XXIII.
Augusto
ad Eva.
Vi scrivo da
Milano. Questa mattina avrete trovato la mia stanza deserta. Oh Eva! Bruto ha
mentito. La virtù non è un nome soltanto. È una divinità inesorabile, una legge
che ci uccide, ma a cui la coscienza non può resistere.
Oggi mi ha
respinto lontano da voi; lontano da te, Eva; perchè ti amavo; con tutta la
passione della mia anima ti amavo, e te l'avevo detto, e mi struggeva il cuore
un desiderio immenso, una sete febbrile di possederti.
E se fossi
rimasto, quel desiderio, forte come la natura e la gioventù, avrebbe vinto la
mia ragione debole, i miei propositi vacillanti, e sarei stato colpevole, e mi
sarei strisciato ai tuoi piedi come il serpente del paradiso. Eva, per
trascinarti al male, per renderti infelice e maledetta, io che avevo voluto
fare di te l'ideale incarnato della virtù.
Ero già
dominato; bestemmiavo quel mio idolo severo, rinnegavo la mia fede, non
riconoscevo altra potenza che il mio amore, non credevo che in esso, e pensavo:
domani sarai mia.
Tu avevi
chiuso il tuo uscio a chiave. Perchè? Avevi paura di me? O di te stessa? Sì,
anche di te. Di tutti e due temevi la debolezza, perchè sapevi di non avere la
forza di resistermi.
Oh, lasciami
questa dolce fede! Che importa ora al tuo amor proprio? Non dovrai più
arrossire davanti a me, perchè non ti vedrò più. Del resto, non potresti
negarlo; il tuo uscio chiuso a chiave era una confessione.
Io ero pazzo
ieri sera; ero pazzo di felicità.
Quando tutti
furono coricati e non s'udiva che il silenzio della notte, uscii dalla mia
stanza al buio, a piedi nudi, e venni per gettarmi in ginocchio dinanzi a te,
per dirti ancora che t'amavo, non come un amico, non come un fratello, non di
quei sentimenti convenzionali con cui avevamo cercato d'illudere le nostre
coscienze scrupolose; ma di quell'amore imperioso che annienta con uno sguardo
tutti i propositi della virtù, che vince tutte le resistenze con un bacio, che
impone la colpa alle anime oneste, che prende una donna pura e la trascina nel
fango, ma anche nel fango la fa brillare come un diamante; di quell'amore
fantastico, pazzo, che rende spudorato, spergiuro, omicida, e tuttavia non
desta il ribrezzo della colpa ignobile, ma la pietà simpatica delle passioni
infelici e grandi.
Venivo a te,
Eva, col cuore sussultante in un delirio di gioia, con un'oncia di parola e di
baci che mi gonfiava il petto e mi faceva tremare le labbra; venivo a te
fremente di passione, per stringerti al cuore per sempre, e farti mia o morire
con te.
Se l’uscio
fosse stato aperto, sarei entrato, e nella penombra silenziosa della luna che
rischiarava appena la tua finestra, t'avrei mostrato il mio volto d’uomo
bagnato di lagrime, ed avrei sussurrato al tuo orecchio una parola, una sola:
«T'amo».
E tu saresti
venuta a me. O sì, Eva. Senza resistenza, senza scrupoli saresti venuta, perchè
l’amore ha una forza d'attrazione invincibile.
Io non so
cosa sarebbe accaduto di noi, onesti e colpevoli, al ridestarsi del rimorso. Ma
ad ogni modo, avremmo avuta almeno un'ora di felicità, un'ora di gioia celeste
da contare nella nostra vita.
Il tuo uscio era
chiuso. Porsi l'orecchio e sentii che passeggiavi nella camera. Eri agitata,
soffrivi. La stessa passione che tempestava in me turbava la tua anima casta,
mia bella donna.
Questo
pensiero mi commosse profondamente. Sentii una dolcezza infinita che mi rese
buono, ed ebbi pietà di te.
«Mi ama!»
ripetevo nell’ebbrezza della gioia. E non volli sgomentarti. Baciai il tuo
uscio chiuso, ti mandai un'ondata di pensieri innamorati, e tornai nella mia
camera solitaria.
Allora mi
posi a guardare la tua finestra aperta ed il vuoto buio della tua stanza che
nereggiava nel chiaro freddo della luna, e rimasi tutta la notte là, evocando
la tua immagine bella, parlandoti dei miei dolori e delle mie gioie, e dicendo:
«Domani sarai mia».
Povera
umanità ignorante e fiacca! Che ne sappiamo noi del domani? C’è una potenza che
ci domina; soffia sui nostri progetti e li annienta, e disperde le nostre
speranze, e guida la nostra volontà contro le sue tendenze, come il filo tenuto
dalla mano d'un bambino guida il cervo volante contro la corrente dell'aria.
Avevo detto
al tuo servitore di svegliarmi presto stamane. Egli entrò in camera alle
cinque, e dandomi il buon giorno, mi portò una lettera che era giunta ieri
sera. Sono le piccole ironie con cui il destino irride alle nostre miserie. Mi
augurava il buon giorno, e mi dava quella lettera che doveva fare di questo
giorno il più difficile, il più combattuto, il più miserabile della mia vita.
Tuo marito mi
annunciava che ha combinato la rappresentazione del Re Lear alla Scala.
O Eva, mentre io tradivo la sua fiducia, mentre mi abbandonavo ad una passione
egoista per sua moglie, egli lavorava per me, mi faceva del bene, mi trattava
da amico.
Quella
notizia che realizzava il mio grande sogno da artista, che appagava i voti
della mia ambizione, invece di consolarmi, mi giunse come un colpo di fulmine;
o per dir più giusto, come un colpo di frusta, perchè mi fece sentire tutto
l'avvilimento a cui ero sceso. Mi sferzò, mi fece arrossire di me stesso.
Io, che avevo
voluto esserti un mentore, un maestro di virtù, t'avevo dato l'esempio funesto
di dimenticare ogni sentimento di dovere, non ero che un volgare seduttore
della moglie d'un amico.
