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Alessandro Giuseppe Spinelli
Orgoglio e tirannide

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  • PARTE PRIMA     I PROGETTI
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PARTE PRIMA

 

 

I PROGETTI

 

 

SCENA PRIMA

 

Sala nel castello del Barone

 

IL BARONE, DONATO esce

 

Bar. Dunque, sapeste nulla intorno di questa Maria, di questa strega, che produce cotanta aberazione nella mente di mio figlio?

Don. Ell'à circa diciott'anni; bella assai, e in tutto complessa, educata nobilmente con grande cura, perchè rimasta orfana di padre nei primi anni di sua vita, ebbe lo zio materno, pietosissimo sacerdote, che la pose in collegio delle cenobite, e tolta da tre anni appunto in occasione, che questo zio morì, e la vecchia madre urgendone l'assistenza, la prese in propria casa.

Bar. Persona vulgare. E come il figlio mio si è di lei invaghito?

Don. Riportando qui alcuni finissimi lavori femminili, ella medesima, diede campo a vostro figlio di vederla, incapricciarsi, e spesso in casa dei Lieto congiunti a V. A. avevano l'occasione di rivedersi parlarsi, e quindi divennero appassionati l'uno dell'altra.

Bar. Ma tutto questo nol permetterò mai.

Don. In qual modo? parmi impossibile. Voi sapete quale legge io mi faccia de' vostri ordini e desiderii, sapete però anco, quale anima ardente abbia il figlio vostro, e siccome un forte amore conteso, può produrre un dispetto e questo in un temperamento sensibile e fervido, potrebbe sfogarsi su di me, vieppiù sulla certezza ch'io possa essere presso di V. A. l'istigatore.

Bar. Ed io vi ripeto, che dovete stornare questo amore.

Don. Io?.... in qual modo?....

Bar. Introducetevi in casa, scuse non ve ne possono mancare, consigliatela, ammonitela, illudetela con qualche interessante promessa, tutto io farò purchè non segua questa unione.

Don. Permettetemi V. A. prima di giungere a questa circostanza, non potreste tentar con amorosa insinuazione, ammonir paternamente vostro figlio?

Bar. E non siete stato pur voi testimone se l'ho fatto altre fiate? E qual frutto ottenni?

Don. È vero. Provate ancora una volta vi supplico Altezza, chi sa che senza devenire a violenze o castighi, inaspritori......

Bar. Ed appunto per questo non voglio più consigliarlo ammonirlo. Amo il mio Errico, ma se deve scegliere una sposa, la scelga tra le sue pari, non una villica nobilitata dall'educazione e non dalla nascita; ch'importa ch'ella sia questa rara bellezza se non è dama di puro sangue. A voi dunque l'impegno, e spero che ne saprete uscire a norma delle mie brame.

Don. L'A. V. mi pone in imbarazzo, e accetterei piuttosto qualunque strana missione che mescermi nell'interesse di vostro figlio che sapete qual fisica forza egli ha nel prendere gentilmente pel collo....

Bar. Non lo farà più, vi rispetterà.

Don. Rispettarmi? quando saprà ch'io tento attraversar l'entusiasta amor suo?

Bar. Non aggiungo di più, agite con prudente prontezza voglio vederla finita. (parte)

Don. Questi signori castellani, se disponessero del cielo, manderebbero una pioggia di folgori. – E se oprando con iscaltrezza potessi procurarmi una bella moglie e una bella dote da parte del Barone? E Maria, l'orgogliosa Maria, bella quanto seducente vorrà ella cedere quando vedrà tutte le difficoltà sormontargliesi innanzi? so che fortuna è sempre amica dell'operazioni non buone.... dunque? facciam coraggio Donato, ingegnosa prudenza onde uscirne bene e soprattutto con l'unità della pelle.

 

SCENA II.

 

Stanza terrena di comoda casa campestre, porta praticabile di fronte, con tutta decenza in costume.

 

MARIA seduta presso ad un tavolino ricamando un bianco fazzoletto a mano.

