XXI.
Augusto
a Leonardo
Perchè, in
nome del cielo, m'hai lasciato fare quel giuramento? Era l'orgoglio di Satana
che ce lo consigliava. Nessun uomo è superiore alle debolezze della sua età;
nessuno può annientare le sue passioni, soffocare col ragionamento gl'istinti
della natura.
Iddio ha
messo nel suo paradiso gli alberi del bene e del male; e noi, superbi, abbiamo
voluto sradicarne uno. Ma nello sforzo di sradicare il male, sono caduto
indietro strascinandolo con me, e trovai che l'avevo abbracciato.
Sono
innamorato, Leonardo. Sono innamorato di quella donna come non lo fui mai di
nessun’altra. Non ricordarmi i tuoi consigli, non domandarmi perchè non li ho
seguiti. Era troppo tardi; fu sempre troppo tardi.
Fin dal primo
giorno che l'ho veduta sono stato legato irrevocabilmente a lei. Non mi è più
uscita dal pensiero. I miei scrupoli, l’avviso gesuitico di chiudere il bagno,
i miei giudizi severi, i miei risentimenti, l’asprezza dei miei rimproveri, lo
zelo di convertirla, tutto codesto non era che amore; un profondo, un
invincibile amore, che s'imponeva alla mia ragione, alla mia volontà, a’miei
propositi.
Ho lottato
eroicamente ed in buona fede. Ho cercato di appagare il mio cuore
coll'amicizia, coll’intimità pura. Ho voluto insegnare anche a lei quella virtù
severa che condanna le mie aspirazioni; le ho dato io stesso quest’arma per
combattermi.
Ma fu un
eroismo che mi sacrificò senza correggermi. Pensavo sempre, con un’insistenza
febbrile, di dirle tutti i desideri che risentiva la mia parte di creta; di
rapirla a’ suoi doveri, alla tirannia delle affezioni legittime; di isolarla
dal mondo con uno scandalo audace che ci disonorasse tutti e due, per legarci
irrevocabilmente l'uno all'altra, e per dire alla società ipocrita:
— Questa
donna che voi disprezzate, io la metto al di sopra d'ogni cosa più bella e
cara; e vado superbo di possederla; ed è la gloria e l’amore della mia vita.
Suo marito
era sempre assente. Scriveva ogni giorno, ma non tornava mai. Ed io, nella
lealtà del mio cuore, desideravo onestamente che venisse, lo invocavo contro la
passione che sentivo montare come una marea su su nel mio cuore.
E lui da
Genova mi scriveva continuamente per le trattative della mia opera, e mi
ripeteva sempre:
— Va a
Regoledo; fa compagnia a mia moglie; bada che stia di buon animo e si diverta.
Ed io andavo,
ripetendo a me stesso che la fiducia leale di quell'uomo doveva essermi una
salvaguardia. Andavo a Regoledo; avevo una camera all’albergo per la notte.
Alle volte
passavo tutta una giornata fuori, senza dire una parola d’affetto all'Eva.
Pensavo a suo marito che m'aveva fatto del bene e che l’affidava a me. Era un
deposito sacro. Mi pareva che mi sarei bruciata una mano come Scevola, prima di
fare un atto che offendesse quella fiducia d'amico.
Ma facevo una
grande violenza a me stesso; e l’immensità del sacrificio misurava l’immensità
dell’amore.
Sì. Eva
m’aveva rimproverato d'essere serio come un vecchio; ed io mi mostravo più
serio, più vecchio, più pedante, per poter dire alla mia coscienza che non
facevo nulla per innamorarla di me.
Ma intanto io
m'innamoravo di lei. Quanto piú la contendevo alle mie brame, tanto più la
desideravo coll’ardore delle cose proibite.
Quel primo
giorno in cui l’avevo veduta, quella scena del bagno, mi si era fissata dinanzi
al pensiero come una visione costante, incancellabile. Vedevo quel braccio e
quella spalla nudi; ne scorgevo la bianchezza abbagliante traverso la stoffa
degli abiti, traverso i muri e lo spazio che ci separavano. Sentivo contro le
mie guance, sotto le mie labbra la morbidezza di quelle forme da Dea. Ci
pensavo con insistenza, e mi esaltavo fino ad una specie di vaneggiamento che
m’inebriava ma mi lasciava prostrato come un estatico.
