XXIX.
Augusto a Leonardo.
Sono solo a
Lugano come ero solo a Milano due giorni fa; come sarò solo tutta la vita. L'Eva
è partita; io partirò domani.
Hai ragione;
avresti dovuto lasciarmi morire. Ho creato tante sventure, ho fatto tanto male
colla mia passione disgraziata! Ho distrutta la felicità di tre anime, senza
trovare la mia.
Fu un sogno
di cielo; ma il risveglio fu una rovina. Penso la caduta di Lucifero dal
paradiso; quel precipitare vertiginoso dalle somme altezze in una oscurità
gelida, profonda, infinita; e riconosco la mia caduta. Come lui, mi sono
ribellato per aspirare a gioie divine; ed ho trovato il nulla.
Ero
profondamente triste quando partii da Milano.
Tutto
contribuiva a conciliare la malinconia. Erano soltanto le sei e mezzo, ed era
già buio come a sera inoltrata. Cominciavano appena ad accendere il gas.
Piovigginava, e le strade umide avevano anch'esse una tinta cupa che aumentava
l’oscurità.
Allo scalo
c'erano pochi viaggiatori, e mi trovai a viaggiare in un compartimento da solo.
Guardava dallo sportello la campagna buia, la pioggia che mi sferzava il viso,
la nebbia che imbiancava leggermente l’oscurità fredda della notte, e mi pareva
che tutte quelle cose penose, fossero fatte apposta per opporsi alle mie
speranze, e mi sembrava impossibile che l’Eva dovesse traversare tanta
tristezza per venire a me.
L’avevo
sempre veduta circondata non solo dagli agi della vita, ma da tutti i
raffinamenti del lusso. Pensavo i suoi piedini delicati, le calzette color di
rosa, le scarpine ricamate; e non potevo figurarmeli sul fango delle strade.
Dicevo fra me:
— Ci saranno
delle carrozze alla stazione di Lugano?
Ma le vedevo
sfilare quelle carrozzelle sgangherate delle stazioni di provincia, a cui si
rialza il mantice ed il parafango, ed intanto la pioggia entra di sbieco e
inonda il grembo ai viaggiatori.
Ero
smisuratamente contristato da quelle piccole miserie; e mi pareva che lei
dovesse fare una colpa a me di quei disagi, che dovesse disprezzarmi in causa
delle trivialità a cui le toccherebbe di discendere per causa mia.
Tratto tratto
pensavo al nostro amore; alla gioia di ritrovarci; di essere uniti, liberi, felici;
di poterci parlare a cuore aperto, di confondere le nostre esistenze. Mi
provavo a dire noi, la nostra casa; associavo quel pronome
plurale, che ci riassumeva in una sola personalità, a tutte le piccole
abitudini che costituiscono la vita di famiglia; l’uscire il rientrare, il far
compere, il pranzare, il coricarsi. Divagavo in una scena d’amore; dell’amore
calmo e soave della gente libera, e poi mi irritavo di non sentirmi agitato
dalla tempesta di passione, che poche settimane prima mi aveva condotto quasi
alla morte. E mi eccitavo col pensiero del passato, ed allora provavo dei
momenti d'ebbrezza folle.
Giunsi a
Chiasso alle nove di sera. A quell’ora la vita giornaliera è finita; quei
provinciali morigerati erano tutti tappati in casa. Le stradelle erano deserte
e buie; appena, tratto tratto, qualche lume ad olio, fumoso tra la nebbia,
stringeva il cuore, ricordando le lampade del cimitero. Il mondo non mi era mai
sembrato così savio e ragionevole, come in quel contrasto con la mia posizione
romanzesca.
La notte non
fu allegra. Mi coricai in una stanza d'albergo, dove l'unica finestra non aveva
gelosie; i mobili esalavano quell'odore di chiuso delle stanze che non sono
arieggiate ogni giorno; e, sullo stipo, una madonna di cera scolorita, non
aveva più occhi per piangere sopra un mozzicone di Cristo, a cui il tempo, più
barbaro della Passione, aveva amputato una gamba ed il capo, sugli avanzi
scrostati delle ginocchia materne.
