XXVII.
Augusto a Leonardo.
Il tuo cuore d'amico
ha sentito il bisogno di guarirmi ad ogni costo; ma la tua coscienza di uomo
giusto t'ha fatto evitare di provocare delle confidenze, che mi avrebbero
meritato il tuo biasimo.
Eppure nella
mia convalescenza avevo nell'anima una gioia così esuberante, che ad ogni
momento provavo la smania di gettarti le braccia al collo, e di dirti che ero
felice, e quanto ero felice. La tua serietà, il tuo silenzio, frenarono sempre
la mia espansione. Ma ora che sei lontano, e sento il vuoto che hai lasciato
accanto a me, e sto per fare un passo decisivo nella mia vita, provo il bisogno
ed il dovere di dirti tutto quello che ho sul cuore.
Prima di
ammalarmi mi ero così profondamente compreso delle nostre massime austere, che,
dopo averti scritto la mia ultima lettera da Regoledo, malgrado le mie audacie,
malgrado la violenza della mia passione, avevo sentito il rimorso d'una colpa
che non avevo ancora commessa, dell'intenzione della colpa.
E quando
avevo letta, più tardi, la lettera del Malvezzi, m'era parso di vedere tutta
l'umanità sollevarsi contro di me, e chiamarmi sleale ed ingrato; ed ero
fuggito dall'Eva, fuggito dall’amore, dalla felicità, colla certezza che
andavano incontro alla morte.
Senza
volerlo, a forza di pensarci, avevo associata quella donna a tutta la mia vita;
alle mie aspirazioni, al mio lavoro, ai miei propositi di virtù, alle mie
speranze di gloria; e tutto quanto facevo e desideravo lo riportavo a lei, e lo
facevo e lo desideravo unicamente per quello che lei ne avrebbe detto e
pensato. L’amore di lei s’era sostituito in me all'amore dell'arte. Non era più
per l'arte che scrivevo il Re Lear, ma per essere apprezzato da lei.
Solo per innalzarmi ai suoi occhi desideravo che la mia opera fosse applaudita.
E quando avevo detto con tutta la mia forza: «Debbo fuggire», era stato come se
avessi detto: «Debbo morire».
Avevo la convinzione, fin
dal primo momento, che non avrei potuto sopravvivere a quel distacco. Ma
appunto quella convinzione mi dava coraggio. Se avessi creduto di dover
trascinare lunghi anni di vita in una continua tristezza, ripensando sempre
quell'eterno dolore, rimpiangendo il sacrificio fatto, discutendolo,
rinnovandolo ogni giorno con un ritorno dell’immaginazione al passato, non
avrei avuto l'eroismo di compierlo.
Il primo
giorno del mio ritorno l'avevo impiegato a scrivere all’Eva.
Tratto tratto
avevo dovuto sospendere la lettera, perchè mi pareva che il cervello mi
svaporasse. Le cose ed i tempi mi si confondevano nella mente, e mi sembrava di
trovarmi in una profonda oscurità ed in un rumore così assordante, che mi fosse
impossibile discernere quanto accadeva intorno a me. Quando quei vaneggiamenti
momentanei erano passati, riprendevo la penna coll’animo rassicurato dicendo:
— Ecco. La
mia testa s'indebolisce. Sono ammalato. È il principio della fine.
Nella notte
mi sentii ardere dal calore febbrile, e mi consolai di vedere affrettarsi il
mio male. Non avevo mangiato nulla in tutto il giorno, e provando un grande
sfinimento, mi rallegrai di quella dimenticanza. Di proposito non avrei osato
commettere la debolezza di lasciarmi morire di fame. Ma dacchè la cosa era
avvenuta inavvertitamente, ero contento d'aver aiutato la natura e
l'esaltamento del dolore, nella loro opera di distruzione.
Dei giorni
che seguirono non ho idea chiara che ad intervalli. Quando, dopo molte ore di
svenimento o di delirio, ebbi un momento di risveglio e ti vidi accanto a me,
provai un vero sollievo.