Andavo due
volte la settimana a Regoledo; sovente mi fermavo due, tre giorni. Si passavano
le giornate insieme passeggiando per la campagna, sui monti, remando sul lago,
discorrendo di cose alte e belle. C'innalzavamo idealmente al di sopra del
mondo, e ci sentivamo uniti in quella comunanza pura d'affetti. Sorvolavamo
alla terra come Paolo e Francesca nella purezza del loro amplesso espiatorio
traverso l'eternità.
La sua bimba
era il solo testimone dei nostri lunghi colloqui; ma non li comprendeva;
giocava accanto a noi senza badarci, o c'interrompeva con qualche parola
enfatica alla sua maniera. Era un testimonio inconscio che teneva in freno la
mia passione, senza tuttavia rendermi schiavo, e lasciandomi tutta la libertà
di parola. Era come un uscio socchiuso, come una finestra aperta; che non
impediscono di parlare, ma ci obbligano a farlo con un certo riserbo.
Ed era un incentivo
di più.
Ci chiamavamo
amici; ci stringevamo la mano. Ma, sotto quell’apparenza di pace mistica, io mi
sentivo la tempesta nel cuore.
Una sera
stavamo seduti l'uno accanto all'altra in giardino ed avevamo avviato uno dei
soliti discorsi insidiosi. L'Eva aveva cominciato a dire che se il Malvezzi
fosse stato giovane, ed avesse avuto le sue idee, si sarebbe ritirato a vivere
in campagna a fondare un grande opificio per dare del lavoro a tutti i poveri;
e lei avrebbe organizzato l'orario, perchè le fatiche di ciascuno fossero
proporzionate alle forze, ed il compenso proporzionato ai bisogni.
E m'ero
figurato d'esser io al posto di quel Malvezzi giovane immaginario; forse se
l'era figurato anche lei.
Pensando
l'approvazione amorosa dello sposo per quella donna virtuosa, la sua fiducia,
il loro amore grande e nobile, spoglio da tutte le civetterie, dalle gelosie,
dagli egoismi, dalle miserie piccole con cui la vita di società avvelena i
sentimenti grandi, ci eravamo esaltati e commossi.
Quell’amore era
il nostro. Eravamo appunto in campagna, e soli; sentivamo tutto
quell’entusiasmo pel bene, e ci amavamo così.
Non avevo che
a stendere le braccia per attirarla sul mio cuore. Un momento fui sul punto di
cedere a quella tentazione angosciosa. Avevo le vertigini; il cuore mi batteva
con violenza, tutti i nervi tremavano, ed una commozione violenta mi stringeva
alla gola come un impeto di pianto.
Oh, se avessi
potuto!
Sarebbe stata
una di quelle gioie che valgono tutta una vita. Abbracciarla ben stretta, sfogare
la passione lungamente repressa in un delirio di parole innamorate e di
carezze, e poi portare il mio tesoro alla spiaggia, gettarci nel lago così
strettamente congiunti, e convertire la morte in una gioia d'amore. Senti
Leonardo. Io non so come ho resistito. Forse è stato un eroismo da martire, o
forse è stato l’eccesso medesimo della commozione e del desiderio che mi ha
paralizzato dinanzi a quella felicità troppo grande. Ma comunque sia,
l’abnegazione di quel momento deve bastare per espiare tutta una vita di quelle
ebbrezze sataniche che il rimorso acuisce, ma avvelena.
Pareva che
anche lei fosse commossa. Stava zitta ed immobile come se temesse con un atto o
con una voce di interrompere il mio delirio, di richiamarmi alla realtà; era
come un fanciullo che sta cheto ed ammutisce per paura di spaventare e mettere
in fuga la farfalla che s’avvicina alla sua rete. Ma voleva realmente che
cadessi in quella rete di passione? Voleva che seguissi il filo del mio
delirio, che osassi quanto mi consigliavano le impazienze della mia fantasia
innamorata?
Se lo voleva,
doveva essere un'aspirazione incosciente; una prostrazione della volontà sotto
la pressione del sentimento imperioso: perchè, dacchè la conosco meglio, so che
è dignitosa, e sfugge tutto quello che c'è d'ignobilmente provocante nei
discorsi galanti di molte donne. Io le dissi:
— Eva.