 

Mar. Spero di fargli una grata sorpresa presentandogli questo lino ricamato dalle mie mani. Oh Errico! non passa momento ch'il mio pensiero non si occupi di te solo. – E qual fine avrà questo amore? io chiedo sempre a me stessa, so predirmi, su di una terribil incertezza. Il superbo suo genitore approverà la nostra unione?... tremo! Dunque in me è un delitto l'amare, perchè i miei natali sono vulgari, perchè non nacqui tra le ricchezze e l'orgoglio.... ma io l'amo, possentemente l'amo.... quest'amor è per così sublime ch'io mi sentirei capace di sfidar tutto l'odio e l'umana possanza. Ma che sarà di Errico, dovrebbe per egli solo forse esser tolto a delitto?... – Mia madre non giunge: Ritarda molto quest'oggi.... mi sento una certa angustia.... (si picchia alla porta. Maria va ad aprire.) Siete qui madre mia? (Riconosce Donato e si arresta spaventata.)

 

SCENA III.

 

DONATO e detta.

 

Mar. (E sono sola! poveretta me!)

Don. Perchè tanta paura, accertatevi ch'io mi sono.

Mar. Signore, in casa mia ho il diritto di non conoscervi.

Don. Buona, buona via cara e bella Mariettina. Qui venni per non farvi alcun male, ma per udir dalla vostra vezzosa bocca....

Mar. Chi vi diede il diritto e tanto ardire?....

Don. Capperi! come non sapeste ch'io sono segretario di S. Altezza il principe e Barone di Maratea il feudatario di questo castello!

Mar. Per questo vi riverisco e rispetto, onoro il vostro grado e la vostra rappresentanza, ma in casa mia sono io la principessa de' miei diritti, perchè al feudatario non mancano le mie onoranze, e posso chiedervi il motivo della vostra venuta.

Don. (Avanzando una sedia.) Saprete anche questo. Tranquillatevi, sedete presso di me ed ascoltate quanto sono per dirvi; capirete allora che non sono di un carattere quale mi fate conoscere di suppormi. Se io non avessi avuto decreto dal mio padrone di venir quì, credete voi ch'io sarei venuto a recarvi dispiacere?... oh mai, per tutto l'oro del mondo... ma vedendovi.... fate cangiar di proposito anche al più forte e crudele, e se mi permettete vi dirò che voi inspirate la più fervida passione.

Mar. Signore, o cangiate discorso, o sarò costretta a ritirarmi.

Don. Oggi otteneva il titolo da S. A. come sopraintendente segretario, in qualunque modo a me possibile di rompere, disunire l'amore ch'esiste tra voi e il mio padroncino. Sapete anco l'orgoglio di chi comanda, come trova delitto la più nobil passione, quando non istà nei limiti di quelle convenienze ch'ingenerano la possanza baronale, di questo orgoglio si fanno legge inviolabile il potente di questa terra, ed a questa tutto ciecamente, qualunque più santo e sacro affetto sa svenare. Voi amando il figlio del Barone quantunque bella, saggia, onorata, virtuosa, educatissima nata nel fango, non avete uno scudo dove s'inquarti qualche titolo dell'orgoglioso blasone, tutte le prerogative che sono le più nobili ed amabili, nulla valgono in confronto di chi ignorante e selvatico prescrisse ogni nobil rosezza. Quindi io vengo a farvi un'onesta proposizione, per uscire di quì ed essere collocata condegnamente nel castello di Sua Altezza.

Mar. Ricordate ch'io pure sono gelosa dell'onestà mia assai più della vana nobiltà baronale.

Don. Non è d'uopo che v'irritate, potete palesar i vostri sensi, senza trar motivo di collera. Il barone mi disse ch'in qualunque modo sia troncato questo amore, e mio malgrado, mi diede comando di frappormi, e dopo qualche esitanza di quest'incarico, credetti opportuno di raddolcir la circostanza col proporvi cosa, cui parmi non debba sdegnarvi.

Mar. Voi volete spaventarmi?

Don. Tutt'altro bellissima ragazza, io vi ripeto il vero senza neppur aggiungere una sillaba, e pensai di venir io medesimo a parlar con voi e consigliarvi, evitando l'eccessivo comando del barone, che commetterebbe a suoi armigeri di trarvi di qui e collocarvi nella più profonda segreta del suo castello.

Mar. Il barone avrebbe cotanto diritto? per qual colpa?

Don. Perché fate all'amore coll'unico suo erede.

Mar. Questo non è che un sospetto.....

Don. Sospetto! che serve mendicar le scuse, lo sanno tutti... ma corti ragionamenti. Le nozze col figlio del barone con voi sono impossibili, dunque la mia mano......

Mar. Quest'estremo voi mi offerite?....

