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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XIV.   Leonardo ad Augusto.
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XIV.

 

Leonardo ad Augusto.

 

Non t’avevo più parlato delle mie serate alla farmacia, perchè realmente non mi pareva che francasse la spesa di descriverle.

Gli uomini fanno della politica di provincia sempre arretrata d’una settimana. Discutono accanitamente delle questioni, che alla Camera sono esaurite da parecchi giorni; credono che il personaggio più importante dello Stato sia il deputato del loro collegio, e che gl'interessi più vitali del paese siano i loro affari municipali.

Le fanciulle ricamano un goletto a punto buono, coi relativi polsini, che saranno passati di moda prima d’essere finiti.

Le mamme fanno calze.

Ed il farmacista tra una spedizione di pillole d’antimonio ed una soluzione di tintura tebaica, si avanza sorridente verso la tavola, e domanda colla furberia d’una sfinge:

— Qual'è la stagione in cui Nostro Signore ha più da fare?

Risposta del medesimo al medesimo:

— L’autunno, perchè non casca foglia che Dio non voglia, e deve dare il permesso a tutte le foglie di cadere...

Sono trent’anni che va ripetendo lo stesso motto, e la compagnia se ne diverte sempre come gli anni precedentipunto. Ed il bell'umore torna a’ suoi intingoli da farmacopea, spiando il primo sintomo di sonno in qualcheduno, per correre a presentargli le mani alzate a distanza, in atto di tener disteso un filo immaginario e domandargli:

— È refe o seta?

— Ma che! non ho sonno; protesta l'interpellato. Vedo benissimo che non ha in mano nulla.

Ma quello è le mot de la fin. Si va a dormire per ricominciare l’indomani ed il posdomani e tutto l’inverno. Finchè un bel giorno quel burlone di farmacista cava fuori una facezia nuova... per l’annata:

— Qual è l’animale più furbo della creazione?

Risposta del medesimo al medesimo:

— Il baco da seta, perchè mangia sempre la foglia.

Ilarità, gioia generale. L'inverno è finito, è la facezia di primavera. E così, di mezzo secolo in mezzo secolo, questi ingenui campagnuoli si trasmettono il piccolo repertorio di motti, ed il piccolo corredo di mode svecchiati in città, e trascorrono la vita in santa pace, e muoiono come i patriarchi, sazi di giorni.

Io ho goduto a questo modo tutto l'inverno e tutta la primavera, e presto verrà il motto delle foglie cadenti ad avvertirmi che è vicino l’autunno.

L’unico personaggio che stona in questo ambiente di provincia, oltre me che sono un elemento eterogeneo, è la figlia del farmacista.

Oh, non sorridere. La stonatura non è di quelle ricercate che i tenori tentano sopra un do di petto o sopra un la bemolle, e che qualche volta riescono felicemente e fanno la fortuna dell’artista che le ha arrischiate. È una stonatura antipatica.

Questa giovane non ha la floridezza, la serenità di carattere che sono le attrattive delle ragazze di campagna.

È magra, pallida, piccolina, di un aspetto malaticcio, senza quell’espressione di dolcezza che rende interessanti le persone sofferenti. È un anno che la conosco, e l'ho sempre veduta portare fino all’esaurimento, fino allo strazio, lo stesso abito di lana color marrone; una stoffa ed un colore neutri, che transigono colle stagioni. Malgrado il poco sviluppo fisico della Mercede, quell'abito, che doveva possedere fin da quando era in convento, s’è fatto così corto e stretto, che sembra domandare il mondo in testimonio della sua anzianità per essere giubilato; mentre la Mercede ha l'aria di non volersi sviluppare di più, per continuare a capire in quella reliquia di toletta.

È una massaia attiva, pulita, economica, ordinatissima. Ma non si cura affatto di render piacevole la sua persona, come rende piacevole la sua casa, che sembra una casa olandese, malgrado l’economia eccessiva che vi regna.

Parla pochissimo; è cupa ed i suoi modi bruschi sembrano studiati apposta per respingere le simpatie. Accoglie le facezie di suo padre con un silenzio ed una sdegnosa serietà, che devono passare a fil di spada il suo vecchio cuore di uomo di spirito.

Per un pezzo mi fu veramente antipatica, ed ho biasimato severamente nel mio pensiero, la sua freddezza verso il padre e la sua avarizia.

Ma giorni sono venne a casa, in permesso, un capitano che conobbi a Torino, e che ha la famiglia qui. Mi disse la storia di questa fanciulla; ed allora ne fui interessato e commosso.

Oh! Augusto che misteri si nascondono alle volte nel segreto delle famiglie! Si ha sempre torto a voler giudicare dalle apparenze.

