XXXIII.
Leonardo
ad Augusto.
Ho sentito
penosamente la tua assenza nel giorno delle nozze. Mi mancavi tu, e mi mancava
la tua approvazione completa, come l'avrei voluta, come la speravo. Però le tue
paure non hanno potuto modificare la mia risoluzione. Avevo l’animo compreso
d'una pietà così profonda, che avrei data anche la vita per salvare la povera
Mercede.
Senza dubbio
credevo di compiere un atto eroico; e le tue grandi apprensioni per il mio
avvenire, il tuo timore che le mie forze non potessero resistere all’arduo
dovere che m’imponevo, avevano esagerata a’ miei occhi l’importanza del mio
sacrificio. Avevo delle velleità d’ammirazione per il mio eroismo, e mi
figuravo che la Mercede
mi dovesse una gratitudine smisurata.
Infatti, mi
era riconoscentissima, povera giovane. Perchè, tranne il vecchio medico che
aveva bisogno della sua dote, e me, che la domandavo per farla, come tu dici,
da Don Chisciotte, nessuno avrebbe desiderato di sposarla.
Sebbene non
fosse brutta, non era simpatica affatto. Nelle continue umiliazioni che il
padre le infliggeva, aveva paura d’essere derisa; e, per intimidire il
ridicolo, assumeva un contegno altero fino all’orgoglio, e questo le dava una
serietà, una ritrosia che la rendevano intrattabile. Spiava ogni sguardo che si
fissava sul suo povero abito color marrone, e lo respingeva con un altro
sguardo, sdegnoso come una sfida.
Sapeva che in
paese la credevano avara, ed era continuamente amareggiata da quella calunnia.
E tuttavia non era capace d’accusare il padre per scolparsene; e respingeva
ogni dimostrazione di amicizia, per paura di lasciar indovinare i segreti
umilianti della sua famiglia.
Ma dacchè ero
entrato per forza, ma inevitabilmente, in quei segreti, ed invece di
allontanarmi da lei me le ero avvicinato maggiormente, e le avevo data una
prova di simpatia di cui non poteva dubitare domandandola a compagna della mia
vita, aveva acquistata fiducia in sè stessa e negli altri; le sue ritrosie
erano cessate, la gioia e la pace che le erano entrate nel cuore, trasparivano
da’ suoi modi, più aperti, dal suo volto sereno e come assorto nel
raccoglimento d’un pensiero felice.
Quella
figura, che avevo sempre veduta accigliata e sdegnosa, acquistava
un'espressione tutta nuova ora che appariva sorridente. Aveva quel sorriso
espressivo delle fisonomie serie, che è tanto più prezioso perchè è meno facile
e frequente. Le sue labbra, di un rosso caldo ed un po’ grosse, si schiudevano
appena sui denti bianchissimi; ed in quel momento tutto il suo volto brillava
di un raggio di gioia.
Durante quel
mese che fummo fidanzati, non ebbe altre preoccupazioni che quelle serene dei
preparativi delle nozze, che le rammentavano ad ogni ora la nuova prospettiva
d’un avvenire insperato, e l’orgoglio di sentire che qualcuno si curava di lei
e la desiderava per compagna. Questo, rialzando la povera giovane dal suo lungo
abbattimento, giovava non solo al suo morale, ma anche alla sua salute. In
poche settimane aveva migliorato immensamente. Era ancora sottile, ma non era più
magra; aveva appena quella sottigliezza giovanile, che riesce svelta e quasi
elegante. Il suo volto, di quel bianco abbagliante che è speciale alle donne
d'un biondo caldo, aveva acquistato una lieve tinta incarnata, e l’occhio d’un
grigio azzurrino, animato dalla riconoscenza e dalla gioia, aveva
un'espressione di dolcezza soavissima.
Soltanto il
sordido vestito color marrone rimaneva, a ricordarmi continuamente i dolori e
le umiliazioni che aveva patito la povera Mercede; le tristi ragioni che
m’avevano indotto a domandarla in isposa.
