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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XII.   La signora Malvezzi al maestro Cato
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XII.

 

La signora Malvezzi al maestro Cato

 

I nostri bachi, o chi per loro, ci chiamano a Regoledo: e la Marichita crede sempre indispensabile la sua presenza tutte le volte che c'è una occasione per fare il chiasso in campagna.

Così per domani, e forse per tutta la settimana ventura, la mia bimba le vacanza. È tanto di guadagnato per l'Araba fenice, che potrebbe profittare di questi mesi, in cui non s'accende il caminetto, per risorgere dalle sue ceneri.

Ma mi sono accorta che lei s'ha a male ch'io scherzi sulla sua opera; del resto non c'è argomento su cui sia permesso scherzare con lei. Non ho mai conosciuto un uomo tanto serio alla sua età.

Ogni volta che mi scappa detta una sciocchezza — e non è di rado — ne provo sgomento, e non oso guardar lei perchè sono sicura di vederla cogli occhi pieni di tristezza e di compianto, come se mi fosse morto un parente, o fosse scappato il mio ragioniere.

Io però sono più buona donna. Non me n'ho a male che lei biasimi i miei scherzi. Da ragazza ero abituata a vedere i miei parenti, e tutti gli amici di casa occupati continuamente di me, non facevo la più piccola cosa senza che venisse giudicata, con molta indulgenza, e non si discutesse, con molta parzialità, se era bene o male.

Ora invece la piena fiducia di mio marito, l’ammirazione che ha per me, mi lasciano libera di regolare la vita a mio modo; faccio quello che mi piace senza vincoli e senza controllo. E mi pare di sentirmi abbandonata a me stessa, di non avere più chi si curi di me. E per questo, quando vedo un amico esaminare quello che faccio e quello che dico, mi sento tutelata, e mi consolo, anche s'egli, come lei, non lo fa che per biasimarmi.

Anzi, il biasimo mi fa più piacere delle lodi, perchè ci credo di più. Alle lodi sono avvezza, so che me le fanno ad ogni costo, anche senza darsi la briga di esaminare se le merito.

Soltanto, trovo che dopo il biasimo d’un amico sincero, è mio dovere fare quel che posso per ottenere la sua approvazione; altrimenti vedrebbe che le sue critiche non hanno risultato, e smetterebbe di farle. Ma ottenere la sua approvazione è difficile assai, signor Catone.

Qualche volta penso se le donne che lei ha conosciute erano tante Lucrezie che l'hanno abituata alla virtù, o tante Messaline che gliene hanno fatto sentire il bisogno per l'effetto dei contrari.

Alle volte lei mi fa dei discorsi così poetici, così cavallereschi, che mi comunica veramente l’entusiasmo della virtù. Un giorno m'era venuto in mente di portare tutti i miei gioielli alla Congregazione di carità. Ma Malvezzi non è entrato nello spirito della cosa. M'ha detto che non ho diritto di alienare la proprietà di mia figlia. È strano che la piccola Marichita debba farmi la legge, ed essere proprietaria dei miei diamanti, che io non le permetterei nemmanco di toccare con un ditino. È insopportabile la tirannia di questa bambina.

Un’altra volta mi ricordai d’aver conosciute a Torino delle brave signore che andavano il mattino a rifare i letti al Buon Pastore. Pensai d’andare anch'io a rifare i letti dei vecchioni al Luogo Pio Trivulzi. Ma dopo un esperimento che feci sul mio, capii che avrei reso un cattivo servizio a quei poveri vecchi. Non m'hanno avvezzata a sfaccendare; non sono una buona massaia; sono un oggetto di lusso, un capitale male impiegato come la nostra villa di Regoledo, che ci costa uno sproposito a mantenerla, e non frutta nulla.

Allora andai da una mia conoscente, che è la filantropia incarnata. Ma non incarnata, come Cristo, in un bel giovane da far girare la testa alle Maddalene; è incarnata da mezzo secolo in una matrona, punto bella ed un po’ pedante, che lascia le teste al loro posto e scampa alla passione.

Mi accolse come la pecorella smarrita che torna all’ovile, mi trascinò per tutta Milano nella sua carrozza, mi fece fare anticamera sui seggioloni duri dell’orfanotrofio, mi condusse dal dottor Pini, il quale, a titolo di rinfresco, mi fece vedere i rachitici meglio riusciti della sua collezione, e finalmente, dopo aver battuto a tante porte, come se fossi io che domandassi l’elemosina, ne risultò che il Pini m'inscrisse nella beneficenza della carta straccia, e la signora X.... mi accolse nel Patronato delle orfane povere.

Mi pareva d'esser cresciuta un palmo; ero gloriosa della mia doppia missione. Lungo la via, appena vedevo un signore con delle carte nella tasca del soprabito, provavo una smania d’andargliele a prendere per gettarle nel cesto della Filantropia senza sacrificî. Mi veniva voglia di raccogliere le carte sucide da terra, di strappare i manifesti dalle cantonate.

Entrando in casa, sequestrai i giornali di mio marito, le lettere non ancora aperte, i libri della Marichita; la sola che si prestasse di buon grado a privarsene per sempre; mi offerse anche la penna ed il calamaio con vero entusiasmo.

