PARTE PRIMA
I PROGETTI
SCENA PRIMA
Sala nel castello del
Barone
IL BARONE, DONATO esce
Bar. Dunque, sapeste nulla
intorno di questa Maria, di questa strega, che produce cotanta aberazione nella
mente di mio figlio?
Don. Ell'à circa
diciott'anni; bella assai, e in tutto complessa, educata nobilmente con grande
cura, perchè rimasta orfana di padre nei primi anni di sua vita, ebbe lo zio
materno, pietosissimo sacerdote, che la pose in collegio delle cenobite, e
tolta da tre anni appunto in occasione, che questo zio morì, e la vecchia madre
urgendone l'assistenza, la prese in propria casa.
Bar. Persona vulgare. E come
il figlio mio si è di lei invaghito?
Don. Riportando qui alcuni finissimi
lavori femminili, ella medesima, diede campo a vostro figlio di vederla,
incapricciarsi, e spesso in casa dei Lieto congiunti a V. A. avevano
l'occasione di rivedersi parlarsi, e quindi divennero appassionati l'uno
dell'altra.
Bar. Ma tutto questo nol
permetterò mai.
Don. In qual modo? parmi
impossibile. Voi sapete quale legge io mi faccia de' vostri ordini e desiderii,
sapete però anco, quale anima ardente abbia il figlio vostro, e siccome un
forte amore conteso, può produrre un dispetto e questo in un temperamento
sensibile e fervido, potrebbe sfogarsi su di me, vieppiù sulla certezza ch'io
possa essere presso di V. A. l'istigatore.
Bar. Ed io vi ripeto, che
dovete stornare questo amore.
Don. Io?.... in qual
modo?....
Bar. Introducetevi in casa, scuse
non ve ne possono mancare, consigliatela, ammonitela, illudetela con qualche
interessante promessa, tutto io farò purchè non segua questa unione.
Don. Permettetemi V. A.
prima di giungere a questa circostanza, non potreste tentar con amorosa
insinuazione, ammonir paternamente vostro figlio?
Bar. E non siete stato pur
voi testimone se l'ho fatto altre fiate? E qual frutto ottenni?
Don. È vero. Provate ancora
una volta vi supplico Altezza, chi sa che senza devenire a violenze o castighi,
inaspritori......
Bar. Ed appunto per questo
non voglio più nè consigliarlo nè ammonirlo. Amo il mio Errico, ma se deve
scegliere una sposa, la scelga tra le sue pari, non una villica nobilitata
dall'educazione e non dalla nascita; ch'importa ch'ella sia questa rara bellezza
se non è dama di puro sangue. A voi dunque l'impegno, e spero che ne saprete
uscire a norma delle mie brame.
Don. L'A. V. mi pone in
imbarazzo, e accetterei piuttosto qualunque strana missione che mescermi
nell'interesse di vostro figlio che sapete qual fisica forza egli ha nel
prendere gentilmente pel collo....
Bar. Non lo farà più, vi
rispetterà.
Don. Rispettarmi? quando
saprà ch'io tento attraversar l'entusiasta amor suo?
Bar. Non aggiungo di più,
agite con prudente prontezza voglio vederla finita. (parte)
Don. Questi signori
castellani, se disponessero del cielo, manderebbero una pioggia di folgori. – E
se oprando con iscaltrezza potessi procurarmi una bella moglie e una bella dote
da parte del Barone? E Maria, l'orgogliosa Maria, bella quanto seducente vorrà
ella cedere quando vedrà tutte le difficoltà sormontargliesi innanzi? so che
fortuna è sempre amica dell'operazioni non buone.... dunque? facciam coraggio
Donato, ingegnosa prudenza onde uscirne bene e soprattutto con l'unità della
pelle.
SCENA II.
Stanza
terrena di comoda casa campestre, porta praticabile di fronte, con tutta
decenza in costume.
MARIA seduta presso ad
un tavolino ricamando un bianco fazzoletto a mano.
Mar. Spero di fargli una
grata sorpresa presentandogli questo lino ricamato dalle mie mani. Oh Errico!
non passa momento ch'il mio pensiero non si occupi di te solo. – E qual fine
avrà questo amore? io chiedo sempre a me stessa, nè so predirmi, su di una
terribil incertezza. Il superbo suo genitore approverà la nostra unione?...
tremo! Dunque in me è un delitto l'amare, perchè i miei natali sono vulgari,
perchè non nacqui tra le ricchezze e l'orgoglio.... ma io l'amo, possentemente
l'amo.... quest'amor è per sè così sublime ch'io mi sentirei capace di sfidar
tutto l'odio e l'umana possanza. Ma che sarà di Errico, dovrebbe per egli solo
forse esser tolto a delitto?... – Mia madre non giunge: Ritarda molto
quest'oggi.... mi sento una certa angustia.... (si picchia alla porta. Maria
va ad aprire.) Siete qui madre mia? (Riconosce Donato e si arresta
spaventata.)