Più volte
m’era venuta l’idea di farle dono di un abito. Ma, prima che fosse mia moglie,
avrei creduto di mortificarla.
Fu soltanto
la mattina delle nozze, che potei vederla con un’abbigliatura, che metteva in rilievo
la sua figura e la ornava. Avevo scelto io stesso il suo abito nuziale, tutto
bianco, come lo portano le spose della sua età. Invece di quelle preziose
stoffe di seta, dure, che fanno delle pieghe verticali stecchite, e danno tutte
le donne la figura conica delle vecchie madonne di legno, avevo scelto un fine
tessuto di lana di Casimira, morbido, che si drappeggiava dolcemente in linee
curve e flessuose.
Io la
guardavo, meravigliato e giulivo di quella trasformazione. Vestita così, la Mercede era una bella
fanciulla; non di quelle bellezze appariscenti che colpiscono alla prima, e
fanno scomparire le altre donne al loro confronto; ma una bellezza delicata e
gentile, che non risulta dalle linee perfette, ma da un insieme armonioso, su
cui l’occhio si riposa con compiacenza. In un’adunanza sarebbe passata
inavvertita, ma a chi, per avventura, l'avesse osservata, sarebbe indubbiamente
piaciuta.
Ricordai la
tua lettera, (sono due mesi che l'hai scritta; perdonami di non averti
risposto), in cui mi paragonavi ad una vittima condotta al supplizio, perchè
sposavo quella donna che non avrei mai potuto amare. Tu ti figuravi che fosse
un mostricciattolo, questa mia povera compagna. Non potei a meno di ridere a
quel pensiero.
Ebbe qualche
difficoltà, dopo tanti dolori sofferti, ad avvezzarsi a quelle che il
Metastasio chiama «le sorprese del piacer».
Quando la
condussi per la prima volta nella nostra casetta, e le mostrai il salotto, con
pochi mobili modesti ma fatti con garbo, e le dissi: «questo è il tuo salotto»,
rimase stupita, e mi rispose:
— Un salotto
per me? Io non ne avrò mai bisogno.
— Ma sì;
riceverai le tue visite.
— Faranno
delle visite a me? — esclamò meravigliata, come se le sembrasse una cosa
stravagante ed impossibile.
— Senza
dubbio, Mercede. I miei amici saranno anche amici tuoi. Tu mi rappresenti ora;
porti il mio nome; sei la mia famiglia, e toccherà a te fare gli onori della
mia casa.
Stava ad
ascoltarmi in una specie di raccoglimento beato; e si commosse al punto che non
potè rispondermi. Mi prese la mano e la strinse in silenzio con tale intensità
di riconoscenza, che mi comunicò la sua commozione. Sentii una soddisfazione
profonda, al pensare che quei sentimenti di dolcezza, tutti nuovi per
quell’anima oppressa, ero io che glieli facevo provare.
Più tardi
venne il marchese di San Lorenzano coi bambini, che le portarono dei fiori e
dei doni. Malgrado la timidezza de' suoi diciott'anni, e la nessuna abitudine
di società, seppe superare con garbo l’imbarazzo di quel primo ricevimento.
Pareva una collegiale; ma una collegiale di buon gusto ed intelligente, che
sapeva dissimulare la propria soggezione, e si proponeva di vincerla.
Dopo i primi
complimenti si tirò accanto i bambini, e nel cercare di farli parlare, nel fare
violenza ad una timidezza più rigida della sua, si animò, prese un tuono di
voce così insinuante e dolce, fu tanto ingegnosa nel trovare i discorsi che
potevano strappare qualche risposta a quelle animuccie gelide, che mi rivelò un
tesoro di tenerezze materne nascosto nel suo cuore.
Quando il
marchese si alzò per uscire, vidi, per la prima volta, un’espressione di
rincrescimento sul volto de’ miei piccoli allievi. Si staccavano con dispiacere
dalla Mercede, tenevano gli occhi fissi su lei, e quando furono sull’uscio si
fermarono a guardarla ancora. Poi Cristoforo, con un’iniziativa di cui non
l’avrei creduto capace, disse a suo padre:
— Will we come here again to
morrow, pa?
