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| Alessandro Giuseppe Spinelli Orgoglio e tirannide IntraText CT - Lettura del testo |
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PARTE SECONDA
L'ARDIMENTO
SCENA I.
Camera nobile.
Il BARONE seduto, entra ERRICO.
Er. Bramo sapere o signore, se al vostro segretario resta titolo di penetrar in casa di onesta gente, attentando all'onore con mire perverse, ed esternar mezzi e promesse con laido aspiro atto a disonorare il più vile bifolco, frammischiando il vostro e mio nome tergiversando le più infami calunnie. Bar. E tu in tal guisa, ti spingi innanzi me, ed interroghi il tuo signore, il padre tuo? Er. Io vi rispetto. M'indicherete però sino a qual punto deve giungere la tracotanza vilissima d'un servitore, e quindi voglio giustizia presso di lui. Bar. Presso di lui! Ma non sai ch'invece io qui seggo per farla esercitare sopra di te? Er. Sopra di me? siete voi che parlate? voi siete mio padre? Bar. Sì, e ti comando di tacere e rispondere alle mie domande. La tua arroganza non può essere sopportata da me. Dovrò prodigarti affetto, mentre deggio arrossire di te? chi dieti il diritto di battere il mio confidente il sopraintendente di questo castello?.. Er. Percossi uno scellerato imbroglione che si ammantò perversamente, che ardì rubare un lino ricamato ch'era mio ed egli ardì inventare d'averlo avuto in presente. Lo percossi perchè propalava dell'infamie su persone onorate senza macchia. Bar. Neppur a me spetta temerario l'autorità che ti sei arrogato. Non ti era cognito ch'egli rappresenta me stesso? Er. E quanto più legalmente con equità non dovrebbe rappresentare l'unico figlio? Bar. Tu? sei un fellone. Er. Viva Dio! vorreste voi approvare che un ribaldo entri di furto in una casa, e si serva del mio nome per seduzione? Bar. Potevi immaginarti ch'ei lo faceva per cenno mio. Er. Per vostro cenno? e quale ne fu il movente? Bar. Non sono obbligato a renderti edotto di ciò che non devo, ti basti sapere ch'io quì seggo giudice de' miei vassalli, tra cui devi annoverare te stesso ed ubbidirmi. B'r. Non sarò mai ingiusto quando voi non lo siate meco. So che bramate il mio bene, almen lo suppongo, ma non vorrei che lo sprone dell'orgoglio diminuisse in voi il consiglio della giustizia. Bar. Povero figlio! la infermità che ti aggrava, esige un regime violento, e per usarlo convenientemente, conviene che tu dimani ti appresti ad uscire delle mie terre. Er. Risposta di barone e padre tiranno. Ma credete voi d'atterirmi colle minaccie del vostro potere? credereste ch'il suono delle catene e il buio dei sotterranei m'incutessero timore?.... Oh v'ingannate! la minaccia della tortura e la morte più lunga non potran allentar la forza dello spirito mio sulle mie intenzioni. Voi con mezzi violenti volete ridurmi.... a che? m'intimate il bando? quante fiate non ve l'ò io chiesto? credete voi ch'il mio braccio il mio coraggio, in qualunque schiera io mi assoldassi, non diverrei felice o contento? ma voi qui solo, quantunque nuotante nell'agiatezza, di peso a voi medesimo, circondato da gente mercenaria che vi obbedisce per denaro o per paura, e questo figlio che dovrebb'essere il conforto dei vostri giorni, il sostegno della vostra canizie, allontanato da voi, intanto che i rimorsi facendovi cerchio s'ingigantiranno al vostro giaciglio di morte..... Bar. Figlio! Er. Portando all'eterno il peso della vostra orgogliosa giustizia. Bar. Lunge da me. Er. Si pareti infauste, io non vedrovvi che allora un padre disperato mi agognerà alle sue braccia, ed io rifiuterò il disumanato amplesso. (parte) Bar. Io tanto permisi? io? Donato! dove sei?
SCENA II.
