PARTE SECONDA
L'ARDIMENTO
SCENA I.
Camera nobile.
Il BARONE seduto, entra
ERRICO.
Er. Bramo sapere o signore,
se al vostro segretario resta titolo di penetrar in casa di onesta gente,
attentando all'onore con mire perverse, ed esternar mezzi e promesse con laido
aspiro atto a disonorare il più vile bifolco, frammischiando il vostro e mio
nome tergiversando le più infami calunnie.
Bar. E tu in tal guisa, ti
spingi innanzi me, ed interroghi il tuo signore, il padre tuo?
Er. Io vi rispetto.
M'indicherete però sino a qual punto deve giungere la tracotanza vilissima d'un
servitore, e quindi voglio giustizia presso di lui.
Bar. Presso di lui! Ma non
sai ch'invece io qui seggo per farla esercitare sopra di te?
Er. Sopra di me? siete voi
che parlate? voi siete mio padre?
Bar. Sì, e ti comando di
tacere e rispondere alle mie domande. La tua arroganza non può essere
sopportata da me. Dovrò prodigarti affetto, mentre deggio arrossire di te? chi
dieti il diritto di battere il mio confidente il sopraintendente di questo
castello?..
Er. Percossi uno scellerato
imbroglione che si ammantò perversamente, che ardì rubare un lino ricamato
ch'era mio ed egli ardì inventare d'averlo avuto in presente. Lo percossi
perchè propalava dell'infamie su persone onorate senza macchia.
Bar. Neppur a me spetta
temerario l'autorità che ti sei arrogato. Non ti era cognito ch'egli
rappresenta me stesso?
Er. E quanto più legalmente
con equità non dovrebbe rappresentare l'unico figlio?
Bar. Tu? sei un fellone.
Er. Viva Dio! vorreste voi
approvare che un ribaldo entri di furto in una casa, e si serva del mio nome
per seduzione?
Bar. Potevi immaginarti
ch'ei lo faceva per cenno mio.
Er. Per vostro cenno? e
quale ne fu il movente?
Bar. Non sono obbligato a
renderti edotto di ciò che non devo, ti basti sapere ch'io quì seggo giudice
de' miei vassalli, tra cui devi annoverare te stesso ed ubbidirmi.
B'r. Non
sarò mai ingiusto quando voi non lo siate meco. So che bramate il mio bene,
almen lo suppongo, ma non vorrei che lo sprone dell'orgoglio diminuisse in voi
il consiglio della giustizia.
Bar. Povero figlio! la
infermità che ti aggrava, esige un regime violento, e per usarlo
convenientemente, conviene che tu dimani ti appresti ad uscire delle mie terre.
Er. Risposta di barone e
padre tiranno. Ma credete voi d'atterirmi colle minaccie del vostro potere?
credereste ch'il suono delle catene e il buio dei sotterranei m'incutessero timore?....
Oh v'ingannate! la minaccia della tortura e la morte più lunga non potran
allentar la forza dello spirito mio sulle mie intenzioni. Voi con mezzi
violenti volete ridurmi.... a che? m'intimate il bando? quante fiate non ve l'ò
io chiesto? credete voi ch'il mio braccio il mio coraggio, in qualunque schiera
io mi assoldassi, non diverrei felice o contento? ma voi qui solo, quantunque
nuotante nell'agiatezza, di peso a voi medesimo, circondato da gente mercenaria
che vi obbedisce per denaro o per paura, e questo figlio che dovrebb'essere il
conforto dei vostri giorni, il sostegno della vostra canizie, allontanato da
voi, intanto che i rimorsi facendovi cerchio s'ingigantiranno al vostro
giaciglio di morte.....
Bar. Figlio!
Er. Portando all'eterno il peso
della vostra orgogliosa giustizia.
Bar. Lunge da me.
Er. Si pareti infauste, io
non vedrovvi che allora un padre disperato mi agognerà alle sue braccia, ed io
rifiuterò il disumanato amplesso. (parte)
Bar. Io tanto permisi? io?
Donato! dove sei?
SCENA II.
Esce da una Segreta
DONATO compreso di paura.
Bar. Udisti?
Don. Tutto Altezza.