— Sì, se vi
fa piacere, verrete sempre — rispose il marchese.
Allora tutti
e due i bambini tornarono indietro lenti lenti, col loro portamento sussiegato
da piccoli vecchi, e stesero la manina alla Mercede:
— Verrò ogni
giorno a vederla, signora — disse Cristoforo in inglese.
Mia moglie lo
prese tra le braccia e gli disse parole carezzevoli baciandolo ripetutamente.
Amerigo piantato accanto alla poltrona li guardava agitato, e finì per farsi
innanzi colle braccia stese, come per reclamare la sua parte di carezze. La Mercede lo tirò accanto al
fratello, e li strinse insieme in un solo abbraccio, mentre li guardava co’
suoi occhi dolci.
— What is your name? —
domandò Amerigo.
Mi affrettai a tradurre
quelle parole come avevo fatto per le altre, persuaso che la povera Mercede non
capisse l’inglese. E quando lei ebbe risposto, il bambino ripetè più volte:
«Mercede, Mercede»; poi soggiunse:
— Mercede,
vorrei che foste la nostra mamma. — Sì — disse Cristoforo gravemente; — noi non
l’abbiamo la mamma.
Ero
impaziente di spingerli fuori dall'uscio per ringraziare la mia sposa; le ero
grato di quelle poche parole strappate a’ miei freddi scolari. Ci voleva la sua
anima affettuosa di donna, per risvegliare un’ombra di sentimento nei loro
giovani cuori. Aveva fatto più lei con un bacio, che non io con tanti mesi di
ammonizioni, di discorsi, di letture.
La ringraziai
con una stretta di mano; ma quasi subito parlai d’altro, perchè vidi che si
commoveva; i suoi occhi chiari si velavano di lagrime
Mi sentii
profondamente intenerito. Avrei voluto poterla amare, povera giovane; e provavo
una specie di rimorso al pensiero d’averla sposata senz’amore. Non avevo altro
desiderio che di renderla felice; speravo e mi proponevo d’essere un buon
marito per lei; ma non eravamo due innamorati da romanzo; non avevamo fatto
pazzie l’uno per l’altra, non avevo parole appassionate da dirle, e stavo zitto,
perchè temevo di affliggerla con un discorso freddo, o con parole di pietà che
avrebbero potuto umiliarla. Ero così compreso dell’idea delle sue disgrazie,
avevo tanto pensato all'atto di carità che facevo sposandola, che temevo di
lasciarne trasparire qualche cosa.
Ed intanto
sentivo una vaga tristezza impadronirsi di me. Non ero contento. Riconoscevo
che la Mercede
era migliore assai ch’io non l'avessi creduta, che meritava d’essere adorata; e
mi crucciavo di non adorarla.
Del resto,
non avevamo il tempo d'abbandonarci agli ozi beati della nostra pallida luna di
miele. Sin dal mattino seguente dovetti lasciare la mia giovane sposa appena
alzato, per non rientrare che all'ora del pranzo.
Ti annoierai?
— le dissi nell’uscire.
Sorrise di
quella supposizione, e mi rispose:
— Non mi
annoio mai.
C’era tutta
la storia della sua gioventù operosa, delle sue preoccupazioni opprimenti, in
quella risposta. Non aveva mai avuto il tempo d’annoiarsi, senza essersi
divertita mai.
Mi sentii stringere
il cuore al pensiero che anch'io la richiudevo in una casetta modesta, gliene
addossavo le cure, la lasciavo sola tutto il giorno, e non irradiavo la
monotonia di quella; vita prosaica, cogli ardori di passione, colle follie da
romanzo, che sono la felicità e l'orgoglio delle giovani spose.
Tutto il
giorno ebbi quel cruccio nell’anima. Ero malcontento di me. Mi pareva che, nel
separarmi il mattino dalla mia compagna, avrei dovuto stringermela al cuore,
coprirla di carezze e di baci, dirle le cose più dolci ed insensate; mostrarmi
desolato di quella breve separazione di poche ore, come se dovessi partire alla
ricerca del polo.
