XXXII.
Leonardo a Augusto.
Non puoi credere
come mi rassicuri il leggere in tutte le tue lettere che lavori al Re Lear.
È soltanto dal lavoro che spero per te il conforto d'una pace durevole.
Avrei voluto
venire a Milano per passare le feste del Natale e del capo d’anno con te. In
tutto questo mese, dopo la tua grande risoluzione, ho desiderato molte volte
d'abbracciarti. Ma un interesse grave, un interesse vitale, mi ha occupato qui
in questi ultimi tempi.
Finora t'ho
sempre parlato ben poco de' fatti miei. Ora che tu sei calmo, debbo intrattenerti
lungamente di me. Si tratta d’un passo grave, decisivo che sto per fare, d’una
risoluzione presa improvvisamente, e che deve decidere di tutto il mio
avvenire. Ho dunque tutta una storia da raccontarti.
Alcune sere
fa uscivo dalla farmacia verso le dieci. Era una serata rigida; era nevicato
nel mattino; un leggero strato bianco copriva tutto intorno i monti, i tetti
delle case, le strade; una nevicata come ne vengono in questi paesi, non più
alta d’un mezzo palmo, che imbiancava il paesaggio, ma senza alterarne le linee
come fanno quegli alti cuscini di neve che arrotondano i tetti ed i comignoli a
Milano.
Mi sentivo le
membra irrigidite dalla lunga serata della farmacia, dove si avverte
penosamente l’economia delle legna. All’angolo della contrada salutai tutta la
brigata, che era uscita con me, ed invece di andare direttamente a casa mi
avviai su su per la via del monte, per riscaldarmi con una passeggiata rapida.
Quella scena
bianca su cui batteva la luce della luna bianca essa pure, aveva un aspetto di
calma solenne; sentivo una pace soave invadermi il cuore come al finire d’una
lotta violenta.
Infatti avevo
finito la lotta arida del pane quotidiano, ed ero riuscito ad assicurarmi un
avvenire. Avevo ottenuto a Genova la direzione d'un giornale letterario con un
discreto stipendio; ed intanto il marchese di San Lorenzano mi aveva pregato di
non abbandonare l'educazione dei suoi bambini; la sua villa è tanto vicina alla
città che si possono conciliare le due cose. Così potevo contare sopra sei o settecento
lire al mese, e questo mi rassicurava. Sai che ho sempre avuto ripugnanza per
le preoccupazioni di denaro, uggiose e meschine.
Pensavo a te,
che da parecchie settimane non mi scrivevi più lagnanze ed eri calmo e
rassegnato. Poi pensavo alla tua opera, al trionfo che ti aspetta. Dacchè è
ammessa nel programma della Scala, la tua posizione è fatta. Appena sarai
conosciuto, prenderai posto fra i primi maestri viventi. Avrei voluto che tu
potessi venire a stabilirti a Genova con me; e la sola cosa che mi rattristaste
era l'impossibilità d'averti vicino. È nel tuo interesse che devi rimanere a
Milano; capisco che le prove, l’allestimento scenico, tutto quanto riguarda il Re
Lear, sono interessi vitali per te. Ma avrei voluto che la tua opera fosse
la prima e non l’ultima della stagione per vederti presto libero.
Pensavo tutto
questo. Calcolavo che avrei la mia casa a Genova, e guardavo l’avvenire
con quel senso di gioia indefinita che proviamo, quando siamo giunti ad un bel
momento della nostra vita, e non sappiamo che altre sorprese ci aspettino, ma
speriamo.
I tuoi
romanzi d'amore m'avevano esaltato un poco. Senza amare nessuna donna, pensavo
anch’io vagamente ad una sposa giovane e bella nella mia casa nuova, che la
animasse e la consacrasse colle nostre prime espansioni.
Non avrei mai
avuto l’idea di cercare una sposa a sangue freddo; ma mi consolava il pensiero
di esser libero, ed in posizione di offrire un'esistenza agiata alla donna che
potrei amare. E desideravo d'amare. Mi compiacevo figurarmi una giovinetta
bella, gentile, elegante, di quelle che si paragonano ai fiori ed agli angeli,
perchè la loro breve esistenza è trascorsa in una specie di spensieratezza
serena, che è il privilegio della gioventù felice. Nessuna cura molesta ha
offuscata la loro pace, nessuna necessità triviale le ha obbligate a rinnegare
le poetiche idealità della loro inesperienza.