Bar. Può esser egli più
ardente e caparbio?
Don. Si dichiarò vostro
nemico.
Bar. Ecco l'effetto della
tua colpa, i tuoi consigli mi apersero l'abisso.
Don. Io non ve ne diedi
senza l'accompagnate difficoltà. Se la bella Maria avesse ceduto all'offerte,
non vi sarebbe a temere in ciò che saria stato segreto.
Bar. Ora è tutto palese. E
credi tu che domani mi obbedirà?
Don. Voi avete la forza.
Bar. Ed eccoti, sempre colla
violenza
Don. Ma io non aveva fibbra
che non tremasse quando l'ascoltava di là noscosto.
Bar. Se tu avessegli veduto
il viso imperturbato e feroce...
Don. Figuratevi dunque se
gli deste libertà.
Bar. È mestieri ch'egli
parta.
Don. Ahime! (scontento e
timoroso.)
Bar. Che non sappi altro
rintronarmi all'orecchio che le voci del tuo spavento!
Don. Veggendo
nell'insuficienza alla quale vi attenete.
Bar. Cosa vedi tu
d'insufficiente?
Don. L'affidarlo in mani straniere,
credete voi che presto o tardi, il suo coraggio e l'ardire non gli dieno il
mezzo di ricuperare l'idolo suo?.... Il tempo lo rende poi padrone.
Bar. È vero, ed io varcai i
settanta.
Don. Null'altro mi muove che
l'amore dell'A V. a farvi codeste induzioni. Errico lo conosco, egli avrà
progetti per l'avvenire, il suo cuore infiammato da nuove idee, l'inasprimento
irritante, porterebbe di certo della ruina.
Bar. Lotto tra l'affetto e
la necessità.
Don. Quest'ultima dee
armarvi di rigore
Bar. E quale? spiegati.
Don. Produssi io dell'orrore
nella maga di vostro figlio ed ella ora mi abborre a grado di lui medesimo.
Certo è che se qualcuno de' miei amici, nel cui aspetto sieno meno ingrati di
che io sono, se potesse avvicinarla, forse la virtù di lei, che sembra
inacessibile non troverebbe ostacolo. Altronde sia pur esule o qui reduce,
Errico non credo che si possa meglio indurlo ad abborrirla se non quando la
vedesse indegna del suo affetto. Egli è dunque necessario che l'amico a cui si
affidasse l'impresa, riuscisse per amore ad umiliarla. E se per ciò, salva ogni
convenienza, occorresse qualche somma........
Bar. Questi bassi mezzi non
s'accordano coll'onore.
Don. Non isdegnaste però
tutte le volte....
Bar. Ciò è impossibile, e
poi credi colei pieghevole che accortasi dell'insidia, si appiglierebbe al
silenzio. E s'elevasse il grido, come frenarlo?
Don. Il caso dunque è
difficile. E potendola rapire?
Bar. In qual modo non è ella
prevenuta? credi tu che a quest'ora che noi parliamo, non abbia fatto qualche
disegno in sua mente?
Don. Sia pur così, ma non
impedirete di tentar altra mano....
Bar. Quale mano?
Don. Non sarebbe questo il
primo esempio che venisse adoperato un medico capace d'intendere il mio ordine.
Bar. Non parlarmi di tali
espedienti. Ciò si può riserbar in casi più gravi, non in questo. Cercane
qualche altro.
Don. Non so indicarvene
altri.
Bar. Ebbene taci, finchè il
pugnale di Errico non li ricami la cote. Per lieve offese t'à battuto. Prevenir
le offese è regolarsi da uomo. Avesti mai sprone per trascinarmi a vergognosi
partiti?
Don. Potrò io liberamente
favellarvi?
Bar. Come un compagno
dannato alla medesima perdizione.
Don. È d'uopo incominciar da
vostro figlio. È impossibile che parta, s'ei fugge non possiamo presupporsi il
modo del suo ritorno. Occorre dunque d'accusarlo di un delitto e farlo
incarcerare.
Bar. Tu perdi il senno,
mostro.
Don. Si accusarlo di un
delitto. La vostra autorità allora a suo pro otterrà che la pena sia commutata
in un confine a vita. Quando vi darà prove di ravvedimento, niuno potrà
impedirvi di richiamarlo a voi.