Ogni uomo
d'onore avrebbe arrossito di questa slealtà; ma io dovevo arrossirne più di
chiunque. Quello che per un altro era una slealtà, per me era anche uno
spergiuro, perchè quella virtù che ho voluto farti amare, io me la sono imposta
con un giuramento.
È una storia
triste, Eva. L’avevo scritta ne' primi giorni della nostra illusoria amicizia.
Fin d’allora volevo narrarti tutto il mio passato. Poi, per rispetto alla
memoria d’un povero morto, per non so quali scrupoli di prudenza, non osai
mandarti quelle confidenze. Te le mando ora, Eva, perchè tu possa comprendere
che legge inesorabile pesava su di me, ed a che voce imperiosa ho obbedito
fuggendo dalla tua casa, rinunciando all’infinita dolcezza de’ tuoi baci.
MEMORIE
DI AUGUSTO
(unite
alla lettera che precede).
Credo avervi
detto amica, che perdetti mia madre fin da bambino, ed a quindici anni rimasi
orfano. Avevo un fratello maggiore che mi fece quasi da padre; ed io lo amavo
più che non avrei amato un padre, perchè era giovane, bello, elegante, un vero
tipo di gentiluomo. Aveva appena dieci anni più di me; m'ispirava la confidenza
d’un amico, ed io lo ammiravo, e me lo proponevo a modello. Una fortuna che
tocca di rado ai padri, perchè la loro età, che devasta la figura, che rende
cocciuti nelle abitudini, intolleranti, ed esagera le piccole manie fino al
ridicolo, toglie spesso ai giovani il desiderio di somigliar loro.
Marco, mio
fratello, ispirava una grande ammirazione anche a’ miei compagni di collegio
Quel bel giovane pallido, dallo spirito brillante, dai modi eleganti, dalla
figura nobile, era per noi l’incarnazione di tutti i personaggi simpatici dei
poemi e dei romanzi. Paolo, non l'amante ingenuo di Virginia, ma il bel Paolo
colpevole di Francesca, e Fausto, dovevano essere belli ed alteri come lui.
Era
banchiere; ma aveva i gusti e le abitudini di un principe.
Si parlava
delle sue carrozze, e de’ suoi cavalli; egli li amava, li faceva correre, ed
era felice se ottenevano un premio.
E però non
era di quei dandies scipiti che passano la vita nelle stalle o al
maneggio, e si occupano così esclusivamente di cavalli e di equitazione che in
società sembrano staffieri, introdotti in sala per un equivoco. Marco era
istruito, aveva viaggiato molto, sapeva parlar di tutto con acume ed amenità;
frequentava la società aristocratica e la borghese, ed era desiderato
dappertutto.
Ero lusingato
di vederlo intrattenersi più di un'ora ogni domenica nel parlatorio del
collegio, narrandomi i suoi viaggi, le sue serate, parlandomi di letteratura o
d’arte, e qualche volta iniziandomi al mondo degli affari ed a quello della
politica, colla cordialità d’un amico.
Era
cordialissimo con tutti; aveva un appartamento signorile e bello, faceva larghi
e frequenti inviti, trattava grandiosamente i suoi ospiti, amava che le
cronache dei giornali riferissero i fasti delle sue serate e delle sue cene, le
sue compere alle mostre artistiche, le commissioni che dava ai pittori ed agli
scultori.
Ma tutto
questo lo faceva per ambizione più che per slancio di cuore. Non era un uomo
affettuoso, tutt'altro. La sola cosa che diminuisse l'attrattiva della sua
figura e del suo spirito, era lo scetticismo che traspariva da’ suoi discorsi,
dal suo sorriso un po’ ironico, dal tuono freddo della sua voce. Non aveva
entusiasmo giovanile, non credeva a nulla.
Mi
raccomandava di studiare, aveva studiato molto anche lui; ma non aveva fede
nella scienza e mi diceva:
— La scienza
serve a farci comprendere che non sappiamo nulla.
Gli scrivevo
lunghe lettere, gli parlavo del mio affetto, della mia riconoscenza per le sue
cure. Lui non mi rispondeva in iscritto, non mi scriveva mai. Quando veniva a
vedermi mi rispondeva:
— La
riconoscenza è un tema rettorico. Nessun sentimento esiste più, quando viene
l’età delle passioni. Quando avrai vent’anni, e ti dominerà l'ambizione, o
l'avarizia, o l’amore, o quella passione qualsiasi che è destinata a
primeggiare nel tuo cuore, se ti fosse necessario di camminare sul mio cadavere
per giungere alla tua mèta, lo faresti senza esitare. Non protestare; è una
legge che s’impone a tutti; le passioni governano il mondo.
Ma quando, col
mio calore giovanile, gli parlavo di quelle grandi passioni, mi rispondeva:
— Che ti
credi? le passioni non sono che le varie forme dell’egoismo umano.
Dividevo le
mie affezioni fra Marco ed un amico a cui ero strettamente legato, e pel quale
avevo una grande ammirazione. Quando mio fratello mi vedeva giungere in
parlatorio dando il braccio a Leo e parlandogli con intimità, mi diceva:
— Ecco, ora
hai commesso un'imprudenza. Le confidenze non sono altro che imprudenze. Un
uomo non deve mai affidare ad un altro uomo il segreto del suo cuore. Il giorno
in cui gli gioverà tradirlo, quell'altro lo tradirà. Questa è l’amicizia.
Nell'anima
del mio bel Fausto era penetrata addentro l'influenza di Mefistofele.
Del resto, le
sue idee pessimiste, già paradossali in principio, erano completamente false
applicate a Leo. Era un carattere nobile e leale. Profondamente buono, non
aveva quella bontà sdolcinata che vuol bene a tutto il mondo ad un modo, senza
distinzioni. Era benefico e magnanimo anche per i colpevoli, ma li biasimava.
L’egoismo, l’avarizia, l'ipocrisia gli facevano orrore. Non prodigava il suo
affetto a chi non lo meritava, e faceva la propaganda del bene.