La tua
presenza mi diceva che stavo male; che ero vicino al termine della mia tortura.
Doveva essere un caso disperato il mio, per averti indotto a lasciare tutti i
tuoi impegni per venire.
La morte
s'avvicinava, e provavo una specie di gloria nel dare così la mia vita in
olocausto all’onore dell’Eva, alla sua pace. Lo sforzo di tacere, di non
piangere, di non invocarla col grido della disperazione, lo facevo colla
voluttà del martire che si strazia per la sua fede.
Ma il tuo
cuore ha saputo trovare un rimedio eroico per farmi vivere.
Quando hai
aperto l'uscio della mia stanza, e, colla rassegnazione d'un uomo disperato,
hai introdotta l'Eva e l'hai lasciata sola con me, tutt'i miei propositi di
sacrificio e di morte sono svaniti.
Dacchè quella
donna era venuta, non era più una vita di sterili rimpianti che m'aspettava, ma
l’esistenza attiva, palpitante, creatrice dell'uomo amato che vive, opera,
lavora per un’altra esistenza legata alla sua; che ha sempre una gioia da
ricordare ed una gioia da sperare; che non conosce lo scoraggiamento o
l'indifferenza, perchè, nel bene e nel male, ha da sperare o da tremare per un essere
caro.
E dacchè tu,
il giusto inesorabile, me l’avevi condotta, avevi dunque compreso che il mio
sacrificio era superiore alle forze umane e agli umani doveri. Capivi e
perdonavi quell’amore irresistibile che lottava colla virtù, e non era vinto
che dalla morte.
Quando l'Eva
si curvò sul mio letto, e mi sollevò il capo amorosamente fra le sue braccia, e
mi chiamò il suo Augusto, e mi baciò, e mi carezzò la fronte come avrebbe fatto
una madre con un bambino malato, io rimasi immobile, ed accettai passivamente
le sue carezze.
Era una di
quelle gioie che prostrano, che magnetizzano. Mi sentivo amato, vedevo l'amore
nei suoi occhi, e lo contemplavo, paralizzato come un estatico nella
contemplazione del paradiso.
Non avevo la
forza di dire una parola.
Ad un tratto
la mia gioia si offuscò. Ebbi una visione mesta. Pensai che stavo per morire,
che mi avevano concesso di vederla per l'ultima volta. Ed in quel momento, dopo
quel ritorno improvviso alla speranza, l'idea della morte, che fino allora
m'aveva consolato, mi fece piangere.
Chinai il
capo sul braccio di lei, come per attaccarmele, per trattenerla, per
assicurarmi di poter morire così; e le mie lagrime caddero, e scivolarono con
un rumore lievissimo sulla manica del suo abito di seta.
La guardavo
negli occhi con tanta intensità, che leggevo le sue sensazioni; e credo d'aver
compresa in quel momento l'impressione di intenerimento doloroso ed
onnipotente, che produce sull'animo di una donna il veder piangere l’uomo che
ama.
Non c'è
ostacolo ch'ella non si senta capace di superare per quelle lagrime. Le dànno
la forza, l’audacia degli eroi, una fede sconfinata nella propria volontà, ed
una potenza proporzionata a quella fede. Le inspirano un tale fervore di carità
per consolare quel cuore che piange, che tutto quanto fa sotto
quell'impressione, — l’abbandono di sè che la degrada, l'adulterio che tradisce
una famiglia, perfino la colpa, il delitto, — non sono che uno slancio
d’amorosa pietà.
Accostò le
labbra al mio orecchio e, sfiorandolo lievemente, sussurrò:
— Augusto, mi
riconosci?
È strana la
memoria chiara che m'è rimasta di quella mia attonitaggine beata. Mi ricordo
l’esultanza indicibile che mi serpeggiò di dentro, ed il completo ed improvviso
oblio d'ogni presentimento di morte. Ebbi un sussulto al cuore di vera
esultanza, e se ne avessi avuta la forza, la mia gioia si sarebbe sfogata in
una convulsione di risa, tanto era puro e giulivo il sentimento che provavo.