La carità convertiva a’ miei occhi tutta la carta del mondo in carta straccia, anche i biglietti di Banca. Badi di serbarmi questa lettera. Gliela presto soltanto da leggere, ma dovrà rendermela, perchè serbo la proprietà di tutta la mia corrispondenza alla Filantropia senza sacrificî. Non manchi di rispondermi per aumentare la mia provvista.

Però quel distintivo: senza sacrificî, rendeva l’opera insufficiente al mio fervore di neofita.

Il Patronato delle orfane povere era ben altra impresa. Difendere una schiera di verginelle contro i pericoli del mondo. Tutto il donchisciottismo di cui era capace il mio cuore, s’infiammò dinanzi a quel mulino a vento.

Da quel momento mi sentii responsabile dell’onestà di tutte le orfane della parrocchia. In ogni serva che lavava un pannolino, vedevo una Margherita perseguitata da un Fausto procace.

La mattina seguente, ad un'ora incredibile, mi entrò in camera la Gigia, tutta imbronciata, a dirmi che erano venute, una dopo l'altra, due ragazze e che aspettavano in anticamera.

Lei non sapeva che io proteggessi le orfane, e da quell’affluenza di cameriere, aveva argomentato che ne cercassi una per mandar via lei. Così il primo compenso che ebbi dalla mia beneficenza, fu una serie di rabbuffi della Gigia, che mi spalancò le imposte sul viso a rischio di accecarmi, mi rovesciò il caffè sulle lenzuola, mi strinse il busto come uno stromento di tortura, e mi pettinò collo chignon messo a sghembo.

Appena vidi le mie protette, capii che la natura faceva una grande concorrenza al Patronato per proteggere l'onestà di quelle orfane. Le aveva messe al sicuro sotto l’usbergo di sentirsi... brutte.

Una era una stentatella un po’ nana, un po’ zoppa con un visino scialbo da anemica. Veniva a reclamare per un secchio: «Era assolutamente troppo grande per le sue forze; io che sono una signora caritatevole, vedevo pure se lei era capace di portare un secchio come quello ». Ne parlava come se io lo conoscessi perfettamente. E non bastava empirlo una volta. Ce ne volevano due o tre ogni mattina prima che fossero lavati tutti...

Mi fece una litania che durò mezz’ora, poi se ne andò dettandomi il suo ordine del giorno in questi termini: intimare a’ suoi padroni di comperare un secchio adatto alle sue forzedovrebbe essere un ditale — e di lavarsi con moderazione.

L'altra era una creatura allampanata, lunga come una guglia, bruna e magra ed ossuta, come quelle vecchie galline che hanno covato le uova di dieci generazioni.

Se c’era un Fausto che insidiava quella Margherita, doveva essere ai tempi della sua decrepitezza, prima che Mefistofele lo ringiovanisse.

E c’era infatti. Ma la colomba insidiata domandava d’essere protetta contro la padrona a beneficio dell’insidiatore. La padrona non voleva che lei parlasse col cocchiere; e le faceva perdere un partito, perchè era un bravo giovane; era prudente e le voleva bene davvero.

Infatti doveva volerle bene davvero per perdonarle quella figura; a meno che non fosse una misura della sua prudenza per mettersi al coperto dalla gelosia.

Più tardi venne una ragazzona esorbitantemente florida, rossa come un pomodoro, col naso rincagnato e pochi capelli mal tirati sulla fronte, massiccia, tonda, senza garbo grazia.

Questa non aveva lagnanze da fare. Stava bene; era venuta soltanto per farsi conoscere; ne aveva tutto il tempo perchè la famiglia dei padroni era in campagna, e lei era a Milano sola col signore.

Sola col signore! Il mio senso morale si rivoltò a quelle parole. Ecco a, che cosa sono esposte queste povere ragazze!

— E ti dispiace, non è vero, di trovarti sola con lui? le domandai.

— Oh, nossignora, ci sto volentieri... Gli ho posto affetto, povero marchesino!

Un marchesino!

Sudavo freddo. Ormai era troppo tardi per impedire il male. Bisognava pensare al rimedio. Il marchesino doveva sposarla; il Patronato era in dovere di obbligarlo a questa riparazione. Purchè non fosse un minorenne, allora la famiglia potrebbe opporsi...

— Quanti anni ha il marchesino? — domandai tremando.

Settantanove.

Era un altro mulino a vento. II poveruomo era un paralitico; gli avevano ridotto il suo titolo in diminutivo, perchè era anche nano e contorto.

Assolutamente non c'era mezzo di esercitare la mia missione. Le ragazze erano brutte, i padroni paralitici e decrepiti, i cocchieri prudenti e bene intenzionati; tutto precedeva liscio; tout pour le mieux dans le meilleur des mondes. Il patronato era una sinecura.

Domandai a quella ragazza se non ci fossero altre orfane a servire nella mia parrocchia.

A servire no: ma ce n’era una che lavorava da una stiratrice nelle soffitte della mia stessa casa, nel primo cortile dove abbiamo le guardarobe, e le camere della servitù. Ne parlai alla Gigia.