Esce da una Segreta DONATO compreso di paura.
Bar. Udisti? Don. Tutto Altezza. Bar. Può esser egli più ardente e caparbio? Don. Si dichiarò vostro nemico. Bar. Ecco l'effetto della tua colpa, i tuoi consigli mi apersero l'abisso. Don. Io non ve ne diedi senza l'accompagnate difficoltà. Se la bella Maria avesse ceduto all'offerte, non vi sarebbe a temere in ciò che saria stato segreto. Bar. Ora è tutto palese. E credi tu che domani mi obbedirà? Don. Voi avete la forza. Bar. Ed eccoti, sempre colla violenza Don. Ma io non aveva fibbra che non tremasse quando l'ascoltava di là noscosto. Bar. Se tu avessegli veduto il viso imperturbato e feroce... Don. Figuratevi dunque se gli deste libertà. Bar. È mestieri ch'egli parta. Don. Ahime! (scontento e timoroso.) Bar. Che non sappi altro rintronarmi all'orecchio che le voci del tuo spavento! Don. Veggendo nell'insuficienza alla quale vi attenete. Bar. Cosa vedi tu d'insufficiente? Don. L'affidarlo in mani straniere, credete voi che presto o tardi, il suo coraggio e l'ardire non gli dieno il mezzo di ricuperare l'idolo suo?.... Il tempo lo rende poi padrone. Bar. È vero, ed io varcai i settanta. Don. Null'altro mi muove che l'amore dell'A V. a farvi codeste induzioni. Errico lo conosco, egli avrà progetti per l'avvenire, il suo cuore infiammato da nuove idee, l'inasprimento irritante, porterebbe di certo della ruina. Bar. Lotto tra l'affetto e la necessità. Don. Quest'ultima dee armarvi di rigore Bar. E quale? spiegati. Don. Produssi io dell'orrore nella maga di vostro figlio ed ella ora mi abborre a grado di lui medesimo. Certo è che se qualcuno de' miei amici, nel cui aspetto sieno meno ingrati di che io sono, se potesse avvicinarla, forse la virtù di lei, che sembra inacessibile non troverebbe ostacolo. Altronde sia pur esule o qui reduce, Errico non credo che si possa meglio indurlo ad abborrirla se non quando la vedesse indegna del suo affetto. Egli è dunque necessario che l'amico a cui si affidasse l'impresa, riuscisse per amore ad umiliarla. E se per ciò, salva ogni convenienza, occorresse qualche somma........ Bar. Questi bassi mezzi non s'accordano coll'onore. Don. Non isdegnaste però tutte le volte.... Bar. Ciò è impossibile, e poi credi colei pieghevole che accortasi dell'insidia, si appiglierebbe al silenzio. E s'elevasse il grido, come frenarlo? Don. Il caso dunque è difficile. E potendola rapire? Bar. In qual modo non è ella prevenuta? credi tu che a quest'ora che noi parliamo, non abbia fatto qualche disegno in sua mente? Don. Sia pur così, ma non impedirete di tentar altra mano.... Bar. Quale mano? Don. Non sarebbe questo il primo esempio che venisse adoperato un medico capace d'intendere il mio ordine. Bar. Non parlarmi di tali espedienti. Ciò si può riserbar in casi più gravi, non in questo. Cercane qualche altro. Don. Non so indicarvene altri. Bar. Ebbene taci, finchè il pugnale di Errico non li ricami la cote. Per lieve offese t'à battuto. Prevenir le offese è regolarsi da uomo. Avesti mai sprone per trascinarmi a vergognosi partiti? Don. Potrò io liberamente favellarvi? Bar. Come un compagno dannato alla medesima perdizione. Don. È d'uopo incominciar da vostro figlio. È impossibile che parta, s'ei fugge non possiamo presupporsi