Quando la
chiamo Eva, mi ringrazia sempre con un sorriso. Ma quella sera non sorrise.
Anche alla pallida luce del crepuscolo vedevo il suo volto bianco come il
marmo, e serio. Si scosse al suono della mia voce, e si alzò guardandosi
intorno impaurita.
— Eva —
tornai a dire, — non allontanatevi; mi fate male.
Mi si accostò
guardandomi coll'occhio triste, poi disse con quella schiettezza senza
civetteria che la rende così grande e bella:
— Augusto, è
la vostra virtù che fa male al cuore. Poi mi porse la mano, e soggiunse:
—
Perdonatemi; ero più felice prima.
E si
allontanò lenta lenta, senza che io pensassi a seguirla.
Era la prima
volta che mi chiamava Augusto. Anche nell’intimità del voi m’aveva
sempre detto maestro.
In amore non
c’è mai nulla di nuovo. Tutti gli innamorati si commovono quando si sentono
chiamati per la prima volta col loro nome dalla donna che amano. Ma per tutti è
sempre la stessa tenerezza, lo stesso godimento profondo. Compiango Paolo e
Virginia che non sono passati per quelle dolci gradazioni d’intimità. Non ho
mai capito quell'amore che progrediva lentamente cogli anni, e si faceva grande
come le loro gambe e le braccia, a misura che i vestiti si facevano piccini.
Quel nome,
quel male al cuore che turbava l’Eva, e la sua voce profonda mi commossero come
un bacio. Aveva compreso il mio amore, e vi partecipava? Oh mio Dio! in quel
momento mi parve di sì.
Mi vidi
sull'orlo d’un precipizio e sentii che per nulla al mondo avrei voluto
ritrarmene, e resistere all'amore di quella donna desiderata e cara. Potevo
forse resistere al mio; ma il suo era troppo per le mie forze.
Ero ancora là
seduto, quando l'Eva si affacciò alla finestra stendendo fuori le braccia in
croce per tirare a sè le gelosie. Nell’esaltazione del mio pensiero mi parve
che stendesse le braccia a me, e balzai in piedi smanioso protendendo le mani
anch’io, e mettendo delle interiezioni inarticolate, dei sì ripetuti e
sommessi, incapace di concepire un pensiero chiaro, o di dire una parola.
Ma fu un
minuto. Le gelosie si chiusero e non vidi più nulla.
C’era un
chiaro di luna splendido. Andai giù giù in fondo al giardino, e mi posi a
sedere presso una siepe che divide il giardino dall'orto.
Di là vedevo
la casa staccarsi dal fondo plumbeo del cielo, e distinguevo fra le altre
quella finestra chiusa, nella facciata illuminata melanconicamente da quella
luce bianca.
Nello stagno
gracidavano le rane e tratto tratto si udivano fare il tonfo nell'acqua. E
dietro a me, in lontananza, ad intervalli regolari, sentivo l'urto freddo
dell’onda sulla spiaggia; mi pareva che mi spruzzasse d’acqua gelata.
Pensavo delle
cose insensate!
Se il mondo
stesse sempre in questa luce scialba ed in questo silenzio, non si
ridesterebbero i bisogni materiali. Non si ha fame, non si prepara una tavola a
chiaro di luna: non si scrive, non si legge, non si lavora, non si combinano
affari. È una luce fantastica, non è la luce regolare della vita. Se fosse
sempre così, potrei prendere l’Eva per mano, e traversare il mondo con lei, e
farla mia alla faccia del cielo senza che nessuno lo trovasse irregolare e mi
dicesse: Perchè?
Il mondo
dormirebbe.
E mi figuravo
una casetta isolata in mezzo a quel pallido riflesso d'argento che mi faceva
una specie di velo agli occhi ed alla fantasia. Ero là coll'Eva, ma ci
sentivamo oppressi da quella luce illusoria e metallica; ci pareva una
limitazione della vita; e desideravamo ardentemente il sole col suo splendore.
Ma appena nel
mio pensiero evocavo il chiarore vivo del sole, la visione svaniva, e tra me e
la mia donna si rizzavano i suoi legami legittimi, le leggi del mondo, ed il
mio giuramento.
