XVII.
Augusto
a Leonardo
Ieri sono
entrato solo in casa dell'Eva. Suo marito ha dovuto partire improvvisamente, e
mi ha scritto d'andare a scegliere della musica e di mandarla a Regoledo.
La casa era
tutta chiusa, gelosie ed imposte, e vi filtrava appena una luce scialba da
camera mortuaria traverso le commessure.
I mobili
erano coperti dalle fodere bianche. I grandi seggioloni del salotto colle
braccia corte ed il sedile sproporzionatamente proteso, parevano le salme di
tanti bonzi enormi, accasciati sotto il peso del loro ventre.
Mi faceva una
strana impressione il trovarmi là solo, aprir l’uscio, girare nelle camere come
se fossi il padrone di casa. Nella camera da letto non sono entrato: mi sarebbe
sembrata una profanazione. Del resto non avevo bisogno d'entrarci. La musica
era nel salottino della signora; il salottino dove passava la sera quand’era
qui, dove teneva il bétisier, dove si metteva sul balcone a leggere nel
pomeriggio quando io la vedevo dalla mia finestra.
Che
differenza nelle mie impressioni da allora ad oggi! Se in quei primi giorni
avessi potuto penetrare così, solo, nel segreto della sua vita intima, mi sarei
esaltato, e forse innamorato come un pazzo.
Ieri invece avevo la calma
nel cuore. Ho avuto tempo di conoscerla e di diventarle amico. L’amicizia non
si può sostituire ad un amore spento o conteso. Ma se precede l’amore, è un
antidoto che preserva da quella febbre delirante. Non si può innamorarsi della
nostra sorella.
Il suo
salotto tutto coperto di bianco mi pareva il nido d’una fanciulla. I suoi
mobili sono tutti eleganti, hanno una linea artistica. Le poltroncine piccole,
basse, colla spalliera alta e ricurva, sotto le fodere bianche parevano un
branco di cigni. Si sentiva il profumo dei coni fumanti che lei ha l’abitudine
di bruciare: un lieve odore d'incenso che mi dava l’illusione d’essere in una
chiesa. Provavo lo stesso sgomento misterioso, la stessa riverenza. Camminavo
piano in quella penombra, e se avessi dovuto parlare, avrei parlato sommesso.
Non era la
civettuola che ho veduta posare davanti allo specchio, la frivola signora dai
motti arguti e dal bétisier ch'io richiamava alla memoria in mezzo a
quei mobili bianchi. Era la donna semplice e buona che ho trovata nelle mie
visite a Regoledo, forte nel suo proposito, che sente 1’influenza benefica
della campagna, che desidera migliorarsi e giovare ai suoi simili. Era l’ideale
della virtù che ho sognato tante volte, una donna che si adora, ma non si ama;
una donna per cui si darebbe la vita, ma che non turba il cuore.
Era difficile
fare una scelta nella sua musica. Ha un gusto squisito e la sua raccolta lo
attestava. Mendelssohn, Beethoven, Schumann, Chopin, Vagner; avrei dovuto
mandarle tutto.
Il mio valzer
era là, fra quelle meraviglie dell'ingegno umano, tutto impregnato di
quell'odore d'incenso, come se quel contatto lo avesse santificato. Lo lasciai
dov'era. Sarebbe stata una vanità ridicola il metterlo fra la musica scelta.
Ma mi costò
un sacrificio il rinunciare a sentirglielo suonare lassù, ed a pensare che lo
suonerebbe quand'è sola. Pazienza, lo lasciai nella scansia accanto al piano.
Rimasi
lungamente a guardarmi intorno ripensando il bel sonetto del Petrarca: Qui
tutta umile, e qui la vidi altera....
