PARTE TERZA
COLPA, CONDANNA E FUGA.
Piazza del Castello.
SCENA PRIMA.
Due paesani.
1. Hai
veduto che andirivieni?
2. Anche
il segretario andò per il medico.
1. Non si
sa chi sia stato preso da male?
2. Forse
il vecchio Lione; Oh che differenza dal figlio!
1. A
proposito, si bucina ch'egli il voglia cacciar di casa e rompere così l'amore
ch'egli à per la bella Maria.
1.
Nessuno della città ignora come quel birbone del segretario abbia sparsi dei
discorsi infamanti, per quella creatura degna d'essere non principessa
castellana, ma regina.
1. S'io
le fossi fratello non farebbero mica tanta festa i birboni, a quest'ora ne
avrei mandato all'inferno più di qualcheduno.
2. Il principino
è una pasta di zucchero.
2.
Appunto per esser troppo buono, i birboni se ne abusano.
2. Cosa
vuole sperare quel giovinotto da quei due mostri? Questi signori feudatarj che
abbindolano la corte, se la predicano come vogliono perchè vanno d'accordo a
mangiarci la pelle e far appiccare ed uccidere i terrieri vassalli.
1. Eh col
tempo finiranno.
2. Si ma
intanto, ci tocca rispettar tacere e pagare.
1.
Temerli no veh! se fossimo tutti del medesimo parere.
2. Oh qui
sta il punto, Che serve che noi due per esempio sentiamo di scuotere il giogo
pesante. Convien dar loro tutti i sudori nostri, e tremar anco per le loro
violenze.
SCENA II.
Il MEDICO seguendo
DONATO e detti.
1. Che
c'è nuovo signor segretario?....
Don. Lasciatemi buon Tommaso,
cose grandi.
2. Sta
male qualcheduno?
Don. Cose atroci!
incredibili!
Med. Affrettiamoci.
Don. Si andiamo. (entrano
con premura)
1. Ha
detto cose grandi! che voglia dire quell'imbroglione?
2. Cosa
sia accaduto?
1. Qualche
finzione, per chi sa qual fine.
2. Eh non
sarebbe l'ultimo dei tanti. Oh a proposito debbo portare una lettera che mi
raccomandò tanto Gisolfo. Oh quello e buon vecchietto, credo anzi il più
anziano dei camerieri.
1. Voi
che ti faccia compagnia?
2. Vieni
pure, che non m'importa, giacchè dove reco questa lettera puoi venirci, e
m'immagino ch'ella sia del principino che scrive alla sua innamorata, Ciò dà a
conoscere ch'egli è impedito, o non può escire del castello.
1. Questa
chiamata del medico fosse per esso?
2. Lo
avrebbe detto.
1. Se tu
sapessi che razza di serpe astuta è quel segretario.
2. Che
peccato! povero nostro principino! (entrano)
SCENA III.
Camera nel palazzo.
Il BARONE sdraiato su di
un seggiolone.
Med. (Esaminandolo.)
Vi duole qui?
Bar. Oh Dio! si un poco.
Med. E qui?... . respirate
forte. Nessuna lesione.
Bar. Fu dunque più la paura
ch'il danno.
Med. Che mai à potuto trar
vostro figlio a così orribile eccesso?
Bar. Snaturato!
Don. Converrà che V. A.
sottoscriva l'atto di accusa.
Bar. Oh come un padre può...
io non veggo!
Don. Fatevi cuore signore,
un padre può perdonare, ma un principe.....
Bar. Stendetelo voi
segretario.
Don. L'aveva già
apparecchiato, anche il dottore porrà la segnatura.
Med. Intanto farete spedire
questa ricetta, che vi gioverà molto il cordiale ordinato, ne beverete un
cucchiaio ogni tanto finchè sentite rimettervi dalla pasmodia.
Don. Sarà fatto. Qui
altezza, eccovi la penna.
Bar. Oh cielo! cielo! figlio
sleale! (sottoscrive)
Don. Qui Dottore, ponete la vostra
firma, poi porrò la mia.
Med. L'A. V. cerchi riposo,
anzi se andasse a letto meglio sarebbe, forse il sonno potrebbe esserle
giovevole. Ad ogni modo da qui a qualche ora mi riprodurrò a visitarvi, servo
di V. A. (entra)
Don. L'accusa è firmata,
farò che due servi pure la firmino.
Bar. Hai chiamato il
Presside?
Don. L'attendo ad ogni
momento.
Bar. Donato, sei un mostro,
e mi trascini nelle tue scelleragini.
Don. Vostra altezza è timida
più d'un fanciullo. Tutto questo non è figurato, per allontanar con qualche
motivo il figlio vostro?