E tuttavia
non era un san Luigi, nè un chiericuzzo. Era un bel giovane, bene organizzato,
con tutte le debolezze e tutte le forze della natura umana. Soltanto le forze
in lui superavano le debolezze. Sapeva combattere le inclinazioni perverse che
sentiva nell’anima, e domarle. Governava sè stesso colla legge inesorabile del
dovere con cui avrebbe voluto governare il mondo.
Quando
lasciammo Val Salice, avevo diciassette anni; Leo ne aveva diciannove. Si
rimase ancora a Torino, io vivevo con Marco facendo la vita del ricco banchiere
e studiando poco o punto l’avvocatura, a cui mio fratello voleva avviarmi. Avevo
una grande passione per la musica, e mi occupavo esclusivamente di quell'arte
cara.
Leo rodeva il
freno d’un tutore avaro e gretto, che adorava il danaro, pretendeva che in
affari il fine giustifica i mezzi, e rideva sguaiatamente, nella sua volgarità,
delle idee rigide del pupillo che chiamava un utopista.
Leo non amava
il lusso, aveva gusti semplicissimi; ma era naturalmente generoso, e preferiva
le larghezze di Marco alle lesinerie del suo tutore. Diceva che, quando un uomo
è generoso, è già a mezza via sulla strada del bene.
Allo spirare
della sua minorità si fece rendere i conti di tutela. Possedeva un piccolo
patrimonio di sessantamila lire: lo affidò a Marco e glielo raccomandò dicendo:
— È il mio
avvenire, la mia indipendenza.
S'era
addottorato in belle lettere e, coll'aiuto di quella piccola rendita, che gli
permetteva di vivere senza bisogno d’un guadagno immediato, voleva dedicarsi
alla letteratura. Diceva che coi libri si può fare del bene all'umanità assai
più che col denaro.
Aveva una
frase che ripeteva spesso a questo proposito:
— Le bien qu’ on fait aux hommes, quelque
grand qu’il soit, est toujours passager; les vérités qu’on leur laisse sont
éternelles.
Voleva
diventare un grande scrittore, ma la sua meta non erano la gloria e gli onori;
molto meno il guadagno; era l'influenza che co’ suoi scritti avrebbe potuto
esercitare a beneficio delle sue idee. S’irritava quando udiva affermare che
l'arte è fine a sè stessa, e che se si mette al servizio d'una tesi morale,
politica, sociale, si abbassa.
— La scuola
verista — diceva — come l’intendono taluni, è la scuola dei poveri di spirito.
I suoi apostoli, incapaci di comprendere tutto intero il problema umano, ne
gettano via una parte e si isolano nella meditazione d'uno solo dei suoi
termini. Questa eliminazione è impossibile agli spiriti grandi; essi non
possono separare il bello dal vero, il vero dal bene,
non possono occuparsi della forma e dimenticare il contenuto, non possono
astrarsi dai grandi fini della vita individuale collettiva. Se mi dànno a
leggere un verso, non mi è possibile giudicarlo unicamente in ragione della
bellezza dell’immagine, e della soavità del suono. Tutto il problema della vita
che notte e giorno mi lima, mi appare in quel punto, e se quel verso discorda
dal concetto che sono riuscito a formarmene, è inutile, non posso ammirarlo. I
veristi sono l'analisi inanimata. I grandi intelletti hanno bisogno della
sintesi.
Leo aveva
pensato a liberarsi dalle preoccupazioni d’interesse, perchè desiderava passare
qualche tempo in Toscana studiando la lingua viva del popolo. E partì infatti,
poco dopo aver superata l'età maggiore.
Dal canto mio
avevo una smania ardente di andare a compiere i miei studi musicali in
Germania. Mio fratello mi aveva sempre contrariato; ma finalmente, quando fu
ben convinto che la carriera legale non era fatta per me, mi lasciò libero di
seguire la mia inclinazione.
Il mio tutore
era meno austero di quello di Leo, e si rimetteva volentieri a quanto decideva
Marco per me. Non fece opposizione al mio viaggio, ed anzi, accettò l'incarico
di amministrare il mio patrimonio durante la mia assenza, anche quando avessi
passato i ventun anno. Marco non aveva voluto a nessun conto assumersi quella
gestione che era condotta benissimo. Però il tutore, che aveva fede in lui, lo
consultava sempre, e ne aveva consigli vantaggiosi per i miei interessi.
Passai poco
più di due anni in Germania, ed a ventidue anni tornai in Italia, colla testa
piena di progetti, coll'anima infervorata dalle meraviglie della musica
tedesca.
Avevo già
cominciato il Re Lear sopra un buon libretto di un poeta milanese, e mi
fermai a Milano per essere in continui rapporti col librettista.
Marco venne
subito a vedermi, e continuammo a fare entrambi gite frequenti da Milano a
Torino, per passare qualche giornata insieme.
Ma il mio brillante Marco
non era più lo stesso. Il suo scetticismo s'era aumentato fino alla
misantropia. Continuava ad essere elegante, a far pompa di belle carrozze e di
bei cavalli, a sfoggiare un lusso principesco; ma non lo gustava più, non ci
metteva il sibaritismo di prima. Pareva anzi che tutto quello sfarzo gli desse
fastidio, che lo sopportasse come la conseguenza d’un precedente stabilito, ma
disapprovandolo, sentendone persino un rimorso. Mi diceva delle frasi da
puritano, degne di Leo:
— Sii giusto
ed onesto sempre e ad ogni costo. È il solo compenso che si può sperare alle
noie dell'esistenza. E lavora. E sopratutto non abbandonarti alle passioni
violente che rendono egoisti, e degradano.
Sgraziatamente,
avevo appunto delle passioni violentissime. Non vi narrerò le mie tempeste
passate; sarebbe assurdo. Ma mi fecero perdere i miei anni migliori.