È un tipo un
po’ convenzionale, l'ingenua delle commedie; ma è quello che piace sempre di
più, non foss'altro per l’illusione che ci facciamo di poter modellare
quell'anima nuova, a seconda delle nostre idee.
M’immaginavo
il poema intimo dei primi sguardi, del primo incontro, delle prime parole
scambiate ad un ballo o ad un teatro; mi tremava il cuore, mi sussultavano
tutti i nervi all’idea della prima stretta di mano che mi farebbe sentire
d'essere amato. E mi pareva di susurrare una preghiera appassionata, di
stringere col mio braccio una vita flessibile, di sfiorare colle labbra
innamorate una guancia arrossita dalle prime emozioni dell'amore; ed una
dolcezza calma mi gonfiava il cuore; e, pensando ai miei venticinque anni ed
alla nuova vita meno solitaria che m’aspettava, dicevo fra me:
— Dove,
quando la vedrò? — ed ero certo di vederla presto, ed ero felice di quella
certezza, ed aspettavo senza impazienza.
Dopo una
rapida corsa ero tornato indietro, e ripassavo dinanzi alla casa Armenti per
avviarmi alla villa.
Ad un tratto
udii una voce rabbiosa e concitata, che usciva dalla finestra terrena della
cucina. Gli Armenti hanno un camino che manda fumo, ed, in qualunque stagione,
sono costretti ad aprire la finestra ogni volta che accendono il fuoco; e
questo durerà fino alla consumazione dei secoli, o piuttosto fino alla
consumazione del farmacista, che si rassegna a tutto, pur di non spendere
quattrini in riparazioni.
Da quella
finestra, nel silenzio della notte, sfuggivano col fumo i segreti più intimi
della famiglia. Era una scena sordida.
Il vecchio
era seduto al tavolo della cucina, e stava rivedendo i conti di casa. Accanto
al libro delle spese che leggeva, c'era un paio di stivalini vecchi; dalle
dimensioni piccolissime, capii che erano della Mercede, sebbene fossero
ignobilmente sgangherati, screpolati nelle tomaie, bucati nelle suole, come le
scarpe d’una mendicante.
L’Armenti
trovava a ridire od ogni minuzia; scendeva ai particolari più triviali e
meschini, domandava spiegazione di tutto alla Mercede, che gli stava ritta al
fianco con l'aria d'una vittima.
— Un
ettogramma di burro! Ma cos'hai fatto quest'oggi col burro? E questo latte? Io
non ho veduto latte. Ah! per la tua colazione! E non ci era della minestra di
ieri? La signorina si permette d’avere delle preferenze; vuole il latte; mi
figuro che ci avrà messo anche il caffè e lo zucchero. Guarda cosa mi costa
soltanto la tua colazione; e poi aggiungi il pranzo, il lume, le lavature, il
vestiario, e calcola quanto spendo per te. Alle tue sorelle ho dato cinquemila
lire ciascuna, e non ci penso altro. L’interesse di cinquemila lire corrisponde
a settanta centesimi al giorno; e per te non basta il doppio; non basta il
triplo....
La Mercede non rispondeva.
Era pallida e tremava d’indignazione; ma si faceva violenza per stare zitta.
Quando il padre fece per alzarsi, essa gli pose davanti quei miserabili
stivalini, con un sospiro così doloroso che mi strinse il cuore.
— Cos’è? —
domandò il vecchio che aveva finto di non vederli per obbligarla ad esporre la
domanda penosa.
— Andrebbero
rattoppati, — rispose la
Mercede con uno sforzo.
— Ancora! —
esclamò l’Armenti con un’esplosione di meraviglia e di risentimento, come se
gli avesse domandata la più dispendiosa superfluità. — Sarà la decima volta che
si dànno al calzolaio...
— È appunto
per questo non si possono più rattoppare, — disse la ragazza.
— Non si possono
più rattoppare? Ma, allora, cosa pretendi? Io lo domando a te. Cosa debbo
farci? Se il calzolaio non li può raccomodare vuoi che possa raccomodarli io?
Sentiamo; cosa proponi?
— Ce ne
vorrebbe un altro paio... — sospirò timidamente la Mercede.
Allora il
vecchio fece una sfuriata tremenda. Le pretese di quella ragazza erano
esorbitanti; assolutamente egli non poteva più tirare innanzi così; le sue
poche rendite non gli bastavano più; voleva rovinarlo; voleva farlo morire
nella miseria.... Bisognava assolutamente che si risolvesse a prendere un
partito pel suo avvenire...