Ma non ebbi
la forza di ridere, nè di parlare. Sorrisi appena, e misi tutta l'espressione
del mio amore, della mia felicità, della mia gratitudine in uno sguardo
insistente, appassionato.
E lei mi
comprese; e, parlandomi sempre colla dolcezza carezzevole che si usa coi bimbi
e coi malati, mi disse:
— Mi
riconosci? Mi ami? E sei contento di rivedermi? e guarirai, ora che sono
venuta, che ho sfidato ogni riguardo per te, per dirti che ti amo, che sono
tua, che voglio salvarti ad ogni costo? Dimmi, guarirai?
Feci uno
sforzo su me stesso per iscuotere l’inerzia di quella grande beatitudine
passiva, che si deliziava nell'ebbrezza di sentirsi felice, e stesi le braccia
verso di lei, ed ella posò la mia testa sul suo petto, carezzandomi i capelli,
e mormorando parole d’amore.
Quell'estasi
di gioia, che mi parve superiore ad ogni godimento umano, mi richiamò un'altra
volta la triste idea della morte, ed ebbi paura.
Debole
com'ero, mi sentivo venir meno per l'eccesso della commozione, e, tremando di
morire così, subito, tremando di perdere quella felicità appena l’avevo
assaporata, trovai l'energia di fare uno sforzo, che mi parve enorme, per dire
una parola.
— Parlami,
parlami ancora — susurrai. E reclinai il capo sul suo braccio, come un
fanciullo che aspetta la fola che lo farà addormentare dolcemente e popolerà i
suoi sogni di visioni fantastiche e belle.
Ma l'Eva capì
che non potevo addormentarmi alle sue parole; e, sedendo accanto al letto,
prese la mia mano nella sua e mi parlò a lungo sommesso, e mi disse la sua
storia viva d'amore, che doveva restituire la speranza al mio cuore, e
ridestare in me la fede e l'amore della vita.
Bisogna avere
la delicatezza di sensi che mi davano la malattia nervosa ed il mio stato di
debolezza, per poter sentire quel discorso come lo sentivo io. Ne colsi e ne
ritenni, non solo tutte le parole, ma le intonazioni di voce, l'accento
carezzevole con cui cominciò a parlarmi, e l’animarsi grado grado, fino
all’impeto della passione che erompe dal cuore.
— Oh! Augusto
— mi disse, — non lo sai che ti amo? Non lo senti? Non hai veduto quante volte
ho pianto per te? Perchè volevi abbandonarmi? Mi scrivevi del tuo sacrificio,
del tuo dolore. Ma al mio non pensavi? Credevi che ti bastasse allontanarti
perchè non fossi più turbata nella mia pace, e non pensassi più a te, e
continuassi a vivere come se tu non fossi mai esistito? Ingrato! Mi credevi
tanto egoista, mentre mi dicevi tu stesso che ti amavo? Ma che amore doveva
essere il mio per lasciare che tu mi isolassi da te? Per far dipendere il suo
essere o non essere dal vederti o non vederti?
— Se tu fossi
andato tanto lontano che non avessi più udito parlare di te, ti avrei amato
egualmente. Se tu fossi morto, avrei amato la tua memoria; e colla stessa
passione con cui t'amo ora, Augusto.
— Sei entrato
troppo addentro nella mia vita perchè l'uscirne possa dipendere da te solo. Hai
fatto più che entrarci, l'hai creata. Io non avevo una vita morale prima di
conoscerti; avevo sempre pensato a cose frivole. Sei stato tu che m'hai
rivelato un mondo più alto di quello materiale e sciocco in cui avevo vissuto.
La parte migliore del mio essere morale era la parte tua.
