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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XXXII.   Leonardo a Augusto.
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XXXII.

 

Leonardo a Augusto.

 

Non puoi credere come mi rassicuri il leggere in tutte le tue lettere che lavori al Re Lear. È soltanto dal lavoro che spero per te il conforto d'una pace durevole.

Avrei voluto venire a Milano per passare le feste del Natale e del capo d’anno con te. In tutto questo mese, dopo la tua grande risoluzione, ho desiderato molte volte d'abbracciarti. Ma un interesse grave, un interesse vitale, mi ha occupato qui in questi ultimi tempi.

Finora t'ho sempre parlato ben poco de' fatti miei. Ora che tu sei calmo, debbo intrattenerti lungamente di me. Si tratta d’un passo grave, decisivo che sto per fare, d’una risoluzione presa improvvisamente, e che deve decidere di tutto il mio avvenire. Ho dunque tutta una storia da raccontarti.

Alcune sere fa uscivo dalla farmacia verso le dieci. Era una serata rigida; era nevicato nel mattino; un leggero strato bianco copriva tutto intorno i monti, i tetti delle case, le strade; una nevicata come ne vengono in questi paesi, non più alta d’un mezzo palmo, che imbiancava il paesaggio, ma senza alterarne le linee come fanno quegli alti cuscini di neve che arrotondano i tetti ed i comignoli a Milano.

Mi sentivo le membra irrigidite dalla lunga serata della farmacia, dove si avverte penosamente l’economia delle legna. All’angolo della contrada salutai tutta la brigata, che era uscita con me, ed invece di andare direttamente a casa mi avviai su su per la via del monte, per riscaldarmi con una passeggiata rapida.

Quella scena bianca su cui batteva la luce della luna bianca essa pure, aveva un aspetto di calma solenne; sentivo una pace soave invadermi il cuore come al finire d’una lotta violenta.

Infatti avevo finito la lotta arida del pane quotidiano, ed ero riuscito ad assicurarmi un avvenire. Avevo ottenuto a Genova la direzione d'un giornale letterario con un discreto stipendio; ed intanto il marchese di San Lorenzano mi aveva pregato di non abbandonare l'educazione dei suoi bambini; la sua villa è tanto vicina alla città che si possono conciliare le due cose. Così potevo contare sopra sei o settecento lire al mese, e questo mi rassicurava. Sai che ho sempre avuto ripugnanza per le preoccupazioni di denaro, uggiose e meschine.

Pensavo a te, che da parecchie settimane non mi scrivevi più lagnanze ed eri calmo e rassegnato. Poi pensavo alla tua opera, al trionfo che ti aspetta. Dacchè è ammessa nel programma della Scala, la tua posizione è fatta. Appena sarai conosciuto, prenderai posto fra i primi maestri viventi. Avrei voluto che tu potessi venire a stabilirti a Genova con me; e la sola cosa che mi rattristaste era l'impossibilità d'averti vicino. È nel tuo interesse che devi rimanere a Milano; capisco che le prove, l’allestimento scenico, tutto quanto riguarda il Re Lear, sono interessi vitali per te. Ma avrei voluto che la tua opera fosse la prima e non l’ultima della stagione per vederti presto libero.

Pensavo tutto questo. Calcolavo che avrei la mia casa a Genova, e guardavo l’avvenire con quel senso di gioia indefinita che proviamo, quando siamo giunti ad un bel momento della nostra vita, e non sappiamo che altre sorprese ci aspettino, ma speriamo.

I tuoi romanzi d'amore m'avevano esaltato un poco. Senza amare nessuna donna, pensavo anch’io vagamente ad una sposa giovane e bella nella mia casa nuova, che la animasse e la consacrasse colle nostre prime espansioni.

Non avrei mai avuto l’idea di cercare una sposa a sangue freddo; ma mi consolava il pensiero di esser libero, ed in posizione di offrire un'esistenza agiata alla donna che potrei amare. E desideravo d'amare. Mi compiacevo figurarmi una giovinetta bella, gentile, elegante, di quelle che si paragonano ai fiori ed agli angeli, perchè la loro breve esistenza è trascorsa in una specie di spensieratezza serena, che è il privilegio della gioventù felice. Nessuna cura molesta ha offuscata la loro pace, nessuna necessità triviale le ha obbligate a rinnegare le poetiche idealità della loro inesperienza.