Mi ero steso
supino, colle mani incrociate dietro il capo e gli occhi fissi nella faccia
tonda della luna. Mi sentivo snervato. Non avevo la forza di rizzarmi per
andare all’albergo. A lungo fissare quella superficie lucida e chiara i miei
occhi si stancarono. Li chiusi per riposarli, ed a poco a poco le mie visioni
si confusero colle immagini vaghe dei sogni, in cui, fra tante persone e cose e
vicende incoerenti, che passavano senza lasciare traccia nè memoria, tornava
sempre la bella figura commossa dell'Eva.
Ero passato
traverso un tempo infinito, e tanti avvenimenti meravigliosi ed improbabili da riempire
la venerabile esistenza di dieci patriarchi; e tornavo a trovarmi per la
centomilesima volta inginocchiato dinanzi all'Eva, e lei si ritraeva impaurita,
di quella paura debole e sgomenta che teme d’esser vinta e rivela l’amore; ed
io mi trascinavo sulle ginocchia stendendo le braccia per raggiungerla, quando
sentii l'impressione soave d'un bacio sopra un'occhio, e poi sopra l’altro.
Qualche cosa di tenero, di lievissimo, di carezzevole, che mi fece correre un
brivido fino al cuore, e mi scosse tutto.
Era lei. In
quel momento mi parve di morire. Mi passò dinanzi, come una visione nera, il
mio giuramento, l’ombra di mio fratello; mi sentii colpevole, spergiuro, e
stesi le braccia per abbracciare la colpa, mormorando fra i baci: Eva!
Ma sentii un
corpicino minuscolo e nervoso che si dibatteva in una convulsione di risa, e mi
risuonò all'orecchio il cachinno della Marichita.
L'Eva era
scesa con lei in giardino all'alba, e vedendomi là addormentato, l'aveva
mandata a svegliarmi.
Ma all'udirmi
susurrare il suo nome a quel modo, fra una furia di baci, non si divertì come la Marichita dell'equivoco.
Comprese la mia illusione, e forse lo sgomento la fece ammutolire. Non mi disse
una parola; richiamò la bambina e si ritirò in casa senza neppure guardarmi.
Alla lezione
della bimba non la vidi. Mi fece dire che aspettava della gente a pranzo; che
doveva dare degli ordini.
Ma non
m’inquietai. Ero sicuro che non era offesa. Avevo letto sul suo volto una
grande commozione, un grande abbattimento. Era ancora la paura di lasciarsi
vincere, il sentimento della propria debolezza che la faceva fuggire. E quella
debolezza era il mio trionfo.
Mi era
entrata nel cuore la fiducia d'essere amato, ed era così bella, che
m’inebbriava quasi come la presenza stessa dell'Eva.
Stavo là solo
in quella stanza da pranzo fresca, alla luce mitigata dalle persiane; mi ero
posto a sedere in una sedia a dondolo, e cullavo i miei sogni come un uomo
beato; sorridevo alle mie speranze; vedevo delle oasi incantevoli; udivo delle
melodie dolcissime in mezzo al coro incessante e monotono delle cicale che
sonava alto nel silenzio della campagna.
Alle tre
giunse il primo ospite.
Non feci che
adagiarmi meglio nella poltrona e voltarla verso l'uscio per poter cogliere il
primo sguardo dell'Eva quando entrerebbe. Sentivo d'essere amato, ed il mio
orizzonte s'era ristretto nei limiti di quella gioia; o piuttosto quella gioia
era così vasta, infinita, imperiosa, che aveva occupato sola tutto l’orizzonte
fin dove giungeva il mio pensiero. Vicino, lontano, nel presente,
nell'avvenire, non vedevo che quell'amore.
Il nuovo
venuto non rappresentava altro a’ miei occhi che una causa per far scendere
l'Eva dove ero io. Ed una volta scesa, sarebbe là per me. Mi pareva che l'altro
si sarebbe ecclissato, sarebbe scomparso.
Ma l'Eva
entrò, e fu come se mi avesse spinto dall'alto d’una cima che dominasse
l’immensità del mondo, in un abisso buio. Non mi volse lo sguardo, non girò la
testa neppure un momento verso la sedia a dondolo, dove sapeva di trovarmi
perchè era il mio solito posto. Non era scesa per me.