Bar. E tutto ciò senza
pericolo di vita? bada ch'io l'amo ch'egli m'è unico figlio, e una spada in sua
mano vale per dieci.
Don. Ma dove trascorrete voi
col pensiero? chi può nuocere a vostro figlio, se non che V. A.?
Bar. E quale accusa
supponibile in lui?
Don. Un momento. Lasciatemi
freddamente pensare.
Bar. Tu sei m'avveggo uno
scellerato che freddamente può immaginare, che molti non avrebbero di proporre.
Don. E sapete quanti desiano
di queste proposte.
Bar. Ci conosciamo. Data
l'accusa rimane Maria. A questa convien darle uno sposo per forza.
Don. Per forza! Benchè nata
vulgare, ell'à orgoglio di regina. Non sarà ovvio farle accettar uno sposo, se
non dopo i patimenti. E siccome la scuola di correzione che noi la sotto
porremmo, farebbe rumore nella città, così è indispensabile rapirla di notte e
si spargerà voce ch'è fuggita con un suo amante. Le assegneremo uno de' vostri
castelli posti in una dell'isole, le porremo al fianco il fidanzato, per ciò
converrà ch'ella ceda o soccomba. Se faranno accordo, ritorneranno a far le
nozze in città
Bar. Io t'ammiro Donato mio!
Io vo colmarti di ricchezze. Ma chi pensi tu di darle per fidanzato? Ell'è
donna del vulgo.
Don. Muore il vulgarismo
davanti a quel viso. E le conviene un forte perchè non trepidi ai gemiti di
quell'avvenente fanciulla.
Bar. Chi dunque più
opportuno di te?
Don. Io?.... Ah la gravità
del mio carattere....
Bar. Almeno per vendicarti
delle busse ricevute.
Don. Ma io.....
Bar. In somma ora io affido
tutto alla tua prudenza.
Don. Non vorrei poi che un
giorno vi rampognasse l'affetto, e pentito, dovessi poi, quantunque tardi....
Bar. Per chi mi prendi tu?
Non ho rimorso riguardo a mio figlio. Il tempo stringe è d'uopo in questa notte
mandar in effetto i designati progetti. Niun dee dormir, nessuno, intendi?
Don. Sono sempre a vostra
disposizione.
Bar. Andiamo. (entrano)
SCENA III. notte
Appartamento di Errico
Er. Mio padre si dichiarò
mio carnefice, e il suo continuo orgoglio ferito dal mio amore me lo rende più
crudo. Quello più m'irrita è quell'infame Donato. Si ricorderà di me, oh ne
sono certo, la lezione da me datagli, lo metterà in riguardo, di non
avventurarsi a nuove temerità. E Maria? la mia amata Maria che penserà, che
farà vedendosi avversata così dall'ingiusto mio padre? All'alba deggio partire?
senza vedere Maria? impossibile. Voi padre non credete che la mia costanza non
emuli la vostra ostinazione! Quant'inganno! quanto superbo pregiudizio indegno
della nobiltà e grandezza. Maria istituita al pari di qualunque dama, Maria
perchè nata vulgare cittadina, bella e virtuosa, per istolte insulsaggini
create dal tirannico orgoglio, non potrò farla mia? Non vi riuscirai padre no
lo giuro. Troverò amici, partiggiani..... e diverrò ribelle a chi mi diede la
vita? a tal eccesso.... ebbene un centro, una capanna, poche zolle innaffiate
dal nostro sudore, ci basteran vivendo felicemente insieme.
SCENA IV.
GISOLFO e detti
Gis. Principe....
Er. Oh sei tu mio Gisolfo?...
Gis. Parliamo piano.
Er. Cos'ài? ti veggo
smarrito.
Gis. Permettete ch'io chiuda
codesta porta. (entra ed esce)
Er. Che significa tanta
precauzione?
Gis. Perchè possiamo esser
sorpresi.
Er. Unico amico che ò nella
fatalissima casa in cui nacqui, tu che guidasti i primi passi della mia
infanzia, sei qui negletto...