È un tipo un po’ convenzionale, l'ingenua delle commedie; ma è quello che piace sempre di più, non foss'altro per l’illusione che ci facciamo di poter modellare quell'anima nuova, a seconda delle nostre idee.

M’immaginavo il poema intimo dei primi sguardi, del primo incontro, delle prime parole scambiate ad un ballo o ad un teatro; mi tremava il cuore, mi sussultavano tutti i nervi all’idea della prima stretta di mano che mi farebbe sentire d'essere amato. E mi pareva di susurrare una preghiera appassionata, di stringere col mio braccio una vita flessibile, di sfiorare colle labbra innamorate una guancia arrossita dalle prime emozioni dell'amore; ed una dolcezza calma mi gonfiava il cuore; e, pensando ai miei venticinque anni ed alla nuova vita meno solitaria che m’aspettava, dicevo fra me:

— Dove, quando la vedrò? — ed ero certo di vederla presto, ed ero felice di quella certezza, ed aspettavo senza impazienza.

Dopo una rapida corsa ero tornato indietro, e ripassavo dinanzi alla casa Armenti per avviarmi alla villa.

Ad un tratto udii una voce rabbiosa e concitata, che usciva dalla finestra terrena della cucina. Gli Armenti hanno un camino che manda fumo, ed, in qualunque stagione, sono costretti ad aprire la finestra ogni volta che accendono il fuoco; e questo durerà fino alla consumazione dei secoli, o piuttosto fino alla consumazione del farmacista, che si rassegna a tutto, pur di non spendere quattrini in riparazioni.

Da quella finestra, nel silenzio della notte, sfuggivano col fumo i segreti più intimi della famiglia. Era una scena sordida.

Il vecchio era seduto al tavolo della cucina, e stava rivedendo i conti di casa. Accanto al libro delle spese che leggeva, c'era un paio di stivalini vecchi; dalle dimensioni piccolissime, capii che erano della Mercede, sebbene fossero ignobilmente sgangherati, screpolati nelle tomaie, bucati nelle suole, come le scarpe d’una mendicante.

L’Armenti trovava a ridire od ogni minuzia; scendeva ai particolari più triviali e meschini, domandava spiegazione di tutto alla Mercede, che gli stava ritta al fianco con l'aria d'una vittima.

— Un ettogramma di burro! Ma cos'hai fatto quest'oggi col burro? E questo latte? Io non ho veduto latte. Ah! per la tua colazione! E non ci era della minestra di ieri? La signorina si permette d’avere delle preferenze; vuole il latte; mi figuro che ci avrà messo anche il caffè e lo zucchero. Guarda cosa mi costa soltanto la tua colazione; e poi aggiungi il pranzo, il lume, le lavature, il vestiario, e calcola quanto spendo per te. Alle tue sorelle ho dato cinquemila lire ciascuna, e non ci penso altro. L’interesse di cinquemila lire corrisponde a settanta centesimi al giorno; e per te non basta il doppio; non basta il triplo....

La Mercede non rispondeva. Era pallida e tremava d’indignazione; ma si faceva violenza per stare zitta. Quando il padre fece per alzarsi, essa gli pose davanti quei miserabili stivalini, con un sospiro così doloroso che mi strinse il cuore.

— Cos’è? — domandò il vecchio che aveva finto di non vederli per obbligarla ad esporre la domanda penosa.

— Andrebbero rattoppati, — rispose la Mercede con uno sforzo.

— Ancora! — esclamò l’Armenti con un’esplosione di meraviglia e di risentimento, come se gli avesse domandata la più dispendiosa superfluità. — Sarà la decima volta che si dànno al calzolaio...

— È appunto per questo non si possono più rattoppare, — disse la ragazza.

— Non si possono più rattoppare? Ma, allora, cosa pretendi? Io lo domando a te. Cosa debbo farci? Se il calzolaio non li può raccomodare vuoi che possa raccomodarli io? Sentiamo; cosa proponi?

— Ce ne vorrebbe un altro paio... — sospirò timidamente la Mercede.

Allora il vecchio fece una sfuriata tremenda. Le pretese di quella ragazza erano esorbitanti; assolutamente egli non poteva più tirare innanzi così; le sue poche rendite non gli bastavano più; voleva rovinarlo; voleva farlo morire nella miseria.... Bisognava assolutamente che si risolvesse a prendere un partito pel suo avvenire...