Si fece
incontro all'altro stendendo tutte e due le mani e gridando:
— Oh caro,
caro tenente!. Ha smesso finalmente di fare il broncio al nostro lago!
Il caro
tenente rispose che non sarebbe stato possibile non amare un luogo dove
c’era una bella signora.
E lei a
dubitare di quella protesta perchè non s'era mai fatto vedere in tutta
l'estate.
Avviarono una
conversazione animata su quel tuono di scipitaggine e di personalità, finchè
giunsero gli altri invitati; dei vicini di villa; delle ragazze che sospirano
un marito; delle maritate che vorrebbero non averlo; dei mariti triviali; dei
giovani leggieri.
E la Eva a sfarfallare in mezzo a
quella gente come nel suo elemento; sempre in botta e risposta coll'ufficiale,
raccogliendo le sue parole come perle, collezionando i suoi complimenti,
facendoglieli stemperare per gustarli meglio, affettando modestia per farsi
rincarare la dose dell’adulazione.
La rividi
come l'avevo veduta la prima volta in casa sua, frivola, mordace, vana.
Il suo cuore,
che credevo di avere ridestato ai sentimenti più nobili, ora palpitava soltanto
per la smania di innamorare un uomo volgare.
Credo che la Santa Inquisizione
non abbia inventato mai nulla di più crudele del supplizio che m’inflisse l'Eva
quel giorno.
La gelosia mi
rodeva. Mi batteva il cuore colla concitazione convulsa di chi sta per
prorompere in uno sfogo impetuoso. Mi sentivo pallido di quella pallidezza
irosa che scolora anche le labbra, quando il sangue sembra ritirarsi da tutte
le vene e lasciarle fredde, per affluire sussultante al cuore. Tremavo tutto.
Avevo la gola arsa. Se avessi parlato, la mia voce sarebbe uscita oscillante, o
forse strangolata da un impeto di pianto rabbioso.
Tratto tratto
mi saliva al cervello una vampata di sdegno che mi acciecava, ed ero sul punto
di alzarmi, gettarle una parola sprezzante, ed uscire. Ma subito mi vedevo
fuori, esiliato volontariamente e per sempre da quella casa, col mio odio
disperato per tutti quelli che avvicinavano l’Eva, e la smania impotente di
sapere cosa sarebbe accaduto là dentro.
Tutte le
parole che l’Eva diceva a quell'ufficiale mi pareva che avessero un senso
recondito; le trovavo sfacciate. E per lui non c'era espressione che mi
sembrasse sufficiente ad esprimere l’immenso disprezzo con cui lo giudicavo.
Questo non
era giustificato; non lo conoscevo punto. Sapevo soltanto che a trentasei anni
era ancora tenente, ed al mio occhio geloso questo fatto assumeva delle
proporzioni smisurate ed assurde. O era un brevetto di cretinismo che doveva
renderlo il ridicolo dell’umanità; o era la punizione di qualche atto
sleale.... Ad ogni modo non gli avrei steso la mano di sicuro; nessun uomo che
avesse sentimenti d’onore l’avrebbe fatto; era una vergogna l’averlo ricevuto
in casa....
Tu sai, Leonardo,
a che esagerazioni mi porta il mio cervello malato quando una delle mie
passioni violente, l'odio, l'amore, la gelosia, mi avvelena il cuore. Ora erano
tutte e tre congiunte, ed erano nel momento del massimo esaltamento, prima che
avessero trovato sfogo in una parola o conforto in una speranza.
Fu una
giornata d'inferno. La sera, quando mi ritirai solo, mi cacciai le mani nei
capelli, mi morsi le dita, mi dibattei disperato in una convulsione di pianto.
Vagai più d'un'ora
come un pazzo per la campagna, assorto in quell'unico pensiero.
Dopo gli
impeti d’ira vennero i dubbi: se mi fossi ingannato? Se non avesse amato
quell’ufficiale? e poi il pentimento d'averla trattata male; e poi la memoria
solenne del nostro giuramento.
Oh Dio!
quanto ero lontano dalla virtù! Invece di riprendere con indulgenza quella
donna giovane che mi chiamava amico, l’avevo disprezzata; avevo ascoltato
soltanto la mia ira, il mio spasimo. Era ancora l'egoismo che tu m'avevi
rimproverato; m'ero occupato di me solo, invece di pensare a lei, di
consigliarla, di ricordarle il suo dovere.