Mentre amavo
l'arte con entusiasmo, ero sempre fuorviato da altre attrazioni che mi
toglievano al mio lavoro. E quando ci tornavo esaltato da un pazzo desiderio, o
abbattuto da una grande delusione, la mia mente vaneggiava lontano dalle serene
ispirazioni dell'arte; facevo poco e male; erano frasi convulse o fiacche; era
il lavoro d’un cervello malato. Così il mio Re Lear, che vedevo e
sentivo nella mia mente come una bella concezione completa e grandiosa, non
procedeva punto sulla carta.
Marco mi
rimproverava. Qualche volta mi diceva parole severe.
— Tu ti avvii
a finir male. A questo mondo non ci sono che due vie; il lavoro assiduo ed
onesto, o il disonore.
— Sei
pessimista, gli dissi una volta. Tu non ti sacrifichi ad un lavoro assiduo, e
non sei disonorato.
— Sì! mi
rispose ridendo con un brutto sogghigno. — Specchiati in me, e ti vedrai bello.
Poi
soggiunse:
— Del resto,
se hai gusto a rovinarti.... nessuno è obbligato a murare il Po per i pazzi che
vogliono annegarsi.
Quei modi
aspri, quella volgarità di linguaggio, così contrari alle abitudini di
gentiluomo che avevo sempre ammirate in mio fratello, mi sorprendevano
penosamente. Mi tormentavo per indovinarne la causa.
Era sempre
egualmente desiderato in società, ed i suoi interessi prosperavano. Nessun
altro banchiere a Torino poteva eguagliare il lusso della sua casa e della sua
vita dispendiosa.
Avrei voluto
avere accanto Leo, per domandare al suo spirito giusto il segreto di
quell'altro spirito tribolato; e perchè lo consolasse colla sua morale profonda
e coraggiosa. Un giorno lo nominai a Marco; ma mi rispose infastidito:
— Quello non
è un uomo è un vangelo; — e non ne parlò più.
Io pure avevo
trascurato il mio amico. Avevo cominciato a scrivergli di rado; poi, distratto
dagli studi, dai viaggi, dagli amori, avevo finito per non scrivergli più
affatto. Ma l'avevo a cuore, ed in tutte le ore difficili pensavo a lui, e
desideravo il suo consiglio. Dacchè ero tornato a Milano, avevo fermato più
volte il proposito di scrivergli le mie inquietudini per il cambiamento di
Marco. Ma avevo differito sempre al domani; il domani degli indolenti che non
arriva mai.
Un giorno
ricevetti un telegramma che mi chiamava precipitosamente a Torino. Mio fratello
stava male. Partii immediatamente collo spirito agitato dai presentimenti più
tristi.
O Eva; che la
vostra cara vita non sia funestata mai da una scena atroce come quella che vidi
entrando nella casa elegante ed ospitale del mio povero Marco.
Nell'anticamera
parecchi uscieri cominciavano ad apporre i suggelli giudiziali ai mobili; nel
salotto gli uomini del tribunale, seri ed indifferenti, stendevano un processo
verbale. Nessuno mi disse nulla. Non mi conoscevano, ma mi lasciarono passare;
la casa era indifesa contro la curiosità e l'indiscrezione degli estranei. Era
qualche cosa di scoraggiante, di tetro, come un saccheggio o un incendio. Feci
le supposizioni più funeste: una malattia grave, un fallimento...
Mi precipitai
impaurito nella camera di Marco. Quanto avevo preveduto di più orribile, era
nulla al confronto della realtà.
Sul suo bel
letto parato di seta scarlatta a frangie d'oro, giaceva il cadavere di Marco
orrendamente mutilato. S’era sparata una pistola in bocca; la palla era uscita
dalla fronte, e tutta la parte superiore del viso era una piaga mostruosa.
Il lusso, le
abitudini principesche, il gioco, l’avevano trascinato a quella rovina. Aveva
veduta quella minaccia da lontano, e tutti gli sforzi che aveva fatti per
scongiurarla non erano riesciti che a precipitare la catastrofe. Tutti i
depositi che gli erano stati affidati erano andati perduti come il suo patrimonio;
da ogni parte gli giungevano cambiali in scadenza; se avesse vissuto un giorno
di più, gli sarebbe toccata la vergogna d’un fallimento scandaloso. Egli aveva
cercato nel suicidio uno scampo al disonore ed alla miseria che lo
minacciavano.
Tutto là dentro
aveva l’aspetto dell'opulenza; il letto di damasco, i mobili di legno di rosa
colle lastre di malachite, le cortine di trina antica, i tappeti di Persia, le
statuine, i bronzi, gli oggetti d’arte preziosi. Accanto al letto c'era ancora
intatto il vassoio con tutto il servizio d’argento massiccio, preparato per il
tè, che Marco aveva l’abitudine di prendere ogni sera prima di coricarsi.
Chiunque
avrebbe attribuita quella morte disperata ad un amore, tanto tutto pareva
preparato per accogliere una donna in quel nido elegante, tanto pareva lontana
ogni idea di imbarazzi finanziari in mezzo a quel lusso da nababbo.
Mi gettai in
ginocchio, pazzo di dolore, accanto a quel cadavere che avevo amato tanto, e mi
abbandonai ad un pianto disperato. Il suo scetticismo aveva rinnegato il mio
affetto; non aveva creduto di poter ricorrere a me; s'era ucciso mentre avevo
ancora un patrimonio che forse avrebbe potuto salvarlo; e non avevo famiglia e
non avevo doveri che m'impedissero di sacrificarlo a lui. Aveva diffidato della
mia amicizia. E lo sapeva pure che l'amavo con cuore d'amico! I fratelli
possono non amarsi, se i loro caratteri non s'accordano; è un freddo dovere che
li lega per la casualità della nascita. Ma l'amicizia è spontanea, e nel mio
cuore l’amicizia aveva preso il posto dell’affetto doveroso di fratello. Avrei
dato anche la vita per salvare il mio povero Marco, e mi vedevo là impotente,
col mio denaro, dinanzi a quella grande rovina.
Rimasi a
lungo prostrato, col volto nascosto fra le coperte, inabissato in quel dolore
immenso che mi aveva sorpreso. Forse ci sarei rimasto tutto il giorno, se non
mi avessero chiamato nell'altra stanza per non so che formalità legale a cui
non posi attenzione.