— Sposerò il
medico che m'ha domandata in moglie — disse tristamente la Mercede.
— Non è vero!
— l’interruppe il padre.
— Sì, è vero.
Lo so, — insistè la figlia. —È vedovo, è vecchio, ha cinque figlioli; ha una
ragazza maggiore di me; ma non importa; lo sposerò per non farle più fare la
spesa di mantenermi.
— Ed io ti
dico di no, che non lo sposerai. Il medico vuole la dote, ed io non posso
dartela, capisci? Le tue sorelle hanno avuto cinquemila lire; non posso fare
un'ingiustizia per favorir te, che sei la più disobbediente, la più ostinata.
Se andrai in convento, avrai quello che ho dato alle altre; altrimenti nulla.
Pensaci. Tuo fratello arriva alla fine del mese e debbo dargli la tua camera ed
il tuo letto; prima d’allora devi aver preso una risoluzione.
La scena
continuò animata. La povera Mercede propose di cercare un posto di governante
in qualche buona famiglia: ma il padre non volle sentirne parlare; disse che
sono situazioni precarie; che da un giorno all'altro avrebbero potuto metterla
sul lastrico, e sarebbe toccato a lui di ripigliarsela. E poi non voleva che
s’avesse a dire che mandava la sua figlia a servire. La Mercede doveva prendere
una risoluzione definitiva e decorosa; e per questo non c’era altra via che il
convento.
— Quella non
la prenderò mai! — disse la
Mercede energicamente; poi si alzò ed uscì dalla cucina al
buio.
Quella scena
mi fece un’impressione penosa. Vedere una fanciulla condannata a passare gli
anni più belli della gioventù in quelle lotte ignobili, senza un piacere, senza
un affetto, senza una speranza, nè un’idealità che la innalzasse sopra il terra
terra di quelle preoccupazioni triviali, era cosa che veramente faceva pietà.
L’unica
uscita che le si era presentata era stata la domanda di matrimonio del vecchio
medico. Un uomo miserabile, pieno d'acciacchi, tabaccoso, che aveva bisogno
della sua dote, per rimpannucciare sè ed i figli.
Eppure la
poveretta lo avrebbe accettato; a diciotto anni! Come doveva essere infelice,
per vedere un conforto in quel partito disperato!
Ci pensai
lungo la notte; la mattina mi scusai col marchese di non andare a colazione, e,
quando i bambini furono scesi a tavola, feci una corsa al paese ed entrai nella
farmacia.
L’Armenti mi
sorrise con la solita bonarietà, e mi disse due o tre sciocchezze. Io gli
domandai:
— E la
signora Mercede?
— È di là, —
mi rispose. — Credo che reciti l’Angelus Dei. È la sua preghiera del
mezzodì; ne ha una per ogni ora del giorno. Finirà col farsi monaca.
Uscii per non
mancargli di rispetto. Quell’ipocrisia m'irritava tanto, che avrei dimenticata
la sua età se gli avessi risposto.
Tornai la sera. Allora la Mercede era in farmacia;
il padre non le permette il lusso d’un secondo lume per istare ritirata nella
sua camera. Era seria e calma come al solito; soltanto aveva gli occhi un po’
gonfi, ed era pallida, come una persona che ha perduta la notte.
La compagnia
era già radunata, ed il farmacista si mostrò gioviale e spiritoso alla sua
maniera come al solito. La discussione della sera precedente non gli aveva
lasciato nessuna impressione; si capiva che c'era avvezzo, e questo mi
rattristava maggiormente per la povera giovane, che forse doveva sopportare
giornalmente quella tortura morale. Spiavo il momento di accostarmi a lei;
sentivo il bisogno di dirle una parola di simpatia, di offrirle i miei servigi,
di esternarle l’interessamento che m’inspirava. Ma era impossibile riescirci
dinanzi a tutti quegli sguardi di provinciali curiosi.
Nella mia
smania di fare il paladino, ebbi la cattiva inspirazione di rinfacciare al
vecchio Armenti la sua bugia, per offrire alla Mercede l'occasione di smentirla
pubblicamente.
— Questa
mattina volevo salutarla, — le dissi, — ma lei stava recitando l’Angelus Dei.
Credette che fosse uno
scherzo, e mi guardò coll'aria maravigliata ed infastidita di chi si vede
costretto a prestarsi per cortesia alla celia poco felice del primo venuto.