Questo farmacista dall’aspetto buono, dal conversare stupidamente giocondo, è una specie di padre Grandet che sagrifica le sue figlie all'avarizia. Ne ha tre (o piuttosto le ha avute) ed un maschio. Le due figliole maggiori le ha fatte monache l’una dopo l’altra in un convento del Sacro Cuore. Ce le aveva poste in educazione perchè la pensione era minima. Quando fu tempo di prendere in casa la prima, calcolò che poteva licenziare la donna di servizio e farla supplire dalla figliola. Così risparmiava d'un colpo la pensione del convento ed il salario della serva, e non aveva nemmeno una bocca di più da mantenere.

Ma al primo abito, al primo paio di scarpe che fu pregato di provvedere, la sua avarizia cominciò a risentirsi, e fece sembrare amari quegli oggetti alla povera giovane a forza di recriminazioni.

Lei, allevata in convento, era devota, ubbidiente, rassegnata. Sopportò in pace i rimproveri ingiusti del padre, e fece offerta al Signore delle privazioni che doveva patire. Andava in chiesa la domenica col suo abito miserabile. Ma era bellina, ed in paese si sapeva che il farmacista Armenti è passabilmente agiato; malgrado il vestire che la sfigurava, la fanciulla fu domandata in moglie da un altro piccolo possidente del paese.

Ci furono dei discorsi fra i due babbi; ma il farmacista mise in campo tali esigenze, tali difficoltà, rese così impossibile alla modesta posizione dell'aspirante l’assicurare il capitale di ventimila lire che egli assegnava in dote alla figlia, che lo obbligò a rinunciare al suo disegno dinanzi a quelli ostacoli insuperabili.

Più tardi capitò un altro partito, appunto l’ufficiale che mi narrò questa storia; e furono le stesse scene. Ma questa volta l’avaro pensò di tagliar corto a quelle domande che lo mettevano alla tortura, perchè in realtà non sapeva rassegnarsi all’idea di staccare quella somma dal suo patrimonio, e di vederne spendere una parte, dissiparla, diceva lui, in mobili e cenci, che non avrebbero fruttato nulla.

Sapeva che per entrare monaca professa al Sacro Cuore bastavano da cinque a seimila lire, e, sborsate quelle, non c’era più da darsi pensiero della figlia; era provveduta per la vita.

Ne fece la proposta alla ragazza. Lei, poveretta, faceva una vita da disperata in casa. Era una serva senza paga, coi rimbrotti e le umiliazioni per giunta. Dei partiti che le erano capitati non sapeva nulla, osava appena mostrarsi fuor di casa in quell’arnese di miseria, e non sperava che nessuno potesse innamorarsi di lei.

I giorni passati in convento, invece, li ricordava come un'epoca serena. aveva una quantità di compagne gioconde; la vita regolata sopra un orario stabilito, scorreva facile; gli studi erano pochi e punto faticosi; i lavori di ricamo e cucito la divertivano; le preghiere e le letture ascetiche la commovevano dolcemente, e davano pascolo alla sua immaginazione.

La proposta di farsi monaca le parve un ritorno a quella esistenza di spensieratezza e di calma, e l'accettò come una benedizione. E rientrò in convento volentieri e ne fu anche contenta poi, perchè col suo carattere placido e sereno non desiderava le tempeste della vita.

Al farmacista avaro non parve vero d’aver trovato quel mezzo facile di cavarsi dal grave impegno delle figliole; e la seconda non la fece neppure uscire dal convento, se non il tempo indispensabile a quella specie di prova della vocazione imposta, dai regolamenti. Ma seppe condurre la prova in modo, che la vocazione, fredda in convento, diventò fervorosa in casa. Furono per la povera novizia una serie di mesi faticosi, passati fra gli odori delle pietanze magre che doveva cucinare lei stessa per la tavola di famiglia, e gli odori nauseabondi della cassia e del tamarindo che si preparavano per la farmacia nella medesima cucina. E sempre la lotta giornaliera per ogni soldo che si doveva spendere, e l'umiliazione di mostrarsi vestita miserabilmente, e la privazione d'ogni parola buona, d'ogni spasso.

In quelle condizioni, anche per lei il ritorno al convento fu una liberazione, una festa. Però questa seconda figlia non aveva il carattere passivo della prima. Nella fredda uniformità della vita claustrale sentì forse potentemente la nostalgia del mondo.

La destinarono all'insegnamento, ed ebbe nella sua classe la sorellina più giovane, l'ultima vittima che l'avarizia del signor Armenti preparava per il convento. E per facilitarle la rassegnazione alla sorte che aspettava, le diede una coltura limitata, non le sviluppò la fantasia, cercò di reprimere lo slancio del suo carattere appassionato; ma fu un sistema sbagliato. La ragazza si trovò contrariata, ed invece di amare il convento, desiderò il mondo, dove le parve che sarebbe più libera. Se la sorella avesse cercato di rivolgere le sue facoltà affettive alla religione, ed esaltarla nel misticismo, sarebbe riuscita meglio a conciliarla col suo avvenire. Ma la povera monaca non aveva lei stessa nessun fervore religioso, e le sarebbe stato impossibile d'inspirarlo ad un'altra.