Mentre
cercavo di rientrare nella camera mortuaria, sentii che qualcuno mi tratteneva.
Mi voltai e mi vidi davanti il volto pallido e serio di Leo. Malgrado la
lontananza, la mia amicizia era sempre la stessa per lui. La sua presenza mi
parve il solo conforto possibile al mio grande dolore, e stesi le braccia, piangendo,
alla cara figura amica.
Ma Leo non
rispose al mio invito. Rimase freddo e severo, ed accennando traverso l'uscio
quella povera salma d'un fallito sopra un letto regale, disse:
— Gli avevo
affidato il mio piccolo avere, la modesta eredità di mio padre, il frutto d'una
vita di lavoro con cui avevo sperato d’assicurare la mia indipendenza. Era
l'appoggio del mio avvenire, delle mie speranze. Era un deposito sacro, e
costui l'ha disperso per il suo lusso da sibarita. Da domani dovrò pensare a
guadagnarmi il pane, perchè tuo fratello mi ha rovinato.
Rimasi
atterrito. Per Leo rinunciare alle lettere era come per me rinunciare alla
musica; un immenso sacrificio. La letteratura a cui aspirava non era quella
degli articoli da giornali, delle novelline, delle cosuccie, che fanno
vivacchiare bene o male di mese in mese, finchè a poco a poco si raggiunge una
specie di notorietà circoscritta ad una provincia, e dovuta piuttosto alla
insistenza del nome che torna a farsi leggere ogni giorno, che al merito dello
scrittore. Leo aspirava all'arte grande e nobile che consacra degli anni ad un
lavoro, che ci mette uno studio fine, profondo, coscienzioso, che non pensa al
lucro, ma al bene che potrà fare all'umanità. E la letteratura, intesa a questo
modo, non è una professione che faccia vivere; almeno richiede un’agiatezza che
dia il tempo d'aspettare lungamente i frutti d'una fatica, che tardano sempre a
maturare e molte volte non maturano affatto.
Se avesse
voluto accettare il mio patrimonio in compenso del suo; quel denaro odioso che
mi ricordava la sfiducia di Marco nella mia riconoscenza! Mi provai a
proporglielo.
— Io sono
ancora ricco, Leo. Ti rimborserò.
— Vi sono
molti creditori — mi rispose, — e tutti hanno diritti uguali ai miei. Una gran
parte sono poveri, sono gente che lavora, e che aveva affidato il frutto dei
suoi lunghi e difficili risparmi ad un uomo che l'ha sprecato, che li ha
derubati.
— Leo! —
gridai. — Non insultarlo, era mio fratello!
— Che m’importa?
— riprese con disprezzo. — Vorresti onorarlo perchè era tuo fratello? Vorresti
imitarlo? Un uomo non ha altro titolo alla considerazione del mondo che le sue
azioni; e le azioni di colui sono quelle di un vile.
A quelle
parole non potei frenarmi. Vi sono momenti in cui sento risvegliarsi in me un
uomo selvaggio, l'uomo primitivo da cui discendiamo, che dorme in me lunghi
sonni, e nelle grandi concitazioni si desta fremente e manda un ruggito.
Mi avventai
contro Leo colla mano alzata. Non so da che parte venissero, ma si trovarono
presenti delle persone zelanti che mi presero per le braccia e mi allontanarono
da lui. Ma mentre mi trascinavano fuori a forza, gli gridai furibondo:
— Ti
ucciderò. Certi insulti si pagano colla vita.
E corsi
fremente di rabbia in cerca di due amici che mi assistessero come padrini.
Degradato, suicida, colpevole, mio fratello m'era caro ancora, e sentivo di
doverlo vendicare.
Nella
giornata assistei ai funerali di Marco, lo accompagnai fino al cimitero, lo
vidi mettere sotterra, col cuore rattristato dal suo scetticismo, che in
quell’immensa rovina, m’invadeva e minava la mia fede.
Quel giovane
superbo, che sviscerava gli uomini e l’esistenza per dimostrarne il nulla, ora
era là sepolto per i dolori di questa esistenza che disprezzava. Non aveva
potuto combatterla; aveva dovuto uscirne. Era il suo scetticismo che s'era dato
vinto dinanzi a quei dolori — la miseria, la vergogna — e che confessava di
credere in essi? O era il disprezzo della vita, la sfiducia dell’espiazione,
uno scetticismo più egoista ancora, che aveva cercato uno scampo nella
irresponsabilità della morte?
Ad ogni modo
però, io sentivo e accettavo il peso della sua responsabilità. Leo me l’aveva
detto; c’erano molti creditori che avevano gli stessi diritti di lui. Il mio
patrimonio apparteneva a loro.
Non avevo
idea della somma di cui ero debitore; ma doveva essere considerevole. Se avessi
vissuto, sarei rimasto povero; ma ero certo di morire nel duello con Leo. I
padrini erano venuti a rendermi conto degli accordi presi cogli avversari.
Dovevamo batterci la mattina seguente alla pistola.
Passato il
primo impeto di sdegno, l'idea d'un duello mi faceva tremare. Se avessi dovuto
commettere un altro delitto! Battermi con quell'uomo che ammiravo come
l'incarnazione della virtù e della giustizia; investire lui a cui mio fratello
aveva già fatto tanto male, era un atto che mi ripugnava. Ero ben risoluto a
non colpire quell’amico disgraziato. Avrei sparato in aria, e sarebbe stato lui
che m’avrebbe ucciso.
Era giusto.
Potevo attentare alla sua vita mentre gli dovevo una riparazione per la sua
indipendenza, per il suo avvenire perduti? Che riparazione sarebbe stata quella
di ucciderlo?
Risoluto a
morire, pensai a scrivere il mio testamento.