il modo del suo ritorno. Occorre dunque d'accusarlo di un delitto e farlo incarcerare. Bar. Tu perdi il senno, mostro. Don. Si accusarlo di un delitto. La vostra autorità allora a suo pro otterrà che la pena sia commutata in un confine a vita. Quando vi darà prove di ravvedimento, niuno potrà impedirvi di richiamarlo a voi. Bar. E tutto ciò senza pericolo di vita? bada ch'io l'amo ch'egli m'è unico figlio, e una spada in sua mano vale per dieci. Don. Ma dove trascorrete voi col pensiero? chi può nuocere a vostro figlio, se non che V. A.? Bar. E quale accusa supponibile in lui? Don. Un momento. Lasciatemi freddamente pensare. Bar. Tu sei m'avveggo uno scellerato che freddamente può immaginare, che molti non avrebbero di proporre. Don. E sapete quanti desiano di queste proposte. Bar. Ci conosciamo. Data l'accusa rimane Maria. A questa convien darle uno sposo per forza. Don. Per forza! Benchè nata vulgare, ell'à orgoglio di regina. Non sarà ovvio farle accettar uno sposo, se non dopo i patimenti. E siccome la scuola di correzione che noi la sotto porremmo, farebbe rumore nella città, così è indispensabile rapirla di notte e si spargerà voce ch'è fuggita con un suo amante. Le assegneremo uno de' vostri castelli posti in una dell'isole, le porremo al fianco il fidanzato, per ciò converrà ch'ella ceda o soccomba. Se faranno accordo, ritorneranno a far le nozze in città Bar. Io t'ammiro Donato mio! Io vo colmarti di ricchezze. Ma chi pensi tu di darle per fidanzato? Ell'è donna del vulgo. Don. Muore il vulgarismo davanti a quel viso. E le conviene un forte perchè non trepidi ai gemiti di quell'avvenente fanciulla. Bar. Chi dunque più opportuno di te? Don. Io?.... Ah la gravità del mio carattere.... Bar. Almeno per vendicarti delle busse ricevute. Don. Ma io..... Bar. In somma ora io affido tutto alla tua prudenza. Don. Non vorrei poi che un giorno vi rampognasse l'affetto, e pentito, dovessi poi, quantunque tardi.... Bar. Per chi mi prendi tu? Non ho rimorso riguardo a mio figlio. Il tempo stringe è d'uopo in questa notte mandar in effetto i designati progetti. Niun dee dormir, nessuno, intendi? Don. Sono sempre a vostra disposizione. Bar. Andiamo. (entrano)
SCENA III. notte
Appartamento di Errico
Er. Mio padre si dichiarò mio carnefice, e il suo continuo orgoglio ferito dal mio amore me lo rende più crudo. Quello più m'irrita è quell'infame Donato. Si ricorderà di me, oh ne sono certo, la lezione da me datagli, lo metterà in riguardo, di non avventurarsi a nuove temerità. E Maria? la mia amata Maria che penserà, che farà vedendosi avversata così dall'ingiusto mio padre? All'alba deggio partire? senza vedere Maria? impossibile. Voi padre non credete che la mia costanza non emuli la vostra ostinazione! Quant'inganno! quanto superbo pregiudizio indegno della nobiltà e grandezza. Maria istituita al pari di qualunque dama, Maria perchè nata vulgare cittadina, bella e virtuosa, per istolte insulsaggini create dal tirannico orgoglio, non potrò farla mia? Non vi riuscirai padre no lo giuro. Troverò amici, partiggiani..... e diverrò ribelle a chi mi diede la vita? a tal eccesso.... ebbene un centro, una capanna, poche zolle innaffiate dal nostro sudore, ci basteran vivendo felicemente insieme.
SCENA IV.