La pioggia
batteva sempre sui vetri, e mi sentivo a disagio con quel solo riparo
trasparente fra me e l'oscurità esterna, che sembrava guardarmi col suo
sterminato occhio nero, traverso la finestra.
Mi agitai
tutta la notte in una veglia affannosa. Mi figuravo la camera elegante
dell'Eva, i tappeti, le poltroncine, l’ambiente tepido e profumato, e mi
vergognavo confrontandoli con quella mia spelonca, come se avessi una certezza
irrevocabile di doverci passare il resto de’ miei giorni.
E poi
pensavo:
— È mai
possibile che una dama elegante, che ha della servitù numerosa, una famiglia
affezionata, possa uscire di casa alle sei del mattino, con una valigia grande
o piccola, senza far maravigliare la cameriera, il portinaio, senza che tutta
la casa si desti per lo stupore?
Appena le vetrate
verdognole cominciarono a rischiararsi, balzai dal letto ed uscii fuori nel
gelo d’un’alba grigia. La pioggia era cessata, ma le straducole erano fangose,
ed i pochi alberi che vedevo tratto tratto, erano mezzi sfrondati, e le poche
foglie rimaste, piegate languidamente in giù, avevano una goccia alla punta,
che s’allungava, poi cadeva lenta come una lagrima sulle foglie secche che
giacevano per terra.
Era una scena
squallida che assiderava. Desideravo un bel raggio di sole collo stesso ardore
con cui desideravo l'Eva. Mi pareva che il sole, la luce, la letizia del cielo,
un bell'estate di San Martino, fossero indispensabili per indurla a quel
viaggio di amore.
Man mano che
l’ora avanzava, si aprivano le botteguccie puzzolenti di commestibili, ed i bottegai
uscivano sulla soglia stirandosi le membra e scambiando qualche parola
inconcludente o triviale. Incontravo qualche contadino, qualche donna che
s'avviava alla chiesa; mi guardavano come un oggetto strano, e se n’andavano.
Presi la via
di Como. Avevo bisogno d’un paesaggio più grandioso, il lago, i monti, la
poesia del cielo e della terra, per rialzarmi da quell'abbattimento, per
sentirmi degno della donna che amavo, e che lasciava una vita di lusso, di
pace, di affezioni, di omaggi, per condividere con me un'unica gioia d’amore.
Ed a misura
che scendevo ad incontrarla, e l’ora del suo arrivo s’avvicinava, mi stringeva
il cuore il pensiero pauroso di non vederla, di rimanere là solo dinanzi ad un
convoglio che m’avesse condotto soltanto degli ignoti, solo col timore che non
venisse più, che si fosse pentita, che volesse sfuggirmi per sempre ed
abbandonarmi col mio amore insoddisfatto e doloroso, dinanzi al problema
dell’avvenire.
E, nell’ansia
di quel dubbio, dimenticavo tutte le miserie piccole di cui m’ero crucciato;
non vedevo che l’Eva, non pensavo che a lei; tutte le mie audacie e le mie
debolezze pazze tornavano a ridestarsi e ad avvicendarsi nel mio cuore.
Che
m’importava più del paese e del grado di eleganza o di corfort che
potrebbe offrirci la locanda? Eravamo giovani ed innamorati; il nostro amore
avrebbe abbellita la tristezza d’un deserto.
Mi figuravo
che, al primo vedermi, la mia bella donna dovesse stendermi le braccia, balzare
dalla carrozza incontro a me come incontro ad uno sposo, baciarmi alla presenza
di tutti, raddoppiare la mia gioia con lo sfogo della sua felicità.
Finalmente
udii il fischio della macchina, poi il rombare pesante e cupo in lontananza,
poi il rombare più forte, più forte, poi lo sbuffare affannoso degli stantuffi,
tutti quei rumori che annunciano ancora ed ancora l’arrivo, e tengono l'animo
sospeso, ed eccitano l’impazienza fino alla rabbia.
Quando Dio
volle, il convoglio si fermò. Mi posi a guardare nelle carrozze con un tal
batticuore, una agitazione così grande, che urtavo le persone, vacillavo, mi
reggevo male.