Gis. Per questo nulla mi
grava. Venni ad avvisarvi perchè tengo la certezza si macchini contro voi.
Er. Si! Dunque?
Gis. È passato l'ordine al custode
portinaio del castello d'impedirvi la sortita in qualunque ora, senza un
permesso di vostro padre.
Er. Ah! egli teme ch'io
fuga, mentre vuole bandirmi di casa mia?
Gis. Chi ve lo disse?
Er. Mio padre medesimo. –
Gli risposi sai; oh glien'ò dette quattro che debbono pesare sulla di lui
memoria.
Gis. Egli è altamente in
collera con voi.
Er. Non mi cale, basta
ch'egli sia giusto, ma ciò non si abina colla volontà del suo orgoglio.
Gis. Il fomentatore è
quell'empio Donato, che gode la prima carica ed à tutta l'ascendenza sovra il
padrone. Stettero chiusi lungo tempo parlando insieme, e li osservai sortire
lieti forse sulla certezza di riuscire in qualche violenza. Per questo venni da
voi, perchè appunto nessuno avendo in questo castello che v'ami più di me, così
possiamo consigliar in qualche modo, onde sventar qualche progetto infernale.
Er. Ma cacciandomi lunge
dal tetto mio, non toglie in tal guisa di perseguitar l'amor mio, la diletta
Maria? O me allontanando cred'egli di sradicare così un sentimento imane e
soave? Vuoi tu essermi utile eseguendo il più segnalato servigio?
Gis. Imponete, la mia vita è
vostra.
Er. Devi andar da Maria,
accertarla ch'io dovrò partire senza neppur darle l'addio: che le consiglio a
salvarsi ambidue nel convento delle cenobite, là elleno saranno salve, colà
dove la superiora allevolla mediante le cure del piissimo sacerdote suo zio.
Gis. Volete dunque obbedire
al bando?
Er. E quai mezzi ho io
d'oppormi?
Gis. E se fuggiste?
Er. Per qual via?
Gis. S'io vi accennassi la
segreta sortita da questo luogo, i vostri partiggiani, gli amici vostri, io mi
unirò ad essi, e non potrem chiedere giustizia, la vendetta su quel manigoldo
Donato?
Er. Sì manigoldo ma come
vuoi tu che diventiamo ribelli, e se sopraffatti da forze reali dovremmo soccombere
lasciando il nostro nome all'esecrazione?
Gis. Fuggiremo insieme.
Er. Dovè la via?
Gis. A me lasciate
l'impresa. Nei sotterranei del castello a sinistra, l'ultimo tien una segreta nascosta
tra le volte, che aprendola guida al mare, colà farò trovar una opportuna
barca, e noi potremo fuggire lunge dall'umana persecuzione.
Er. E n'ai tu la chiave di
questa porta?
Gis. Si, sono doppie, dacchè
la defunta padrona augusta vostra madre se ne servì qualche fiata a salvare
qualche infelice dalla tirannide baronale; le custodisco da gran tempo.
Er. Oh mio amato Gisolfo
secondo padre mio, tu mi empi di gioia e di speranza.
Gis. E non potremmo unire la
vostra Maria?
Bar. No, la voce dell'onore
mi consiglia a rispettarla per non accrescer il sospetto di cooperare alla
nostra salvezza, mentr'io tengo ogni diritto di sottrarmi da chi mi odia e mi
scaccia. Tu gli recherai una mia scritta, le dirai ch'il fazzoletto da lei
trapuntato lo porterò mai sempre sul mio cuore, che con esso asciugherò le
lagrime ch'io verserò lunge da lei, ch'ella porga all'Onnipossente preci per
me, e un raggio di Lui rischiarerà li buio della sorte che ci si dichiara
nemica.
Gis. Scrivete la lettera, e
sarà consegnata.
Er. M'aspetto qualche
progetto d'inferno.
Gis. Non dubitate ch'io
veglierò, su quanto sarà per succedere.
Er. Munisciti della chiave
per tempo.
Gis. Siatene certo.
Er. Da qui a poco
ritornerai a prender il foglio.
Gis. Fra poco sarò qui ad
ubbidirvi.
FINE DELLA PARTE
SECONDA.
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