SCENA III.
DONATO e detta.
Mar. (E sono sola! poveretta
me!)
Don. Perchè tanta paura,
accertatevi ch'io mi sono.
Mar. Signore, in casa mia ho
il diritto di non conoscervi.
Don. Buona, buona via cara e
bella Mariettina. Qui venni per non farvi alcun male, ma per udir dalla vostra
vezzosa bocca....
Mar. Chi vi diede il diritto
e tanto ardire?....
Don. Capperi! come non
sapeste ch'io sono segretario di S. Altezza il principe e Barone di Maratea il
feudatario di questo castello!
Mar. Per questo vi riverisco
e rispetto, onoro il vostro grado e la vostra rappresentanza, ma in casa mia
sono io la principessa de' miei diritti, perchè al feudatario non mancano le
mie onoranze, e posso chiedervi il motivo della vostra venuta.
Don. (Avanzando una sedia.)
Saprete anche questo. Tranquillatevi, sedete presso di me ed ascoltate quanto
sono per dirvi; capirete allora che non sono di un carattere quale mi fate
conoscere di suppormi. Se io non avessi avuto decreto dal mio padrone di venir
quì, credete voi ch'io sarei venuto a recarvi dispiacere?... oh mai, per tutto
l'oro del mondo... ma vedendovi.... fate cangiar di proposito anche al più
forte e crudele, e se mi permettete vi dirò che voi inspirate la più fervida
passione.
Mar. Signore, o cangiate
discorso, o sarò costretta a ritirarmi.
Don. Oggi otteneva il titolo
da S. A. come sopraintendente segretario, in qualunque modo a me possibile di
rompere, disunire l'amore ch'esiste tra voi e il mio padroncino. Sapete anco
l'orgoglio di chi comanda, come trova delitto la più nobil passione, quando non
istà nei limiti di quelle convenienze ch'ingenerano la possanza baronale, di
questo orgoglio si fanno legge inviolabile il potente di questa terra, ed a
questa tutto ciecamente, qualunque più santo e sacro affetto sa svenare. Voi
amando il figlio del Barone quantunque bella, saggia, onorata, virtuosa,
educatissima nè nata nel fango, non avete uno scudo dove s'inquarti qualche
titolo dell'orgoglioso blasone, tutte le prerogative che sono le più nobili ed
amabili, nulla valgono in confronto di chi ignorante e selvatico prescrisse
ogni nobil rosezza. Quindi io vengo a farvi un'onesta proposizione, per uscire
di quì ed essere collocata condegnamente nel castello di Sua Altezza.
Mar. Ricordate ch'io pure
sono gelosa dell'onestà mia assai più della vana nobiltà baronale.
Don. Non è d'uopo che
v'irritate, potete palesar i vostri sensi, senza trar motivo di collera. Il
barone mi disse ch'in qualunque modo sia troncato questo amore, e mio malgrado,
mi diede comando di frappormi, e dopo qualche esitanza di quest'incarico,
credetti opportuno di raddolcir la circostanza col proporvi cosa, cui parmi non
debba sdegnarvi.
Mar. Voi volete spaventarmi?
Don. Tutt'altro bellissima
ragazza, io vi ripeto il vero senza neppur aggiungere una sillaba, e pensai di
venir io medesimo a parlar con voi e consigliarvi, evitando l'eccessivo comando
del barone, che commetterebbe a suoi armigeri di trarvi di qui e collocarvi
nella più profonda segreta del suo castello.
Mar. Il barone avrebbe
cotanto diritto? per qual colpa?
Don. Perché fate all'amore
coll'unico suo erede.
Mar. Questo non è che un
sospetto.....
Don. Sospetto! che serve
mendicar le scuse, lo sanno tutti... ma corti ragionamenti. Le nozze col figlio
del barone con voi sono impossibili, dunque la mia mano......
Mar. Quest'estremo voi mi
offerite?....