Mi ritirai
all'albergo spossato, coll'animo pieno di proponimenti eroici, e le scrissi una
lettera in cui credetti di parlarle da amico, un linguaggio severo ma spassionato
e rispettoso.
Pur troppo
non era che un altro modo di sragionare; non ero padrone di me. L'amarezza
dell’ironia, l'insulto brutale, la gelosia mal repressa, si nascondevano male
sotto l’apparenza dell’amicizia austera e della virtù. Non era un atto leale da
amico; era uno sfogo insensato da amante offeso e superbo.
L'Eva si
sentì oltraggiata da quella lettera. Non mi volse la parola per tutto il
giorno. Ero là in casa sua, come un parassita che la padrona di casa sdegnava.
Nel mio orgoglio da Satana, puoi figurarti come soffrissi di quella
umiliazione. Arrossivo dinanzi ai servitori che mi vedevano sedere alla tavola
a cui nessuno m’invitava.
E se prima
ero rimasto per la smania gelosa di vedere e di sorvegliare, ora rimanevo come
un penitente, come un mendico, per implorare un segno di perdono. Perchè avevo
riconosciuto che ero stato ingiusto, che avevo calunniato quella donna che
amavo.
Quello
sciocco ufficiale era il fidanzato d'una sua parente; dovevano sposarsi fra
poco, tutti lo sapevano. L'Eva s'era occupata di lui, unicamente per non
occuparsi di me, per punirmi, con quella evidente noncuranza, della pazzia che
avevo fatto la mattina, quando avevo susurrato il suo nome mentre tempestavo di
baci il visino della Marichita. Tutto codesto mi riuscì chiaro, evidente,
appena seppi in che rapporti si trovava con quell'ufficiale. Ma intanto l'avevo
offesa grossolanamente co’ miei sospetti, co’ miei rimproveri.
Non puoi
credere che profondo pentimento mi era entrato nel cuore. Avrei dato la mia
vita per farmi perdonare. Passavo delle ore a fissare supplichevolmente quegli
occhi belli, che mi schivavano con ostinazione.
Se avessi
potuto vederla un momento da sola, avrei trovato nella mia disperazione delle
parole per commoverla. Ma s'era trincerata dietro due ospiti che aveva
trattenute. Scendeva con loro il mattino, passeggiava con loro, non le
abbandonava un minuto.
Ed intanto
vedevo dal suo bel volto sincero che aveva un grande cruccio sul cuore. Oh se
avessi potuto levarglielo! dirle quanto ero pentito! come mi trovavo ingrato,
ingiusto, stupido per averla offesa, e come ne ero infelice, e come l’adoravo!
Si passarono
tre giorni, tantaleggiando a quel modo, a due passi di distanza, vedendoci a
tutte le ore, con una parola che ci gonfiava il cuore e che non potevamo dire.
Ieri mattina
quando scese a colazione era pallida, aveva gli occhi stanchi ed un po’
arrossati; si vedeva che aveva vegliato e pianto.
Avrei pianto
anch'io in quel momento. Le andai incontro premurosamente a salutarla, cercando
di mettere nella voce, nello sguardo, tutte le suppliche, tutto il pentimento
che avrei voluto dirle.
Mi rispose appena, per
riguardo agli altri che ci osservavano, ma freddamente e senza pur guardarmi.
Più tardi mi provai a susurrarle qualche parola sommessa, mentre una signora
sonava e si stava tutti intorno al pianoforte; ma non mi rispose affatto.
Ero
disperato, mi pareva d'impazzire. Avevo l'anima così colma di tenerezza che
penavo a contenermi; ne soffrivo; susurravo tra me delle parole d'amore: «Cara,
cara ….», e mi sentivo gli occhi bagnati di pianto, e mi pareva di cadere.
Passai tutte
le ore del pomeriggio steso sull'erba in giardino, col volto nascosto fra le
mani, chiudendo gli occhi per raccogliermi nella visione che m'innamorava e mi
disperava.
Quando suonò
la campana del pranzo mi alzai ed entrai in casa come un matto, con gli occhi
gonfi, i capelli arruffati, gli abiti scomposti, senza ricordarmi di fare
toletta, pensando soltanto di rivedere l'Eva subito.