GISOLFO e detti
Gis. Principe.... Er. Oh sei tu mio Gisolfo?... Gis. Parliamo piano. Er. Cos'ài? ti veggo smarrito. Gis. Permettete ch'io chiuda codesta porta. (entra ed esce) Er. Che significa tanta precauzione? Gis. Perchè possiamo esser sorpresi. Er. Unico amico che ò nella fatalissima casa in cui nacqui, tu che guidasti i primi passi della mia infanzia, sei qui negletto... Gis. Per questo nulla mi grava. Venni ad avvisarvi perchè tengo la certezza si macchini contro voi. Er. Si! Dunque? Gis. È passato l'ordine al custode portinaio del castello d'impedirvi la sortita in qualunque ora, senza un permesso di vostro padre. Er. Ah! egli teme ch'io fuga, mentre vuole bandirmi di casa mia? Gis. Chi ve lo disse? Er. Mio padre medesimo. – Gli risposi sai; oh glien'ò dette quattro che debbono pesare sulla di lui memoria. Gis. Egli è altamente in collera con voi. Er. Non mi cale, basta ch'egli sia giusto, ma ciò non si abina colla volontà del suo orgoglio. Gis. Il fomentatore è quell'empio Donato, che gode la prima carica ed à tutta l'ascendenza sovra il padrone. Stettero chiusi lungo tempo parlando insieme, e li osservai sortire lieti forse sulla certezza di riuscire in qualche violenza. Per questo venni da voi, perchè appunto nessuno avendo in questo castello che v'ami più di me, così possiamo consigliar in qualche modo, onde sventar qualche progetto infernale. Er. Ma cacciandomi lunge dal tetto mio, non toglie in tal guisa di perseguitar l'amor mio, la diletta Maria? O me allontanando cred'egli di sradicare così un sentimento imane e soave? Vuoi tu essermi utile eseguendo il più segnalato servigio? Gis. Imponete, la mia vita è vostra. Er. Devi andar da Maria, accertarla ch'io dovrò partire senza neppur darle l'addio: che le consiglio a salvarsi ambidue nel convento delle cenobite, là elleno saranno salve, colà dove la superiora allevolla mediante le cure del piissimo sacerdote suo zio. Gis. Volete dunque obbedire al bando? Er. E quai mezzi ho io d'oppormi? Gis. E se fuggiste? Er. Per qual via? Gis. S'io vi accennassi la segreta sortita da questo luogo, i vostri partiggiani, gli amici vostri, io mi unirò ad essi, e non potrem chiedere giustizia, la vendetta su quel manigoldo Donato? Er. Sì manigoldo ma come vuoi tu che diventiamo ribelli, e se sopraffatti da forze reali dovremmo soccombere lasciando il nostro nome all'esecrazione? Gis. Fuggiremo insieme. Er. Dovè la via? Gis. A me lasciate l'impresa. Nei sotterranei del castello a sinistra, l'ultimo tien una segreta nascosta tra le volte, che aprendola guida al mare, colà farò trovar una opportuna barca, e noi potremo fuggire lunge dall'umana persecuzione. Er. E n'ai tu la chiave di questa porta? Gis. Si, sono doppie, dacchè la defunta padrona augusta vostra madre se ne servì qualche fiata a salvare qualche infelice dalla tirannide baronale; le custodisco da gran tempo. Er. Oh mio amato Gisolfo secondo padre mio, tu mi empi di gioia e di speranza. Gis. E non potremmo unire la vostra Maria? Bar. No, la voce dell'onore mi consiglia a rispettarla per non accrescer il sospetto di cooperare alla nostra salvezza, mentr'io tengo ogni diritto di sottrarmi da chi mi odia e mi scaccia. Tu gli recherai una mia scritta, le dirai ch'il fazzoletto da lei trapuntato lo porterò mai sempre sul mio cuore, che con esso asciugherò le lagrime ch'io verserò lunge da lei, ch'ella porga all'Onnipossente preci per me, e un raggio di Lui rischiarerà li buio della sorte che ci si dichiara nemica. Gis. Scrivete la lettera, e sarà consegnata. Er. M'aspetto qualche progetto d'inferno. Gis. Non dubitate ch'io veglierò, su quanto sarà per succedere. Er. Munisciti della chiave per tempo. Gis. Siatene certo. Er. Da qui a poco ritornerai a prender il foglio. Gis. Fra poco sarò qui ad ubbidirvi.
FINE DELLA PARTE SECONDA. |
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