— Di giorno
in giorno, d'ora in ora, tu andavi insinuando nel mio cuore qualche cosa di
tuo. Era una dolce invasione. Mi ti rendevi necessario; sentivo sempre maggiore
il bisogno di consultarti, di farmi guidare da te. La mia debolezza aveva
bisogno della tua forza, la mia inesperienza del tuo consiglio. E la tua voce
mi risuonava ancora all'orecchio quando ripensavo le tue massime, ed era la
parte più convincente di quelle verità.
— Sentii
d’amarti, e che tutte le mie aspirazioni erano rivolte a te. M'accorsi che non
uscivi più dal mio pensiero, che quando eri lontano m’invadeva una grande
tristezza ed una noia irosa della mia posizione. Mi sentii tua, e l’espansione
e l'intimità di mio marito, mi parvero un'offesa fatta a te.
— Volli
rimanere in campagna per fuggirti. Ma Massimo ti fece venire lassù, e ci riunì,
nell’isolamento e nella comunanza delle idee e dei propositi che avevo imparati
da te. Credevo di nasconderti il mio amore, ma vedevo il tuo che mi turbava.
— Alle volte,
quando mi sentivo profondamente infelice e colpevole, ed il rimorso mi gonfiava
il cuore, pensavo di dirti tutto, di domandarti aiuto e consiglio contro me
stessa, contro noi, contro la passione che mi dominava.
— Ma appena
t'avevo rivolta la parola, vedevo il tuo occhio addolorato che mi guardava
coll’avidità ardente d'un lungo desiderio, sentivo la tua mano tremare nella
mia, ti vedevo eccitato e commosso, e capivo che, una volta rotto il silenzio
che ci teneva forzatamente divisi, la confessione stessa ci avrebbe gettati
nelle braccia l'uno dell'altra.
— Quella
mattina che ti trovai addormentato in giardino, pallido, abbattuto, prima di
mandare la Marichita
a svegliarti, avevo pianto ripensando le tue angoscie di quella notte. E quando
tu l'hai abbracciata tremando e mormorando il mio nome, o Augusto, ho invidiato
quel bacio, sono stata gelosa di mia figlia, d'una bambina, e sono fuggita
perchè se fossi rimasta un momento di più, mi sarei gettata in ginocchio
accanto a te, t'avrei confessato che ti amavo con tutta la veemenza del mio
primo ed unico amore, ed avrei invocato la debolezza del tuo cuore contro la
forza del tuo carattere, per combattere la virtù in nome della passione.
— Oh Augusto!
Ero colpevole; ero indignata contro me stessa e contro te. Mi sentivo avvilita
dinanzi alla nobile fiducia di Massimo, ed alla calma serena di mia figlia. Mi
sentivo inferiore a tutti e due e non avevo la forza di rialzarmi.
— Ed ho
lottato fino all’ultimo; vedi come mi sono fatta pallida e magra? Soffrivo del
tuo abbandono, come non avevo saputo mai che si potesse soffrire. Ma, finchè ti
credevo rassegnato, accettavo la tua decisione come si accetta il martirio; e
mi sarei lasciata morir di languore senza ribellarmi. Mi pareva il solo modo di
conciliare i miei sentimenti col mio dovere.
— Ma quando
seppi che eri ammalato, che morivi, doveri, rassegnazione, rimorso, tutto fu
vinto dall'amore di te e dalla smania di salvarti. E sono venuta malgrado il
mondo, malgrado i miei legami di moglie e di madre.
— Sento gli
affetti che rinnego, e piango sopra i cuori che addoloro. Ma accetto la
responsabilità e le conseguenze d'una passione più forte di me, e sopratutto
più forte di te stesso. Avremo questa colpa sola sull'anima, e consacreremo
tutta la vita a fare del bene per espiarla.
— Oh giurami
che vivrai per me e con me, e che nessun proposito eroico, nessun consiglio,
nessun dovere potrà più farti rinunciare a me, e ripiombarti nella
disperazione.
S'era animata
man mano che parlava, e mi stringeva la mano con eccitazione febbrile, e
sentivo sulle mie guance cadere le sue lagrime.