Credo che
questa gente — parlo degli ospiti e dei vicini di villa — mettano tutte le mie
stranezze sul conto dell'arte. Sono di quelle persone dalle idee convenzionali,
per cui un artista ed un pazzo sono la stessa cosa; e se vedessero Verdi fare
delle cose ragionevoli, direbbero che non è artista.
L'Eva è la
sola che capisce il mio stato, e si vede che la sgomenta.
Tutto il
giorno era stata preoccupata e mesta; durava fatica a sostenere la
conversazione.
La sera venne
uno di quegli uragani neri che aumentano ancora l'oscurità della notte. Il
tuono rombava minacciosamente. I servitori portarono i lumi, e s’affrettarono a
chiudere gelosie ed imposte per tutta la casa.
— È un
peccato perdere questo spettacolo — disse l'Eva. — È bello vedere il temporale
di notte.
Si alzò, andò
in una vasta galleria accanto al salotto, e riaperse le imposte. Alcune signore
e quasi tutti gli uomini la seguirono.
C'erano due
finestre ed un balcone, ed un sedile alto ed incomodo correva lungo i muri
laterali.
Io pure la
seguii e rimasi a contemplare quella scena violenta. Ero taciturno più del
solito; non attiravo le simpatie di quei signori, o almeno non li incoraggiavo
a rivolgermi il discorso. S’erano aggruppati dall'altro lato della galleria, e
parlavano e ridevano forte fra loro, con quel conversare assordante e confuso che
isola quelli che non vi prendono parte, ed incoraggia gli ardimenti delle
parole segrete più che non facciano il silenzio e la solitudine.
Io mi trovai
solo sul balcone aperto. Di fuori nereggiava un tetro paesaggio dì ombre. Sopra
un fondo di cielo del più cupo plumbeo si accavallavano immense nuvole nere,
mobili e leggiere come ondate di fumo. E tratto tratto un lampo, due lampi,
tagliavano le tenebre con una linea di fuoco contorta, angolosa, guizzavano
come rabbiosi serpenti d'oro, s’urtavano disperatamente in una fuga
vertiginosa, ed andavano a perdersi nel fondo buio dell’orizzonte.
Mi piaceva
d’essere là a capo scoperto, di sentire il vento sferzarmi il volto, sollevarmi
i capelli, sibilarmi all'orecchio i fischi acuti, con cui la maggioranza ignorante
dell'umanità schernisce e scoraggia gli sforzi operosi dell'ingegno. Pensavo
che forse un giorno, non più nelle tenebre misteriose, ma alla luce abbagliante
d’un grande teatro mi sentirei gettare in faccia quella sfida sragionata ed
ingiusta; e dicevo fra me:
— Affronterò
quella tempesta come questa; a fronte alta, senza impaurirmi, senza fuggire.
Poi soggiungevo: Ho conosciuti dolori più grandi. E risentivo in cuore tutta
l’amarezza di quello sdegno muto che allontanava l'Eva da me e mi disperava.
Ad un tratto
due lampi s'incrociarono quasi sul mio capo e mi avvolsero tutto in una luce
infuocata, fulminea. Nella mia disperazione ebbi un pensiero terribile:
— Se il
fulmine m'incenerisse!
Lo stesso
pensiero aveva traversata un'altra mente come una minaccia spaventosa. Udii un
grido represso. Mi voltai, ed al guizzare ripetuto dei lampi che rischiararono
un minuto ancora tutto lo spazio dinanzi al balcone, vidi il volto pallido
dell'Eva inondato di pianto, ed i suoi grandi occhi neri che mi fissavano appassionatamente.
Era sola sul
sedile in faccia a me, e là nascosta nelle tenebre, contemplava la mia figura
che si disegnava come una macchia nera nella oscurità vuota e profonda della
finestra aperta. Il lampo mi aveva rivelato il segreto ch’ella aveva voluto
nascondere nel buio della notte; il segreto che il mio cuore aveva indovinato.
Mi amava.