La Mercede aveva una testa positiva; amava ragionare sulle cose, discutere. Credente in principio, come tutte le ragazze allevate in convento, non si infervorava alle cerimonie ecclesiastiche, riceveva i sacramenti con rispetto, ma senza commoversi, non aveva quell'ardore di fede che fa della religione una passione, che esalta, rapisce in estasi, tutti gli intenerimenti dell’amore, e fa desiderare il raccoglimento della clausura, per assorbirsi in quelle dolcezze mistiche.

 

Le sue passioni erano più terrene e vere. Compiangeva le sorelle, e fin dalle prime insinuazioni che le erano state fatte di prendere il velo si era sempre opposta con fermezza.

Le monache non avevano voluto violentarla, ed avevano dichiarato al padre che la sua terza figliola non aveva il dono della vocazione; ed il padre aveva dovuto rassegnarsi a riprenderla in casa. Ma le aveva dichiarato che dovesse rinunciare addirittura all'idea di maritarsi, perchè lui non le darebbe neppure un soldo di dote, ed alla sua morte le lascerebbe appena seimila lire come aveva sborsato per le sorelle, e chiamerebbe erede il figlio maschio, perchè la roba sua non avesse ad andare fuori di casa.

Da allora è cominciata per la povera Mercede un’esistenza miserabile, una lotta sorda e continua, in cui il padre, a forza d'imporle privazioni, umiliazioni e fatiche, cerca di stancarla e di farla decidere ad entrare in convento per togliersi a quelle vessazioni, e lei oppone un silenzio freddo, e sopporta tutto pur di non farsi monaca.

Io, che avevo biasimato il contegno della Mercede verso suo padre, ora che conosco la sua storia ne sono commosso.

Lungo il giorno padre e figlia non si rivolgono che le parole strettamente necessarie, e da parte del farmacista sono sempre accompagnate da osservazioni pungenti. Nel somministrarle il danaro per le spese giornaliere, non manca mai di farle osservare che è un grave dispendio l’avere una ragazza da mantenere che non guadagna nulla. I lavori che fa in casa non sono considerati ed aumentano sempre; non ha serva e deve bastare a tutto.

È per evitare litigi ed umiliazioni, che la Mercede non domanda mai nulla per , e continua a portare quell'abito meschinissimo da collegiale. Ma è giovane, e si vergogna di quel costume ridicolo; tutte quelle contrarietà l'avviliscono; si rattrista, evita l’intimità delle altre fanciulle, alle quali non vorrebbe dire i suoi dolori; parla poco, ed appare scortese ed ingrata verso il padre che è sempre scherzoso con tutti, e quando c'è gente, rivolge la parola anche a lei con una dolcezza, di cui lei sola sente l’ironia, ma che agli altri sembra una prova di amorevolezza paterna.

— Il babbo è buono, dicono in paese. Finchè il figlio abbia finito gli studi, non ha altra compagnia che questa figliola. Ma lei è sgarbata, ha un cattivo carattere ed è avara. Gli fa vergogna a quel pover'uomo.

Così i dolori che la Mercede sopporta con tanto coraggio, le sono imputati come torti.

T'avevo promesso di descriverti le serate della farmacia per sedare con questo trattamento di monotonia e di prosa le tempeste che ti agitavano. Ma ora pare che il rimedio della farmacia non ti occorra più, dacchè dici che le tempeste sono sedate.

Sta in guardia però. C'era una santa, la regina Teodolinda mi pare, che per convertire i miscredenti alla fede d'un certo suo miracolo, faceva l'altro miracolo di camminare a piedi nudi sopra lastre di ferro arroventate senza bruciarsi i piedi.

Tu cammini sul ferro rovente col tuo disegno di convertire una bella donna alla virtù; ed ho una gran paura che non ti riesca di compire il miracolo della regina Teodolinda.

Bada, che le donne galanti sono come un ritratto al dagherrotipo. Dopo che l'hai guardato in tutte le posizioni e sei corso in tutti gli angoli della casa per trovarci la luce giusta, e sei persuaso che l'hai veduto bene e che è brutto, o così così, ti capita sott'occhio un'altra volta e t'accorgi che è tutto differente, che è bellissimo. Il fatto è che non ne vedi mai nulla di vero, perchè non è una figura vera, è un’illusione ottica.

 

Leonardo.

 




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