Un momento
ebbi l'idea di scappare a casa alla metà del giorno, di entrare senza sonare,
di pigliarla in braccio, di portarla correndo per tutte le stanze e di dirle:
— Non ho
potuto aspettare l’ora del pranzo per rivederti. Avevo la nostalgia di te; ho
sentito un bisogno irresistibile di tornare un momento per dirti che ti amo,
che sei mia, e che questa è la nostra casa.
Ma sarebbe
stata una finzione. L'avevo sposata per compassione, e lei mi aveva accettato
per uscire da una posizione penosa. Ed ora ci appartenevamo, era mia, perchè ci
univa la legge; ma non ci amavamo. Forse lei stessa avrebbe riso se avessi
fatto delle scene di passione.
Al mio
ritorno mi venne incontro col suo sorriso affettuoso, ma calma; e mi porse la
mano come si fa tra amici; non mi saltò al collo, convulsa dalla gioia come una
sposa innamorata. Infatti così doveva essere. Eravamo due amici; una serie di
circostanze ci avevano fatti marito e moglie, ed avevamo accettata la
situazione, ma l'amore non c’entrava affatto.
Le stanze
erano in quell'ordine perfetto che sembra un lusso; il nostro pranzo, il primo,
era disposto come se ci avesse provveduto una massaia, insediata da dieci anni
al governo della mia casa. I bicchieri, le posate, la brocca dell’acqua e
l’unica bottiglia di vino, mandavano un allegro scintillio sotto l'ultimo
raggio di sole, che, entrando dalla finestra, tagliava la penombra della stanza,
colla sua striscia di luce rossa, sparsa di pulviscoli dorati, che pareva una
lama di ferro arroventato. Sul bianco lucido della tovaglia, si staccava il
basso-rilievo d’un bel monogramma, il mio, ricamato dalla Mercede; e, traverso
la piega dei tovaglioli, facevano capolino, come dall’apertura d'un cartoccio,
i panetti lucidi, che quella copertura proteggeva contro la polvere.
L’antipasto,
le frutta, tutti gli accessori del nostro modesto pranzo, che aspettavano
disposti con simmetria sulla credenza, erano coperti da moscaiole di filo di
ferro azzurrino, per garantirli dagl'insetti e dalla polvere. In un vaso di
cristallo posto in capo alla tavola c’era il mazzo di fiori bianchi, che aveva
compiuto il giorno innanzi la toletta da sposa della Mercede. Dall’insieme di
quell’apparecchio, si vedeva lo studio di rallegrare con una apparenza
elegante, un pasto tutt’altro che da Lucullo, e, più ancora, si vedeva la cura
coscienziosa di quella estrema pulitezza, che rassicura i commensali, ed
aumenta l’appetito.
— Sei una
piccola fata, dissi alla Mercede stringendole la mano. Se è vero che la
mediocrità può essere aurea, sei tu che possiedi il segreto della doratura.
La stessa
ricercatezza minuziosa e bella, presiede sempre alla nostra vita di famiglia.
L’unica donna che ci serve, porta sempre dei grembiali e delle vite bianche, ed
una cuffia alla savoiarda che impedisce a’ suoi capelli di insinuarsi nei
nostri intingoli, alla maniera indiscreta dei capelli. Tutto quel bianco
abbagliante è una guarentigia della nettezza della cuoca. La più piccola
macchia è immediatamente denunciata su quel fondo candido.
La Mercede ha accettata
l'amministrazione dei miei guadagni, e li distribuisce con intelletto
d’amore; lei, che ha lottato penosamente per tre anni contro l’avarizia
del padre, ora s'adatta ad inventare le più ingegnose economie, per mantenere
nella nostra casa quel benessere, quell’agiatezza consolanti, serbando ancora
dei risparmi per ogni possibile evento. È un amministratore prezioso. Vorrei
averne uno simile pel mio giornale.