Avevo quasi
perduta la speranza, quando, dallo sportello aperto dell’ultima carrozza, vidi
un piedino calzato d’uno stivalino color di bronzo a ricami neri ed il fondo
d’una gonna color marrone. Conoscevo quell'abito corto ed indovinavo il piede
che si nascondeva in quel serio stivalino da viaggio.
Eravamo
d’accordo di trovarci soltanto a Chiasso, e l’Eva se ne stava là
rincantucciata, senza sporgere il capo, aspettando di ripartire.
Mi mancava il
coraggio di affacciarmi a quella carrozza. Vedevo l’Eva, e mi pareva
impossibile che proprio fesse venuta per me. Tremavo che avesse a sdegnarsi di
questa supposizione come d’un’ingiuria.
M'era bastato
di vedere la punta del suo stivalino, per comprendere che non si getterebbe
nelle mie braccia come avevo sognato, che io non oserei attirarcela, che
avevamo ancora una grande barriera di riserbo da vincere.
Mi accostai
pian piano; salii sul predellino della carrozza senza dir nulla, a costo di
spaventarla. Ella non alzò gli occhi a guardarmi in viso. Mi credette un
viaggiatore che volesse entrare, e si scansò un pochino per farmi posto. Allora
le dissi a bassa voce:
— Eva!
Si scosse; si
fece tutta rossa; e poi, porgendomi la mano come avrebbe fatto con un
conoscente che avesse incontrato per caso, disse:
— Oh,
maestro! come va?
Il convoglio
stava per moversi; non ebbi tempo di esitare dell’altro, e dovetti spiegarmi:
— Sono venuto
fin qui ad incontrarla, perchè Chiasso è triste ed inospitale.
— Non c’è
punto chiasso allora? — disse l’Eva, cercando di darsi un’aria disinvolta.
— No —
risposi seriamente. — E m’è sembrato che sarebbe meglio prendere il lago,
andare fino a Menaggio, in battello, e da Menaggio partire per Lugano in
carrozza.
Arrossì di
nuovo, si alzò senza rispondermi, s’affaccendò a prendere la borsa e
l’ombrello; io le pigliai tutto, l'aiutai a scendere e le domandai:
— Avete
bagaglio?
Rispose di
sì; mi porse la ricevuta, ed io la lasciai un momento per correre a reclamare
la sua roba prima che il convoglio ripartisse.
Mi
consegnarono una piccola valigia. Tornai con essa a riprendere l'Eva, e ci
affrettammo al battello.
Tutte queste
preoccupazioni pressanti e triviali ci aiutarono a dissimulare il nostro
turbamento.
Sul battello
tirava un'aria frizzante ed umida, e dovetti far discendere l’Eva in coperta.
Chiusi le finestre, la feci sedere comodamente, le avvolsi uno scialle intorno
alla vita, le misi uno sgabello ai piedi, le offersi un caffè che non volle
accettare. Ma, esauriti questi pretesti per darmi d’attorno, per non alludere
alle circostanze che ci riunivano, dovetti pur finire per sederle accanto. Fin
allora non ci eravamo scambiate che le parole necessarie:
— Volete
appoggiarvi?
— No, grazie.
— Avete
freddo?
— Un poco.
ecc. ecc.
Ma non avevo cessato
di contemplarla. Avevo profittato del suo tener gli occhi bassi, per carezzare
il suo volto e tutta la sua persona bella, col mio sguardo innamorato. Quel
costume corto ed attillato le dava l’aria d’una giovinetta. La sua confusione,
l’emozione che si tradiva in tutti i suoi atti, nel tremito delle mani, nella
voce oscillante e velata, la rendevano attraente.
Mi pareva di
conoscerla meno; trovavo qualche cosa di misterioso in lei; aveva ripresa tutta
la sua timidezza di fanciulla; ed io mi facevo l’illusione che fosse realmente
la mia sposa, e che cominciassimo il nostro viaggio di nozze.
Le presi una
mano, e la strinsi nelle mie, mettendo in quella stretta tutta l’effusione del
mio amore e della mia gratitudine. Ma la manina inguantata rimase passiva, ed
appena potè farlo senza violenza, fuggì dalle mie che la tenevano imprigionata.