Vedendo che non dicevo altro, mi rispose;
— È da
quand'ero in convento che non ho più recitato l’Angelus Dei.
Il farmacista
si mostrava tutto intento ad una emulsione che stava preparando, e picchiava
forte nel pestello per far supporre che non udisse quella smentita. Io ribattei
sullo stesso chiodo.
— E perchè —
domandai ancora alla Mercede — ha preso in odio appunto quel povero Angelus
Dei, mentre so che recita una preghiera ad ogni ora del giorno? L'angelo
del Signore, cesserà di proteggerla.
— Non se n'è
mai dato gran pensiero — rispose la
Mercede con uno sfogo quasi involontario. Ma riprendendo
subito il suo riserbo diffidente, soggiunse:
— Ho troppo
da lavorare per poter pregare a tutte le ore del giorno.
— Ha da
cucire il corredo per andare in convento? — domandai guardando il vecchio per
obbligarlo ad arrossire.
La Mercede mi lanciò uno sguardo
di rimprovero che pareva dire: «anche lei!» e con un accento risoluto come di
sfida rispose:
— Io non
entrerò mai in convento. Glielo giuro.
Mi aveva
sospettato d'essere alleato di suo padre, ed il farmacista, dal canto suo,
fremeva contro di me perchè avevo provocata quella dichiarazione.
Compresi che,
invece di consolare quella povera giovane, le avevo fatto un male maggiore. Il
vecchio si sarebbe vendicato di quell'atto di audacia; l’avrebbe punita.
Questo
pensiero mi fece paura. Invece di ritirarmi, quando la compagnia si sciolse,
vagai intorno alla casa per sentire cosa accadrebbe.
Piovigginava,
ma faceva meno freddo della sera innanzi.
Il fuoco in
cucina era spento e la finestra era chiusa. Mi fermai ad ascoltare; ma potei
udire soltanto qualche esclamazione, delle voci agitate, e poi un piangere
violento e convulso. Le parole mi sfuggivano. Mi accostai come la sera prima
per vedere che cosa accadesse di dentro.
Il farmacista
era trasfigurato dalla rabbia; tutto il suo corpo pingue tremava; il suo volto
largo e grasso era rosso, quasi pavonazzo, ed i suoi occhi d’un azzurro pallido
(i suoi occhi dolci, come dicono in paese) erano iniettati come gli occhi d’una
tigre, lampeggiavano, pareva che volessero schizzargli dall’orbita. Parlava
colla voce rauca, strangolata dall’ira, e gestiva colle mani alzate che
tremavano come foglie per la concitazione.
Ad un tratto la Mercede gli rispose
qualche cosa, che gli fece perdere la ragione addirittura. Le si avventò
contro, la prese per le spalle, e curvandole sul capo la sua grossa testa
calva, continuò a parlarle rabbiosamente, mentre la scuoteva con una violenza
brutale. La povera giovane continuava a piangere senza rispondergli, senza
ribellarsi. Io benedissi la sua fermezza, che la tratteneva dal rivoltarsi
contro suo padre; ma ero così indignato, che stavo per spezzare un vetro. Per
fortuna in quel momento il vecchio allentò un momento le mani, e la Mercede ne profittò per
svincolarsi e fuggire al buio come la sera precedente.
Conoscevo la
disposizione della casa, e sapevo che, per salire nelle stanze di sopra, doveva
traversare un corridoio dall' altra parte della farmacia, le cui finestre non
erano mai chiuse.
Voltai
l'angolo in fretta, ed affacciandomi alla finestra del corridoio, in cui si
sentiva il passo affrettato della ragazza, susurrai:
— Mercede!
Mercede!
Udii il passo
farsi ancora più rapido, come per fuggire. Chiamai daccapo:
— Mercede!
senta una parola; nel suo interesse la prego.
— Chi è?
domandò fermandosi un po’ distante.
— Sono io,
Leonardo Giordani.
Allora tornò
indietro; s’accostò alla finestra e mi disse in tuono crucciato:
— Mio Dio!
Perchè mi ha parlato del convento davanti al babbo? Se sapesse che male mi ha
fatto!
— Lo so,
risposi. Me ne sono accorto troppo tardi. È per questo che sono rimasto qui.
Tremavo per lei.
Non rispose
altro, e dopo un momento disse:
— Buona sera.
E s'avviò per andarsene. Io sentivo il bisogno di consolarla.
