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| Alessandro Giuseppe Spinelli Orgoglio e tirannide IntraText CT - Lettura del testo |
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PARTE TERZA
COLPA, CONDANNA E FUGA.
Piazza del Castello.
SCENA PRIMA.
Due paesani.
1. Hai veduto che andirivieni? 2. Anche il segretario andò per il medico. 1. Non si sa chi sia stato preso da male? 2. Forse il vecchio Lione; Oh che differenza dal figlio! 1. A proposito, si bucina ch'egli il voglia cacciar di casa e rompere così l'amore ch'egli à per la bella Maria. 1. Nessuno della città ignora come quel birbone del segretario abbia sparsi dei discorsi infamanti, per quella creatura degna d'essere non principessa castellana, ma regina. 1. S'io le fossi fratello non farebbero mica tanta festa i birboni, a quest'ora ne avrei mandato all'inferno più di qualcheduno. 2. Il principino è una pasta di zucchero. 2. Appunto per esser troppo buono, i birboni se ne abusano. 2. Cosa vuole sperare quel giovinotto da quei due mostri? Questi signori feudatarj che abbindolano la corte, se la predicano come vogliono perchè vanno d'accordo a mangiarci la pelle e far appiccare ed uccidere i terrieri vassalli. 1. Eh col tempo finiranno. 2. Si ma intanto, ci tocca rispettar tacere e pagare. 1. Temerli no veh! se fossimo tutti del medesimo parere. 2. Oh qui sta il punto, Che serve che noi due per esempio sentiamo di scuotere il giogo pesante. Convien dar loro tutti i sudori nostri, e tremar anco per le loro violenze.
SCENA II.
Il MEDICO seguendo DONATO e detti.
1. Che c'è nuovo signor segretario?.... Don. Lasciatemi buon Tommaso, cose grandi. 2. Sta male qualcheduno? Don. Cose atroci! incredibili! Med. Affrettiamoci. Don. Si andiamo. (entrano con premura) 1. Ha detto cose grandi! che voglia dire quell'imbroglione? 2. Cosa sia accaduto? 1. Qualche finzione, per chi sa qual fine. 2. Eh non sarebbe l'ultimo dei tanti. Oh a proposito debbo portare una lettera che mi raccomandò tanto Gisolfo. Oh quello e buon vecchietto, credo anzi il più anziano dei camerieri. 1. Voi che ti faccia compagnia? 2. Vieni pure, che non m'importa, giacchè dove reco questa lettera puoi venirci, e m'immagino ch'ella sia del principino che scrive alla sua innamorata, Ciò dà a conoscere ch'egli è impedito, o non può escire del castello. 1. Questa chiamata del medico fosse per esso? 2. Lo avrebbe detto. 1. Se tu sapessi che razza di serpe astuta è quel segretario. 2. Che peccato! povero nostro principino! (entrano)
SCENA III.
Camera nel palazzo.
Il BARONE sdraiato su di un seggiolone.
Med. (Esaminandolo.) Vi duole qui? Bar. Oh Dio! si un poco. Med. E qui?... . respirate forte. Nessuna lesione. Bar. Fu dunque più la paura ch'il danno. Med. Che mai à potuto trar vostro figlio a così orribile eccesso? Bar. Snaturato! Don. Converrà che V. A. sottoscriva l'atto di accusa. Bar. Oh come un padre può... io non veggo! Don. Fatevi cuore signore, un padre può perdonare, ma un principe..... Bar. Stendetelo voi segretario. Don. L'aveva già apparecchiato, anche il dottore porrà la segnatura. Med. Intanto farete spedire questa ricetta, che vi gioverà molto il cordiale ordinato, ne beverete un cucchiaio ogni tanto finchè sentite rimettervi dalla pasmodia. Don. Sarà fatto. Qui altezza, eccovi la penna. Bar. Oh cielo! cielo! figlio sleale! (sottoscrive) Don. Qui Dottore, ponete la vostra firma, poi porrò la mia. Med. L'A. V. cerchi riposo, anzi se andasse a letto meglio sarebbe, forse il sonno potrebbe esserle giovevole. Ad ogni modo da qui a qualche ora mi riprodurrò a visitarvi, servo di V. A. (entra) Don. L'accusa è firmata, farò che due servi pure la firmino. Bar. Hai chiamato il Presside? Don. L'attendo ad ogni momento. Bar. Donato, sei un mostro, e mi trascini nelle tue scelleragini. Don. Vostra altezza è timida più d'un fanciullo. Tutto questo non è figurato, per allontanar con qualche motivo il figlio vostro? Bar. Si ma la coscienza mi rimorde. Don. E perchè aderiste alla proposta? Bar. Perchè tu, birbone, il tuo interesse, i tuoi aspiri che sanno trar profitto e sedurmi. Don. Signore, badate che posso stancarmi dei vostri rimproveri. Bar. Non sei così delicato di pelle, no volpone, ti conosco e per nulla..... Don. M'avete scelto esecutore dei vostri voleri. Ecco il Signor Presidente.