— Oh Eva — le
dissi, — dopo tanto tempo e tante ansietà, non volete neppure che vi stringa la
mano? Siamo qui soli.
— Avevate
bisogno d’essere solo con me, per ricordarvi di stringermi la mano? — mi
rispose; e la sua voce era commossa.
— Perchè mi
dite questo? — domandai. — Vi ho fatto qualche dispiacere?
— Che!
tutt’altro. Vi siete occupato di ritirar la valigia, di portarla, ed anche di
offrirmi il braccio, mi pare; che cosa posso pretendere di più? — Ed un
singhiozzo le strozzò la voce in gola, e si mise a piangere.
Allora tutto
il delirio di passione che mi aveva invaso accanto a lei quand’eravamo in
campagna e non potevo parlarle, mi si ridestò più impetuoso nel cervello. Mi
gittai in ginocchio, e le dissi tutte le angoscie di quella notte, le paure di
non vederla arrivare, la timidezza che m’aveva colto al riconoscerla, le mie
esitazioni puerili, il rimorso che mi pungeva per il sacrificio che le avevo
imposto.
Anch’io ero
profondamente commosso. Sentivo salirmi il pianto agli occhi; chinai il capo
sulle sue ginocchia, e piansi con lei. E lei, intenerita dal mio dolore, mi
posò pian piano una mano sui capelli. A quella dolce carezza la mia timidezza
svanì, la strinsi nelle mie braccia, me la serrai con passione al cuore, e
confondemmo le nostre lagrime in un bacio d’immenso amore. E provammo un
momento di quella dolcezza infinita dei cuori giovani ed innamorati, in cui ci
parve di essere soli al mondo, e che nulla potesse più turbare la nostra
felicità, dacchè ci eravamo riuniti, e ci amavamo.
Ci
raccontammo la storia delle nostre anime; dagli slanci impetuosi di passione
che ci avevano trascinati, fino alle puerilità di un momento di dubbio per un
saluto mancato. Fu un seguito di confidenze che ci strinsero maggiormente l’uno
all'altra, e ci rasserenarono colla certezza d’essere amati.
Era sorto un
pallido sole d’autunno. Salimmo sul ponte, e là, seduti uno accanto all’altra,
colla mano nella mano, rabbrividendo insieme ad ogni soffio di vento che ci
sferzava, coperti tutte e due col medesimo scialle, contemplando insieme quella
scena tristamente bella, ci facevamo l'illusione d'essere sposi, dimenticavamo
il passato, accomunavamo le nostre esistenze.
Quando
sedemmo a tavola a Menaggio pel nostro primo pranzo nuziale, avevamo ritrovata
tutta l’ilarità perduta; c'era sempre una certa esitazione nello sguardo
dell'Eva; ma, appunto per nasconderla, si mostrava giuliva, ed io pure ero
preso da un buon umore verboso. Ed ingannavamo noi stessi; ed eravamo felici.
Cominciava ad
imbrunire quando salimmo in carrozza per andare a Lugano. Il sole era scomparso
colla sua luce consolante; il lago dall'aspetto calmo e sereno era rimasto
dietro a noi. Tornarono la nebbia e l’oscurità, e nella solennità di quel
paesaggio montuoso, sentimmo la malinconia invaderci il cuore. Ma era una
sofferenza comune che ci ravvicinava ancora più. Ed era così ardente l'amore
lungamente represso nei nostri cuori, avevamo un tale arretrato d’espansione e
di desideri, che dimenticammo le anime affettuose che avevamo straziate, i mali
che avevamo seminati dietro a noi, in una di quelle estasi inebbrianti, che
rimangono come un punto luminoso nella tristezza del risveglio e
dell’espiazione, e bastano sole a fare che la più deserta, la più combattuta
delle esistenze non sia del tutto infelice.
Ma furono
poche ore. Dal tramonto all'alba avevamo esaurita la nostra parte di felicità.
Il sole, che era tramontato sulle nostre fronti ardenti e meste, ci trovò al
risorgere colpevoli, puniti, e più disgraziati di prima.