Era più bella
che nessun pittore abbia mai sognata la bellezza. Essi la ritraggono
nell'immobilità e nella calma; ma la donna è come il cielo, come il mare, che
rivelano bellezze ignorate e meravigliose nell'agitarsi delle tempeste.
Colla sua
previdente bontà di donna, aveva pensato a confortarmi tratto tratto mentre
parlava, con un sorso di cordiale o di brodo. E, più che tutto, la gioia mi
aveva rianimato.
Potei stringerla
anch'io un momento al cuore, potei baciare le sue mani, potei giurarle di
reagire contro il male, di curarmi, di vivere per amarla. Per che altro avrei
potuto vivere, se non per amarla?
E,
coll'amore, e col desiderio della vita, mi tornarono le forze; e d'allora
cominciai a ricuperare la salute, e ieri, quando uscivi dalla mia povera
stanza, lasciandoci il vuoto, ed il desiderio di te, e la cara memoria delle
tue cure d'amico, mi sentivo guarito.
Ho giurato di
vivere per lei; ma nè lei nè io potremmo accettare la parte ignobile
d'un'esistenza in tre, col marito fra noi, nascondendo ipocritamente la viltà
dell'adulterio sotto l'apparenza dell'amicizia, violando ogni giorno
l'ospitalità, ricambiando la fiducia d'un uomo leale coll’inganno necessariamente
ripetuto, arrossendo a tutte le ore sotto lo sguardo innocente della sua
bambina.
Nelle lunghe
lettere che ci siamo scambiate dopo quella visita cara, abbiamo esaminata e
discussa la nostra posizione, ed abbiamo risoluto come dovevano risolvere due anime
deboli, ma leali. Non ci piegheremo a finzioni ed intrighi.
Legati
fatalmente da un amore più forte d'ogni considerazione o dovere, lasceremo la
società, la famiglia con cui ci sentiamo in disaccordo; saremo felici contro
tutte le leggi umane, ma non inganneremo nessuno.
Io, — questo
particolare lo dico a te solo per rassicurarti sulla nostra esistenza
materiale, — mi sono rassegnato ad accettare la transazione che m'aveva
proposto il Bonomi per quel credito ultimo del povero Marco. Finchè ero solo,
avevo preferito rinunciare a tutto, e vivere nella miseria, che transigere; ma
non potrei certo tollerare che l'Eva dovesse partire dalla sua casa con del
denaro. Ho accettato il dieci per cento, ed ho sottoscritta la ricevuta del
capitale. Con cinquemila lire, potremo vivere parecchi mesi; ed intanto io
penserò a guadagnare la nostra vita per l'avvenire.
Questa sera
partirò per Lugano, e domani lei mi raggiungerà. Lascerà la sua casa, le sue
ricchezze, i suoi affetti, per seguirmi in qualche paese alpestre della
Svizzera, dove vivremo isolati, e dove il biasimo del mondo non potrà
raggiungerci.
Sarà soltanto
dopo aver detto a suo marito la verità, dopo aver troncato con quella
confessione dolorosa ogni rapporto con lui, quando non sarà più nè un marito
per lei, nè un amico per me che questa donna amata consentirà ad essere mia, a
consacrare a me l'indipendenza, che, agli occhi del mondo, avrà riacquistata a
prezzo del suo onore.
Ed io l'amerò
e l’onorerò tanto, che forse riescirò a vincere i suoi rimorsi. L’amerò più di
quanto avrei amata una giovinetta che non avesse fatto nessun sacrificio per
me, che nell'amarmi avesse trovato soltanto una gioia senza contrasti, e per
sua maggior sicurezza, l’avesse fatta legalizzare dal contratto nuziale e dalla
benedizione del prete.
L'Eva non ha
amato mai; è questo il suo primo amore. E, perchè si è data inconsapevole ad un
uomo che non amava, quando le passioni non si erano ancora risvegliate in lei,
non potrà più redimersi il giorno in cui sente l'attrazione potente d'un primo
e vero amore?
Che diritto
ha più di me quel Malvezzi per dirla sua? Che cosa ha fatto per lei? L'ha
sposata; ecco tutto.