Bar. Si ma la coscienza mi
rimorde.
Don. E perchè aderiste alla
proposta?
Bar. Perchè tu, birbone, il
tuo interesse, i tuoi aspiri che sanno trar profitto e sedurmi.
Don. Signore, badate che
posso stancarmi dei vostri rimproveri.
Bar. Non sei così delicato
di pelle, no volpone, ti conosco e per nulla.....
Don. M'avete scelto
esecutore dei vostri voleri. Ecco il Signor Presidente.
SCENA IV.
Il Preside e detti.
Pres. Altezza. È vero quanto
mi si fa credere?
Don. Pur troppo! S. Altezza
è molto aggravata.
Pres. Lo à ferito?
Don. Se non occorrevano due
servi a disarmarlo. Eccovi qui o Signore il rapporto firmato.
Pres. (Lo prende e legge
piano impassibile) Grazie al cielo rimaneste illeso. Bene la giustizia farà
l'obbligo suo.
Bar. Ciò che vi prego si è,
di non esercitarla con rigore che gli statuti vi commettono, rammentatevi
sempre com'io sono padre angosciato, che trascinato, adempie.
Pres. Ma V. A. desidera la
punizione al delinquente?
Bar. Voi saprete giudicare tra
il rigor della legge e la pietà d'un genitore costretto.
Pres. E dov'egli?perchè non
l'avete fatto scortare al palazzo di giustizia?
Bar. Non voglio che sia
pubblico il suo delitto. Nelle mie stanze sotteranee, fu intanto chiuso, ove
colà voi stesso potrette compiere il vostro ufficio. Donato guidate il Signor
Presidente, alcuni armati lo seguano, e quanto gli può occorrere per l'esame,
fategli apprestare.
Don. Sarà eseguito quanto
comandate.
Pres. Altezza, Andiamo,
SCENA V.
Sotterraneo.
ERRICO seduto accanto
ad un tavolo con lume.
Er. Un padre ridurre ad
arrestar il proprio figlio, come fosse un reo?.... Non è possibile nasca da lui
un tanto rigore; giurerei ch'è sedotto da quell'iniquo che lo conduce a suo
talento. Perchè non l'uccisi? almeno avrei a soffrir la pena per equità e avrei
purgata la terra da quel sozzo animale. Avrei ottenuta vendetta e mio padre non
avrebbe al fianco un sicario istigatore de' suoi sdegni e delle sue vendette.
SCENA VI.
Entrano alcune guardie, servi che portano
sedie per due giudici ed una pel Presidente, un tavolo e fabbisogno di
scrivere. Per ultimo il PRESIDENTE seguito da due GIUDICI
Pres. Voi capirete
dall'apparato, che noi qui venimmo per interrogarvi e giudicarvi. Questo
privato giudizio che avrebbe dovuto aver luogo nel mio palazzo, per solo
desiderio di S. A. si tenne questa sessione, e per riguardo alla nascita vostra
onde non accrescere l'onta col pubblicarla.
Er. Siccome non conosco
ragione di tale apparato, nè il motivo per favellarmi in tal guisa, per ciò
bramo sapere perchè mi si chiuse in un carcere, e perchè sia interrogato da un
magistrato.
Pres. Sapete quanto basta. La
natura vi accusa, e su di questa la giustizia appoggiata ha il diritto di
condannarvi.
Er. Mi vidi trascinato in
questo luogo da violenza e tradimento. Ignoro poi di aver offeso le leggi,
poichè non mancai a nessuna prescrizione; s'io risposi risentito a mio padre,
n'ebbi forte il motivo, quindi non posso credermi sottoposto ai riguardi della
giustizia.
Pres. Fa sorpresa il vedervi
reo, e si tranquillo e imperturbato, dopo di aver tentato il parricidio.
Er. (Arretrando
inorridito) Io parricida?.... (con sarcasmo) Signore, non sono
insensato perchè vogliate dirmi cose che non istanno nei confini della ragione.
Dite piuttosto che vi è comandato il sagrifizio, ma ove l'incorrotto ufficio
vostro, non fosse estraordinario, dovreste indagar i principii di una verità
terribile.
Pres. E son essi?
Er. L'odio e la tirannide
orgogliosa del Barone.
Pres. Negate quanto concerne
quest'atto di accusa?
Er. Anche l'atto di
accusa?!...
Pres. Leggetelo a vostra
confusione! (gli dà una pergamena)
Er. Il Barone, il Dottore,
il Segretario, due servi. Mi bastano le firme, per l'autenticità di tale
accusa.