— Sposerò il medico che m'ha domandata in moglie — disse tristamente la Mercede.

— Non è vero! — l’interruppe il padre.

— Sì, è vero. Lo so, — insistè la figlia. —È vedovo, è vecchio, ha cinque figlioli; ha una ragazza maggiore di me; ma non importa; lo sposerò per non farle più fare la spesa di mantenermi.

— Ed io ti dico di no, che non lo sposerai. Il medico vuole la dote, ed io non posso dartela, capisci? Le tue sorelle hanno avuto cinquemila lire; non posso fare un'ingiustizia per favorir te, che sei la più disobbediente, la più ostinata. Se andrai in convento, avrai quello che ho dato alle altre; altrimenti nulla. Pensaci. Tuo fratello arriva alla fine del mese e debbo dargli la tua camera ed il tuo letto; prima d’allora devi aver preso una risoluzione.

La scena continuò animata. La povera Mercede propose di cercare un posto di governante in qualche buona famiglia: ma il padre non volle sentirne parlare; disse che sono situazioni precarie; che da un giorno all'altro avrebbero potuto metterla sul lastrico, e sarebbe toccato a lui di ripigliarsela. E poi non voleva che s’avesse a dire che mandava la sua figlia a servire. La Mercede doveva prendere una risoluzione definitiva e decorosa; e per questo non c’era altra via che il convento.

— Quella non la prenderò mai! — disse la Mercede energicamente; poi si alzò ed uscì dalla cucina al buio.

Quella scena mi fece un’impressione penosa. Vedere una fanciulla condannata a passare gli anni più belli della gioventù in quelle lotte ignobili, senza un piacere, senza un affetto, senza una speranza, nè un’idealità che la innalzasse sopra il terra terra di quelle preoccupazioni triviali, era cosa che veramente faceva pietà.

L’unica uscita che le si era presentata era stata la domanda di matrimonio del vecchio medico. Un uomo miserabile, pieno d'acciacchi, tabaccoso, che aveva bisogno della sua dote, per rimpannucciare sè ed i figli.

Eppure la poveretta lo avrebbe accettato; a diciotto anni! Come doveva essere infelice, per vedere un conforto in quel partito disperato!

Ci pensai lungo la notte; la mattina mi scusai col marchese di non andare a colazione, e, quando i bambini furono scesi a tavola, feci una corsa al paese ed entrai nella farmacia.

L’Armenti mi sorrise con la solita bonarietà, e mi disse due o tre sciocchezze. Io gli domandai:

— E la signora Mercede?

— È di là, — mi rispose. — Credo che reciti l’Angelus Dei. È la sua preghiera del mezzodì; ne ha una per ogni ora del giorno. Finirà col farsi monaca.

Uscii per non mancargli di rispetto. Quell’ipocrisia m'irritava tanto, che avrei dimenticata la sua età se gli avessi risposto.

Tornai la sera. Allora la Mercede era in farmacia; il padre non le permette il lusso d’un secondo lume per istare ritirata nella sua camera. Era seria e calma come al solito; soltanto aveva gli occhi un po’ gonfi, ed era pallida, come una persona che ha perduta la notte.

La compagnia era già radunata, ed il farmacista si mostrò gioviale e spiritoso alla sua maniera come al solito. La discussione della sera precedente non gli aveva lasciato nessuna impressione; si capiva che c'era avvezzo, e questo mi rattristava maggiormente per la povera giovane, che forse doveva sopportare giornalmente quella tortura morale. Spiavo il momento di accostarmi a lei; sentivo il bisogno di dirle una parola di simpatia, di offrirle i miei servigi, di esternarle l’interessamento che m’inspirava. Ma era impossibile riescirci dinanzi a tutti quegli sguardi di provinciali curiosi.

Nella mia smania di fare il paladino, ebbi la cattiva inspirazione di rinfacciare al vecchio Armenti la sua bugia, per offrire alla Mercede l'occasione di smentirla pubblicamente.

— Questa mattina volevo salutarla, — le dissi, — ma lei stava recitando l’Angelus Dei.