Dopo tante
ansietà e tanto sconforto, quella rivelazione mi giunse inaspettata come la
grazia che ferma un condannato ai piedi del patibolo. Eppure quella convinzione,
in quel rapido momento mi era entrata così profondamente nel cuore, che se
l’Eva stessa m'avesse detto che non mi amava, non l'avrei creduta, avrei
giurato anche a lei che mentiva. La passione che avevo letta sul suo volto e
nell'intensità del suo sguardo, nessuna voce umana, neppure la sua avrebbe
potuto smentirla.
Sentivo che
le nostre anime s'erano comprese, mi parve che m'avesse chiamato a sè.
Traversai la galleria scura, col cuore palpitante, col passo incerto, attratto
da una forza magnetica. Ero commosso fino al pianto; non avrei potuto dire una
parola. Cinsi con un braccio le spalle dell’Eva, come se fosse stata mia sposa,
come se me l'avessero data in quel momento per un sacro diritto.
Sentii la sua
testa cadermi abbandonata sul petto, e tutto il suo corpo fremere e sussultare
in un pianto affannoso. Pazzo d'amore, me la strinsi al cuore, la baciai con un
ardore insensato sulla fronte, sugli occhi, sulle labbra. Ella rimaneva inerte
nelle mie braccia. Ad un tratto, come cedendo ad un impeto di passione
disperata, la sua bocca fremente si strinse alla mia in un bacio, che mi fece
quasi svenire.
In quel
momento s'udì correre ed agitarsi, e l'Eva svincolandosi da me fuggì nel
salotto.
La pioggia
cadeva a rovesci, e battuta dal vento contro le finestre, inondava la stanza e
ci spruzzava tutti. Le signore s’erano rifugiate in sala, gli uomini
s'affacciavano coraggiosamente per chiudere le imposte; fu un andare, un
venire, un parlar forte da una stanza all'altra, una confusione.
Quando
raggiunsi la compagnia, l'Eva aveva gli occhi rossi e si nascondeva nell'ombra
del paralume. I suoi ospiti le stavano intorno chiedendo di essere ricoverati
per la notte alla villa, perchè la pioggia torrenziale minacciava di non
cessare per un pezzo. C'erano due matrone rispettabili e dei babbi vecchi;
eravamo molti, e la cosa si poteva fare senza paura di suscitare commenti. La
casa era abbastanza vasta per tutti. Del resto non si poteva fare altrimenti.
Le strade erano impraticabili.
Così
rimanemmo tutti qui, nelle varie camere destinate agli ospiti, ed è dalla sua
villa che ti scrivo. Vedo in faccia a me dall'altro lato del cortile la sua
finestra. Un solo corridoio mi separa da lei.
O Leo, io
sono debole, sono vile. Pur troppo do ragione al motto scoraggiante di Bruto: «Virtù,
non sei che un nome». Adoro questa donna con tutte le mie facoltà buone
e perverse. La sento venire a me per l'attrazione irresistibile della gioventù
e dell'amore.
Un'ora fa,
mentre tutta la casa dormiva, ero corso come un pazzo fino all'uscio della sua
stanza, a rischio di comprometterla, di fare uno scandalo. Se fossa stato
aperto, a quest'ora quella donna sarebbe mia. La camera era chiusa, ma che
importa? Sarà mia domani.
Che cosa
posso fare? Qualunque sia l’Ente che presiede all'ordine delle cose, chiamalo
Dio o Natura, o Caso, o Destino, poichè ha messa questa donna sulla mia strada,
poichè ha stabilito fra noi quel fascino che ci attira, è evidente che voleva
unirci. Non è un ribellarci alle leggi della Natura, agl'istinti dell'umanità,
il combattere una passione che è la nostra vita?
Mi ama, mi
ama. Tu non hai saputo mai cosa voglia dire questa parola; altrimenti
comprenderesti che l’onore, il dovere e tutti i giuramenti della terra non sono
nulla dinanzi a quell’attrazione irresistibile. Se un giorno amerai, freddo
puritano, vedrai il tuo edificio di massime e di doveri virtuosamente
architettato, rovinare, sfasciarsi, pel semplice accelerarsi dei battiti del
tuo cuore, come le case di Pompei alle scosse del terremoto.
Allora
comprenderai la forza invincibile di questa grande debolezza umana che
chiamiamo l’amore, e ti sentirai vinto nella tua fede, e dirai come me, come
Bruto: Virtù non sei che un nome.
Augusto.
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