Don. Voi non potete uscir di
periglio, se non che mia sposa. Un segretario di S. A. non ha d'uopo di
comprovar l'onore di concedervi la destra. Se voi ricusate, non assicuro voi nè
il mio padroncino.
Mar. L'empietà ha perfezione
nella frode ch'io non giungo a penetrare.
Don. Non vi è tanta
riprovazione, allora che queste frodi seppur tali volete chiamarle, vengono
adoperate con buon fine.
Mar. Spiegatelo questo fine.
Don. Qualunque altro che vi
sposasse potrebbe sentir gelosia per voi, l'amicizia del mio padroncino mi
esime dalla sensibilità. (N. B. Durante la scena l'attore, quando crede
opportuno per la sua azione involerà nascostamente il fazzoletto che ricama Maria.)
Mar. Badate che le vostre
proposte segnano infamia; che volete voi dire?
Don. (Accostandosele
colla sedia Maria ritirasi.) Tu non sarai insensibile, le mie istanze
giungeranno a commoverti.
Mar. (Avvicinasi alla
porta.) Dovrò chiamar soccorso....
Don. (L'afferra
rapidamente.) Sotto l'ombra del nostro matrimonio, Errico potrà vederti....
Mar. La vostra audacia.... (tenta
di sciogliersi.) Uscite di qua.... soccorso! uno scellerato mi trattiene!
Don. Frena il tuo impeto, e
pensa.....
Mar. A nulla penso (si
svincola con violenza.) Venite coi vostri sgherri, allora sarà compiuta
l'opera d'assassini.
Don. Morrai.
Mar. Lo bramo.
Don. E insieme il tuo
amante.
Mar. Soccorso! atterrate la
porta!
SCENA IV.
MARGHERITA, e detti.
Marg. (Aprendo colla
chiave) Olà! che si fa in casa mia?
Mar. Questo signore venne
quì a violare....
Don. Non istrillate di più.
Sai tu qual è la tua difesa?
Mar. Ebbene?...
Don. Il silenzio. In mia
mano sono due vite, la tua e quella di Errico. Giacchè voi ostinata siete in
disprezzar le offerte per salvarvi, avrò la potenza di nuocere ad ambidue. (esce.)
Marg. Ma perchè venne quì
colui?
Mar. Lasciatemi respirare
dallo spavento, vi dirò tutto.
Marg. Cosa ti disse? cosa
voleva da te? Ah quella faccia mostra il delitto naturalizzato.
Mar. Non è lui, il Barone
gli diede adito, lo mandò lui, per questo venne arditamente a propormi la sua
mano coll'amicizia di Errico, o le sue vendette.
Marg. Basta che sia vero.
Mar. Avrò la potenza di
nuocere ad entrambi. Queste parole terribili si scolpirono nell'animo mio.
Marg. Oh te lo dissi cara
Maria e quante volte ti svegliò sdegno, quanto ti feci riflettere la differenza
dello stato nostro e della nostra famiglia in confronto di quello del tuo
amato, e sempre ti dissi di non vedervi mezzo se non che in mancanza del padre
suo.
Mar. Pur troppo madre mia
conosco la veracità dei vostri consigli. Ma come posso, ditelo voi, come
strapparmi dal cuore il mio Errico?...
Marg. Se sapessi cosa udii
propalare intorno il paese.
Mar. Che cosa?
Marg. Il Barone incollerito
fieramente col figlio, si disponeva a bandirlo di casa e della città
confinandolo in esiglio.
Mar. Ditemi voi cosa debbo
fare.
Marg. Evitar intanto di
comparire pubblicamente. Non andar in casa Lieto, dove appunto colà avevi il
mezzo d'amoreggiare; evitar ogni relazione, ogni incontro finchè la mano del
cielo non c'inspiri il consiglio di attenerci alla via più opportuna.
Mar. Sì, farò anche questo,
in tal modo sarà creduta troncata ogni relazione. Ed Errico sarà adesivo, potrà
egli credere questa somma necessita? e la malvolenza o l'invidia potrà nulla
inventare per me e per lui qualche diabolica supposizione?
Marg. E dunque a qual partito
dobbiamo appigliare? Siamo deserte sulla terra; senza protezione veruna, tolto
il tuo Errico, perseguitato dal barbaro suo padre, che non dovremo temer
noi?... (piangendo)
Mar. Piangete madre mia?...
Marg. Piango perchè vedo
tutta la nostra disgrazia. Oh! se fosse vivo mio fratello, l'amoroso tuo zio.