Ma io ho
passato i giorni e le notti in un'angoscia vicina alla pazzia. Ho sostenuto
lotte acerbe contro me stesso, e ne ho sofferto come una vittima alla tortura.
L'ho veduta vivere nell’intimità con un marito, l'ho udita dargli del tu, ho
veduta l’espansione dei loro saluti, il loro bacio, ed ho divorato in silenzio
la mia gelosia fremente. Ed ora lascio il mio paese, le prime speranze della
mia arte, accetto un’esistenza proscritta ed oscura, il lavoro quotidiano per
il pane quotidiano.
Che cosa
possono essere i diritti di quel ricco banchiere, al confronto di questi?
Domani pranzerà solo, ma
avrà una figlia per consolarlo dell'abbandono della moglie; avrà la
commiserazione di tutta la gente ammodo; e, se gli piace un po’ di vendetta,
potrà centellinarla giorno per giorno fino all'estinzione della memoria, nel
biasimo implacabile che scaglierà contro di noi la gente timorata di Dio.
Egli avrà per
sè la giustizia della legge; noi avremo la poesia della passione; e ripenseremo
la vecchia storia di Cristo, che ha perdonata la Maddalena, e non ci
crederemo colpevoli. Abbiamo lottato abbastanza; e se le nostre forze riunite
non hanno potuto vincere il nostro amore, vuol dire che la natura, che Dio, ci
avevano creati per essere uniti.
Tu, che hai
una morale larga e clemente, potrai tu credere che valgano più dell’attrazione
imperiosa della natura, le parole convenzionali dette dal sindaco per
congiungere un uomo quasi vecchio ad una donna giovane, un uomo positivo e
pratico ad una fanciulla immaginosa ed entusiasta, un uomo stanco e disilluso
ad una giovinetta che non ha provato ancora i primi turbamenti dell'amore?
Se sei
giusto, devi riconoscere che la parte affettiva ha pure i suoi diritti. Perchè
mai questa donna dal cuore appassionato sarebbe condannata a vivere senz'amare?
Perchè mi ha conosciuto troppo tardi? Cosa vuol dire troppo tardi? Vuol
dire quando un vincolo legale la univa ad un altro uomo? Ma che cos'è questa
legalità, al confronto della passione?
No, Leo; io
non sento alcun rimorso. Il bene che mi ha fatto il Malvezzi è ben poca cosa,
comparato al male che mi ha fatto, togliendomi questa donna che era creata per
me. Senza di lui, io l'avrei trovata libera ed avrei potuto consacrare la mia
vita alla sua felicità senza farla arrossire. No; non gli devo nulla. Rinuncio
alla rappresentazione del Re Lear per non accettare il suo aiuto. Ed il
rossore ed i rimorsi della mia Eva, ricadranno sopra di lui, che le ha creato
un vincolo freddamente legale.
Al momento di
stringermi al cuore per sempre questa donna che amo, posso pensare al nostro
giuramento senza rimorso.
Se avessi
persistito a rinunciare a lei, non avrei sacrificato me solo, ma anche lei che
mi amava. Dimmi, Leo, è possibile che fosse mio dovere condannare una donna ad
essere infelice e senza amore per tutta la vita? Se questo era il mio dovere,
ebbene, manco audacemente al dovere, lo rinnego perchè non è umano; è come il dovere
fittizio che si creano i frati, di spegnere nel loro cuore tutt'i sentimenti
che ci ha inspirati la natura, e che sono l’essenza e la poesia della vita.
Il nostro
amore, purificato dalle lotte e dai dolori, non può macchiarci che agli occhi
della gente formalista e gretta; ma ha in sè tanto merito di sacrificio e tanto
proposito di espiazione, che lo innalza al grado di una virtù. È come certi
punti oscuri sulla vastità del cielo, che agli ignoranti sembrano macchie, ma
all'occhio illuminato dell'astronomo sono corpi celesti.
Augusto.
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