Fino dai
primi giorni il suo umore era sempre uguale, la sua attività instancabile. Però
quell’umore uguale era costantemente mesto. Non si lagnava di nulla, non era
piagnolosa; parlava anzi con brio, sorrideva sempre al vedermi; ma il fondo
d’ogni suo discorso, il suono della sua voce, il suo sguardo calmo e pieno
d'affetto, erano malinconici. Si vedeva che aveva un rammarico, ed io lo
comprendevo. Aveva trovato la pace, ma le mancava l’amore. Ed a diciotto anni,
la mancanza dell'amore è dolorosa.
Era lo stesso
rammarico che sentivo anch'io. Avrei voluto essere amato ed amarla. Avrei
desiderato le effusioni, le ebbrezze insensate dei giovani innamorati. Ed il
nostro bacio tranquillo, i nostri rapporti cordiali ma freddi, mi mettevano
tristezza, mi facevano sentire un vuoto nel cuore.
Giorni sono
avevamo preso una barca per andare alla villa di San Lorenzano. Eravamo tristi,
come sempre. Io, per abitudine, non parlavo mai alla Mercede della sua
malinconia. Non osavo toccare quel tasto delicato. Ma quel giorno, mentre
eravamo soli in barca, in mezzo a quell’immensa vastità di mare, che pareva
ravvicinarci maggiormente nel piccolo spazio che occupavamo, ebbi un impeto di
commozione. Mi sentii veramente addolorato di vederla così, ed avrei dato la
mia vita per renderla felice.
— Che cos'hai
Mercede? le dissi. C'è ancora un dolore nella tua anima. Un dolore meno
cruccioso delle ignobili sofferenze che hai provate prima, un dolore più alto,
più poetico, ma sempre un dolore.
Non capisco
che smania m’avesse còlto; ma in quel momento desideravo di sentirla confessare
che soffriva, come me, la mancanza dell’amore nella nostra vita. Essa però non
lo disse; era troppo timida: e poi, nella sua delicata riconoscenza, avrebbe
temuto di offendermi confessando che non mi amava e rimproverandomi di non
amarla. Mi rispose facendosi violenza per mostrarsi lieta:
— Ma che! non
sono mesta. Penso al mio piccolo governo della casa; credi che un governo non
dia delle grandi preoccupazioni?
— Sì; ma mi
sembri troppo preoccupata; le risposi. Temo sempre che tu non sia contenta.
— Si può
avere l’animo contento, e la mente preoccupata. Tu pure oggi sei più
preoccupato del solito; allora vuol dire che non sei contento?
— Oh no! io
penso agli affari, al mio giornale. Avrei bisogno d’un buon traduttore e non lo
trovo. Ho cominciato a pubblicare una pagina d'un lavoro tedesco moderno; ma me
l'hanno tradotto male; è un’opera importante, ed in un giornale letterario, la
lingua è essenziale. Ebbi già delle critiche; e vorrei trovare chi mi facesse
una traduzione più esatta, pel prossimo numero.
— Se vuoi che
mi provi io.... — propose timidamente la Mercede. — Sono stata in convento in Toscana, e
la lingua la conosco un pochino.
— Ma tu sai
il tedesco? — domandai meravigliato.
— Oh, non lo
so; non potrei parlarlo forse. L'ho imparato da sola coi libri di mio fratello.
Era l’unico sollievo che avessi alla prosa della mia vita. Posso leggere e
tradurre.
— Come! in
mezzo a tanti guai ed a tante fatiche triviali, sapevi trovare il tempo e l’energia
per uno studio così difficile?
— Ero sempre
in casa sola. Del tempo ne avevo...
— Ma come t’è
venuta quest’idea, Mercede? Come hai potuto riuscire, senza un maestro, senza
nessun aiuto? Raccontami, cara.
— Ora non prendermi
per una dottoressa, mi rispose. Desideravo istruirmi. Desideravo supplire con
un po’ di raffinatura intellettuale, alle raffinature d'apparenza che non
potevo avere. Conoscevo il francese: avevo letto tutti i libri francesi del
babbo; e pensai di imparare il tedesco per poter leggere ancora.