— Senta,
Mercede. Mi perdona? le gridai. Avevo parlato credendo di giovarle, per poter
dire a suo padre che lei non voleva andare in convento.
— Le perdono;
sono avvezza a perdonare ben altro; ma intanto ha fatto peggio.
Sentii che il
pianto le strozzava le parole in gola.
— Perchè? le
domandai con vivo interessamento. Che cosa è accaduto? Mi dica.
— È accaduto
che ho dovuto promettere; ecco... Ho dovuto promettere d'andare in convento.
Era tanto irritato che m'ha presa con violenza.
— E ci andrà
davvero?— domandai atterrito da quella notizia.
— Per forza.
Cosa posso fare? — Poi soggiunse con dolcezza: — Del resto non si affligga. Lei
ha fatto sollecitare questa risoluzione, ma tanto, un giorno o l’altro dovevo
prenderla. Non c'era altra via per me.
Voleva farsi
forza, ma i singhiozzi le impedivano di parlare, l'agitavano tutta. Io pensavo che
a conoscerla non era punto uggiosa come mi era sembrata prima, e che, forse,
potrebbe avere un innamorato come qualunque altra ragazza. Era tanto giovane!
— Se potesse
maritarsi invece... — le dissi.
— Mi ha
domandata il medico — rispose. — Ma il babbo non vuol darmi dote.
— Il medico è
troppo vecchio per lei. Ha una figlia di venti anni.
— Oh! cosa
importa? — esclamò con profondo scoraggiamento.
L'oscurità,
l’intimità impreveduta a cui ci avevano condotti le circostanze, unite al
desiderio sincero di giovarle, mi resero indiscreto. Osai farle una domanda che
certo non le avrei fatta il giorno prima.
— Ma non c’è
un giovane che le voglia bene?
— Che! —
rispose senza il menomo risentimento, troppo preoccupata della sua posizione
per poter avvertire l'audacia del mio discorso. — Le pare ch’io sia una ragazza
da innamorare i giovinotti? Sono vestita che fa vergogna; ho i crucci fin sopra
i capelli, che m’invecchiano e mi fanno triste: non ho voglia neppur di vedere
la gente; la gioventù felice mi fa piangere; ho bisogno di evitarla per non
diventare invidiosa.
— E se il
medico la sposasse senza dote, lo accetterebbe?
— Lo
benedirei, povero vecchio; e gli sarei riconoscente tutta la vita; e sono certa
che non sarei una cattiva madre pe' suoi figlioli.
Disse questo
con islancio di gratitudine come se la cosa fosse avvenuta. Poi, dopo un
momento, riprese sconfortata:
— Ma è
impossibile. Ha bisogno della dote. Alla sua età, cosa gl'importa della sposa?
Sono gl’interessi che lo fanno pensare ad ammogliarsi. Se potesse pigliare la
dote senza me, sono certa che s’accontenterebbe; ma di me senza la dote non sa
che farne.
Ebbi un
impeto di pietà affettuosa e cavalleresca; un desiderio entusiastico di salvare
quella povera giovane ad ogni costo.
— Ebbene, le
dissi, io domanderò lei senza la dote. Mi vuole, Mercede?
— Lei! Oh Dio!
Fece
quest'esclamazione con tanta meraviglia, che non capii se fosse contenta o
sdegnata. Ma era sdegnata perchè non mi credeva.
— Scusi,
riprese riassumendo quella sua aria diffidente, che allontana tutte le
simpatie, avevo creduto che avesse un po’ d'amicizia per me; almeno un po’ di
compassione; e stavo qui a dirle i miei dispiaceri; e lei invece si burla di
me. Dovevo figurarmelo.
Se ne andò
così infuriata che non potei trattenerla. Ma quel rimprovero mi commosse ancora
di più. Povera anima giovane! Era già tanto amareggiata, che non credeva più al
bene!
Provavo quasi
rimorso pensando all'aumento di sconforto che doveva procurarle, l’idea che
l’avessi burlata; era un pensiero mostruoso.
A che estremo
di delusione doveva esser ridotto un cuore di diciotto anni, per credere a
tanto cinismo
Lo sdegno
della Mercede però, invece di scoraggiarmi, mi raffermò nel mio proposito.
Compresi che, oltre alla necessità di togliere quella poveretta all'infelicità
della sua casa, di sottrarla alla tirannia del padre che voleva farla monaca,
c'era l’altra necessità morale di ravvivarle nel cuore i sentimenti consolanti
della sua età, la fede nel bene e nell’amore de’ suoi simili, di restituirle la
speranza che aveva perduta.