Credette che fosse uno scherzo, e mi guardò coll'aria maravigliata ed infastidita di chi si vede costretto a prestarsi per cortesia alla celia poco felice del primo venuto. Vedendo che non dicevo altro, mi rispose;

— È da quand'ero in convento che non ho più recitato l’Angelus Dei.

Il farmacista si mostrava tutto intento ad una emulsione che stava preparando, e picchiava forte nel pestello per far supporre che non udisse quella smentita. Io ribattei sullo stesso chiodo.

— E perchè — domandai ancora alla Mercede — ha preso in odio appunto quel povero Angelus Dei, mentre so che recita una preghiera ad ogni ora del giorno? L'angelo del Signore, cesserà di proteggerla.

— Non se n'è mai dato gran pensiero — rispose la Mercede con uno sfogo quasi involontario. Ma riprendendo subito il suo riserbo diffidente, soggiunse:

— Ho troppo da lavorare per poter pregare a tutte le ore del giorno.

— Ha da cucire il corredo per andare in convento? — domandai guardando il vecchio per obbligarlo ad arrossire.

La Mercede mi lanciò uno sguardo di rimprovero che pareva dire: «anche lei!» e con un accento risoluto come di sfida rispose:

— Io non entrerò mai in convento. Glielo giuro.

Mi aveva sospettato d'essere alleato di suo padre, ed il farmacista, dal canto suo, fremeva contro di me perchè avevo provocata quella dichiarazione.

Compresi che, invece di consolare quella povera giovane, le avevo fatto un male maggiore. Il vecchio si sarebbe vendicato di quell'atto di audacia; l’avrebbe punita.

Questo pensiero mi fece paura. Invece di ritirarmi, quando la compagnia si sciolse, vagai intorno alla casa per sentire cosa accadrebbe.

Piovigginava, ma faceva meno freddo della sera innanzi.

Il fuoco in cucina era spento e la finestra era chiusa. Mi fermai ad ascoltare; ma potei udire soltanto qualche esclamazione, delle voci agitate, e poi un piangere violento e convulso. Le parole mi sfuggivano. Mi accostai come la sera prima per vedere che cosa accadesse di dentro.

Il farmacista era trasfigurato dalla rabbia; tutto il suo corpo pingue tremava; il suo volto largo e grasso era rosso, quasi pavonazzo, ed i suoi occhi d’un azzurro pallido (i suoi occhi dolci, come dicono in paese) erano iniettati come gli occhi d’una tigre, lampeggiavano, pareva che volessero schizzargli dall’orbita. Parlava colla voce rauca, strangolata dall’ira, e gestiva colle mani alzate che tremavano come foglie per la concitazione.

Ad un tratto la Mercede gli rispose qualche cosa, che gli fece perdere la ragione addirittura. Le si avventò contro, la prese per le spalle, e curvandole sul capo la sua grossa testa calva, continuò a parlarle rabbiosamente, mentre la scuoteva con una violenza brutale. La povera giovane continuava a piangere senza rispondergli, senza ribellarsi. Io benedissi la sua fermezza, che la tratteneva dal rivoltarsi contro suo padre; ma ero così indignato, che stavo per spezzare un vetro. Per fortuna in quel momento il vecchio allentò un momento le mani, e la Mercede ne profittò per svincolarsi e fuggire al buio come la sera precedente.

Conoscevo la disposizione della casa, e sapevo che, per salire nelle stanze di sopra, doveva traversare un corridoio dall' altra parte della farmacia, le cui finestre non erano mai chiuse.

Voltai l'angolo in fretta, ed affacciandomi alla finestra del corridoio, in cui si sentiva il passo affrettato della ragazza, susurrai:

— Mercede! Mercede!

Udii il passo farsi ancora più rapido, come per fuggire. Chiamai daccapo:

— Mercede! senta una parola; nel suo interesse la prego.

— Chi è? domandò fermandosi un po’ distante.

— Sono io, Leonardo Giordani.

Allora tornò indietro; s’accostò alla finestra e mi disse in tuono crucciato:

— Mio Dio! Perchè mi ha parlato del convento davanti al babbo? Se sapesse che male mi ha fatto!

— Lo so, risposi. Me ne sono accorto troppo tardi. È per questo che sono rimasto qui. Tremavo per lei.

Non rispose altro, e dopo un momento disse:

— Buona sera. E s'avviò per andarsene. Io sentivo il bisogno di consolarla.