— Ah la Mariettina, mi disse. È la Checca della contrada. Sta fin sul tetto; eppure tutti i giovinotti che passano, s'appoggiano al muro per non cadere indietro, ma non vanno via se non l'hanno veduta.

La mandai a chiamare. Mi rispose che non aveva bisogno di nulla. Che quando fosse a spasso lo sapeva anche lei che c’era un Patronato, e che era obbligato a mantenerla.

Poco dopo la Gigia venne a dirmi che il giovane del negozio che faceva lavorare la stiratrice, chiamava la Mariettina dal cortile.

Andai in guardaroba per vederla.

— I solini di quel signore di ieri. urlava il ragazzo. C'è gran premura.

— Se hai premura corri rispondeva la Mariettina senza scomporsi,

— È che li aspetta.

— Può aspettare un pezzo. Non sono neppure rinsaldati.

— Ma deve partire.

Digli che faccia buon viaggio; e guardi di non perdere la borsa.

— Ma ha già pagato, e vuole la sua roba. Cosa ho da dirgli?

Digli che lo saluto tanto: che sono la Mariettina; e che sono più bionda di lui; e se non vuol credere venga a vedere.

Malgrado la sua sguaiatezza, m’infiammai di santo zelo per l’onore di quella bella fanciulla. Quella facilità d’invitare gli uomini ad assicurarsi della sua tinta di biondo, era pericolosa. Era proprio il caso di esercitare la missione del Patronato.

Ma la Mariettina non volle saperne d’esser protetta.

Disse che ha delle buone braccia, e da vivere se lo guadagna lei; e non ha conti da renderci. Alla mia cameriera ha risposto:

Dica alla sua padrona che quando starò per morire andrò da lei a farmi raccomandare l'anima. Ma badi pure ai fatti suoi, ch'io non ho premura.

Pensai la vecchia storia di Maometto e della montagna, e salii io stessa dalla stiratrice; una donnona sguaiata che m’accolse molto male, e mi borbottò dietro: «Si vede proprio che i signori non hanno nulla da fare, per andare a quel modo a mettere il becco in casa degli altri».

La Mariettina poi mi disse:

Senta, signora, lei quand’è l’estate va in campagna, nevvero, per pigliare un po’ d’aria? Io, che non ho la campagna, piglio aria dal balcone.

— Ma c'è sempre qualche giovinotto in istrada quando tu pigli dell’aria.

— Io non posso mettere un carabiniere in capo alla contrada perchè non lasci passare i giovinotti. — Poi con accento di scherzo soggiunse:

— Se ce lo vuol mettere il Patronato...

Era splendida col suo volto furbo, fresco, come una rosa, irradiato da due grandi occhioni azzurri, sotto un nimbo di capelli d'oro arruffati capricciosamente. Le dissi con indulgenza materna:

— Potresti però fare a meno di ridere cogli uomini che passano.

— Come! esclamò con meraviglia affatto comica. Hanno fatto un patronato per proibirci di ridere?

Sai pure che non è questo che voglio dire.

— Ebbene, quando si lavora tutto il giorno, si ha anche diritto ad un po’ di sollievo. Loro vanno al teatro colle spalle nude per divertirsi; io mi diverto a ridere colle spalle coperte. Costa meno.

— Ma bada che ridere coi giovinotti potrebbe costarti di più.

— E dagli coi giovinotti! Ma stia tranquilla che non li mangio i suoi giovinotti. Ed animandosi pel dispetto ripigliò acremente:

— Io non sapevo che passassero per lei.

Mi parve che neppure la mia missione di patronessa mi obbligasse a tollerare queste scene; e mi ritirai.

Ma sono scoraggiata. Come si fa.... come fa lei ad esercitare questa virtù che va predicando? L’impresa è difficile assai. Cristo trovava un terreno facile. Appena parlava alla Maddalena, e lei buttava i gioielli alle ortiche, e piangeva tante lagrime da lavargli i piedi, e faceva un tovagliolo co’ suoi capelli. Io ho paura che mi laverei di rado, se aspettassi di farlo colle lagrime della Mariettina, e di asciugarmi co’ suoi capelli biondi.

Eppure lei è virtuoso è benefico, nello stesso mondo e nella stessa epoca in cui vivo io. Sono sicura che lo è realmente. Il suo accento è sentito e profondo. Vedo che lei prova l'amore del bene, e ne gode. Perchè non può inspirarlo anche a me? Io desidero di potermi elevare, di avere qualche cosa da amare con esaltamento, con idealità. Mio marito, la mia bambina mi vogliono tanto bene; ed io ne voglio tanto a loro. Ma voler bene è la moneta corrente, la parte positiva del sentimento. Io aspiro alla sua parte più ideale; vorrei innalzarmi fino all’amore nobile della virtù. Ma non so, non mi riesce. M’imbatto sempre in qualche cosa di grottesco che mi fa ridere, o di difficile che m’impaura. L’altro giorno s’era offerto d’aiutarmi. Vedo che è impossibile che io riesca a qualche cosa per solo merito mio. Via, m’aiuti; mi dica cosa devo fare.

 




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