— E da quando
hai cominciato?
— Da più d’un
anno.
— Prima che
ti conoscessi?
— No, pochi
mesi dopo.
Mi diede
questa risposta arrossendo, poi soggiunse subito:
— Ma via! Mi
interroghi come fossi una letterata che ti domanda un impiego da
collaboratrice. Io non ho di queste pretese, sai; mi basta di saper condurre la
nostra casa. Ho cercato un po’ di coltura, così, perchè sapevo di non aver
altre attrattive….
— Questo non
eri tu che potevi saperlo, dissi arrabbiandomi della trivialità di quel
complimento che mi sfuggiva. Poi soggiunsi:
— E ti
premeva acquistarne delle attrattive?
Non mi
rispose, e volse il discorso ad altro. Io, che le avevo sempre parlato come ad
una giovane ignorante, incominciai a considerarla sotto un aspetto nuovo. La
interrogai sulle sue letture; e mi accorsi che aveva molto gusto ed un discreto
corredo di cognizioni. Discorremmo dei poeti italiani e tedeschi, della
letteratura francese, e mi rivelò un criterio giusto, un’originalità ed
un’elevatezza d'idee che la innalzarono molto ai miei occhi. Era un vincolo di
più che si stabiliva fra noi con quella facilità d’intenderci e di comunicarci
le nostre idee.
Fin allora
non avrei mai pensato di dirle i miei progetti di lavori, i miei giudizi
critici. Ora invece potevo intrattenermi con lei dell’arte che mi appassionava.
Ero felice di quella scoperta; la traversata mi parve breve. Quando aiutai mia
moglie a scendere dalla barca, la sua mano mi sembrò più liscia del solito, e
sospirai di non poterla baciare come un amante.
Al cancello
della villa ci separammo. La
Mercede andò a vedere suo padre; ed io entrai dai marchesini.
Ma quel
giorno ero distratto alla lezione. Mi sentivo piccino al confronto di quella
giovinetta, che in mezzo a tante uggie, a tante umiliazioni, a contrasti e
dolori, aveva trovata la forza d’animo di consacrarsi allo studio, senza
l’aiuto dei maestri, senza tutte le facilitazioni che alleviano agli altri le
fatiche dell’istruzione. Avevo il cuore pieno d'ammirazione per lei.
Quel
rammarico di non poterla amare cominciava a prendere una nuova forma nel mio
modo di sentire. Desideravo di poterla abbracciare con passione, desideravo
tutte le espansioni dell’amore, perchè quell'amore me lo sentivo nel cuore;
perchè omai, quella povera Mercede che avevo creduto di sposare per eroismo, mi
era cara più che non mi era mai stata nessuna donna; e tutto il mio cruccio era
di non essere amato da lei, di dover trattarla come un amico, per non imporle
delle dimostrazioni che non avrebbe potuto darmi spontaneamente.
Abbreviai la
lezione. Ero impaziente di andar ad incontrare la mia sposa. Presi con me i
bambini, che, più fortunati di me, le apersero le braccia appena la videro, e
ne ricevettero dei baci carezzevoli, giocondi, ripetuti, come ne dànno le
giovinette sui volti rosei dei bambini, forse per un'aspirazione incosciente ad
altri baci più caldi.
Ci avviammo
tutti verso la spiaggia, dove io e la Mercede dovevamo prendere la barca per tornare a
Genova, ed un servitore dei marchesini doveva trovarsi ad aspettarli per
ricondurli alla villa.
Nel passare
dinanzi alla casa d’un pescatore udimmo il piangere disperato d’un bambino. La Mercede si precipitò
dentro, tutta commossa, e noi la seguimmo. Ma giungemmo appena in tempo di
vederla col volto acceso, gli occhi scintillanti di sdegno, che rimproverava
acerbamente al padre la sua brutalità, mentre con le mani incrociate dietro il
dorso teneva le manine del bambino, e lo nascondeva proteggendolo colla sua
persona.