— Senta, Mercede. Mi perdona? le gridai. Avevo parlato credendo di giovarle, per poter dire a suo padre che lei non voleva andare in convento.

— Le perdono; sono avvezza a perdonare ben altro; ma intanto ha fatto peggio.

Sentii che il pianto le strozzava le parole in gola.

— Perchè? le domandai con vivo interessamento. Che cosa è accaduto? Mi dica.

— È accaduto che ho dovuto promettere; ecco... Ho dovuto promettere d'andare in convento. Era tanto irritato che m'ha presa con violenza.

— E ci andrà davvero?— domandai atterrito da quella notizia.

— Per forza. Cosa posso fare? — Poi soggiunse con dolcezza: — Del resto non si affligga. Lei ha fatto sollecitare questa risoluzione, ma tanto, un giorno o l’altro dovevo prenderla. Non c'era altra via per me.

Voleva farsi forza, ma i singhiozzi le impedivano di parlare, l'agitavano tutta. Io pensavo che a conoscerla non era punto uggiosa come mi era sembrata prima, e che, forse, potrebbe avere un innamorato come qualunque altra ragazza. Era tanto giovane!

— Se potesse maritarsi invece... — le dissi.

— Mi ha domandata il medico — rispose. — Ma il babbo non vuol darmi dote.

— Il medico è troppo vecchio per lei. Ha una figlia di venti anni.

— Oh! cosa importa? — esclamò con profondo scoraggiamento.

L'oscurità, l’intimità impreveduta a cui ci avevano condotti le circostanze, unite al desiderio sincero di giovarle, mi resero indiscreto. Osai farle una domanda che certo non le avrei fatta il giorno prima.

— Ma non c’è un giovane che le voglia bene?

— Che! — rispose senza il menomo risentimento, troppo preoccupata della sua posizione per poter avvertire l'audacia del mio discorso. — Le pare ch’io sia una ragazza da innamorare i giovinotti? Sono vestita che fa vergogna; ho i crucci fin sopra i capelli, che m’invecchiano e mi fanno triste: non ho voglia neppur di vedere la gente; la gioventù felice mi fa piangere; ho bisogno di evitarla per non diventare invidiosa.

— E se il medico la sposasse senza dote, lo accetterebbe?

— Lo benedirei, povero vecchio; e gli sarei riconoscente tutta la vita; e sono certa che non sarei una cattiva madre pe' suoi figlioli.

Disse questo con islancio di gratitudine come se la cosa fosse avvenuta. Poi, dopo un momento, riprese sconfortata:

— Ma è impossibile. Ha bisogno della dote. Alla sua età, cosa gl'importa della sposa? Sono gl’interessi che lo fanno pensare ad ammogliarsi. Se potesse pigliare la dote senza me, sono certa che s’accontenterebbe; ma di me senza la dote non sa che farne.

Ebbi un impeto di pietà affettuosa e cavalleresca; un desiderio entusiastico di salvare quella povera giovane ad ogni costo.

— Ebbene, le dissi, io domanderò lei senza la dote. Mi vuole, Mercede?

— Lei! Oh Dio!

Fece quest'esclamazione con tanta meraviglia, che non capii se fosse contenta o sdegnata. Ma era sdegnata perchè non mi credeva.

— Scusi, riprese riassumendo quella sua aria diffidente, che allontana tutte le simpatie, avevo creduto che avesse un po’ d'amicizia per me; almeno un po’ di compassione; e stavo qui a dirle i miei dispiaceri; e lei invece si burla di me. Dovevo figurarmelo.

Se ne andò così infuriata che non potei trattenerla. Ma quel rimprovero mi commosse ancora di più. Povera anima giovane! Era già tanto amareggiata, che non credeva più al bene!

Provavo quasi rimorso pensando all'aumento di sconforto che doveva procurarle, l’idea che l’avessi burlata; era un pensiero mostruoso.

A che estremo di delusione doveva esser ridotto un cuore di diciotto anni, per credere a tanto cinismo

Lo sdegno della Mercede però, invece di scoraggiarmi, mi raffermò nel mio proposito. Compresi che, oltre alla necessità di togliere quella poveretta all'infelicità della sua casa, di sottrarla alla tirannia del padre che voleva farla monaca, c'era l’altra necessità morale di ravvivarle nel cuore i sentimenti consolanti della sua età, la fede nel bene e nell’amore de’ suoi simili, di restituirle la speranza che aveva perduta.

