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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XXVIII.   Leonardo ad Augusto.
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XXVIII.

 

Leonardo ad Augusto.

 

Ti scrivo da Milano. La tua lettera mi pose l'inferno nel cuore. Ero stato io che per salvarti t’avevo serbato a quest'infamia. Il pensiero di quell’uomo onesto e generoso che avevi tradito, mi faceva fremere. L'avevo veduto durante la tua malattia venire assiduamente a prendere notizie di te e ad offrire i suoi servigi.

Spedii subito da Genova un telegramma alla signora Malvezzi, pregandola di aspettarmi prima di risolvere nulla. Poi partii col primo treno, e rifeci la strada che avevo percorsa due giorni prima, credendo di lasciarti guarito e tranquillo.

Appena giunto a Milano corsi a casa Malvezzi. Mi dissero che la signora era partita fin dal mattino, perchè suo padre è ammalato in campagna.

Seppi più tardi che il marito aveva trovato questa ingenua bugia, per salvare la dignità della moglie. E l'aveva detta con tanto coraggio che i servitori ci avevano creduto.

Quanto a me, capii subito che il mio telegramma era giunto troppo tardi. Domandai di vedere il Malvezzi, e lo trovai nella camera della sua bambina che era stata presa dalla rosolia.

Era ancora in abito da camera, come era uscito dalla sua stanza la mattina, quando l’aveva sorpreso quella dolorosa notizia. Era seduto presso una piccola tavola colla lettera di sua moglie ed il mio telegramma aperti davanti. Accanto a lui la bambina dormicchiava un sonno agitato nel suo lettino, tutta accesa in volto dalle espulsioni e dalla febbre.

Il padre profittava di quel momento di sonno per rileggere, chi sa dopo quante volte, la lettera dell'Eva. Era pallido; sembrava invecchiato di dieci anni. Non aveva cravatta, non s'era pettinato. Probabilmente non aveva mangiato in tutto il giorno. Era evidente che s'era abbandonato al più assoluto oblio di , sotto il peso di quell'immenso dolore, a cui la sua cieca fiducia l'aveva lasciato completamente impreparato. Appena mi vide, scosse il capo dolorosamente, e le lagrime gli scorsero abbondanti giù per le guance. Mi mostrò il dispaccio e disse:

— Non è giunto in tempo. — Accennò con un atto desolato un uscio che doveva essere quello della camera di sua moglie, fece per dire qualche cosa; ma un singhiozzo violento gli troncò la voce in gola; si coperse il volto colle mani, e pianse, senza ritegno, senza falsa vergogna.

Appena potè parlare mi disse:

— E questa povera bambina che s'è ammalata giusto oggi; e vuole la mamma e si cruccia; e mi fa dire mille storie e poi non le crede! Viveva sempre con lei; ha tutta la sua nervosità e la sua intelligenza; pare che indovini...

Ero profondamente commosso da quella situazione terribile, da quel grande dolore. Non sapevo cosa dirgli. Mi sentivo colpevole anch'io della vostra colpa, ed afflitto della sua afflizione.

Gli domandai della bimba; se c'era stato il medico.

— Sì. Dice che non è grave: è la rosolia; purchè stesse tranquilla e riparata, sarebbe presto guarita; ma si cruccia, si agita, si impaurisce di non vedere la mamma... non so più cosa dirle...

E tornando col pensiero alla moglie lontana, ed accennando la sua lettera aperta, riprese:

— Dice che ha dovuto farlo perchè egli l'amava e sarebbe morto. Ma, ed io non l'amavo come la gioia della mia casa? come l’anima della mia vita? come la cosa più cara che avessi al mondo? Non li amavo tutti e due, come fossero miei figli? Ma io sono vecchio, sono un banchiere; che importa che io viva o muoia? Chi ci crede all'amore degli uomini d'affari? Se morirò, m'avrà pigliato un accidente. Ma lui, l'artista giovane, povero, interessante, lui fa piangere se dice che muore d'amore. E si lascia la casa, il marito solitario, la bambina orfana, la prosa della vita, per consolare il suo poetico dolore. Ed avevo tanta fede in lui! E lo chiamavo amico!

In quella la bambina si svegliò, balzò a sedere sul letto, tutta rossa e febbricitante, e vedendo il volto del padre inondato di lagrime, si abbandonò alle sue paure con le espressioni più smodate.

— Ah, babbo! vedi bene che m'hai detto la bugia, che la mamma non verrà più, che è morta! Io non vedrò più la mia mamma cara, la nostra gioia; io voglio morire per andare con lei.

E si dibatteva in una convulsione di pianto, ed a tutte le nostre persuasioni rispondeva:

— La mamma non abbandonerebbe la sua bimba malata se fosse viva; e se il babbo piange è parche è morta, e l'hanno messa sotterra al freddo. Io voglio morire; i bambini non possono stare al mondo senza la loro mamma; voglio morire, voglio morire! Nell'azzurro del cielo le mamme stanno coi loro bambini.

Senti, bimba, le rispose il padre, parlandole con serietà come fosse una donna, ti giuro che la mamma sta bene. È andata a vedere il nonno che è ammalato.

— Anch'io sono ammalata. Vuol più bene al nonno che a me.

— No, cara. Ma lui sta male.

— Anch'io sto male; e la mamma non deve voler bene a nessuno più che alla sua bambina...

Era una scena penosa in cui la piccola ammalata si eccitava tanto, da far temere che le prendesse il delirio.

Poco dopo venne il medico, e le trovò la febbre più gagliarda. Raccomandò la calma, e di tenerla ben coperta. Disse che se continuava a dibattersi così egli non rispondeva di nulla: poi rivolgendosi al Malvezzi coll'aria di rimproverargli una trascuratezza gli disse:

— Mio caro, con queste espulsioni non si scherza. Fa un telegramma a tua moglie; che diamine! Dovresti già averlo fatto. La bambina è delicata.

E se ne andò sbattendo l'uscio.

Il povero Malvezzi si cacciò le mani nei capelli, e si buttò piangente sul letto della bambina; ed io, dinanzi a quel padre disperato, mi pentii amaramente di non averti lasciato morire.

 

Leonardo.




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