SCENA IV.
Il Preside e detti.
Pres. Altezza. È vero quanto mi si fa credere? Don. Pur troppo! S. Altezza è molto aggravata. Pres. Lo à ferito? Don. Se non occorrevano due servi a disarmarlo. Eccovi qui o Signore il rapporto firmato. Pres. (Lo prende e legge piano impassibile) Grazie al cielo rimaneste illeso. Bene la giustizia farà l'obbligo suo. Bar. Ciò che vi prego si è, di non esercitarla con rigore che gli statuti vi commettono, rammentatevi sempre com'io sono padre angosciato, che trascinato, adempie. Pres. Ma V. A. desidera la punizione al delinquente? Bar. Voi saprete giudicare tra il rigor della legge e la pietà d'un genitore costretto. Pres. E dov'egli?perchè non l'avete fatto scortare al palazzo di giustizia? Bar. Non voglio che sia pubblico il suo delitto. Nelle mie stanze sotteranee, fu intanto chiuso, ove colà voi stesso potrette compiere il vostro ufficio. Donato guidate il Signor Presidente, alcuni armati lo seguano, e quanto gli può occorrere per l'esame, fategli apprestare. Don. Sarà eseguito quanto comandate. Pres. Altezza, Andiamo,
SCENA V.
Sotterraneo.
ERRICO seduto accanto ad un tavolo con lume.
Er. Un padre ridurre ad arrestar il proprio figlio, come fosse un reo?.... Non è possibile nasca da lui un tanto rigore; giurerei ch'è sedotto da quell'iniquo che lo conduce a suo talento. Perchè non l'uccisi? almeno avrei a soffrir la pena per equità e avrei purgata la terra da quel sozzo animale. Avrei ottenuta vendetta e mio padre non avrebbe al fianco un sicario istigatore de' suoi sdegni e delle sue vendette.
SCENA VI.
Entrano alcune guardie, servi che portano sedie per due giudici ed una pel Presidente, un tavolo e fabbisogno di scrivere. Per ultimo il PRESIDENTE seguito da due GIUDICI
Pres. Voi capirete dall'apparato, che noi qui venimmo per interrogarvi e giudicarvi. Questo privato giudizio che avrebbe dovuto aver luogo nel mio palazzo, per solo desiderio di S. A. si tenne questa sessione, e per riguardo alla nascita vostra onde non accrescere l'onta col pubblicarla. Er. Siccome non conosco ragione di tale apparato, nè il motivo per favellarmi in tal guisa, per ciò bramo sapere perchè mi si chiuse in un carcere, e perchè sia interrogato da un magistrato. Pres. Sapete quanto basta. La natura vi accusa, e su di questa la giustizia appoggiata ha il diritto di condannarvi. Er. Mi vidi trascinato in questo luogo da violenza e tradimento. Ignoro poi di aver offeso le leggi, poichè non mancai a nessuna prescrizione; s'io risposi risentito a mio padre, n'ebbi forte il motivo, quindi non posso credermi sottoposto ai riguardi della giustizia. Pres. Fa sorpresa il vedervi reo, e si tranquillo e imperturbato, dopo di aver tentato il parricidio. Er. (Arretrando inorridito) Io parricida?.... (con sarcasmo) Signore, non sono insensato perchè vogliate dirmi cose che non istanno nei confini della ragione. Dite piuttosto che vi è comandato il sagrifizio, ma ove l'incorrotto ufficio vostro, non fosse estraordinario, dovreste indagar i principii di una verità terribile. Pres. E son essi? Er. L'odio e la tirannide orgogliosa del Barone. Pres. Negate quanto concerne quest'atto di accusa? Er. Anche l'atto di accusa?!... Pres. Leggetelo a vostra confusione! (gli dà una pergamena) Er. Il Barone, il Dottore, il Segretario, due servi. Mi bastano le firme, per l'autenticità di tale accusa. Pres. Negherete voi che nella scorsa notte volendo strappar a forza l'assenso da vostro padre per i vostri sponsali, voi aggiungeste minacce e per ultimo, snudaste un ferro contro il padre vostro, e se non giungevano a tempo genti per trattenervi, voi compivate il parricidio. Ecco il pugnale, è quello medesimo che voi solete portare quando