mi parve che
neppure la mia missione di patronessa mi obbligasse a tollerare queste scene; e
mi ritirai.
Ma sono
scoraggiata. Come si fa.... come fa lei ad esercitare questa virtù che va
predicando? L’impresa è difficile assai. Cristo trovava un terreno facile.
Appena parlava alla Maddalena, e lei buttava i gioielli alle ortiche, e
piangeva tante lagrime da lavargli i piedi, e faceva un tovagliolo co’ suoi
capelli. Io ho paura che mi laverei di rado, se aspettassi di farlo colle
lagrime della Mariettina, e di asciugarmi co’ suoi capelli biondi.
Eppure lei è
virtuoso è benefico, nello stesso mondo e nella stessa epoca in cui vivo io.
Sono sicura che lo è realmente. Il suo accento è sentito e profondo. Vedo che
lei prova l'amore del bene, e ne gode. Perchè non può inspirarlo anche a me? Io
desidero di potermi elevare, di avere qualche cosa da amare con esaltamento,
con idealità. Mio marito, la mia bambina mi vogliono tanto bene; ed io ne
voglio tanto a loro. Ma voler bene è la moneta corrente, la parte positiva del
sentimento. Io aspiro alla sua parte più ideale; vorrei innalzarmi fino
all’amore nobile della virtù. Ma non so, non mi riesce. M’imbatto sempre in
qualche cosa di grottesco che mi fa ridere, o di difficile che m’impaura.
L’altro giorno s’era offerto d’aiutarmi. Vedo che è impossibile che io riesca a
qualche cosa per solo merito mio. Via, m’aiuti; mi dica cosa devo fare.
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