Il
fanciulletto, che poteva avere da cinque a sei anni, s’era divertito a
tagliuzzare una rete da pesca; ed il padre, acciecato dall'ira, si era dato a
batterlo furiosamente per punirlo di quella colpa, di cui la sua ignoranza lo
rendeva affatto irresponsabile.
La Mercede era agitatissima.
Tutti i suoi sentimenti di bontà, di giustizia, erano offesi da quell’atto di
violenza contro un bambino. Mentre parlava a quell'uomo rozzo, i suoi occhi
erano pieni di lagrime, e si sentiva che il pianto alterava la sua voce. Era
bella in quell’atto di audacia e di nobile indignazione. La sua freddezza
abituale era scomparsa; e da tutta la sua persona traspariva un’anima
appassionata.
I marchesini
si precipitarono verso di lei e le baciarono le mani; piangevano!
L'ingiustizia
del pescatore contro il suo figliolo, il dolore del bambino, le sue lagrime
disperate, e la protezione generosa della Mercede, erano riesciti a commoverli.
Avrei voluto anch'io baciarle le mani, baciare le sue guancie ardenti, i suoi
occhi bagnati di pianto.
Le presi il
braccio e la condussi quasi correndo alla spiaggia. Ero impaziente di trovarmi
solo con lei.
Appena i
bambini ci ebbero lasciati, mi affrettai a farla salire in barca. Ma quando mi
trovai così isolato, senz'altro testimonio che le stelle che ci sorridevano sul
capo, e l’oscurità fredda della notte che ci avvolgeva, mi sentii paralizzato
da una commozione profonda accanto a quella giovinetta, che mi appariva
coraggiosa, intelligente, bella, che riconoscevo superiore a me. L’amavo, e non
osavo dirglielo. Cosa poteva essere per lei il mio amore?
Avrei voluto
guardarla ne' suoi occhi chiari, per scrutare i sentimenti della sua anima.
Stesi un braccio esitando, e le cinsi la vita. Molte volte avevo fatto
quest’atto nella nostra amichevole intimità; ma in quel momento tremavo come se
lo facessi per la prima volta; come se non ne avessi il diritto, e temessi di
vedermi respinto.
Vi sono dei
sentimenti che non si possono nascondere; pare che una corrente elettrica, una
rivelazione misteriosa li faccia risentire alla persona che li inspira. La Mercede indovinò che c’era
qualche cosa d’insolito in quella carezza. La sentii sussultare nelle mie
braccia, e quel sussulto si comunicò al mio cuore, che palpitava con una
violenza affannosa.
— Mercede
susurrai. Sono sempre stato uno sposo freddo per te.
La tenevo
tanto stretta, che risentivo l’impressione d’ogni suo movimento. Ebbe un
singhiozzo che la scosse tutta. Al ripensare la mia freddezza piangeva; sentiva
anche lei la mancanza dell’amore nella sua vita; ma quell'amore che le mancava
lo accetterebbe da me? Avevo bisogno di saperlo, avevo bisogno di aprirle il
mio cuore, e ripresi:
— Ero freddo
con te, perchè avevo dei segreti. Vuoi che te li dica, Mercede? Sei contenta
che te li dica? E mi perdonerai?
Chinò il capo
sulla mia spalla, ma soffocata dal pianto non potè rispondermi. Le batteva il
cuore con una frequenza convulsa; ed io, dal canto mio, la stringevo
convulsamente, non pensavo più che a dirle la mia Passione, e, nell’ardore che
mi agitava, mi pareva d’essere amato come amavo.
— Senti,
ripresi, fino a quella sera che ti parlai dalla finestra, ebbi un amore ideale
per una fanciulla che mi figuravo ne' miei sogni, giovane, intelligente e
bella. Quella sera stessa l’avevo contemplata a lungo come in una visione; l'avevo
desiderata con tutte le aspirazioni della mia anima. Avevo sognato uno sguardo
che mi facesse tremare, una voce che mi commovesse, una stretta di mano, una
carezza, un bacio, che mi dessero il delirio d’una prima ebbrezza. Ma poi vidi
te, Mercede, tanto infelice; e pensai soltanto a salvarti da una vita di
sacrificio: e rinunciai al mio ideale per offrirti il mio nome, la mia casa, il
mio appoggio, ma senza il mio amore. O Mercede, perdonami d'averti sposata con
questo pensiero.