M’ero alzato
presto, ed ero uscito lasciando l’Eva oppressa da un sonno agitato. Mi pareva
che dovesse trovarsi meglio svegliandosi sola. Io pure avevo bisogno d’esser
solo con me stesso; io pure ero agitatissimo. Cessato il delirio dell'amore
combattuto, mi si era ridestato nell'anima quel profondo scontento di me, che
mi aveva turbato il giorno innanzi. La mia felicità aveva qualche cosa
d’incompleto. Mi mancava la gioia di sentirmi felice.
Era una
contentezza che non mi inspirava fiducia. Mi sembrava inverosimile. Mi bastava
di distrarne il pensiero un momento, perchè mi venisse il dubbio che fosse
stato un sogno.
E l’idea che
avrebbe potuto svanire come un sogno, mi sgomentava, mi desolava, ma non mi
suscitava in cuore le ribellioni energiche di un uomo che vuol difendere e
conservare ad ogni costo la sua illusione. Non facevo voti perchè
quell’illusione non si dileguasse. Avevo un desiderio strano, latente,
inesplicato a me stesso, che l’Eva non fosse venuta. Che quelle ore d’ebbrezza
celeste si fossero potute cancellare dalla mia vita. E tuttavia sentivo che, se
fosse stato così, mi sarei trovato infelicissimo; ma la mia coscienza anelava a
quell'infelicità.
Vagai
lungamente sulla riva di quel lago di Lugano deserto e mesto come un cimitero,
piangendo in cuore di non essere morto del grande e nobile dolore che aveva
minacciata la mia vita.
Ma dovevo
nascondere all’Eva quei pensieri crucciosi. Mi aveva fatto un sacrificio
enorme; sarei stato mostruosamente ingrato, se le avessi lasciato comprendere
che non ero pienamente felice.
Omai eravamo
necessari l'uno all’altra; guai se ci fosse mancato il conforto di quell’amore.
Avevamo bisogno di ravvivare a tutte le ore la passione che ci aveva acciecati,
per acciecarci ancora.
Ripensai la
mia bella donna che dormiva, agitata forse dalle stesse pene che mi turbavano;
o tornai frettoloso all'albergo per consolarla colle mie carezze.
Prima che
salissi le scale mi consegnarono la tua lettera. Ebbi un palpito di gratitudine
al riconoscere il tuo carattere. Mi premeva immensamente di sentire il tuo
giudizio severo, di sapere se potevo ancora sperare nella tua amicizia, o se mi
disprezzavi tanto da abbandonarmi. Ma in quel momento l'Eva mi stava a cuore
anche più di te. L'avevo lasciata addormentata; doveva essere inquieta della
mia lunga assenza. Tu non puoi immaginare che cure paterne, che tenere ansietà
inspiri ad un uomo la donna amata, quando la sente abbandonata interamente a
lui, e sa che dipende da lui il renderla felice o disgraziata, ed accetta e
comprende la responsabilità d’ogni sua lagrima.
La trovai
seduta nel vano della finestra, con un bell'abito da mattina di lana bianca,
che le si drappeggiava intorno come un peplo. Mi ricordò la prima volta che
l'avevo veduta, quando usciva dal bagno ammantata tragicamente nel suo
lenzuolo. Ma allora era allegra come una collegiale; si divertiva
fanciullescamente di quel travestimento, e recitava a sè stessa un dramma, e lo
studiava, e si esaltava di quel mondo di poesia e di quel linguaggio in versi.
Ora invece
aveva un'immobilità inerte: e dai suoi occhi gonfi, vidi che aveva pianto.
— Eva, hai
pianto perchè t'ho lasciata sola? — le domandai commosso.
— No — mi
rispose senza scuotersi.
— Allora, che
cos'hai? perchè ti affliggi?
— Non so; non
mi affliggo. È qualche cosa di melanconico che sento in me e che ha bisogno di
sfogarsi col pianto. No, lasciami, non abbracciarmi.
— Non sei
contenta? — le domandai mortificato di vedermi respinto.
— Sì, sono
contenta. Ma è una contentezza mesta. Non lo sai che si piange di gioia come di
dolore?
