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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XIII.   Augusto Cato alla signora Malvezzi.
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XIII.

 

Augusto Cato alla signora Malvezzi.

 

Grazie della sua lettera. Grazie della fiducia di cui mi onora. Grazie sopratutto de’ suoi generosi proponimenti, e d’avermi detto che le furono inspirati dalle mie povere parole.

Se quella che lei chiama la mia virtù non dovesse avere mai altro compenso, basterebbe questo alla mia vita. Non è un complimento che le faccio. Io esercito un apostolato; ed il proselitismo è la sola ambizione degli apostoli.

Quando poi si riesce a fare un proselite che ha in tutte le facoltà per comprendere ed amare la nostra missione, e per poterla predicare coll'esempio e colla parola, è una gloria addirittura, ed una gioia.

La gioia che deve aver provata Cristo quando disse a Simone, figlio di Giona: «Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».

Ma pur troppo la missione degli apostoli non è tutta dolcezze; ed io ho il dispiacere di doverle ripetere appunto il rimprovero di Cristo a quel suo apostolo diletto: «Uomo di poca fede, perchè hai tu dubitato?».

Anche lei dubita della virtù e se ne scoraggia. Oh, mia signora, dacchè mi vuole consigliere ed amico, mi autorizzi a parlarle con sincerità.

Non è la virtù che le è inaccessibile; non è in essa ch'ella trova quel qualche cosa di grottesco che la fa ridere, o di difficile che la impaura. Ma nei mezzi malintesi a cui s’è appigliata per raggiungerla.

Lei ha creduto che la virtù fosse un affare da poter imprendere da un momento all’altro, e compiere di proposito. E questo è il suo errore. Per sapere esercitare la virtù, bisogna essere virtuosi; prima di adoperarci per gli altri, dobbiamo pensare a modificare noi stessi.

Se lei avesse dati i suoi gioielli ai poveri, anche tutto il suo avere, se avesse protetto tutte le orfane della terra contro veri pericoli, avrebbe fatto senza dubbio delle buone azioni.

Ma quando me le avesse annunciate con quello spirito fine ed arguto della sua lettera, schernendo le deformità dei suoi simili (ed anche le serve sciancate sono i simili delle belle dame), ed indulgendo alle audacie perverse della Mariettina in favore della sua bellezza, io, colla mia austerità da vecchio, le avrei detto:

— Ha fatto del bene; ma siamo ancora lontani dalla virtù.

La virtù dev'essere eminentemente giusta; deve comprendere tutta l’umanità in un grande sentimento d’affetto, indipendentemente dallo squilibrio che ad alcuni tutte le attrattive, ad altri tutte le repulsioni. Dobbiamo studiarci di capire la vita, d’interessarci a tutto quanto ne circonda, e di osservare le cose, non alla superficie soltanto e dal lato che può avere un rapporto con noi, ma nell'intimo loro.

Lei ha vedute delle donne brutte, e le ha osservate superficialmente, nella loro deformità e nel rapporto che potevano avere con lei, che era di fornire un argomento d'umorismo al suo spirito brillante. Per essere virtuosa avrebbe dovuto domandare a stessa:— è giusto?

E la virtù severa le avrebbe detto di no. Che è ingiusto e crudele schernire le sventure. Che si deve cercare di comprendere quale anima racchiuda quella forma ingrata; e quali privazioni, quali sofferenze imponga l’assenza della bellezza, della gioventù, della salute.

Se avesse guardato sotto questo aspetto la donna dal secchio, invece di riderne con quel garbo fatale che le rende cari i suoi errori, avrebbe pensato che forse non potrà mai ispirare un amore, che è povera, malata, condannata ad una vita di stenti, senza un affetto che la conforti.

Ma lei ha trovata umoristica persino l'esposizione dei rachitici.

Oh mia signora! aspira alla virtù, e le grandi miserie dell'umanità non le strappano un compianto. E non sa fare il sacrificio d'un motto felice, d'un discorso brillante alla carità del prossimo.

Io non sono un metafisico; sono un artista, e la definizione vera della virtù non saprei dargliela. Per me è il fine a cui deve tendere l'umanità.

Anch'io son ben lontano dall'averla raggiunta; ma ci aspiro con tutta l'anima, e mi ci adopero con tutte le forze. Qualche volta le mie passioni si ribellano. Allora un amico nobile e giusto mi dice:

— «Guarda che hai deviato dal cammino.» Ed io ci ritorno.