A quelle
parole il suo pianto era divenuto addirittura spasmodico; fece uno sforzo per
svincolarsi da me; io mi sentii umiliato e non osai resisterle. Si curvò sulla
sponda della barca come se guardasse attentamente il mare, che in quella notte
buia non era che un immenso piano nero. Ma dal tremito della sua persona
m'accorsi che era in preda ad una convulsione di pianto. Avrei voluto gettarmi
a’ suoi piedi, coprirla di baci per consolarla; e non osavo stendere una mano
su lei. Susurrai intimidito come un fanciullo:
— Non vuoi
perdonarmi, Mercede?
— Lo sapevo
bene che m'hai sposata, per compassione, rispose singhiozzando. Non ho nulla da
perdonarti. Ti sono riconoscente.
— Ma io non
la voglio la tua riconoscenza, esclamai. Io ho trovata la giovinetta bella ed
intelligente de’ miei sogni; ed è più bella, più nobile che non l’avessi
sognata mai; e nel premere la sua mano ho sentito un fremito agitarmi tutto; e
nello stringerla al cuore ho provato una commozione intensa come uno spasimo,
ed il suo bacio mi ha data una gioia così grande che mi parve di non aver la
forza di sopportarla, ed ho creduto di morire; e t'ho amata, Mercede, come non
avrei amata mai quell’idealità della mia fantasia. Ero stupido e vano, quando
credevo di fare qualche cosa per te; sei tu che puoi fare la mia felicità.
La Mercede mise un grido di
gioia che mi rivelò il segreto delle sue lunghe tristezze.
— Oh Leo! esclamò. Io ti amavo; era
per avvicinarmi a te che passavo le notti studiando. Quando hai domandata la
mia mano, ho creduto di impazzire di gioia. Ma poi ho compreso che mi sposavi
per compassione, che non mi amavi e per questo ero mesta accanto a te e nella
tua casa.
— Ma ora ti
amo, cara, ti amo, susurrai stendendole le braccia. E lei si abbandonò sul mio
petto, e mi nascose il volto sulla spalla, mentre io sfogavo la mia gioia con
mille parole insensate, e le baciavo i capelli e le guancie.
È da quella
sera, Augusto, che è cominciata per noi la vera luna di miele. Le nostre nozze
furono quelle; silenziose e solitarie, tra la vòlta nera del cielo ed il piano
nero del mare, che sembravano farsi più scuri per proteggerci contro ogni
sguardo indiscreto, per isolarci. È una felicità che non credevo di questo
mondo. Se avessi la scelta fra le donne che ho conosciute, sarebbe ancora ai
piedi della mia dolce Mercede, che implorerei quella soavità d’amore che lei
sola può darmi.
Eccoti,
Angusto, la storia del mio grande sacrificio. Il mio eroismo è svanito; ma mi è
rimasta in compenso la felicità d’un amore vero, di quell’amore che tu mi
accusavi di non saper comprendere; perchè il tuo amore si chiama tempesta, il
mio si chiama pace.
Ma non mi ha
impedito di dimenticar tutto il mondo nell'ebbrezza delle sue gioie, quel
placido amore; di trascurare anche te, amico, di non rispondere alle tue
lettere.
Mi perdoni? Del
resto ti sapevo tranquillo ed occupato del Re Lear; se tu avessi avuto
bisogno di me, sarei accorso malgrado tutto.
Negli ultimi giorni della
quaresima verrò a Milano per assistere alla prima rappresentazione della tua
opera, al tuo trionfo, e per farti conoscere la mia Mercede, che sarà in terzo
nella nostra amicizia e nel nostro patto.
Ma lei non ha
bisogno di giuramenti e di propositi per far il bene e per rimaner immacolata.
La sua anima è pura, e la virtù è innata nel suo cuore.
Leonardo.
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