— Sì, ma tu
non piangi di gioia — insistetti ancora. — Dimmi, cos'hai
Mi respinse
un'altra volta, e mi disse quasi infastidita:
— Nulla,
lasciami.
Mi allontanai
e mi posi a leggere la tua lettera pensando:
— Se Leo mi
perdona, tutto passerà; e nella mia gioia troverò l'inspirazione per consolare
anche lei. Invece lessi la tua condanna severa: Mi pentii di non averti
lasciato morire; e la notizia desolante della malattia della bambina.
Ne fui
atterrito. Mi parve qualche cosa di soprannaturale e pauroso come quelle
punizioni immediate che si leggono nella Bibbia. In quel momento sentii che si
elevava una barriera insuperabile fra me e la mia Eva. Forse l'impressione di
dolore e di sgomento che provai si riflettè sul mio volto; o forse emisi un
grido come gli attori da commedia; perchè in un salto l’Eva fu accanto a me, e
stendendo le mani verso la lettera, mi domandò affannosamente:
— Mio Dio!
Cos'è accaduto?
Non pensai a
nasconderle nulla; non seppi mitigarle il dolore di quella notizia crudele,
povera donna. Non avevo più testa; non capivo più nulla fuorchè la disgrazia di
perderla; mi sentivo morire.
Avrei voluto
avere il coraggio sleale di nasconderle la verità, di portarla lontano fin dove
non potesse giungerle quella notizia. Ma la mia coscienza e la pietà di lei,
furono più forti che l’egoismo della passione. Le abbandonai la lettera, e mi
nascosi il volto piangendo.
Il triste
presagio del mio cuore non m'aveva ingannato. Nel suo pensiero, nel suo cuore
di madre, quella malattia prese proporzioni disperate. Vedeva la sua bambina
moribonda, morta. Non pensò neppure un momento alla vergogna di tornare al
marito che aveva abbandonato.
Che le
importava la vergogna? Voleva rivedere sua figlia; si accusava d'averla uccisa;
era ansiosa di partire; mi rimproverava d'essere lento a far preparare la
carrozza; diceva che avrei sulla coscienza d'aver fatto morire la sua bambina,
senza che avesse il tempo di rivederla.
Fu una
partenza precipitosa come una fuga. La mia povera cara non ebbe più per me
neppur una parola di tenerezza. Tutti i suoi pensieri, i suoi amori, le sue
lagrime, erano per la sua bimba.
Soltanto a
Como, al momento di separarci, mi gettò le braccia al collo e mi disse fra le
lagrime:
— O Augusto,
perdonami! Tu non sai che cosa sia esser madre. Ti amerò sempre, sempre. Sarò
sempre infelice e sempre tua; ma la nostra felicità era impossibile. Perdonami,
perdonami.
Non potei
risponderle. Piangevo come lei; mi sentivo spezzare il cuore. L'abbracciai come
se volessi rapirla; misi tutto il mio amore, tutte le mie illusioni svanite,
tutta la mia disperazione, in un ultimo bacio, e mi parve che la mia anima si
staccasse da me.
Vidi il
convoglio allontanarsi sbuffando come se dicesse: «Finalmente! tanto c'è voluto
a riprenderla!» Lo guardai fuggire per la campagna quel lungo treno nero come
un funerale. Era il funerale del mio ultimo amore. Si lasciò dietro una
striscia bianca di fumo, che s'andò lentamente dileguando, e poi non ne rimase
più nulla.
Forse la mia
memoria si dileguerà così dalla mente dell'Eva, pensai. E la sua vita
riprenderà l’aspetto di prima, come questo paesaggio; non serberà nessuna
traccia di quella passione che c’è passata sopra, rapida, ardente, divoratrice,
come quella macchina infuocata.
La macchina
non si vedeva più, ed io tornai a Lugano solo, con lo strazio d'aver tradito un
amico fiducioso che m'aveva fatto del bene, e di aver violato il nostro
giuramento.
Oh Leonardo!
se puoi perdonarmi d'aver vissuto a questa infamia, scrivimi una parola. La tua
nobile amicizia è la sola consolazione che mi resta nella desolazione della
vita.
Augusto.
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