Pres. Negherete voi che nella
scorsa notte volendo strappar a forza l'assenso da vostro padre per i vostri
sponsali, voi aggiungeste minacce e per ultimo, snudaste un ferro contro il
padre vostro, e se non giungevano a tempo genti per trattenervi, voi compivate
il parricidio. Ecco il pugnale, è quello medesimo che voi solete portare quando
ite alla caccia. I sottoscritti han convalidato l'atto di accusa con loro
giuramento.
Er. Se vi sono degli uomini
che non temendo il cielo l'infame loro carattere e specialmente l'interesse e
le mire li trascinano, ben oltre che a giurar falsamente. Esigo o signore il
confronto de' testimoni, diante l'innocenza, tremeran pella loro bugia.
Pres. Testimonio principale è
il padre vostro.
Er. Ah usi della sua forza
non della codardia... io fremo ben a ragione o signore. Si prevalga della sua
rappresentanza ma non inventi audacemente delle miserie. Vuol egli la mia
morte, la faccia, non con sì abbrobriosi mezzi.
Pres. Voi siete già dannato
dalle leggi.
Er. Così l'empietà è compiuta.
Di una sola grazia io vi prego, potete voi accordarmela? Sono io la sola
vittima, in questa congerie d'inferno?
Pres. Non mi consta di più.
Er. Certamente?...
Pres. Non avrei riguardo a
comunicarvelo.
Er. Questo mi basta. Alla
morte son preparato.
Pres. Quantunque non vi
dimostri, io sono tocco dalla pietà; mentre la tanaglia ed i ferri, al vostro
delitto si addicono; avuto riguardo al sangue che nelle vene vi scorre, alle
lagrime di un padre, vi viene commutata la sentenza in relegazione a vita in
isola destinata.
Er. Pianse il mio
accusatore?!. Non mi cale della vita non la voglio, e mai avuta l'avessi dalla
paterna tigre. L'assassinio è natura. Come vorreste serbar l'aure vitali in un
corpo cui sotto a un asta di ferro lentamente gli si spezza ad una, ad una le
membra? abbominevoli mostri! non sarà sorda la giustizia d'Iddio per
meritamente punirvi. Uccidetemi nulla mi cale della vita, e solo mi grava
l'averla avuta da colui che ne fu cieco stromento. Al Ciel m'appello; a quello
che non compro o interessato fosse od assassino; e voi... tremate che a un
giorno dianzi a Dio, o degli uomini, non abbiate ad assai caramente scontare
codesta scellerata sentenza (vien meno cadendo s'una sedia)
Pres. Noi signori faremo
rapporto di quanto egli disse, il principe deciderà, ed io da questo momento
rinuncio il mio ufficio. (Entra seguito dai giudici e guardie restando la
scena oscura.)
SCENA VI.
(Dopo
qualche silenzio, si ode stridere catenacci e da una segreta tra le volte esce
Gisolfo con una leva di ferro, spada e lanterna.)
Gis. Dorme? Ho timore per
isvegliarlo... ma il tempo vola, essi possono presto ritornare, s'impossessano
di lui.... Errico!
Er. Oh chi mi chiama?
Gis. Sono io, sono Gisolfo.
Er. Ove sono quei
scellerati?
Gis. Sognavate forse...
Er. No, no, Gisolfo mio non
sognai; vennero qui giudici il Presidente criminale accusandomi di tentato
parricidio e mio padre è sottoscritto insieme ai testimoni.
Gis. Carnefici!
Er. È mio padre, intendi
tu?..
Gis. Ora uditemi. Là in fondo,
il muro è vecchio e debole, dalla porta non possiamo uscire poichè l'erbe
selvatiche ed i muschi cresciuti, ne contendono l'apertura. Alcuni uomini colla
barca attendono il mio segnale, armati di grosse zappe di ferro, cederà il muro
ai loro sforzi un piccolo pertuio ne salverà entrambi. Ecco la leva, a voi la
spada.
Er. (Cingendola.)
Dov'è il punto.
Gis. Qui, qui nel fondo. (Si
ritirano. Errico mena un grosso colpo per segnale ben presto vien risposti
replicati e forti colpi. Cade un scrostamento, e lascia vedere una barca con
uomini armati e remiganti.)
Gis. Sono pronti.
Er. Scostati non esporti
alla rovina.
Gis. Non temiamo il cielo ci
aiuterà.
Er. Si mio Gisolfo.
Nel precipitar del muro, Gisolfo ed Errico
montano sulla barca, mentre spalancasi la porta della prigione entrano Donato,
il Presidente e guardie.
Don. Ah egli fugge.
Pres. Giustizia delusa!
Er. Che sarà terribile per
punirvi!
FINE DELLA PARTE TERZA.
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