Nominai Leo
mio esecutore testamentario. Non osai dire legatario universale; era probabile
che le passività superassero il mio avere. Lo incaricai di pagare tutt'i debiti
di Marco, e dato che il mio patrimonio non fosse tutto assorbito, lasciai erede
lui, Leo, di quanto fosse rimasto. Lo pregai di accettare quel legato come un
segno di perdono, perchè la morte che m’avrebbe data, ero io che la volevo, che
me l'ero imposta come una espiazione dei torti di Marco, come la sola
soddisfazione che potessi dare ad un amico offeso.
La notte precedente
l'avevo passata in viaggio, e, giunto la mattina a Torino, avevo sofferto in
quel giorno tali scosse, tali dolori, che ero sfinito. Non avevo pensato a
mangiar nulla. Le forze mi mancavano. Tornato dai funerali, avevo pianto colla
debolezza nervosa di un bambino.
Quand'ebbi
finito di scrivere mi alzai, mi gettai boccone sul letto, mi abbandonai ancora
ad uno sfogo di pianto. Avrei voluto che fosse tutto finito; avrei voluto esser
morto. Non potevo sopportare l'idea di vedere Leo coll'arma puntata verso di
me, d'essere ucciso dal solo uomo che m'era caro, dal solo da cui avrei voluto
essere confortato nel momento pauroso della morte.
Spossato
com'ero, finii per addormentarmi d'un sonno affannoso, pieno di incubi. Mi
pareva di vedere ancora ed ancora la scena desolante del duello. La campagna
arida e coperta di neve gli alberi coi rami stecchiti come delle membra di
cadaveri, il cielo grigio, una tinta fredda di morte su tutta la natura; e Leo,
più freddo, più inesorabile della morte, ammantato nel drappo nero e giallo che
aveva coperta la bara di Marco, venirmi incontro colla pistola puntata al mio
cuore. Ed ogni volta mi pareva di sentirmi nel petto l'urto della palla e lo
sfinimento della morte.
In uno di
quei momenti mi destai in sussulto e balzai a sedere sul letto. M'ero
addormentato al crepuscolo, quando non ci avevo veduto più abbastanza per
iscrivere, e la camera era immersa nella penombra della sera. Al ridestarmi
vidi un lume sullo scrittoio in faccia al mio letto; ed un uomo seduto là, coi gomiti
sulla tavola ed il capo fra le mani, leggeva le carte che avevo scritte. Mi
voltava le spalle, non potei conoscerlo.
Lo credetti
un magistrato, che so io, un uomo del tribunale. Scesi dal letto e mi avanzai
fino all’altro capo della stanza, poi mi voltai per guardarlo in faccia.
Non leggeva
più, piangeva, — ed era Leonardo.
— Leo — dissi
sbalordito di vederlo là in quel momento.
Si scosse, si
alzò, e questa volta mi stese le braccia, ed io piansi il mio grande dolore su
quel nobile cuore d'amico.
— O Augusto —
mi disse, — come devi avermi trovato meschino nel mio risentimento. Mi sono
appigliato ad una rappresaglia brutale ed ingiusta. Noi siamo amici, ma quando
pure fossimo estranei l'uno all'altro, non vorrei nè ucciderti, nè importi il
rimorso d’avermi ucciso. Sono venuto per dirti questo.
— Tu sei
migliore di me — gli risposi. — Perchè quel rimorso io mi ero giurato
d'importelo; mi sarei lasciato colpire, ed avrei creduto di fare un atto da
amico.
— L'ho veduto
dalla tua lettera. Tu dormivi; ho trovate queste carte dirette a me, e le ho
lette. I nostri pensieri s'erano incontrati nel proposito di non uccidere; ma
tu ti lasci ancora imporre le convenzioni del mondo; non avevi compreso che mi
facevi un male assai più grande volendo ch’io troncassi la tua vita. Mi rendevi
omicida, mi disonoravi, mi avvelenavi l'esistenza con un rimorso atroce.
Dopo una
pausa triste, soggiunse colla sua voce dolcemente grave:
— Noi non ci
batteremo, amico. Dopo quanto è accaduto, so che questo è contrario alle leggi
convenzionali dell'onore. Le condizioni sono stabilite; i padrini verranno a
prenderci fra poco. Il primo venuto ci direbbe che questo procedere è
irregolare. Ma noi non siamo il primo venuto, e dobbiamo avere il coraggio
delle nostre idee. Non ci batteremo. Io ho insultato la memoria di tuo
fratello; ho avuto torto; e ti domando perdono.
Lo ascoltavo
con devozione. Dinanzi a quella virtù calma e ragionata, come mi parevano nulli
i commenti che potrebbe fare sopra di noi la gente leggera! Quel carattere
forte mi faceva del bene, mi ritemprava. Non ero energico; vivendo in un altro
ambiente, con altri esempi, sarei caduto anch'io nell’errore di tanti, che
credono di innalzarsi al disopra della generalità affettando un grande
disprezzo per la virtù, per la morale, per tutto quanto ha ottenuto fino a ieri
l'ammirazione del mondo; credono di fare qualche cosa di buono perchè fanno una
cosa nuova.
Ma, accanto a
Leo, tutto codesto mi sembrava un ridicolo gioco da fanciulli ignoranti, e
sentivo il bisogno di appoggiarmi a quell'uomo forte, di farmi guidare da lui,
di dargli un'autorità che potesse imporsi a me. Avevo un carattere
appassionato, una testa calda; capivo che non potrei rispondere di me, che alla
prima attrazione potente mi sarei lasciato trascinare come mio fratello, che
avrei potuto, essere egoista, sleale, colpevole come lui.
Dissi tutto questo a Leo.
— Se c'è
ragione umana che possa imporsi ad una volontà fiacca ed a passioni impetuose come
le mie, è la tua — gli dissi. — Consigliami. Cosa posso fare per esser giusto
come te? Dopo quanto ho veduto, l'ingiustizia, la disonestà mi fanno paura. Mio
fratello ha vissuto nel lusso usurpando il denaro degli altri, ed ha ridotte
delle famiglie alla miseria, come un ladro, ed è morto disonorato. Io pure ho
delle passioni che mi dominano. O Leo, io non so a che errori, a che
avvilimenti potrebbero trascinarmi. Consigliami tu. Non voglio essere
colpevole; voglio espiare le colpe di mio fratello.