Don. Voi non potete uscir di periglio, se non che mia sposa. Un segretario di S. A. non ha d'uopo di comprovar l'onore di concedervi la destra. Se voi ricusate, non assicuro voi il mio padroncino.

Mar. L'empietà ha perfezione nella frode ch'io non giungo a penetrare.

Don. Non vi è tanta riprovazione, allora che queste frodi seppur tali volete chiamarle, vengono adoperate con buon fine.

Mar. Spiegatelo questo fine.

Don. Qualunque altro che vi sposasse potrebbe sentir gelosia per voi, l'amicizia del mio padroncino mi esime dalla sensibilità. (N. B. Durante la scena l'attore, quando crede opportuno per la sua azione involerà nascostamente il fazzoletto che ricama Maria.)

Mar. Badate che le vostre proposte segnano infamia; che volete voi dire?

Don. (Accostandosele colla sedia Maria ritirasi.) Tu non sarai insensibile, le mie istanze giungeranno a commoverti.

Mar. (Avvicinasi alla porta.) Dovrò chiamar soccorso....

Don. (L'afferra rapidamente.) Sotto l'ombra del nostro matrimonio, Errico potrà vederti....

Mar. La vostra audacia.... (tenta di sciogliersi.) Uscite di qua.... soccorso! uno scellerato mi trattiene!

Don. Frena il tuo impeto, e pensa.....

Mar. A nulla penso (si svincola con violenza.) Venite coi vostri sgherri, allora sarà compiuta l'opera d'assassini.

Don. Morrai.

Mar. Lo bramo.

Don. E insieme il tuo amante.

Mar. Soccorso! atterrate la porta!

 

SCENA IV.

 

MARGHERITA, e detti.

 

Marg. (Aprendo colla chiave) Olà! che si fa in casa mia?

Mar. Questo signore venne quì a violare....

Don. Non istrillate di più. Sai tu qual è la tua difesa?

Mar. Ebbene?...

Don. Il silenzio. In mia mano sono due vite, la tua e quella di Errico. Giacchè voi ostinata siete in disprezzar le offerte per salvarvi, avrò la potenza di nuocere ad ambidue. (esce.)

Marg. Ma perchè venne quì colui?

Mar. Lasciatemi respirare dallo spavento, vi dirò tutto.

Marg. Cosa ti disse? cosa voleva da te? Ah quella faccia mostra il delitto naturalizzato.

Mar. Non è lui, il Barone gli diede adito, lo mandò lui, per questo venne arditamente a propormi la sua mano coll'amicizia di Errico, o le sue vendette.

Marg. Basta che sia vero.

Mar. Avrò la potenza di nuocere ad entrambi. Queste parole terribili si scolpirono nell'animo mio.

Marg. Oh te lo dissi cara Maria e quante volte ti svegliò sdegno, quanto ti feci riflettere la differenza dello stato nostro e della nostra famiglia in confronto di quello del tuo amato, e sempre ti dissi di non vedervi mezzo se non che in mancanza del padre suo.

Mar. Pur troppo madre mia conosco la veracità dei vostri consigli. Ma come posso, ditelo voi, come strapparmi dal cuore il mio Errico?...

Marg. Se sapessi cosa udii propalare intorno il paese.

Mar. Che cosa?

Marg. Il Barone incollerito fieramente col figlio, si disponeva a bandirlo di casa e della città confinandolo in esiglio.

Mar. Ditemi voi cosa debbo fare.

Marg. Evitar intanto di comparire pubblicamente. Non andar in casa Lieto, dove appunto colà avevi il mezzo d'amoreggiare; evitar ogni relazione, ogni incontro finchè la mano del cielo non c'inspiri il consiglio di attenerci alla via più opportuna.

Mar. Sì, farò anche questo, in tal modo sarà creduta troncata ogni relazione. Ed Errico sarà adesivo, potrà egli credere questa somma necessita? e la malvolenza o l'invidia potrà nulla inventare per me e per lui qualche diabolica supposizione?

Marg. E dunque a qual partito dobbiamo appigliare? Siamo deserte sulla terra; senza protezione veruna, tolto il tuo Errico, perseguitato dal barbaro suo padre, che non dovremo temer noi?... (piangendo)

Mar. Piangete madre mia?...