Pensai con rammarico a’ miei sogni d’un’ora prima; la visione d'una giovinetta gentile, bella, colta, coll'anima pura da ogni amarezza o disinganno; l'illusione soave d’un amore ingenuo che rispondesse al mio amore, d’un matrimonio tutto passione e poesia.

La mia parte di creta si ribellava all’idea di sacrificare tutte quelle aspirazioni per quella giovane disillusa, inasprita, e senza la potente attrazione della bellezza. Ma seppi vincere il mio egoismo; dopo una notte di riflessione, la mia risoluzione era presa irrevocabilmente.

Dovevo rassicurare la Mercede, consolarla; e subito, prima che il padre avesse tempo di fare nessun passo verso la Superiora del Sacro Cuore.

Non mi era possibile di vedere la ragazza da sola, perchè il farmacista non la lasciava avvicinare da nessuno. Mi rivolsi a lui. Dovetti appigliarmi ad una prosaica domanda ufficiale di matrimonio, che fu accolta come un insulto.

Lasciai che si sfogasse, poi gli esposi la mia situazione e dichiarai che desideravo la Mercede senza dote. Allora il pensiero di risparmiare anche le cinquemila lire del convento, lo guadagnò alla mia causa.

Volle sapere se avessi qualche cosuccia da parte per l'impianto della casa e per le prime spese. Quando fu ben sicuro che ero in grado di provvedere a tutto senza ricorrere a lui, allora soltanto mi diede il suo consenso. E lo diede colla massima sollecitudine; riprese il suo aspetto bonario, la sua giocondità, e trovò parole paterne per raccomandarmi la figliola, e per mostrarsi preoccupato del suo avvenire.

Ero ancora troppo mortificato dell’equivoco della sera innanzi, e troppo agitato dalla mia stessa risoluzione, per poter vedere in quel momento la Mercede. Pregai il padre di comunicarle egli stesso la mia domanda, di interrogarla in proposito, e lo lasciai.

Non tornai che tardi nella sera. C'era già tutta la compagnia solita, radunata intorno alla tavola; ed il brio del farmacista teneva tutti in allegria; ridevano, facevano grandi esclamazioni, si battevano le mani sulle ginocchia e picchiavano i piedi in terra nell'eccesso dell'ilarità.

La Mercede era la sola che non ridesse. Teneva il lavoro in mano, ma aveva le mani abbandonate in grembo, e stava immobile e seria, fissando gli occhi dinanzi a sè, come se leggesse le scritte sui vasi della scansia. Ma in realtà non si occupava di quei medicinali. Appena udì la mia voce si fece tutta rossa, poi si rizzò e mi venne incontro.

— Mi perdoni — disse. — L'avevo giudicato male; avevo creduto che volesse farsi gioco di me. Sa, quando si è disgraziati non si crede più al bene.

— Dunque mi accetta? — domandai prendendole la mano.

Strinse la mia, ma non mi rispose. La guardai negli occhi che teneva abbassati, e vidi che piangeva. Rispettai la sua commozione, e la ricondussi al suo posto senza parlarle. Poi, rivolgendomi all'ufficiale che m’aveva raccontato la storia di quella fanciulla disgraziata, gli dissi:

— Ti presento la mia sposa.

Così in un momento tutta la compagnia fu informata del grande avvenimento, ed io mi trovai impegnato colla società, come lo ero già colla mia coscienza.

Mi diedi subito d’attorno per trovare un alloggio a Genova. Mi riuscì d'avere un quartierino abbastanza comodo, grazioso, che gode la vista del mare. Domenica prossima uscirà il primo numero del mio giornale, ed alla fine del mese sposerò la Mercede.

Dacchè ha la certezza d’un avvenire migliore che non aveva sperato, s'è fatta più serena; e vi sono dei momenti in cui mi sembra quasi bellina. Spero che potrò renderla felice; io non ne sono innammorato; non è la fanciulla che avevo sognata. Ma farò di tutto per renderle la vita facile e lieta. Cerca di trovare almeno un giorno per venire ad assistere al mio matrimonio. In quella circostanza tanto importante per me, sento il bisogno d’averti vicino.

 

Leonardo.

 




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