Fu allora che
le labbra di quell'uomo giusto, posandosi sulla mia fronte con un bacio
d’amicizia, mi susurrarono le parole che ho fatto incidere sul mio suggello,
che sono divenute la mia divisa, la formola d'un giuramento solenne che abbiamo
pronunciato tutti e due nella camera del povero Marco, dinanzi al suo letto
ancora bagnato del suo sangue, coll'onta del suo disonore, col dolore della sua
colpa nel cuore:
“ Prius
mori quam foedari! ”. — Prima morire che macchiarsi.
Leo m’iniziò
ad una religione austera che già da più anni governava la sua vita; una
religione che impone dei doveri e non promette premi; una religione che non ha
un elenco di precetti scritti, e non potrebbe averlo, perchè i suoi precetti
sono infiniti, e per ogni atto della vita ce n'è una. Giurammo d'essere sempre
scrupolosamente onesti, leali, puri e buoni, a costo di sacrificare i nostri
interessi e la nostra felicità. Giurammo di estirpare l'egoismo dal nostro
cuore, e di vegliare incessantemente per non lasciarlo rinascere. Giurammo di non
avere nessun segreto l’uno per l’altro, d'essere sempre pronti ad accorrere per
soccorrerci a vicenda, e di occuparci scambievolmente del nostro
perfezionamento. Giurammo di vederci ogni giorno vivendo nella stessa città; ed
essendo lontani, di scriverci sovente, comunicando l'uno all’altro il
quotidiano esame di coscienza suggerito da Franklin. Giurammo che, se ci
trovassimo un giorno sul punto di mancare in modo grave ed irrimediabile alla
legge di virtù che ci eravamo imposta, avremmo cercato uno scampo anche nella
morte.
Pagai tutti i
debiti del mio povero morto; ma erano molto superiori al mio patrimonio; si
potè dare soltanto il sessanta per cento.
Leo reclamò
il suo credito e si fece pagare; ma poi cercò tutti i creditori di piccole
somme, i più poveri, e divise fra loro il denaro che aveva riscosso.
Tentai
oppormi a quel sacrificio. Egli mi disse:
— Dacchè hai
accettato il patto che t'ho offerto, il tuo onore è diventato il mio. È forse
un atto eroico che faccio. Ma bisogna averne qualcuno nella nostra vita, perchè
esso ci difende dalle piccole bassezze, dalle piccole ignominie, dalle piccole
transazioni di coscienza. Quando Francesco d'Assisi ebbe distribuito tutto il
suo patrimonio ai poveri, si sentì per sempre al sicuro dalle tentazioni dell'avarizia.
Chi ha sacrificato alla virtù tutto il suo avere, guarda con disprezzo i
piccoli vantaggi che potrebbe ottenere a spese della virtù.
Pensavo con
profondo rincrescimento a quel grande sacrificio che faceva; alla letteratura
che amava, e che doveva abbandonare per fare una carriera più pratica e
lucrativa. Ma egli lo faceva con animo sereno, e ne confortava me come se fossi
stato io che mi sacrificavo.
— Ho pensato
di dedicarmi all'insegnamento — mi diceva. — Nell'insegnamento si può far del
bene come nella letteratura; è un beneficio ristretto sopra un numero minore di
persone, qualche volta sopra un solo individuo. Ma quell'uno si può studiarlo,
modificarlo, migliorarlo, dirigerlo al bene. Colla letteratura avrei forse
potuto insegnare una verità o correggere un errore. Nell’insegnamento potrò
preparare un benefattore all'umanità.
E si mostrava
contento per non affligger me e per attenuare il merito del suo eroismo.
Non posso
ricordare senza commozione il sentimento che provammo quando ci trovammo soli
in una camera d’albergo, dopo aver compiuto il nostro dovere. I nostri cuori
erano alleggeriti; ci sentivamo forti nella sicurezza di poter fidare
interamente l'uno sull’altro. L’amore fa provare delle ebrezze ineffabili; ma
non sono più dolci della gioia che procura il pensiero d'aver acquistato un
amico vero, un'anima gemella, che risponde con una nota armonica ad ogni
vibrazione dell'anima nostra. Hanno detto che le donne non sono capaci, fra
loro, di vera amicizia. Questo non può esser vero, Eva, altrimenti avreste
ragione di gemere sulla vostra sorte, perchè sareste private di una delle
maggiori felicità umane.
Restammo
circa due mesi a Torino, Leo in cerca di un impiego da istitutore, io
attendendo alla liquidazione degli affari di mio fratello. Facevamo insieme
delle lunghe passeggiate nei dintorni della città, ed io mi paragonavo al primo
discepolo di Cristo. Leo parla bene. La sua parola fluida e tersa è il riflesso
d'una mente senza nubi e d'una coscienza senza macchia. La sua morale non è
ristretta e pedantesca; anzi, su certi punti, scandalizzerebbe i predicatori
della morale convenzionale. Quando si è adottata questa morale, non si sente la
povertà nè l'isolamento, e si guardano in volto senza umiltà i potenti della
terra, e senza invidia i felici.
Un giorno,
sulla collina di Superga, sedemmo all'ombra scarsa di un vigneto per riposarci
dopo una lunga camminata. Leo aveva portato un volume di Tennyson, e mi lesse
colla sua bella voce profonda l’Enoch Arden, la storia d'un marinaio
che, tornato a casa, dopo essere stato creduto morto per molti anni, trova la
moglie rimaritata, s'accorge che ama il nuovo marito, e, per non affliggerla,
nasconde il suo vero nome, e va ad invecchiare ed a morire nell'isolamento.