Marg. Piango perchè vedo tutta la nostra disgrazia. Oh! se fosse vivo mio fratello, l'amoroso tuo zio. Non sarebbe mica venuto quello sfacciato fin qui, e poi le cose sarebbero in piede diverso. Che non vuoi che sia capace d'usarci, quella faccia di birro.

Mar. (Con riflessione.) Oh madre mia non ci abbandoniamo. So trar profitto dalle mie mani, in ogni luogo potrò lavorare, venderemo la casa, fuggiremo da Maratea.... si, si, madre la eterna provvidenza non ci abbandonerà, ella non lascia neppur gl'indegni senza soccorso, vieppiù quelli che la sperano, la ottengono. Mi costerà dolori... ma veggo necessità... (si picchia)

Marg. Chi sia mai?

Mar. Non vi turbate, quando sono con voi non ho timor di nessuno. Chi picchia?

Er. (di fuori) Apri Maria, son io Errico.

Mar. Oh egli è desso,

Er. (Entrando) Signore perchè tanto timore d'aprimi?

Marg. Perchè..... (Maria le fa cenno di tacere.)

Er. Mi ricevete con un certo mistero.... vi veggo ambidue alterate, che avete?

Mar. Nulla.....

Marg. Oh via, cosa serve fargli mistero? Sono partita per recar a delle signore dei nostri lavori, lasciai Maria com'il solito, e nel mio ritorno ho trovato qui quella buona lana del sopraintendente del Sig. Barone, e giunsi a proposito nell'atto che voleva insultare mia figlia.

Er. Donato!?

Mar. Egli medesimo,

Er. E mi accogliete freddamente per questo? n'ho io colpa?

Mar. No, t'inganni Errico, ma....

Er. Sia più probabile che ti persuadi a mancarmi di fede?

Marg. La fallate Signore. Ormai quivi diventiamo, sagrificate dall'amore e dal potere.

Er. Dite piuttosto che vostra figlia non dissimile dalla maggior parte del suo sesso, si rende volubile.

Mar. Cambiarmi, io? Oh v'ingannate. Osservate piuttosto gli ostacoli e le minaccie che tra noi si frappongono.

Er. Desti però ascolto a Donato.

Mar. Colle minaccie e violenze, io era sola.

Er. Però non sei stata sorda all'offerta della sua mano.

Mar. Io? a colui....

Er. Gli regalasti il lino che ricamavi per me.

Mar. Quando? dove?

Er. Eccolo menzognera. (gettandolo con dispetto.)

Mar. Egli è.... (cercandolo) lo stava terminando.... me lo rubò l'infame per accusarmi presso il mio Errico.

Er. Non fosti tu che....

Mar. M'incenerisca il cielo, s'io neppur un detto un atto alla menoma idea per lui, pelle sue inique proposte; mi offrì la sua mano per salvarmi dalla persecuzione del padre tuo, e divenendo sua moglie avrebbe acconsentito alla nostra amicizia.

Er. Taci Maria che ti credo. Iniquo! ora conosco l'arte satanica di quell'ingannatore, e veggo ch'egli si accorda col padre mio.

Mar. E disse che ci perseguiterà entrambi; che vuoi che facciam noi deboli, impossenti?

Marg. Perseguitate dal principe feudatario di questa terra.

Er. A me lasciate l'incarico di vendicarvi.

Mar. No Errico, no, se col vivace tuo sdegno sciogli la tua ira, noi siamo tutti perduti.

Er. Che pretende mio padre? farsi sovrano de' miei affetti? si tenga le sue ricchezze, io non gli cederò mai il diritto a costo della vita. Intanto trarrò vendetta su Donato.

Marg. Frenatevi signore io vi supplico, non vi abbandonate all'imprudenza. Piuttosto mettetevi colle buone e da buon figlio, tentate di piegar vostro padre, noi potremo salvarci fuori di qui, passando giorni meno spaventosi.

Er. La foga del dispetto in questo momento mi toglie dal pensiero di studiar i mezzi a quali potete affidarvi.

Mar. Mi credi tu Errico? (guardandolo dolcemente.)

Er. Diletta Maria perdona il sospetto che soffiò nel mio cuore, l'iniquo segretario.

Mar. E come termineremo noi?

Er. Uniti per sempre a dispetto degli uomini.

Mar. Se no in cielo.

Er. Addio. Il cielo vi guardi e custodisca. (Prende la mano di Maria, se la pone al cuore, la bacia indi guardandole tutte e due entra.

 

FINE DELLA PARTE PRIMA.





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