Pensai con rammarico a’
miei sogni d’un’ora prima; la visione d'una giovinetta gentile, bella, colta,
coll'anima pura da ogni amarezza o disinganno; l'illusione soave d’un amore
ingenuo che rispondesse al mio amore, d’un matrimonio tutto passione e poesia.
La mia parte
di creta si ribellava all’idea di sacrificare tutte quelle aspirazioni per
quella giovane disillusa, inasprita, e senza la potente attrazione della
bellezza. Ma seppi vincere il mio egoismo; dopo una notte di riflessione, la
mia risoluzione era presa irrevocabilmente.
Dovevo
rassicurare la Mercede,
consolarla; e subito, prima che il padre avesse tempo di fare nessun passo
verso la Superiora
del Sacro Cuore.
Non mi era
possibile di vedere la ragazza da sola, perchè il farmacista non la lasciava
avvicinare da nessuno. Mi rivolsi a lui. Dovetti appigliarmi ad una prosaica
domanda ufficiale di matrimonio, che fu accolta come un insulto.
Lasciai che
si sfogasse, poi gli esposi la mia situazione e dichiarai che desideravo la Mercede senza dote.
Allora il pensiero di risparmiare anche le cinquemila lire del convento, lo
guadagnò alla mia causa.
Volle sapere
se avessi qualche cosuccia da parte per l'impianto della casa e per le prime
spese. Quando fu ben sicuro che ero in grado di provvedere a tutto senza
ricorrere a lui, allora soltanto mi diede il suo consenso. E lo diede colla
massima sollecitudine; riprese il suo aspetto bonario, la sua giocondità, e
trovò parole paterne per raccomandarmi la figliola, e per mostrarsi preoccupato
del suo avvenire.
Ero ancora
troppo mortificato dell’equivoco della sera innanzi, e troppo agitato dalla mia
stessa risoluzione, per poter vedere in quel momento la Mercede. Pregai il
padre di comunicarle egli stesso la mia domanda, di interrogarla in proposito,
e lo lasciai.
Non tornai
che tardi nella sera. C'era già tutta la compagnia solita, radunata intorno
alla tavola; ed il brio del farmacista teneva tutti in allegria; ridevano,
facevano grandi esclamazioni, si battevano le mani sulle ginocchia e picchiavano
i piedi in terra nell'eccesso dell'ilarità.
La Mercede era la sola che
non ridesse. Teneva il lavoro in mano, ma aveva le mani abbandonate in grembo,
e stava immobile e seria, fissando gli occhi dinanzi a sè, come se leggesse le
scritte sui vasi della scansia. Ma in realtà non si occupava di quei
medicinali. Appena udì la mia voce si fece tutta rossa, poi si rizzò e mi venne
incontro.
— Mi perdoni
— disse. — L'avevo giudicato male; avevo creduto che volesse farsi gioco di me.
Sa, quando si è disgraziati non si crede più al bene.
— Dunque mi
accetta? — domandai prendendole la mano.
Strinse la
mia, ma non mi rispose. La guardai negli occhi che teneva abbassati, e vidi che
piangeva. Rispettai la sua commozione, e la ricondussi al suo posto senza parlarle.
Poi, rivolgendomi all'ufficiale che m’aveva raccontato la storia di quella
fanciulla disgraziata, gli dissi:
— Ti presento
la mia sposa.
Così in un
momento tutta la compagnia fu informata del grande avvenimento, ed io mi trovai
impegnato colla società, come lo ero già colla mia coscienza.
Mi diedi
subito d’attorno per trovare un alloggio a Genova. Mi riuscì d'avere un
quartierino abbastanza comodo, grazioso, che gode la vista del mare. Domenica
prossima uscirà il primo numero del mio giornale, ed alla fine del mese sposerò
la Mercede.
Dacchè ha la
certezza d’un avvenire migliore che non aveva sperato, s'è fatta più serena; e
vi sono dei momenti in cui mi sembra quasi bellina. Spero che potrò renderla
felice; io non ne sono innammorato; non è la fanciulla che avevo sognata. Ma
farò di tutto per renderle la vita facile e lieta. Cerca di trovare almeno un
giorno per venire ad assistere al mio matrimonio. In quella circostanza tanto
importante per me, sento il bisogno d’averti vicino.
Leonardo.
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