Quando venni per la prima volta in casa sua, e lei mi accolse con tanto disprezzo, ebbi un impeto di risentimento, che mi strappò parole d’odio contro di lei; e la rabbia mi gonfiò il cuore, al pensiero che non potevo vendicarmi di quell’offesa.

Ma il mio amico colla sua serena imparzialità mi disse:

— Il tuo risentimento è orgoglio. Il desiderio di riparare l’offesa è un sentimento di vendetta. Perchè ti occupi tanto di te stesso, de’ tuoi sdegni, delle tue umiliazioni? Guarda quanti mali più grandi e più veri sono nel mondo. Non pensi a confrontarli ed a misurare quanto sono minime le tue sofferenze al paragone? Se non lo fai, sei un egoista.

Quelle erano parole d'un uomo virtuoso, e ne sentii nel cuore la giustizia profonda. E dimenticai i miei rancori, e quando lei mi chiamò, tornai nella sua casa, che avevo protestato di non voler più rivedere. E da quel giorno mi son fatto migliore perchè ho sentito orrore dell'egoismo a cui mi traeva la violenza delle mie passioni, che mi riduceva ad occuparmi esclusivamente di me. Ed ho imparato a pensare agli altri più che a me stesso.

Vuole una prova che ho vinto completamente il mio egoismo?

Ecco. Sono lieto che il caso l’abbia fatta andare in campagna. Sono lieto, sebbene non la veda più, sebbene non oda più le dolci chiacchierine della Marichita, sebbene quel balcone chiuso laggiù, mi faccia la vita triste come un giorno senza sole. Sono lieto perchè penso al suo bene più che al mio, e so che quell'isolamento le sarà salutare.

, in quella pace solenne della natura, nessuno le guasta il cuore ed il criterio colle adulazioni. Consideri i suoi sentimenti, i suoi pensieri laggiù, la sua abbigliatura. Li troverà falsi, in faccia alla natura che è tutta verità.

Dica a’ suoi coloni tutte le belle facezie che direbbe qui sulle deformità d'un rachitico. L'ascolteranno a bocca aperta senza capirla, e forse penseranno:

— È matta.

Ma vada a porgere il braccio a quell'infelice per sostenerlo, se stenta a camminare, o dica soltanto: povero disgraziato! essi allora la comprenderanno, e diranno:

— Che buona signora!

Le ho detto più sopra che non sono un metafisico, ma un artista. Al metafisico riesce di comprendere le astrazioni, e se ne appaga. L'artista invece ha bisogno di concretarle in una forma, di fissare il pensiero in un'immagine.

Quando penso all'ideale della virtù, mi figuro una donna bella, di quella bellezza dolce e benevola che spira la pace intorno a . Mi figuro il suo contegno calmo, il suo portamento sicuro, lo sguardo amoroso, la voce soave, e la parola buona. Mi figuro la sua mano protesa senza repulsione dovunque c’è un dolore da consolare, ed il suo sorriso che incoraggia gli umili ed ammaestra i superbi.

Sono la sua forza, l’attività, la rassegnazione, il coraggio, la bontà che costituiscono la sua bellezza. Oh mia signora! La natura le ha dato le linee ed i colori della beltà. Ma nel suo interno c'è un demonietto superbo, schernitore, vano, l'anima perduta d'uno scettico, che offusca la dolcezza del suo sguardo con un lampo maligno, che le contrae il sorriso all'espressione dell’ironia, che mette nella sua voce il suono metallico dell'indifferenza e dell’egoismo, che attira i suoi affetti sulle vanità e le agiatezze della vita.

Ma se le riescisse di scacciarlo, di respingerlo da , di accogliere invece nel suo cuore la virtù che anima ed irradia la bellezza, lei sarebbe il miglior apostolo della mia fede. Basterebbe che si mostrasse per ispirare il desiderio di amarla e di imitarla, ed io vedrei incarnato in lei l’ideale della virtù che ho sognato.

Io non valgo il mio amico, signora. Egli è fatto della creta eletta di cui si fanno gli eroi. Ma, in mancanza di meglio vuole che io faccia per lei quello ch’egli fa per me? Vuole ch’io le dica la verità che nessuno le dice, che le mostri il suo errore quando sbaglia? Vi sono dei critici la cui parola giova molto agli autori, sebbene essi non valgano gli autori stessi. Vi sono maestri mediocri che fanno dei grandi scolari.

Io sarò quel critico, sarò quel maestro. E quando lei, col suo squisito sentimento e la sua raffinata idealità femminile, mi avrà lasciato un gran tratto dietro di , contemplerò con nobile orgoglio la mia scolara, come Brunetto Latini contemplava Dante.

 

Augusto Cato.

 




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