ite alla caccia. I sottoscritti han convalidato l'atto di accusa con loro giuramento. Er. Se vi sono degli uomini che non temendo il cielo l'infame loro carattere e specialmente l'interesse e le mire li trascinano, ben oltre che a giurar falsamente. Esigo o signore il confronto de' testimoni, diante l'innocenza, tremeran pella loro bugia. Pres. Testimonio principale è il padre vostro. Er. Ah usi della sua forza non della codardia... io fremo ben a ragione o signore. Si prevalga della sua rappresentanza ma non inventi audacemente delle miserie. Vuol egli la mia morte, la faccia, non con sì abbrobriosi mezzi. Pres. Voi siete già dannato dalle leggi. Er. Così l'empietà è compiuta. Di una sola grazia io vi prego, potete voi accordarmela? Sono io la sola vittima, in questa congerie d'inferno? Pres. Non mi consta di più. Er. Certamente?... Pres. Non avrei riguardo a comunicarvelo. Er. Questo mi basta. Alla morte son preparato. Pres. Quantunque non vi dimostri, io sono tocco dalla pietà; mentre la tanaglia ed i ferri, al vostro delitto si addicono; avuto riguardo al sangue che nelle vene vi scorre, alle lagrime di un padre, vi viene commutata la sentenza in relegazione a vita in isola destinata. Er. Pianse il mio accusatore?!. Non mi cale della vita non la voglio, e mai avuta l'avessi dalla paterna tigre. L'assassinio è natura. Come vorreste serbar l'aure vitali in un corpo cui sotto a un asta di ferro lentamente gli si spezza ad una, ad una le membra? abbominevoli mostri! non sarà sorda la giustizia d'Iddio per meritamente punirvi. Uccidetemi nulla mi cale della vita, e solo mi grava l'averla avuta da colui che ne fu cieco stromento. Al Ciel m'appello; a quello che non compro o interessato fosse od assassino; e voi... tremate che a un giorno dianzi a Dio, o degli uomini, non abbiate ad assai caramente scontare codesta scellerata sentenza (vien meno cadendo s'una sedia) Pres. Noi signori faremo rapporto di quanto egli disse, il principe deciderà, ed io da questo momento rinuncio il mio ufficio. (Entra seguito dai giudici e guardie restando la scena oscura.)
SCENA VI.
(Dopo qualche silenzio, si ode stridere catenacci e da una segreta tra le volte esce Gisolfo con una leva di ferro, spada e lanterna.)
Gis. Dorme? Ho timore per isvegliarlo... ma il tempo vola, essi possono presto ritornare, s'impossessano di lui.... Errico! Er. Oh chi mi chiama? Gis. Sono io, sono Gisolfo. Er. Ove sono quei scellerati? Gis. Sognavate forse... Er. No, no, Gisolfo mio non sognai; vennero qui giudici il Presidente criminale accusandomi di tentato parricidio e mio padre è sottoscritto insieme ai testimoni. Gis. Carnefici! Er. È mio padre, intendi tu?.. Gis. Ora uditemi. Là in fondo, il muro è vecchio e debole, dalla porta non possiamo uscire poichè l'erbe selvatiche ed i muschi cresciuti, ne contendono l'apertura. Alcuni uomini colla barca attendono il mio segnale, armati di grosse zappe di ferro, cederà il muro ai loro sforzi un piccolo pertuio ne salverà entrambi. Ecco la leva, a voi la spada. Er. (Cingendola.) Dov'è il punto. Gis. Qui, qui nel fondo. (Si ritirano. Errico mena un grosso colpo per segnale ben presto vien risposti replicati e forti colpi. Cade un scrostamento, e lascia vedere una barca con uomini armati e remiganti.) Gis. Sono pronti. Er. Scostati non esporti alla rovina. Gis. Non temiamo il cielo ci aiuterà. Er. Si mio Gisolfo. Nel precipitar del muro, Gisolfo ed Errico montano sulla barca, mentre spalancasi la porta della prigione entrano Donato, il Presidente e guardie. Don. Ah egli fugge. Pres. Giustizia delusa! Er. Che sarà terribile per punirvi!
FINE DELLA PARTE TERZA. |
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