Il sole
tramontando dava dei riflessi infocati alle onde scure del Po che parevano di
piombo. La campagna, dominata da un silenzio solenne, sembrava porgere
l’orecchio a quel poema d’abnegazione sublime. Quando Leo cessò di leggere, ci
guardammo senza parlare. Avevamo gli occhi pieni di lagrime. Còlto da un impeto
irresistibile, mi gettai nelle sue braccia e ci tenemmo stretti lungamente. In
quel momento mi passò dinanzi alla mente la catastrofe del povero Marco;
ripensai il mutamento che aveva prodotto nella mia posizione, e mi parve di non
essere caduto, ma d’essere salito. Mi parve di essere passato dalle tenebre
alla luce. Mi sentii purificato, mi sentii capace di elevarmi fino alla virtù
del povero marinaio, mi parve di vedere nel mio amico, nel mio maestro, qualche
cosa di più che umano.
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(RIPRESA DELLA LETTERA)
Ora che
conosci la mia storia, conosci pure l’amico di cui ti ho parlato, Eva. È a lui
che ho confidato da quel giorno le mie debolezze, le mie prime paure quando,
dopo averti veduta dalla mia finestra, ti scrissi quel primo biglietto.
Leo aveva
indovinata la mia passione nascente, e fin d'allora mi aveva consigliato di
fuggirti, di cambiar casa, di non vederti più.
Ma era già
troppo tardi; una potenza irresistibile mi attirava a te; fin da quel primo
giorno ti amavo, Eva. E, fiacco nella lotta contro la passione, ho ingannato me
stesso, ho ingannato Leo, col paradosso dell'amicizia e dell'apostolato della
virtù, ed ho ceduto al fascino dolcissimo della tua bellezza, della tua
intelligenza, del tuo cuore; e ti ho seguita, seguita, finchè mi parve di
vivere della tua stessa esistenza; finchè giunsi a crederti mia, a disconoscere
la legge che ci separava, a concentrare tutte le mie facoltà nel desiderio di
te; fino al delirio di ieri sera, fino alla commozione ineffabile del tuo
sguardo d'amore e delle tue lagrime, fino alla gioia di cielo di quel bacio.
O Eva, mia
donna, mio angelo! Che risveglio tremendo, che annientamento provai dinanzi a
quella lettera di tuo marito, di quell'uomo onesto, che pareva dirmi in ogni
parola: «Io ti chiamo amico, e questa donna che ami è la mia donna, ed il tuo
amore è un tradimento»!
Vedevo
scritto in quella carta il motto del mio suggello, il giuramento che feci sul
letto sanguinante del povero Marco: «Prius mori quam fœdari». E vedevo
la nobile figura di Leo crucciata, e la sentivo chiamarmi spergiuro.
Poi pensavo a te, che ho
amata tanto, fino ad imprimere al tuo spirito il carattere del mio; avrei
voluto metterti al disopra di tutte le donne, e vedere il mondo adorarti, e ti
trascinavo come un egoista, come un vile, al traviamento d'un'ora, che degrada
per tutta la vita.
Questo
pensiero mi fece paura. Anche l'immensa gioia di possederti non volli pagarla
al prezzo di un tuo dolore.
Nell'allontanarmi
da te, nel pensare che non ti vedrei più, che non sarei più nulla nella tua
vita in cui avevo preso tanto posto, provavo quella infinita e gelida
tristezza, che accompagna soltanto le partenze senza ritorno, e la morte.
Quando uscii
dalla tua casa sentii qualche cosa di freddo scendere su me, ed avvolgermi
tutto; sentii un esaurimento di tutta la mia vita in quello sforzo terribile; e
pensai: È finita.
E mi parve
che fosse veramente finita l'esistenza per me; che omai non mi restasse più la
forza di sopportarla, e che, per una legge provvidenziale, dovesse venire un
fulmine, una malattia mortale, una catastrofe qualsiasi a liberarmene.
Sono tornato
stamane nella mia stanza, in faccia alla tua casa, tutta piena della memoria di
te; ma non mi sento più vivere. Non ho trovato energia che per scriverti questa
lettera. Sono stato verboso come lo sono sempre gli uomini nel dolore. La
felicità non ha espressioni; il linguaggio umano non la rende, e nell'eccesso
della gioia si piange come nell'eccesso della sofferenza. Ma l'afflizione ha
tutto il vocabolario per sè; la vita è tessuta di tanti crucci, che tutti gli
uomini portano il loro contingente all'espressione della pena, ed ogni lingua è
ricca nella manifestazione della tristezza.
Ho cominciato
a scriverti appena giunto qui. Erano le otto; tu dovevi dormire ancora. Ero
partito da Regoledo alle cinque e mezzo del mattino. Tutta la casa era chiusa;
tutti dormivano, fuorchè quell'unico servitore che m'aveva svegliato.
Da qualche
tempo c'era troppa gente nel tuo romitaggio; non era più un romitaggio, non si
chiamava più Silenzio. Stamane aveva ripreso il suo aspetto solitario ed
il suo nome. Mi pareva triste quella villa bianca, nella luce melanconica e
nebbiosa dell'alba d'autunno. Ma era una tristezza calma e fredda, una
tristezza di tomba. Pensavo che nessuno avrebbe creduto mai che là dentro s'era
agitata una tempesta di passione, una lotta disperata tra l'amore ed il dovere;
e che quel povero viaggiatore, vestito e composto come tutti gli altri, e
grottescamente carico della sua valigia e del suo ombrello, era l'uomo che
aveva combattuta quella lotta crudele contro sè stesso, e n'era uscito
vincitore, ma atterrato, distrutto.
Arrivando
qui, posai la valigia e mi posi a scriverti. Traccio le ultime parole alla luce
del crepuscolo. Vorrei che la mia vita svanisse così come il giorno, perchè le
sue ore di luce sono esaurite; senza scosse, senza distrazioni di dolori
fisici; vorrei finire qui, susurrando a questa carta come al tuo orecchio: «Ti
amo, ti amo, ti amo». E non vederti mai più come è mio dovere, come ho giurato;
ma non veder più nessun altri; chiudere gli occhi colla tua dolce figura
davanti alla mente, ed il tuo nome sulle labbra, e non riaprirli più, e passare
così col pensiero di te nell’eternità.
Addio, Eva,
per sempre addio, e per sempre ti amo.
Augusto
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