E tuttavia, com'è sempre
diversa la realtà dal romanzo! Hai mai letto in nessun romanzo che una bella
donna faccia mettere in ordine la sua casa prima di lasciarla? Che! L'ordine è
prosaico. L'arte lo respinge con disprezzo; i pittori dipingeranno sempre le
donne che dormono nude, o press’a poco, mentre nelle abitudini della vita ogni
donna ammodo si corica colla camicia da notte accollata e colle maniche lunghe.
Così nei romanzi entrando nel salotto d’una signora, per quanto ella sia
assente e debba restare assente a lungo, si trova sempre il pianoforte aperto
ed una musica sul leggio, un libro abbandonato sovra un mobile, dei fiori
appassiti, un ricamo avviato che deve sfidare la polvere e le tignole, magari
una lettera incominciata; un'infinità di cose che rivelano i gusti, i pensieri,
le abitudini della signora assente. È uno spediente comodo pei romanzieri.
Ma io non ero
in una casa da romanzo, ed i mobili erano avvolti nelle fodere bianche, la loro
camicia da notte; il pianoforte era chiuso e coperto; la musica ordinata sulla
scansia, e tutti gli albums, i libri, le statuine, i minuti ornamenti,
erano stati riposti. Le tavole erano nude, i vasi di fiori vuoti, ben lavati ed
asciutti, perchè non mandassero cattivo odore.
Spirava il
gelo delle case disabitate; un momento mi balenò l’idea lugubre che il Malvezzi
fosse morto, ed io entrassi là, erede delle sue sostanze, ad impadronirmi di
tutto.
Povero
Malvezzi, buono e generoso! Quell'illusione passeggiera mi fece male al cuore.
Mi ha scritta una lettera da vero amico; è il più caro ch’io abbia dopo di te;
il solo. Ha un bel carattere tollerante e giusto, un cuore espansivo, che le
sue preoccupazioni positive non hanno inaridito; è sincero: lo si sente nella
sua voce, nelle sue parole, ne' suoi modi semplici; l'amicizia che m'ha
inspirata è la migliore guarentigia che poteva prendere dell'onestà de' miei
rapporti con sua moglie.
Sentii il
bisogno della luce per cacciare quell'idea nera. Apersi un momento il balcone e
guardai in su. Mi parve una strana cosa quel cambiamento di posto. Ero là io,
dove l'avevo veduta tante volte lei senza conoscerla.
«Chi
l'avria detto mai, che l'uno all'altra
Tanto
incogniti pria, poi cari tanto....»
È una cosa di
cui facciamo sempre le meraviglie, e che in realtà sorprende sempre; e pure
tutti gli amici cominciano dal non conoscersi, per divenir poi più o meno cari
l’uno all’altro. «Le son fila d’Iddio».
La mia
finestra non si vedeva affatto. Senza dubbio l'Eva ignorava che esistesse,
quella volta del bagno.
Questa
memoria mi turbò un momento. Guardai l'uscio dietro il pianoforte, l'uscio del
bagno; ed ebbi una fuggevole tentazione d'aprirlo. Ma mi parve una profanazione
degna soltanto del mio scolaro bottegaio; e scacciai quel pensiero.
Non volli
essere indiscreto in nulla.
Il Malvezzi
m'aveva consigliato di portarle la musica io stesso. Ma preferii mandargliela,
e le scrissi soltanto un biglietto.
Credo che la
solitudine le giovi ad interrogare sè stessa ed a farla pensare. La nostra
amicizia tranquilla non ha bisogno delle visite frequenti, degli sfoghi
enfatici degli amanti. È un affetto che mette la pace nella coscienza e nel
cuore. Posso amare suo marito ed essergli sinceramente amico, volendo bene a
lei, e godendo la sua dolce intimità.
Nessuna delle
tempeste passate mi ha procurato mai delle soddisfazioni tanto elevate. Ti
giuro che il miracolo della regina Teodolinda è compiuto. Non vorrei cambiare
questa nobile amicizia colle inquietudini, le burrasche, i rimorsi che
avvelenano sempre l'amore.
Augusto
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