Non sarebbe mica venuto quello sfacciato fin qui, e poi le cose sarebbero in
piede diverso. Che non vuoi che sia capace d'usarci, quella faccia di birro.
Mar. (Con riflessione.)
Oh madre mia non ci abbandoniamo. So trar profitto dalle mie mani, in ogni
luogo potrò lavorare, venderemo la casa, fuggiremo da Maratea.... si, si, madre
la eterna provvidenza non ci abbandonerà, ella non lascia neppur gl'indegni
senza soccorso, vieppiù quelli che la sperano, la ottengono. Mi costerà
dolori... ma veggo necessità... (si picchia)
Marg. Chi sia mai?
Mar. Non vi turbate, quando
sono con voi non ho timor di nessuno. Chi picchia?
Er. (di fuori) Apri
Maria, son io Errico.
Mar. Oh egli è desso,
Er. (Entrando)
Signore perchè tanto timore d'aprimi?
Marg. Perchè..... (Maria
le fa cenno di tacere.)
Er. Mi ricevete con un
certo mistero.... vi veggo ambidue alterate, che avete?
Mar. Nulla.....
Marg. Oh via, cosa serve
fargli mistero? Sono partita per recar a delle signore dei nostri lavori,
lasciai Maria com'il solito, e nel mio ritorno ho trovato qui quella buona lana
del sopraintendente del Sig. Barone, e giunsi a proposito nell'atto che voleva
insultare mia figlia.
Er. Donato!?
Mar. Egli medesimo,
Er. E mi accogliete
freddamente per questo? n'ho io colpa?
Mar. No, t'inganni Errico,
ma....
Er. Sia più probabile che
ti persuadi a mancarmi di fede?
Marg. La fallate Signore.
Ormai quivi diventiamo, sagrificate dall'amore e dal potere.
Er. Dite piuttosto che
vostra figlia non dissimile dalla maggior parte del suo sesso, si rende
volubile.
Mar. Cambiarmi, io? Oh v'ingannate.
Osservate piuttosto gli ostacoli e le minaccie che tra noi si frappongono.
Er. Desti però ascolto a
Donato.
Mar. Colle minaccie e
violenze, io era sola.
Er. Però non sei stata
sorda all'offerta della sua mano.
Mar. Io? a colui....
Er. Gli regalasti il lino
che ricamavi per me.
Mar. Quando? dove?
Er. Eccolo menzognera. (gettandolo
con dispetto.)
Mar. Egli è.... (cercandolo)
lo stava terminando.... me lo rubò l'infame per accusarmi presso il mio Errico.
Er. Non fosti tu che....
Mar. M'incenerisca il cielo,
s'io neppur un detto un atto alla menoma idea per lui, pelle sue inique
proposte; mi offrì la sua mano per salvarmi dalla persecuzione del padre tuo, e
divenendo sua moglie avrebbe acconsentito alla nostra amicizia.
Er. Taci Maria che ti
credo. Iniquo! ora conosco l'arte satanica di quell'ingannatore, e veggo
ch'egli si accorda col padre mio.
Mar. E disse che ci
perseguiterà entrambi; che vuoi che facciam noi deboli, impossenti?
Marg. Perseguitate dal
principe feudatario di questa terra.
Er. A me lasciate
l'incarico di vendicarvi.
Mar. No Errico, no, se col
vivace tuo sdegno sciogli la tua ira, noi siamo tutti perduti.
Er. Che pretende mio padre?
farsi sovrano de' miei affetti? si tenga le sue ricchezze, io non gli cederò
mai il diritto a costo della vita. Intanto trarrò vendetta su Donato.
Marg. Frenatevi signore io vi
supplico, non vi abbandonate all'imprudenza. Piuttosto mettetevi colle buone e
da buon figlio, tentate di piegar vostro padre, noi potremo salvarci fuori di
qui, passando giorni meno spaventosi.
Er. La foga del dispetto in
questo momento mi toglie dal pensiero di studiar i mezzi a quali potete
affidarvi.
Mar. Mi credi tu Errico? (guardandolo
dolcemente.)
Er. Diletta Maria perdona
il sospetto che soffiò nel mio cuore, l'iniquo segretario.
Mar. E come termineremo noi?
Er. Uniti per sempre a
dispetto degli uomini.
Mar. Se no in cielo.
Er. Addio. Il cielo vi
guardi e custodisca. (Prende la mano di Maria, se la pone al cuore, la bacia
indi guardandole tutte e due entra.
FINE DELLA PARTE PRIMA.
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